2.
Lunedì, 7 agosto, 1961
Arrivai alla casa di don Juan in Arizona venerdì, verso le sette di sera. Altri cinque indiani sedevano con lui sotto il portico della casa. Lo salutai e aspettai che gli altri dicessero qualcosa. Dopo un silenzio formale uno degli uomini si alzò, venne verso di me e disse: “Buenas noches”. Mi alzai in piedi e risposi “Buenas noches”. Quindi tutti gli altri si alzarono e vennero verso di me e mormorammo tutti “buenas noches” e ci stringemmo la mano o toccandoci semplicemente a vicenda la punta delle dita o tenendo la mano per un istante e lasciandola quindi cadere improvvisamente.
Ci rimettemmo tutti a sedere. Sembravano piuttosto impacciati, senza parole, sebbene parlassero tutti spagnolo.
Dovevano essere state circa le sette e mezzo quando improvvisa mente si alzarono tutti e si incamminarono verso il retro della casa. Per un lungo tempo nessuno aveva detto una parola. Don Juan mi fece segno di seguirli e tutti entrammo in un vecchio furgoncino che era parcheggiato là dietro. Sedetti dietro con don Juan e due giovani. Non c'erano né cuscini né panche, e il pavimento di metallo era dolorosamente scomodo, specialmente quando lasciammo la strada asfaltata e ci inoltrammo in una strada bianca. Don Juan mi sussurrò che stavamo andando alla casa di un suo amico che aveva sette mescalito per me.
Gli chiesi: “Non ne avete voi stesso, don Juan?”.
“Ne ho, ma non potrei offrirteli. Vedi, questo deve essere fatto da qualcun altro”.
“Potete dirmi perché?”.
“Forse tu non ‘gli’ vai a genio e non ‘gli’ piaceresti, e allora non sarai mai in grado di conoscerlo con affetto, come si dovrebbe; e la nostra amicizia sarebbe rotta”.
“Perché potrei non piacergli? Non gli ho mai fatto nulla”.
“Non devi fare nulla per piacergli o non piacergli. O ti prende o ti scaccia”.
“Ma se non mi prende, c'è qualcosa che io possa fare per far sì che io gli piaccia?”.
Gli altri due uomini sembrarono aver udito per caso la mia domanda e risero.
“No! Non riesco a immaginare nulla che si possa fare”, disse don Juan.
Mi volse le spalle e non potei più parlargli.
Dovevamo aver viaggiato per almeno un'ora quando ci fermammo davanti a una piccola casa. Era completamente buio, e dopo che il guidatore ebbe spento i fari potei distinguere soltanto il vago contorno dell'edificio.
Una giovane donna, una messicana, a giudicare dal suo accento, dava di voce a un cane per farlo smettere di abbaiare. Scendemmo dal camioncino ed entrammo nella casa. Gli uomini mormorarono “Buenas noches” mentre le passavano accanto. La donna ricambiò e continuò a gridare al cane.
La stanza era ampia e affollata da una moltitudine di oggetti. Una tenue luce proveniente da una piccolissima lampadina elettrica dava un tono lugubre alla scena. Contro il muro c'erano alcune sedie sfondate e con le gambe rotte. Tre degli uomini si misero a sedere su un divano che era il mobile più grande della stanza. Era vecchissimo e tutto sfondato fino a toccare il pavimento; alla tenue luce della lampadina sembrava rosso e sporco. Gli altri si misero a sedere sulle sedie. Rimanemmo a lungo seduti in silenzio.
Improvvisamente uno degli uomini si alzò e andò in un'altra stanza. Aveva forse cinquant'anni, era alto, di carnagione scura, e robusto. Ritornò un momento dopo con un vaso da caffè. Aprì il coperchio e me lo porse. Dentro c'erano sette cose di strano aspetto. Variavano per dimensioni e consistenza. Alcune erano quasi tonde, altre allungate. Al tatto assomigliavano al gheriglio delle noci, o alla superficie di un sughero. Il loro colore marrone le faceva assomigliare a dei gusci di noce duri e secchi. Li presi in mano, accarezzandone la superficie per un certo tempo.
“Sono da masticare (esto se masca)”, disse don Juan in un bisbiglio.
Fino a quando non parlò non mi ero reso conto che si era seduto accanto a me. Guardai gli altri uomini, ma nessuno mi stava guardando; stavano parlando tra loro a voce bassissima. Fu un momento di acuta indecisione e di paura. Mi sentivo quasi incapace di controllarmi.
“Devo andare in bagno”, gli dissi. “Vado fuori a fare due passi”.
Mi porse il vaso da caffè e ci rimisi dentro i boccioli di peyote. Stavo uscendo dalla stanza quando l'uomo che mi aveva dato il vaso si alzò, venne verso di me, e disse di avere un w.c. nell'altra camera.
Il w.c. era quasi contro la porta. Accanto alla porta, quasi a contatto con il w.c,, c'era un ampio letto che occupava più della metà della stanza. Sopra c'era la donna che dormiva. Restai per un poco immobile accanto alla porta, quindi ritornai nella camera in cui erano gli altri uomini.
Il proprietario della casa mi parlò in inglese: “Don Juan dice che voi venite dal Sud America. C'è peyote nel vostro paese?”. Risposi che non ne avevo mai sentito parlare.
Sembrarono interessati al Sud America e parlammo degli indiani per un po' di tempo. Quindi uno degli uomini mi chiese perché volessi provare il peyote. Risposi che volevo sapere a cosa assomigliava. Risero tutti timidamente.
Don Juan mi esortò dolcemente, “Masticalo, masticalo (Masca, masca)”.
Avevo le mani bagnate e lo stomaco contratto. Il vaso con i boccioli di peyote era sul pavimento accanto alla sedia. Mi piegai, ne presi uno a caso, e me lo misi in bocca. Aveva un sapore stantio. Lo spezzai in due con un morso e cominciai a masticare uno dei pezzi. Sentii un forte sapore amaro e piccante; subito la mia bocca fu tutta intorpidita. Il sapore amaro aumentava man mano che continuavo a masticare, costringendomi a secernere un'incredibile quantità di saliva. Mi sentivo le gengive e l'interno della bocca come se avessi mangiato carne secca o pesce secco salatissimi, che sembrano obbligare a masticare di più. Dopo un po' masticai l'altro pezzo e la mia bocca fu così intorpidita che non potei più sentire il sapore amaro. Il bocciolo di peyote era un fascio di filamenti, come la parte fibrosa di un'arancia o come canna da zucchero, e non sapevo se inghiottirlo o sputarlo. In quel momento il proprietario della casa si alzò e invitò tutti a uscire nel portico.
Uscimmo e sedemmo al buio. Fuori si stava piuttosto comodi, e l'ospite tirò fuori una bottiglia di tequila.
Gli uomini erano seduti in fila con la schiena appoggiata al muro. Io stavo all'estrema destra della fila. Don Juan, che sedeva accanto a me, mise il vaso con i boccioli di peyote tra le mie gambe. Poi mi porse la bottiglia, che veniva fatta passare dall'uno all'altro, e mi disse di bere un poco di tequila per sciacquare dalla bocca il gusto di amaro.
Don Juan mi diede quindi un pezzo di albicocca secca, o forse era un fico secco — al buio non potei vederlo, né potei sentirne il sapore — e mi disse di masticarlo accuratamente e lentamente, senza fretta. Trovai delle difficoltà a inghiottirlo; sembrava come se non andasse giù.
Dopo una breve pausa la bottiglia fece un altro giro. Don Juan mi porse un pezzo di carne secca croccante. Gli dissi che non mi sentivo di mangiare.
“Questo non è mangiare”, disse con fermezza.
Tutto questo fu ripetuto sei volte. Ricordo di aver masticato sei boccioli di peyote quando la conversazione divenne molto animata; sebbene non riuscissi a capire in che lingua parlassero, l'argomento della conversazione, a cui tutti partecipavano, era molto interessante, e cercai di ascoltare attentamente così da potervi prender parte. Ma quando cercai di parlare mi resi conto di non poterlo fare; le parole si muovevano continuamente senza scopo nella mia mente.
Sedetti con la schiena appoggiata al muro e ascoltai quello che stavano dicendo gli uomini. Parlavano in italiano e ripetevano in continuazione una stessa frase sulla stupidità dei pescecani. Pensai che fosse un argomento logico e coerente. Avevo raccontato in precedenza a don Juan che il fiume Colorado in Arizona era chiamato dagli antichi spagnoli “el rio de los tizones” (il fiume dei tronchi carbonizzati); ma qualcuno aveva pronunciato o compreso male ‘tizones’, e il fiume fu battezzato “el rio de los tiburones” (il fiume dei pescecani). Ero certo che stessero parlando di quello, tuttavia non mi venne mai in mente che nessuno di essi sapeva parlare italiano.
Avevo un fortissimo desiderio di dar di stomaco, ma non ricordo di averlo effettivamente fatto. Chiesi che qualcuno mi desse un po' d'acqua. Sentivo una sete insopportabile» Don Juan mi portò una grossa pentola. La mise sul pavimento accanto al muro. Portò una tazzina o un barattolo. La tuffò nella casseruola e me la porse, e disse che non potevo bere ma solo rinfrescarmici la bocca.
L'acqua sembrava stranamente lucida, scintillante, simile a una spessa lacca. Volli chiedere spiegazioni a don Juan e cercai faticosamente di esprimere i miei pensieri in inglese, ma subito mi ricordai che lui non parlava inglese. Provai un momento di grande confusione, e mi, resi conto del fatto che sebbene avessi nella mente un pensiero chiaro, non potevo parlare. Volli commentare la strana qualità dell'acqua, ma quello che seguì non assomigliava a una lingua; era un sentire i miei pensieri non espressi uscire dalla mia bocca in una specie di forma liquida. Era una sensazione passiva di vomitare senza le contrazioni del diaframma. Era un gradevole scorrere di parole liquide.
Bevvi. E la sensazione di star vomitando scomparve. A quel punto tutti i rumori erano svaniti e trovai che avevo delle difficoltà nel mettere a fuoco gli occhi. Cercai don Juan e quando ebbi girato la testa scoprii che il mio campo visivo si era ridotto a un'area circolare davanti ai miei occhi. Questa sensazione non dava spavento né disagio, ma. tutto il contrario, costituiva una novità; potevo letteralmente spazzare il pavimento mettendo a fuoco su un solo punto e poi muovendo lentamente la testa in qualsiasi direzione. Quando ero uscito la prima volta sul portico avevo notato che era tutto buio tranne che per il lontano alone delle luci della città. Ma entro l'area circolare della mia visione tutto era chiaro. Dimenticai tutto quel che riguardava don Juan e gli altri uomini, e mi dedicai interamente all'esplorazione del terreno nell'ambito della mia visione ristretta a una punta di spillo.
Vidi la congiunzione del pavimento del portico con il muro. Voltai lentamente la testa a destra, seguendo il muro, e vidi don Juan che sedeva appoggiandovi le spalle. Spostai la testa a sinistra per mettere a fuoco l'acqua. Trovai il fondo della casseruola; sollevai il capo lentamente e vidi avvicinarsi un cane di media taglia. Lo vidi venire verso l'acqua. Il cane cominciò a bere. Alzai la mano per scacciarlo dalla mia acqua; per eseguire il movimento misi a fuoco sul cane la mia visione puntiforme, e improvvisamente lo vidi diventare trasparente. L'acqua era un liquido scintillante e vischioso. La vidi scendere nella gola del cane ed entrare nel suo corpo. La vidi scorrere uniformemente per tutta la sua lunghezza e quindi uscire fuori attraverso ciascuno dei peli. Vidi il fluido iridescente percorrere tutta la lunghezza di ciascun singolo pelo e quindi proiettarsi fuori dei peli per formare una lunga criniera bianca e setosa.
In quel momento ebbi una sensazione di intense convulsioni, e in pochi istanti intorno a me si formò una galleria, molto bassa e stretta, dura e stranamente fredda. Al tatto sembrava un muro di lamiera compatta. Scoprii di essere seduto sul pavimento della galleria. Cercai di alzarmi in piedi, ma battei il capo contro il tetto metallico, e la galleria si compresse fino a soffocarmi. Ricordo di aver dovuto strisciare verso una specie di punto rotondo laddove terminava la galleria; quando alla fine arrivai, se pure arrivai, avevo completamente dimenticato il cane, don Juan, e me stesso. Ero spossato. I miei abiti erano imbevuti di un liquido freddo e appiccicoso. Rotolai avanti e indietro per trovare una posizione in cui riposare, una posizione in cui il cuore non mi battesse così forte. In uno di questi spostamenti vidi di nuovo il cane.
Improvvisamente mi tornò il ricordo di tutto, e subito tutto fu chiaro nella mia mente. Mi girai intorno per cercare don Juan, ma non potei vedere nulla o nessuno. Tutto quello che fui in grado di vedere fu il cane che diventava iridescente: una luce intensa emanava dal suo corpo. Vidi di nuovo l'acqua che scorreva attraverso il suo corpo, accendendolo come un falò. Mi accostai all'acqua, immersi il viso nella casseruola, e bevvi con lui. Avevo le mani davanti a me sul pavimento e, mentre bevevo, vidi il liquido scorrere attraverso le mie vene formando colori rossi, gialli, e verdi. Bevetti sempre di più. Bevvi finché non fui tutto in fiamme; ero tutto ardente. Bevvi finché il liquido usci dal mio corpo attraverso tutti i pori, e si proiettò fuori simile a fibre di seta, e anch'io acquistai una lunga criniera, luminosa e iridescente. Guardai il cane, e la sua criniera era come la mia. Una suprema felicità riempiva tutto il mie corpo, e corremmo insieme verso una specie di calore giallo che veniva da un qualche luogo indefinito. E qui giocammo. Giocammo e lottammo finché non conobbi i suoi desideri ed egli conobbe i miei. Ci alternammo a manovrarci a vicenda alla maniera di un teatro di burattini. Potevo fargli muovere le gambe torcendo le dita dei piedi, e ogni volta che abbassava la testa sentivo un irresistibile impulso a saltare. Ma il suo atto più birichino fu farmi grattare la testa col piede mentre ero seduto; lo fece facendo ondeggiare le orecchie da una parte all'altra. Questa azione fu per me totalmente, insopportabilmente divertente. Che tocco di grazia e di ironia; che maestria, pensavo. L'euforia che mi possedeva era indescrivibile. Risi finché non mi fu quasi impossibile respirare.
Ebbi la chiara sensazione di non essere capace di aprire gli occhi; stavo guardando attraverso un serbatoio d'acqua. Fu uno stato lungo e assai penoso, pieno dell'angoscia del non essere capace di svegliarmi e tuttavia essere sveglio. Quindi lentamente il mondo diventò chiaro e a fuoco. Il mio campo visivo ridivenne molto rotondo e ampio, e con esso venne un atto conscio ordinario, che era girarsi intorno e cercare quel meraviglioso essere. A questo punto incontrai la transizione più difficile. Il passaggio dal mio stato normale era avvenuto quasi senza che me ne rendessi conto: ero consapevole; i miei pensieri e le mie sensazioni erano un corollario di questa consapevolezza; e il passaggio era stato armonioso e chiaro. Ma questo secondo cambiamento, il risvegliarsi a una coscienza seria e sobria, fu autenticamente sconvolgente. Avevo dimenticato di essere un uomo. L'amarezza di una situazione talmente irreconciliabile fu così intensa che piansi.
Sabato, 5 agosto, 1961
Più tardi quella mattina, dopo la colazione, il proprietario della casa, don Juan ed io ritornammo all'abitazione di don Juan. Ero stanchissimo, ma non potei addormentarmi nel camioncino. Solo dopo che l'uomo se ne fu andato caddi addormentato nel portico della casa di don Juan.
Quando mi svegliai era buio; don Juan mi aveva messo addosso una coperta. Lo cercai, ma non era nella casa. Venne più tardi con una pentola di fagioli fritti e una grande quantità di tortillas. Ero estremamente affamato.
Terminato di mangiare, mentre stavamo riposando, mi chiese di raccontargli tutto quello che mi era successo la notte precedente. Riferii la mia esperienza molto dettagliatamente e con la maggior precisione possibile.
Quando ebbi finito accennò con la testa e disse: “Penso che tu sia a posto. Mi è difficile adesso spiegare come e perché. Ma penso che per te sia andato tutto bene. Vedi, qualche volta è scherzoso, come un bambino; altre volte è terribile, spaventoso. O scherza, o è mortalmente serio. Non si può sapere in anticipo come sarà con un'altra persona. Tuttavia, quando lo si conosce bene — qualche volta si può prevedere. Stanotte hai giocato con lui. Sei la sola persona che io sappia che abbia avuto un incontro del genere”.
“In che cosa si differenzia la mia esperienza da quella degli altri?”.
“Non sei un indiano; quindi mi è difficile immaginarmi in che consista la differenza. Tuttavia, o accetta le persone o le respinge, senza badare se siano o no indiani. Che io sappia. Ne ho visto una grande quantità. So anche che scherza, certa gente la fa ridere, ma non l'ho mai visto giocare con nessuno”.
“Don Juan, potete dirmi adesso come fa il peyote a proteggere...”.
Non mi lasciò terminare. Mi toccò vigorosamente sulla spalla.
“Non chiamarlo così! Non hai ancora visto abbastanza di lui per conoscerlo”.
“Come fa Mescalito a proteggere la gente?”.
“Consiglia. Risponde a qualsiasi domanda tu faccia”.
“Allora Mescalito è vero? Voglio dire è qualcosa che si può vedere?”.
Sembrò sconcertato dalla mia domanda. Mi guardò con una specie di espressione senza significato.
“Quello che intendevo dire è che Mescalito...”.
“Ho sentito quello che hai detto. Non l'hai forte visto ieri notte?”.
Volevo dirgli che avevo visto solamente un cane, ma notai il suo sguardo sconcertato.
“Allora pensate che quello che ho visto ieri notte era lui?”.
Mi guardò con disprezzo. Fece una risatina soffocata, scosse il capo come se non potesse crederci, e aggiunse in un tono molto bellicoso: “A poco crees que era tu... marna? (Non dirmi che credi che fosse tua... mamma?)”. Fece una pausa prima di dire ‘marna’ perché quello che intendeva dire era “tu chingada madre”, un'espressione usata come allusione poco rispettosa alla madre dell'interlocutore. La parola, ‘mama’ era talmente assurda che entrambi ridemmo a lungo.
Quindi mi resi conto che si era addormentato e non aveva risposto alla mia domanda.
Domenica, 6 agosto, 1961
Accompagnai con l'automobile don Juan alla casa in cui avevo preso il peyote. Lungo la strada mi disse che il nome dell'uomo che mi aveva ‘offerto a Mescalito’ era John. Quando arrivammo alla casa trovammo John seduto sul portico assieme a due giovani. Erano tutti estremamente gioviali. Ridevano e chiacchieravano con grande facilità. Tutti e tre parlavano inglese alla perfezione. Dissi a John che ero venuto a ringraziarlo per avermi aiutato.
Volevo sapere quello che pensavano sul mio comportamento durante l'esperienza allucinogena, e dissi loro che avevo tentato di pensare a quello che avevo fatto quella notte e che non riuscivo a ricordare. Risero ed erano riluttanti a parlare. Sembrava che si tenessero indietro per via di don Juan. Lo guardavano tutti come se aspettassero un cenno affermativo per continuare. Probabilmente don Juan fece un cenno, sebbene io non notassi nulla, perché improvvisamente John prese a dirmi quello che avevo fatto durante la notte.
Disse che aveva saputo che ero stato ‘preso’ quando mi aveva sentito vomitare. Calcolava che dovevo aver vomitato trenta volte Don Juan lo corresse e disse che erano state solo dieci volte.
John continuò: “Poi ci mettemmo tutti accanto a te. Eri irrigidito, e avevi delle convulsioni. Per moltissimo tempo, stando disteso sulla schiena, hai mosso la bocca come se parlassi. Poi hai cominciato a battere il capo sul pavimento, don Juan ti ha messo sulla testa un vecchio cappello e tu hai smesso. Sei rimasto a rabbrividire e a gemere per ore, disteso sul pavimento. Penso che a quel punto tutti si erano addormentati; ma ti ho sentito ansimare e gemere nel mio sonno. Poi ti ho sentito urlare e mi sono svegliato. Ti ho visto balzare in aria, urlando. Ti sei precipitato verso l'acqua, hai rovesciato la casseruola e hai cominciato a nuotare nella pozzanghera.”
“Don Juan ti ha portato dell'altra acqua. Ti sei seduto tranquillamente davanti alla casseruola. Poi sei saltato in piedi e ti sei tolto tutti i vestiti. Stavi inginocchiato davanti all'acqua, bevendo a grandi ; sorsate. Poi ti sei seduto a fissare il vuoto. Pensavamo che saresti rimasto lì per sempre. Erano quasi tutti addormentati, compreso don Juan, quando improvvisamente sei saltato di nuovo in piedi, ululando, e ti sei messo a inseguire il cane. Il cane si è spaventato, e ha ululato anche lui, e si è messo a correre dietro la casa. Allora tutti si sono svegliati.”
“Ci siamo alzati tutti. Tu sei ritornato dall'altra parte ancora inseguendo il cane. Il cane correva davanti a te abbaiando e ululando. Penso che devi aver girato venti volte intorno alla casa, correndo in cerchio, abbaiando come un cane. Temevo che la gente cominciasse a incuriosirsi. Non ci sono vicini qui intorno, ma il tuo ululare era così forte che avrebbe potuto essere sentito a miglia di distanza”.
Uno dei giovani aggiunse: “Hai catturato il cane e lo hai portato nel portico in braccio”.
John continuò: “Poi hai cominciato a giocare con il cane. Hai lottato con lui, e tu e il cane avete giocato e vi siete morsi a vicenda. Questo, penso, era divertente. Il mio cane di solito non gioca. Ma questa volta tu e il cane stavate rotolando l'uno sull'altro”.
“Poi sei corso all'acqua e il cane ha bevuto con te”, disse il giovane.
“Sei corso a bere con il cane cinque o sei volte”.
“Quanto tempo è durato?”, chiesi.
“Ore”, disse John. “A un certo momento vi abbiamo persi di vista tutti e due. Penso che dovete essere corsi dietro la casa. Vi sentivamo solo abbaiare e gemere. Assomigliavi talmente a un cane che non potevamo distinguervi l'uno dall'altro”.
“Può essere che fosse semplicemente il cane da solo”, dissi.
Risero, e John disse: “Eri là che abbaiavi, ragazzo!”.
“Che cosa è successo poi?”.
I tre si guardarono l'un l'altro, sembrava che non riuscissero a decidere che cosa era accaduto in seguito. Alla fine il giovane che non aveva ancora detto nulla parlò.
“Soffocava”, disse, rivolto a John.
“Sì, certamente, soffocavi. Hai cominciato a gridare in maniera molto strana, e poi sei caduto sul pavimento. Pensavamo che ti stessi mordendo la lingua; don Juan ti ha aperto le mascelle e ti ha versato dell'acqua in faccia. Poi hai cominciato di nuovo a rabbrividire e ad avere convulsioni.
Quindi sei rimasto immobile a lungo. Don Juan ha detto che era finito tutto. Era ormai mattina, così ti abbiamo buttato addosso una coperta e ti abbiamo lasciato a dormire sotto il portico”. A questo punto John si fermò e guardò gli altri uomini che stavano palesemente cercando di non ridere. Si rivolse a don Juan e gli disse qualcosa. Don Juan sorrise e rispose alla domanda. John si rivolse a me e disse: “Ti abbiamo lasciato sotto il portico perché temevamo che ti mettessi a pisciare in tutte le stanze”.
Risero tutti rumorosamente.
“Che cosa mi succedeva?”, chiesi. “Io...”.
“Tu?”, mi canzonò John. “Non volevamo dirlo, ma don Juan dice che è tutto regolare. Hai pisciato sul mio cane!”. “Che cosa ho fatto?”.
“Non penserai che il cane scappava perché aveva paura di te, forse? Il cane correva perché tu gli stavi pisciando addosso”.
A questo punto ci fu una risata generale. Cercai di interrogare uno dei giovani, ma stavano tutti ridendo e non mi udì.
John proseguì: “II mio cane si è preso la rivincita; anche lui ti ha pisciato addosso!”.
Questa affermazione era evidentemente divertentissima perché scoppiarono tutti dalle risate, compreso don Juan. Quando si furono calmati chiesi in tutta serietà: “È vero sul serio? È successo davvero?”. John replicò, sempre ridendo: “Ti giuro che il mio cane ti ha pisciato addosso”.
Tornando in macchina alla casa di don Juan gli chiesi: “È davvero successo tutto questo, don Juan?”.
“Sì”, mi rispose, “ma loro non sanno quello che hai visto. Non si rendono conto che stavi giocando con ‘lui’. È per questo che non ti ho disturbato”.
“Ma è vera questa storia del cane e me che ci pisciavamo addosso a vicenda?”.
“Non era un cane! Quante volte te lo devo dire? Questa è la sola maniera per capire. È la sola maniera! Era ‘lui’ che giocava con te”.
“Sapevate che stava accadendo tutto questo prima che ve lo dicessi?”.
Esitò per un istante prima di rispondere.
“No, ho ricordato, dopo che me lo hai raccontato, la strana maniera in cui guardavi. Sospettavo soltanto che stesse andando bene perché tu non mi sembravi spaventato”.
“Il cane ha veramente giocato con me come dicono loro?”.
“Maledizione! Non era un cane! ”.
Giovedì, 17 agosto, 1961
Dissi a don Juan quello che pensavo della mia esperienza. Dal punto di vista del lavoro che intendevo fare era stata disastrosa. Dissi che non mi interessava un altro ‘incontro’ del genere con Mescalito. Convenni che tutto quello che era successo era stato più che interessante, ma aggiunsi che nulla in ciò poteva veramente spingermi a ricercarlo di nuovo. Credevo seriamente di non essere tagliato per quel tipo di sforzo. Il peyote aveva prodotto in me, come reazione secondaria, uno strano tipo di disagio fisico. Era un timore indefinito e una indefinita infelicità; una malinconia di un qualche tipo, che non sapevo definire esattamente. E non trovavo alcunché di nobile in quello stato.
Don Juan rise e disse: “Stai cominciando a imparare”.
“Questo tipo di apprendimento non è per me. Non ci sono tagliato, don Juan”.
“Esageri sempre”.
“Non è un'esagerazione”.
“Lo è. La sola difficoltà è che esageri soltanto gli aspetti sfavorevoli”.
“Non ci sono aspetti favorevoli per quel che mi riguarda. Tutto quello che so è che mi fa paura”.
“Non c'è nulla di male nell'aver paura. Quando hai paura vedi le cose in modo diverso”.
“Ma non mi importa di vedere le cose in modo diverso. Penso che intendo abbandonare lo studio di Mescalito. Non riesco a tenerlo in mano. Per me è veramente una brutta situazione”.
“Naturalmente è brutta; anche per me. Non sei il solo a essere sconcertato”.
“Perché dovreste essere sconcertato voi, don Juan?”.
“Sono stato a pensare a quello che ho visto l'altra notte. Mescalito ha veramente giocato con te. Questo mi ha sconcertato, perché era un'indicazione (presagio)”.
“Che tipo di indicazione, don Juan?”.
“Mescalito ti indicava a me”.
“Perché?”.
“In quel momento non mi era chiaro, ma adesso lo è. Voleva dire che tu sei il ‘prescelto’ (escogido). Mescalito ti ha indicato a me, e nel far ciò mi ha detto che tu eri l'uomo prescelto”.
“Volete dire che io sono stato scelto tra altri per un qualche compito, o per qualcosa del genere?”.
“No. Quello che voglio dire è che Mescalito mi ha detto che tu potresti essere l'uomo che sto cercando”.
“Quando ve lo ha detto, don Juan?”.
“Giocando con te me lo ha detto. Questo ti rende per me il prescelto”.
“Che cosa vuoi dire essere il prescelto?”. , “Conosco dei segreti (Tengo secretos). Ho dei segreti che non posso rivelare a nessuno finché non trovo il mio prescelto. L'altra notte quando ti ho visto giocare con Mescalito mi è stato chiaro che tu eri l'uomo. Ma tu non sei un indiano. Che cosa sconcertante!”.
“Ma che cosa significa questo per me, don Juan? Che cosa devo fare?”.
“Ho deciso, e intendo rivelarti i segreti che costituiscono la fortuna di un uomo di conoscenza”.
“Intendete dire i segreti riguardanti Mescalito?”.
“Sì, ma quelli non sono tutti i segreti che conosco. Ce ne sono degli altri, di tipo diverso, che vorrei trasmettere a qualcuno. Io stesso ho avuto un maestro, il mio benefattore, e anch'io sono diventato il suo prescelto dopo il compimento di un certo fatto. Mi ha insegnato tutto quello che so”.
Gli chiesi ancora quali sarebbero state le esigenze di questo nuovo ruolo; disse che la sola cosa che comportava era imparare, imparare nel senso di ciò che avevo esperimentato nelle due sedute con lui.
La piega presa dalla situazione era ben strana. Avevo deciso di dirgli che intendevo abbandonare l'idea di imparare a conoscere il peyote, ed ecco che, prima che potessi veramente dire quello che intendevo, mi offriva di insegnarmi la sua ‘conoscenza’. Non sapevo che cosa intendesse con questo, ma sentivo che questa svolta improvvisa era molto seria. Dissi che non avevo qualifiche per un compito del genere, in quanto richiedeva un raro tipo di coraggio che io non possedevo. Gli dissi che il mio carattere mi portava a parlare di azioni compiute da altri. Volevo ascoltare i suoi punti di vista e le sue opinioni a proposito di tutto. Gli dissi che potevo essere felice se avessi potuto sedergli accanto e ascoltarlo parlare per intere giornate. Questo, per me, sarebbe stato imparare.
Ascoltò senza interrompermi. Parlai a lungo. Quindi disse: “Tutto questo è molto facile da comprendere. La paura è il primo nemico naturale che un uomo deve superare lungo il suo cammino verso la conoscenza. Inoltre, tu sei curioso. Questo mette le cose in pari. E imparerai a dispetto di te stesso. Questa è la regola”.
Protestai ancora un poco, cercando di dissuaderlo. Ma sembrava convinto che non ci fosse altro che io potessi fare se non imparare.
“Non stai pensando nella maniera giusta”, disse. “Mescalito ha veramente giocato con te. È a questo che devi pensare. Perché non ti soffermi su questo invece che sulla tua paura?”.
“È stata una cosa così insolita”.
“Tu sei la sola persona che io abbia visto giocare con lui. Tu non sei abituato a questo tipo di vita; quindi le indicazioni (i presagi) ti passano accanto senza che tu te ne renda conto. Tuttavia sei una per sona seria, ma la tua serietà è attaccata a quello che fai, non a quello che avviene fuori di te. Ti soffermi troppo su te stesso. Questo è il guaio. E questo produce una fatica terribile”.
“Ma che cosa altro posso fare, don Juan?”.
“Cercare e vedere le meraviglie tutto intorno a te. Ti stancherai di guardare solo te stesso, e quella stanchezza ti renderà sordo e muto per tutto il resto”.
“Avete un bel dire, don Juan; ma come posso cambiare?”.
“Pensa alla meraviglia di Mescalito che gioca con te. Non pensare a nient'altro: il resto verrà da sé”.
Domenica, 20 agosto, 1961
Ieri sera don Juan ha cominciato a guidarmi nel regno della sua conoscenza. Sedevamo al buio davanti alla casa. Improvvisamente, dopo un lungo silenzio, cominciò a parlare. Disse che intendeva consigliarmi con le stesse parole che il suo benefattore aveva usato il primo giorno in cui lo aveva preso come suo novizio. Don Juan aveva evidentemente imparato le parole a memoria, perché le ripeté diverse volte, per accertarsi che non ne perdessi nessuna.
“Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra, vigile, con timore, con rispetto, e con assoluta sicurezza. Andare alla conoscenza o andare alla guerra in qualsiasi altro modo è un errore, e chiunque lo fa vivrà per rimpiangere i suoi passi”.
Gli chiesi perché fosse così, e mi rispose che quando un uomo ha soddisfatto a questi quattro requisiti non ci sono errori che egli debba spiegare; in tali condizioni i suoi atti perdono l'aspetto goffo dell'atto di un folle. Se un tale uomo fallisce, o patisce una sconfitta, avrà perso solo una battaglia, e per questa non ci saranno penosi rimpianti.
Quindi disse che intendeva istruirmi su un ‘alleato’ nella stessissima maniera in cui gli aveva insegnato il suo benefattore. Diede molto risalto alle parole ‘stessissima maniera’, ripetendo più volte la frase.
Un ‘alleato’, disse, è un potere che un uomo può portare nella propria vita per ottenere aiuto, consiglio, e la forza necessaria per compiere azioni, sia grandi che piccole, sia buone che cattive. Questo alleato è necessario per intensificare la vita di un uomo, per guidare le sue azioni, e approfondire la sua conoscenza. In effetti un alleato è un aiuto indispensabile per il conoscere. Don Juan disse questo con gran forza e convinzione. Sembrava scegliere con cura le parole. Ripeté quattro volte la seguente frase: “Un alleato ti farà vedere e comprendere cose sulle quali nessun essere umano potrebbe forse illuminarti”.
“Un alleato è qualcosa di simile a uno spirito custode?”. “Non è né un custode né uno spirito. È un aiuto”. “Mescalito è il vostro alleato?”.
“No. Mescalito è un altro tipo di potere. Un 'potere unico! Un protettore, un maestro”.
“Che cosa è che rende Mescalito differente da un alleato?”. “Non può essere domato e usato come viene domato e usato un alleato. Mescalito è esterno. Sceglie di mostrarsi in molte forme a chiunque gli stia dinnanzi, senza curarsi se questa persona è un brujo o un garzone di fattoria”.
Don Juan disse con profondo fervore che Mescalito era il maestro del giusto modo di vivere. Gli chiesi come Mescalito insegnasse il ‘giusto modo di vivere’, e don Juan rispose che Mescalito mostrava come vivere.
“Come lo mostra?”, chiesi.
“Ha molte maniere per mostrarlo. Talvolta lo mostra sulla sua mano, o sulle rocce, o sugli alberi, o proprio davanti a te”.
“È come un'immagine davanti a te?”.
“No. È un insegnamento davanti a te”.
“Mescalito parla alla gente?”.
“Sì. Ma non a parole”.
“Come parla, allora?”.
“Parla a ognuno in modo diverso”.
Sentii che le mie domande lo infastidivano. Non domandai altro. Don Juan proseguì a spiegare che per conoscere Mescalito non esistevano dei passi determinati; quindi nessuno, se non Mescalito stesso, poteva insegnare qualcosa a proposito di se stesso. Questa qualità faceva di lui un potere unico; non era lo stesso per ognuno.
D'altra parte l'acquisto di un alleato richiedeva, disse don Juan, l'insegnamento più preciso e il seguire stadi o passi senza una singola deviazione. Disse che nel mondo ci sono molti poteri alleati del genere, ma che egli ne conosceva bene solo due. E intendeva guidarmi a loro e ai loro segreti, ma spettava a me scegliere uno solo di questi, perché potevo averne uno soltanto. L'alleato del suo benefattore era nella yerba del diablo (erba del diavolo), disse, ma a lui personalmente non piaceva, anche se il suo benefattore gliene aveva insegnato i segreti. Il suo alleato era nel humito (piccolo fumo), disse, ma non si dilungò sulla natura del fumo.
Lo interrogai su di esso. Rimase in silenzio. Dopo una lunga pausa gli chiesi : “Che tipo di potere è un alleato?”.
“È un aiuto. Te l'ho già detto”.
“Come aiuta?”.
“Un alleato è un potere capace di trasportare un uomo ai confini di se stesso. Questo è il modo in cui un alleato può rivelare cose che nessun essere umano potrebbe”.
“Ma anche Mescalito ti porta al di là dei confini di te stesso. Questo non fa di lui un alleato?”.
“No. Mescalito ti porta fuori di te stesso per insegnarti. Un alleato ti conduce fuori per darti potere”.
Gli chiesi di spiegarmi questo punto più dettagliatamente, o di descrivere la differenza di effetto tra i due. Mi guardò a lungo e rise. Disse che imparare attraverso la conversazione era non solo una perdita di tempo, ma anche una cosa stupida, perché imparare era il compito più difficile a cui un uomo potesse accingersi. Mi disse di ricordare la volta in cui avevo cercato di trovare il mio posto, e come volessi trovarlo senza fare nessuno sforzo perché mi aspettavo che lui mi fornisse tutte le indicazioni. Se lo avesse fatto, disse, non avrei mai imparato. Invece, sapere quanto fosse difficile trovare il mio posto, e soprattutto sapere che esisteva, mi avrebbe, dato un senso di sicurezza unico. Disse che finché rimanevo attaccato al mio ‘posto giusto’ nulla poteva farmi male fisicamente, perché avevo la certezza che in quel posto mi trovavo nelle mie migliori condizioni. Avevo il potere di allontanare tutto ciò che potesse essermi dannoso. Se, tuttavia, mi avesse detto dov'era, non avrei mai avuto la sicurezza necessaria per proclamarlo come vera conoscenza. La conoscenza, quindi, era davvero potere.
Don Juan disse che ogni volta che un uomo si accinge a imparare deve affaticarsi quanto mi ero affaticato io per trovare il posto, e i limiti del suo imparare sono determinati dalla sua natura. Quindi non vedeva alcuna utilità nel parlare della conoscenza. Disse che alcuni tipi di conoscenza erano troppo potenti per le mie forze, e parlarne mi avrebbe solo nuociuto. Evidentemente pensò che non c'era altro che volesse dirmi. Si alzò e si incamminò verso la casa. Gli dissi che la situazione mi schiacciava. Non era come l'avevo immaginata o come volevo che fosse.
Rispose che le paure sono naturali; che noi tutti le proviamo e che non possiamo farci nulla. Ma d'altra parte, non importa quanto possa essere terrificante imparare, è più terribile pensare a un uomo senza un alleato, o senza conoscenza.