Capitolo
quarto.
Dalla storia alla leggenda
Il cofano verde
Per la Santa Sede, il processo ai Templari era diventato una questione scabrosissima che si era conclusa nella primavera del 1312 con la posizione ambigua assunta da Clemente V: nessuna condanna contro l’ordine, ma anche nessuna continuità.
Il succo delle affermazioni papali si può riassumere in questi termini: la cristianità aveva ancora bisogno dei Templari e, se fosse stato libero di scegliere, il papa non avrebbe mai fatto alcuna mossa ai loro danni. Le contingenze storiche, tuttavia, avevano un profilo tale che era più prudente privarsi di quel braccio armato della Chiesa, anche considerando l’ormai innegabile evidenza che l’epoca delle crociate era tramontata.
Gerusalemme e il Santo Sepolcro giacevano in mano islamica da ben centoventicinque anni; e a dispetto degli innumerevoli tentativi patrocinati anche da uomini eroici e potenti come il re di Francia Luigi IX, tutto induceva a supporre che lo sarebbero rimasti a lungo. Erano trascorsi vent’anni da quella fatidica estate del 1291, quando era caduta anche la città di Acri, ultima roccaforte cristiana in Terrasanta; da allora, a parte un diluvio di discussioni e progetti, ben poco era stato fatto concretamente per cercare di riscattare il Santo Sepolcro.
Costretto ad archiviare la crociata, Clemente V archiviò di rimando la questione templare. Lo fece politicamente ma anche nel senso più letterale del termine: i documenti del processo vennero ordinatamente raccolti, siglati, classificati, quindi rinchiusi in un capiente cofano che le fonti ci dicono di colore verde (fatto quindi probabilmente di legno dipinto, o magari rivestito di cuoio tinto in quel colore).
Nella biblioteca pontificia si trovava anche un codice di piccolo formato contenente la regola dell’ordine:
Inoltre un piccolo libro scritto in francese e rilegato in cuoio rosso, contenente gli statuti dei Templari, che comincia nel secondo foglio con le parole come diur, e finisce nel penultimo con potest1.
Gli inventari medievali ci informano che il fondo (intitolato Super processu Templariorum) era composto da documenti molto diversi per autorità emanante, forma, materiale; oltre agli atti prodotti dalla Cancelleria apostolica, ovviamente, c’erano i resoconti delle inchieste avvenute nelle varie diocesi dell’orbe cristiano, le lettere giustificative dei prelati incaricati di dirigere gli interrogatori che si erano defilati con motivi autentici o pretestuosi, gli inventari dei beni rinvenuti nelle varie commende del Tempio. All’esterno, una dettagliata etichetta ne elencava compiutamente il contenuto:
Inoltre in un altro cofano verde rinforzato con ferro, a una sola serratura, segnato con la lettera Y, si trovano gli atti del processo svolto in tutto il mondo cristiano su ordine di papa Clemente V contro i capi e i frati della milizia del Tempio, che furono arrestati tutti insieme in un solo giorno come è scritto nella cedola affissa al cofano, che sarebbe complicato descrivere in dettaglio2.
Il papato aveva creato l’ordine e lo aveva favorito; nel momento della crisi, non aveva saputo tutelarlo affrontando i rischi che la sua difesa comportava. La vicenda del Tempio, l’esperimento più audace della Chiesa militante, si concludeva così con la chiusura di quel grande cofano verde in cui erano stipati i documenti che ne sancivano la fine. Da quel giorno, per molto tempo più nessuno se ne interessò. La Chiesa era pressata da ben altre emergenze.
Bloccata dapprima in territorio francese ma con forti velleità di rientro a Roma, la Santa Sede tornò in Italia soltanto nel 1377 per volontà dell’energico e sagace Gregorio XI, che pose fine al periodo della cosiddetta cattività avignonese.
La vittoria fu pagata a caro prezzo: l’elezione di un antipapa, Clemente VII (Roberto da Ginevra), aprì lo scisma d’Occidente che doveva durare quasi quarant’anni (1371-1417), generando una gravissima instabilità all’interno della Chiesa; i documenti, che sempre rispecchiano la vita delle istituzioni da cui derivano, mostrano tutto questo con drammatica evidenza3. Dopo la fine dello scisma seguì a breve la caduta di Costantinopoli, conquistata dai Turchi Ottomani nel 1453, con il conseguente vasto afflusso in Europa di intellettuali profughi dalla perduta capitale dell’impero greco. Il loro apporto orientò in modo potente la cultura verso lo studio delle antichità classiche, tratto distintivo dell’umanesimo. Il secolo XVI chiamò poi la Santa Sede a sfide estremamente impegnative: lo scisma protestante e le devastazioni del sacco di Roma, le guerre di religione che dilagavano in tutta l’Europa cristiana, la minaccia dei Turchi che premevano lungo le frontiere orientali, fermati a Lepanto nel 1571, ma anche l’impegno massimo per l’evangelizzazione del continente americano assorbirono ogni sua energia4.
I Templari potevano fornire un’allettante materia di studio per i cultori di storia, ma gli umanisti e i loro eredi del Rinascimento erano più interessati all’età classica, alla riscoperta della letteratura greca e romana, con un aggiuntivo disprezzo verso il buio medioevo che li indusse a snobbare la questione. In seguito, gli intellettuali furono impegnati massicciamente negli studi biblici: da una parte c’erano gli attacchi della cultura protestante che offriva della Sacra Scrittura una lettura contraria rispetto alla versione tradizionale, dall’altra la risposta cattolica. Soprattutto, la Chiesa della Controriforma era impegnata a combattere con ogni sua risorsa sul fronte del concilio di Trento, che durò vent’anni se consideriamo le date di apertura e di chiusura, ma molti in più ce ne vollero contro le resistenze diffuse per vedere messi in pratica i suoi decreti.
Chiarire l’oscura questione del processo ai Templari decisamente non rappresentava una priorità; ma qualcuno, nonostante tutto, s’interessò di loro.
Platina e i filosofi dell’occulto
Per oltre un millennio e mezzo, le carte prodotte e ricevute dai pontefici romani vennero custodite alla stregua di un archivio privato, sicuramente molto più grande ma non troppo diverso nella sostanza da quelli che si andavano formando ad esempio nelle case aristocratiche. Quando la Chiesa cominciò a possedere la fisionomia di uno Stato, ai documenti riguardanti la religione si unirono anche negozi amministrativi, patrimoniali e giudiziari; si trattava in ogni caso di incartamenti privati, accessibili agli impiegati della Curia ma pur sempre nello stretto ambito degli addetti ai lavori. Fra questi, naturalmente, ci furono uomini preparatissimi e di grande talento che si occuparono di usare quegli atti per ricostruire la vita millenaria della Chiesa nei suoi aspetti più salienti; l’oscura vicenda dei Templari, nati per difendere la fede cristiana ma paradossalmente processati per eresia, vi rientrava a pieno titolo.
Il celebre umanista Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, che nel 1475 fu nominato prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, compose una monumentale opera intitolata Liber de vita Christi ac omnium pontificum, nella quale ricostruiva la biografia dei papi fino ai suoi tempi. Ai Templari dedicò una menzione brevissima secondo ciò che doveva essere lo stereotipo corrente all’epoca, e che dunque oggi ha grande valore per capire quale fosse allora l’immagine diffusa fra le persone abbastanza fornite di tempo e denaro per interrogarsi sulle questioni storiche.
Platina li ritrasse come eroici guerrieri che fronteggiano il Saladino, ma in un certo senso quasi rivestiti di un’aura oscura; in sostanza si limitava ad offrire un cliché ambiguo come a suo tempo lo era stata la decisione presa da Clemente V nel concilio di Vienne, quando fece mettere nero su bianco che il processo non aveva fatto emergere prove concrete della loro eresia, ma in ogni caso pose fine alla loro esistenza. Le opinioni del papato sui Templari non erano dunque mutate, nella seconda metà del Quattrocento?
In quanto prefetto della Biblioteca Vaticana, il Platina doveva avere l’agio necessario per farsi un’idea accurata e ben documentata sull’argomento, esaminando le risultanze processuali racchiuse in quel grande cofano verde segnato negli inventari con la lettera Y. Questo però non accadde, e lo storico naturalmente deve chiedersi perché.
Forse cospirarono alla congiura del silenzio le propensioni culturali del grande umanista, che amava la Grecia e la Roma dei Cesari; ricostruire la verità in quel marasma di carte che è il processo templare risulta un lavoraccio, perché oltre alla mole dei testi da esaminare c’è il problema che i testimoni a volte ritrattano, e le fonti offrono di uno stesso fatto anche versioni che non coincidono. Per orientarsi in un simile labirinto bisogna possedere un certo istinto da segugio, ma più ancora aiuta una motivazione molto forte, essere ben armati di pazienza e di tempo a disposizione.
Può darsi che al Platina sembrasse un lavoro lungo, oneroso e poco interessante in vista della sua opera che doveva abbracciare un arco cronologico molto ampio. Il bibliotecario papale si accontentò dunque di riprodurre l’immagine vaga e tenebrosa che dei Templari aveva la sua epoca, valorizzando invece altri aspetti della storia cristiana, come per esempio le evidenze archeologiche e i monumenti, per i quali nutriva un’autentica passione5.
Diciamo pure che Platina nominò i Templari per mero scrupolo di completezza, perché tacere di loro avrebbe dato al suo lavoro un carattere lacunoso; ma per scrivere quanto scrisse, decisamente non aveva bisogno di svolgere ricerche fra le antiche risultanze processuali. Con ogni verosimiglianza non aprì nemmeno quel cofano verde, e si limitò a sintetizzare i dati presenti nelle cronache più celebri o nelle lettere pontificie.
Dopo il Platina, per reperire un altro brevissimo riferimento ai Templari occorre aspettare cinquant’anni, quando a partire dal 1531 il filosofo e astrologo tedesco Cornelius Agrippa da Nettesheim fece circolare in forma manoscritta e poi anche stampata i vari libri del suo trattato De occulta philosophia. Se Bartolomeo Sacchi citava l’ordine usando un certo cliché senza particolare scrupolo critico, Agrippa ne dava una lettura molto personale e trasformava così i frati guerrieri in potenti cultori di magia nera e scienze occulte; del resto la sua non era un’opera storica, bensì un trattato di magia, e l’aura oscura che durante il processo si era addensata intorno alla memoria dell’ordine estinto suggeriva all’autore una simile interpretazione6.
Naturalmente il De occulta philosophia influì in modo relativo nel formare l’immagine collettiva dei Templari, perché fu un’opera condannata anche nel mondo protestante e non circolò ampiamente fra le persone; in ogni caso, contribuì a rendere un poco più fosche le tinte con cui il mondo si figurava i discussi guerrieri del Tempio, che a livello popolare erano già stati ampiamente diffamati dalla strategia del processo imbastita dal Nogaret con la connivenza dell’Inquisizione.
Altri cinquant’anni dopo, nel 1584, Giordano Bruno pubblicava a Londra La cena de le ceneri. Immaginando un dialogo svoltosi proprio il giorno delle Ceneri, l’autore discuteva alcuni argomenti della teologia che riguardavano più strettamente il cosmo, elogiando le teorie copernicane. In modo allusivo, riferiva anche di un convegno segreto avvenuto proprio nella capitale d’Inghilterra, presso un non meglio specificato Tempio che doveva essere per i suoi lettori la chiesa di Temple Church, antico quartier generale dell’ordine situato nel cuore della City, ancor oggi visitabile:
A questo modo, avanzando molto di tempo e poco di camino, non avendo già fatta la terza parte del viaggio, poco oltre il loco che si chiama il Tempio, ecco che i nostri patrini, invece d’affrettarsi, accostano la proda verso il lido.
Li astri, per esserno tutti ricoperti sotto l’oscuro e tenebroso manto, e lasciandoci l’aria caliginosa, ne forzavano al ritorno.
Le cose ordinarie e facili son per il volgo ed ordinaria gente; gli uomini rari, eroichi e divini passano per questo camino de la difficoltà, a fine che sii costretta la necessità a concedergli la palma de la immortalità7.
Come Agrippa, Giordano Bruno non aveva alcuna intenzione di scrivere un’opera storica. Non faceva il minimo cenno alla vicenda dei Templari né al processo; ma il carattere esoterico di quell’incontro, fra uomini d’intelligenza superiore decisi a discutere di temi proibiti, l’ambientazione un po’ sinistra nel buio caliginoso della notte londinese, e soprattutto il fatto di trovarsi nell’antico sacello del Tempio, conferivano al passo un’atmosfera densa di mistero. In qualche modo, Bruno seguiva la suggestione lasciata dall’occultista tedesco, e vi aggiungeva a sua volta del fertile materiale.
Sono del resto gli anni in cui il panorama intellettuale inglese è dominato dalla figura di John Dee, favorito della regina Elisabetta I; grande esponente del Rinascimento britannico, ingegno poliedrico che s’interessava di tante cose diverse, era anche astrologo, occultista, alchimista e praticante di necromanzia8.
È un’epoca in cui si avverte anche una rinnovata curiosità per il Tempio di Salomone. In passato gli artisti ne avevano un’idea un po’ generica, basata sulla Cupola della Roccia di Gerusalemme, che Raffaello Sanzio pose come sfondo per Lo sposalizio della Vergine (conservato nella Pinacoteca di Brera, a Milano). In seguito diversi studiosi, ebrei ma non solo, cercarono di ricostruirne l’aspetto seguendo le indicazioni della Bibbia, ma anche con immancabile apporto di fantasia; il tratto comune a queste ricostruzioni è la grandiosità a volte anche un po’ esagerata, che riflette bene l’enorme valore simbolico e religioso dell’edificio9.
La memoria del santuario è sempre collegata al mito magico del suo regale costruttore, Salomone. In tutta Europa si diffonde il celebre trattato Clavicula Salomonis, riferito alla sapienza del mitico sovrano giudaico e alla sua capacità di dominare i demoni. Gli intellettuali protagonisti di questi decenni, come Elias Ashmole che fondò il nucleo primitivo del British Museum, erano appassionati di esoterismo; nel 1672 egli definiva i Templari come «le colonne principali che sostenevano il Tempio di Gerusalemme»10.
In un simile contesto culturale, ogni allusione ai Templari e a un incontro segreto fra uomini eroici e «divini» che vogliono trattare cose troppo elevate per essere rivelate al volgo non poteva che essere letta in chiave magica. Che Bruno finisse condannato al rogo, esattamente come l’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay, stabiliva fra i due personaggi una sorta di implicita, sinistra relazione.
Le ragioni della storia
Un’aria culturalmente diversa tirava invece sull’altra sponda del canale della Manica, in special modo a Parigi, dove solo un anno prima (1583) il filosofo e giurista Jean Bodin aveva citato i Templari nella sua opera maggiore, Les six livres de la Republique. Non diversamente da chi lo aveva preceduto, l’autore dedicava loro appena un rapido cenno; ciò che invece segna una differenza importante è il carattere radicalmente opposto del suo giudizio, uno stacco netto rispetto all’idea appiattita che l’Inquisizione aveva creato e il tempo consolidato, che cioè l’ordine templare forse non era proprio colluso con l’eresia, ma comunque rivestito di un carisma tenebroso, sì che la Chiesa aveva fatto bene a porre fine alla sua storia.
Jean Bodin ribaltava tutto ciò con una sentenza di piena assoluzione. L’attacco ai Templari era stato secondo lui una mera operazione di ciò che oggi diciamo Realpolitik, e che Machiavelli aveva definito «ragion di Stato»; in breve, obbediva al mero scopo di raggranellare quattrini per l’economia della Francia in serie difficoltà, non diversamente da quanto accadde agli ebrei in altre epoche.
I Templari furono vittime innocenti del potere oppressivo e tirannico:
La stessa accusa venne addossata ai Templari sotto il regno di Filippo il Bello, che ne fece bruciare molti sul rogo e soppresse tutte le loro comunità; i Tedeschi però hanno lasciato scritto che si trattò di pura calunnia, finalizzata a ottenere i loro vasti possessi e ricchezze. Lo stesso fu compiuto contro le comunità e le associazioni di Giudei, sia nella Francia sotto re Dagoberto, Filippo Augusto e Filippo il Lungo, sia più tardi in Spagna sotto Ferdinando re d’Aragona e di Castiglia, il quale, forte di una devozione spietata, li esiliò da tutto il regno e s’impadronì dei loro averi11.
Bodin non specificava chi fossero, questi «Tedeschi» che avevano definito pura menzogna le accuse lanciate contro i Templari dal re di Francia; è possibile tuttavia che l’autore avesse in mente i documenti fatti redigere da Peter arcivescovo di Mainz, che come Rinaldo da Concorezzo, arcivescovo di Ravenna, non era affatto convinto della colpevolezza dei Templari e così ordinò che i loro beni venissero inventariati in modo accurato, sì da agevolare la restituzione del patrimonio in caso di assoluzione12.
Jean Bodin scriveva dei Templari cose abissalmente diverse dagli altri perché ragionava in un’ottica storica, anche se il suo trattato aveva per tema la politica. Allora come oggi, non si può imbastire un’analisi politica senza considerare attentamente le istituzioni e il modo in cui interagiscono fra loro, alleandosi oppure entrando in conflitto; e la faccenda dei Templari era un terreno obbligato per questo genere di riflessioni, perché si poneva esattamente nel grande scontro fra il potere monarchico di Filippo IV, deciso a promuovere l’indipendenza dello Stato laico, e la teocrazia sostenuta da Bonifacio VIII per tradizione ecclesiastica e convinzione personale.
Bodin vide probabilmente i documenti del processo che si trovavano a Parigi, nell’archivio reale, quelli che a suo tempo erano stati prodotti dalla cancelleria di Filippo IV; ma esiste la possibilità almeno teorica che abbia potuto consultare anche quelli appartenenti all’archivio papale. Come vedremo, è altamente probabile che a quell’epoca il fondo si trovasse in terra di Francia.
Negli ultimi anni il patrimonio archivistico vaticano è stato indagato molto più che in passato, sono stati prodotti inventari basati su criteri moderni e più analitici, ma anche studi mirati a ricostruire la storia dei vari fondi nei suoi numerosi spostamenti, smembramenti e ricomposizioni. Disponiamo insomma di strumenti che un tempo non esistevano, e forse non sarebbero neppure stati concepiti in questi termini.
Esaminando gli inventari antichi, confrontandoli fra loro e seguendo la struttura dell’archivio papale nel corso del tempo, ci accorgiamo che il grande cofano verde del processo templare «sparisce» per quasi trecento anni, inabissato nel silenzio dei cataloghi che, per qualche motivo, non ne parlano affatto. Questa curiosa sparizione merita di essere seguita in dettaglio, perché può rivelarci molte cose.
Un lunghissimo esilio
Nel 1309, ormai consapevole che Filippo il Bello non gli avrebbe mai permesso di tornare a Roma, papa Clemente V fissò la Santa Sede in Avignone. Il pontefice fece ingrandire un palazzo preesistente trasformandolo in una residenza stupenda, adatta ai bisogni e al prestigio della Curia romana; tutto infatti lasciava intuire che i suoi successori sarebbero dovuti restare lì per un bel po’.
Nel periodo avignonese le carte della Camera Apostolica, i registri e gli altri documenti prodotti furono accatastati in vari locali di questa residenza, senza un vero criterio ma sistemandoli dove c’era posto; non esisteva ancora il concetto di un archivio come insieme di documenti separato dalla biblioteca, ma gli atti e i libri formavano una sola entità. Si cercava, nei limiti del possibile, di custodirli con cura, ma il concetto della fruizione come lo intendiamo oggi era estraneo ai curiali di allora; gli inventari erano semplici elenchi assolutamente laconici, quasi inservibili per le moderne esigenze di consultazione. Del resto, nessuno esaminava quei fondi, a meno che ciò non servisse per ripescare un antico privilegio capace di provare che la Chiesa aveva acquisito un certo diritto in questo o quel territorio.
Il cofano verde del processo ai Templari era alloggiato nella Torre della Tesoreria del palazzo avignonese, e così è regolarmente descritto nell’inventario del tardo XIV secolo; il mezzo fisico del contenitore garantiva l’unità del fondo, che probabilmente nessuno aprì per decenni. Le risultanze processuali infatti riguardavano una vicenda che era stata ormai definita, e non esistevano diritti che la Chiesa potesse rivendicare grazie alle carte lì comprese.
Tornata di nuovo a Roma la Santa Sede, superato il momento difficile dello scisma d’Occidente, la Chiesa entrò in una fase di maggior stabilità della quale i papi approfittarono per consolidare l’istituzione sotto ogni punto di vista; e per avere un’amministrazione più efficiente era di vitale importanza poter disporre di un archivio ben ordinato e gestito, dove fosse facile ritrovare gli atti di governo.
Così Sisto IV varava l’idea di formare un archivio pontificio autonomo e separato dalla ricca collezione di libri che componevano la bibliotheca secreta (l’aggettivo secretum è da intendersi «privato») dei papi, istituita da Niccolò V. Si decise sul momento di sistemare in locali appositi non già l’immane quantità di documenti (registri, rotoli di pergamena, diplomi imperiali e così via) che il papato aveva accumulato nei secoli, ma solo i pezzi archivistici più preziosi e ufficiali, che erano comunque tantissimi.
Si trattava di un lavoro complesso e molto oneroso, perciò la supervisione venne affidata proprio al Platina, che raccolse in un codice diplomatico i documenti principali, trascrivendo per intero quelli che riteneva più interessanti. Il lavoro utilizzava lo spoglio realizzato verso il 1472 da Urbano Fieschi di Lavagna, già protonotaro apostolico, ma né il Fieschi né il Platina fanno cenno agli atti del processo templare13.
Ciò non implica affatto che il fondo fosse andato smarrito; se una porzione abbondante di atti aveva trovato posto in Castel Sant’Angelo, il grosso dell’archivio papale rimaneva sull’altra sponda del Tevere, nel complesso dei Sacri Palazzi che proprio Sisto IV aveva fatto ampliare. Non esistevano indici o strumenti di ricerca paragonabili a quelli odierni, e per trovare un certo documento bisognava avventurarsi fra centinaia e centinaia di registri, sfogliare migliaia e migliaia di pagine.
Paolo V, un giurista raffinato e consapevole di quanto fosse importante per il governo poter trovare in tempi rapidi un certo atto durante una controversia, si rese conto che era necessario raccogliere l’intera mole dell’archivio pontificio in una sede unica, e poi lavorare a redigere inventari accurati. La nascita ufficiale dell’Archivio Segreto Vaticano si pone infatti solo nel 1612, sotto il suo pontificato, e fu una decisione presa per fini amministrativi, non culturali. Già due anni prima il papa aveva assegnato tre nuove stanze agli appartamenti del cardinale bibliotecario nelle cosiddette Sale Chigiane dell’Archivio, che erano rimaste disabitate dal 1607, quando morì il titolare Cesare Baronio, grande studioso di storia ecclesiastica14.
Le tre sale furono affrescate e munite di grandissime armadiature in pioppo, tuttora utilizzate per contenere i fondi di varie Nunziature e Legazioni Apostoliche; con altri colleghi, condivido il privilegio di avere la scrivania proprio in questo primitivo nucleo dell’Archivio. Pur formando una galleria, risultava comunque uno spazio irrisorio in confronto alla mole dei materiali da alloggiare, rimasti in altre sedi; in realtà sarebbero occorsi ancora decenni per la raccolta dei fondi più importanti, e secoli addirittura per raggiungere la struttura attuale dell’Archivio. Gli sforzi ingenti di Paolo V furono solo l’inizio15.
Durante questo lungo processo di raccolta, i materiali ancora rimasti nelle diverse residenze usate dalla Santa Sede, fra cui Avignone, furono convogliati a Roma per entrare finalmente a far parte della nuova struttura.
Cosa accadde al cofano verde che conteneva gli atti del processo ai Templari?
Quando la ricerca tace
Nel 1628 Giovanni Battista Confalonieri, prefetto dell’archivio di Castel Sant’Angelo, redasse un inventario degli Armaria superiora collocati nella grande sala circolare16. L’antica fortezza di età romana, nata in realtà come mausoleo dell’imperatore Adriano e poi usata dai pontefici a scopo difensivo, ospitava una parte importante dell’archivio papale, in un contenitore che gli inventari del tempo chiamano scrinio ferrato, una specie di ancestrale cassaforte.
Ancor oggi i visitatori di Castel Sant’Angelo, ormai di proprietà della Repubblica italiana, sono incuriositi dai possenti forzieri antichi che un tempo custodivano monete d’oro e gioielli; è comunque possibile che per scrinio ferrato si intendesse la stanza intera, visto che la chiude un pesantissimo portone di legno rinforzato da lamine di ferro con borchie, e solidi chiavistelli. La qualità degli atti lì custoditi, fra i quali numerosi privilegi imperiali muniti di grandi sigilli d’oro massiccio, giustificava quella cautela17.
Numerose pergamene appartenenti al processo dei Templari compaiono nell’inventario del Confalonieri (nella sezione segnata Archivum Arcis, Armarium D, 207-230), che fornisce una descrizione del fondo molto stringata, ma abbastanza chiara da farci capire cosa aveva davanti l’archivista; però nel suo inventario non si menziona più il cofano verde: quindi l’unità era stata smembrata. Gli originali delle varie inchieste, per lo più rotoli di pergamena, risultano ancora presenti, anche se sono una minoranza rispetto a quelli che dovevano esistere agli inizi del Trecento. E non c’è più traccia dei fascicoli cartacei un tempo racchiusi in sacchetti di lino, secondo l’uso del tempo, che erano con ogni verosimiglianza le copie delle varie inchieste svolte nei regni cristiani e inviate alla Santa Sede.
Alcuni frammenti di quelle copie cartacee li troviamo oggi rilegati con altro materiale eterogeneo nella serie dei Registri avignonesi, che sono in prevalenza codici fattizi di carta contenenti soprattutto documenti della Camera Apostolica frammisti a parti di registri di suppliche e altro materiale di risulta. Le rilegature sono moderne e la loro forma segue presumibilmente quella più antica, ma è possibile che da Avignone ritornassero in realtà tanti fascicoli sciolti, ancora da rilegare. Le difficoltà politiche del periodo avignonese, specie durante i primi due decenni, fecero sì che la documentazione venisse ammassata in condizioni precarie, sempre con l’idea che il papato stesse per tornare a Roma entro breve tempo. Questa fase caratterizzata dalla provvisorietà durò a lungo, circa settant’anni (1309-1378), durante i quali la Curia continuava a produrre una grande quantità di carte ogni singolo giorno; i funzionari facevano il possibile per tenere bene la documentazione antica, ma quella recente aveva la precedenza nei loro pensieri, perché lì c’erano scritti negozi politici, giuridici e diplomatici di viva attualità18.
Quando nel febbraio 1374 Gregorio XI annunciò la ferma volontà di rientrare a Roma, i conflitti allora in atto consigliavano di rendere i preparativi per la partenza quanto più rapidi possibile, perciò i materiali accumulati dall’attività della Curia furono rilegati alla svelta, secondo criteri sommari. E molti altri, probabilmente, si decise di trasportarli esattamente com’erano, cioè ancora sciolti, chiusi nei sacchetti di tela19.
Quando dunque fu aperto quel cofano verde in cui Clemente V aveva fatto racchiudere la scabrosa verità sul caso dei Templari?
Non abbiamo certezze al riguardo; per il momento sappiamo soltanto che il fondo era unito e ben protetto dal contenitore ancora oltre la metà del XIV secolo, e che di esso invece non si fa più menzione negli inventari redatti in seguito. Per ritrovare cenni a quelle carte bisognerà aspettare quasi trecento anni.
Cosa accadde?
Il viaggio per tornare da Avignone fu lungo e travagliato, durò dal settembre 1377 al febbraio 1378 e fra l’altro venne funestato da varie tempeste20; forse la cassa di legno andò danneggiata durante le tante tappe del tragitto, ma questo non avrebbe comportato la perdita dei materiali, che potevano essere deposti in un altro cofano nuovo.
Allo stato attuale delle nostre conoscenze, l’ipotesi più probabile è che il fondo del processo ai Templari tornò in Vaticano molto tempo dopo il rientro dei papi a Roma, compreso in quella parte dell’archivio pontificio che era rimasta in Avignone perché, tutto sommato, conteneva documenti meno necessari al governo e alle necessità correnti della Chiesa. Il silenzio del Platina potrebbe non dipendere soltanto dal fatto che entrare nell’argomento poteva comportare una digressione eccessiva nel suo già titanico lavoro sulle vite dei pontefici; forse il motivo è più semplice: il bibliotecario papale non aveva fisicamente a disposizione i documenti del processo.
Il grande cofano verde chiuso dai funzionari di Clemente V e non più aperto per molto tempo in qualche modo è la chiave per capire come nacque la leggenda nera dei Templari.
Proprio nel lasso di tempo che corre dall’inventario avignonese a quello del Confalonieri (dalla fine del Trecento ai primi decenni del Seicento), nel pensiero collettivo d’Europa prese corpo il mito oscuro intorno all’ordine estinto. Per essere più precisi, il materiale già esisteva, perché l’immaginario collettivo era già stato ampiamente impressionato dalla strategia diffamatoria del processo, dai verbali dell’Inquisizione; solo che in quel periodo la questione ricevette, per così dire, dignità letteraria, sancita nelle opere di uomini illustri che erano intellettuali molto in vista e – almeno due di loro – giudicati molto esperti in fatto di cose occulte.
La leggenda nera uscì dalle speculazioni teosofiche di uomini come Agrippa e Giordano Bruno, mentre gli intellettuali, tra i quali il Platina, si trinceravano dietro un giudizio laconico e ambiguo, dal sapore fortemente reticente. Ma quella stessa reticenza da parte del Platina, colui che si presumeva sapere tutto perché custode dei segreti pontifici, era una specie di omertà colpevole che avvalorava con il silenzio le suggestioni tenebrose circolanti.
Il mito dunque nacque proprio nell’epoca in cui la ricerca decadde perché si verificò questa «scomparsa» delle fonti d’archivio; verrebbe da pensare che le due cose siano in stretta relazione fra loro.
Quanto alla permanenza di quel cofano verde lontano da Roma, sarebbe molto interessante capire la dinamica di questo ritardo; ci fu un criterio in base al quale certi fondi dell’archivio papale vennero riportati a Roma subito, alla fine del Trecento, e altri invece restarono per così dire in esilio ancora per molto tempo?
Per ora non possiamo rispondere, e l’idea pragmatica che si facessero arrivare subito i fondi necessari al governo della Chiesa, come i registri pontifici e i materiali più recenti, tralasciando invece gli altri, non sembra soddisfare del tutto; non si capisce, per esempio, quale utilità corrente potessero avere degli antichissimi privilegi apostolici, scritti addirittura su papiro, risalenti all’epoca carolingia, fra i quali ce n’era uno, emanato da un papa di nome Sergio, dove ormai la scrittura nemmeno si leggeva più. Eppure questi cimeli figurano con altri documenti per così dire «inutili» nell’inventario del 1472, probabilmente scritto da Urbano Fieschi21.
In attesa che la ricerca ci dia maggiori certezze, vale la pena ricordare un fatto simile avvenuto circa due secoli dopo, una curiosa «detenzione» di alcuni documenti che forse può offrirci spunti interessanti.
L’archivio pontificio subì infatti una seconda deportazione agli inizi dell’Ottocento, dopo che Napoleone occupò Roma e prese in ostaggio papa Pio VII. Durante la sua permanenza in Parigi il fondo del processo ai Templari venne sottoposto a una nuova catalogazione difforme rispetto a quella originaria: lo si vede dalla segnatura formata da tre E maiuscole in sequenza che ancora si legge sul verso di alcune pergamene (EEE), la quale non si ritrova in tutti i pezzi membranacei, né sui registri formati da fascicoli di carta (a meno che, ovviamente, non fosse stata apposta sulla rilegatura esterna).
Poi Pio VII tornò a Roma e, dopo di lui, anche i documenti del papato. Con la Restaurazione e il ritorno in Vaticano i documenti furono ricollocati al loro antico posto; l’apertura al pubblico dell’Archivio Segreto, voluta da papa Leone XIII ed avvenuta nel 188122, rese necessari ampi lavori di risistemazione dei vari fondi; e così, fra il 1909 e il 1912, l’archivista Vincenzo Nardoni realizzò un nuovo, dettagliato inventario dei materiali custoditi nell’Archivio di Castel Sant’Angelo, al quale il fondo super processu Templariorum apparteneva dal 1628. Purtroppo, il Nardoni dovette constatare che diversi pezzi contemplati negli inventari antichi mancavano ormai da molto tempo23.
Gli uomini dei secoli andati nutrivano per i Templari una curiosità nient’affatto inferiore a quella del nostro tempo. Cercavano di raggiungere i documenti laddove erano deposti. Frugavano, consultavano; e, quando possibile, ne sottraevano dei pezzi. Vediamolo in dettaglio.
Di nuovo in Francia!
Nel febbraio 1810, in una Roma avvilita dall’assenza del papa – Pio VII era stato deportato dai soldati francesi nell’estate precedente –, si diffuse una notizia sconcertante: Napoleone aveva emanato un decreto sull’occupazione degli archivi pontifici. Insieme alle migliaia di volumi antichi e rari della Biblioteca Apostolica, i documenti che i papi avevano accumulato per quasi duemila anni dovevano viaggiare fino a Parigi. Il Bonaparte intendeva alloggiarli a Palazzo Soubise, in attesa di farli confluire nel grande Archivio Centrale dell’impero, situato nel Campo di Marte24.
Quando già le molte migliaia di libri, pergamene e faldoni erano state sistemate e il convoglio si preparava a lasciare l’Urbe, due generali francesi pretesero di schiodare le casse, cercando oggetti particolari. Così narra l’evento don Marino Marini, che affiancava lo zio Gaetano, allora prefetto dell’Archivio Pontificio e di Castel Sant’Angelo:
S’incominciarono ad incassare i Volumi delle Bolle; il Padre Altieri ed io presedevamo a questa operazione, previo il permesso di Monsig. Maggiordomo; e se allora i nostri occhi non si sciolsero in lagrime, cagion ne fu lo smarrimento che impediva dar luogo a riflessione. Miollis chiese la Bolla di Scomunica contro Napoleone: Radet fece ricerca de’ processi dei Templari: Altieri credé non dover ricusar loro que’ documenti: e come negarli, se gli Archivi interi erano in potere della forza loro?25
Così dunque le casse già stipate di volumi e faldoni vennero buttate all’aria sotto lo sguardo degli interdetti funzionari apostolici. Miollis trovò e requisì la bolla Quum memoranda (10 giugno 1809) con la quale il Bonaparte era stato estromesso dalla comunione della Chiesa, mentre il barone Radet s’impadroniva degli atti che formavano il complicato affaire del Tempio. I documenti templari appartenevano a una lista che comprendeva anche gli atti del processo a Galileo Galilei e il celebre Liber diurnus, ovvero il più antico repertorio di formule in uso nella Cancelleria apostolica26.
Questi pezzi erano oggetto di speciali direttive imperiali: viaggiarono in un plico separato, una sorta di ‘scrigno’ archivistico per una selezione di testimonianze giudicate di valore nettamente superiore al resto. Il pacco era diretto a un esponente di primo piano nel governo napoleonico, il ministro dei Culti conte Bigot de Préameneu, il che farebbe supporre che i pezzi isolati servissero per imbastire una qualche strategia politica sui rapporti fra potere laico e religioso27.
A muovere il Miollis erano istanze squisitamente politiche; sequestrando un documento così compromettente, eliminava le tracce di una condanna apostolica capace di ledere l’autorità del potere imperiale o, quanto meno, di porlo in serio imbarazzo. Benché in un contesto sociale e culturale come quello che regnava in Francia dopo l’Illuminismo e la Rivoluzione, il Bonaparte desiderava passare per un capo carismatico; non era un obiettivo facile da raggiungere se il Vicario di Dio in terra, come il papa continuava ad essere largamente considerato dalla gente comune, vi si opponeva lanciando contro l’imperatore addirittura un anatema. In fin dei conti, Napoleone aveva preso la corona imperiale in Notre-Dame a Parigi, cuore ecclesiastico della Francia e simbolo della sua spiritualità; era accaduto in presenza del sommo pontefice romano, che aveva benedetto le sue insegne con una ritualità in fondo non troppo distante – mutatis mutandis – da quella con cui i vescovi dell’alto medioevo benedivano le armi imperiali28.
La consegna data al Miollis circa la Quum memoranda è perciò facilmente comprensibile, forse addirittura scontata; non altrettanto si può dire per l’altra ricerca, quella compiuta dal barone Radet. Aveva anch’egli ricevuto precise istruzioni da Parigi o invece agiva di sua iniziativa, sfruttando l’intervento dell’altro generale che andava buttando all’aria i documenti ormai stipati nelle casse?
La mole dell’archivio papale era già a quel tempo impressionante, e annoverava testimonianze di enorme valore storico, oltre a un numero considerevole di diplomi imperiali capaci di apparire preziosi anche ai profani perché portavano appesi pesanti sigilli d’oro. Eppure, il barone francese non se ne curò. Solo gli atti del processo ai Templari sembravano rilevanti.
Per quanto sappiamo, il generale Radet non sequestrò l’intero fondo che portava il titolo super processu Templariorum. Requisì soltanto il pezzo che aveva un aspetto più appariscente, che dunque ai suoi occhi poteva verosimilmente contenere le informazioni principali: è il grande rotolo lungo oltre 50 metri con gli atti dell’inchiesta tenuta in Parigi da alcuni commissari apostolici nel 1310-1311, derivato dalle minute originali usate dai funzionari di cancelleria di Filippo il Bello29.
Lo storico sa bene che i documenti preparatori, ad esempio le minute ricche di correzioni e note marginali, offrono molte più informazioni rispetto all’atto originale, la ‘bella copia’ passata attraverso tante revisioni che hanno eliminato quanto non doveva essere detto per ragioni spesso legate all’ideologia o alla diplomazia; ma il generale non era uno storico. Il gran rotolo di Castel Sant’Angelo, così voluminoso e inconsueto, era sempre stato custodito nei fondi pontifici, sostanzialmente inaccessibili; ciò bastò a Radet per arguire che proprio lì dentro, in quel lunghissimo involto scritto in un’antica grafia impenetrabile ad un occhio profano, fossero racchiusi contenuti di carattere misterioso.
Fosse stato un po’ più esperto di storia templare, avrebbe potuto risparmiarsi la fatica del sequestro; le risultanze processuali erano reperibili anche a Parigi, e in abbondanza. L’udienza testimoniata dal grande rotolo vaticano si trova infatti anche nel manoscritto latino 10919 della Bibliothèque Nationale, di cui Jules Michelet fornì l’edizione a metà Ottocento. È una copia cartacea autenticata che originariamente si custodiva nel tesoro di Notre-Dame; nel secolo XVI, secondo Michelet, apparteneva alla biblioteca di Barnabé Brisson, nominato presidente del Parlamento nel 1589, per poi passare nelle mani di M. Servin e in seguito di Achille Harlay de Sancy, che verso la metà del XVIII secolo lo consegnò ai benedettini di Saint-Germain-des-Prés. Fortunatamente scampato all’incendio che colpì l’abbazia nel 1793, il manoscritto entrò nella Bibliothèque Royale, nel fondo Harlay n. 4930. Sempre a Parigi, presso gli Archivi reali, si trovava anche il ponderoso rotolo di pergamena, composto da 44 membrane e lungo oltre ventidue metri (m 22,37x0,38), contenente le confessioni rilasciate dai Templari di Parigi subito dopo l’arresto, nell’ottobre 1307, e numerosi altri documenti processuali.
Queste antiche testimonianze sui Templari restavano comunque oggetti noti agli studiosi, a quella cerchia di persone che conoscevano i fondi di archivi e biblioteche, che sapevano decifrare le complesse scritture medievali e che si riunivano in simposi e accademie. I profani, i dilettanti e gli autodidatti non potevano che fissare con ammirazione e cupidigia quelle pagine più o meno indecifrabili, lasciando che la fantasia corresse a briglia sciolta colmando a furia di congetture le inevitabili lacune dovute alla loro ignoranza.
Il barone Radet era un uomo di guerra, non di lettere; al grande rotolo vaticano, rimasto inviolato per secoli, guardava già con gli occhi pieni di leggenda.
Il fascino irresistibile del segreto
Nella capitale francese si poteva anche reperire un’autentica rarità: un codice degli Statuti templari, appartenuto alla raccolta privata del cardinal Mazzarino31.
L’eminente porporato che aveva legato il proprio nome a quello della Francia non era certo il solo cui la ricchezza e il potere avessero concesso il lusso di procurarsi uno dei rarissimi codici originali appartenuti all’ordine del Tempio. In tutta Europa (e non solo) i manoscritti appartenuti ai misteriosi frati guerrieri erano molto ricercati nel circuito del mercato antiquario; immaginati come arcani repositori di segreti, erano ancora più ambiti in quanto ne esistevano solo pochissimi esemplari.
Già nel medioevo la loro circolazione era stata limitata in modo drastico; per tutelare il rigido segreto che circondava la vita dell’ordine come una muraglia era vietato a tutti i membri possedere anche solo brevi estratti della normativa, che solo i precettori e i dignitari con funzioni di comando potevano custodire. A suo tempo, la strategia di Nogaret aveva sapientemente sfruttato il fatto che ne esistessero pochissimi manoscritti. Gli esemplari oggi noti sono legati a nomi di uomini celebri e famose dinastie. Uno dei più importanti si trova a Roma, presso l’Accademia Nazionale dei Lincei, dove giunse dalla raccolta privata del principe Corsini32; se ne conoscono altri a Londra, proprietà di sir Robert Bruce Cotton (1571-1631) e Henri Savile (1549-1622), a Praga33, dal fondo del diplomatico ceco Lobkowicz, collezionista di Rudnicz alla fine del secolo XVIII34, a Baltimora, appartenuto a Jean-Baptiste Barrois di Lille (ca. 1785-1855)35, e potrebbero esistere altri ancora, magari non noti alla comunità scientifica.
Il prezzo di questi codici doveva essere ingente, probabilmente superiore a quello di altri manoscritti ugualmente antichi, ma di contenuto diverso; il nome dei possessori mostra chiaramente che si muovevano nell’ambiente delle élites sociali. Nel manoscritto Cotton gli Statuti del Toson d’Oro seguono il testo latino della regola templare; il codice venne chiaramente assemblato in un milieu di facoltosi nobili eruditi, appassionati di questioni cavalleresche. L’alta società dei secoli XVII e XVIII nutriva una specie di mania per la cavalleria medievale; in Epernay, nel 1737, il cavaliere scozzese Andrew Michael Ramsay tenne un celebre discorso presso la loggia massonica San Giovanni, nel quale asseriva che le origini della massoneria dovevano rimontare ai tempi delle crociate.
In quel momento le logge massoniche, attive già da molto tempo, vivevano il passaggio dalla cosiddetta massoneria operativa, formata cioè da corporazioni di artigiani, a quella speculativa, che attirava membri della nobiltà e della maggiore borghesia; Ramsay non aveva fatto nessun cenno ai Templari, ma la possibilità che le origini massoniche fossero nobili ed elevate seduceva profondamente i sodali di illustre estrazione sociale, molto più che non la certezza di derivare da una specie di sindacato operaio ante litteram. La suggestione lavorò nella cultura del tempo; e supponendo che la prima massoneria fosse stata composta da nobili cavalieri, sembrava scontato che fra loro ci fossero i Templari, il nerbo della cavalleria crociata36.
L’idea ebbe sviluppi ulteriori in Germania, dove i massoni ripresero la teoria di Ramsay ricavandone una specie di equazione lineare: visto che i Templari avevano occupato il Tempio di Salomone, luogo denso di mistero e di magia, era impossibile che non si fossero impadroniti di particolari conoscenze occulte ancora custodite in quel luogo speciale. In questo modo, l’antico ordine del Tempio fu identificato con il nucleo originario dell’ideale massonico. La tradizione massonica ha del resto un concetto proprio della storia, nel quale non è possibile addentrarci perché comporterebbe una lunga digressione; in breve, attribuisce al mito grande dignità e valore considerandolo un prezioso repositorio di verità nascoste, benché frammiste a una certa parte di invenzioni37.
In Francia, più che altrove, il revival dei Templari era vissuto con un deciso sentimento di appartenenza nazionale. Non era forse a Parigi che il potente ordine aveva edificato il suo quartier generale d’Occidente? Non era a Parigi che l’eroico Gran Maestro Jacques de Molay aveva trovato la morte sul rogo? E Filippo il Bello, il grande nemico del Tempio, non regnava forse sul trono di Francia?
Napoleone era molto attento a ciò che si muoveva intorno ai Templari, vuoi per un sincero interesse personale, vuoi per opportunismo politico. Ne abbiamo la prova grazie a un fatto alquanto curioso, che accadde mentre l’imperatore si trovava sul campo di Pultusk, alla vigilia della battaglia che lo avrebbe condotto al culmine della sua ascesa. Si avvicinava il Natale dell’anno 1806, quando il Bonaparte ricevette un dispaccio da un funzionario di Polizia che gli scriveva da Parigi per inviargli il testo di un’opera teatrale scritta da un avvocato francese appassionato di studi storici, tale François Raynouard. Era una tragedia intitolata Les Templiers, e metteva in scena la drammatica fine dell’ordine secondo una lettura che oggi diremmo filologica, cioè basata sul dettato delle fonti antiche. Una visione molto lontana dall’immagine leggendaria in voga in quegli anni; deprivata di ogni mistero, spogliata del suo immancabile alone magico, la versione del Raynouard riduceva l’intera vicenda del processo a una prosaica questione di denaro. La ragion di Stato contro la giustizia; la forza bruta e la tortura assurte al rango di mezzi leciti per ottenere una vittoria necessaria alla sopravvivenza della Francia. Napoleone rispose al suo sottoposto che l’opera non gli spiaceva, ma biasimava l’autore per il modo in cui aveva trattato il personaggio di Filippo il Bello; non era opportuno, secondo il Bonaparte, sottolineare in modo così aperto il ricorso alla tortura. Raynouard avrebbe dovuto dipingere il sovrano con tinte meno fosche, come un uomo che un tragico destino costrinse a compiere gesti estremi.
Forse Napoleone cominciava a provare ammirazione verso Filippo il Bello, e in capo a qualche anno ne avrebbe emulato – stavolta con successo – l’impresa di arrestare il sommo romano pontefice per deportarlo in territorio francese; è verosimile che l’imperatore volesse essere avvisato di tutto ciò che riguardava i Templari, se l’intendente decise di inviargli il testo di quell’opera teatrale, che lui lesse nel gelo dell’accampamento alla vigilia di Pultusk, onde poi spedire subito a Parigi le relative disposizioni. Perché tale premura?
La risposta, ovviamente, non aveva a che fare con questioni soltanto culturali.
In cerca delle proprie radici
Il 18 marzo 1808, anniversario del giorno in cui quasi cinquecento anni prima era stato giustiziato l’ultimo Gran Maestro, fu celebrata una solenne messa di requiem in onore di Jacques de Molay nella chiesa parigina di Saint-Paul, vicina al luogo dove il capo dei Templari era stato tenuto prigioniero. La cerimonia era voluta dal gruppo neotemplare dei Chevaliers de la Croix, un’organizzazione abbastanza presente a Parigi e sul territorio francese, fondata nel 1805 dal Grande Oriente di Francia; scopo dell’organizzazione era ricostituire l’antico ordine del Tempio, che secondo i Cavalieri ben presto sarebbe ritornato alla luce del sole. Ne era Gran Maestro Bernard-Raymond Fabré-Palaprat, un uomo di estrazione modesta, nato a Cordes (Tarn) nel 1775, che aveva trascorso alcuni anni in seminario a Cahors, per poi abbandonarlo e dedicarsi agli studi scientifici. Con lui c’erano diversi sacerdoti cattolici, come Lacossey, Vié-Césarini e Châtel, oltre all’anziano abate Pierre Romains-Clouet, insignito del titolo di canonico a Notre-Dame e di primate dell’ordine; formavano una Chiesa autonoma, in rotta con quella cattolica, poiché già Clemente XII aveva sancito la scomunica contro chiunque aderisse alle logge massoniche (In eminenti, 28 aprile 1783), e la censura era stata ribadita da Benedetto XIV (Providas, 17 maggio 1751) e in seguito anche da Pio VII. Gli ufficiali indossavano sontuosi costumi di ispirazione medievale, ed esibivano reliquie introvabili, come le ossa del Gran Maestro Molay o la spada del Delfino d’Alvernia, che allora si riteneva essere morto sul rogo con lui38.
Molti fra i Chevaliers de la Croix appartenevano alla più alta nobiltà di Francia, e non è un caso se, come si dice, alla cerimonia presenziò in veste semiufficiale un distaccamento delle truppe imperiali. Secondo Peter Partner, il governo forse incoraggiò i neotemplari per dare maggiore lustro alle associazioni massoniche che potevano risultare utili; nonostante il fasto delle liturgie, e l’aspetto sontuosamente cattolico delle cerimonie, il gruppo di Fabré-Palaprat perseguiva ideali politici, più che religiosi. Inoltre, aveva due assi nella manica capaci di conferirgli un prestigio fuori dal comune, e di conseguenza, una maggiore potenza di attrarre persone facoltose, nobili, influenti39.
Nel 1804, dunque un anno prima che il Grande Oriente di Francia riconoscesse i Chevaliers come una propria branca, un membro del gruppo, Charles Ledru, rese nota agli altri l’esistenza di una testimonianza straordinaria, capace di provare che l’ordine dei Templari non si era affatto estinto con il processo: al contrario, era sopravvissuto alla censura della Chiesa, vivendo per secoli in clandestinità. Il possessore di questa testimonianza straordinaria era figlio del dottor Nicholas Ledru, persona ben nota a Parigi e anche stimata; era stato archiatra del defunto Luigi XVI, e teneva aperta una bottega dove vendeva pregevoli giochi di illusionismo e automi di sua invenzione, richiesti dai ricchi clienti per animare le proprie serate in società.
La prova presentata da Charles Ledru era una pergamena che recava la data dell’anno 1324 e risultava scritta su ordine di un certo Iohannes Marcus Larmenius, Gran Maestro dei Templari dopo Jacques de Molay e da lui designato per continuare l’ordine; dal nome latinizzato del personaggio, il documento è noto come Carta di Larmenius. L’atto conteneva una lista dei Gran Maestri, i quali avevano addirittura apposto la propria firma autografa; e il successore di Larmenius, Thomas Theobald di Alessandria, appena assurto al magistero aveva lanciato l’anatema contro i Templari scozzesi, in tal modo privati di ogni legittimità.
L’autore sarebbe stato dunque un templare di origine orientale, più precisamente armena, come il nome sembra indicare (Larmenius come possibile corruzione dal latino armenus?), compagno di prigionia dell’ultimo Gran Maestro Molay nei mesi prima del rogo. Da Molay, l’armeno avrebbe ricevuto il mandato di continuare l’ordine del Tempio, nonostante il processo e il decreto papale che lo scioglieva.
Ma chi era costui?
Sappiamo che i Templari avevano molte installazioni in Armenia, una regione di transito verso la Terrasanta, e dunque preziosa per ragioni strategiche. Una provincia con questo nome compare negli Statuti gerarchici, la parte più antica della normativa templare, e questa terra mantenne sempre stretti rapporti con l’ordine, fino alla sua fine. Ancora nel 1306, Jacques de Molay si faceva latore presso papa Clemente V di certi timori che gli armeni nutrivano nei confronti di re Filippo il Bello e che gli avevano confidato: il sovrano aveva preso solennemente la croce per emulare suo nonno Luigi IX, il re santo, morto a Tunisi nell’agosto 1270 proprio mentre stava cercando di riscattare Gerusalemme. Tuttavia, gli armeni temevano che i francesi covassero la segreta intenzione di attaccarli e conquistare le loro fortezze, anche se erano cristiani come loro.
Che ai tempi del processo l’ordine del Tempio contasse uomini di origine armena è non solo plausibile, ma anche molto probabile; può darsi che ve ne fosse qualcuno di nome Marco. Oltre questi punti fermi, ci si sposta su un terreno minato dall’incertezza, per il quale le fonti non offrono elementi di prova.
Non risulta nessun frate con questo nome fra gli uomini che comparvero al processo, di cui oggi conserviamo un migliaio di testimonianze. Alcuni documenti del processo sono sicuramente andati smarriti nel corso dei secoli: come già detto, l’Archivio Segreto Vaticano ne lamentava la scomparsa già nell’inventario del Nardoni nel 1912. Sappiamo inoltre che molti Templari si sottrassero alla cattura con la fuga, specie fuori dai confini della Francia, dove i governanti non avevano la stessa urgenza di Filippo il Bello di impadronirsi degli uomini e sequestrare i loro beni.
Sparsi fra l’Europa e il Medio Oriente, i Templari erano sicuramente più di quelli processati; di molti non abbiamo notizie. L’abate Ludolfo di Sudheim, viaggiando in Terrasanta verso la metà del Trecento, ebbe la ventura di incontrare lungo le rive del Mar Morto due uomini anziani che erano stati Templari; avevano mogli e figli, vivevano lavorando al servizio del sultano, erano tagliati fuori da qualunque comunicazione con l’Occidente, al punto da non sapere nemmeno che l’ordine del Tempio era stato processato e poi sciolto40.
In lande sperdute dell’Europa, possiamo ragionevolmente presumere che dopo il 1312 ci fossero molti altri ex Templari dediti a vita privata, come i due che incontrò l’abate Ludolfo; però questo compagno del Gran Maestro è collocato a Parigi, visto che la Carta di Larmenius descrive un legame forte di familiarità fra loro due, stretto nella comune prigionia poco prima del rogo. Non è facile trovare un argomento per giustificare come mai questo templare vivesse nella stessa cella di Molay e non comparisse fra gli interrogati; magari in futuro la ricerca ci darà risposte, ma per il momento non appaiono ragioni plausibili.
Sappiamo anche che ogni Gran Maestro si sceglieva alcuni collaboratori più stretti, uomini più fidati, ai quali si rivolgeva per chiedere consiglio in momenti di dubbio; sono i compagnons dou Meistre, in genere in numero di due. Nella scelta contavano motivazioni militari o magari di tipo personale, mentre il rango che questi cavalieri occupavano nelle gerarchie templari non era determinante. Erano uomini che avevano legami personali con il capo dell’ordine, di confidenza e fiducia reciproca. Vediamone qualche dettaglio.
Nell’estate del 1308, dopo otto mesi di un’aspra guerra diplomatica tra re Filippo il Bello, che chiedeva una condanna immediata dei Templari per eresia, e papa Clemente V, che non voleva emettere alcuna sentenza prima di aver potuto interrogare i prigionieri, il sovrano finalmente concesse che una minoranza di Templari raggiungesse la città di Poitiers, dove si trovava allora la Curia romana.
Lo scopo era quello di comparire al cospetto del pontefice, che voleva imbastire un’inchiesta della Chiesa sui Templari inquisiti; per boicottare la validità del processo pontificio, il Nogaret fece fermare presso il castello di Chinon lungo la Loira il Gran Maestro Molay e un gruppo di dignitari più importanti che viaggiavano con lui. Il motivo addotto era probabilmente un pretesto: i Templari erano in uno stato di salute così penoso che non ce l’avrebbero fatta a cavalcare.
Poiché non si poteva impedire al papa di tenere la sua udienza, la si decurtava e decapitava, facendo in modo che Clemente V non potesse fisicamente raccogliere le testimonianze dei capi, gli uomini al vertice, quelli che più contavano e dunque più sapevano. Tra i sequestrati a Chinon troviamo il Visitatore d’Occidente Hugues de Payraud, il secondo in ordine gerarchico dopo il Gran Maestro; e poi Jeoffrey Gonneville, Precettore delle due province di Aquitania e Poitou, Geoffroy de Charny, Precettore della Normandia, Raimbaud de Caron, Visitatore di Outremer, cioè i possessi templari in Oriente.
In precedenza, durante un celebre interrogatorio, Molay aveva parlato a nome suo e di altri quattro confratelli cavalieri: oltre al già citato Geoffroy de Charny, il gruppo era formato da Gérard de Gauche, Guy Dauphin e Gautier de Liencourt. Guy Dauphin era un uomo di alto lignaggio, della famiglia dei conti di Alvernia, gli altri invece non rivestivano incarichi di comando e non avevano altro motivo di figurare in questa compagnia se non l’amicizia personale con Molay. In questo gruppo di uomini più vicini al Gran Maestro non sembra trovarsi un templare di nome Larmenius, o di origini armene. Se è esistito davvero, questo personaggio non rivestiva un ruolo particolare nel quadro dell’ordine41.
Questo ipotetico Marcus Armenus è dunque una figura storica in sé plausibile, però non possiamo seguirne le tracce, né ci risulta trovarsi nella cerchia di uomini che ebbero un rapporto speciale con l’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay. Potrebbe trattarsi di un personaggio letterario, per così dire, nel quale si cela il ritratto di un soggetto reale, ma con altro nome. La congettura ha senso, ma non va scambiata per una certezza.
In ogni caso, nel concilio di Vienne Clemente V proibì a chiunque, sotto pena di scomunica latae sententiae, di usare ancora il nome, i simboli e le prerogative che erano stati dei Templari. Se anche Molay avesse voluto dare continuità al suo ordine, ciò che poteva consegnare ai compagni era una specie di testamento spirituale, un mandato morale, non certo giuridico.
La Carta di Larmenius, un «falso onesto»
In breve, il profilo storico di questo Marco Armenus si presenta incerto; lo storico dev’essere abbastanza onesto da ammettere che non ne sa nulla.
La Carta è generalmente ritenuta un manufatto tardo in forza di certi argomenti. Il latino usato non sembra lo stile corrente nel medioevo; la lista dei Gran Maestri succeduti a Larmenius nella vita clandestina dell’ordine annoverava, ai primi del secolo XVIII, uomini con nomi e titoli dei principi borbonici; i personaggi contro i quali si lanciava la scomunica appartenevano a un gruppo neotemplare tedesco, i Templari della Stretta Osservanza, fondato nel 1751 dal ricco proprietario terriero Karl Gotthelf von Hund, un personaggio che per un certo tempo aveva avuto un ruolo di spicco nell’apparato della massoneria tedesca.
La scomunica sancita nella Carta di Larmenius doveva dunque esautorare e togliere legittimità a un gruppo neotemplare concorrente, molto diffuso nelle regioni dell’Europa orientale, potente, e con il pregio di essere più antico (anche se di poco) rispetto ai Chevaliers de la Croix.
A me è sembrata un manufatto del primo XIX secolo per i suoi caratteri estrinseci (pergamena, miniatura, ecc.), che ho potuto esaminare direttamente grazie alla cortesia della Mark Mason Hall; quanto allo stile del latino, va ricordato che la Carta contiene una grande quantità di simboli supposti essere un codice alfabetico, di cui a fine Ottocento è stata tentata un’interpretazione. Possiamo prenderla per buona, finché non se ne avrà uno studio soddisfacente, ma con estrema cautela: siamo lontani da quel metodo critico che ci permetterebbe davvero di discettare sullo stile del latino.
La Carta di Larmenius viene etichettata come un falso; il termine è grossolano e impreciso, però è utile usarlo affinché il lettore non pensi di avere a che fare con un oggetto del medioevo. Per gli specialisti di documenti ha un profilo diverso, è una ricostruzione interpretativa che voleva riprodurre un atto precedente, creduto autentico e andato perduto. Nessun falsario, per intenderci, penserebbe di spacciare come trecentesca una pergamena in cui sono scritte date che risalgono anche al Quattrocento, Cinquecento, Seicento e così via, perché ciò trasgredisce ogni logica.
Un falsario deciso a far circolare un credibile atto legato a Jacques de Molay lo avrebbe senza dubbio datato al 1314, anno della sua morte, di cui era sicura anche la gente del popolo per la singolare circostanza che aveva visto morire nello stesso anno re Filippo il Bello, il grande nemico dei Templari abbattuto dalla maledizione. Invece la Carta di Larmenius pone la fondazione di questa continuità templare nel 1324, molto tempo dopo la morte di Molay, in un anno che con l’ultimo capo templare non ha proprio nessun legame.
Tecnicamente la Carta appartiene alla categoria di documenti che in diplomatica si chiamano «falsi onesti»: sono atti prodotti senza volontà di frode e in genere per autodifesa, che spesso inseriscono elementi nuovi in un testo autentico, preso da documenti più antichi. Ricorrevano a questo espediente, ad esempio, le abbazie del medioevo quando dichiaravano di essere sotto la speciale protezione apostolica per sottrarsi agli abusi di qualche prepotente signore laico, perché in tal modo gli lasciavano credere che stava rischiando la scomunica42.
La Carta di Larmenius non venne mai usata né esibita per rivendicare diritti o possessi, poterla vedere rimase un privilegio dei sodali appartenenti alla loggia dov’era custodita; qualunque cosa ci fosse scritta sopra, serviva unicamente a soddisfare il desiderio di legittimità di chi la deteneva. Nel corso del Novecento, i custodi si sono rivolti a diversi esperti di storia e di antichità per una valutazione del reperto, ricevendo parere pressoché unanime che lo riferisce all’età contemporanea; questo giudizio è stato accolto e reso pubblico, senza nessun tentativo di occultare le testimonianze di un parere sfavorevole all’antichità del pezzo. Sia la Carta sia i documenti che ad essa si riferiscono sono accessibili agli studiosi professionisti (non certo ai curiosi) che fanno domanda di esaminarli43.
La cosa che le somiglia di più in assoluto è lo stemma genealogico di una famiglia nobile decisa a ricostruire il proprio lignaggio fino ad epoca remota. Serve solo per l’orgoglio dinastico; e tanto più indietro si va nei secoli, tanto più incerto è il profilo dei rami. Charles Ledru era probabilmente un personaggio equivoco, che ingannò Fabré-Palaprat e i suoi compagni per ottenere denaro e un ruolo influente nella loro organizzazione, con tutti i vantaggi connessi; ma nella Carta di Larmenius ci sono dettagli interessanti che meriterebbero attenzione.
Nessuno finora si è applicato a studiare questo documento; non sarà una pergamena medievale, ma resta comunque importantissimo nella storia della cultura, e una vera chiave di volta per capire il percorso della leggenda templare.
Nella sequenza dei Gran Maestri figurano molti personaggi; sono nomi di fantasia, oppure tratti da documenti reali per dare al tutto una maggiore solidità storica?
È possibile che qualcuno, non lo stesso Ledru, abbia compiuto ricerche storiche convinto in buona fede che il glorioso ordine dei Templari potesse realmente essere sopravvissuto al processo; possiamo immaginarlo come uno dei tanti aristocratici del Seicento o inizi Settecento che subivano l’enorme fascino del revival cavalleresco. In quei decenni fiorivano le ricerche degli eruditi che si appassionavano di tanti temi diversi e li indagavano con i mezzi a loro disposizione; per citare un uomo illustre, un ingegno davvero poliedrico, si può chiamare in causa il gesuita Athanasius Kircher, che si occupò anche di Atlantide e cercò di decifrare il misterioso linguaggio dei geroglifici.
Fra questi esploratori di fondi d’archivio e di biblioteca c’era anche il nostro ignoto studioso che cercava prove per affermare che i Templari in realtà non si erano mai estinti; la continuità e la sopravvivenza occulta dell’ordine sono esigenze che emergono nel Settecento, per quanto sappiamo, mentre prima chi aveva parlato dei Templari li riteneva comunque un fatto del passato.
Questo sconosciuto erudito raccolse un nucleo di fatti reali, li accostò e li mise in relazione fra loro forse con poco scrupolo critico, in una sequenza che sembrava accettabile per i criteri del tempo: del resto, persino il metodo storico dei maggiori studiosi, come Baronio o Lucas Holstein, non regge nell’ottica attuale. Da un piccolo nucleo di notizie vere, di cui ora nulla sappiamo, i neotemplari di fine Settecento edificarono un castello di illazioni immaginando che Molay avesse passato al giovane compagno il suo titolo magistrale e l’incarico di perpetuare l’ordine già ufficialmente abolito.
Non possiamo escludere che Marco l’Armeno o chi per lui, un templare realmente vissuto, abbia deciso a una certa età di raccogliere attorno a sé un gruppo di ex commilitoni superstiti, credendo in ciò di onorare la memoria e le ultime volontà di Jacques de Molay. Sappiamo che questo in Spagna accadde sul serio, e ce lo dicono fonti autentiche e indiscutibili; i Templari del regno aragonese tornarono laici, dopo la fine del processo, e mantennero comunque legami fra di loro. Così può essere stato anche altrove, ma si trattava comunque di associazioni private che non avevano un profilo istituzionale, una realtà ben diversa dall’ordine militare e religioso del Tempio che era stato un pezzo della Chiesa cattolica.
La Carta fu dunque costruita, o meglio ricostruita, partendo da un briciolo di verità. Con lo stesso criterio nell’Ottocento si edificavano castelli rifatti come si immaginavano essere quelli antichi, senza seguire un progetto o un disegno autentico, ma secondo il gusto e le esigenze del momento. Sotto l’alzato recente – sostanzialmente un prodotto della fantasia – giacevano fondamenta antiche. Di modestissima entità, ma comunque vere.
Una moda per l’alta società
L’interesse verso i Templari era anche una moda, non fosse altro che per emulare Napoleone, noto appassionato del tema44.
Raynouard aveva consultato i verbali originali del processo, i documenti vaticani allora stipati in Palazzo Soubise; non aveva trovato nelle fonti alcun riscontro alle fosche accuse di stregoneria e altri reati contro la religione usate dai giuristi di Filippo il Bello per imbastire il processo strumentalizzando l’Inquisizione. Il dramma avrebbe incontrato un successo ben maggiore se non avesse deluso il pubblico negandogli quell’afflato di soprannaturale, quell’aria oscura di cui era avido, il tutto in nome di un asciutto quadro storico per il quale, in concreto, la sua epoca non nutriva interesse45.
A Parigi il revival templare ebbe un carattere forse più colto e illustre che altrove, e questo spiega il successo dell’opera teatrale di Raynouard, anche se in fondo aveva deluso quella parte del pubblico assetata di misteri e di magie. La capitale di Francia offriva uno scenario perfetto per il mito templare, munita com’era di vestigia illustri. Jacques de Molay era stato arso vivo con il confratello Geoffroy de Charny in un isolotto situato al centro della Senna, e si discuteva sulla sua esatta ubicazione che non era più così facile da trovare dopo i grandi rifacimenti che in età moderna avevano toccato l’Île-de-la-Cité, collegando in un solo blocco tutti gli isolotti al centro del fiume.
Fino a poco tempo prima della Rivoluzione, inoltre, si poteva ancora ammirare la possente mole del quartiere del Tempio, una cittadella fortificata nel cuore della capitale francese, presso l’attuale quartiere del Marais. Possiamo oggi stimarne la bellezza e l’imponenza grazie ad alcune stampe realizzate dall’incisore Jean Marot, attualmente conservate alla Bibliothèque Nationale. Al centro del quartiere fortificato troneggiava la Torre della Tesoreria, un grande bastione a pianta rotonda affiancato da altre quattro torri con tetto conico: era lì dentro, secondo le antiche cronache medievali, che i Templari avevano accumulato il loro ingente tesoro. Un patrimonio di metalli preziosi talmente vasto che re Filippo il Bello, costretto a rifugiarsi nella Torre dallo scoppio di una sommossa alla fine dell’anno 1306, meditò di usarlo per sanare i suoi perenni debiti di Stato.
La chiesa non era meno imponente, o meno suggestiva. Aveva grandi dimensioni e vetrate altissime, una struttura analoga alle famose cattedrali del gotico francese; la affiancava un edificio a pianta circolare costruito a imitare la Rotonda dell’Anastasis a Gerusalemme. La didascalia di Marot recita così: «Profilo della chiesa del Tempio, della quale tutti gli architetti ammirano il progetto, e lo ritengono essere fra i più belli della cristianità».
Il fascino esercitato da queste antiche memorie storiche, e dalle leggende cresciutevi intorno, trovava ferventi seguaci nelle classi più alte, fra persone di notevole cultura, come ad esempio Alexandre Lenoir (1761-1839), medievista e appassionato di storia. Incaricato di raccogliere antiche vestigia sopravvissute alle distruzioni della Rivoluzione francese, egli dette vita, presso i Petit-Augustins, al Musée des monuments français, che fu inaugurato nel 1795. Inoltre pubblicò, nel 1814, uno studio sulle origini della massoneria in cui faceva risalire i suoi rituali ai culti misterici dell’antico Egitto46. Sui Templari si sapeva ancora troppo poco, tante fonti sparpagliate nelle biblioteche reali e private di tutta Europa non si conoscevano, né erano mai state edite; il mondo di allora guardava ai frati guerrieri soprattutto in cerca di miti.
L’attrazione verso i favoleggiati segreti dei Templari era una moda imperante, e comunque una moda per uomini ricchi; le masse popolari analfabete o poco istruite, impegnate a fronteggiare problemi più urgenti, non si curavano di certe cose. Il templarismo, come lo definiscono gli storici odierni, seduceva profondamente l’intellighenzia mitteleuropea, annoverando fra i suoi cultori personaggi rinomati e illustri e attirando di conseguenza chi aveva origini umili ma era affamato di elevazione sociale. Appartenere a questo o quel gruppo templare era un segno di distinzione che si otteneva pagando un certo prezzo; la guerra fra i diversi gruppi, combattuta a furia di documenti antichi (veri o presunti) e di reliquie venerabili, non si risolveva in un fenomeno culturale, ma sviluppava un vero e proprio business.
Questa tendenza era il terreno di caccia ideale per gli speculatori che sfruttavano a scopo di lucro le ambizioni dei nuovi ricchi, i quali chiedevano l’affiliazione a qualche loggia templare per ricavarne una nobilitazione altrimenti loro preclusa; ma c’erano anche gli appassionati in buona fede, gente già nobile dalla nascita che si accostava a questi gruppi con curiosità e passione genuine.
La leggenda furoreggiava e animava un fiorente commercio antiquario; è impossibile stabilire quanti oggetti autentici circolassero fra i collezionisti del tempo, presi magari da antiche tombe nelle chiese templari, e quanto ciarpame venisse spacciato agli ingenui. Verso il 1789 sbucarono fuori, presso Volterra e in un piccolo centro rurale della Francia, due misteriosi cofanetti di pietra che portavano incise strane figure e scene dal significato oscuro; non c’era nessun simbolo che li collegava all’ordine del Tempio, e tuttavia i due reperti furono considerati oggetti templari perché non lontano dai luoghi del ritrovamento c’erano antiche magioni dell’ordine. Le immagini raffiguravano divinità e simboli astrologici, perciò avevano un forte potere di suggestione; la prova concreta che i Templari praticavano oscuri rituali pagani? Se li aggiudicò un uomo ricco e importante, il duca di Blacas, con tutto il loro carico di misteri inviolati; di sicuro non li comprò a buon mercato.
Nel mito templare entrava un po’ di tutto: storia e invenzione, ricerca antiquaria e disonestà di chi voleva approfittare della creduloneria altrui. Benché formato da tante correnti diverse e spesso anche in aspra lotta fra loro, se guardato a distanza di secoli il templarismo sembra omogeneo almeno sotto un punto di vista47: era un movimento intimamente connesso ai fermenti politici di quell’epoca, diffuso in tutte le élites d’Europa come pure nelle colonie d’America, e guardava alla storia passata in un’ottica selettiva isolando di essa solo quei tratti che sembrassero ancora attuali, validi, riproponibili insomma per le vigenti esigenze del tempo.
Senza dilungarci troppo, ecco qualche esempio capace di illustrare il clima di quegli anni.
Il segreto dei cospiratori
Nel 1796, anno IV del Direttorio, veniva stampato a Parigi un libro dal titolo inquietante: La tomba di Giacomo de’ Molay, o il Segreto dei Cospiratori. L’autore si chiamava Louis Cadet de Gassicourt e svolgeva professione di farmacista, benché fosse, a quanto sembra, un figlio illegittimo di re Luigi XVI, ghigliottinato appena tre anni prima. L’opera si proponeva come un trattato storico vero e proprio, ripercorreva la storia della Francia partendo dal medioevo e dava spiegazione a certi fatti epocali del suo tempo scovandone le remote ma inestinte radici proprio nel crogiolo dei secoli bui.
La Rivoluzione, il Terrore, le stragi di tante persone innocenti in mezzo a personaggi ignobili forse davvero meritevoli del patibolo, avevano a ben vedere un solo responsabile: il Vecchio della Montagna. Era costui l’oscuro capo della setta degli Assassini, feroci guerrieri islamici nella Siria del secolo XII, così detti per l’abitudine di drogarsi con l’hashish, grazie al quale combattevano contro i cristiani di Terrasanta con efferatezza disumana. La morte di quell’essere perverso non aveva messo fine agli abomini da lui perpetrati; il segreto terribile e infame che il Vecchio custodiva si era tramandato nel corso dei secoli, legando a sé uomini abietti che si erano alleati nel sogno della cospirazione.
Dalla Siria medievale i nemici del genere umano, sovvertitori della religione e dello Stato, si erano trasferiti in Europa, alimentando ogni sorta di calamità politica che si fosse abbattuta sul continente: a cominciare dai Templari, questi guerrieri religiosi istituiti per difendere la fede in Terrasanta che avevano voltato le spalle al Signore, alleandosi con il Vecchio della Montagna e mutuando dalla sua immonda setta ogni genere di rituali diabolici e perversi.
Nel 1314 la monarchia francese, nella persona di re Filippo il Bello, aveva fatto giustizia delle loro nefandezze mettendo a morte Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro. Distrutto l’ordine del Tempio, non era stato però possibile svellere l’orrenda radice occulta che ne formava l’anima. In segreto l’ordine cospiratore si era perpetuato, riuscendo finalmente a compiere quello che ormai da quasi cinquecento anni costituiva l’obiettivo del suo agire: una vendetta solenne e implacabile sulla corona di Francia, quel potere ingiusto che aveva rovesciato le sorti della setta costringendola a rifugiarsi nella clandestinità.
Appena tre anni prima che uscisse questo libro, il 21 gennaio 1793, dinanzi alla morte di re Luigi XVI sulla ghigliottina un grido si era levato dalla folla: «Jacques de Molay, sei vendicato!»48. Quel grido esprimeva l’idea diffusa che la monarchia francese, orribilmente rea d’aver distrutto per biechi motivi l’antico ordine dei Templari, pagasse ora il giusto scotto per le sue colpe, che dunque soccombesse a una terribile maledizione lanciata su tutti i suoi membri. Nel clima della Rivoluzione il tema della ‘vendetta’ templare acquisì le proporzioni di una tradizione molto accreditata. Si riteneva ad esempio che Luigi XVI, ventiduesimo successore di Filippo il Bello, si recasse verso il patibolo uscendo da quella stessa Torre del Tempio in cui era stato torturato l’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay; nella stessa prigione scomparve il Delfino di Francia. In realtà non esisteva vera successione tra Filippo IV (morto nel 1314) e il sovrano ghigliottinato, poiché tutti i figli maschi sopravvissuti al monarca capetingio divennero re uno dopo l’altro (Luigi X, Filippo V, Carlo IV), ma la dinastia si esaurì portando sul trono il loro cugino Filippo VI, figlio del principe di Valois: questo però non destituì di fondamento la leggenda, anzi rinfocolò l’idea che una «maledizione» si fosse abbattuta sulla colpevole casa regnante.
Cadet de Gassicourt dipingeva il duca d’Orléans, Filippo Egalité, come il più nero dei cospiratori massonici giacobini; e la seconda edizione del suo trattato portava la macabra immagine della tomba aperta di Jacques de Molay, non lungi da un corpo decapitato: il corpo di re Luigi XVI, che lo spirito oscuro ed inquieto dell’antico Templare era risalito dalle tenebre per giustiziare49.
Le durezze che l’autore aveva sofferto in prigione durante il Terrore entravano in parte nella composizione di questo scritto, e ampia porzione del suo profondo rancore era dovuta al fatto di avere egli stesso, come si ritiene, il sangue ‘maledetto’ dei sovrani di Francia che gli scorreva nelle vene. Tuttavia, Cadet de Gassicourt non era il solo a professare certe convinzioni.
Nella Londra felicemente monarchica, dove la massoneria non era rivoluzionaria, ma anzi aveva accolto nei suoi gradi più alti anche alcuni membri della famiglia reale50, il gesuita francese in esilio Augustine de Barruel dava alle stampe negli anni 1797-1798 un saggio destinato a incontrare larga fortuna. Il titolo, Mémoires pour servir à l’histoire du Jacobinisme, non chiamava direttamente in causa i Templari; in effetti l’abate non intendeva redigere un saggio sull’ordine del Tempio antico o sui diversi moderni che, spesso in discordia fra loro, se ne dichiaravano legittimi continuatori da un capo all’altro del mondo occidentale, in Europa come pure nelle Americhe, dove esistevano logge massoniche templariste già dal 1769. Barruel voleva dimostrare come i giacobini fossero in realtà la propaggine contemporanea di una setta immonda che aveva travagliato il genere umano da tempo immemore; quasi filiazione di Satana, di Caino, di tutti coloro che avevano incarnato nel tempo il principio del Male, i giacobini avevano a suo dire radici perdute nella notte dei tempi.
L’origine di questo malefico bubbone doveva individuarsi in Mani, l’eretico visionario che aveva fondato il manicheismo sviando dalla salvezza una quantità infinita di anime. La loro pericolosa eresia era sopravvissuta alla fine dell’impero di Roma giungendo ad annidarsi nel meridione della Francia cattolica, figlia primogenita della Chiesa: qui i Catari avevano diffuso le loro blasfeme teorie che nemmeno la crociata contro gli Albigesi aveva potuto sgominare del tutto. I cavalieri Templari ne avevano raccolto l’infame eredità celando nel proprio segreto culti e rituali innominabili; dopo la fine dell’ordine la setta aveva continuato il suo cammino tornando a manifestarsi periodicamente in tutti i peggiori eversori: il romano Cola di Rienzo, il napoletano Masaniello, colui che aveva assassinato re Enrico IV, i cospiratori che avevano agitato il Portogallo, il Brasile e la Svezia, fino ai giacobini animatori della Rivoluzione nel 1789, compresi uomini come Robespierre e Danton. Tutti complici dello stesso universale piano malefico contro il buon ordine del mondo, tutti agenti della stessa nefanda società templare.
Barruel non giudicava importante sapere se davvero le moderne logge templari derivassero o meno dall’ordine medievale: che i massoni sostenessero di avere per fondatori quegli orribili eretici antichi, bastava a dimostrare la loro nefandezza. Accettò senza esitazione l’idea che i giuramenti massonici impegnassero gli adepti alla vendetta contro la Chiesa e la corona, che si compissero rituali in cui fantocci raffiguranti re Filippo il Bello e papa Clemente V venissero decapitati. Uomini tanto perversi, del resto, non potevano fare niente di meno orribile51.
Il testo di Barruel ottenne un successo incredibile e fu letto in tutta Europa; anche perché in un certo senso il terreno gli era stato preparato circa vent’anni prima dall’opera di un altro scrittore con idee politiche ugualmente radicali, benché di tutt’altro colore.
Il tenebroso Baphomet
Il templarismo non era un fenomeno di costume limitato alle élites parigine; fuori di Francia la moda era ancora più antica, ed aveva una diffusione e una presa sull’immaginario collettivo persino maggiori.
Nel 1776 era morto un ricco proprietario terriero dell’Elettorato di Sassonia, Karl Gotthelf von Hund. Fu sepolto con indosso il costume che egli stesso aveva ideato per il Gran Maestro provinciale dell’Ordine del Tempio, titolo del quale si sentiva insignito.
Von Hund aveva speso ampia parte della sua esistenza agiata visitando l’universo delle logge massoniche d’Europa, e poi nel 1751 aveva creato un proprio sistema di logge posto sotto il suo controllo, che chiamò Ordine della Stretta Osservanza Templare; egli riuscì a diffondere la sua idea arruolando moltissimi affiliati, che inizialmente erano soltanto uomini di estrazione nobile o comunque gente dell’alta società. Ciascuna delle nove Province possedeva un suo Maestro o Rettore Supremo, ma al vertice dell’organizzazione stava un’autorità dal profilo misterioso, detta dei Superiori Ignoti. Ogni persona ammessa ai vari gradi (apprendista, novizio, maestro e cavaliere) pagava una quota, e questo permetteva di garantire un vitalizio ai confratelli che si occupavano di amministrare le proprietà dell’Ordine, che non perseguiva solo scopi ideali: ad esempio, ricercava il luogo in cui era sepolto da secoli il favoloso tesoro sottratto ai Templari dalle mani rapaci di Filippo il Bello, o praticava l’antica dottrina alchemica in cerca del modo di ricavare l’oro puro dai metalli vili.
Nel 1764 von Hund aveva avuto un incontro, rimasto famoso, con il capo di un’altra organizzazione che si diceva anch’essa diretta filiazione dell’ordine templare antico. Il rivale di von Hund era un abile impresario, di nome Johnson, il quale aveva arruolato tra le sue file numerosi nobili della Germania settentrionale. Johnson gli aveva chiesto un colloquio per comunicargli un grande segreto noto a lui solo. Insomma gli tendeva la mano per unire le loro forze. Fu così che i due sedicenti capi templari s’incontrarono nel castello di Haltenberg, in Turingia.
L’evento fu una cerimonia molto scenografica. Johnson e i suoi arrivarono ricoperti da lucenti armature e occuparono il castello, temendo che Federico II di Prussia potesse intervenire e mandare a monte l’incontro. Poi prestarono un omaggio feudale a von Hund, che li raggiunse bardato anch’egli nel suo magnifico costume da Templare. Dopo alcuni giorni fu evidente che Johnson aveva mentito: non possedeva nessun segreto arcano da poter rivelare all’altro. Smascherato e accusato di essere un ciarlatano, si salvò con la fuga. Ma l’organizzazione di von Hund era potente, e ottenne di farlo imprigionare nella fortezza di Wartburg, dove rimase fino alla morte52.
Nondimeno, se pure aveva potuto liberarsi di Johnson riuscendo a metterne in luce la natura di impostore, von Hund non poté prevalere contro un altro aspirante al ruolo di guida del templarismo settecentesco; era costui un uomo di ben altro profilo, dotato di un’istruzione elevata e con idee piuttosto chiare.
Johann August Starck era figlio di un pastore protestante di Schwerin (nel Meclenburgo) e aveva studiato lingue orientali all’università di Göttingen, città dove la massoneria era ben radicata e dove incontrò sodali che avevano molti contatti in Italia e in Russia. Nel 1766 si recò a Parigi per ricercare la segreta tradizione massonica e templare; in questa città, dove l’atmosfera della civiltà cattolica era ancora molto forte e di gran fascino, egli maturò un’idea particolare53.
Rientrato in patria, senza peraltro essere mai divenuto cattolico, istituì un nuovo ordine templare, formato questa volta non da cavalieri ma da chierici. Starck interpretava liberamente un passo della cronaca di Guglielmo, vescovo di Tiro, secondo il quale accanto al gruppo del fondatore Hugues de Payns c’era stato anche un corpo di canonici del Tempio che formavano una parte separata rispetto al resto dell’ordine; sfruttando alcune suggestioni diffuse nel tempo, affermò che tali chierici templari custodivano la conoscenza segreta trasmessa dalla setta degli Esseni. Erano loro i veri detentori della sapienza occulta, le cui fonti andavano ricercate nell’Oriente, nella Persia e in Egitto. Il fascino esercitato sull’arte del tempo dalla moda neoclassica, che distribuiva dovunque geroglifici imitati dagli obelischi e da altre opere antiche presenti in Occidente, conferiva all’idea una ulteriore forza di seduzione. La storia dei Templari finì così per intrecciarsi ai primordi della futura egittologia; tutto ciò che sembrava grande, potente e misterioso doveva per forza di cose avere un qualche rapporto con l’ordine del Tempio.
Per capire il fenomeno dobbiamo tener conto del contesto storico e culturale. Nella Roma di quel momento era attivo Giambattista Piranesi, che usò abbondantemente decorazioni ispirate alla scrittura geroglifica per il loro aspetto esotico e la suggestione che sapevano evocare; la decifrazione degli ideogrammi, com’è noto, procederà soltanto con il ritrovamento della famosa stele di Rosetta durante le campagne napoleoniche, e soprattutto negli anni Venti e Trenta dell’Ottocento grazie agli studi di Champollion. La sensibilità culturale del momento storico, già abbondantemente romantica, traeva una suggestione potenziata dall’idea che quei segni racchiudessero un senso ignoto, quasi lettere di un arcano alfabeto ermetico sul quale l’immaginazione fantasticava volentieri. Ma l’ignoranza offre la sponda alle imposture; questa è anche l’epoca in cui Giuseppe Balsamo, più noto come conte di Cagliostro, mise in piedi la sua associazione imperniata sul cosiddetto Rito egiziano, del quale si proclamò sommo sacerdote con il titolo di Gran Cofto. Anche Cagliostro, immancabilmente, attingerà all’aura oscura che circondava il nome dei Templari per accrescere il suo personale carisma esoterico, ed asserì di aver visto un loro libro segreto che riteneva fosse stato scritto con il sangue54.
Starck fu più bravo di altri nel diffondere il suo modello di templarismo, conquistò il favore di principi e di membri importanti dell’aristocrazia, riuscì a ottenere addirittura prestigiose cariche accademiche a Königsberg e nel Kurland. Era ritenuto una persona molto seria e stimabile, e fu nominato predicatore di corte presso il duca Giorgio di Mecklenburg-Strelitz. Come altri, impiegò molta cura per ideare costumi di gusto adatti ai confratelli. I suoi adepti indossavano una veste di color viola con il colletto rosso, un insieme che ricordava il vestiario di un prete cattolico secolare; i canonici avevano un mantello bianco che scendeva fino a terra, con una croce rossa portata sul petto e un berretto di velluto color porpora. Questa è del resto l’epoca d’oro del revival cavalleresco, gli strati superiori della società impazziscono per i costumi cerimoniali e le scenografiche decorazioni dal sapore arcaizzante. Persino gli ordini cavallereschi di sicura radice medievale crearono abiti molto spettacolari, con ampie cappe e lunghi strascichi, travalicando l’austera frugalità delle divise antiche55.
Le cerimonie d’iniziazione al gruppo di Starck, nonostante una patina vagamente cristiana, avevano un carattere dottrinalmente equivoco: il nuovo Canonico, dopo i riti che lo avevano reso parte della fratellanza, otteneva il privilegio di allungare la mano per toccare una mistica immagine posta sull’altare – situata davanti a candelabri con sette bracci, dei quali solo tre erano accesi –, così da poter assorbirne le magiche proprietà. Questa immagine era chiamata Baphomet. La parola, in realtà, nelle fonti del processo compare un paio di volte appena, e l’idolo misterioso è chiamato anche con altri nomi astrusi, come Yalla o Mandaguorra; però Baphomet suonava più suggestivo, o almeno eccitò la fantasia dei neotemplari. Per Nicolai la parola era una specie di codice, cioè nascondeva il particolare credo religioso del gruppo, la gnosi millenaria celata sotto una lieve patina di falso cattolicesimo; Starck riteneva invece che designasse un oggetto concreto, un idolo potente, l’identità del quale veniva tenuta rigorosamente segreta.
Il misterioso Baphomet aveva così fatto carriera, assurgendo addirittura all’onore degli altari, che del resto in quel momento erano – per così dire – rimasti vuoti.
Nei paesi di cultura tedesca di quegli anni si afferma un orientamento fortemente anticristiano, e anche gli studi sulla Sacra Scrittura vanno in questa direzione. Emergono le teorie del filosofo deista Hermann Samuel Reimarus (morto nel 1768), che riduceva la figura di Gesù Cristo a un mero personaggio storico, un patriota rivoluzionario attorno al quale erano stati scritti testi fantastici (i vangeli). L’autore rigettava come frutto di invenzione anche l’Antico Testamento, e le sue idee trovarono grande credito fra gli intellettuali specialmente dopo che le divulgò (nel periodo 1771-1774), avvalorandole con il prestigio del suo nome, il grande scrittore Gotthold Ephraim Lessing56.
Appena qualche anno dopo, nel 1782, il libraio massone Friedrich Nicolai pubblicò a Berlino un’opera che in seguito fu diffusa nella sua traduzione francese, il Saggio circa le accuse lanciate contro i Templari57. Anche lui era fermamente convinto che l’ordine fosse in realtà una setta di origini antichissime, le cui prime propaggini potevano rintracciarsi fra gli eretici dell’Asia Minore: e confortava le sue teorie con roboanti citazioni dalla lingua siriaca e dotti passi tratti dagli scritti dei Padri della Chiesa. Eredi dell’antica dottrina gnostica che non credeva in Gesù Cristo come vero uomo e vero Dio, i Templari del medioevo praticavano rituali occulti che la Chiesa ufficiale non doveva assolutamente conoscere.
Il più grande di essi era il «battesimo dello Spirito», qualcosa che nelle carte dei processi compiuti dagli inquisitori contro i Catari del meridione francese veniva chiamato consolamentum: l’imposizione delle mani per mezzo della quale si trasmetteva lo Spirito Santo, l’unico sacramento in cui i Catari effettivamente credessero.
Proprio da questo rito fondamentale traeva il nome l’oggetto che i Templari tenevano per sommamente sacro, quello che gli ottusi inquisitori del Trecento, durante gli interrogatori, avevano scambiato per un idolo con diverse facce e tratti demoniaci: il Baphomet. Nessun simulacro fatto di materia concreta, secondo Nicolai, ma piuttosto un rito sacro ed ereticale. Baphomet era infatti una parola nata dalla fusione di due antichi termini greci, che nel loro insieme componevano appunto questo significato: «battesimo dello Spirito». L’insegnamento di Mani non era dunque mai morto, nonostante una guerra spietata che il cristianesimo vincitore di Costantino gli aveva sferrato contro per quasi mille anni.
Questi scritti di largo consumo fecero moltissima presa in un clima sociale agitato da sussulti di rivolta, in una cultura che contiene già i germi vivi del Romanticismo ed è affamata di suggestioni irrazionali, pronta ad accettare passivamente qualunque teoria presentasse il giusto alone di misticismo, di esoterismo, di magia.
Eroici avversari di una Chiesa papista ingiusta e tirannica secondo Nicolai, biechi seguaci di idee eversive ispirate dal diavolo in persona secondo Cadet de Gassicourt e l’abate Barruel, nondimeno alla fine del Settecento i Templari di frate Jacques de Molay avevano stabilmente guadagnato nella cultura popolare una propria fisionomia ben definita: quella di un «gruppo sospetto che puzzava vagamente d’inferno»58.
Idoli, magia e politica
Di lì a pochi anni, il fantomatico idolo oscuro, la ‘maestà nefanda’ venerata dai Templari, avrebbe ricevuto addirittura una consacrazione accademica negli studi di Joseph von Hammer-Purgstall (1774-1856), un orientalista di tutto rispetto, autore di uno studio sull’impero ottomano che rimase a lungo il punto di riferimento per gli studi scientifici sul settore. Studioso di vaglia, viaggiò a lungo in Medio Oriente nella spedizione dell’ammiraglio britannico William Sidney Smith e in seguito sostenne la fondazione della prestigiosa Österreichische Akademie der Wissenschaften, diventandone il primo presidente (1847-1849).
Stavolta l’autore era un intellettuale di primo piano, agli antipodi rispetto al volgare ciarlatano che spaccia favole vagamente colorite di un’aura storica; nel periodo in cui i documenti dell’archivio papale erano trattenuti in Parigi e l’abate Marini penava per ottenerne il ritorno in Vaticano, Hammer-Purgstall stava lavorando a un trattato sul Baphomet che avrebbe visto le stampe poco dopo, nel 1818. Il titolo è già in se stesso un’eloquente esposizione dei contenuti: Mysterium Baphometis revelatum, seu Fratres Militiæ Templi, qua Gnostici et quidem Ophiani, Apostasiæ, Idoloduliæ et Impuritatis convicti, per ipsa eorum Monumenta.
I Templari, in breve, avevano raccolto la quintessenza di ogni dottrina deviante in materia di fede sin dagli albori dell’era cristiana, o forse anche quelle precedenti, visto che gli Ofiti erano ritenuti adorare il serpente della Genesi; le scarse cognizioni che si avevano al tempo sulle correnti gnostiche, oggi per noi molto più note grazie ai rinvenimenti archeologici e a una solida tradizione di studi, favorivano questa enorme confusione che finiva per assommare in un vasto calderone errori di vario tipo, che attribuiva immancabilmente ai Templari, effigiati quali eredi naturali di tutti coloro che, nel corso dei secoli, si erano opposti segretamente al dettato delle istituzioni statali e religiose.
Peter Partner stenta a credere che un ingegno dotato come quello dello studioso austriaco possa aver nutrito simili convinzioni in tutta sincerità, e suppone che egli scrivesse le sue incredibili tesi sul Baphomet in qualche modo sotto dettatura, ovvero su richiesta del governo viennese che desiderava demonizzare i Templari a scopo politico, poiché era proprio dai Templari del medioevo che le forze eversive di Francia facevano derivare la loro origine59.
Personalmente ritengo che una simile influenza avesse il suo peso, ma Hammer-Purgstall non avrebbe sostenuto simili congetture se non fosse stato almeno in parte convinto della loro fondatezza. La cultura del tempo avvalorava simili idee, non soltanto in Austria; i due cofanetti templari acquistati dal duca di Blacas erano ritenuti una preziosa rarità che ritraeva le oscure cerimonie di iniziazione praticate dai membri dell’ordine.
Benché il senso di queste scene sia tutt’altro che chiaro, la ricchezza di strani simboli raffigurati faceva galoppare la fantasia lungo rotte mitiche, sui sentieri dell’esoterismo e dell’occultismo; si ritiene siano due falsi creati in quel periodo storico per dare un volto concreto alle leggende oscure che si stavano diffondendo. Con gli oggetti realmente templari in nostro possesso non hanno nulla a che vedere60.
I frati del Tempio erano uomini d’arme in gran parte analfabeti e incapaci d’intendere il latino, tanto che durante il processo tutti i capi d’accusa dovettero essere letti loro in volgare61; cosa potevano capirne delle astruse questioni teologiche, astrologiche o alchemiche cui vorrebbero alludere certi simboli ritratti sui due cofanetti? Le immagini riproducevano senza troppa coerenza antichi rilievi classici con scene desunte dai misteri orfici: fatto logico, se quelli dei Templari dovevano essere misteri iniziatici; i decenni centrali del Settecento, del resto, avevano segnato un’intensa stagione di scavi nel sito dell’antica Pompei (dove si trova la Villa dei Misteri, così detta dal suo celebre affresco), che valse al re di Napoli Carlo VII di Borbone il soprannome di «re archeologo»62.
La mitologia del templarismo incantò anche Carl Gustav Jung, che non era ignorante né sprovveduto. Jung giungeva addirittura a razionalizzare l’alchimia ritenendola «un grandioso affresco proiettivo di processi di pensiero inconsci», convinto che l’alchimista medievale, intento a raffinare la materia, compiva in realtà un processo di liberazione dell’io interiore dai moltissimi vincoli esterni. In mezzo a un’abbondante iconografia desunta da trattati alchemici di epoca medievale e moderna, Jung contemplava anche le presunte immagini misteriche presenti su uno dei cofanetti63.
A dispetto delle nostre obiezioni, i due scrigni erano parte della ricca collezione antiquaria del duca di Blacas, uno degli uomini più noti e potenti di quel tempo; a lui Hammer-Purgstall dedicò la sua ricerca sul Baphomet ringraziandolo per la munificenza con cui gli aveva lasciato studiare il cofanetto in suo possesso, fonte, secondo lo studioso austriaco, di così ingenti scoperte sulle abitudini segrete dei famigerati cavalieri64.
Non è certo un caso se fu proprio il duca di Blacas a sottrarre dal corpo dell’archivio papale gli atti del processo contro Galileo Galilei, un gesto deliberato e nutrito di vari pretesti con i quali egli si oppose ai numerosi tentativi operati da Gaetano Marini e suo nipote Marino per riportare in Vaticano il prezioso cimelio. Un atto di ostruzionismo irriducibile: sarà soltanto dopo la sua morte, e per l’integrità morale della vedova, che i documenti su Galileo torneranno al loro legittimo proprietario: immune alle suggestioni che avevano tanto potentemente catturato l’immaginazione del marito, la duchessa si accorse che quel voluminoso plico di carte antiche portava scritture che lo riferivano al Vaticano, e si sentì in dovere di restituirlo. Correva allora l’anno 1843.
Uomo istruito, Pierre-Louis-Jean-Casimir de Blacas d’Aulps fu membro dell’Académie des inscriptions et belles lettres e dell’Académie des beaux-arts; è difficile che il barone Radet sequestrasse le carte del processo ai Templari dietro sua richiesta, poiché i rapporti tra Blacas (allora conte) e Bonaparte non erano buoni, anzi in qualche modo egli poteva dirsi caduto in disgrazia presso l’imperatore.
«diventa
leggenda
ciò che è necessario far credere»
Avidamente sottratti all’archivio papale su ordine di Napoleone, i documenti del processo a Galileo furono resi al papa perché, in buona sostanza, non si era scoperto nelle loro pagine il materiale ‘scottante’ che invece si riteneva vi fosse65.
E quanto ai Templari?
Il grosso rotolo membranaceo rientrò a Castel Sant’Angelo molto tempo prima, per un motivo analogo. Battuto a tappeto da studiosi e incaricati vari, risultò non diverso dai molti atti delle inchieste locali che si custodivano negli archivi reali di Francia; benché nella forma di un’opera teatrale, Raynouard aveva divulgato una visione dei fatti cavata direttamente dalle fonti originali, cui dette forma accademica in una pubblicazione di poco successiva. Questo essenzialmente spiega il successo di lungo termine della sua opera, ripetuta per tutto l’Ottocento e inclusa in una raccolta molto popolare, intitolata Les Bons Livres, insieme a testi di Racine e Corneille66.
Per gli amanti dell’occultismo, i misteriosi documenti papali si erano rivelati oltremodo deludenti. Niente riti ancestrali dal carattere anticristiano, né verità alternative sul destino dell’uomo e i suoi rapporti con il divino. Nessuna traccia di segreti capaci di conferire a chi ne venisse in possesso, come pure si credeva, lo stesso destino di ricchezza e potere a suo tempo incontrato dai Templari. I quali, a ben vedere, non dovevano possedere grandi doti divinatorie, visto che poi avevano fatto una brutta fine.
Vorrei congedarmi dal lettore con un bel passo dello storico Massimo Oldoni; non è riferito ai Templari, ma si attaglia perfettamente al tema di questo libro:
Ciò che è «leggenda» contiene, intatto, un equivalente importo di verità storica, perché attraverso la leggenda si definiscono le fisionomie e le strumentalizzazioni possibili di ogni personaggio, la leggenda ha motivazioni precise di propaganda, diventa leggenda ciò che è necessario far credere67.
Il templarismo come orizzonte mitico sembra essere nato in Germania, anche se poi si diffuse ovunque; il suo sviluppo fu intenso nei paesi di religione e cultura protestante, dove la conoscenza dell’Antico Testamento era più profonda e più sentita che non, ad esempio, nei vari regni italiani o nella Spagna del re cattolicissimo. Il templarismo inoltre dipende dal Tempio, dalla foresta di simboli e di significati cresciuti nei millenni intorno alla memoria di quel santuario; se i confratelli di Hugues de Payns fossero stati alloggiati altrove, non è affatto sicuro che si sarebbe sviluppata intorno a loro una leggenda così sentita e di lungo termine. Nell’immaginario sacro della religione riformata, il Tempio occupava un ruolo simbolico molto importante: ben oltre le descrizioni della Bibbia, esso rappresentava il Sancta Sanctorum, contenitore di tutti i misteri, i poteri e i segreti della dimensione divina.
L’Illuminismo cercò una nuova strada religiosa e spirituale, e tale ricerca ebbe quale icona il Tempio esoterico; gli studi di ambito protestante che volevano rileggere i vangeli secondo un’ottica diversa contribuirono ad alimentare il fenomeno. Ci fu un rinnovato interesse per i vangeli gnostici e apocrifi, di cui si sapeva poco; senza uscire dalla tradizione cristiana, molto radicata nella gente, mostravano che poteva esistere una forma di cristianesimo alternativa a quella del clero cattolico.
Passando in Francia, questa potente moda culturale si colorì di forti tinte eversive, perciò elesse l’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay quale campione e simbolo delle sue velleità; inevitabilmente, ciò comportava che il personaggio fosse riscritto secondo il contesto che si voleva animare.
Historia magistra vitae, direbbe Cicerone; oggi parliamo di «uso politico del passato», ma le dinamiche non sono diverse.
La Rivoluzione francese aveva bisogno dei propri santi. E dovevano essere per forza laici, antimonarchici e campioni di una fede che non fosse quella della Chiesa cattolica: quest’ultima, infatti, costituiva un sistema di potere e di controllo sulla società strettamente colluso alla corona, il nemico numero uno che bisognava combattere e scardinare.
Dopo il processo e fino alla metà del Settecento, nessuno in buona sostanza si occupò del tramontato ordine religioso-militare, se non una ridottissima minoranza di intellettuali sparpagliati qua e là, in ragione di due o tre ogni cent’anni, i quali comunque dedicarono ai Templari appena una manciata di righe.
In seguito, l’Illuminismo si costruì una teologia propria e una storia del cristianesimo alternativa a quella tradizionale; il mitico Tempio di Salomone ne era il fulcro. Come abbiamo visto, gli studiosi tendevano a farsi del santuario un’idea interpretativa, quasi personale. Sul finire dell’Ottocento, grazie alle esplorazioni archeologiche, Conrad Schick e James Ferguson ne fornirono un quadro più realistico, ma la visione del Tempio restava un’icona universale, che ognuno tendeva a interpretare a modo proprio. Tant’è vero che l’archeologo tedesco Carl Watzinger, nell’anno 1933, ne disegnò la facciata con tratti tipici dell’architettura del Terzo Reich.
Del resto, come nota Simon Goldhill,
Il Tempio non è solo un edificio, ma un modo di esprimere le speranze dell’idealismo religioso e di costruire un quadro delle relazioni fra l’umanità e il divino68.
I Templari abitavano proprio lì. E meritavano di essere leggenda.
1 Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi ASV), Collectoriae, n. 468, f. 95v: «Item libretus in gallico scriptus, coopertus corio rubeo, continens ordinaciones Templariorum, qui incipit in secundo folio: come diur, et finit in penultimo folio: potest»; F. Ehrle, Historia Bibliothecae Romanorum Pontificum tum Bonifatianae tum Avenionensis enarrata et antiquis earum indicibus aliisque documentis illustrata, Romae 1890, p. 417.
2 ASV, Collectoriae, n. 468, f. 19v: «Item in quodam alio coffro viridi, ferrato, cum sola sera, signato per litteram Y, sunt informationes facte de mandato domini Clementis pape quinti per universum mundum contra magistros et fratres militie Templi, qui una die fuerunt omnes capti, sicut in cedula dicto coffro affixa continetur, que fuisse[n]t difficile seriatim designare»; cfr. Ehrle, Historia Bibliothecae Romanorum Pontificum, cit., p. 283.
3 B. Guillemain, La Chiesa nel Regno di Francia, in Storia del cristianesimo, cit., vol. 6, Un tempo di prove (1274-1449), a cura di A. Vasina, Roma 1998, pp. 590-615. B. Frale, I documenti non pontifici conservati in inserto nei Registri Lateranensi: un esempio significativo (Reg. Lat. 817), in ‘Religiosa Archivorum Custodia’. IV centenario della fondazione dell’Archivio Segreto Vaticano (1612-2012). Atti del Convegno di Studi, Città del Vaticano, 17-18 aprile 2012, Città del Vaticano 2015, pp. 569-597, alle pp. 569-572.
4 Sulle difficoltà della Chiesa dopo la cattività avignonese e durante il Quattrocento, cfr. i contributi in Storia del cristianesimo, cit., vol. 7, Dalla Riforma della Chiesa alla Riforma protestante (1450-1530), a cura di M. Marcocchi, Roma 2000, specie F. Rapp, Il consolidamento del Papato: una vittoria imperfetta e costosa, alle pp. 82-144, e A. Ducellier, L’ortodossia sotto la prima dominazione ottomana, alle pp. 25-81.
5 Bartolomeo Platina, Liber de vita Christi ac omnium pontificum, a cura di G. Gaida, in Rerum Italicarum Scriptores, serie II, 3, 1, Città di Castello 1913-1932. Sull’ottica particolare dell’autore cfr. S. Bauer, ‘Quod adhuc extat’. Le relazioni tra testo e monumento nella biografia papale del Rinascimento, in «Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken», 91 (2011), pp. 217-248. Cfr. anche A. Godin, Umanesimo e cristianesimo, in Storia del cristianesimo, vol. 7, cit., pp. 567-619.
6 W. Schmidt-Biggemann, Agrippa v. Nettesheim, Heinrich Cornelius, in LTK, vol. 1, Freiburg 1993, cc. 251-252.
7 Testo e discussione in F. Cardini, Templari e templarismo. Storia, mito, menzogne, Rimini 2005, pp. 124-125 (II ed. 2011).
8 Sul personaggio cfr. P.J. French, John Dee: The World of the Elizabethan Magus, New York 2002; John’s Dee Five Books of Mystery: Original Sourcebook of Enochian Magic, a cura di J.H. Peterson, Boston 2003.
9 Alcune celebri ricostruzioni sono quelle fornite da Juan Bautista Villalpando (In Ezechielem Explanationem, 1594-1603), Jacob Judah Leon (Retablo del Templo de Selomoh, 1640) e Bernard Lamy (De tabernaculo, 1720); cfr. Goldhill, Il Tempio di Gerusalemme, cit., figg. 13-22.
10 Goldhill, Il Tempio di Gerusalemme, cit., p. 144; sul valore mitico del santuario cfr. M.K. Schuchard, Restoring the Temple of Vision: Cabalistic Freemasonry and Stuart Culture, Leiden 2002.
11 «La même accusation fut intentée contre les Templiers sous le règne de Philippe le Bel, qui fut cause d’en faire brûler grand nombre, et abolir tous leurs collèges; mais les Allemands ont laissé par écrit que c’était une pure calomnie, pour avoir leurs grands biens et richesses. On fit le semblable envers les corps et collèges des Juifs, tant en France sous Dagobert, Philippe Auguste, et Philippe le Long, que depuis en Espagne sous Ferdinand Roi d’Aragon et de Castille, lequel par piété impitoyable les chassa de tout le pays, et s’enrichit de leurs biens», in Les six livres de la République. Un abrégé du texte de l’édition de Paris de 1583, a cura di G. Mairet, Paris 1993, pp. 184-185.
12 Frale, Il Papato e il processo ai Templari, cit., p. 150. Sul presule di Ravenna si veda R. Caravita, La figura di Rinaldo da Concorezzo, arcivescovo di Ravenna, grande inquisitore per il processo ai Templari, in I Templari, mito e storia. Atti del Convegno internazionale di studi alla magione templare di Poggibonsi-Siena, 29-31 maggio 1987, a cura di G. Minnucci e F. Sardi, Sinalunga 1989, pp. 87-105; Id., Rinaldo da Concorezzo, arcivescovo di Ravenna (1303-1321) al tempo di Dante, Firenze 1964 (nuova ed. 2001).
13 G. Venditti, Il ‘Liber privilegiorum Romanae Ecclesiae’ di Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, in L’Archivio Segreto Vaticano, Città del Vaticano 2009, p. 104; M. Maiorino, Gli antefatti. L’archivio papale fra Quattro e Cinquecento negli antichi inventari, e A. Manfredi, Prima dell’Archivio Segreto: registri pontifici e altri documenti nella Biblioteca Vaticana, in ‘Religiosa Archivorum Custodia’, cit., rispettivamente pp. 23-64 e 65-85.
14 S. Pagano, Paolo V e la fondazione del moderno Archivio Segreto Vaticano (1611-1612), in ‘Religiosa archivorum custodia’, cit., pp. 15-21; A. Pincherle, Baronio, Cesare, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 6, Roma 1964, pp. 470-478.
15 La storia millenaria dell’Archivio pontificio non è cosa che si possa trattare in questa sede per ovvie ragioni di spazio. Mi limito dunque a suggerire, per una visione d’insieme, il contributo di Ch. Burns, Archivio Segreto Vaticano, in Dizionario storico del Papato, diretto da Ph. Levillain, trad. it. di F. Saba Sardi, vol. I, Milano 1996, pp. 105-108, e la panoramica di M. Maiorino, Archivio Segreto Vaticano. Un viaggio nella storia, Milano 2015, divulgativa ma accurata e ben scritta. Alcuni studi recenti su temi circoscritti saranno poi indicati di volta in volta.
16 A. Foa, Confalonieri, Giovanni Battista, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 27, Roma 1982, pp. 778-782.
17 Maiorino, Gli antefatti, cit., pp. 42-44.
18 La genesi e la storia dei Registri avignonesi si possono ricostruire attraverso gli inventari antichi: se la bibliografia degli studi parziali è piuttosto ricca, manca però ancora un lavoro critico dedicato a quest’importantissimo fondo. Ciò del resto non sorprende, considerando che la grande vastità (oltre 300 volumi) ed eterogeneità del fondo, oltre alla presenza di molti documenti da identificare, ne fanno un terreno in gran parte inesplorato. Una descrizione sintetica ma chiara è data da T. Frenz, I documenti pontifici nel medioevo e nell’età moderna, seconda ed. it. a cura di S. Pagano, Città del Vaticano 1998, pp. 54-56 («Littera Antiqua», 6); per il contenuto, benché descritto in maniera sommaria, è necessario rifarsi all’inventario compilato nel 1949 da mons. Pietro Guidi, viceprefetto dell’Archivio Vaticano: ASV, Sala Indici, Indice 1036 (Fondo Camerale), pp. 149-189.
19 Le legature attuali dei registri, con piatti in cartone ricoperto di pergamena, ricalcano nella forma quelle originali ma risalgono al periodo subito seguente la formazione di un Archivio Vaticano come struttura distinta rispetto alla Biblioteca, nel secolo XVI. Cfr. V. Peri, Progetti e rimostranze. Documenti per la storia dell’Archivio Segreto Vaticano dall’erezione alla metà del XVIII secolo, in «Archivum Historiae Pontificiae», 19 (1981), pp. 191-237. Cfr. anche B. Guillemain, La cour pontificale d’Avignon (1309-1376). Étude d’une société, Paris 1962; A.M. Hayez, Gregorio XI, in Dizionario storico del Papato, cit., vol. I, pp. 714-715.
20 Cfr. in particolare P. Ronzy, Le voyage de Grégoire XI ramenant la Papauté d’Avignon à Rome (1356-1377), suivi du texte latin et de la traduction française de l’«Itinerarium Gregorii XI» de Pierre Ameilh, Firenze 1952.
21 L’inventario, tuttora inedito, si conserva nell’Archivio Segreto Vaticano con segnatura Indice 71, ff. 39v-48r. Era già noto a Gaetano Marini, prefetto della Biblioteca e dell’Archivio Vaticano agli inizi dell’Ottocento, che però non fornì nessuna ipotesi di attribuzione. Redatto da una mano di tardo XV secolo, venne prodotto proprio nel periodo in cui il Fieschi stava lavorando al suo codice diplomatico dei documenti che attestavano i diritti della Chiesa, perciò l’idea che egli ne sia l’autore, che cioè attendesse in parallelo a entrambe le cose, ha una sua consistenza. Per questi temi si veda il già citato contributo di Maiorino, Gli antefatti, cit., in particolare pp. 25-33.
22 Sulla questione è imprescindibile il contributo di S. Pagano, Leone XIII e l’apertura dell’Archivio Segreto Vaticano, in Leone XIII e gli studi storici. Atti del Convegno Internazionale Commemorativo (Città del Vaticano, 30-31 ottobre 2003), a cura di C. Semeraro, Città del Vaticano 2004, pp. 44-63 («Pontificio Comitato di Scienze Storiche. Atti e documenti», 21).
23 ASV, Sala Indici, Indice 1001: Archivio di Castello. Concordanze fra la vecchia e la nuova collocazione degli Armari C.D.E.F, Città del Vaticano 1913, pp. 281-290.
24 I documenti vaticani del processo di Galileo Galilei (1611-1741). Nuova edizione accresciuta, rivista e annotata da S. Pagano, Città del Vaticano 2009, pp. ccxix-ccxxxiv, in particolare la bibliografia citata alla nota 622 («Collectanea Archivi Vaticani», 69); G. Castaldo, Marini Marino, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 70, Roma 2008, pp. 472-475.
25 Memorie storiche dell’occupazione, e restituzione degli Archivi della S. Sede e del riacquisto de’ Codici e Museo Numismatico del Vaticano, e de’ manoscritti, e parte del Museo di Storia Naturale di Bologna, raccolte da Marino Marini Cameriere secreto di N.S. Prefetto de’ detti Archivi e già Commissario pontificio in Parigi, Città del Vaticano 1816.
26 I documenti vaticani del processo, cit., p. ccxx, nota 625.
27 Cfr. B. Frale, Le tribolazioni di un archivista. Gaetano Marini e i documenti vaticani del processo ai Templari, in Gaetano Marini (1742-1815) protagonista della cultura europea. Scritti per il bicentenario della morte, a cura di M. Buonocore, 2 voll., Città del Vaticano 2015, pp. 493-514.
28 I riti di benedizione della spada, simbolo e insegna fondamentale del potere nel medioevo che la Chiesa inseriva nei rituali di incoronazione imperiale, sono noti grazie alla documentazione che riguarda Ottone I: «Accipe hunc gladium quo eicias omnes Christi adversarios, barbaros et malos christianos, auctoritate divina tibi tradita, omni potestate totius imperii Francorum, ad firmissimam pacem omnium Christianorum», in G. Waitz, Die Formeln der deutschen Königs- und der römischen Kaiser-Krönung, in «Abhandlungen der Königlichen Gesellschaft der Wissenschaft zu Göttingen», 18 (1872), pp. 33 sgg., citato e discusso con altre fonti in Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, cit., p. 311; ed anche J. Flori, Les origines de l’adoubement chevaleresque: étude des remises d’armes et du vocabulaire qui les exprime dans les chroniques et annales latines du IXe au XIIIe siècle, in «Traditio», 35 (1979), pp. 209-272, alla p. 219; dello stesso autore, anche il più recente Chevaliers et chevalerie au Moyen Âge, Paris 20042; una visione di lunga prospettiva in A. Barbero, Aristocrazia e cavalleria dalla Grecia classica all’Italia comunale, in La civiltà cavalleresca e l’Europa: ripensare la storia della cavalleria. Atti del I Convegno Internazionale di Studi, San Gimignano, 3-4 giugno 2006, a cura di F. Cardini e I. Gagliardi, San Gimignano 2007, pp. 33-41.
29 Archivum Arcis, Armarium D, 206, inedito. In origine era composto da ben 96 pergamene, oggi ne restano meno; cfr. ASV, Sala Indici, Indice 1001, pp. 281-284.
30 Michelet, Le procès des Templiers, cit., vol. I, pp. v-xii.
31 Paris, Archives Nationales, J 413, n. 18; Bibliothèque Nationale de France, fr. 1977, antica segnatura n. 780, codice membranaceo (mm 230x160), 27-30 linee su due colonne di mm 48; terzo quarto del secolo XIII, prodotto in area francese; Cerrini, Une expérience neuve, cit., vol. I, pp. 88-92.
32 Roma, Accademia dei Lincei, Cod. 44. A. 14, pergamena (ff. I-II, 1-133, 134-135), mm 231x162, due colonne di mm 55 a 28 linee, prodotto in area mediorientale (forse in Acri) nell’ultimo quarto del secolo XIII; Cerrini, Une expérience neuve, cit., vol. I, pp. 92-95.
33 British Library, Cotton, Cleopatra B. III. 3, ff. 70r-79r, codice membranaceo (mm 180x130), 34 linee di scrittura, risalente al secondo terzo del secolo XII, prodotto in area inglese, forse nella diocesi d’Ely; il testo risulta essere ancora inedito. Per le altre referenze si veda Cerrini, Une expérience neuve, cit., vol. I, pp. 49-53.
34 Praha, Národní Knihovna, XXIII. G. 66, ff. 1r-46r, codice membranaceo (130x97 mm), ultimo quarto del secolo XII, origine francese; cfr. Cerrini, Une expérience neuve, cit., vol. I, p. 68.
35 Baltimore, Walters Art Gallery, W. 132, ff. 4v-24v, testo francese della regola templare, prodotto in una precettoria settentrionale dell’ordine, probabilmente nel settore del Nord-Pas-de-Calais, in seguito divenuto proprietà del conte Ashburnham; cfr. Cerrini, Une expérience neuve, cit., vol. I, pp. 82-85.
36 Barber, The New Knighthood, cit., pp. 317-318. Sulla formazione del mito si veda M.L. Baldi, Verisimile, non vero: filosofia e politica in Andrew Michael Ramsay, Milano 2002.
37 Una buona visione generale si può trovare nel testo (e nella bibliografia) di B. Plongeron, Chiesa, massoneria e illuminismo nel crogiolo dei Lumi, in Storia del cristianesimo, cit., vol. 10, Le sfide della modernità (1750-1840), a cura di G. Alberigo, Roma 2004, pp. 199-209 e 216. Per il caso italiano cfr. C. Francovich, Storia della massoneria in Italia. Dalle origini alla Rivoluzione francese, Firenze 1989, e A.A. Mola, Storia della Massoneria italiana: dalle origini ai nostri giorni, Milano 2001. Sul mito, cfr. J.M. Roberts, The Mythology of the Secret Societies, London 1972.
38 E. de Montagnac, Les chevaliers Templiers et leurs prétendus successeurs, Paris 1864; H. Grégoire, Histoire des sectes religieuses, vol. II, Paris 1828; A. Lantoine, La Franc-Maçonnerie chez elle, Paris 1925; J. Morienval, Fabré-Palaprat (Bernard Raymond), in Catholicisme, vol. IV, Paris 1956, col. 1039; P. Pirri, Massoneria. IX, Condanne emanate dalla Santa Sede, in Enciclopedia Cattolica, VIII (1952), col. 324.
39 P. Partner, I Templari, trad. it. di L. Angelini, Torino 1991 (ed. or., The Murdered Magicians: The Templars and Their Myth, Oxford 1982), pp. 158-167.
40 Barber, The New Knighthood, cit., p. 1.
41 Cfr. Frale, Il Papato e il processo ai Templari, cit., pp. 72-73, 95-192.
42 La categoria dei falsi è oggi molto rivalutata dagli studiosi, che un tempo tendevano invece ad accantonare questi documenti considerandoli menzogneri in tutto; la ricerca dimostra infatti che la falsificazione si annida in genere solo in punti precisi, e capire perché vennero prodotti simili atti fornisce preziose informazioni sul loro contesto storico. Per alcuni esempi, cfr. J.-H. Foulon, Église et réforme au Moyen Âge. Papauté, milieux réformateurs et ecclésiologie dans le Pays de la Loire au tournant des XIe-XIIe siècles, Bruxelles 2008 («Bibliothèque du Moyen Âge», 27), e la mia recensione in «Studi Medievali», serie III, 52 (2011), pp. 913-916; sul tema dei falsi si vedano anche i recenti studi di M. Ansani, ‘Caritatis negocia’ e fabbriche di falsi. Strategie, imposture, dispute documentarie a Pavia fra XI e XII secolo, Roma 2011, e B. Frale, ‘Redeat nobis quod sacrum est’. Una lettera sulla presenza della sindone in Atene all’indomani della quarta crociata, in «Aevum», 86 (2012), pp. 589-641.
43 Ringrazio Martin Budds (Grand Lodge of Mark Master Mason, Londra) per avermi cortesemente permesso di visionare la Carta e i pareri degli studiosi ai quali è stata sottoposta.
44 Partner, I Templari, cit., pp. 157-158; Demurger, Jacques de Molay, cit., pp. 275-276.
45 F. Raynouard, Monuments historiques relatifs à la condemnation des Chevaliers du Temple et à l’abolition de leur ordre, Paris 1813; Nouvelle Biographie Générale, vol. XIV, Paris 1862, coll. 773-778; per la critica avanzata da Napoleone si veda Correspondance de Napoléon I, publiée par ordre de l’Empereur Napoléon III, vol. XIV, Paris 1863, p. 127, in Partner, I Templari, cit., pp. 158-159. Sappiamo che l’Inquisitore di Francia, frate Guillaume Imbert, venne probabilmente ingannato da Guillaume de Nogaret, a quel tempo Guardasigilli, quanto agli scopi e alle proporzioni dell’arresto dei Templari che egli autorizzò: alcuni mesi dopo la cattura il domenicano, censurato da papa Clemente V per abuso di potere, si recò dal pontefice protestando la sua buona fede personale e denunciando il raggiro di cui si era reso involontariamente vittima; cfr. Finke, Papsttum und Untergang, cit., vol. II, pp. 45, 61; Frale, Il Papato e il processo ai Templari, cit., pp. 79-82.
46 A. Lenoir, La Franque-Maçonnerie rendue à sa véritable origine ou l’antiquité de la Franche-Maçonnerie prouvée par l’explication des mystères anciens et modernes (1814), avant-propos par P. Mollier (pp. 3-4), préface et documents par C. Rétat (pp. 5-62), Paris 2007.
47 C. Francovich, Storia della Massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese, Firenze 1974; Partner, I Templari, cit.; R. Le Forestier, La massoneria templare e occultista, Roma 1991; A.A. Mola, Alla ricerca del Tempio perduto. Templari e templarismo, in I personaggi della storia medievale, a cura di R.H. Rainero, Milano 1988, pp. 33-78; Cardini, Templari e templarismo, cit.
48 Cfr. A.A. Mola, Il templarismo nella massoneria fra Otto e Novecento, in I Templari: mito e storia, cit., p. 266; Cardini, Templari e templarismo, cit., pp. 138-139.
49 Roberts, The Mythology of the Secret Societies, cit., pp. 180-181; Partner, I Templari, cit., pp. 150-153.
50 In Inghilterra la massoneria si era diffusa con il favore della corona, ma il fenomeno cessò durante il regno di Elisabetta I, che osteggiava le logge giudicandole luoghi dove il cattolicesimo si annidava in segreto; in seguito tornò in auge dagli anni Quaranta del Settecento. Cfr. P. Pirri, Massoneria, in Enciclopedia cattolica, vol. 8, Roma 1952, coll. 312-326; V. Thorpe, Mysterious Jacobite Iconography in the Stuart Court of Rome. The Legacy of Exile, a cura di E. Korp, Ashgate 2003, pp. 95-110; A. Merlotti, Gli ordini monastici nell’Europa delle dinastie (secoli XIV-XVIII), in Cavalieri. Dai Templari a Napoleone. Storie di crociati, soldati, cortigiani, catalogo della mostra (Torino, 28 novembre 2009-11 aprile 2010), a cura di A. Barbero e A. Merlotti, Milano 2009, pp. 188-189.
51 A. de Barruel, Mémoires pour servir à l’histoire du Jacobinisme, vol. II, Hambourg 1798, pp. 363, 387-388; Partner, I Templari, cit., pp. 150-153; Cardini, Templari e templarismo, cit., pp. 144-145.
52 Mola, Il templarismo, cit., pp. 259-277, alle pp. 265-266; Partner, I Templari, cit., pp. 135-138 e p. 153, nota 5; Merlotti, Gli ordini monastici, cit., pp. 175-193, alle pp. 188-189; Cardini, Templari e templarismo, cit., pp. 140-141.
53 G. Krüger, Johann A. Starck der Kleriker: ein Beitrag zur Geschichte der Theosophie im 18. Jahrhundert, in Festgabe von Fachgenossen und Freunden Karl Müller zum 70. Geburtstag dargebracht, Tübingen 1922, pp. 244-266; Partner, I Templari, cit., pp. 138-142; Cardini, Templari e templarismo, cit., pp. 141-144.
54 Partner, I Templari, cit., p. 149; Cardini, Templari e templarismo, cit., pp. 142-143.
55 Si veda ad esempio la «cappa magna» da cavaliere dell’ordine di Santo Stefano conservata a Firenze, Museo Stibbert, inv. n. 14160, fine del XVIII secolo-inizi del XIX, che nei suoi tratti e colori fondamentali ricalca la forma originaria, assumendo però un aspetto particolarmente imponente; rispetto agli abiti cerimoniali di altri ordini cavallereschi, come ad esempio quello dell’Annunziata in un ritratto del marchese Francesco Villa di Prazzo (dipinto di Marcus Gheeraerts, 1620, Ferrara, Pinacoteca Nazionale), o quello dell’Ordine del Cardo indossato da John Drummond conte di Melfort (dipinto di sir Godfrey Kneller, 1688, a Edimburgo, Scottish National Portrait Gallery), risulta comunque più vicina all’estrema frugalità degli abiti in uso presso gli ordini del medioevo, per esempio quelli dei Templari, degli Ospitalieri, dei Teutonici. Cfr. Merlotti, Gli ordini monastici, cit., p. 182, e S. Di Marco, «Cappa magna» dell’ordine di Santo Stefano, in Cavalieri. Dai Templari a Napoleone, cit., p. 377; H. Houben, L’ordine teutonico, in Monaci in armi. Gli ordini religioso-militari dai Templari alla Battaglia di Lepanto: storia ed arte, a cura di F. Cardini, Roma 2004, pp. 101-112.
56 A. Schilson, Reimarus, Hermann Samuel, in LTK, vol. 8, Freiburg 1999, coll. 1005-1106, e nella stessa enciclopedia, del medesimo autore, anche la voce Lessing, Gotthold Ephraim, vol. 6, Freiburg 1997, coll. 851-852. Per l’edizione, cfr. H.S. Reimarus, I frammenti dell’Anonimo di Wolfenbüttel pubblicati da G.E. Lessing, a cura di F. Parente, Napoli 1977. Su questi orientamenti culturali, cfr. B. Plongeron, Combattimenti spirituali e risposte pastorali all’incredulità del secolo, in Storia del cristianesimo, vol. 10, cit., pp. 217-257, alle pp. 243-245.
57 Essai sur les accusations intentées aux templiers, Amsterdam 1783; il titolo originale era Versuch über die Beschuldigungen welche dem Tempelherrenorden gemacht worden und über dessen Geheimniss, Berlin-Stettin 1782; cfr. Partner, I Templari, cit., pp. 148-149, 160; Cardini, Templari e templarismo, cit., p. 143.
58 Partner, I Templari, cit., p. 153.
59 Ivi, pp. 160-167. Le principali opere in cui lo studioso austriaco espresse le sue teorie sui Templari sono, oltre a quella già citata, Mémoire sur deux coffrets gnostiques du moyen âge du cabinet de M. le Duc de Blacas, Paris 1832; Die Schuld der Templer, in Denkschriften der Kaiserliche Akademie der Wissenschaften. Philosophisch-historische Classe, vol. VI, Wien 1855; Geschichte der Assassinen, risalente al 1815 ma edito a Londra in inglese nel 1835. Circa i suoi rapporti con l’ammiraglio si veda J. Borrow, The Life and Correspondence of Admiral Sir William Sidney Smith, vol. I, London 1848, pp. 425-428.
60 Un famoso ‘elemento arcano’ di sicura pertinenza templare è la presunta formula magica contenuta in un manoscritto del secolo XII, che Henri Grégoire nel suo trattato Histoire des sectes religieuses (1810) pensò scritta con lettere di un alfabeto occulto, scatenando le congetture in seguito esposte da C.H. Maillard de Chambure, Règles et statuts secrets des Templiers, Paris 1840, p. 37. Simonetta Cerrini ha ricostruito la struttura di questo testo con gli strumenti della filologia, dimostrando che in realtà era un esorcismo per guarire i cavalli grazie all’intercessione di un santo cristiano (san Giorgio o sant’Ireneo): Cerrini, La rivoluzione dei Templari, cit., pp. 157-159.
61 Si veda a titolo di esempio la deposizione al processo dell’ultimo Gran Maestro Molay, che si definiva troppo ignorante per difendere il suo ordine (dixit eciam quod ipse non erat ita sapiens sicut expediret sibi), e al quale le lettere papali relative al procedimento furono tradotte in francese (cui cuidem magistro supradicti domini commissarii, ut plene deliberare posset, fecerunt cum diligencia legi et vulgariter exponilitteras apostolicas de commissione inquisicionis, ecc.). I Gran Maestri del Tempio non erano propriamente ignoranti, poiché gli Statuti imponevano di eleggere il capo templare fra coloro che parlavano diverse lingue fra quelle delle molte province diffuse sull’intero bacino del Mediterraneo, e sappiamo che vi furono rare eccezioni, come nel caso del cavaliere Ricaut Bonomel, il quale ha lasciato un componimento famoso sulla crociata intitolato Ir’e dolors; si trattava però di eccezioni particolarissime, e la gran parte dei confratelli restavano illetterati. Michelet, Le procès des Templiers, cit., vol. I, pp. 32-35; de Curzon, La Règle du Temple, cit., § 207; Demurger, Vita e morte, cit., pp. 219-220. L’analfabetismo è del resto comune negli uomini d’arme del medioevo; ancora agli inizi del Duecento il famoso William Marshall, conte di Pembroke nonché reggente d’Inghilterra per il minorenne Enrico III, si vantava di non saper leggere né scrivere, attività precipue dei chierici o dei mercanti. Cfr. J. Le Goff, Gli intellettuali nel medioevo, trad. it. di C. Giardini, Milano 1999; S. Painter, William Marshall. Knight-Errant, Baron, and Regent of England, London 1933 (nuova ed. Toronto 1982); J. Le Goff, Guglielmo il Maresciallo. L’avventura di un cavaliere, trad. it. di M. Garin, Roma-Bari 2004.
62 Le riproduzioni dei rilievi sono illustrate da stampe dell’epoca, ad esempio riportate in A. de Dánann, Baphometica. Quelques aperçus sur l’ésotérisme du Graal et de l’Ordre du Temple, suivi de textes de Joseph von Hammer-Purgstall et Prosper Mignard sur les mêmes sujets, Milano 2005, libro che appartiene al filone esoterico, dove, a parte le immagini, lo studioso non troverà materiale adatto ai fini della ricerca scientifica. Non pare sia mai stato svolto uno studio scientifico su questi reperti e l’insieme dei messaggi che volevano trasmettere agli uomini del loro tempo; benché falsi, rappresentano comunque un’interessante testimonianza sul modo in cui il primo Ottocento voleva leggere in chiave fantastica certi aspetti del medioevo e della storia antica. Sugli scavi a Pompei, dove si rinvennero fra l’altro migliaia di papiri, cfr. M. Capasso, Introduzione alla papirologia, Bologna 2005, pp. 132-136.
63 C.G. Jung, Psicologia e alchimia, trad. it. di R. Bazlen, Torino 2006, p. 145, fig. 70. Va rilevato comunque che Jung non prende in considerazione l’idea che il cofanetto abbia rapporti di qualunque sorta con l’antico ordine templare del medioevo.
64 Peter Partner ritiene che Blacas sia responsabile di aver commissionato personalmente questi due falsi, i quali potevano essere autentiche urne medievali di pietra, poi munite di immagini contraffatte; nemmeno Hammer-Purgstall, con tutta la buona volontà, trovò appigli capaci di provare un rapporto fra i due oggetti e i Templari del medioevo. Partner, I Templari, cit., p. 162.
65 Il 12 marzo 1811 il bibliotecario imperiale Antoine-Alexandre Barbier presentò a Napoleone un progetto per l’edizione del processo a Galileo nel quale prospettava in modo enfatico l’unicità del documento, ponendo in luce non solo l’elevatezza dello scienziato, ma anche il perverso fanatismo dell’Inquisizione; lo storico italiano Carlo Denina dissuase Bonaparte: l’edizione del manoscritto non gli avrebbe arrecato nessun lustro particolare, poiché la sostanza dei contenuti era ben nota da tempo; cfr. M. Marini, Galileo e l’Inquisizione. Memorie storico-critiche dirette alla Romana Accademia di Archeologia da mons. Marino Marini, Roma 1850, p. ccxxxvii; A. Favaro, Napoleone e il processo di Galileo, in «Revue Napoléonienne», 2 (1902), pp. 11-12; I documenti vaticani del processo, cit., pp. ccxxiv-ccxxv.
66 F. Raynouard, Monuments historiques relatifs à la condemnation des chevaliers du Temple et à l’abolition de leur ordre, Paris 1813; Demurger, Jacques de Molay, cit., p. 276.
67 M. Oldoni, Gerberto e il suo fantasma. Tecniche della fantasia e della letteratura nel medioevo, Napoli 2008, p. 31.
68 Goldhill, Il Tempio di Gerusalemme, cit., p. 42, fig. 21.