PARTE PRIMA
1
Camp Hope, provincia di Aceh, Sumatra.
Domenica 2 gennaio 2005. Ore 15.39.
Merda...
Non sarebbe finita bene.
Quei due erano di nuovo ai ferri corti e stavolta qualcuno si sarebbe fatto male.
Mong sovrastava BB e gli premeva con forza la fronte sul cranio per impedirgli di indietreggiare e tentare di dargli un «bacio di Glasgow», una testata sul setto nasale. Il sudore gocciolò sul viso di BB, poi sulla sabbia. Respirava affannosamente tra i denti stretti. Lo sentivo persino da dov’ero seduto.
Conoscevo Mong: quando cominciava una cosa, andava fino in fondo.
Saltai in piedi e girai attorno ai resti di un peschereccio, ridotto a un mucchio di legno di vari colori. Era passata una settimana dallo tsunami e Aceh era ancora zona disastrata, con detriti ovunque. L’area lungo la costa sembrava Hiroshima dopo il passaggio dell’Enola Gay. A ogni ondata, la marea restituiva rottami e cadaveri.
«Mong, basta così, amico! Abbiamo del lavoro!»
Quello però non ascoltava, e sbuffava come un toro.
«Lascia perdere, Mong, allontanati. Non abbiamo ospedali né uno schifo di cassetta del pronto soccorso...»
Ma Mong era chiuso nel suo piccolo, assurdo mondo. Quei due sembravano un paio di robot che si spingevano l’uno contro l’altro finché non si scaricavano le pile.
BB le avrebbe prese di brutto, e lo sapeva. Però non mollava.
«Ragazzi, vi riempirete di botte una volta tornati a casa.»
Niente da fare.
Mong fece scattare la testa all’indietro, la orientò verso il basso e colpì BB in cima ai capelli scolpiti in maniera perfetta. BB si accasciò, ma prima che toccasse la sabbia con le ginocchia Mong gli assestò un pugno che gli centrò la tempia destra come un maglio.
BB non poté fare granché, a parte incassare. Gettò le braccia attorno alla vita di Mong, tentando di trascinarlo giù mentre riprendeva i sensi. Mong rimase esattamente al suo posto. I suoi pantaloni cargo invece scivolarono verso il basso, esponendo il tatuaggio di due mani che sembravano afferrargli il sedere.
Mong lottò per liberarsi ma BB restò aggrappato, gli strinse le braccia attorno alle ginocchia, poi si gettò di peso in avanti. Mong crollò nella sabbia. Muovendosi a casaccio, entrambi tentavano di colpirsi a vicenda.
Rimossi il boma dal peschereccio.
Mong non emetteva più alcun verso: stava risparmiando il fiato per il combattimento. Si sollevò sulle ginocchia e scagliò altri due pugni che BB riuscì a schivare. Uno solo sarebbe stato sufficiente a stenderlo.
Anche il terzo andò a vuoto, ma il successivo colpì BB di lato, sul collo, e lo stese a terra. Mong si lasciò cadere a cavalcioni sul torace di BB e gli sferrò una raffica di diretti.
BB cercò di rannicchiarsi per proteggersi i lineamenti da divo del cinema.
Ero quasi sopra di loro. «Mong! La devi smettere, amico! Non è il momento, oggi!»
Volti bianchi si radunavano nei pressi della fila di tende delle ONG, a una cinquantina di metri dietro di noi: alcuni degli operatori umanitari che si erano riversati da tutto il mondo per dare una mano. Migliaia di abitanti del posto erano fuggiti verso le colline per mettersi in salvo e ogni giorno affluivano in massa. Avevano sentito che c’era un campo per rifugiati, ma pochi di loro si avvicinavano all’oceano. Erano terrorizzati dalla eventualità di un’altra onda assassina.
«Mong, mi stai a sentire?» Gli ero addosso. «Smettila... ora!»
Troppo tardi. BB stava reagendo. Era tutta colpa sua, come sempre. L’aveva provocato per tutto il giorno. Però aveva la mia stima, lo stronzetto. Non molti avrebbero resistito così a lungo contro una montagna umana.
«Mong, è l’ultima possibilità, amico. Se non molli mi toccherà farti male.»
BB era sul punto di essere conciato per le feste. Se lo meritava, ma quello non era il giorno giusto.
Calai il boma sulla schiena di Mong, poi lo tenni su di lui mentre crollava addosso a BB, per fargli capire che io ero ancora lì. A fatica BB lo spinse di lato, colse l’opportunità e rotolò via. Strisciò per circa un metro, la faccia una maschera di sabbia tinta di sangue.
«Levati dalle palle, BB, e datti una pulita.»
Appena tentò di rialzarsi premetti Mong con forza, tra le scapole. «Amico, stai giù o dovrò farti male di nuovo. È una maledetta testa di cazzo, ma questo non è né il posto né il momento. Le vostre cazzate le sistemate dopo il lavoro, okay?»
BB si mise in piedi e si trascinò alla nostra tenda. La folla di operatori umanitari si aprì come le acque del mar Rosso per farlo passare.
Mi sedetti su un fusto di petrolio conficcato nella sabbia, sempre mantenendo la pressione sulla schiena di Mong. La spiaggia era costellata di oggetti di ogni tipo. Gli stretti erano la discarica preferita di tutto il mondo per i rifiuti pericolosi. E perché no? Gli unici a saperlo sarebbero stati solo pochi pescatori. Chi li aveva scaricati non aveva fatto i conti con uno tsunami, che aveva scaraventato quei loro panni sporchi sotto gli occhi di un centinaio di tende piene di osservatori internazionali.
«E tirati su i pantaloni, porca puttana. Quelle mani mi stanno già dando sui nervi.»
2
Avevano servito in squadroni diversi, ma conoscevo Mong e BB sin dai tempi del Reggimento. Ora tutti e tre ne eravamo fuori e ci guadagnavamo qualche soldo nel giro, dove e quando potevamo.
BB era l’abbreviazione di «Bel Bamboccio testa piena di cagate». BB non era entrato nel Reggimento nella solita maniera, non proveniva da una delle tre forze armate inglesi, né dall’esercito australiano o neozelandese. Si era unito al Territorial Army direttamente, dopo aver guardato troppa roba sul SAS alla televisione. Il problema era che non ne comprendeva la cultura. Non parlava nemmeno il gergo. Era un venditore di cellulari che giocava a fare il soldato un fine settimana sì e uno no a circa venticinque chilometri da dove abitava. Invece di fare il suo lavoro era un po’ troppo preso a vivere il sogno. Non aveva considerato che prima di entrare nel settore doveva farsi l’apprendistato.
BB odiava il suo soprannome. Tutto ciò che desiderava era essere chiamato Justin dagli amici. Il problema era che di amici non ne aveva. Era a posto, pensavo io, ed era anche un operativo piuttosto valido. Solo che proprio non voleva capire, qualunque fosse la cosa da capire. Era un cazzone Geordie, sapeva essere persuasivo con le parole e pensava di essere speciale. Ci dava dentro con i pesi e prendeva tutti gli integratori. Portava magliette di due taglie più piccole. Si impiastrava la faccia di crema idratante e passava ogni minuto libero a farsi un’abbronzatura da esibire al ritorno in Inghilterra, quando sarebbe andato in giro per la città con la sua Mazda 5 rossa.
Più di ogni altra cosa, però, gli piaceva la moglie di Mong e farglielo sapere non gli dispiaceva affatto. Quando si trattava di ginnastica da camera BB aveva pochi scrupoli. Ed era stupido abbastanza da fare un tentativo con lei. Ci aveva provato tempo prima, quando Mong non era ancora entrato in scena, ma Tracy aveva capito subito che BB non le avrebbe dato ciò di cui aveva bisogno.
Naturalmente Tracy non piaceva solo a BB, ma a tutti quanti. Era una bella ragazza. Il genere di sorriso tipico di una maestra di asilo. Ogni cosa di lei era vicina alla perfezione, come i suoi capelli bruni che le sfioravano le spalle o il suo modo di vestirsi. La chiamavamo Tracy la Calda, ma non era per nulla vero. Era territorio vietato per chiunque, a parte BB. Era la moglie di un altro. La moglie di un compagno.
Questo nuovo scontro fermentava dal momento in cui ci eravamo incontrati una settimana prima, nel Regno Unito. BB non vedeva Mong da un paio di anni, ma subito si era fissato sulla solita solfa: «Se a Tracy serve un vero uomo, dalle il mio numero». E non era finita lì.
Diedi un colpetto a Mong. «Stai bene, amico?»
«Seeh.» Sollevò la testa, con le dita si premette le narici, una alla volta, e soffiò fuori un torrente di sabbia e muco. Fece un cenno col capo in direzione delle onde, che si infrangevano a dieci metri di distanza.
Mong aveva un accento della West Country, quasi da intellettuale, che non si addiceva al suo aspetto: era enorme, avrebbe potuto fare l’uomo immagine della World Wrestling Federation. Era alto e robusto, con i capelli biondo scuro. Non andava mai in palestra né faceva pesi, eppure esplodeva di muscoli. Era così di costituzione.
Aveva pure un culo enorme. Ogni chiappa era grande a sufficienza per quelle mani tatuate. Da dietro, senza vestiti, sembrava una scena del crimine. Dopo un po’ di birre a qualsiasi festa si calava i pantaloni e contraeva i muscoli: sembrava che stesse mescolando le carte. La frase che usava di solito per rompere il ghiaccio era «Che fai, stai oppure carta?»
In lui c’era ancora un po’ del Royal Marine, per quanto cercasse di nasconderlo. Ogni scusa era buona, ogni bevuta: quei tizi non vedevano l’ora di levarsi i vestiti.
Con BB era tutta un’altra storia. Per conservare la sua massa doveva darci dentro senza sosta con i pesi e ingurgitare manciate di integratori. Aveva lo zainetto pieno di proteine in polvere.
3
Mong cominciò a calmarsi. Non aveva un solo segno addosso.
«È un grandissimo stronzo, Mong. Lo sai, vero?»
Afferrò un pugno di sabbia e la lasciò scorrere tra le dita. «Mi dà ancora sui nervi. Dopo tutti questi anni.»
«Che ha detto stavolta?»
Mong distolse lo sguardo. Strizzò gli occhi con forza, come se ci fosse finita dentro la sabbia. «Se n’è uscito con quella storia della foto del matrimonio. Quel coglione. Ha detto che avrei fatto meglio a stare in guardia e controllare.»
Quando BB prendeva di mira una donna sposata, il punto non era tanto scoparsela o anche solo il fatto che gli piacesse: si trattava di conquistarla e di conseguire una vittoria sul marito. Una volta, da sbronzo, mi raccontò che quando era a casa della nuova conquista chiedeva di vedere la foto del matrimonio. Appena rimaneva solo, la tirava fuori dalla cornice, prendeva una penna e scriveva «J è stato qui» sul davanti dell’abito della sposa. Se era un po’ di fretta si limitava a scribacchiare la frase sul retro: come un cane che alza la zampa per marcare il territorio. Quando la storia stava per giungere al termine, allora le diceva: «Va’ a guardare la tua foto del matrimonio».
A Tracy non era successo. Era una ragazza di Hereford che aveva frequentato i soldati del Reggimento sin da quando aveva diciassette anni. Lei e sua sorella avevano cercato di afferrarne uno per anni. Perché no? Ci rimediavano una casa e un marito ben pagato, assente per la maggior parte dell’anno. Per ragazze come Tracy era una vita del tutto normale, ma con soldi e sicurezza. Non era venale: semplicemente realista. E significava anche che una volta ottenuto Mong, non avrebbe creato problemi. Al di là di ogni altra considerazione poi, lei lo amava davvero.
«Che si fotta. Lo sai che Tracy non lo toccherebbe nemmeno con un bastone di tre metri. Da quant’è che state insieme, voi due?»
«Sei anni.»
«Allora guarda il lato positivo, fesso. Potevi finire con Jan. Un cazzo di incubo. Cambieresti la foto del matrimonio ogni mese oppure somiglierebbe a un cazzo di libretto per gli autografi.»
Si levò della sabbia dagli occhi e scoppiò a ridere.
Jan era la versione da incubo di sua sorella Tracy. L’unico difetto di Tracy era l’ingenuità. Se in testa Jan aveva un sacco di cazzate, Tracy aveva posto solo per fatine e storie a lieto fine. Prima di incontrare Mong credeva di doversi togliere i vestiti ogni volta che pensava d’aver trovato il vero amore. Le ci era voluto un po’ per rendersi conto che veniva solo scopata e poi mollata a cavarsela da sola.
Jan era più fredda e calcolatrice. Sapeva che sarebbe stata scaricata a intervalli regolari finché non fosse incappata in qualcuno abbastanza stupido da prenderla con sé. Tracy era stata sempre fedele a Mong. Il mercato della carne di Hereford non era posto per lei. Ma Jan aveva pensato di potercela fare, di essere in grado di passare illesa da un uomo all’altro.
Osservai le tende delle ONG, un mare blu e arancione collegato a generatori nuovi fiammanti.
BB era scomparso all’interno della nostra e la folla delle Land Cruiser bianche era tornata a occuparsi delle sue faccende. Non che fossero stati granché d’aiuto. Tutta quella faccenda delle ONG mi era sempre sembrata più questione di apparenza che di sostanza. In pratica la vocazione di BB. E se l’era fatta sfuggire.
4
Mong si alzò lentamente in piedi e si allontanò verso la riva. Posai il mio boma pacificatore e lo raggiunsi. «Hai davvero una gran bella fortuna, te ne rendi conto?»
Esitò per un momento, poi mi fece un cenno affermativo, rapido. Non levò gli occhi dalla sporcizia che mulinava sulla sabbia di fronte a noi.
«Ricordo metà dello squadrone B che ti diceva di stare alla larga da Tracy, ma solo perché volevano provarci loro. Non vedevano in lei quel che ci vedevi tu. È innamorata, amico. E di te: non di uno stronzo qualsiasi.» Gli puntai contro un dito, come se quella fosse stata una lavata di capo.
«State insieme. È tutto ciò che conta. Che vada a fare in culo BB, che vadano tutti a fare in culo. Pensa solo a quanti di noi hanno mandato tutto all’aria, BB compreso. Sono solo gelosi di voi due. Tutti noi lo siamo.»
Mong annuì ancora.
«Perché non prendi la tua roba e te ne vai da Hereford? Perché rimani?» Nella versione cinematografica della vita di Mong e Tracy che scorreva nella mia testa, loro avevano già fatto le valigie e se n’erano andati a vivere dove nessuno li conosceva non appena lui aveva lasciato il Reggimento. Come in Shrek, ma senza la palude.
Mong sopportava una quantità di cazzate di BB, ma ancora di più erano quelle spifferate alle sue spalle. Era troppo grosso e spaventoso perché chiunque gliele dicesse in faccia.
Scrollò le spalle. «Tracy vuole restare vicino a sua madre e a sua sorella. È legata alla famiglia.»
Sentii gli angoli della mia bocca contorcersi in un sorriso.
«Non c’è da stupirsi se tutti pensano che sei un po’ scemo.»
Non lo era. Si dimenticavano quel che lui faceva nella vita. E scambiavano la gentilezza per debolezza. Quello sciocco stava ancora mandando soldi a una tipa in cui si era imbattuto quando era ancora nei Marines. Una sera era alla cassa del Tesco con tre suoi amici, ognuno con una confezione di Stella, pronti per guardare il rugby. Lei era davanti a loro, lamentandosi di non potersi permettere di comprare i pannolini, una delle truffe più vecchie del manuale. Mong si fece fregare lo stesso. Pagò tutte le birre e anche i Pampers. Da allora non si era più fermato. Ormai il bambino doveva avere qualcosa come dodici anni, e lui ancora mandava soldi.
Quando si trattava di bambini Mong ci cascava sempre. Faceva da padrino a una quantità di marmocchi sufficiente a metter su una squadra di calcio. Lui e Tracy ancora non avevano figli, ed ero piuttosto sicuro che la cosa li facesse soffrire. Ma non era un argomento di cui parlava, per cui io non facevo domande.
Mong si aprì un varco tra i sacchetti di plastica e le bottiglie, fino al mare. «Nick?» urlò sopra il rombo della risacca.
«Non te la lavo, la schiena.»
«Se mi succede qualcosa, se mi ammazzano, ti prenderai cura di lei, vero?»
Ci mise più impegno del necessario a gettarsi l’acqua in faccia, per evitare di incrociare il mio sguardo. Sapevo che per lui era difficile esporre i propri sentimenti fino a quel punto. Che cazzo, non valeva solo per lui.
«Non succederà niente, giusto? A meno che non passi troppo tempo nella tua piscinetta con quella banda laggiù...»
A circa venti metri da Mong, altri tre cadaveri rigonfi galleggiavano tra la sporcizia portata a riva dalle onde. Feci un cenno col capo verso di loro. «Altrimenti l’unica cosa che può andare storta in questo lavoro è quel coglione che fa overdose di proteine.»
Non rise. Non era dell’umore adatto. «A casa va tutto bene. Dico sul serio. Ma le cose buone non durano mai troppo a lungo per me. Capisci cosa voglio dire?»
Venne colpito da un cadavere capovolto proprio mentre usciva dai flutti. Fece un passo di lato con l’agilità di un terza linea che schiva un placcaggio. I vestiti gli aderivano addosso come una seconda pelle. «Abbi cura di lei, va bene?»
«Te l’ho già detto amico, certo che lo farò. Ma non è che dovrò farlo davvero.»
Si strofinò di nuovo gli occhi mentre tornavamo alle tende.
Gli rifilai un’occhiata furtiva e fui ricompensato da una smorfia imbarazzata. «Dannata sabbia.»
5
La nostra tenda era un affare da quattro in cui potevamo stare in piedi, uno schifoso vecchio tendone grigio che spiccava come una pustola tra gli aggeggi firmati Gucci in Gore-Tex con telaio gonfiabile in cui vivevano quelli delle ONG.
BB sedeva su un contenitore Lacon in alluminio al cui interno vi erano le scorte di cibo e acqua in bottiglia appena arrivate. Quel contenitore ci era sembrato così solo a fare un cazzo all’esterno di un bivacco, che avevamo deciso di dargli asilo. Ci serviva qualcosa su cui sedere e per tenere i vestiti lontani da terra.
Quando varcammo l’ingresso, BB non alzò gli occhi. Si stava ficcando dei tamponi su per il naso. Mong lo superò, si diresse al suo angolo e si tolse gli abiti bagnati. Il frastuono di voci francesi, tedesche, americane e spagnole in sottofondo sovrastava persino lo scoppiettio dei generatori. I membri delle ONG erano impegnati in una futile gara per stabilire chi stesse dedicando più attenzioni al prossimo.
Mi sfregai via il sudicio dai pantaloni cargo, scalciai gli stivali e crollai sulla mia brandina da campeggio. Avrei lasciato i due lottatori a risolvere la questione da soli. Dovevamo partire fra tre ore. Finire il lavoro, levarci dalle palle e tornare a casa.
Attraverso i lembi della tenda osservai il campo ad alta tecnologia all’opera. Finalmente Star Trek e Carry On Camping si erano incontrati.
Guerrieri delle operazioni umanitarie con indosso diversi tipi di emblemi correvano qua e là e parlavano con urgenza nelle radio, ordinando a qualcuno, chissà dove, di fare qualcosa.
Ascoltai il sibilo di un aereo sopra di noi. Cibo e acqua arrivavano per via aerea, ma solo una certa quantità giungeva dove ce n’era bisogno. C’erano già state lamentele perché il trenta per cento del cibo, dell’equipaggiamento e dell’attrezzatura per realizzare le sistemazioni dei profughi era stato confiscato all’aeroporto dai militari come dazio all’importazione. Il giorno prima avevamo visto alcuni soldati vendere sacchi di riso da venti chili, con il logo delle Nazioni Unite stampato sopra, a civili imploranti. Poi, già prima che la roba potesse viaggiare su strada, le bande avevano preteso la loro parte. Persino i pirati attivi negli stretti tra Sumatra, la Thailandia e la Malesia erano in cerca della loro fetta ora che non c’era più un accidente da saccheggiare e depredare per mare.
Camp Hope – Campo Speranza, non avevo idea di chi l’avesse chiamato così, ma aveva il senso dell’umorismo – si trovava a sud di Banda Aceh, capoluogo e città più grande della provincia di Aceh. Proprio sulla punta nordoccidentale dell’Indonesia. Fino al 26 dicembre dell’anno scorso le uniche persone che avevano un interesse a stare lì, a parte le 250.000 che ci abitavano, erano le compagnie petrolifere e i separatisti combattenti di Aceh.
Poi, il terremoto dell’oceano Indiano aveva colpito a circa 240 chilometri dalla costa e questa zona di mondo era stata messa letteralmente sottosopra. Banda Aceh era la più grande città vicina all’epicentro del sisma. Fino a quel momento erano stati stimati 160.000 morti ma, una volta iniziata la rimozione delle macerie e man mano che il mare riportava a terra altri cadaveri, ci si aspettava che nelle settimane successive il numero salisse. Presto il colera si sarebbe diffuso in un lampo e, al tempo stesso, lo schifo verde e giallo che filtrava dai barili portati da ogni ondata avrebbe provocato l’inquinamento dell’area.
A peggiorare le cose, la zona era in guerra sin dalla metà degli anni Settanta. Gerakan Aceh Merdeka, il Movimento per l’Aceh libero, stava tentando di costringere l’Indonesia ad accettare uno stato islamico indipendente. L’Aceh ospitava una percentuale di musulmani superiore a quella di altre aree della nazione e nel 2001 vi era stata permessa l’istituzione della sharia, ma il GAM voleva molto più del semplice controllo religioso.
Puntava ai profitti dei ricchi giacimenti di petrolio e gas della provincia, la maggior parte dei quali finivano direttamente nelle casse centrali, senza dubbio con qualche rupia sottratta al fisco.
Disastri naturali immani o no, ai militari indonesiani la nostra presenza non piaceva. Nei momenti migliori non gradivano gli stranieri, ma in quest’ultima settimana, a causa dello tsunami, non avevano avuto scelta. Adesso stavano riaffermando la loro autorità. Iniziavano a limitare i nostri movimenti per paura che i rifornimenti finissero a quelli del GAM. Miravano a far morire di fame quelli del GAM, e se ne fregavano se così facendo avrebbero messo alla fame tutti quanti.
6
Fuori scoppiò una lite tra un americano e un tedesco che parlava come uno Schwarzenegger con qualcosa tra le chiappe. Oggetto del contendere era quale gruppo avrebbe ottenuto il lasciapassare dai militari per portare gli aiuti a un qualche villaggio sperduto.
Nel corso degli anni ho visto ONG darsi da fare in luoghi come l’Africa e ciò a cui avevo assistito non mi era mai piaciuto. Mi sembrava che alla fin fine fossero delle aziende, e quei due parevano gareggiare per spartirsi la torta del disastro. La popolazione locale non aveva solo bisogno di cibo e riparo. Doveva essere protetta da quei cazzo di personaggi.
Le MONGO – My Own NGO – le ONG private, a volte erano persino peggio. Quei tizi credevano di poter sistemare le cose con costi minori e maggior efficacia rispetto ai veri operatori umanitari. La maggior parte di loro arrivava sul posto con i propri mezzi. Visto turistico in mano, se c’era qualcuno a concederlo. Poi affittavano un veicolo, ci schiaffavano sopra un contrassegno identificativo e, bingo, erano in attività.
Avevo cercato «tsunami» e «donazione» su Google appena prima della partenza e avevo ottenuto più di sessantamila riferimenti a siti web di MONGO, tutti nuovi di zecca. Alcuni, naturalmente, erano truffe per arraffare denaro.
L’impegno individuale nel volontariato era di moda nel Regno Unito, in Scandinavia e Australia. E, in media, ogni giorno negli Stati Uniti il fisco concedeva esenzioni dalle imposte a ottantatré nuove organizzazioni benefiche. Finora ne erano state registrate più di 150.000 ed erano solo i tizi che si erano presi la briga di passare attraverso la burocrazia. L’unico motivo per cui ero a conoscenza di tutto ciò era perché io, Mong e BB avevamo percorso quella strada.
Aid 4 Tsunami. Eravamo noi. Possedevamo le credenziali che lo provavano: le avevamo stampate. Non era il nome più originale per un’organizzazione benefica, ma poteva comunque andare. In giro c’era di peggio. Ed era ben sovvenzionata, quanto qualsiasi altra MONGO.
7
Nella cittadina di tende il nostro settore palpitava di medici delle MONGO occidentali che avevano mollato tutto per venire a dare una mano: il che perlopiù voleva dire che si erano messi in viaggio da soli con automezzi a noleggio e una cassetta del pronto soccorso sul sedile del passeggero. Alcuni abitanti erano stati visitati tre o quattro volte ciascuno e non avevano idea di quello che i dottori gli avevano detto, di quali farmaci gli erano stati dati, di quando e perché assumerli.
I medici correvano dappertutto in modalità George Clooney e immortalavano tutto su video per farsi spedire altri soldi dai loro finanziatori. Tanti svolgevano un ottimo lavoro, certo, ma altri sbagliavano le diagnosi perché procedevano a gran velocità e non conoscevano le patologie a cui erano esposti gli abitanti. BB comprendeva meglio di loro quali fossero le malattie e i parassiti locali, ed era solo un operatore sanitario militare.
Le peggiori erano le MONGO della God Squad. Una volta in Africa mi ero imbattuto in una banda di hippy cristiani con chitarre. Erano lì per radunare pazienti per quella che chiamavano la loro «nave della misericordia». Questa si rivelò essere una vecchia nave da crociera riconvertita in ospedale galleggiante allo scopo di portare «speranza e guarigione» ai poveri pagani.
Tutto bene, ma siccome quell’affare rimaneva lì solo per una settimana, potevano svolgere soltanto interventi che non richiedevano troppa convalescenza. Il posto brulicava di gente che moriva per ferite d’arma da fuoco e amputazioni da machete e tutto quel che la «nave della misericordia» era in grado di affrontare erano cataratte e labbri leporini, seguiti da proiezioni di film su Gesù.
Al campo c’erano già qualcosa come quattro gruppi di cristiani esagitati che cantavano e ballavano proprio come loro ed era in arrivo una nave ospedale. In giro, a piede libero, c’erano anche quelli di Scientology. Niente chitarre, ma una quantità di tecniche di dominio della mente sulla materia e zero senso dell’ironia riguardo al logo col vulcano sulle loro magliette gialle sgargianti.
I missionari del ventunesimo secolo non sembravano rendersi conto che il loro messaggio era destinato a essere ignorato. Una semplice ricerca su Google gli avrebbe detto che, dal Medio Oriente, l’Islam aveva messo radici qui prima che in qualsiasi altro luogo. Più di mille anni fa Banda Aceh era chiamata il Porto verso la Mecca.
Il nostro problema, in sostanza, era che questi pagliacci si muovevano liberamente per la città. Alcuni di loro andavano addirittura a farsi sparare addosso di proposito dall’esercito per poter bloggare a casa quanto erano stati eroici. Per quel che mi riguardava potevano fare quel che gli pareva. Ma l’ultima cosa di cui avevamo bisogno mentre svolgevamo il nostro lavoro erano occhi e orecchie in città.
Arnie e l’americano ci stavano ancora dando dentro alla grande.
«Che problema hanno questi tizi? Farebbero la guerra su come preparare un tè.»
Mong seguiva il loro litigio perplesso tanto quanto me. Puntò un dito contro il rigonfiamento nell’altro sacco a pelo. «Perché non lo chiedi al Bel Bamboccio, qui? Sono tutti dei ritardati mentali, non sanno nemmeno stare con gli altri. L’unica cosa che li fa stare insieme è questo genere di cazzate.»
BB si rizzò a sedere. «Ancora? Porca puttana! Sono bravo tanto quanto voialtri stronzi. Che ho fatto di diverso? Ve lo dico io. Non ho cazzeggiato facendo esercitazioni per dieci anni. Ho passato la selezione, tutto il mio addestramento è uguale al vostro. Le uniche cose che voi sapete fare e io no sono lucidare gli stivali e piegare al millimetro una coperta. Sai che roba, cazzo.»
«Hai ragione.» Mong non si prese la briga di alzarsi. «E per esser sincero, io non avrei idea di come fare a vendere un telefonino a qualcuno.»
«Dacci un taglio con il sarcasmo. Che valore ha quel cazzo di addestramento a cui date tanta importanza? Pensate che nel mondo civile la vita non vada avanti, ma statemi bene a sentire: ogni volta che voi due vi infradiciavate, gelavate e soffrivate la fame per giocare ai soldatini, io stavo imparando come funziona il mondo reale. Sono entrato a far parte di questa cosa perché l’ho voluto. Voi perché non potevate fare nient’altro.» Ridacchiò fra sé. «Tutte quelle notti che voi avete passato al freddo e bagnati, io me ne stavo al caldo a scopare. Per cui andatevene tutti e due a fare in culo. Quando torniamo mi trovo un lavoro e me lo gestisco io.»
Si girò e si sollevò il sacco a pelo sulla testa.
Resistetti alla tentazione di andare da lui e torcergli quel suo collo perfettamente tonico. «Fai pure. Ma fino ad allora io sono il capo e tu farai ciò che dico, ci siamo capiti?» La replica brontolata da BB annegò nella risata nasale di Mong: «Cazzo che meraviglia! Adesso sì che mi sento a posto. Ci stiamo comportando proprio come dei veri MONGO», commentò.
Mancavano ancora tre ore prima che facesse buio. Poi saremmo andati in città per consegnare il nostro speciale tipo di aiuto umanitario. Avremmo usato la confusione causata dal disastro per recuperare o distruggere alcuni documenti riservati in un ufficio nel centro della città. Se fossero caduti nelle mani sbagliate la società energetica per cui lavoravamo sarebbe stata fottuta a puntino. L’ultima cosa che i nostri datori di lavoro desideravano era che il governo e i militari scoprissero che stavano prendendo accordi con i separatisti per le future concessioni di petrolio e di gas.
8
Ore 23.54
Il 26 dicembre Banda Aceh era stata il Ground Zero. Situata a solo 250 chilometri dall’epicentro del terremoto, era stata colpita nel giro di pochi minuti da una muraglia d’acqua alta venti metri. Un terzo della città, venticinque chilometri quadrati, era stato totalmente distrutto. Tutto quel che restava era una massa contorta di macerie, mobili, automobili, frigoriferi e cadaveri: trentamila cadaveri. Molti erano bambini, che non erano stati abbastanza forti da resistere alla potenza dell’onda. Animali morti invece quasi non ce n’erano. Parevano aver saputo ciò che era in arrivo ed erano fuggiti sulle alture prima dello tsunami.
Il campo era a circa sei chilometri da Krueng Aceh, il fiume che divideva in due la città. Era situato così a ridosso del mare perché le strade interne non erano ancora state ripulite a sufficienza. L’edificio nostro obiettivo era a Kuta Raja, uno dei nove distretti della parte ovest della città.
Le ONG ci avevano avvertito di non metterci in viaggio. Tra le macerie delle case gli sciacalli frugavano alla ricerca di qualcosa da rubare, trascinavano via le auto e caricavano gli impianti stereo e i televisori sulle loro moto. Se avessero pensato che avevamo intenzione di denunciarli, le cose sarebbero potute degenerare in un linciaggio.
A peggiorare la situazione era riaffiorato il conflitto politico. Un paio di giorni prima c’era stato uno scontro a fuoco tra l’esercito e i separatisti, i quali avevano preso in custodia alcuni operatori umanitari e avevano rapito dei medici perché si prendessero cura della loro gente.
Guidammo attraverso un labirinto di mattoni di cemento frantumati, di tremolanti case in lamiera con oggetti sparsi ovunque, e non vedemmo nessun altro 4×4. Ad Aceh, chiunque ne possedeva o era riuscito a rubarne uno, il giorno dopo l’arrivo dell’onda era andato dritto all’aeroporto. Le ONG e le MONGO che affluivano dai quattro angoli del pianeta li compravano al volo, pagandoli delle belle cifre, specie se si fregiavano di un impianto di aria condizionata.
Non c’era l’aria condizionata nella nostra, l’ultima delle Toyota 4×4 che erano state allineate nel piazzale dell’aeroporto. Lasciammo invece i finestrini aperti, ma con la temperatura vicina ai trenta gradi e un’umidità dell’ottanta per cento non ero certo servisse a qualcosa. Avevamo la pelle coperta di sudore e la brezza riempiva la macchina del puzzo delle acque luride e della carne in decomposizione.
I cavi dell’elettricità erano a terra e, fin dove giungeva lo sguardo, nella devastazione si vedevano sfavillare globi di luce. I sopravvissuti si ammassavano attorno ai fuochi da campo sotto teloni di plastica per riscaldare chissà quale avanzo vendutogli dall’esercito. Per tenere vivi i fuochi dovevano usare il legno delle loro stesse case.
Avanzammo a zigzag attraverso una stramba collezione di divani sparsi lungo la strada. Lo tsunami aveva cancellato dalla carta geografica interi villaggi di pescatori. Grosse imbarcazioni d’acciaio e fragili barchette di legno erano state sollevate dall’ondata e ributtate lontano nell’entroterra. Due Cessna bimotore erano schiacciati contro un muro, le ogive puntate verso il cielo. Grosse X erano state tracciate con lo spray su auto e edifici in cui vi erano dei cadaveri. Non c’era stato il tempo di spostarli.
L’esercito si aggirava cercando di fermare gli sciacallaggi, ma probabilmente solo per poterne commettere a sua volta. In situazioni del genere non importa in che parte del mondo ti trovi: se nella vita sei sempre stato povero in canna, quella è la tua occasione. Mio fratello era finito su News at Ten durante i disordini di Brixton, immortalato dalle telecamere mentre usciva dalla vetrina di un negozio con un televisore sotto il braccio. Sullo sfondo, un poliziotto stava facendo la stessa identica cosa.
9
C’era il coprifuoco, ma della gente si muoveva nelle tenebre.
BB era al volante. Io alla sua destra. Mong si era appiattito dietro. Tutti e tre indossavamo i nostri bei cargo della MONGO e le magliette kaki con le fasce al braccio destro, decorate con il nostro logo: una bandiera del Regno Unito e sotto, fieramente in mostra, la scritta «Aid 4 Tsunami». Volevamo avere l’aspetto giusto.
BB indicò oltre il suo finestrino.
Mong allungò il collo tra i sedili per vedere meglio.
«Cazzo!»
Davanti a noi, oltre un mare di tetti di latta blu brillanti, un peschereccio era adagiato su una montagnola di lamiera ondulata e mattoni di cemento. Era un’imbarcazione in legno dalla forma allungata, costruita secondo la tecnica tradizionale, con una cabina moderna e un motore che sporgeva da poppa.
Le braccia di Mong mulinarono come quelle di un pazzo. «Fermati BB! Fermati! Guarda lassù!»
BB lo individuò prima di me. «È morto. Per forza.»
Una gamba marrone, rinsecchita, piegata al ginocchio, penzolava da un finestrino su un lato della cabina.
Mong balzò dal sedile. Allungò una mano di scatto e afferrò il volante. «Non ne siamo sicuri. Non c’è la croce...»
«Ma per l’amor del cielo, ma l’hai visto...»
Mong strinse il volante con maggior forza. «Nick, non ci vorrà nemmeno un minuto. Fammi controllare. Amico, è un ragazzino.»
«BB, accosta. Se è vivo, lo rimettiamo in sesto e al ritorno lo recuperiamo. Tutti quei tizi al campo potranno litigare per il merito di averlo salvato e magari per mettersi in mostra nei notiziari.»
10
Scendemmo dalla Toyota. Mi ritrovai in una palude di fango e buste di plastica gialle strappate. Sopra c’era scritto, in inglese, spagnolo e francese: «Questo sacchetto contiene il fabbisogno giornaliero di cibo per una persona». E accanto alle stelle e strisce e al disegno di un tizio baffuto che mangia da un contenitore aperto: «Cibo donato dal popolo degli Stati Uniti d’America».
Non vedevo le HDR, Humanitarian Daily Rations, le razioni umanitarie giornaliere, sin dai miei giorni in Bosnia. Ogni confezione pesava circa un chilo e conteneva il fabbisogno calorico di una giornata. Al contribuente americano costavano solo tre o quattro dollari ognuna, ma girava la battuta che si trattava del cibo a domicilio più costoso del mondo, calcolando le spese di consegna. Erano progettate per essere paracadutate e per resistere all’impatto. Venivano gettate dagli aerei una alla volta: più sicuro che paracadutare enormi bancali sulla testa dei sopravvissuti e anche per evitare l’accaparramento.
Le HDR lanciate sull’Afghanistan erano gialle, come in Bosnia, poi si resero conto che erano dello stesso colore e più o meno delle stesse dimensioni delle bombe a grappolo americane, sparse come confetti. Le cambiarono in un rosa-arancione.
Dentro c’erano un paio di pasti, tipo stufato e una porzione di pasta o di riso e fagioli. C’erano anche pasticcini alla frutta che mi ricordavano i Pop-Tarts, biscotti di pasta frolla, burro di arachidi, marmellata, barrette alla frutta, addirittura scatolette di fiammiferi decorate con la bandiera americana, una bella salviettina umidificata e un cucchiaio di plastica. Chissà perché, ogni HDR includeva anche un pacchetto di peperoncino rosso in polvere.
Questa partita doveva essere stata lanciata dalla marina americana. Erano in un punto al largo della costa e di tanto in tanto i loro elicotteri avevano sorvolato il campo. Alcuni pacchetti non erano del tutto vuoti. Nemmeno l’esercito indonesiano era in grado di sbolognare al mercato nero il maiale con i fagioli.
Mong si arrampicò a fatica sui detriti. Lamiere tremolanti si incurvarono e gemettero sotto il suo peso. Mentre lo osservava, BB si appoggiò al cofano e controllò l’orologio come se stessimo perdendo un appuntamento importante.
Fotografie raggrinzite erano fissate a una bacheca su quel che restava di una parete, dall’altra parte della strada. Bambole, giocattoli e foto in cornice erano adagiati a terra. Gli abitanti del posto avevano radunato tutti gli effetti personali che erano riusciti a trovare perché chiunque si trovava a passare potesse vederli. Per alcuni sarebbero rimasti gli unici ricordi di un familiare scomparso.
Due colpi d’arma da fuoco riecheggiarono dalle profondità della città, poi giunse il debole suono delle sirene. BB guardò di nuovo l’orologio.
«Tutto a posto, amico, mancano ancora cinque ore all’alba. Gli ci vorranno solo dieci minuti.»
11
Capii che le cose non stavano andando per il verso giusto appena Mong raggiunse la cabina. «Porca puttana...»
Sporse la testa dal finestrino sfondato. La gamba penzolava sotto di lui. «Mi servirà una mano quassù.»
BB si sollevò dal cofano. «Il ragazzino è vivo?»
Mong lo ignorò e sparì all’interno. Scalai i blocchi di cemento che si sbriciolavano e salii sulla barca. Il ponte era sgombro. Le onde avevano portato via ogni cosa.
Mong stava spostando con cautela la gamba dal telaio del finestrino. Non apparteneva a un bambino, ma a una giovane donna.
E schiacciato nell’angolo opposto della cabina c’era un uomo. A una mano, ritorta contro la sua spalla, luccicava un anello nuziale. La testa si era schiacciata contro la scaffalatura metallica sopra di lui. Il mare l’aveva lavato. La sua ferita somigliava a un trucco per Halloween, ma senza il ketchup.
Lo stesso valeva anche per la giovane e il bambino appena nato che giaceva tra le sue gambe, il cordone ombelicale e la placenta ancora dentro di lei.
BB mi seguì sul ponte, il viso contratto in una smorfia di disgusto. Per nessun motivo sarebbe entrato nella cabina.
«È uno schifo, dannazione...»
Mong non sollevò lo sguardo mentre spingeva da una parte il viluppo di abiti che copriva madre e bambino.
BB si portò una mano alla bocca.
La testa dell’uomo si piegò un po’ e cadde in avanti quando Mong strattonò una coperta fradicia e l’adagiò alla meglio sul ponte. «Mentre tu cazzeggiavi alla Carphone Warehouse, noi eravamo circondati da merda del genere. Donne pronte a tutto per dare una possibilità al proprio piccolo, prima di morire...»
«Non mi frega un cazzo. Usciamo di qui. Ci beccheremo qualcosa.»
Sapevo che Mong stava parlando dei Balcani. Nei villaggi, le donne musulmane, consapevoli che sarebbero state stuprate e uccise, entravano prematuramente in travaglio quando avanzavano i serbi.
Mong raccolse il corpicino, avvizzito per la prolungata immersione nell’acqua, e lo tenne tra le mani. Infine alzò la testa. «Se avessi passato un po’ più di tempo a fare il soldato per davvero anziché per gioco, capiresti cosa sta succedendo qui, davanti ai tuoi occhi.»
«Ah sì? Be’, vaffanculo.» BB girò i tacchi e sparì oltre la fiancata. Il ferro ripiegato si deformò ed emise un lamento mentre lui scese verso la macchina.
Altri colpi esplosero in lontananza.
Mong adagiò il bambino sul seno della madre e iniziò ad avvolgergli attorno l’angolo di un lenzuolo, come un sudario.
Sollevai le gambe della donna perché potessimo passarle il lenzuolo sotto al corpo. «Amico, non li porteremo con noi.»
Mong sollevò la testa della madre e l’avvolse nel lenzuolo.
«Li lasciamo qui, Mong. Lo diciamo all’esercito o a qualcuno al nostro ritorno. Potranno venire e contrassegnarli.»
Fremeva di collera. «Non doveva rimanere in quel modo. La gamba penzoloni dal finestrino. Non è giusto. Quel coglione l’avrebbe lasciata così...»
«Mong, amico mio, ti devi calmare. BB fa parte della squadra e abbiamo ancora un lavoro da portare a termine.»
Mi avvicinai all’uomo. La carne delle sue gambe era molliccia. Presto avrebbe cominciato a decomporsi.
Mong si spostò per farmi trascinare quel poveretto accanto alla moglie e al figlio. Per qualche motivo mi sembrava importante che si toccassero. Poi infilò i capelli della donna sotto il lenzuolo, in modo che lei e il bambino fossero del tutto avvolti.
Restammo entrambi in silenzio per un minuto o due.
Mong posò lo sguardo su di me. «È una bella sensazione fare una volta tanto qualcosa di dignitoso, invece che lavori del cazzo come questo, vero?»
Gli misi una mano sulla spalla. «Socio, il lavoro del cazzo ci sta ancora aspettando.»
12
Oltre la linea dell’esondazione, in accampamenti di fortuna, i campi da calcio erano tutti stracolmi di migliaia di profughi. La città aveva subito il terremoto di magnitudo nove e ora stava cercando di fronteggiare le scosse d’assestamento, di magnitudo sei. Non c’era elettricità e di conseguenza niente luce. Altri fuochi punteggiavano l’oscurità. Occhi spiritati ci sbirciavano dalle ombre, incerti sull’identità di chi stava in agguato dietro ai fanali. A quell’ora della notte non potevano essere operatori umanitari, quindi si trattava di soldati o di sciacalli. In ogni caso pessime notizie.
Infine raggiungemmo il ponte principale che univa la parte occidentale e quella orientale. L’umore all’interno del veicolo non era buono. BB era certo di aver contratto il colera, il morbillo o qualche altra malattia che l’avrebbe fatto morire da un momento all’altro perché eravamo stati a contatto con quella famiglia.
Non aveva tutti i torti. Era la stagione dei monsoni e ogni giorno pioveva per un paio d’ore. Le zanzare imperversavano, incrementando il rischio di contrarre la dengue o peggio. Migliaia di cadaveri, sospesi sugli alberi o gettati sulle spiagge, andavano in putrefazione nel calore tropicale. Con le ferite aperte e senza cibo o acqua pulita non avrebbero resistito a lungo.
«Merda!» BB pestò sui freni.
I nostri fari avevano individuato un paio di Saracen APC, mostri a sei ruote probabilmente acquistati dagli inglesi. BB si mantenne sulla destra mentre attraversavano rombando il ponte, puntando verso di noi.
Io e Mong ci scambiammo uno sguardo. Quando eravamo soldati di fanteria avevamo fatto anche troppi turni di servizio in Irlanda del Nord, pigiati nel retro di quei cazzo di cosi.
«Sono saltato in aria tre volte in uno di quegli affari, Mong. Tre IED in due anni. Tu?»
Le nocche di BB sbiancarono per quanto strinse il volante. «Ma che cazzo.» Si voltò di scatto. «State zitti, tutti e due. Ne ho avuto abbastanza di quelle cagate.»
«Sta’ calmo amico, non era una frecciata.»
Monk sembrò sul punto di dire la sua, ma scossi la testa. Dovevamo darci un taglio con quelle storie. Ero contento che BB intendesse mollare dopo questo incarico: se tutto fosse andato per il verso giusto non avrei mai più condiviso un veicolo con lui.
I Saracen si stavano avvicinando. Erano muniti di lanciagranate da 40mm, mitragliatrici calibro 50 e di sistemi altoparlanti e riflettori. Dai portelli dei mortai facevano capolino giovani in divisa verde armati di M16. In questa parte del mondo potevano essere fabbricati a Singapore, su licenza della Colt. I riflettori presero vita e balenarono su di noi.
Salutammo, sorridenti nella luce accecante. Indicai la fascia che portavo al braccio: «Inglesi! Aiuti umanitari!»
Sapevo che questo non ci avrebbe necessariamente garantito la tessera del Club dei Buoni. L’Occidente aveva aspramente criticato il governo indonesiano per il modo in cui portava avanti la sua guerra, mentre contemporaneamente gli vendeva le armi con cui combatterla. Lo tsunami aveva appena reso le cose due volte più difficili. Avevano a che fare con gli sciacalli, con un movimento di resistenza e, per giunta, con un enorme afflusso di stranieri paranoici. Giravano voci che il governo avesse chiesto alle linee aeree di interrompere i nostri arrivi. Quelli di certo non erano in strada per fornire aiuto. Il loro obiettivo era ammazzare quanti più separatisti possibile fintanto che regnava il caos. L’ultima cosa che volevano era un testimone occidentale. I riflettori restarono su di noi ma i mezzi ci sfilarono accanto. Non riuscivo a vedere i volti di chi li brandiva. Gli M16 però mirarono altrove.
13
Proseguimmo fino all’altra estremità del ponte ed entrammo nell’oscurità del distretto di Kuta Raja. Il nostro punto di riferimento era il mercato ortofrutticolo, che si trovava a meno di un chilometro, sempre dritto seguendo la strada, e poi a sinistra al primo incrocio. In un palazzo di uffici lì vicino qualcuno aveva negoziato con il GAM alcune concessioni per petrolio e gas naturale.
Non sapevamo chi fosse il nostro datore di lavoro, non funzionava mai a quel modo e comunque non avrei voluto saperlo. Quel genere di conoscenza non ti dà potere, ti fa solo finire ammazzato. L’intermediario era Dave il Matto e noi non incontrammo mai chi tirava i fili. Chiunque fosse, però, non stava correndo dei rischi: il movimento separatista non aveva in mente solo di dare il potere al popolo, ma mirava al controllo dei combustibili fossili.
Nelle ore successive allo tsunami vi era la forte possibilità che quell’accordo potesse diventare pubblico. Il nostro cliente sarebbe rimasto fregato e forse anche il nostro governo: in questa parte del mondo i grossi affari e la politica tendono ad andare a braccetto.
Il lavoro ci era stato presentato come una semplice distruzione di documenti e relativa prova di averlo fatto. Avremmo registrato un video, salvandolo su scheda SD, e lo avremmo poi riportato indietro con noi. Il compenso era di cinquantamila sterline a testa.
Il mercato era deserto. Con tutta probabilità sin dal disastro. Durante la ricognizione non avevamo visto granché a parte una serie di chioschi dall’intelaiatura d’acciaio coperti da incerate di un vivido blu.
Il veicolo si fermò nella via tra due file di baracchini. Restammo seduti, in ascolto.
Il suono di uno sparo lontano. Poi il latrato di un altoparlante, un chiacchiericcio veloce, incazzato. Con tutta probabilità i ragazzi con gli M16 stavano dicendo di non muoversi a qualcuno con un televisore in braccio.
Aguzzammo i sensi e prima di metterci all’opera controllammo che non stesse succedendo niente al di fuori dell’ordinario. Mong mostrò il polso. Il suo orologio diceva che era quasi l’una e mezzo.
14
Infiltrarci nel palazzo era semplice. Avevamo già visto le finestre chiuse con le assi. La parte difficile era trovare i documenti, se non fossero stati dove previsto.
Sollevai il finestrino elettrico dalla mia parte. «Bene ragazzi. È ora di andare.»
Prendemmo gli zaini. Contenevano esattamente tutto ciò di cui potevamo aver bisogno, inclusi i borsoni per trasportare i documenti, nel caso fosse sorta la necessità di distruggerli altrove.
BB infilò la chiave sotto il vano della ruota posteriore, dal lato del marciapiede. D’ora in avanti ogni movimento sarebbe stato al rallentatore e al buio, così da permetterci di osservare e ascoltare. La sofisticata infrastruttura dell’elettricità e delle comunicazioni era collassata: perfetto per noi.
L’intera zona era avvolta nel buio più profondo, l’atmosfera quasi apocalittica, alcuni fuochi tremolavano ancora nell’oscurità. Mi aspettavo che da un momento all’altro arrivasse in volo un enorme pterodattilo e artigliasse qualche civile per cena.
Dall’altra parte del fiume giunse ancora il suono degli altoparlanti accompagnato da una raffica di spari, di cui due proiettili traccianti. Li osservammo rimbalzare contro qualcosa e salire a spirale verso il cielo. Poi il propellente si esaurì e la luce svanì.
Ci incamminammo con cautela attraverso il mercato. Cassette erano impilate in equilibrio precario, il terreno era cosparso di frutta marcia, vecchia di almeno due settimane. Il complesso degli uffici, a due piani, era appena più avanti lungo la sponda del fiume, un grosso blocco squadrato di cemento e vetri azzurrati. Le finestre avevano ricevuto una bella batosta dal terremoto, ma la struttura aveva retto bene.
Sempre a passo lento, scalammo una rete arrugginita e afflosciata e atterrammo sull’asfalto compatto, posato di recente, che circondava l’edificio. Niente giardinetti decorativi: era un luogo di lavoro. C’erano cartelli di parcheggio e posteggi segnati, ma niente auto. Gli uffici erano in affitto a circa venti società diverse. Quello che interessava a noi ospitava la Kareng Development Corp, al primo piano. Stanza 2-17.
Camminammo attorno al palazzo. Non era una mossa tattica. Avevamo solo la necessità di entrare e uscire più in fretta possibile e c’era la probabilità che dopo la nostra ricognizione si fosse creata una nuova apertura durante le scosse d’assestamento.
Ai telai delle finestre del pianterreno erano stati inchiodati grossi pannelli di compensato per sostituire i vetri andati in frantumi. Alcuni erano stati allentati dagli sciacalli. Ne afferrai uno all’angolo che dava sul fiume e lo staccai quel tanto che bastava per aprire un varco. Non c’era motivo di chiacchierare. Sapevamo quel che stavamo facendo.
Mong abbassò la testa e la infilò all’interno, diede una rapida occhiata e restò in ascolto. Poi si arrampicò, seguito da BB. Insieme spinsero poi il pannello verso l’esterno per farmi passare.
15
Restammo immobili su una spessa moquette, in ascolto di qualsiasi rumore che non fosse quello dei nostri respiri, concentrati sul nuovo ambiente. Lasciai passare un minuto intero prima di estrarre la torcia Maglite dallo zaino. Gli altri fecero lo stesso. I fasci di luce spazzarono un ufficio privo di divisori, lungo circa una ventina di metri. Decine di scrivanie erano disposte in file ordinate. Cavi elettrici scoperti spuntavano dalle guaine dove avrebbero dovuto esserci dei PC. Alcuni erano ancora al loro posto ma erano stati fracassati. I cassetti erano stati gettati a terra e fogli di carta erano disseminati ovunque. Sembrava ci fosse stata una rivoluzione. Speravo però che i saccheggiatori stessero cercando roba da vendere, non da leggere.
Mi diressi verso la porta, Mong e BB mi seguivano. Sembrava semiaperta. Quando la raggiungemmo scoprimmo perché. Era stata forzata. Scivolammo nel corridoio e seguimmo la moquette fino alla scalinata in legno. Salendo, iniziai a sudare. Un cartello sul pianerottolo ci informò che il 2-17 era a sinistra.
Anche questo piano era stato metodicamente saccheggiato. Porte scheggiate penzolavano dai cardini. Altri cavi ormai inutili spuntavano dalle scrivanie. Il piccolo ufficio di due tavoli della Kareng Development Corp era in uno stato pietoso.
Nell’oscurità le luci delle nostre torce sobbalzarono. Fogli, raccoglitori e schedari erano disseminati ovunque. Mi levai lo zaino. «’Fanculo. Troppa roba da controllare. Bruciamo tutto.»
BB si piazzò alla porta. Avrebbe tenuto d’occhio il corridoio.
Mong si mise all’opera e ammucchiò il mobilio in cataste che bruciassero bene. Le scartoffie toccavano a me. In quanto caposquadra dovevo assicurarmi che venissero distrutte. E avremmo ricevuto il resto del pagamento solo fornendone la prova.
Non mi presi la briga di cercare alcun materiale relativo all’accordo con i separatisti. Chi se ne fregava dell’edificio: o era assicurato, oppure sarebbe stato ricostruito dagli aiuti stranieri. Non c’era nessuno e l’incendio non poteva diffondersi ad altre costruzioni o fare del male a qualcuno. Era un’isola in un mare d’asfalto.
Mentre Mong metteva insieme una piramide di scrivanie e sedie, posizionai la telecamera portatile a infrarossi su una sedia accanto alla porta e programmai la registrazione.
16
Se vuoi assicurarti che il tuo incendio sia efficace nel triangolo del fuoco sono necessari tre elementi. Il combustibile era costituito da mobilio e documenti. L’ossigeno a disposizione sarebbe stato perfetto: le finestre erano sigillate, ma con la porta interna aperta avrebbe funzionato per bene lo stesso. Il fuoco aveva bisogno di accendersi più velocemente possibile e noi avremmo accatastato sedie e scrivanie nell’angolazione ottimale di trenta gradi, motivo per cui il punto perfetto per appiccare un incendio è sotto le scale.
Mong stava costruendo la sua seconda piramide quando BB diede una manata sul muro. Il nostro segnale di stop.
Spensi la torcia e trattenni il fiato, la bocca aperta per escludere i suoni interni del mio corpo, e mi tesi per rilevare anche la minima vibrazione. Nulla. Attesi altri trenta secondi. Se qualcuno ci avesse visto, di certo avrebbe fatto qualcosa ormai.
Mong era alle mie spalle. Mi voltai e mossi appena le labbra accanto al suo orecchio. «Senti nulla?»
Scosse la testa.
Poi entrambi captammo qualcosa. Movimento nell’edificio. Di sotto, nei pressi delle coperture di compensato. Poi un urlo.
Militari? Forse su quegli APC avevano ben più che altoparlanti e riflettori. Magari avevano visori notturni e ci avevano tenuto d’occhio fin dall’inizio.
Un altro urlo.
Non sembrava un militare. Suonava più agitato. Un guardiano notturno? A che scopo? Non c’era più nulla da sorvegliare. Un senzatetto? Plausibile. Ma sul pavimento non avevo visto coperte né materassi né cartoni, nessun segno di abitanti.
Potevo sentire lo strascicare di piedi. Sussurri. Diventavano più forti. Salivano dalle scale.
Andai a raggiungere BB. Rimise la testa dentro la stanza. «Niente luci. Non possono essere militari. Non salirebbero alla cieca.»
Nella tromba delle scale riecheggiarono delle urla. Distinsi almeno tre o quattro voci diverse. Si incitavano a vicenda. Forse erano vigilanti, magari avevano pensato fossimo sciacalli. Oppure era solo qualcuno del posto che voleva sapere chi diamine fossimo.
Mong si spostò accanto a noi.
Le voci si stavano avvicinando.
Afferrai le braccia dei miei compagni. «Andiamo avanti... poi, se necessario, ci apriremo la strada fuori di qui lottando. Può darsi che si annoino e si levino dalle palle. Dobbiamo distruggere i documenti. Ci pensiamo dopo a questi qui, okay?»
Tornai indietro, raccolsi una bracciata di carte e le gettai sotto alla piramide di scrivanie più vicina. Mong fece lo stesso.
Le urla diventavano sempre più forti e aggressive. I nuovi arrivati non si erano ancora annoiati. Siccome non avevamo reagito in alcun modo, si facevano, anzi, sempre più sicuri. Qualcosa cadde a terra più avanti, lungo il corridoio, con uno sferragliare metallico.
BB rientrò nella stanza. «Direi che sono in cinque o sei.»
Mong interruppe la sua attività. «Che vadano al diavolo, Nick. Io e BB andiamo a liberarci di loro. Scapperanno. Tu dacci dentro qui.»
Quelli cominciarono una sorta di coro, sembravano hooligan. I suoni provenivano dalla sommità delle scale.
Continuai a gettare mucchi di carta sulle cataste. Mi colava il sudore lungo il viso. «Sbrighiamoci a finire. A quelli ci pensiamo dopo.»
Alzai lo sguardo e inquadrai Mong nel fascio della Maglite. Strizzò gli occhi e mi sorrise. «No, amico. Lasciaci andare: ne sballottiamo un paio come si deve. Gli altri scapperanno: fanno sempre così, no? Tu finisci qui e noi liberiamo l’uscita. Che facciamo se restiamo bloccati qui quando tutta questa roba prende fuoco?»
La mia luce si spostò su BB. Non era contento, ma Mong era impaziente di muoversi. «Nick, dobbiamo garantirci la via d’uscita.»
Mong era determinato a fare a modo suo. L’aureola spuntata sulla sua testa quando eravamo alla barca era caduta: adesso si vedevano solo le corna.
Afferrai un altro mucchio di carta. «Hai ragione amico, andate!»
BB dovette urlare per farsi sentire al di sopra del chiasso esterno. «Nick, a che cazzo di gioco stai giocando?»
Mong si strinse le cinghie dello zaino. Non avrebbe aspettato che rispondessi.
Si voltò e spinse BB oltre la porta. Sparirono alla mia sinistra mentre Mong ringhiava contro la banda là fuori. Il chiasso era assordante.
17
Tirai fuori dallo zaino la bottiglia da due litri di benzina senza piombo e la versai sulle due cataste, poi accesi il primo fiammifero e lo gettai.
Con un forte sibilo le fiamme avvolsero il legno. Il calore improvviso mi scottò il viso. Ascoltai il trambusto fuori dalla stanza. Sedie che venivano lanciate. Legno contro ossa.
Gettai un secondo fiammifero e mi voltai verso la porta. Entrambe le piramidi erano in fiamme. Ficcai la telecamera nello zaino e me lo gettai in spalla. Corsi fuori, a unirmi allo scontro in cima alle scale. Le torce sobbalzavano e sussultavano mentre Mong e BB assalivano chi stava cercando di impedirci di uscire di lì, chiunque fosse.
Altre urla furibonde, stavolta da un punto alle mie spalle. Una sedia si abbatté sulla mia schiena spedendomi a terra. Mi rimisi faticosamente in piedi e corsi verso la mischia di jeans, magliette e tatuaggi intrisi di sudore. Il fetore acre della gommapiuma che bruciava mi irritò le narici. Udii una serie di forti schiocchi quando le fiamme ghermirono l’impiallacciatura dei mobili.
Un tizio dietro di me gridò più volte. Qualcosa mi colpì alla testa. Non me ne importava un accidente. Non avrebbero fermato il fuoco. E presto se la sarebbero dovuta dare a gambe anche loro.
Puntai verso le torce dinanzi a me. Noi tre dovevamo levarci dalle palle prima di lasciarci sopraffare dal fumo. Mi colpirono ancora.
«Mong! BB!»
Mong si voltò: «Datti una mossa, cazzo!»
Le sue urla si trasformarono in un grido di dolore e il suo fascio di luce cadde. Il fumo si gonfiava lungo il corridoio, lambendo il soffitto. I tizi del posto si chiamavano tra loro a gran voce. Se la stavano filando.
La luce, a terra in cima alle scale, era fioca. Poi mi resi conto che la torcia era conficcata nella moquette. Mong non si muoveva. Gli rifilai un calcio nelle costole e gli urlai di alzarsi.
18
Era steso su un fianco, la testa storta. Il sangue gli colava dall’interno della coscia. La moquette ne era intrisa. Non si metteva bene. Troppo in fretta. Stava sanguinando troppo velocemente.
«Mong!» Gli afferrai una spalla e me lo tirai vicino. Il sangue mi schizzò addosso come acqua da una tubatura squarciata. L’arteria femorale era stata tranciata. Forse era stato pugnalato. L’arteria femorale è collegata all’aorta. Il sangue pompava fuori spinto dalla pressione arteriosa. Premetti verso il basso con una mano, nel punto in cui si trovava il foro, e con l’altra tentai di strappargli i pantaloni cargo. Il sangue mi scorse sui polsi. Dovevo infilare pollice e indice nella ferita e cercare di chiudere l’arteria.
«BB!»
Le mie dita scivolarono nel foro nella coscia di Mong. Era come cercare un piccolo tubo di gomma sepolto nel grasso.
«BB!»
La testa di Mong ciondolò e il fascio di luce della sua torcia sussultò lungo la sua gamba. Vide quel che stava succedendo. «Merda! Lo sento. Sto morendo Nick.»
«Taci, testa di cazzo!»
Ma sapevamo tutti e due che gli restavano meno di tre minuti.
«BB!»
Sapevo che non poteva fare molto più di me, ma era comunque un soccorritore militare. Voltai Mong sulla schiena e la sua testa cadde pesantemente. Nessuna resistenza dai muscoli del collo.
Le fiamme divamparono dalla porta della stanza 2-17 e lambirono il controsoffitto. I pannelli presero fuoco. L’impianto antincendio non si attivò in assenza di corrente. Le nostre ombre danzavano mentre le fiamme avanzavano verso di noi. Un denso fumo nero saturava la sommità del corridoio. Presto sarebbe sceso alla nostra altezza. Mong lo sapeva.
«Levati di torno Nick, vai.»
«Sta’ zitto.» Mi alzai e spinsi il tacco del mio stivale sul suo inguine, appena sopra la ferita. Spinsi verso il basso, con tutte e due le mani sul ginocchio. Mong grugnì di dolore. Sapevamo entrambi che era troppo tardi. Servivano delle pinze chirurgiche per fermare l’emorragia.
La luce della mia torcia si posò sul suo viso. Le pupille di Mong non reagirono.
«Nick, ricordati cosa mi hai promesso.»
«Taci. Ci penserai tu a prenderti cura di Tracy, cazzo.» Spinsi più forte. «BB!»
Dal soffitto caddero pannelli incendiati. Il calore divenne più intenso, le fiamme lambirono più vicino a noi. Stavo cominciando a soffocare per il fumo. Dovetti piegarmi ancora di più. Ma non avrei allentato la pressione finché Mong non fosse morto. Sapevo che era inutile. Lo sapeva anche lui. Non importava. Avevo fatto un casino. Non avrei dovuto permettergli di andare ad affrontare i saccheggiatori. Adesso era tutto quel che potevo fare per lui.
Lottò per far uscire le parole. «Ricordati... Tracy...»
«Certo che mi prenderò cura di lei, stupido cazzone...»
Se ne andò in fretta. Nessuna reazione al dolore. Chiuse gli occhi e basta. La vita gli era colata fuori.
19
Sollevai lo stivale e misi la mano a contatto con la ferita. Il sangue non sgorgava più. Non ce n’era più. Il fumo era appena a un metro dal pavimento. Restando in ginocchio, infilai le mani sotto le ascelle di Mong e lo trascinai fino alla scala. Potevo sentire l’aria che saliva dalle finestre sfondate al piano di sotto. Le fiamme la risucchiavano all’interno.
Mong era troppo grosso per sollevarlo e caricarmelo sulle spalle e mentre lo trascinavo giù dalle scale le sue gambe rimbalzavano dietro di me.
«BB!»
Feci scorrere la luce della torcia sul pavimento per assicurarmi che non ci fosse anche lui lì a terra.
Raggiunsi l’ufficio al piano di sotto e tirai Mong fino all’uscita. Dovetti fermarmi sotto la finestra, lottando per riprendere fiato. L’aria soffiava con forza attraverso il varco da cui eravamo entrati. Scivolai lungo il muro e mi ci appoggiai, con la testa di Mong in grembo. «Scusami, amico.» Non riuscivo a pensare a nient’altro da dire. Il fumo scendeva a spirali dalla scalinata. Mi rimisi in piedi e allontanai il compensato dal telaio. Dovetti usare la testa per tenerlo aperto mentre facevo passare il dorso di Mong. Una folata di vento ci oltrepassò per nutrire le fiamme.
Mong crollò a terra come un pupazzo. Non intendevo lasciarlo lì. L’avrei portato alla recinzione, poi sarei tornato indietro per cercare BB.
Misi le mani sotto le sue ascelle, intrecciandole sul petto, e cominciai a trascinarlo lontano dall’edificio.
La finestra sopra di noi andò in frantumi. Fiamme balzarono fuori. I talloni di Mong battevano sull’asfalto.
Davanti a noi, sulla strada principale, vidi dei fari che si muovevano a destra e sinistra. Esitarono, poi deviarono sull’asfalto.
La 4×4 si fermò sbandando.
«Caricalo in macchina!»
«Dove cazzo sei stato?»
«Mi ha detto di andare a prendere l’auto! Sali cazzo! Sta arrivando l’esercito, dall’altra parte del fiume.»