PARTE QUARTA

 

 

1.

 

Copenaghen Martedì 16 marzo, ore 11.15.

 

Il Boeing 737 della Turkish Airlines era nella fase finale di atterraggio. Il volo di tre ore da Istanbul non era completo. Anna si era trovata un'intera fila di sedili libera e aveva dormito per tutto il viaggio abbracciata alla stecca di Camel che aveva comprato al duty free. Indossavamo gli stessi vestiti con cui avevamo lasciato il Cosmos la mattina precedente e Bulgari era ormai un ricordo lontano.

Meno di due ore dopo aver ricevuto la mia telefonata, Julian aveva richiamato confermando che Lilian aveva ottenuto il visto a nome Nemova, ed era volata a Copenaghen tredici giorni prima. Aveva comprato il biglietto di persona in un'agenzia di viaggi in Strada Nicolae Iorga a Chishinau. Il volo Malév Hungarian era il più economico disponibile. Partiva dalla Moldavia alle 5.45 e atterrava a Copenaghen alle 9.15 dopo una sosta di un'ora al Ferihegy di Budapest. Lilian aveva chiesto un posto vicino al finestrino. Non aveva prenotato insieme ad altri. E non aveva fatto il check-in con qualcuno, o chiesto di essere seduta vicino a qualcuno. Aveva pagato in contanti i seicentonovantatré dollari per il biglietto di andata e ritorno.

Il ritorno era prenotato per la settimana successiva, ma lei non si era presentata al banco del check-in. Dalla sera precedente la partenza, Lilian non aveva più acceso il cellulare, che non risultava localizzabile. Era sparito dalla faccia della terra, come lei.

Poco dopo la chiamata di Julian, Anna ebbe notizie dal suo contatto. La ditta che doveva ricevere la consegna di Tarasov era specializzata in tecnologia per i radar. Ma l'informatore ignorava chi fosse il destinatario finale: per scoprire il pezzo mancante del puzzle, doveva scavare ancora.

Raggiunto il porto di Odessa avevamo scoperto che il traghetto per Istanbul effettuava il servizio il sabato e il lunedì e che il viaggio durava due giorni. Allora eravamo tornati indietro verso l'aeroporto. Avevamo passato le ultime ore della notte in macchina. Buttata la pistola di Lena in un fiume e abbandonata la BMW, avevamo fatto a piedi i due chilometri che ci separavano dall'aeroporto, da dove partiva il volo delle 7.00 della AeroSvit Airlines che arrivava a Istanbul alle 8.35; da qui eravamo riusciti per un pelo a salire sull'aereo per Copenaghen in partenza alle 9.00. Nessun problema con i visti. Gli inglesi e i russi non ne hanno bisogno, e Anna aveva risolto il piccolo intoppo causato dall'assenza di timbri d'uscita dalla Moldavia e d'ingresso in Ucraina raccontando che avevamo preso la strada sbagliata per uscire dalla Transnistria, perdendo così il punto di controllo alla frontiera. L'impiegato dell'immigrazione aveva accettato la spiegazione e anche tutti i lei che Irina aveva cambiato per noi. Dopotutto, anche l'Ucraina un tempo apparteneva all'URSS.

Mentre Anna dormiva, io riflettevo su Lilian.

Aveva comprato il biglietto di ritorno, ma questo, in sé, non significava molto. La ragazza era abbastanza sveglia da capire che non dimostrare l'intenzione di tornare avrebbe potuto crearle problemi con l'immigrazione danese. Ero pronto a scommettere che glielo avesse suggerito Slobo.

Anna mi aveva spiegato che i cittadini della Repubblica di Moldavia non possono semplicemente presentarsi al banco del check-in e saltare sul primo volo verso la UE. Prima del 2007, dovevano recarsi di persona all'ambasciata danese a Bucarest, nella vicina Romania, a chiedere un visto turistico. Dopo il 2007, all'ambasciata ungherese di Chishinau era stato creato un ufficio visti UE per semplificare i viaggi verso la Grecia, l'Olanda, il Belgio e le altre nazioni del trattato di Schengen.

Il visto Schengen era stato introdotto per rendere gli spostamenti tra gli Stati membri più semplici e con meno burocrazia. Non viene comunque emesso all'istante ma necessita di dieci giorni di elaborazione.

Se una persona viaggia con il visto Schengen significa che può viaggiare verso uno, o tutti, gli Stati membri. Ottimo per Lilian, ma a noi poteva creare qualche problema. Poteva essere atterrata a Copenaghen, e poi essersi spostata in mezza Europa.

Julian aveva ottenuto altre informazioni dagli ungheresi: la scansione delle tre pagine di modulo per la richiesta del visto compilate da Lilian. Oltre ai dettagli personali, la ragazza doveva specificare il motivo del viaggio (aveva scritto turismo); la durata del soggiorno (fino a trenta giorni); se le avevano già preso le impronte digitali per l'emissione di un precedente visto Schengen (no, mai); la data prevista di arrivo nella zona Schengen (3 marzo); la data prevista di partenza dall'area Schengen (10 marzo); il nome e il cognome della/e persona/e che l'aveva/l'avevano invitata nello/negli Stato/i membro/i. O, in caso di assenza, il nome dell'albergo o la sistemazione provvisoria nello Stato membro, e l'indirizzo e la mail dell'albergo stesso o della sistemazione provvisoria. Lei aveva messo l'Hotel d'Angleterre, Kongens Nytorv 34. Il richiedente aveva già provveduto al costo del viaggio e della permanenza? SI. Mezzi di sostentamento? Carta di credito.

Ero rimasto deluso: nessuna delle risposte della ragazza aveva un significato particolare. Un sacco di gente racconta balle nella richiesta di un visto, e poi lei aveva avuto l'aiuto di Slobo.

In fondo al modulo aveva dovuto firmare per dare il proprio consenso al trattamento di tutti i dati inseriti nella richiesta, fotografia e impronte digitali comprese.

Julian aveva controllato. Non le avevano preso le impronte, ma lei aveva fornito una fotografia; me la inviò sul BlackBerry. Era molto simile a quella scattata davanti alla fabbrica. Forse i capelli appena più lunghi, ma niente di più. E forse adesso se li era tagliati.

Quindi sapevamo soltanto che era atterrata a Copenaghen. Julian era riuscito a confermare che non aveva proseguito con un altro volo. Ma anche questo non significava un cazzo di niente. Al momento poteva essere su un treno o in un'auto in un qualsiasi punto dell'Europa. L'unica cosa positiva del fatto che fosse una vittima in mano ai trafficanti era che qualcuno sapeva dove si trovava.

Anna e io non avevamo scelta. Dovevamo scoprire l'anello successivo della catena del traffico e poi seguire qualsiasi indizio riuscissimo a cavarne fuori.

 

 

2.

 

Appena vidi l'Hotel d'Angleterre, compresi che non avremmo mai trovato il nome di Lilian nel registro delle presenze. Si trattava di un gigantesco e imponente edificio affacciato su una piazza elegante nel cuore della città, senza dubbio un cinque stelle con stanze da sogno che costavano come minimo duemila corone a notte, ossia circa trecento dollari. Quando Lilian aveva letto sul modulo per il visto che occorreva indicare un recapito, doveva aver cercato su Google e scelto l'albergo più distinto, forse su suggerimento di Slobo, che le aveva spiegato che un posto del genere forniva più garanzie di un B&B nel quartiere dei figli dei fiori.

Parcheggiai.

Anna si era occupata di prenotare un albergo all'aeroporto mentre io avevo prelevato una somma consistente di corone da un bancomat, noleggiato la macchina, comprato una guida della città e ottenuto con gentilezza una valanga di spiccioli dal commesso del negozio. Dopo esserci registrati all'albergo ero andato al centro servizi interno e tramite Bluetooth avevo inviato la fotografia di Lilian a una stampante. 'Fanculo a barba e doccia, per il momento.

Adesso entrambi avevamo una copia a colori formato A4 e una cartina di Christiania che avevo scaricato da Internet.

L'Angleterre era elegante all'interno quanto lo era all'esterno. Non era il genere di posto che esibisce le fotografie della clientela appese al muro, ma io sapevo dalle ricerche effettuate da Anna su Google che tutti, da Winston Churchill a Tony Blair, avevano pernottato lì quando si trovavano a Copenaghen.

A sinistra c'era un cocktail bar e a destra la reception. Il ragazzo in uniforme dietro il bancone ci accolse con un sorriso professionale ma non molto cordiale.

"La parità sociale è radicata nella mentalità danese», mi spiegò Anna. "Un impiegato non uscirà mai dal suo ruolo per essere deferente con i clienti, in nessun caso.»

Io invece trovavo la cosa deprimente.

Esibii la fotografia di Lilian e gliela passai. "Ha visto nostra sorella? Dovrebbe essere arrivata qui il 3 marzo. Non l'abbiamo più sentita e, in tutta sincerità, siamo un po' preoccupati. Viaggia da sola.»

Il ragazzo la fissò a lungo. Anche lui era sui vent'anni. Un'ospite bella quanto Lilian non sarebbe passata inosservata. Mentre rispondeva, fissai i suoi occhi, e non le sue labbra. Non l'aveva riconosciuta. Avrei potuto domandare se c'era qualcun altro a cui chiedere, ma decisi che non era il caso. Se tutte le piste si fossero rivelate vicoli ciechi, saremmo tornati lì per ricominciare da capo.

Ci dirigemmo all'auto.

"Nicholas... Ho riflettuto sulla terapia.»

"Sulla mancanza di terapia, vorrai dire.»

"Perché non a Mosca? Così abbiamo più tempo per stare insieme.»

"Più tempo per sbavare e farmela addosso. Che senso ha? Io non voglio arrivare a questo stadio e di sicuro non voglio che tu debba vedermi conciato così.»

"Non dovrei essere io a scegliere?»

"Forse. Ma io ho già deciso. Resisto fino a che non sarà troppo doloroso o troppo insopportabile per entrambi. A quel punto mando giù un paio di flaconi di pillole, ci mettiamo a letto e ti sveglierai soltanto tu.» Premetti il pulsante sulla chiave. "Che ne dici?»

Anna aprì la portiera e mi fissò da sopra il tetto della macchina. "Geniale. Così mi lasci da sola a sistemare tutto.»

 

 

3.

 

Christiania non era molto lontana. Io ero al volante mentre Anna sfogliava la guida. Nel 1971 un gruppo di hippie occupò i trentacinque ettari della base militare dismessa nel distretto di Christianshavn, il più orientale della capitale, e vi proclamò la città libera di Christiania. La polizia aveva provato a sgombrare e a liberare la zona ma era l'epoca dei figli dei fiori: un sacco di gente in cerca di un nuovo stile di vita raggiungeva Christiania da tutta la Danimarca. L'anno successivo, cedendo alla pressione pubblica, il governo permise alla comunità di esistere come "esperimento sociale». Vi si trasferirono circa un migliaio di persone che trasformarono le caserme in scuole e abitazioni e iniziarono l'attività dei collettivi, i laboratori e i programmi di riciclo.

"Mille persone su trentacinque ettari.» La guardai di sbieco. "Da dove comincerebbe un'affezionata sorellina la sua ricerca?»

"Per prima cosa avrà cercato un posto dove stare. Slobo le avrà detto che una comune è l'ideale per nascondersi, e poi, come da manuale, deve aver aggiunto che un amico era in grado di assisterla e forse anche di trovarle un lavoro.»

"Comunque sia, anche se l'hanno già trasferita, qualcuno deve averla vista, avrà pur mangiato da qualche parte, sarà entrata in un bar.»

Anna lasciò scorrere il dito in fondo alla pagina. "Christiania, la città senza auto, ha un mercato, alcuni negozi di artigianato e molti locali dove è possibile bere un caffè e mangiare qualcosa. L'ingresso principale è su Prinsessegade, a duecento metri dall'incrocio con Bàdsmandsstnede. Si può fare un giro guidato di Christiania. Sopra il Café Oasen c'è l'ufficio informazioni di Pusher Street.»

"Guidami, allora.»

"Ci siamo quasi. A sinistra fra quattro o cinque isolati.»

"Pusher Street significa quello che immagino?»

Annuì. "Dal 1990 la storia di Christiania è stata tutta un susseguirsi di incursioni della polizia in Pusher Street. Con regolarità i poliziotti in tenuta antisommossa hanno organizzato pattugliamenti e incursioni nella comune che spesso sono sfociati in scontri violenti e arresti.»

Tornò alla pagina con la cartina. "è questa. Qui a sinistra.» Trovai parcheggio in una strada piena di locali e bar molto vicina a Prinsessegade. Infilai nella macchinetta una manciata di monete sufficiente a garantirci la sosta per qualche ora e appoggiai il biglietto sul cruscotto.

Camminammo per duecento metri e raggiungemmo una stradina secondaria, e dopo pochi passi ci apparve una grande insegna di legno che annunciava l'ingresso a Christiania. Sul retro, a beneficio di chi usciva, si leggeva state entrando nell'ue.

Un cartello ci informò che le visite guidate partivano da quel punto alle tre del pomeriggio. Un altro mostrava una macchina fotografica attraversata da una striscia rossa. Gli spacciatori non se ne erano mai andati, mi disse Anna. E a nessuno spacciatore piace essere ripreso.

Camminavamo fra muri coperti di graffiti e murales. Un odore familiare era sospeso nell'aria: l'aroma acre e leggermente dolciastro dell'hashish si intensificava via via che avanzavamo. Una donna ci superò con una bicicletta che aveva sul davanti una gigantesca cassa di legno che conteneva un paio di rottweiler con la museruola.

Un giovane con i capelli rasta stava di guardia a una recinzione, in una mano teneva una trasmittente e nell'altra uno spinello formato gigante. Immaginai che il sistema funzionasse come quello degli amish nel film Witness: una chiamata e la comunità interveniva di corsa, o, nel caso di Christiania, gli spacciatori. La nostra guida diceva che la Narcotici, con l'aiuto della squadra Antisommossa, aveva effettuato numerosi blitz in Pusher Street, arrestando tutti gli spacciatori che non raccoglievano la merce e non scappavano abbastanza in fretta.

"Non è che la guida spiega perché non chiudono il posto del tutto e la fanno finita?»

"Ci sarebbero delle rivolte. Il mercato del fumo muove milioni l'anno.» Anna camminava senza smettere di leggere. Perfetto. Sembravamo turisti in cerca del "santuario per chi è stanco del consumismo e della routine quotidiana».

A una ragazza cresciuta in mezzo al caos e alla delinquenza seguita alla caduta della cortina di ferro quel posto doveva essere sembrato un paradiso. Slobo non doveva certo aver faticato a convincerla. "Accenditi, sintonizzati, sganciati... Fantastico fino a che i soldi non finiscono e ti rendi conto che devi farti tagliare i capelli, comprare abiti da lavoro e guadagnarti da vivere.» Ghignai. Iniziavo a parlare come Tresillian.

I graffiti coprivano dappertutto ogni centimetro di muro. La filosofia era: vivere con poco per migliorare la qualità della vita.

Da chissà dove giungeva della musica ad alto volume.

Ci trovammo di fronte un giovane con una felpa piena di buchi. Camminava lentamente.

"Pusher Street?» Anna gli mostrò la cartina.

Ce la indicò con aria stanca. Dopo i giardini di Tivoli, Christiania è la seconda attrazione più importante di Copenaghen e tutti quanti vogliono poter raccontare agli amici a casa di essersi avventurati in Pusher Street.

"Hai visto questa ragazza?»

Anna tirò fuori la fotografia ma lui se n'era già andato.

 

 

4.

 

Giungemmo a un piccolo mercato. Tre o quattro banchi vendevano magliette, cappelli e sciarpe. Anna mostrò ai venditori la fotografia di Lilian ma nessuno la riconobbe. Mi chiesi se sarebbero stati in grado di riconoscere la loro madre: avevano tutti un'aria un po' stordita.

Anna vide un bar. "Come hai detto tu, certamente avrà avuto bisogno di mangiare e bere, sarà entrata nei negozi...»

Varcammo la soglia. Lo stanzone era pieno di uomini con la barba a ciuffetti e berretti di lana con il copriorecchie. Gli strani eravamo noi. Ci comportammo come fa un familiare preoccupato. Raggiungemmo il bancone e mostrammo la fotografia di Lilian. La ragazza che serviva aveva piercing alle sopracciglia, un anellino sul naso e i capelli ossigenati.

"Ha visto questa ragazza?»

"Mi dispiace, no.»

"Possiamo chiedere ai clienti?»

"Fate pure, ma vi prego, consumate qualcosa.»

Ordinai un paio di birre e le allungai una manciata di corone. Lasciammo le bottiglie sul bancone e iniziammo il giro. I clienti del primo e del secondo tavolo scrollarono la testa dopo aver dato un'occhiata alla fotografia. Guardavano, ma avevo l'impressione che non ci avrebbero detto niente anche se l'avessero vista. Attribuii la reazione alla rabbia che covavano verso il sistema.

"Anna, qui non caviamo un ragno dal buco. Proviamo all'ufficio informazioni.»

Quando ci voltammo per uscire, un uomo sulla sessantina con la faccia rubizza si alzò in piedi come per seguirci. Ma poi ci ripensò e si rimise seduto. Forse era troppo fatto o troppo scazzato. Sfoggiava lunghi capelli bianchi che avevano urgente bisogno di una bella lavata, forse anche più di noi due, e una barba candida da fare invidia a Gandalf del Signore degli Anelli.

Scambiai un'occhiata con Anna e raggiungemmo il suo tavolo. Lei gli si sedette davanti, io rimasi in piedi lì accanto. Il barbuto fissò intensamente il bicchiere: tutto quanto faceva pensare che si fosse già scolato un certo numero di whisky prima di quello.

Fece un cenno verso la fotografia. Gli occhi acquosi erano come smarriti nelle orbite. "Vostra... figlia?»

"No, mia sorella. è scappata. è venuta qui una quindicina di giorni fa. L'hai vista?»

Prese un pacchetto di tabacco Drum e delle cartine ma non si affrettò a rollarsi una sigaretta. Anna comprese al volo e tirò fuori le sue belle e pronte. Lui si finse sorpreso e ne ghermì tre.

"Molte persone dicono che questo posto le ha salvate quando stavano colando a picco e non sapevano più dove andare.» Il suo accento danese era marcato ma l'inglese era apprezzabile. "Io sono una di quelle. Sono andato via di casa a quindici anni e sono rimasto alla deriva fino a che non sono approdato a Christiania.»

Si fermò per accendere la prima Camel di recente acquisizione, e aspirò il gusto di una vera sigaretta con la voluttà che soltanto i fumatori conoscono. Quanto a me, avrei tanto desiderato essere ancora nell'Unione Europea dove quella schifezza era bandita nei locali pubblici. Anche Anna ne accese una per contribuire all'inquinamento.

Gandalf agitò la mano libera verso il locale come se fosse il suo regno. "Agli inizi abbiamo costruito le nostre case nei boschi o sistemato le vecchie caserme. Avevamo il diritto di costruire dove volevamo. Un diritto sconosciuto altrove.»

Non riuscii a capire se il sorriso che spuntò dietro la barba fosse dovuto alla felicità o alla cannabis, ma mise in mostra in tutta la loro gloria tre o quattro lapidi gialle ancora attaccate alle gengive.

Posai un dito sul mento di Lilian. "Si chiama Lilian Nemova. L'hai vista?»

"è russa?»

"Moldava.»

I suoi occhi tremarono mentre li abbassava sulla fotografia, ma soltanto per un attimo. "Tu non parli come un moldavo.» Anna si era scocciata di lui almeno quanto me. "Mi sta aiutando a cercarla.»

Gandalf prese un sorso dal suo bicchiere.

Io continuavo a controllare chi entrava e chi usciva. Non si può mai sapere.

"Lavoravamo forte. Artisti, socialisti, anarchici, gente che beveva e fumava troppo, ma avevamo le nostre regole. Anche qui ci sono i malvagi che vessano i più deboli e i più soli.» Allargò le braccia verso l'esterno con un gesto vago. "Era l'inizio di una nuova era. Di un nuovo modo di vivere. Poi è cambiato tutto. Abbiamo avuto anche un omicidio qui... qui a Christiania!» Puntò il dito rugoso verso la ciotola dello zucchero come se fosse l'origine di tutti i mali. "è sbagliato, non dovrebbe essere così.»

Si scolò l'ultimo sorso.

"Ma l'hai vista?» insistei.

Scosse ancora la testa, ma evitò di guardare la fotografia. "Sono giorni tristi. Bande di turchi, bande di palestinesi, di balcanici, di russi. Sono tutti qui.»

Mi accucciai con i gomiti sul tavolo per incontrare i suoi occhi. "Una delle bande, forse i russi, potrebbero averla loro?» Fissò il bicchiere vuoto e continuò a scuotere la testa. Iniziò a piangere, la bava gli colava sulla barba.

"Che si fotta. Andiamo. Più gente incontriamo e più aumentano le possibilità che qualcuno si faccia avanti per affrontarci.»

Anna non era del tutto convinta. "Affrontarci? Non è un granché come prospettiva. Saremmo spacciati.»

"Hai un'idea migliore? Non direi che si stiano facendo in quattro per aiutarci, o sbaglio? Rischiamo di restare qui per giorni in attesa che questo cretino diventi sobrio.»

 

 

5.

 

Tornati in strada, studiai la cartina. "Di là.»

Nessun cartello ci informò che eravamo arrivati, ma in breve ci trovammo in Pusher Street. L'atmosfera cambiò di colpo, come se avessimo varcato il confine tra il regno delle fate e il territorio dei troll. Le strade erano squallide e l'odore dell'hashish ancora più pungente. Attorno a bidoni di metallo con il fuoco acceso all'interno si aggiravano loschi figuri dall'aria minacciosa con la testa rapata o coperta dal cappuccio. Seguii un ragazzo che si avvicinava a un gruppo di persone che poi gli indicò un vicolo. Il loro ruolo consisteva nel dirottare gli acquirenti e tenere d'occhio la polizia.

Pitbull senza guinzaglio si aggiravano ovunque.

"è un vecchio trucco russo.» Anna indicò un cane che con tutta probabilità aveva i tatuaggi sulle zampe davanti. "Sono addestrati dagli spacciatori per lo sgombro immediato delle scorte prima dei raid della polizia.»

I banchi artigianali erano protetti da ombrelloni di stoffa. Entrai nell'ombra e sbirciai la mercanzia. Pani di hashish e sacchetti di erba erano esposti su un tronco d'albero e su un barile di legno. Mostrai al padrone del banco la fotografia di Lilian e gli chiesi in inglese se l'avesse vista. Poteva essere un suo coetaneo. Indossava una sudicia divisa dell'esercito tedesco che non era stata lavata dai tempi di Stalingrado.

Mentre stava per rispondere, uno skinhead con una felpa nera si avvicinò deciso al braciere. "Smamma!» mi urlò in faccia, poi mi diede uno spintone. Annuii e mi ritirai con le mani in alto. Non potevo fare altrimenti, troppe facce da forca mi fissavano minacciose e troppi cani ai loro piedi. Altro che comunità ispirata ai principi dell'"estate dell'amore», come no!

La mia angosciata sorella mi prese il braccio e mi trascinò via.

Feci del mio meglio per mostrarmi spaventato, e una parte di me lo era davvero. "Se Lilian si è messa con uno di questi rotti in culo, Anna, penso proprio che abbiamo un problema.»

 

 

6.

 

A Christiania ci sono centinaia di edifici e Lilian poteva essere nascosta in uno qualsiasi o forse in nessuno. Quasi tutte le attività, i negozi e i ristoranti erano concentrati nella zona urbana della comune, collegata con i quartieri più lontani per mezzo di ponti e sentieri pedonali. A nord, rispetto a noi, l'agglomerato urbano cedeva lentamente il posto ai boschi.

Dopo averla convertita in appartamenti, avevano chiamato Fredens Ark, l'Arca della pace, la caserma principale. Era la costruzione mista di mattoni e legno più grande del Nord Europa, e ospitava oltre ottanta persone. Poi c'erano altri trentaquattro ettari di vecchi edifici dell'esercito, di roulotte in rovina e moderni prefabbricati in legno. Se anche avessimo trovato tutti in casa, avremmo impiegato dei giorni a setacciare la zona. "Dobbiamo dividerci, Anna, ti sta bene?»

"Nessun problema.»

Aprii la cartina. "Potresti partire dal ristorante vegetariano, il Morgenstedet, e il centro del doposcuola, il Rosinhuset, e continuare fino alla zona residenziale. Io mi faccio i bar e i club attorno a Pusher Street. Se non troviamo un cazzo di niente, ci vediamo comunque al bar del barbuto al tramonto.» Le sfiorai il viso. "Se scoppia qualche casino, scappa.»

Mi abbracciò. La seguii con lo sguardo mentre spariva lungo la strada. Poco più in là, all'improvviso, due cani senza guinzaglio si affrontarono brutalmente in un vero e proprio combattimento. Accorsero i proprietari con le catene per domarli. Nel caso improbabile che fossimo riusciti a rintracciare Lilian, non avevo dubbi sul trattamento di benvenuto che i suoi carcerieri ci avrebbero riservato.

 

 

7.

 

Il centro di musica e incontro della comunità, l'Opera, si trovava in un edificio di mattoni posto all'inizio di Pusher Street. Come aveva detto la guida, il Café Oasen era al pianoterra e sopra c'era l'ufficio informazioni.

Entrai e provai con la ragazza alla cassa. "Potrebbe avere i capelli più corti, o forse di un altro colore.» Non che pensassi che Lilian avesse speso i soldi risparmiati magari a fatica per andare dal parrucchiere ma, se fosse caduta in mano a una banda di trafficanti, poteva essere stata trasformata a loro piacere, e poi volevo che le persone a cui chiedevo di lei mettessero in funzione il cervello. Mentre parlavo, scrutavo gli avventori. Capita che ci si concentri tanto nella ricerca della persona a cui chiedere, o nella scelta del bar successivo, e il bersaglio ti passi davanti senza che tu te ne accorga.

La ragazza scosse la testa.

Mi affacciai nel salone della musica. L'alto soffitto sorretto da lunghi pali decorati e la forma a raggiera della pista da ballo bianca e rossa davano la sensazione di un circo. Divani e poltrone erano sistemati come in un salotto contro la parete più lontana, in netto contrasto con le schifezze all'esterno. Il posto era deserto.

Salii al piano di sopra, all'ufficio informazioni. Un altro buco nell'acqua, ma se non altro il ragazzo mi suggerì di attaccare la foto. Non ne avevo altre con me. Lo ringraziai e gli dissi che sarei tornato se non avessi avuto fortuna.

Nello stesso edificio c'erano anche il teatro per i bambini e il Jazz Club. Vuoti entrambi. Dall'altro lato della strada, esattamente di fronte, vidi un negozio che vendeva vestiti e oggetti di artigianato e il Marzbar, un Internet café. Andai in tutti e due, sempre con gli occhi ben aperti.

Ispezionai anche un lungo edificio di tre piani, che un tempo era l'arsenale della guarnigione, e adesso ospitava il Loppen - la pulce -, locale per concerti alternativo, un ristorante, una zona espositiva, laboratori di hobbistica, un ritrovo per giovani e, vicino all'entrata, l'Infocafé e l'ufficio postale di Christiania. Impiegai più di un'ora per visitarli tutti e mostrare la fotografia di Lilian.

Di nuovo all'aperto, in Pusher Street, entrai nel panificio Sunshine, nella lavanderia, nelle cucine della comune e in un bar che si chiama Monkey Grotto. Niente. La mia speranza era che girasse la voce che due scemi si aggiravano dappertutto in cerca di una ragazza. Forse sarebbe arrivata alle orecchie delle bande prima che noi iniziassimo a surriscaldare la serata.

Mi infilai in un altro bar, il Woodstock, poco più avanti, e nel negozio del tatuatore di fronte. Comprai un panino con verdure grigliate in un piccolo locale lì a fianco. Mi spostai al Nemoland, dove potevi sentire musica all'aperto: c'erano un bar all'interno e all'esterno, panche e ombrelloni, un palco e persino una tavola calda che serviva cibo thailandese. Palme e decorazioni in stile greco e cinese completavano l'arredamento.

Alla fine mi arresi: nessuno del posto aveva mai visto Lilian.

Iniziai a pensare che forse dovevamo cambiare tattica. Il piano B era a doppio taglio. Poteva portarci dritto da Lilian o fotterci al punto da toglierci ogni possibilità. Anche quella di salvarci la pelle.

 

 

8.

 

Poco prima del tramonto andai verso il luogo dell'appuntamento. Orde di casinisti, alcuni forse già sbronzi, si riversavano a Christiania per una notte di musica, alcol e droga nella città libera, dove l'illuminazione nelle vie era fornita dalle lampadine nude dietro le finestre.

Camminavo veloce, ma non tanto da richiamare l'attenzione; girai a destra e a sinistra fra le stradine fermandomi una volta sola per controllare la cartina. Durante il tragitto incontrai Anna.

"Trovato qualcosa?»

"Niente. Ma ho ricevuto notizie dal mio contatto a Mosca. Ha scoperto il destinatario finale.»

"Una società?»

Scosse la testa. "Un Paese. Il radar è per il Pancir'-SlE in dotazione all'esercito iraniano. Sai cos'è un SI E?»

"Certo, un missile terra-aria. Tarasov costruisce circuiti per il sistema di guida del missile.»

Ci prendemmo a braccetto. Nell'ombra si aggiravano ragazzi con la trasmittente e canne grandi quanto un RPG, con i pitbull alle calcagna.

Dopo un po' ci stancammo di aprirci un varco fra gruppi di turisti indecisi e adolescenti del posto che si fumavano il cervello, e imboccammo una strada laterale.

Dal buio si staccò una sagoma, un bianco sui vent'anni con un giubbotto di pelle nera e vecchi pantaloni dell'esercito. La testa era rasata. Anche con quella poca luce, vidi che aveva gli occhi sporgenti e iniettati di sangue.

"Volete hashish?»

"No.»

"Cocaina? Eroina?»

Suonava più come una minaccia che un invito a provare le specialità della serata.

Non ci fermammo. "No.»

Camminando all'indietro a pochi passi di distanza, ci indicò il retro di un edificio lì vicino. "Venite con me. Vi posso procurare ciò che volete. Ice? Ket?»

Scossi la testa. "Non vogliamo niente.»

"Se non volete comprare, cosa ci fate qui? Siete poliziotti?» Anna fu altrettanto dura. "Non abbiamo soldi.»

Il tipo serrò il pugno. "Già, giusto, e io non ho il cazzo.» Continuammo a camminare.

Infilò la destra in tasca. Per fortuna non aveva un coltello, ma una trasmittente. "Vi faccio a pezzi. Tutti e due. Comprate qualcosa o toglietevi dalle palle, sbirri.»

Anna mostrò la fotografia. "L'hai vista?»

Non perse tempo a guardarla. "Fottiti.»

Lo superammo, mentre ci vomitava addosso una valanga di insulti, ma sapevamo che comunque non ci avrebbe seguito. Viveva nelle tenebre. Eravamo arrivati all'inizio del vicolo che portava a Prinsessegade. Andavamo contro corrente. La gente si riversava a gruppetti di tre o quattro oltre il cartello che a noi diceva che stavamo per entrare nell'UE.

 

 

9.

 

Gandalf era allo stesso tavolo dove lo avevamo lasciato. Il bicchiere doveva essere stato riempito ancora un certo numero di volte. Il portacenere era colmo di cicche di sigarette arrotolate. Quella fra le sue labbra era spenta e la cenere si era depositata sulla barba.

Sollevò lo sguardo annebbiato per vedere chi entrava nel locale quasi vuoto, e attaccò subito con la stessa solfa di prima, esattamente dal punto in cui lo avevamo lasciato, come se non avesse mai smesso di raccontarci quella roba. "Bande. Violenza. è colpa del governo. Qui si vendeva l'erba migliore d'Europa, sì, proprio qui a Christiania. Poi i politi hanno distrutto il commercio. Poi le bande...»

Anna sedette al suo tavolo. "Forse puoi dirci qualcosa di più sulle bande. Dove sono i russi? Sai dove li possiamo trovare?»

Sedetti accanto a lei mentre Gandalf continuava a blaterare.

I suoi occhi oscillavano e rimbalzavano come lo schermo di una slot-machine, ma non entrarono mai in contatto con noi.

"Siamo cittadini della Danimarca. Paghiamo le tasse...»

Pensai che avrebbe terminato la frase, invece ne iniziò un'altra.

"La nostra musica, la nostra arte hanno contribuito alla cultura e agli affari della Danimarca. Abbiamo una clinica gratuita. Offriamo rifugio e cura ai tossici, agli alcolizzati, ai senzatetto...» Sollevò il dito giallo di nicotina per essere certo che comprendessimo l'importanza della categoria che seguiva, "...e ai matti. Gli sbirri non fanno altro che darci fastidio. Ma agiscono contro le bande? No! Ci sfruttano, e noi cosa possiamo fare?»

Anna prese il pacchetto di Camel e gliene offrì una. "Sai dirci dove stanno i russi?» Mostrò di nuovo la fotografia di Lilian. "Dove possiamo trovarli?»

Rifiutò la sigaretta. "Perché pensate che possa saperlo? Io non so niente.» Era incazzato o spaventato, difficile capire quale delle due.

Picchiò con violenza il pugno sul tavolo, così forte che il bicchiere sobbalzò. "Niente!»

Abbassò di nuovo la testa. Le lacrime gli scendevano dagli occhi. "Non posso sopportare ancora...»

Lo lasciammo ai suoi fantasmi e ordinammo caffè e tramezzini al salmone al bar. Pagamento anticipato, naturalmente.

"Penso che stanotte non otterremo un cazzo di niente. Lei potrebbe già essere stata drogata e fatta prigioniera, e non la troveremo per strada. I ragazzi là fuori in Pusher sono l'ultimo gradino del mercato. Non soddisfano i bisogni del cliente che vuole calarsi i pantaloni Armani, e non sono trafficanti. Non arriveremo ai russi tramite loro. Li faremo soltanto imbufalire e ci ritroveremo a essere cibo per i pitbull.»

Anna cercava di capire dove portava il ragionamento. "E quindi?»

"Quindi, tira fuori l'iPhone.» Chiusi gli occhi per visualizzare il numero internazionale che era nel registro delle chiamate di Slobo.

"Scopri il prefisso della Danimarca...»

Lei lavorò con i pollici e io misi in funzione il cervello. Il ricordo non tornò all'istante, ma mi succedeva sempre così. Io tendo a ricordare la forma dei numeri più che i numeri stessi.

"...è 45?»

"Sì, + 45.»

"Slobo sul cellulare aveva un numero internazionale. Iniziava con 45.»

"Jules non può rintracciarlo?»

Arrivarono i caffè e attesi che il barista mettesse distanza fra le sue orecchie e la mia bocca.

"Anna, Jules mi ha dato il BlackBerry che canta e balla ma questo non vuol dire che io possa mettermi in contatto con lui e con Tresillian ogni volta che ho bisogno dell'elenco del telefono.»

Mi zittii all'arrivo dei tramezzini.

"Devi sapere un'altra cosa. Credo che Jules sia un tipo a posto, ma non conosco abbastanza Tresillian da potermi fidare di lui, quindi, fino a che non scopro cosa c'è dietro questa merda, preferisco dire a tutti e due il minimo indispensabile.»

Presi l'iPhone di Anna quando lei cominciò a mangiare e digitai il numero.

"Questa telefonata potrebbe fottere Lilian per sempre. Non mi do la pena di immaginare chi troveremo dall'altro capo. Ma so che forse abbiamo pestato un bel po' di piedi a qualcuno in particolare.»

"Procedi.»

Inoltrai e attesi che squillasse. Partì pochi secondi dopo.

Niente per tre squilli.

Anna sollevò la mano. "Riaggancia.»

Feci come aveva chiesto. Sapevo che doveva avere ottime ragioni.

"Adesso richiama.»

Ubbidii, lei attese il tono di chiamata, poi lo allontanò. Lo squillo di un Nokia anni Novanta risuonò per la sala. Questa volta Gandalf si svegliò e infilò la mano in tasca.

"Ehi?»

Chiusi. Lui scosse il cellulare, lo appoggiò ancora all'orecchio e infine lo rimise nel cappotto.

Poi alzò gli occhi e vide che lo stavamo fissando dal bar; io avevo ancora in mano l'iPhone di Anna.

Sapeva di aver fatto una cazzata. Si alzò e puntò verso la porta.

Anna si mosse per seguirlo ma la bloccai. "Non andrà lontano. Non corriamo. Camminiamo.»

La luce fioca in strada ci consentiva di seguire gli spostamenti di Gandalf. Forse era convinto di muoversi come Usain Bolt, ma il peso degli anni sulle gambe e il cervello andato a male lo stavano tradendo.

Girò l'angolo mentre noi ci facevamo largo fra la folla. Ci mettemmo un attimo a catturarlo e a spingerlo nella striscia di terreno fangoso fra due caserme.

Lo sollevai per le braccia dalla merda.

"Ti prego, ti prego... uccidimi, sì, per favore uccidimi. Non ce la faccio più a reggere il peso della colpa. Mi obbligano a farlo... Uccidimi, ti prego, ti imploro, liberami...»

Lo spinsi contro un pannello di legno marcio. Si zittì e Anna iniziò a interrogarlo.

"Lei dov'è? Dov'è andata?» Gandalf mi guardò con gli occhi sbarrati. "Io non lo so. L'hanno presa loro. Non so dove sia adesso.»

"Chi l'ha presa? Chi?»

Altre lacrime. Giunse le mani. "Non doveva andare così. Io incontro le ragazze e basta. Le incontro e le accompagno. Mi costringono a farlo. Non ho scelta. Vi prego, non ne posso più. Uccidetemi adesso...»

Anna si avvicinò. "Chi sono?»

"Russi.»

"Dove le portano?»

"Alla casa verde, la casa vicino al Loppen.»

Afferrai il braccio di Anna. "So dov'è. Andiamo, 'fanculo a lui.»

Crollò in ginocchio, mi afferrò le gambe e piagnucolò contro i miei jeans. "Tutte quelle giovani, perdute, picchiate. Le vendono. Le riempiono di droga e le vendono.» Singhiozzava forte.

Lo spinsi lontano e cadde di nuovo nel fango.

"Non so dove andare. Mi cacceranno da Christiania. Volevo dirlo ai politi, ma cosa avrebbero potuto fare? Io dovevo ubbidire agli ordini.» Mi lanciò uno sguardo supplicante. "Per favore, per favore, uccidimi. Sono comunque già morto. Sono così stanco! Quelle ragazze, quelle poverette...»

Si raggomitolò in posizione fetale. Mi chinai e lo feci rotolare sulla schiena.

Anna provò a trascinarmi via. "Nicholas, no, non farlo!»

Mi liberai dalla sua stretta e mi avventai contro quel delinquente, gli tirai la barba da una parte e lo afferrai per il collo. Iniziai a stringere.

"Grazie... grazie... mi sento così... in colpa.» Rantolava, ma c'era sollievo nei suoi occhi.

Mi avvicinai maggiormente e portai la bocca contro il suo orecchio. "Fottiti. Vivrai. E dovrai ricordare ogni ragazza che hai consegnato a quei rotti in culo. Potevi scegliere, e hai scelto la via più facile. Ma questa volta, no.» Gli tolsi il cellulare dalla tasca prima di mollarlo. Poi presi Anna per mano e tornammo sulla strada.

 

 

10.

 

Seguii Anna sulla rampa di gradini di legno scheggiati e poi nel portico della casa con la vernice verde scrostata. Restai qualche passo indietro come deve fare una brava guardia del corpo. Prima di buttarlo, avevo controllato il registro delle chiamate del telefono di Gandalf, ma non mi ero aspettato molto. O lui era più in gamba di quanto dava a vedere, oppure, cosa più probabile, i suoi amici trafficanti preferivano non correre rischi.

Da tempo l'edificio non era più abitato. Accanto alla porta c'era un frigorifero corroso dalla ruggine. Il legno del pavimento sotto quel che restava della vernice era marcio. Aveva più l'aspetto di un covo dove farsi di crack, che del quartier generale di un'organizzazione internazionale.

Anna bussò sul pannello di vetro nella parte superiore della porta. Io le ero vicino. Una debole luce filtrava attraverso le tende sporche appese all'interno.

Dei passi rimbombarono sul tavolato. Le tende si mossero e la porta si aprì solo di quel tanto da mostrare un mento coperto da una barbetta lanuginosa. Il suo proprietario annuì alle parole di Anna, che io non compresi, ma fece l'atto di chiuderci la porta in faccia. Il piede di Anna scattò nel varco. Ci trovammo di fronte un piccoletto. Lei lo aggredì con una rapida sequela di parole in russo. Il nano si arrese. Annuì e chiuse la porta.

Anna attese. Non si voltò a guardarmi. Altri passi risuonarono verso di noi. Sentivo delle voci, poi vidi movimenti e ombre dietro le tende. Lei mi aveva detto che quei delinquenti erano avidi fino all'inverosimile e che, nonostante tutto, erano uomini d'affari. Una vendita era una vendita. Stavamo per scoprire se aveva ragione.

La porta si aprì di nuovo. Una mano scattò in avanti, Anna tentò di schivarla ma non fu abbastanza veloce: l'uomo le afferrò i capelli e la trascinò dentro conficcandole la pistola nel collo. In quel momento non potevo fare altro che seguirla.

Lei inciampò sulla soglia. Il nano già mi puntava contro la pistola. Un altro allungò il braccio, mi afferrò per il cappotto, m'infilò la canna di un'arma nel collo e mi spinse a terra sul tavolato, mentre la porta sbatteva alle mie spalle, richiusa da un terzo uomo.

Il trio di energumeni erano tutti omoni sulla trentina e indossavano giacconi North Face con il cappuccio bordato di pelliccia. Anna li insultò inferocita e loro la ignorarono alla grande. Sentivo un fruscio di nylon, mentre ci perquisivano alla maniera russa. Lei continuò a insultarli, come avrebbe fatto chi era nel ramo. Io mi mostrai indifferente mentre mi rivoltavano le tasche e prendevano il BlackBerry.

Di fronte c'era una vecchia scala in legno illuminata debolmente da una lampadina priva di paralume. La casa puzzava di umido, un odore forte e dolciastro, come se da anni non cambiassero l'aria.

Il più grosso dei North Face esercitò il suo diritto di prelazione su Anna. Lanciò uno sguardo lascivo ai compagni e le passò le mani sul corpo. Lei lo incenerì con lo sguardo e gli vomitò addosso un fiume di parole in russo, preludio a un'azione più decisa. Lui gradì così tanto qualsiasi cosa gli avesse urlato, che le strizzò ancora i seni per avere il bis.

Il nano, ovviamente, era la mente del gruppo. Se ne stava lì, a godersi lo spettacolo, con le due fotografie di Lilian, le cartine e i nostri cellulari in mano.

Sentii del rumore in cima alle scale, sollevai lo sguardo e vidi due adolescenti con gli occhi sbarrati. Le ragazze erano carponi, nel tentativo di nascondersi, ma incuriosite dall'aggressione al piano di sotto. Sotto le magliette, una di un concerto dei Guns N' Roses e l'altra di un colore grigio che una volta era bianco, erano nude. I capelli erano arruffati in una massa scomposta ma lasciavano scoperti gli occhi incorniciati da sopracciglia disegnate con la matita, che le facevano assomigliare a due bambole.

Sobbalzarono spaventate quando il Grosso si accorse di loro, e sparirono in un lampo mentre lui si staccava da Anna e saliva i gradini due alla volta urlando come il padre più incazzato del mondo.

Gli altri due ci sollevarono da terra e ci spinsero contro il muro; quello che mi spaventava di più era il loro atteggiamento menefreghista. Avrebbero potuto ucciderci od offrirci un caffè con la stessa disinvoltura.

Anna prese il comando. Iniziò a parlare al nano. Mi parve di capire che chiedesse di incontrare il capo. Il suo tono di voce era calmo, misurato e uniforme, soltanto appena più alto per farsi sentire sopra la sinfonia delle grida delle ragazze e del rumore degli schiaffoni che il Grosso affibbiava loro. Riuscì a non mostrare alcun interesse per il dramma che andava in scena al piano di sopra.

Il nano le indicò il retro della casa. Era chiaro che io non ero compreso nell'invito.

Lei restò immobile. Si voltò e mi indicò. Questa volta pensai che li stesse mandando a fare in culo. Le frasi erano veloci e aggressive. Le sberle e le urla al primo piano cessarono e le ragazze iniziarono a supplicare.

Il nano le chiese qualcosa.

Anna rispose, non so cosa, ma funzionò. Lui si avviò nel corridoio. Da quando eravamo entrati nell'edificio, Anna non aveva mai guardato il suo aiuto a noleggio. Se la cavava benissimo. Mi impartì un ordine in russo e a gesti mi indicò cosa voleva da me. Le rimasi dietro mentre percorrevamo il breve tratto di corridoio verso la porta sul retro. I nostri passi sulle tavole di legno producevano uno strano rimbombo.

Entrammo tutti e tre in una cucina, ampia e piena di fumo. Un uomo, ancora più piccolo del nano ” ma senza dubbio con molto più potere - era seduto davanti a un caffè. Fumava una sigaretta senza filtro. Adesso le ragazze e il Grosso si trovavano direttamente sopra di noi. Sapevo di dover rimanere impassibile: eravamo compratori, ben consapevoli che le ragazze andavano domate.

Qualche bagliore della fioca luce in strada si sforzava di penetrare le tende a pezzi. Compresi perché tutti tenevano addosso i giacconi. L'interno era ancora più freddo e deprimente dell'esterno. Non c'era riscaldamento. Era un posto di transito, nessuno si fermava a lungo in quel tugurio.

Una macchina Nespresso, come quella che avevo a casa, sembrava l'unico oggetto funzionante. Stava sul lavello in mezzo a schifezze varie e accanto al suo imballo.

Anna non attese l'invito. Si avvicinò al tavolo e sedette davanti all'omino. Le molle del letto iniziarono a cigolare sopra di noi. Sentii un singhiozzo soffocato.

Anna ignorò tutto quanto e continuò a parlare con calma e freddezza. E, per rendergli il messaggio ancora più chiaro, si allungò e prese una sigaretta dal pacchetto posato accanto a un piatto traboccante di cicche. L'accese con l'accendino di plastica che era vicino al cellulare dell'uomo.

Lui mi squadrò dalla testa ai piedi, con fare distratto. Distolsi lo sguardo. Era ciò che si aspettava. Io ero la guardia del corpo di Anna e il mio totale interesse era concentrato su di lei e non certo a cercare un contatto visivo con gli uomini presenti.

Il Grosso ci dava dentro di brutto. Ai suoi grugniti seguirono altre sberle e altri lamenti. Anna si comportava benissimo. Esprimeva sicurezza. Agiva come se davvero fosse venuta a comprare della merce.

Mi guardai attorno. Un coltellino da pane era accanto a una mezza pagnotta posata vicino alla macchina del caffè. Era l'unica arma in vista. Il corridoio era bloccato dagli uomini North Face che stavano appoggiati al muro, forse in attesa del loro turno al piano di sopra. La porta dietro ad Anna era sprangata. Se fosse scoppiato un casino, non avrei potuto fare altro che trattenerli il tempo necessario da permetterle di togliere il catenaccio e darsela a gambe.

Le molle smisero di cigolare e i singhiozzi sostituirono i grugniti. Io non mossi un muscolo, ma in quel momento promisi a me stesso che avrei passato il tempo che mi restava da vivere a stanare tutti quegli stronzi e a ucciderli.

Anna si accese un'altra sigaretta del capo e posò l'accendino sul tavolo. Il fumo le si arricciolò fra bocca e naso prima che lei iniziasse a parlare. Le uniche parole che compresi sembravano nomi di nazioni. Lui era sempre tranquillo, si accese a sua volta un'altra senza filtro e aspirò così forte che vidi la carta bruciare come una miccia.

Anna rimase seduta ad aspettare che lui riflettesse su quanto gli aveva detto. Non attese a lungo. Si alzò ancor prima che lui aprisse bocca. Ne aveva abbastanza di queste stronzate.

Mi voltai verso i ragazzi North Face. Volevo che fosse chiaro che volevamo uscire tutti interi. Fanculo ai cellulari e al resto. Mi spostai in corridoio in tempo per vedere il Grosso sorridere soddisfatto ai suoi mentre si rimetteva il cappotto.

Il piccoletto numero uno iniziò a parlare. Anna si fermò, girò sui tacchi, si avvicinò al tavolo e si mise seduta. Poi si servì di un'altra sigaretta.

Impartì un ordine a uno dei North Face. Sentii la porta di ingresso che si apriva e richiudeva.

Attendemmo in silenzio. Loro due fumavano. Di tanto in tanto il capo guardava il cellulare per controllare i messaggi, mentre Anna se ne stava appoggiata allo schienale. I singhiozzi di sopra erano lentamente diminuiti.

Dopo tre o quattro minuti una risata sinistra echeggiò nel corridoio e un tizio nuovo entrò in scena. Indossava un cappotto marrone sopra un maglione nero a collo alto, ed era così magro che sembrava impossibile che la testa poggiasse su quelle esili spalle. Tutto in lui era perfetto. Le unghie erano curatissime e forse anche lucidate. Neppure uno dei capelli castano scuro che gli restavano sul cranio era fuori posto. Non guardò né Anna né me, mentre si dirigeva verso il lato del tavolo del primo piccoletto.

Piegò la testa. "La donna parla inglese?»

Non era russo, il suo accento era di Liverpool, forte, duro e veloce.

Il piccoletto scrollò le spalle.

Liverpool sedette accanto a lui.

Anna schiacciò sul piatto quel che restava della sigaretta. Era impaziente, voleva concludere l'affare. "Tu chi sei?»

"Sono Babbo Natale. Le domande le faccio io. Perché sei venuta da noi?»

Gli occhi non erano proprio storti ma piegavano leggermente all'interno. Mi ricordò un tizio che avevo conosciuto ai tempi del battaglione. Robot era sempre AWOL, assente ingiustificato. O perché era andato alla partita del Millwall o perché l'avevano arrestato subito dopo. La cosa che preferiva di più al mondo era fracassare le vetrine dei negozi o picchiare con il martello i tifosi della squadra avversaria. Essere nell'esercito gli aveva incasinato la vita sociale.

Mi ero sempre tenuto a distanza da Robot. Era matto e imprevedibile come il suo aspetto. Un giorno nella cucina da campo si scontrò con una recluta. Invece di dire a Robot una frase tipo "Perché non guardi dove vai?» il ragazzo se ne uscì con un "Perché non vai dove guardi?» Noi ci rotolammo dal ridere, ma Robot non lo trovò divertente. La recluta restò per settimane all'ospedale con la mascella fratturata.

Anna si rilassò. "Io voglio ragazze. Mi sto espandendo in Italia, Francia e Germania.»

Liverpool si sporse in avanti ed esaminò l'ultima sigaretta del pacchetto. Curvando la bocca estrasse una scatola d'argento dalla tasca. La aprì con uno scatto e scelse un cilindretto al cancro senza filtro dei suoi. La sigaretta dondolò in su e in giù fra le sue labbra quando parlò. "Come ti chiami?» Poi prese l'accendino.

"Anna.» Risposta secca. Era lanciata.

Liverpool frugò nella tasca del cappotto e tirò fuori le fotografie di Lilian e i nostri telefoni. "Che cazzo è 'sta roba?» Anna non batté ciglio. "La ragazza è una delle mie, dalla Moldavia.»

Lui sorrise. "Adesso non più.»

Anna si appoggiò allo schienale e accettò la notizia con un cenno. "è di sopra?»

"No. Quelle due sono soltanto un compenso extra per i ragazzi.» Agitò la mano verso la porta. "C'è altro oltre al lavoro. Capisci?»

Anna ignorò la domanda. "La parte più difficile è portare le ragazze in Europa. E voi lo fate. Quindi, perché non venire da voi? Mi renderebbe tutto più facile.» Prese le fotografie dal tavolo e le appallottolò. "Avete ragazze da vendere o sto sprecando il mio tempo?»

"Dipende.»

Gli puntò un dito contro. "Le voglio giovani, non puttane sfatte o scrofe orrende già ripassate dai turchi. Io voglio quelle che arrivano qui fresche. Niente cicatrici, niente tatuaggi.» Con freddezza calcolata appoggiò il braccio sullo schienale della sedia.

Lui spostò le sigarette e l'accendino di lato. "Chi è che le vuole? Chi ti manda?»

Lei rise. "Perché? Sei della protezione animali? Vuoi avere la certezza che finiscano in case accoglienti? Allora, ne hai qualcuna da mostrarmi o no? Voglio un buon prezzo. Se hai quel che chiedo, possiamo fare soldi. Un sacco di soldi. Ma giovani. Non più di ventuno o ventidue anni.»

Liverpool tolse con un buffetto un frammento di cenere dal cappotto, poi la studiò a lungo attraverso la cortina di fumo sospesa sopra il tavolo. Alla fine scrollò le spalle e sollevò le mani in aria. "Facciamo così. Lasciami un numero. Forse ti chiamo.» "No. Fottiti.» Anna si alzò, afferrò i nostri telefoni e fece per andare.

Lui agitò un braccio. "E che cazzo! Calmati e mettiti seduta.» Prese una penna e scrisse sul pacchetto di sigarette.

Anna mi raggiunse e mi restò accanto. Non avrebbe fatto niente di quello che l'inglese chiedeva.

Lui le gettò contro il pacchetto vuoto. "Trovati a quell'indirizzo domani. Vedrò cosa posso fare. Un solo strato di vestiti addosso e quel cappotto. E lavati. Puzzi e hai un aspetto di merda.» Mi puntò il dito contro. "E niente scimmioni del cazzo.» Anna aveva ottenuto ciò che voleva. Si voltò verso la porta, sicura che i North Face si sarebbero aperti come il mar Rosso.