PARTE PRIMA
1.
Mercoledì 5 settembre 2007, ore 22.39.
L'arabo alla tastiera era così basso che i suoi piedi raggiungevano a stento i pedali; il colletto della camicia, la giacca verde e il farfallino in tinta gli stavano troppo larghi. La direzione doveva aver comprato una serie di completi tutti della stessa taglia: se non ti andavano bene, problema tuo. Presumo che anche il programma della serata fosse stato scelto con lo stesso tipo di logica, ma se non altro il locale era dotato di aria condizionata.
Diane si arrampicò sullo sgabello accanto al mio. Si era messa in tiro, notai. Era coperta il giusto ma aveva esagerato con il trucco. Accavallò le gambe e si sporse verso di me. La luce del bancone del bar illuminò il pacchetto di Benson & Hedges.
Sollevai il bicchiere di succo d'arancia e scossi la testa. "No, grazie, non fumo.»
"E fai bene.» Premette l'unghia lunga e rossa sull'accendino, aspirò la prima, profonda boccata e sollevò il suo gin tonic.
"Fin qui che te ne pare, Nick?»
"Tutto bene.» Controllai il mio G-Shock: mancavano diciannove minuti.
Lei posò sul bancone il bicchiere quasi vuoto e mi fissò aspirando un'altra boccata. "è la prima volta per te?»
Le sorrisi. "Ho deciso di fare un tentativo.»
"Per me è la seconda.» Ruotò su se stessa per guardarmi in faccia e per un attimo rimase nascosta nella nuvola di fumo. "La prima volta non ho partecipato volentieri. Avevo divorziato da poco. Ma i miei amici... Tutti hanno la loro vita, i bambini, il mutuo... troppo impegnati, insomma.»
"E’ lo stesso per me, io non ho nessuno e i miei conoscenti hanno di meglio da fare che andarsene in giro con un uomo solo. Forse sono le mogli che non vogliono, magari hanno paura che porti i mariti sulla cattiva strada. Era da un po' che volevo visitare la Siria, così, quando ho visto l'annuncio, mi sono detto: Perché no?»
Diane aspirò un'ennesima boccata e sollevò il drink. Toccammo i bicchieri e brindammo alla nostra esclusione dal mondo. Prese tra le labbra un cubetto di ghiaccio e iniziò a masticarlo.
"Quanto sei stato sposato, Nick?»
"Non tanto, un paio d'anni. Tu?»
"Quindici.» Dal tono sembravamo due compagni di cella che paragonano gli anni di galera da scontare.
"Un sacco di tempo...»
Scolò un po' troppo in fretta quello che restava del gin. Capii che stava per sciorinarmi la storia della sua vita. Indicai il suo bicchiere e feci cenno al cameriere di portare un altro drink e il conto.
Lei continuò. "Hai ragione. Un sacco di tempo. Non abbiamo avuto figli. Ovviamente lui mi ha lasciato per una donna più giovane e adesso ha una bambina.»
Arrivò il gin tonic. Lei sorbì piano il primo sorso.
"E tu, Nick?»
"Ho avuto soltanto una figlia.»
"Quanti anni ha?»
"Ne aveva sedici,»
Rimase a bocca aperta. "Mi dispiace...» disse dopo un po'.
"E’ passato tanto tempo.»
"Come... come se ne è andata, ti va di dirmelo?» mi chiese, mentre allungava la mano e mi stringeva il braccio.
"Un incidente. A Londra. L'hanno... investita.» Non mi importava se non mi credeva. "Comunque adesso sono stanco morto, e...»
"Ti prego, resta, non volevo turbarti.»
Le sorrisi. "Quello non c'entra. Ma la vuoi sapere una cosa? Penso che sia il motivo per cui sono venuto fin qui. Le donne della mia vita di solito non si fermano a lungo. Tendo a non farmi coinvolgere, non so se mi spiego...»
Il conto arrivò e feci per prendere il portafogli, ma lei intensificò la stretta sul mio braccio.
"Io e te siamo assolutamente uguali, Nick. L'ultima cosa che vorrei è un... legame.»
Mi liberai della sua presa e sfilai alcune banconote, mentre lei si preparava a uscire. "Quindi, perché non ce ne torniamo in albergo e ci beviamo qualcosa insieme io e te, lontani dal resto della banda?»
Indicò con un cenno la zona ristorante dove otto o nove compagni di viaggio, seduti a un tavolo, commentavano gli eventi della giornata.
"Grazie, Di. Ma ho solo voglia di riposare.»
Afferrai la sacca di nylon e scesi dallo sgabello. Raggiunsi la porta mentre lei finiva di bere. Non si dava per vinta. "Nick, se proprio non riesci a prendere sonno, chiamami, sarò in camera a leggere. Oppure mi fermo di sotto con gli altri, tanto cercare di dormire è impossibile, con questo caldo!»
Non potevo darle torto. Spinsi la porta del Jisr al-Kabir e mi ritrovai nel cuore torrido della notte. Il ristorante era a quattro passi dal ponte sospeso che attraversa l'Eufrate, nella zona nordorientale di Deir el-Zor, ma dal fiume non si levava nemmeno un soffio di brezza. Baltasar ci aveva detto che Deir el-Zor significa "monastero nella foresta». Dovevo fidarmi delle sue parole, perché io avevo visto soltanto montagne brulle e deserto, e agricoltori che lavoravano i campi lungo il fiume. Tutto il movimento era centotrenta chilometri più a sud, al confine con l'Iraq. In quel posto invece non accadeva quasi niente, se non il poco legato al recente sviluppo del turismo: nei dintorni c'era un numero imprecisato di antiche città, aveva continuato la guida, sopravvissute ai romani, agli ebrei, ai turchi e anche ai francesi che avevano governato fino al 1946. Quasi tutti gli indigeni incontrati fino a quel momento erano venditori ambulanti che avevano tentato di rifilarci coperte di pelo di cammello e sacchi pieni di cardamomo o coriandolo. E che cosa diavolo me ne potevo fare, io, di quella roba?
Ci saremmo fermati lì tre delle dieci notti del nostro viaggio alla scoperta dei siti religiosi e culturali della Siria. Il nostro gruppo era un misto di persone sole, c'erano i cristiani evangelici in cerca della terra promessa, i fanatici che volevano ripercorrere le vie dei crociati e i single disperati come Di e io.
L'albergo era sull'altro lato del fiume. Mi avviai a passo lento fra le case da tè allineate lungo la strada che portava al ponte. I tavoli sul marciapiede rigurgitavano di vecchi attorno ai narghilè, che si passavano la roba. Di qualsiasi genere. Era un tema tabù, in Siria; comunque fosse, la notte era il momento meno afoso per uscire a fare due chiacchiere con gli amici, e infatti si trovavano lì. E poi, soltanto all'aperto le persone erano al riparo dalle orecchie della polizia segreta.
Sorrisi. Se nelle due ore successive fosse andato tutto secondo i piani, avrebbero avuto molto di cui parlare. E non sarebbero stati i soli.
2.
Mentre passavo sopra il ponte sospeso non riuscii a trattenere un altro sorriso. Ceravamo stati di mattina con la nostra superfanatica guida. Baltasar era un omino tozzo ed energico, con un paio di enormi baffi, di cui continuava ad arrotolare le punte, come se fossero incerati, e dopo pochi secondi il caldo annullava l'effetto dell'arricciatura. Adorava la Siria al punto da affermare che ogni cosa immaginabile avesse lì la sua origine. Anche Gesù parlava la lingua di quei luoghi, e forse questa era l'unica cosa vera che ci aveva detto. Mentre osservavamo le acque impetuose, ci raccontò che l'Eufrate è presente nelle profezie dell'Apocalisse. "Dove è scritto che il fiume sarà uno dei luoghi dell'Armageddon...» Come un profeta aveva sollevato le mani verso il cielo. "'Il sesto angelo versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufrate e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell'Oriente.'»
Quella notte non sarebbe giunto alcun re dell'Oriente, ma forti rombi di tuono da occidente, sotto forma di sette caccia F-15 armati di missili Maverick AGM-65 e bombe da duecento chili.
L'albergo si trovava a un isolato dall'argine del fiume. Era un blocco monolitico rettangolare in cemento al quale avevano dato una mano di pittura verde, dotato di una piazzola per accogliere i turisti. Tutto qui. L'aria condizionata, come la visione biblica di Baltasar, andava ben oltre l'immaginabile.
L'uomo della sicurezza all'ingresso principale indossava una felpa azzurra sopra la tunica dello stesso colore. Non una goccia di sudore imperlava i tratti antichi del suo volto. Entrai. Sia la piccola zona bar sia i due divani sfasciati erano occupati da membri del nostro gruppo Via per Damasco. Non avevo perso tempo a imparare i loro nomi. Baltasar era al centro della comitiva.
"Signor Shepherd! Perché non si unisce a noi?» Si pizzicò i baffi. "Stavo spiegando delle rovine di Dura-Europos...»
Continuai a camminare agitando il BlackBerry. "Magari scendo fra un po'. Devo fare una telefonata.»
Non c'erano ascensori. Le scale erano incassate fra pareti color mostarda e il tappeto marrone ammuffito e puzzolente mi accompagnò fino al sesto piano. Avevo richiesto l'attico per vedere la città dall'alto e non mi importava se costava di più.
Con la grossa chiave aprii la porta della mia stanza. L'interno era spartano, ma se non altro era pulito. Lenzuola, un cuscino, una sottile coperta verde, niente TV. Il minibar era costituito da una bottiglia d'acqua da due litri e un piccolo bicchiere. Ogni mattina usavo un po' di quell'acqua per lavarmi i denti e poi bevevo tutto il resto prima di comprare un'altra bottiglia alla reception da portare con me durante l'escursione.
Infilai gli auricolari e cliccai sull'icona che aveva l'aspetto di un'applicazione per data e ora. Impiegò un secondo o due per aprirsi e quindi digitai il numero di Cody.
Ci fu un segnale lungo seguito da una breve pausa. Cody Zero Uno stava per ricevere la chiamata. L'icona di un lucchetto verde sul suo schermo lo avrebbe informato che era in modalità sicura.
Lui non avrebbe dovuto mettersi qualcosa nelle orecchie: bastava premere un tasto e parlare in viva voce.
Cody Zero Uno era il mio nuovo amico del Comando combattimento aereo alla base aeronautica di Nellis. Si trovava al CAOC (Combined Air Operations Centre), ma questa era un'operazione di coalizione. Anche se gli Stati Uniti controllavano la faccenda dal Nevada, erano i cervelloni inglesi del GCHQ (Government Communications Headquarters) a Cheltenham che avevano dato la competenza tecnica ed elettronica, ed erano gli israeliani a fornire e a pilotare le piattaforme per il lancio dei missili, i caccia F-15. Tutti e tre gli imperi avevano un ruolo.
Nellis si trova a circa tredici chilometri dal centro di Las Vegas. La conoscevo bene. C'ero stato un sacco di volte quando ero nel reggimento. Venivamo con gli equipaggi dei Tornado della RAF per esercitarci a schizzare i bersagli con il laser e consentire a loro di bombardarli. Dopo la giornata al poligono andavamo a Las Vegas dove restavamo tutto il tempo possibile. Non tanto per il gioco d'azzardo, quando mai?, ma per le grandi ciotole di gamberetti che davano gratis per inchiodarti ai tavoli e alle slot...
Finalmente il segnale si ripeté altre due volte prima che la familiare parlata texana risultasse in linea. "Qui Cody Zero Uno. Identificati. Passo.»
La forza del segnale era giusta, ma la qualità del suono non era granché e c'era un ritardo di uno o due secondi. Il software era di prima generazione; doveva captare quello che dicevo, spedirlo al satellite, qualunque avessero deciso di usare, criptarlo e farlo rimbalzare a Cody e poi a me quando Cody cominciava a parlare. Dovevamo seguire le procedure radio.
Immaginai Cody nel bunker con l'aria condizionata venti metri sotto la boscaglia del Nevada, con la mimetica inamidata da fare schifo, i denti perfetti e i capelli tagliati cortissimi. Lo vidi seduto con la tazza del caffè e una scatola di dolci a portata di mano davanti a grandi schermi al plasma che proiettavano in tempo reale immagini dal satellite del bersaglio che si trovava a trenta chilometri dal mio balcone.
Al-Kibar era un reattore nucleare. Nello specifico, era un reattore raffreddato a gas e moderato a grafite, la copia carbone del reattore al plutonio di Yongbyon nella Corea del Nord. Come è facile immaginare, gli israeliani non erano felici di averne uno sulla soglia di casa che avrebbe prodotto in serie armi nucleari per un Paese con cui erano in guerra da oltre sessant'anni. A peggiorare le cose, la Corea del Nord e l'Iran erano coinvolti.
L'Iran avrebbe usato al-Kibar come impianto secondario per il suo programma nucleare.
L'operazione di quella notte sarebbe durata meno di un'ora dall'inizio alla fine, ma ci era voluto più di un anno per confermarla e programmarla. Per mia fortuna, uno dei due colpi di grazia finali ad al-Kibar era toccato all'Inghilterra. A me era stato attribuito il ruolo più schifoso ma non m'importava: io ero lì per sventolare la Union Jack. Cazzeggiare in un altro Paese, portare a compimento un lavoro e, cosa ancora più importante, riuscire a svignarmela, era il mio pane.
Gli auricolari dell'iPod ripresero vita.
"Qui Cody Zero Uno. Ripeto, identificati, passo.»
"Cody Zero Uno, qui è James Zero Due. Passo.»
Non vedevo l'ora che arrivasse il giorno in cui il software avrebbe funzionato così bene da consentire di parlare come durante una normale telefonata.
Cody tornò dopo un paio di secondi. "Roger, James Zero Due. Cinque-nove — ripeto, cinque-nove. Passo.»
Feci un rapido calcolo per non combinare casini. "Roger. Cinque-nove, cinque-nove. Meno cinquanta. Meno cinque-zero. Passo.»
Volevo la certezza di azzeccarla subito. Avevo un'unica possibilità di conferma. La parola d'ordine era nove. Da cinquantanove bisognava sottrarre cinquanta. Se avesse detto "due», io avrei detto "più sette».
"Qui Cody Zero Uno. Ra'am non ancora decollati. Conferma.»
"Roger, Cody Zero Uno. Ra'am non decollati. Chiudo.»
In realtà non avrei interrotto la comunicazione, ma segnalavo che non avrei seguito la radiocronaca fino alla mia entrata in scena.
I piloti di tutto il mondo amano darsi dei soprannomi. Ci sono i Colpi di fulmine, i Cobra, i Falchi infernali, i Pirati volanti e altri ancora. Il sessantanovesimo squadrone dell'aeronautica israeliana si faceva chiamare Ra'am, parola ebraica che significa "tuono».
Difficile non prenderli in giro, ma a pensarci bene io non ero un israeliano con una fottuta enorme nuvola di fumo a forma di fungo sulla soglia di casa. E non ero neppure uno yankee preoccupato di cosa combinavano i pezzi grossi antiamericani dell'Iran. Ero soltanto un inglese al gradino più basso della catena alimentare che eseguiva un lavoro, un ruolo che comunque a me stava più che bene.
Aprii la lampo della sacca e presi per prima la mia Nikon strafiga insieme alla fornitura mondiale di obiettivi e tutti i cavetti e ammennicoli vari necessari a trasferire le fotografie sul mio portatile Sony. Ci avevo messo un bel po' a spiegare alla sicurezza che l'ombrello estensibile con l'interno rivestito d'argento mi serviva da riflettore per gli scatti. Mi bastavano questi pochi pezzi per svolgere la mia parte nel lavoro.
Gli inglesi avevano confermato che al-Kibar era un impianto nucleare. Fino a quel momento gli israeliani non avevano prove concrete del suo utilizzo e non sapevano chi stava aiutando a costruirlo. L'unica informazione in loro possesso era che i siriani avevano ricevuto delegazioni di militari di alto grado dalla Corea del Nord. Il Mossad era convinto che fossero impegnati a incrementare le potenzialità militari della Siria. La Corea del Nord aveva già aiutato Damasco a produrre missili balistici di medio raggio e armi chimiche come il sarin e il gas mostarda. Stavano forse portando questa roba al livello successivo?
Se così era, Israele avrebbe reagito come aveva fatto in Iraq nel 1981: avevano sorvolato il confine e bombardato il reattore a Osirak, ancora in fase iniziale, a sud di Baghdad, così da riportare il Paese all'età della pietra. Non avevano perso tempo: erano andati dritti allo scopo, distruggendo le ambizioni di Saddam. Avevano infranto le leggi internazionali ma nessuno aveva battuto ciglio. Il fatto che anche gli israeliani fossero detentori di armi nucleari non rientrava nell'equazione. E non erano i soli a far parte di quel club. Anche il Pakistan e l'india ne erano membri. Ma la linea nella sabbia andava tracciata escludendo i Paesi dell'Asse del Male, come la Siria e l'Iran.
Gli israeliani sospettavano ciò che stava accadendo ad al-Kibar ma non avevano informazioni di intelligence. E la Siria era tutto un altro paio di maniche rispetto all'Iraq: Washington non avrebbe mai dato il suo appoggio a un attacco senza avere solide garanzie. Ma poi le cose cambiarono. Nel 2006 il Mossad chiese l'aiuto degli inglesi. Un alto funzionario siriano alloggiava in un grande e lussuoso albergo a Kensington da milleseicento sterline a notte. Il servizio di sicurezza era andato a dare un'occhiata. Il tizio era stato imprudente fino all'inverosimile: era uscito di sera lasciando il portatile in camera. Quelli dell'MI5 l'avevano manomesso e avevano inserito un programma trojan horse. Nei due mesi successivi avevano estratto i progetti di costruzione di al-Kibar e anche centinaia di mail e fotografie. Queste ultime furono decisive. Mostravano il sito nei vari stadi di costruzione dal 2002. L'edificio principale sembrava una casa aerea costruita su pali, con tubi collegati alla stazione di pompaggio sulle rive dell'Eufrate, dato che per produrre materiale fissile occorre molta acqua. Nel processo di costruzione dell'edificio erano stati aggiunti pilastri in cemento e tetti che certamente servivano a un unico scopo: nascondere il sito dall'alto. Si poté quindi provare che il nucleo del progetto di al-Kibar era identico al reattore Yongbyon nella Corea del Nord in ogni dettaglio, perfino nel numero dei punti di inserimento delle barre di combustibile.
Determinante fu una fotografia che ritraeva un asiatico con indosso pantaloni da ginnastica azzurri, in piedi accanto a un arabo che aveva lavorato in loco fin dall'inizio. Gli inglesi non ci misero molto a identificare l'orientale come Chon Chibu, il capoprogettista del reattore a plutonio di Yongbyon nella Corea del Nord.
L'informazione suscitò l'interesse degli israeliani, ma per gli Stati Uniti non era ancora abbastanza. Washington reputava che sarebbero passati anni prima che i siriani fossero in grado di costruire una bomba.
Gli equilibri mondiali avrebbero potuto dirsi salvi se un importante personaggio iraniano non avesse deciso di cambiare sponda. Il generale Ali-Reza Asgari era un pezzo grosso: negli anni Ottanta era stato comandante delle guardie rivoluzionarie in Libano, ed era diventato viceministro della Difesa a metà degli anni Novanta. Nel 2005, dopo l'elezione a presidente di Mahmud Ahmadinejad, la sua carriera subì una battuta d'arresto perché Asgari aveva etichettato come corrotti molti degli uomini a lui vicini. Aveva i giorni contati.
Il generale iraniano si rivelò una miniera d'oro di informazioni. Confermò che Teheran stava costruendo un secondo impianto segreto oltre a quello di uranio arricchito a Natanz di cui l'Occidente era già a conoscenza. E che l'Iran finanziava un progetto nucleare top secret in Siria in cooperazione con la Corea del Nord.
E finalmente gli americani si diedero una mossa e si attivarono. Gli inglesi sarebbero stati al loro fianco fino all'ultimo sangue. Il mio sangue, naturalmente, se avessi fallito. Dalle lussuose suite dirigenziali a Kensington ai dissidenti di alto profilo che parlano a ruota libera a Washington, l'operazione si era ridotta a due pedine: Cody che mangiucchiava dolcetti in Nevada e io, seduto in una squallida stanza d'albergo a fissare l'orologio.
Di lì a quattordici minuti esatti, un lampo accecante avrebbe illuminato la notte nel deserto, seguito dal rombo di un tuono che avrebbe segnato l'inizio dell'Armageddon.
3.
Collegai il portatile alla presa nel muro e lasciai che si avviasse mentre aprivo l'ombrello estensibile. Allungai il manico e tolsi il coperchietto di plastica all'estremità che nascondeva una porta USB. Avevo ottenuto un disco satellitare che posizionai sul pavimento vicino alla finestra aperta.
Sei piani più in basso gli inglesi accompagnati dal ronzio del traffico tornavano sghignazzando in albergo lungo la strada illuminata dai lunghi tubi al neon sospesi davanti ai negozi sopra la merce in vendita. Sotto un immenso manto di stelle, tra il cielo e la città si estendeva la zona buia che segnava l'inizio del deserto. Da qualche parte, laggiù, ignaro di ciò che stava per succedere, c'era al-Kibar. Il teleobiettivo da duecento era più pesante degli altri. Conteneva una batteria al litio che poteva fornire corrente al congegno ma anche subentrare in caso di interruzione della rete elettrica locale. Con un cavo USB lo collegai nella fessura sulla punta dell'ombrello. Un altro cavo USB andava dalla macchina fotografica al portatile il cui schermo in quel momento mostrava le immagini delle centinaia di fotografie che avevo scattato per rendere credibile la mia copertura. Cliccai sull'icona circolare azzurra che apriva il programma. "Qui Cody Zero Uno. Ra'am decollati, Ra'am decollati. Conferma.»
"Roger, Cody Zero Uno. Ra'am decollati.»
Guardai il mio G-Shock: le 23.26. Avviai il display del conto alla rovescia che il GCHQ aveva fissato a diciotto minuti.
I caccia F-15 erano decollati dalla base aerea di Ramat David, appena a sud di Haifa, sulla costa del Mediterraneo, e vicina a Megiddo, che, secondo il libro dell'Apocalisse e Baltasar, sarebbe stato uno dei luoghi della battaglia finale tra il bene e il male. Lo trovavo molto adatto. L'attacco ad al-Kibar sarebbe stato biblico.
La fase iniziale vedeva coinvolti dieci aerei veloci da combattimento, anche se soltanto sette sarebbero volati nella mia direzione. Al momento tutti e dieci puntavano verso ovest, sul Mediterraneo. Si trattava di una manovra diversiva che tanto i turchi quanto i siriani avrebbero rilevato: in quella parte del mondo tutti volevano sapere, in ogni momento, ciò che stavano combinando gli israeliani.
Lo schermo mostrava un grafico a colonne vuoto. I cervelloni di Cheltenham che l'avevano ideato avevano capito che per me era necessario che tutto fosse il più semplice possibile. Spensi le luci e sollevai l'ombrello in modo che l'interno e il manico puntassero fuori dalla finestra. Lo spostai in su e in giù, di qui e di là, fino a che il diagramma si riempì per tre quarti di verde. Era il meglio che potessi fare e non mi serviva altro.
Appoggiai l'ombrello su una sedia e bloccai la maniglia con il cuscino del letto.
"Qui Cody Zero Uno. Prima ondata di Ra'am pronta all'azione.»
Sistemai il disco. "Roger, Cody Zero Uno. Ho il sette-cinque, settantacinque per cento. Passo.»
"Roger, James Zero Due. Pronti. Resta in attesa.»
Qualcuno da qualche parte via radio stava facendo il conto alla rovescia per la prima ondata di Ra'am. Una voce lenta, gutturale e molto israeliana. "Cinque, quattro, tre, due, uno, via, via, via.»
"Qui Cody Zero Uno. La prima fase Ra'am in azione. Conferma.»
"Roger, Cody Zero Uno. Io sempre sette-cinque.»
Tre dei dieci F-15 si erano staccati e puntavano a est-nordest verso il confine siriano diretti a distruggere il sito radar di Tali al-Abuad con i loro missili Maverick e i pezzi da duecento chili. Al momento dell'impatto si sarebbe alzata la posta. Ogni unità lungo il confine avrebbe sentito quanto stava accadendo, e i militari siriani sarebbero stati in massima allerta.
A quel punto non mi rimaneva che ascoltare la radiocronaca di Cody per farmi un quadro della situazione. Anche l'altro in ascolto avrebbe fatto lo stesso. Ehud Olmert, il primo ministro israeliano, si era assunto la responsabilità del ruolo dei Ra'am in questo attacco. Avrei potuto giurare che stesse molto più comodo di me.
"Qui Cody Zero Uno. Dieci secondi al contatto.»
Li contai tenendo d'occhio la lancetta dei secondi.
"Primo attacco, artiglieria sganciata. Contatto, contatto, contatto. Secondo attacco...»
Seguì una pausa.
Cody, che fissava l'obiettivo sullo schermo, era in attesa dello sgancio dei Maverick della seconda ondata. Al momento dell'impatto di missili e bombe sulla stazione radar, avrebbe visto gli schizzi spandersi sull'immagine termica da visione notturna.
"Artiglieria sganciata. Contatto, contatto, contatto. Terzo attacco...»
Un'altra pausa, questa volta più breve.
"Armi sganciate.» Per Cody doveva essere come guardare un videogame. "Contatto, contatto, contatto.»
La stazione radar era distrutta.
"Seconda ondata Ra'am in azione... James Zero Due, conferma.»
"Roger, Cody Zero Uno. Qui sempre sette-cinque.»
I restanti sette F-15 puntavano veloci verso il confine siriano per avanzare nel corridoio sicuro aperto dall'attacco. Dall'ingresso nello spazio aereo della Siria al bersaglio sarebbero trascorsi diciotto minuti.
Cody non riusciva a trattenersi, la sua voce suonava eccitata. "Seconda ondata Ra'am, adesso in zona combattimento. James Zero Due, tocca a te, conferma.»
"Roger, Cody Zero Uno.»
Feci scattare il timer del conto alla rovescia. Tenevo gli occhi incollati allo schermo. Se la percentuale delle barre fosse crollata, che cosa avrei fatto? L'unica era agitare l'ombrello, che altro?
Gli F-15 volavano quasi rasoterra per non essere illuminati. Adesso che il confine era stato raggiunto, i missili terra-aria avrebbero setacciato il cielo, alla ricerca del nemico che aveva puntato contro la loro difesa aerea in vista di un'incursione. Ma di che tipo? Mediante caccia? Truppe di terra? Oppure con un'azione combinata? I Ra'am dovevano raggiungere i duemilacinquecento metri per assumere la posizione d'attacco. A quel punto entravo in scena io: se non fossi riuscito a intervenire sui missili terra-aria di fabbricazione russa Tor-Ml e Pechora-A2 che proteggevano al-kibar, sarebbero stati loro a fottere i Ra'am, e quello sarebbe stato un vero Armageddon.
Cadde il silenzio. Cody, io, Ehud Olmert stavamo tutti trattenendo il fiato. Tenevo gli occhi fissi sullo schermo, isolato dai rumori esterni, mentre le barre fluttuavano tra settantatré e settantacinque.
Controllai il timer. Ancora quattordici minuti e quindici secondi. Il mio portatile era collegato via satellite con il sistema di attacco aereo America Suter. Il sistema era in grado di far acquisire ai radar falsi bersagli e anche di manipolare direttamente i sensori di Tor-Ml e Pechora-A2 in modo che si spegnessero. Era proprio ciò che stava accadendo in quel momento, o per lo meno così speravo: stavo attaccando direttamente i microprocessori all'interno degli apparati missilistici siriani. La cosa era piuttosto semplice. I chip erano dotati di interruttori di emergenza. Premendo il bottone avrei inviato un codice preprogrammato a quei chip, che abilitava il Suter a subentrare e a dare indicazioni al sistema.
Anche se i missili siriani erano russi, non lo erano i chip all'interno. La Russia era stata con il culo per terra per anni dopo il crollo della cortina di ferro. Per quanto possa essere incredibile, i russi avevano colmato il vuoto acquistando chip già pronti da Taiwan e dall'Occidente. Washington e Londra non avevano perso tempo a mettersi al passo. In possesso di informazioni su ciò che stava accadendo, avevano attivato i cervelloni. I microchip destinati a Mosca o ad altri Stati nemici furono
o riprogrammati o ricostruiti da zero con accessi nascosti o con interruttori di emergenza. Fino a che i compratori non si fossero svegliati, l'Occidente era libero di disattivare l'intero sistema di difesa di un Paese a suo piacimento.
Non era la prima volta che i russi e i loro compari si trovavano a fare i conti con questo tipo di gioco di prestigio. Nel 2004 la CIA aveva inserito il software trojan all'interno dell'equipaggiamento informatico acquistato da fornitori canadesi, per controllare un gasdotto di tremila tonnellate in Siberia che fu distrutto da un'esplosione: la gigantesca detonazione fu visibile anche dallo spazio. Il sistema radar lungo il confine era russo ma di vecchia generazione, e non aveva il comando di autodistruzione, così era stato necessario farlo saltare alla vecchia maniera. I siriani possedevano anche i nuovi, modernissimi sistemi missilistici Pancir'-SIE russi, ma per nostra fortuna non sarebbero stati operativi ancora per un mese. Secondo me, anche per quel motivo il piano era scattato tanto in fretta.
Sentii un rombo lontano nel cielo: i caccia con i motori al massimo si staccavano dal terreno. A duemilaquattrocento metri, acquisito l'obiettivo, ci si sarebbero scagliati contro con un'angolazione di quarantacinque gradi. Quello era il momento di massima vulnerabilità. Se io avevo fatto casino, rischiavano di essere illuminati.
Non era il caso di guardare fuori, volavano a chilometri di distanza nell'oscurità.
Diedi un'occhiata al timer. Cinquant'otto secondi al primo attacco.
Ci fu un forte colpo.
Poi un altro.
Controllai l'orologio e sentii un altro colpo... alla porta! Non avevo modo di fuggire. Dovevo restare e accertarmi che quell'affare funzionasse.
"Nick...?»
Emisi un flebile lamento. "Sto dormendo.»
Cody mi esplose nelle orecchie. "Primo attacco, artiglieria sganciata.»
"Scuuusa... Nick...» Aveva la voce impastata come se avesse il viso contro la porta. "Pensavo... che forse ti andrebbe di bere qualcosa. Porto su una bottiglia?»
"Contatto, contatto, contatto.»
In lontananza balenò una luce, poi si illuminò la striscia di buio fra la città e le stelle. Pochi secondi dopo, le onde d'urto della prima serie di esplosioni fecero tremare i tetti.
Cody continuava la radiocronaca mentre il secondo Ra'am raggiungeva l'obiettivo.
"Nick? Hai sentito? Che cos'era?»
"Un tuono... c'è un temporale da qualche parte.»
Lo schermo mi dava sempre il settantatré, settantacinque, di copertura. Seguirono altri lampi e altri boati mentre gli F-15 bombardavano il bersaglio.
Cody mi parlava nell'orecchio mentre continuava a tuonare.
Isolai il BlackBerry. "Facciamo così, Di, fra dieci minuti ci incontriamo giù al bar.»
Picchiettò con le dita sulla porta per imitare le esplosioni. "Forse è meglio se porti il tuo ombrello.»
Un ennesimo lampo illuminò ancora l'orizzonte, poi svanì insieme alla risata di lei che si allontanava nel corridoio.