I cloni di Tom sul pavimento si stavano muovendo o venivano spostati. Quello che piangeva emise un suono soffocato, come se stesse resistendo a qualche cosa. Corsi il rischio di girare la testa per vedere cosa stava accadendo, ma era troppo tardi. Mi venne calato sulla testa un cappuccio che mi spalmò il muco su labbro superiore, bocca e mento. Non aveva senso opporre resistenza e lasciai che agissero il più veloce possibile. Avevo imparato che la migliore cosa da fare, in casi come quello, era concentrarsi sul respiro e far funzionare le orecchie.

I lacci di chiusura vennero tirati verso il basso e mi ritrovai in un mondo completamente buio. Non penetrava il minimo barlume di luce. Il viso prese rapidamente a sudare e il cappuccio si spostò contro la mia bocca e poi di nuovo verso l'esterno mentre respiravo cercando di rimettermi del tutto dall'effetto dello spray.

Sentii stivali da entrambi i lati della testa, seguiti da respiri pesanti mentre mi spostavano le mani in avanti e mi mettevano le manette di plastica. Il breve secco suono dell'aggancio venne accompagnato dal dolore della plastica che stringeva i polsi.

Ci fu ancora del movimento vicino a me e un rumore di vestiti. I tipi della pizza si stavano vestendo. Buon segno; significava che li volevano vivi. Sperai che volessero vivo anche me. Tra suoni di singhiozzi soffocati e di cerniere che venivano chiuse, udii: «Danke... kiitos... spassiiba... grazie». Era chiaro che non conoscevano la nazionalità degli uomini vestiti di bianco e facevano vari tentativi. Sembravano interpreti di Bruxelles.

Le assi del pavimento s'incurvarono sotto il peso dei corpi che passavano in direzione della porta. Fili e prese penzolanti strisciavano rumorosamente sul pavimento, molto vicino alla mia testa. Alcune prese urtarono il metallo della soglia della porta con un tintinnio sordo. Immaginai che portassero via i computer. Dai suoni che sentivo stavano trasferendo tutto sulla veranda.

Il rumore di motori mi riempì il cappuccio mentre i veicoli si spostavano nel cortile. La temperatura all'interno della casa si stava raffreddando, perché il vento entrava attraverso la porta. Alla mia sinistra, riuscivo a malapena a percepire il mormorio di voci che si scambiavano brevi frasi spezzate sulla veranda, via via che i mezzi si avvicinavano.

Si fermarono e sentii tirare i freni a mano. I motori rimasero in moto, come si fa con gli elicotteri durante un'azione: non si spengono mai i motori per non correre il rischio di non riuscire a ripartire. Sentii aprire e chiudere diverse porte e un turbinio di passi di stivali nella veranda. Riuscii a cogliere lo scricchiolio e l'eco di quella che mi sembrò la portiera di un furgone vuoto; ne ebbi la conferma quando sentii una porta scorrevole che veniva aperta. Il cortile stava riempiendosi dei suoni di una piazzola di carico di un ipermercato.

Provai a muovere le braccia, come se volessi mettermi più comodo, ma in realtà per capire se ero tenuto sotto controllo. La risposta arrivò molto presto: uno stivale entrò in contatto con le mie costole, dallo stesso lato dove ero caduto. Smisi di muovermi e mi concentrai sull'interno del cappuccio, per assorbire il dolore.

Rimasi immobile in attesa che il dolore si calmasse. Il piagnucolio e gli sbuffi con il naso a fianco a me aumentarono. Perché stesse zitto, il colpevole aveva ricevuto lo stesso sistema di persuasione dello stivale, ma le cose erano peggiorate. L'uomo era molto agitato, e mi fece pensare a Tom. Non avevo perso la speranza che fosse ancora vivo, e fosse riuscito a fuggire, oppure anche lui, come questo ragazzo, stava iperventilando all'interno di un cappuccio, dentro uno di quei veicoli?

Di nuovo le tavole del pavimento cedettero e le schegge scricchiolarono mentre andavano verso la veranda. Altri stavano caricando i furgoni; distinguevo il rumore degli stivali sul fondo metallico.

Le tavole si piegarono ancora di più quando i tre che mi giacevano a fianco vennero sollevati in piedi, fra un miscuglio di lamenti soffocati e urla. Quello che mi piagnucolava accanto venne trascinato via e portato fuori; gli altri a seguire. Quando anche l'ultimo dei tre corpi venne portato via, sentii l'urlo del primo echeggiare all'interno di un furgone. Cercai di convincermi che non si sarebbero presi tutta quella briga se non avessero avuto l'intenzione di lasciarci in vita.

Mentre ascoltavo il secondo che veniva spostato dopo il suo amico, gli stivali arrivarono anche per me. Il cigolio del cuoio si fermò a pochi millimetri dal mio viso. Due paia di mani grosse e potenti mi afferrarono sotto le ascelle e le braccia, tirandomi in piedi. Lasciai che i miei stivali strisciassero sul pavimento. Volevo dare l'impressione di essere debole, di non costituire una minaccia, di essere uno di cui non ci si doveva preoccupare, uno qualunque che stava male.

I due tipi sbuffavano per la fatica mentre oltrepassavamo la soglia per andare nella veranda, la punta dei piedi urtò il metallo della porta e poi di nuovo il tavolato. Contemporaneamente mani e collo vennero aggrediti dal freddo polare, che poi si spostò verso il viso quando il cappuccio, reso umido dalla condensa del mio respiro, iniziò a raffreddarsi.

Inciampando fra quelli che mi scortavano sui gradini per lasciare la veranda, venni trascinato in avanti, poi tutto d'un colpo si fermarono al battito di mani guantate e voltarono a destra, facendomi girare insieme con loro. Mi avrebbero tenuto separato dagli altri? Sarebbe stato un bene o un male?

Bastarono pochi secondi per capire che sarei andato effettivamente in un mezzo diverso. Non era una scatola di freddo metallo; sembrava la zona dei sedili posteriori di una 4x4. Dovetti arrampicarmi per salire, era rivestita di moquette e molto calda. Per un attimo fui felice.

La porta opposta venne aperta e mi afferrarono per il giaccone per farmi entrare, sbuffando per lo sforzo. Urtai con gli stinchi contro il bordo della porta e alla fine fui spinto nel vano davanti ai sedili. Avevo uno dei ventilatori del riscaldamento proprio sul collo, che buttava fuori aria calda da sotto il sedile; meraviglioso. Anche attraverso il cappuccio potevo sentire l'odore di nuovo dell'interno, e non so perché, ma mi sentii più ottimista circa la mia situazione.

Il veicolo ondeggiò quando qualcuno saltò a bordo sul sedile posteriore, sopra di me. I loro calcagni sprofondarono nel mio corpo, uno dopo l'altro, seguiti dalla canna di un'arma che mi si conficcò in una guancia e allargò il muco verso l'orecchio. Nessuno disse niente, ma compresi il messaggio: stai calmo. Non avrei avuto l'energia per fare nulla in ogni modo, per cui la cosa migliore era restarsene sdraiato e approfittare del caldo.

Le porte posteriori del nostro mezzo erano ancora aperte e le attività di carico stavano continuando. A pochi metri di distanza sentii il crac del fermo della porta del furgone che veniva sganciato, poi la porta venne sbattuta. Due colpi sul lato del veicolo comunicarono al guidatore che tutto era a posto, ma nessuno si mosse. Forse bisognava aspettare di partire tutti insieme. Pochi secondi dopo un'altra portiera venne chiusa e ci fu silenzio.

Da quella gente non usciva una parola. O comunicavano a cenni delle mani o sapevano esattamente quello che dovevano fare.

Quando altri salirono, le sospensioni del mezzo andarono sotto sforzo. Tutte le porte vennero chiuse. Secondo i miei calcoli sul sedile posteriore c'erano come minimo tre persone. Gli stivali erano dappertutto e un paio premeva sul mio corpo per farmi stare giù. Un altro mi allontanò con un calcio le gambe per poter appoggiare i piedi sul pavimento. Non avevo intenzione di protestare.

A quanto capii eravamo il primo veicolo a muoversi nel cortile, a marcia ridotta per riuscire a far fronte ai solchi delle ruote e al ghiaccio. I tergicristallo sbattevano da una parte all'altra lottando con la neve.

Uno degli uomini davanti premette alcuni interruttori sul cruscotto. Ci fu uno scoppio di musica, dell'orribile Europop. Spensero, e li sentii ridere sommessamente. Non importava chi fossero e da quale parte stessero, alla fine della giornata avevano fatto un lavoro che fino a quel punto aveva avuto successo. Stavano allentando un po' la tensione.

Non riuscii a capire se avevamo già raggiunto la curva, perché era una curva lunga e a una velocità così bassa non si riusciva a percepire. Ma era chiaro che stavamo salendo; entro non molto avremmo incrociato la strada principale. Ero affondato nella merda fino al collo, e non c'era una sola cosa che avrei potuto fare.

23

Procedemmo ancora qualche minuto prima di fermarci. Si udì il rumore del cambio di marcia e poi ripartimmo sterzando secco verso sinistra. Dovevamo essere sulla strada sterrata, e il fatto che avessimo svoltato a sinistra voleva dire che non saremmo passati davanti alla Saab: si trovava più in alto, sulla destra, verso la fine della strada. Sapevano già dov'era parcheggiata? Erano già sul posto la notte precedente e mi avevano visto effettuare la ricognizione per poi seguirmi? Questo pensiero mi fece preoccupare, ancora una volta, per Tom. Era possibile che non si fossero presi il disturbo di dargli una caccia serrata perché sapevano dov'era diretto. Non mi preoccupava tanto che fosse vivo o morto, mi preoccupava il fatto di non saperlo.

Adesso procedevamo un po' più veloci. Lo schienale del sedile del passeggero davanti si mosse e cigolò sotto quello che sembrava un corpo molto pesante premendomi sulla faccia. Molto probabilmente stava cercando una posizione più comoda, con la cintura di sicurezza allacciata.

La neve sugli indumenti dei tre seduti dietro si stava sciogliendo e l'acqua mi gocciolava nel collo. Non era il peggio che mi fosse capitato quella notte, ma era comunque perfettamente in linea con l'andamento della fortuna. Al momento non avevo modo di farci nulla, se non prepararmi all'azione allentando le tensioni e cercando di rilassarmi quel tanto che mi concedevano le tre paia di stivali Danner.

Il passeggero davanti sobbalzò improvvisamente sul sedile con un grido: «Che cazzo succede?»

L'accento era inequivocabilmente americano. «Cristo! I russi!»

Una frazione di secondo dopo il guidatore inchiodò. Alle nostre spalle si udì un fragore di metallo e vetri infranti e rimbombò un'arma automatica di grosso calibro.

Il chiarissimo accento del New England e la raffica di colpi mi preoccuparono molto. Quando il nostro veicolo rallentò in derapata e si fermò dopo un testacoda sulla neve mi preoccupai ancora di più. Le portiere si aprirono di colpo.

«Copriteli, copriteli!»

Tutti si tuffarono fuori usandomi come trampolino e le sospensioni del mezzo sobbalzarono con violenza. D'un tratto mi sentii estremamente vulnerabile, incappucciato e ammanettato com'ero alla base dei sedili. Un veicolo è un bersaglio naturale per le armi da fuoco. Ma di quello che stava succedendo e di chi voleva che cosa e da chi, non m'importava niente. Era tempo di levarsi di mezzo.

Il vento fischiava attraverso le porte aperte e il motore era ancora acceso. La sparatoria fra automatiche era a soli cinquanta metri di distanza. Una serie prolungata e fuori controllo riecheggiò dagli alberi. Era la mia occasione.

Sollevai le mani ammanettate per cercare di togliermi il cappuccio, ma il laccio s'incastrò contro il mento. Stavo armeggiando con le dita quando dal fondo della strada sentii delle urla isteriche. L'unico vantaggio di aver lavorato con Sergej e la sua banda era che avevo imparato a riconoscere un po' di russo. Non distinsi le parole, ma capii da chi provenivano. Dovevano essere Maliskia.

Se fossi riuscito a togliermi il cappuccio, il mio piano prevedeva di strisciare fin sotto al volante e partire a razzo. Stavo ancora lottando con la corda quando ricevetti un breve promemoria di tenere la testa abbassata. Il vetro di sicurezza fu sbriciolato da una raffica che attraversò il lunotto posteriore e colpì tutto quello che si trovava al di sopra della mia testa. Più o meno nello stesso momento due proiettili della stessa arma colpirono le lastre di granito al lato della strada producendo un rumore stridulo. Ancora urla, questa volta voci americane.

«Ora!»

«Avanti, andiamo, andiamo!»

La mia 4x4 non sarebbe andata da nessuna parte, ma gli altri motori salirono di giri, le portiere sbatterono e le ruote vorticarono nella neve.

Riuscii a togliermi il cappuccio. Mi sollevai senza provare alcun dolore e cominciai a muovermi verso i sedili anteriori quando mi resi conto che non sarei andato lontano. A circa cinque metri di distanza, di fianco a una montagnola di granito, una figura in bianco stava puntando la sua SD al centro del mio bersaglio grosso. Ne ero sicuro perché vedevo l'impronta rossa del mirino laser sul mio giaccone. La testa coperta di nero mi urlò al di sopra dell'incubo che si stava svolgendo più in basso: «Immobile! Fermo! Fermo! Giù, giù, giù!»

Cambiamento di piano. Con il laser sopra di me, l'unico problema che non avrebbe avuto era mancarmi. Ci furono ancora urla e grida frammiste al pesante fuoco dei russi. Mi appiattii più che potevo; fossi stato in grado di strisciare sotto il tappetino, l'avrei fatto.

Adesso che avevo visto quello che stava succedendo alle mie spalle, mi sentii ancor più allo scoperto. Da ogni parte s'incrociavano fasci di luce, illuminando la neve che cadeva e gli americani che cercavano una via di fuga aggirando il furgone dietro la nostra 4x4. Era fuori dal sentiero, con la fiancata sinistra addossata a un albero; il guidatore doveva essere ancora seduto al volante, dato che riuscivo a sentire, e a vedere, la ruota anteriore che girava nel frenetico tentativo di far presa sul selciato.

Le ombre dei corpi che si muovevano fra gli alberi aumentavano la confusione. Vidi i lampi del fuoco dei russi, che adesso giungevano da molto più indietro rispetto al convoglio. Si stavano ritirando.

Il mio controllore dovette sentire un rumore fra gli alberi vicini. Sollevò l'arma e cominciò a sparare, esplodendo una serie di raffiche da tre colpi, rapide e secche. Rispetto ai grossi calibri dall'altra parte, l'effetto era patetico; armi di quel genere perdevano ogni efficacia sulla distanza. Per una SD anche venti metri erano troppi.

«Non ti muovere!»

Il ragazzo doveva cambiare caricatore. Lo osservai mentre si sfilava il guanto con i denti, tenendomi sempre gli occhi puntati addosso. Nel momento in cui si tolse il guanto, riuscii a distinguere, alla luce dei fari, il bianco della seta del guanto di contatto. Il caricatore vuoto finì a terra, davanti alla tuta bianca. Ne prese un altro dal cinturone e lo inserì. Quindi azionò la levetta di sgancio, cosa dalla quale dedussi che usavano il modello di SD più recente, ulteriore indicazione che facevano parte di una formazione regolare. Tutto troppo efficiente. Almeno per il momento non sarei riuscito a scappare. Aveva una P7 nella fondina e la sua abilità con le armi era fuori discussione. Anche se si trovava sotto tiro, non mi concedeva nessuna possibilità d'azione. Abbassai la testa e rimasi immobile.

Le ruote dei furgoni stridevano slittandoci accanto, l'innamorato dell'albero per primo, vetri infranti e buchi ovunque nella carrozzeria, imballando un po' troppo il motore nel tentativo di acquistare velocità. Il gruppo del nostro furgone forniva fuoco di copertura consentendo agli altri di allontanarsi dalla zona di pericolo.

La voce del New England fu di nuovo a portata d'orecchio. «Muoversi, muoversi. Via, andiamo, andiamo, andiamo!»

Il mio controllore avanzò, sempre tenendomi sotto tiro. Saltò sul furgone e mi piantò i talloni nella schiena e la pistola nel collo. La canna era calda e sentii odore di cordite e quello oleoso del WD40. Probabilmente aveva ingrassato l'arma per proteggerla dalle intemperie e adesso quella roba si era surriscaldata.

L'ultima cosa che riuscii a vedere era lui che prendeva il cappuccio e me lo ricacciava sulla testa.

Saltarono dentro anche tutti gli altri e il veicolo prese a ondeggiare come una barca. Sentii ingranare la marcia e quindi iniziammo a muoverci più veloci del dovuto, tanto che le ruote slittarono nel tentativo di riprendere la strada.

Vennero sbattute le porte e subito dopo fui investito da una corrente d'aria proveniente dall'alto. Si stava aprendo il tettuccio elettrico e un momento dopo sentii il clic-tud, clic-tud, clic-tud e un urlo: «Beccatevi questo! E questo! E questo!» La voce del New England accompagnava gli spari attraverso l'apertura. Non mi giunse all'orecchio nessuna risposta da parte dei russi.

Un altro si voltò e aprì il fuoco attraverso il lunotto posteriore, aggiungendo buchi al vetro di sicurezza.

Clic-tud, clic-tud, clic-tud.

I bossoli volavano contro il finestrino laterale con un ping-ping-ping metallico e ricadevano rimbalzandomi sulla testa.

Dal tetto entravano spire d'aria ghiacciata. Poi ronzò un motore e il flusso d'aria s'interruppe.

«Qualcuno è stato colpito?»

«Io non ne ho visti.» La frase proveniva dal retro. «Se ce ne sono, sono sui mezzi. Fuori non è rimasto nessuno.»

Ricevetti un colpo sulla testa. «'Fanculo i russi! E tu chi ti credi di essere, eh?»

Il passeggero davanti era, senza ombra di dubbio, il comandante. A giudicare dall'accento si sarebbe trovato meglio sul palco arancione di un comizio elettorale dei democratici del New Hampshire piuttosto che in mezzo a quel brutto casino in Finlandia, ma per fortuna sembrava cavarsela piuttosto bene. E io ero ancora vivo.

Ci fu una pausa, forse mentre riordinava le idee e poi: «Bravo, Alfa». Doveva essere in rete, gli auricolari inseriti. «Situazione?»

Gli altri tacquero. Operatori bene addestrati sanno che è preferibile non parlare quando qualcuno è in collegamento.

Il Democratico si lasciò sfuggire un'imprecazione. «Merda, hanno beccato il mezzo di Bravo.» Rientrò in rete: «Roger, avete distrutto tutto?»

Dopo cinque secondi di silenzio replicò in tono depresso: «Roger, Bravo». Si rivolse alla squadra all'interno della macchina. «Quei figli di puttana hanno parte dell'hardware. Merda!»

La squadra non rispose e il Democratico riprese il controllo prima di collegarsi di nuovo.

«Charlie, Alfa... situazione?»

Chiamò tutti i segnali. Erano quattro: Bravo, Charlie, Delta ed Eco. Quante persone corrispondevano a ogni segnale non lo sapevo, ma alla casa mi erano sembrati un esercito. A quanto sembrava, l'operazione era stata un macello per tutti. Io catturato, Tom disperso; gli americani e i Maliskia in possesso solo di una parte degli apparecchi che volevano; per non parlare dei tre cloni di Tom nella casa. Loro ce l'avevano nel culo più di tutti noi messi insieme.

Lo scambio radio non era avvenuto in codice, il che significava che utilizzavano collegamenti sicuri, probabilmente satellitari, non come i miei Motorola all'Intercontinental. Mentre trasmettevano, radio del genere saltavano attraverso dozzine di frequenze diverse, in una sequenza che solo radio dotate dello stesso patrimonio di codici che oscillavano alla stessa velocità e frequenza erano in grado di riconoscere. Tutti gli altri si riempivano le orecchie di poltiglia.

Doveva aver ricevuto un messaggio da Eco. «Okay, roger, Eco. Roger.» Si voltò verso i tipi in nero. «Hanno beccato Bobby a una gamba. Ma va tutto bene, è tutto sotto controllo.» Da dietro si alzò un sospiro di sollievo.

Si voltò e sentii la stoffa premere sulla faccia. «E questo buco di culo respira ancora?»

Il mio controllore rispose: «Oh, sì». Mi riservò un altro trattamento con il tacco aggiungendovi un insulto con accento texano.

Mi esibii in un lamento di conferma molto russo. Il culo del comandante ruotò di nuovo e la mia testa si mosse di conseguenza. Tornò in rete. «A tutte le stazioni, qui Alfa. Proseguire come stabilito. Il mio gruppo trasporta passeggeri extra. Ricevuto.»

Immaginai che fosse in ascolto degli altri segnali, in cuffia.

«Bravo.»

«Charlie, roger.»

«Delta, roger.»

«Eco, roger.»

«Passeggeri extra» dovevo essere io. Tutto quello che mi sarebbe successo da quel momento in poi dipendeva dal Democratico.

Procedemmo in silenzio per altri venti minuti, sempre sulla strada asfaltata. Da una mia stima non ci eravamo allontanati molto; non potevamo essere andati troppo veloci a causa della forte nevicata.

Il Democratico tornò in rete. «Papa Uno, Alfa.»

Ci fu una pausa mentre lui ascoltava.

«Nessuna notizia da Super Sei?» Di nuovo silenzio, poi: «Roger, aspetterò».

«Papa Uno» e «Super Sei» non sembravano nomi di segnali. Di solito sono brevi e incisivi, per diminuire la possibilità di equivoci quando la merda è alta e le comunicazioni non sono buone, eventi che normalmente vanno a braccetto.

Dieci minuti dopo il Democratico era di nuovo in rete. «Alfa.» Rispondeva a qualcuno.

Ci fu silenzio, poi: «Roger, i segnali di Super Sei non rispondono».

Dopo una pausa di un paio di secondi, annunciò: «A tutte le stazioni, a tutte le stazioni. Okay, procedere secondo il piano strada; i passeggeri extra proseguono con me. Ricevuto».

Mentre registrava le conferme di ricevuto dagli altri segnali, non aggiunse altro. Per lo meno anche questa gente si stava sciroppando la giusta dose di merda quotidiana. Il segnale Super Sei doveva essere di elicotteri o aerei che non potevano alzarsi con quel tempo. Con un tempo migliore ci avrebbero portato via in volo, con aerei pilotati da dipendenti della loro Ditta. Nove su dieci sono piloti civili con lavoro di facciata come piloti commerciali, in modo da avere solide storie di copertura. Avrebbero volato con i dispositivi per la visione notturna, e magari ci avrebbero tirato su tutti, o per lo meno attrezzatura, feriti e prigionieri, e sarebbero schizzati via fino a una base americana. Oppure, in caso di elicotteri, sarebbero atterrati su una nave militare americana nel Baltico, dove computer e operatori sarebbero stati separati e consegnati a chiunque fosse tanto ansioso di riceverli. Se non fossi riuscito a togliermi in fretta dalla merda e a fuggire sarei atterrato insieme con loro in un «centro di accoglienza» americano. In passato ne avevo visto qualcuno; il livello delle stanze andava dalla cella umida e gelida di un metro per tre fino all'appartamento virtualmente indipendente, a seconda di quello che veniva ritenuto il modo migliore per ottenere informazioni da «passeggeri» come me. Non importa che idea ne avevi, erano centri per interrogatori, ed era a discrezione dagli inquirenti -CIA, NSA, chiunque fossero - processarti con le buone o con le cattive.

Che si fottessero, i ragazzi della pizza, quello che gli era successo non m'importava un accidenti. Ma adesso ero un Maliskia e sarei finito direttamente nell'angolo di una cella uno per tre. Per il momento non c'era niente che potessi fare. Potevo solo sperare che mi si presentasse una possibilità di fuga prima che scoprissero chi ero.

24

Procedemmo lentamente per altri venti minuti. Dal punto di vista fisico restare rannicchiato sul pavimento del furgone era doloroso, ma non era niente rispetto alla depressione che mi prendeva al pensiero di quello che mi riservava il futuro.

«Papa Uno, Alfa in blu uno.»

Il Democratico era di nuovo in rete. Papa Uno doveva essere la base operativa. Il Democratico gli stava comunicando le tappe di avvicinamento, in modo che Papa Uno conoscesse l'esatta posizione del gruppo.

Dopo circa un minuto curvammo bruscamente a destra.

«Papa Uno, Alfa in blu due.»

Sentivo il fruscio della manica del guidatore che armeggiava con il volante, e il rumore delle ruote mi confermava un misto di asfalto e neve.

Un'altra secca svolta a destra e la mia testa andò a stamparsi contro la portiera. Quindi passammo sobbalzando su quello che sembrava un difensore di hockey sdraiato, e procedemmo per altri trenta metri, più o meno, prima di fermarci del tutto.

Il Democratico uscì lasciando la portiera aperta. Altri veicoli ci oltrepassarono e si fermarono intorno a noi. Lo stridere delle ruote su una superficie asciutta mi disse che ci trovavamo al coperto e, a giudicare dal rimbombo dei motori, in un ambiente ampio e cavernoso.

I tre sopra di me iniziarono a uscire. Ovunque motori ancora accesi e aprirsi di portiere. Uscivano e si muovevano in giro, ma senza parlare. Poi si aggiunse lo sferragliare di una saracinesca metallica abbassata a mano.

Di qualsiasi tipo di edificio si trattasse, non sprecavano soldi nel riscaldamento. Forse era un hangar, cosa che avrebbe avuto senso se dovevamo essere trasportati da un aereo a elica o da un elicottero. O forse si trattava soltanto di un vecchio deposito. Attraverso il cappuccio non vedevo luci di sorta.

I gas di scarico stavano rendendo l'aria irrespirabile. Dopo che le tre paia di stivali mi ebbero usato come trampolino di lancio per uscire dal veicolo, un paio di mani mi afferrò le caviglie e iniziò a trascinarmi fuori, i piedi in avanti. Superai la soglia della portiera e dovetti slanciare le mani in avanti per proteggermi nella caduta libera da circa mezzo metro d'altezza. La superficie di atterraggio era cemento asciutto.

Intorno a me ci furono molti movimenti e gli stessi rumori che avevo sentito nella casa, come quello dei cavi elettrici trascinati. Stavano scaricando l'attrezzatura. Udii il suono riconoscibilissimo del metallo contro il metallo: erano i carrelli delle armi che scorrevano e i colpi espulsi che rientravano nei caricatori.

Mi ruotarono sulla schiena e lasciarono andare i piedi che ricaddero pesantemente sul pavimento. Emisi un gemito molto russo. Due paia di stivali mi girarono intorno alla testa. Venni sollevato per le ascelle e trascinato in avanti. I miei piedi strisciavano sul terreno, urtando le asperità e le buche per terra e di tanto in tanto pezzi di mattoni e altri detriti solidi.

Probabile che ai due che avevo di fianco dessi l'impressione di essere completamente privo di forze, ma a livello di cellule cerebrali ero concentrato a immagazzinare ogni informazione sensoriale su quello che mi scorreva intorno. Superai un furgone e anche attraverso il cappuccio riuscii a percepire l'aroma di caffè: evidentemente avevano aperto i thermos preparati per la fine missione.

Passammo davanti a gemiti di dolore trattenuti, accompagnati da respiri brevi e accelerati. Sembrava una donna. Intorno a lei c'erano degli uomini.

«Okay, facciamogliene ancora un po'.»

A quanto pareva, il Bobby del segnale radio di Eco era una donna. Le stavano iniettando dei fluidi e le medicavano la ferita da arma da fuoco.

Continuammo ad avanzare. I miei piedi trascinavano pezzi di legno, lattine, giornali; i loro, di tanto in tanto, schiacciavano bicchieri di plastica. Riconobbi il rumore del velcro. Fui spostato di fianco per passare una porta. Quando la porta si richiuse, mi fecero girare a destra.

I ragazzi della pizza erano già arrivati e i loro gemiti e grugniti riempivano una stanza che sembrava molto più piccola di quella precedente. I lamenti che si accavallavano uno sull'altro la rendevano simile a una camera delle torture medievale e, nonostante il freddo, il locale puzzava di marcio e abbandono.

Ancora un paio di passi e ci fermammo; mi resi conto che gli altri ospiti venivano presi a calci ed era per questo che si lamentavano. Sentii gli stivali entrare in contatto con i corpi accompagnati dai grugniti dei calciatori.

Venni sbattuto per terra e incassai la mia dose di calci. I lamenti e i singhiozzi provenivano dalla mia destra e adesso sembravano zittirsi uno alla volta. Non eravamo tutti nella stessa stanza; immaginai che fossimo chiusi dentro armadi o sgabuzzini.

Nel momento in cui andai a sbattere la testa contro la tazza del water, compresi dove mi trovavo: in un cesso.

Quando i ragazzi vennero costretti, non certo con le buone, a entrare nei nuovi alloggi, ci furono altre urla e altri grugniti. Non avrei saputo dire cosa fosse peggio, le urla di chi i calci li riceveva o l'assoluto silenzio di chi li sferrava, sfruttando al meglio i lamenti per spargere merda su tutti.

Guidato dai calci, m'infilai strisciando nell'angolo all'estrema destra dello stanzino, finché non approdai a un cumulo di detriti che sembravano vecchi di anni. Sentii della carta, secca e friabile come frammenti sottili di pane azzimo. Con un altro paio di calci mi ritrovai con la schiena contro un muro di mattoni e lo stomaco contro la tazza del cesso. Tenevo la testa bassa e le ginocchia sollevate per proteggermi, stringevo i denti in attesa del peggio. Invece mi afferrarono le mani e le sollevarono in aria; la plastica stringeva sempre di più perché i polsi si stavano gonfiando. Sentii che le manette venivano tagliate con un coltello. Il braccio sinistro venne ammanettato al tubo di scarico dietro il water, poi afferrarono l'altro braccio e lo fecero passare sotto; adesso avevo una mano per parte. Non aveva senso opporre resistenza, avevano il controllo totale su di me. Non potevo fare niente, se non risparmiare energie. Mi unirono i polsi. Tesi i muscoli dell'avambraccio, cercando d'ingrossarli più che potevo. Comparvero le manette. Sentii scorrere gli ingranaggi e la pressione quando vennero bloccate. Al momento giusto emisi un lamento. Volevo dare l'impressione di essere terrorizzato e sconvolto come i ragazzi della pizza. Se ne andarono sbattendo la porta.

Provai a posare la testa sul tubo ma era di un freddo insopportabile. Se dentro c'era ancora dell'acqua doveva essere ghiacciata.

Stavo lì, fra detriti e spazzatura, alla ricerca di una posizione più comoda, ma il freddo del pavimento continuava ad attraversarmi i vestiti.

Quando la pesante porta che portava all'hangar venne richiusa, ci fu un cigolio lungo e prolungato. Poi calò il silenzio, anche da parte dei ragazzi della pizza. L'acqua nei tubi non scorreva, era troppo freddo, non sentivo neppure il rumore di veicoli. Niente, tranne il silenzio nero come la notte.

Un paio di secondi dopo, come se tutti avessero trattenuto il respiro in attesa che gli uomini dei cessi se ne fossero andati, i lamenti e i singhiozzi da sotto i cappucci ricominciarono all'unisono; poi i ragazzi presero a balbettare qualche parola in finlandese, cercando di farsi coraggio l'un l'altro. Sembravano molto spaventati.

Cambiai posizione nel tentativo di allentare la pressione sui polsi, provando a scoprire se quel paio di millimetri guadagnati indurendo i muscoli mi consentiva di muovere i polsi nelle manette.

Allungai le gambe e urtai contro quella che sembrava una lattina vuota. Il rumore che fece sfregando contro il cemento mi accese una lampadina nella testa.

Dimenando il capo la feci passare oltre il tubo di scarico. Adesso poggiava sulle mani. Tastando con i denti attraverso il cappuccio, riuscii ad afferrare il guanto destro. Lo sfilai con una certa facilità e lo feci cadere a terra, lasciando però il guanto di contatto.

Spostai la testa in avanti in modo da portare le dita alla base del cappuccio e iniziai a trafficare. Ormai sapevo che il cappuccio era chiuso da un laccio che stringeva alla base. Non ci volle molto e anche quello scivolò a terra.

Fatica sprecata. Lo stanzino era completamente buio e, privo del cappuccio, avevo freddo alla testa. Il naso iniziò a colarmi quasi subito.

Mi allungai in avanti il più possibile per poter usare le mani e cominciai a tastare il terreno. Con le dita iniziai un esame scrupoloso fra bicchieri di carta e vari tipi di rifiuti finché non trovai quello che cercavo.

Risistemai il corpo intorno alla tazza del water in modo da mettermi comodo, poi, con i denti, sfilai l'altro guanto esterno. Avevo ancora indosso i guanti di contatto e con pollici e indici premetti il metallo della lattina finché i lati non s'incontrarono nel centro. Poi cominciai a piegare avanti e indietro le due parti. Dopo cinque o sei volte il metallo si ruppe e le due metà si separarono. Individuai quella con la linguetta e lasciai cadere l'altra vicino ai guanti e al cappuccio.

Tastando con attenzione il bordo spezzato, cercai un appiglio da cui cominciare a sbucciare la superficie verso il basso, come se fosse un'arancia. Avevo le dita gonfie e quasi prive di sensibilità, ma i guanti di contatto trattennero l'alluminio e trovai quello che cercavo. Cominciai a tirare e strappare. Le dita scivolarono un paio di volte e mi tagliai sul bordo del metallo, ma non c'era tempo per preoccuparsene. Del resto non sentivo quasi dolore e comunque era nulla rispetto a quello che avrei sentito se non fossi riuscito a fuggire.

Quando ebbi tagliato il metallo in verticale fino a due centimetri dal bordo della lattina, dal lato dell'anello di strappo, cercai di allargare al massimo i polsi. Non ottenni molto perché le manette di plastica sono progettate per non allungarsi, ma avevo comunque abbastanza gioco da poter fare quello che volevo. Con la mano destra strinsi a coppa la lattina, tenendo il bordo tagliente rivolto in alto. Quindi la piegai verso il polso, cercando di raggiungere la plastica. Se avessi lasciato sporgere di più la lattina avrei guadagnato centimetri, ma sotto la pressione il bordo si sarebbe facilmente piegato. Anche per questo motivo avevo scelto il lato dell'anello: il bordo più spesso conferiva maggiore robustezza alla superficie d'incisione.

Sapevo che riuscire a tagliare le manette avrebbe richiesto un tempo lunghissimo, ma se fossi riuscito a intaccare la plastica potevo farcela. Ci volle un paio di minuti perché la lattina frastagliata riuscisse a fare presa; poi, quando ero a circa tre quarti del lavoro, sentii il cigolio della porta che veniva aperta. Attraverso la fessura di circa cinque centimetri sotto la porta del cubicolo filtrarono luce e rumore di motori.

Sentii degli stivali che passavano sulla spazzatura diretti verso di me. La luce si fece più forte e iniziai ad agitarmi. Lasciai cadere la lattina e frugai alla ricerca del cappuccio. Quando fu di nuovo al suo posto, cercai i guanti. Non ci riuscii, ma proprio mentre cominciavo a contrarre la mascella per prepararmi all'inevitabile, i passi proseguirono oltre.

Udii le porte accanto aprirsi a calci e i ragazzi venire trascinati fuori e malmenati nonostante la loro litania di implorazioni in inglese. Durante il contatto dovevano aver sentito parlare gli americani, perché avevano smesso di implorare in tutte le lingue del mondo.

Furono sbattute delle porte e subito dopo riconobbi i piedi che venivano trascinati per terra oltre il mio cubicolo. Dopo pochi momenti la porta si richiuse e di nuovo calò il silenzio.

Tastai alla ricerca della lattina, senza preoccuparmi di togliere il cappuccio. Tanto non avrei visto niente lo stesso. Ripresi a lavorare con maggiore energia; era prevedibile che di lì a poco sarebbero tornati per me.

Dopo due o tre minuti passati a segare in modo frenetico, la plastica cedette.

Tolsi il cappuccio, cercai i guanti e li infilai in tasca, lasciando solo i guanti da contatto.

Poi localizzai l'altra parte della lattina. Mi alzai lentamente in piedi provando la gioia di essere di nuovo in verticale. Tastai lo stanzino. Trovai la maniglia della porta, la aprii e camminai con estrema cautela in quello che scoprii essere uno stretto corridoio con pareti in mattone. A circa tre metri, sulla sinistra, da sotto la porta proveniva un debole barlume. Sollevando e abbassando i piedi con infinita attenzione e appoggiandomi al muro con la mano sinistra, arrivai sino alla fonte di luce.

Mentre mi avvicinavo, riuscii a sentire un motore che accelerava e poi iniziava a muoversi.

Arrivai alla porta ma non trovai una toppa attraverso cui guardare, così, scostando i detriti sul pavimento, m'inginocchiai. Quando la saracinesca venne alzata ci fu un rumore di catene. Mi domandai se i ragazzi della pizza non stessero partendo per un giro fuori città.

Sdraiato a terra sul fianco destro, riuscii a mettere un occhio alla base della porta. Dalla tasca presi la parte di fondo della lattina che non avevo ancora modificato. Utilizzando la luce per cercare un punto dal quale cominciare a staccare il metallo, iniziai a lavorare e a guardare attraverso lo spiraglio.

Avevo visto giusto: era un hangar o un magazzino. Era molto buio, illuminato solo in qualche punto con lampade fluorescenti lunghe circa trenta centimetri, quelle che usano i campeggiatori. Alcune erano appoggiate sui cofani dei furgoni e altre venivano portate in giro. Le chiazze di luce bluastra e le ombre rendevano l'ambiente simile al set di Ai confini della realtà.

Sull'estrema sinistra, a circa quaranta metri di distanza, era parcheggiata una fila di mezzi, berline, familiari, monovolume e fuoristrada alcuni dei quali con i portasci carichi.

Il pollice scivolò sul bordo della lattina affilata. Ancora non riuscivo a provare dolore, ma almeno mi stava tornando un po' di sensibilità nelle mani. Aghi e spilli avevano cominciato a farsi strada nelle dita, mentre continuavo a sbucciare all'indietro il metallo.

Guardai dritto davanti a me verso l'uscita, la mia unica via di scampo. Poi controllai le persone che avrebbero provato a fermarmi. Si trovavano quasi tutti intorno ai due furgoni parcheggiati al centro dell'hangar.

Un gruppetto di cinque o sei stava scaricando le armi e togliendo le tute bianche che venivano gettate in casse tipo Lacon, container di alluminio per spedizioni via aerea. Avevano fretta, ma non erano agitati. Nessuno parlava, tutti sembravano sapere quello che dovevano fare.

Quando uno di loro compì un mezzo giro su se stesso, mettendosi di profilo, mi resi conto che Bobby non era l'unica donna dell'azione.

Mentre continuavano a disfarsi dell'equipaggiamento, capii da dove proveniva il rumore di velcro: la donna stava slacciando le cinghie laterali di un giubbotto antiproiettile prima di ammucchiarlo nelle casse insieme con il resto.

In un altro gruppo, circa otto persone avevano già tolto la tuta bianca e stavano tirando fuori dalle sacche gli abiti civili. Altri si stavano pettinando davanti agli specchietti laterali, nel tentativo di darsi l'aspetto da normali cittadini.

Riuscii a vedere un pezzetto della 4x4 su cui avevo viaggiato, il vetro posteriore bucherellato dai fori dei proiettili. Oltre al mio, scorsi le sagome degli altri mezzi usati durante il lavoro, che con ogni probabilità sarebbero stati abbandonati. I segni provocati dalle automatiche non erano la migliore personalizzazione da esibire ai semafori.

Non riuscivo a vedere traccia dei computer. Ne dedussi che li avevano già spostati con i ragazzi della pizza e molto probabilmente insieme con Bobby e il tipo con l'uncino nella gamba che avevano bisogno di cure appropriate. Le condizioni atmosferiche dovevano aver bloccato l'emorragia e la destinazione successiva sarebbe stata un posto tranquillo all'interno dell'ambasciata americana. Da lì, l'attrezzatura sarebbe stata inviata con borsa diplomatica negli Stati Uniti. Le borse diplomatiche sono di solito sacchi di posta o contenitori cui, per reciproci accordi, gli altri governi non hanno accesso. Questo significa che possono contenere qualsiasi cosa, da documenti delicati ad armi, munizioni, cadaveri. Mi avevano raccontato la storia di un servizio segreto che aveva trasportato con questo mezzo l'intera torretta di un nuovo modello di carro armato russo, evidentemente in un contenitore gigantesco.

I ragazzi della pizza sarebbero stati condotti all'ambasciata o in un altra casa sicura finché, il giorno dopo, un elicottero non li avrebbe trasportati fuori del Paese. A meno che in porto non ci fosse una nave da guerra. Se non prendevo in mano la situazione, presto li avrei seguiti.

Ormai erano tutti senza tuta, con indosso jeans, piumini e berretti. La donna si stava ancora occupando del carico dei Lacon. Quando le casse vennero sistemate all'interno dei furgoni, un forte clangore scosse l'hangar.

Il direttore delle operazioni era un uomo di cui non riuscivo a distinguere la faccia da quella distanza, ma era il più alto del gruppo, circa un metro e novanta, di una testa sopra gli altri. Richiamò tutti intorno a sé e impartì gli ordini. Distinsi molti cenni di assenso, ma la voce non era abbastanza alta da poter afferrare che cosa stava dicendo.

Finito il rapporto, si udirono le portiere dei due furgoni sbattere, ed entrambi i motori salire di giri. Quindi si avviarono. I fari illuminarono il gruppo che si voltava verso la saracinesca.

Nel momento in cui le catene vennero azionate, tastai il bordo della mezza lattina che tenevo in mano. Non stavo facendo un gran lavoro perché non mi stavo concentrando abbastanza.

Guardai la squadra del Democratico che si dirigeva verso i mezzi muovendosi come gli equipaggi ai loro caccia, le lampade che gli dondolavano nelle mani. Probabilmente si sarebbero divisi e avrebbero fatto quello che dovevano, forse nell'identico modo che avevano usato per entrare nel Paese.

A quel punto si erano completamente sterilizzati da ogni implicazione nell'azione. Avevano documenti e perfette storie di copertura e, con certezza, non erano più armati. Dovevano limitarsi a tornare agli chalet o agli alberghi come se avessero passato la notte fuori a divertirsi, cosa che non era poi così lontana dal vero. Non avevano avuto morti.

Altri motori avviati, porte sbattute e fari accesi. Vedevo i gas dei tubi di scappamento. Sembrava la griglia di partenza di un Gran Premio.

Dei veicoli abbandonati si sarebbero presi cura quelli dell'ambasciata. La loro priorità era andarsene da lì adesso che l'attrezzatura e i ragazzi della pizza erano al sicuro, in viaggio. Il loro unico problema era un piccolo extra: io.

Ebbi l'impressione che fossero il Democratico e un'altra donna ad assumersi questa responsabilità. Le vetture si stavano allontanando, ma loro erano ancora a terra. La donna si spostava trascinando sul pavimento una coppia di cavi da batteria, ormai perfettamente calata nella parte della vacanziera. Nulla veniva lasciato al caso.

Una volta all'esterno, le auto si fermarono ad aspettare sulla sinistra, le luci rosse degli stop perfettamente allineate. Nevicava ancora. Adesso, grazie ai fari delle auto che squarciavano il buio, avevo un'ottima visibilità.

Ben presto rimase ferma una macchina, motore e fari accesi. Il Democratico era seduto di traverso al posto di guida, i piedi che poggiavano per terra. Il bagliore della sua sigaretta diventava più intenso quando aspirava. La luce interna era accesa e riuscii a distinguere una testa dai capelli ricci.

Dopo aver gettato i cavi per la batteria sul sedile posteriore, la donna scomparve nel buio.

Finii di preparare la lattina. Il sangue sulle dita era freddo e impregnava i guanti di contatto. Buon segno. Nelle mani era tornata la sensibilità.

Per qualche momento tutto fu tranquillo, solo il fruscio del motore, poi, quando la saracinesca si richiuse, sferragliarono le catene. La donna riemerse dal buio e si piegò verso la sigaretta accesa. I capelli che le coprivano la faccia m'impedirono di distinguere i lineamenti.

Parlarono per qualche momento, poi lui si voltò all'interno dell'auto per spegnere la sigaretta nel portacenere. Era troppo professionale per lasciare sul pavimento elementi per l'analisi del DNA. Nel frattempo lei si era spostata sul retro e stava aprendo il bagagliaio.

Il Democratico iniziò a camminare nella mia direzione. Le sue lunghe gambe si stagliarono contro i fari. Con un guizzo di luce bianca, la lampada a fluorescenza che reggeva nella mano sinistra si accese. Riuscii a vedere che aveva indossato nuovamente il passamontagna. Osservai la mano destra che s'infilava sotto il cappotto e ne usciva con una P7 che venne riposta in tasca.

Il mio corpo si paralizzò. Stava venendo a uccidermi. Cercai di recuperare il controllo. Impossibile, non volevano uccidermi. Altrimenti perché si sarebbero presi la briga di portarmi fin lì? E che bisogno avrebbe avuto di nascondere l'identità con il passamontagna? Si stava solo cautelando nel caso fossi riuscito a togliermi il cappuccio.

L'auto si stava muovendo lentamente in avanti, sempre con il bagagliaio aperto. Il Democratico si trovava a circa dieci metri dalla porta. La luce che teneva con la sinistra continuava a ondeggiare. Dovevo mettermi in movimento, altrimenti avrei ricevuto lo stesso trattamento che avevo somministrato a Val la settimana prima.

Mi alzai in piedi e mi spostai a destra della porta, lontano dai cessi, agitato all'idea di attaccare un individuo di quelle dimensioni. Tutte quelle storie, più sono grossi e più rumore fanno quando cadono, sono miti, anzi stronzate. Più sono grossi e più forte ti picchiano.

Non avevo idea di quanto fosse lungo il corridoio, ma lo scoprii in fretta. Feci quattro passi e sbattei sul muro di fondo. Mi voltai, girato verso la porta, tolsi dalla tasca l'altra metà della lattina, e cominciai a inspirare profondamente per riempirmi di ossigeno.

La porta si aprì con un colpo che fece scricchiolare i cardini. Per un attimo la zona fu inondata di luce bianca e brillante. Sentii il rumore dell'auto che si muoveva in retromarcia. Il Democratico aveva girato verso sinistra. Mentre muoveva i primi passi verso il cesso dove mi trovavo prima, vidi la sua schiena imponente.

La porta si richiuse e io mi spostai velocemente; non proprio di corsa, perché non volevo inciampare, ma a passi lunghi e rapidi, per acquisire slancio, il braccio destro alzato. Con la porta chiusa e il motore acceso, la donna non avrebbe sentito nulla.

Ma sentì lui, e quando ero ancora a un paio di metri, si voltò.

Spiccai il salto concentrandomi sulla sagoma della testa. Atterrai con il piede sinistro in avanti, torcendo a sinistra l'intero corpo, il braccio destro piegato e il palmo aperto. A volte una sberla a mano aperta impressa con forza sulla faccia è più efficace di un pugno, e se nella mano si ha una lattina spezzata e affilata come un rasoio, l'effetto è garantito.

Colpii alla testa con forza. Non m'importava dove colpivo, m'importava solo colpire. Ci fu un urlo fortissimo. Non sentii la lattina sprofondare, solo la pressione del braccio bloccato a metà movimento mentre il resto del mio corpo continuava a ruotare.

La lampada cadde per terra e la luce cominciò a danzare. Cadde anche il Democratico. Mi voltai verso destra con il braccio sinistro appena piegato, sempre mirando alla testa. Colpii nel segno; sotto la lattina di sinistra riconobbi la morbidezza della guancia. Poi la sentii raschiare intorno al contorno della mascella. Urlò ancora, questa volta più forte e a causa di un dolore più forte. Era in ginocchio.

Con la destra lo colpii sulla testa dall'alto in basso. Gli spigoli metallici scavarono in profondità fino a raggiungere l'osso, strappando indietro la pelle mentre lui cadeva. Intagliai un solco profondo nello scalpo; la lattina tenne per altri cinque centimetri e poi si spezzò.

Crollò a terra, annaspando con le mani nel tentativo di proteggersi la testa. Per qualche altro frenetico secondo continuai a sfregiare mani e cranio, poi le mani gli ricaddero da parte e lui rimase immobile. Non stava fingendo: non avrebbe rischiato di far cadere le mani esponendosi ad altri attacchi. Era in stato di shock, ma respirava ancora. Non era morto. Non avrebbe mai fatto il modello per la Gillette, ma sarebbe rimasto in vita. Non avevo avuto altra via d'uscita. Se devi fermare qualcuno, devi farlo con il massimo della velocità e della violenza che ti è possibile.

Dal pavimento la luce fluorescente rovesciò una pozza di luce sul passamontagna. La lana sembrava incredibilmente intatta, come quando un maglione si strappa e lo strappo sembra che si unisca da solo, se non guardi da vicino. Attraverso la lana il sangue sgocciolava.

Lasciai cadere la lattina, lo girai sulla schiena, gli affondai un ginocchio sulla faccia, peggiorando la sua situazione. Tirai fuori la P7 e trovai un telefono. Il telefono finì in tasca.

Adesso il mio respiro era molto veloce e poco profondo, appena più forte del fruscio del motore vicino alla porta. Sotto lo spiraglio della porta vidi le luci rosse posteriori e il naso mi si riempì di gas di scarico.

Mi alzai, afferrai il passamontagna per la cima, lo tirai via e fui in grado di verificare l'entità dei danni che avevo provocato. Dove la lattina aveva attraversato la guancia i solchi erano piuttosto ampi e sopra la bocca pendevano lembi di pelle ripiegata. Attraverso l'impasto di capelli e sangue che gli ricopriva il cranio s'intravedeva l'osso.

Mi calai il passamontagna sul volto, nel tentativo di diminuire le possibilità di essere riconosciuto in futuro. Era umido e caldo. Tra i suoi deboli lamenti lo perquisii alla ricerca di una radio. Non trovai niente; il piano prevedeva di non conservare prove, e lui aveva fatto come tutti gli altri. Aveva tenuto la P7 solo per occuparsi di me.

Mi voltai verso la porta. Adesso toccava alla donna.

Spinsi la porta e mi trovai nel mezzo di una nuvola di fumo arrossato dalle luci degli stop. Il mezzo si trovava a non più di un metro, il motore al minimo, il bagagliaio aperto che mi aspettava. Mi diressi sul lato sinistro. La porta si chiuse sbattendo alle mie spalle. Sollevai la pistola e la puntai al volto della donna, la canna a trenta centimetri dal finestrino. Se avesse aperto la portiera, non sarebbe riuscita ad allontanare la pistola con la velocità necessaria per poter intervenire; se avesse tentato di spostarsi in avanti con l'auto, sarebbe morta al primo colpo.

Fissò la canna con gli occhi spalancati sotto il cappello da sci multicolore. Al chiarore del cruscotto vidi che cercava di dare un senso a quello che i suoi occhi le comunicavano. Non ci avrebbe messo molto; i miei guanti di contatto impregnati di sangue e la maschera del Democratico le avrebbero fornito gli indizi necessari.

Con la mano sinistra le feci cenno di uscire. Si supponeva che fossi un russo e non avrei aperto bocca se non fosse stato indispensabile.

Continuava a fissarmi, paralizzata. Fingeva: alla prima opportunità mi avrebbe steso.

La portiera si aprì piano e mi spostai un altro po' all'indietro. Decisi di usare un accento slavo. O per lo meno quello che io ritenevo tale. «Pistola, pistola!»

Mi fissò con gli occhi spaventati e con voce da bambina disse: «Ti prego non farmi del male. Non farmi del male».

Quindi divaricò le gambe per mostrarmi la P7 nascosta fra le cosce coperte dai jeans. Era chiaro che volevano viaggiare puliti, altrimenti in quella fase avrebbero avuto pistole convenzionali.

Le feci capire di lasciarla cadere a terra. Spostò la mano con molta lentezza.

Non appena l'ebbe fatta cadere, mi spostai, la afferrai per i capelli castano scuro, lunghi fino alle spalle, la costrinsi a uscire dall'auto e a mettersi carponi. Con la P7 premuta sul collo, cercai un cellulare. Sembrava che l'unico fosse in mio possesso. Feci tre passi indietro, indicai il muro in fondo, dove poco prima era posteggiata la macchina, lei si alzò e vi si diresse. Adesso che era disarmata, non m'importava quello che faceva. Le radio erano state tutte nascoste, il cellulare lo avevo io e non c'era nessuno cui chiedere aiuto.

Entrai nel caldo dell'auto, una Ford, ingranai la prima e schizzai verso la saracinesca chiusa. Probabilmente si trovava già nel corridoio alla scoperta di quello che era successo al suo amico Democratico.

Mi fermai di fianco ai quattro furgoni e alla 4x4 bucherellata. Uscii con una P7 in mano e passai sulle pozzanghere create dalla neve che si era sciolta dai mezzi, pronto a sparare alle ruote. Non si deve sparare direttamente alla gomma; la possibilità che i proiettili rimbalzino è alta. Occorre proteggersi dietro il blocco motore, sporgersi da un lato e a quel punto sparare.

Il tud caratteristico della P7 era nulla al confronto del dinggg che riecheggiò nell'hangar quando il proiettile colpì il metallo. Poi fu la volta del sibilo dell'aria che usciva dal pneumatico.

Mi guardai alle spalle. Dal corridoio ancora nulla.

Quando tutti i veicoli ebbero ricevuto il trattamento, saltai al posto di guida e puntai alla saracinesca, però questa volta in retromarcia, in modo che i fari illuminassero la porta del corridoio. Se usciva, volevo essere in grado di vedere.

Frenai, misi il cambio in folle e saltai giù. Le catene, fredde come il ghiaccio, mi bruciarono le mani anche attraverso i guanti di contatto. Le tirai energicamente verso il basso per aprire la saracinesca. La sollevai quel tanto che bastava per lasciar passare l'auto. Risalii e feci inversione nella neve, avviandomi nella stessa direzione che avevano preso tutti gli altri.

Mi lasciai l'hangar alle spalle chiedendomi se dovevo sentirmi dispiaciuto per il Democratico, felice di essere ancora vivo, o incazzato con Val e Liv. Controllai il livello del carburante, il serbatoio era quasi pieno, come avevo immaginato. Il cellulare volò dal finestrino e si seppellì nella neve. Di sicuro un congegno utilissimo per farsi rintracciare non sarebbe rimasto con me.

Nevicava forte. Non avevo idea di dove mi trovassi, ma non era poi così importante dal momento che ero riuscito a fuggire. Sollevai la maschera e nel farlo sentii il sangue del Democratico che m'imbrattava la faccia. Finalmente venne via, e la gettai sul pavimento, insieme con la P7.

Accesi la luce interna e mi guardai nello specchietto. Avevo tanta roba rossa in faccia che sembravo una barbabietola. Conciato in questo modo non avrei mai potuto guidare alla prima luce dell'alba, o in un centro abitato.

Anche il volante era sporco del sangue dei guanti di contatto. Dovevo fare qualcosa. Circa un'ora dopo accostai a lato della strada, e mi lavai nella neve gelata. Poi, con corpo e macchina ripuliti, e gli oggetti sporchi di sangue sepolti nella neve, proseguii cercando un cartello che mi guidasse verso Helsinki.

Più ci pensavo, più mi giravano i coglioni. Liv e Val sapevano che gli americani avevano intenzione di unirsi alla festa? Non ne ero certo, ma avevo intenzione di scoprirlo.

25

Mercoledì 15 dicembre 1999

Ero seduto sul pavimento accanto a un calorifero in un angolo della stazione, di fronte alla fila delle cabine telefoniche che aveva in bella vista il segno di DLB piena. Il segno nero che attraversava la facciata laterale della cabina sull'estrema destra era perfettamente riconoscibile dagli ingressi che portavano alla stazione degli autobus, anch'essi sulla mia destra. Avevo una copia dell'International Telegraph, una tazza da caffè vuota e, nella tasca destra, una P7 con le sette canne cariche. Nella tasca di sinistra, l'altra unità, con solo tre colpi.

Quella mattina, all'apertura dei negozi, avevo comprato un intero cambio di vestiti per sostituire quelli umidi e freddi che indossavo. Adesso portavo una giacca a vento beige scuro, guanti e un cappellino a punta di lana blu. Non m'importava di sembrare un po' scemo; mi copriva la testa e quasi tutta la faccia. Il colletto della giacca tirato su faceva il resto.

Ogni volta che cambiavo posizione, fitte di dolore mi attraversavano la spalla sinistra. I lividi dovevano essere orribili. L'unica cosa che potevo fare era lamentarmi fra me e rallegrarmi di non essere caduto su qualcosa di appuntito.

Avevo abbandonato l'auto in periferia, fuori da una stazione della metropolitana, poco dopo le otto, quella mattina stessa, e avevo raggiunto la città in treno. Continuava a nevicare e a quell'ora l'auto sarebbe stata coperta e le targhe illeggibili. A Helsinki avevo recuperato la contromarca sotto l'armadietto numero 11 e avevo ritirato sacca, contanti, passaporti e carte di credito. Avevo anche tastato sotto il numero 10. La contromarca di Tom era ancora nella busta di plastica attaccata sotto l'armadietto.

Avevo pensato molto a lui. Se non l'avevano ucciso gli americani o i Maliskia la notte precedente, lo avrebbe fatto il freddo. Tom aveva molte capacità, ma giocare all'orso grizzly non era fra queste.

Ero parecchio incazzato, ma non ero certo se esserlo per me o per lui. Fu a quel punto che lo cancellai. È un momento che arriva sempre: la mente in questo modo resta libera e concentrata sulle cose importanti. E queste non mi mancavano.

Lasciai la contromarca della sua sacca dove si trovava. Se quello che stavo per fare fosse andato alla cazzo di cane, poteva rappresentare una scorta di emergenza: soldi e un nuovo passaporto, da modificare appena.

Nonostante i miei sforzi, mentre me ne stavo là a osservare il flusso costante di viaggiatori che entrava e usciva dalle porte scoprii di non poter fare a meno di sentirmi dispiaciuto per Tom. Erano state le mie bugie e le mie promesse che lo avevano portato dove si trovava adesso, a faccia in giù nella neve o impacchettato chissà dove in un sacco da cadaveri americano. La cosa che mi faceva sentire ancora più colpevole era che sapevo di essere incazzato perché non avevo fatto del grano almeno quanto lo ero per la sua morte.

Smisi di pensarci, affondai le mani nelle tasche chiudendole sui caricatori. Ero ancora più scocciato perché mi ero liberato della sacca e della coperta che adesso avrebbero potuto tenermi il culo al caldo, e perché sapevo che la morte di Tom era destinata a diventare un altro di quei piccoli rovelli che mi si sarebbero affacciati alla mente nelle ore che precedevano l'alba, mentre cercavo invano di prendere sonno.

La stazione era molto affollata. Babbo Natale aveva già fatto due giri completi, chiedendo soldi per le renne abbandonate o roba del genere.

La gente trascinava con le scarpe la neve all'interno della stazione e i grandi radiatori in stile vittoriano la riducevano vicino alle porte in pozzanghere che poi si allargavano in tutta la stazione.

Guardai il Baby G. Erano le 14.17, io ero lì da almeno quattro ore e avrei dato qualsiasi cosa per un altro caffè. Ma dovevo tener d'occhio le porte. Inoltre, se avessi bevuto, prima o poi avrei avuto bisogno di andare al bagno, e non potevo permettermi di perdere Liv, se fosse arrivata.

Sarebbe stato un giorno lungo, senza cibo e senza caffè. E forse sarebbe stata lunga anche la notte. Per un osservatore esterno, la stazione non è poi un luogo così malvagio dove passare diverse ore. Ma può durare molto a lungo.

Sistemai il mio povero culo intorpidito e freddo e decisi di non perdermi in elucubrazioni sul casino successo a casa Microsoft. I fatti erano che non avevo i soldi, che Tom era morto e che probabilmente mi trovavo in un mare di merda con gli americani e in un oceano di merda con la Ditta. Se il mio coinvolgimento fosse stato scoperto, sarei finito a fare il sostegno di una sopraelevata, dentro un pilastro di cemento, da qualche parte lungo l'Eurotunnel per l'alta velocità. Morire non mi aveva mai preoccupato, ma essere fatto fuori dalla mia gente sarebbe stato troppo deprimente.

Più pensavo a quanto era successo la notte prima, più schiumavo di rabbia nei confronti di Liv e Val. Dovevo trovare un piano che mi procurasse quello di cui avevo bisogno, senza sprecare tempo ed energie nel tentativo di trovare un modo per pareggiare i conti. A parte ogni altra considerazione, ciò non avrebbe coperto i conti della clinica. Nella mia testa stava prendendo forma il piano B. I soldi dei Maliskia avrebbero pagato le cure di Kelly se avessi rapito Val e lo avessi consegnato a loro in cambio di liquido. Avevo dedicato la vita ai rapimenti per tanti anni, e per molti soldi di meno.

Non avevo ancora idea di come avrei fatto: avrei improvvisato al momento. Ma la prima fase era far credere a Liv che avevo il ThinkPad con le informazioni scaricate e che, visto il casino che era scoppiato la notte prima, da adesso in poi avrei trattato solo con Val, e solo in Finlandia. Chissà mai. Se Val avesse portato i soldi, li avrei presi e mi sarei risparmiato la fatica.

Ma non era questo il messaggio che avevo lasciato nella busta di plastica nella DLB. Era vuota, l'avevo messa solo perché ci fosse qualcosa da prendere quando fosse venuta, altrimenti poteva insospettirsi. Tutto doveva essere come avrebbe dovuto essere. Non appena fuori dalla stazione l'avrei bloccata e le avrei parlato chiaro, in modo che non ci fossero equivoci su quello che volevo.

Erano passati altri venti minuti quando un numeroso gruppo di studenti in gita tentò di passare in blocco attraverso la porta che portava ai bus, e fu un turbinio di borse, sci e Big Mac mentre loro tentavano di camminare, parlare e ascoltare i walkman, tutto contemporaneamente.

Meno di trenta secondi dopo vidi Liv entrare e superare di fretta il segno di cassetta piena senza voltare la testa. Ma sapevo che l'aveva visto. Il suo cappotto lungo, il cappello tibetano e gli stivali di cuoio chiaro erano facili da individuare mentre si spostava all'interno del salone, si toglieva la neve da una spalla con una mano e con l'altra trasportava due sacchetti di carta di Stockmann.

Passò davanti ai chioschi e alle toilette, aggirando la scolaresca che adesso si era fermata in attesa che l'insegnante capisse qualcosa a proposito dei biglietti. Continuai a tenere d'occhio la punta del cappello di Liv.

Controllai con cura che non fosse seguita, nel caso si fosse portata dietro qualche protezione, o peggio, nel caso che il Democratico avesse spedito qualche fedelissimo sulle sue tracce.

Quando svoltò a sinistra verso la biglietteria e l'ingresso della metropolitana il cappello scomparve. Nessuna fretta, sapevo dove stava andando.

Mi alzai, oltrepassai la gita scolastica e la rividi. Stava per sedersi sopra la DLB, vicino ad altri bambini. Il suonatore di strada era sempre al suo posto, e strimpellava sulla fisarmonica qualche vecchia melodia finlandese. Il suono si mescolava gradevolmente con la cagnara di un gruppo di ubriachi dall'altro lato della panca. Stavano discutendo con Babbo Natale, con grande divertimento dei passanti.

Liv si sedette mentre Babbo Natale colpiva il torace di uno degli ubriachi. Il personale di servizio si fece avanti per separarli. Osservai Liv piegarsi fingendo di armeggiare con i sacchetti. La mano si mosse per prendere la busta. Il contenitore vuoto venne staccato dal velcro e lasciato cadere in uno dei sacchetti; non lo avrebbe letto lì.

Attesi che si allontanasse. Mi trovavo in una buona postazione. Dal mio angolo potevo controllare qualsiasi porta avesse scelto. Dopo alcuni minuti si alzò, lo sguardo rivolto verso la biglietteria e un largo sorriso. Quando l'uomo di San Pietroburgo emerse, sorridente, fra la folla, Liv gli tese le braccia. Si abbracciarono e baciarono, poi si sedettero vicini, parlando in quel modo particolare, sorridenti, mano nella mano, felici di vedersi, i nasi che si sfioravano. L'uomo indossava lo stesso lungo cappotto di cammello, questa volta con sotto una maglia a collo alto marrone scuro. Quel giorno portava una ventiquattrore di pelle chiara.

In modo da non farmi vedere dall'ingresso che conduceva ai binari, controllai il tabellone partenze-arrivi a parete. Il treno per San Pietroburgo, che arrivava fino a Mosca, partiva dal marciapiede 8 alle 15.34: poco più di mezz'ora di tempo.

Parlarono per altri dieci minuti, poi si alzarono. Il contatto di Liv prese i sacchetti di lei con una mano, e la sua valigetta con l'altra, e insieme si avviarono verso la porta dei binari.

Cominciarono a risuonarmi nella testa dei campanelli di allarme. Perché aveva preso i sacchetti di lei? Il cuore iniziò a battere più veloce quando varcarono le porte e si ritrovarono entrambi sulle piattaforme coperte di neve. Merda, sarebbe andata con lui? Il corriere poteva averle appena comunicato quello che era successo al quartier generale Microsoft e Liv stava cercando di mettersi in salvo fin che poteva.

Contai fino a dieci e mi lanciai nel freddo. Andando verso il deposito bagagli, il binario 8 era sulla mia destra. Nevicava piano e non c'era un alito di vento. Mi muovevo a testa bassa, le mani sprofondate nelle tasche. Guardai con la coda dell'occhio verso i binari e vidi che erano diretti verso i vagoni di centro. Camminai lentamente fino al deposito bagagli, continuando a osservarli finché non salirono sul treno. Poi, guardai l'orologio e, come se mi fossi appena ricordato di qualcosa, feci dietrofront. Prima che partissero per San Pietroburgo c'erano ancora diciassette minuti, e tutto faceva supporre che sarei andato con loro.

Oltrepassai due addetti ai treni russi, in piedi al posto di guardia in fondo al treno. Stavano bevendo qualcosa da una bottiglia con l'aria malinconica e i cappelli con la visiera alta stile ufficiale nazista spinti indietro sulla testa.

Salii a bordo ed entrai in un vagone pulito, anche se molto vecchio, il cui corridoio dava sul marciapiede e la linea degli scompartimenti sulla destra. Avanzai nel corridoio riscaldato e mi sedetti sopra uno dei duri sedili coperti di stoffa del primo scompartimento libero. C'era un odore forte, quasi aromatico, di sigarette che molto probabilmente non abbandonava mai quei treni.

E adesso? Avevo i soldi ma niente visto. Come avrei fatto a entrare in Russia? Nascondersi nella toilette funziona solo nei film di Agatha Christie. Forse una bustarella. Potevo recitare il ruolo del turista testa di cazzo che non aveva idea che fosse necessario un passaporto, per non parlare di un visto, e offrirmi di pagare bene, e in dollari, per la gentilezza di farmi entrare o per qualsiasi cosa potessero fare per me. Dopo tutto solo un matto poteva desiderare di entrare in Russia illegalmente.

Rimasi seduto a osservare i cappelli nazi coperti di neve che camminavano lungo il binario sotto i finestrini. Le vene del collo mi pulsavano e provai una fitta di dolore al torace quando sentii i fischi e lo sbattere delle pesanti porte dei vagoni.

Controllai il Baby G: tre minuti alla partenza. Ma non era la prospettiva di avere a che fare con le guardie e i funzionari dell'immigrazione che mi turbava; era la possibilità di perdere Liv, il mio unico contatto diretto con Val.

La porta del mio scompartimento si aprì ed entrò una donna con una pelliccia lunga e una piccola valigia. Borbottò qualcosa e io risposi con un grugnito. Sollevando lo sguardo intravidi un bagliore di cuoio nero che si muoveva sul marciapiede. Che cosa succedeva? Stava passando Liv con i suoi sacchetti, la testa bassa contro la neve.

Provai un immenso sollievo. Balzai in piedi e mi precipitai nel corridoio, ma non potevo uscire immediatamente: nel caso il corriere la stesse guardando si sarebbe chiesto come mai qualcun altro avesse deciso di scendere dal treno.

Scomparve all'interno della stazione e io, senza controllare se lui stesse guardando, balzai sulla piattaforma e puntai dritto verso le porte che lei aveva appena oltrepassato. Fra la folla individuai il cappello che si dirigeva all'uscita degli autobus. A questo punto lei sapeva che nella cassetta non c'erano messaggi. Mi mantenni indietro, in attesa di un'occasione.

Ero a circa venti passi di distanza quando lei aprì le porte dell'uscita degli autobus. Quando le ebbi oltrepassate anch'io, guardai nella tormenta di neve. Quello che riuscii a vedere furono autobus e code di persone in attesa di salire; Liv doveva aver svoltato appena sul marciapiede.

Stavo per scendere i gradini quando sentii chiamare alle mie spalle. «Nick! Nick!»

Mi fermai, mi voltai e guardai in direzione delle porte.

«Liv! Che piacere vederti.»

Era vicino a una colonna, a sinistra del varco, sorridente, le braccia protese in avanti, pronta a salutare un altro amico che non vedeva da tempo. Mi sintonizzai sulla parte, le andai incontro, e lasciai che mi baciasse su entrambe le guance. Aveva un profumo meraviglioso, ma da quel poco che riuscii a vedere dei suoi capelli sotto il berretto, non erano pettinati come al solito, e le punte erano piene di nodi.

«Ho pensato che dovevo aspettarti. Sapevo che ti saresti fatto vivo, altrimenti perché lasciare la busta vuota?»

Ancora abbracciati, la guardai con il sorriso ma-che-piacere-vederti stampato sul volto. «Tom è morto», dissi.

L'espressione del suo viso mi fece capire che sapeva come mi sentivo. Si tirò indietro e sorrise. «Vieni, camminiamo. Hai il diritto di essere arrabbiato, ma non è tutto perduto, Nick.» M'invitò, con la mano guantata, a portare i suoi sacchetti. Mentre mi chinavo vidi la valigetta in cuoio chiaro del suo amico.

Continuando a sorriderle, le afferrai il braccio e quasi la obbligai a fare le scale. Arrivati sul marciapiede voltai a destra verso l'ingresso principale della stazione e il centro della città. «Che cazzo sta succedendo? L'altra notte siamo stati aggrediti da una squadra di americani. Mi hanno catturato. Poi hanno colpito anche quei bastardi dei russi.»

Annuiva con la testa mentre io tuonavo al suo indirizzo. Il solito trucco: so tutto e non lascio trapelare nulla.

Dissi: «Lo sai già, vero?»

«Naturale. Valentin viene sempre a sapere tutto.»

«Tu e Val mi avete fregato. Ora basta. Domani lo voglio qui, con i soldi. Gli darò quello che cerca. Ho il ThinkPad, e contiene quello che volevate.» Desiderai aver accettato l'offerta di Tom di spiegarmi quello che stava facendo, quando eravamo nella casa schermata.

Non mi aveva neanche ascoltato. «Sei sicuro che Tom sia morto?»

«Se è fuori in questa merda...» e sporsi la mano.

Aveva la stessa espressione che aveva avuto all'albergo, calma e perfettamente padrona di sé, come se si trovasse da qualche altra parte e io non stessi parlando con lei.

Aumentai la pressione sul braccio e la guidai lungo la strada. Di quello che pensavano i passanti non mi fregava niente.

«Ascoltami, ho il materiale scaricato. Ma d'ora in poi tratto solo con Val, non con te. Non mi fregate più.»

«Sì, Nick, lo hai già detto. Adesso dimmi, è molto importante. Valentin non fa mai una cosa se non ha tutti i dettagli. Gli americani hanno portato via tutte le macchine?»

«Sì.»

«Gli americani hanno preso delle persone?»

«Sì, io ne ho visti tre.»

«I Maliskia sono riusciti a prendere agli americani delle macchine o delle persone?»

Sembrava un dottore che elenca una lista di sintomi con un paziente.

«Nessuno degli occupanti. Hanno preso uno dei furgoni con le macchine, ne sono certo.»

Annuì lentamente. Raggiungemmo una piccola folla in attesa del verde per attraversare, anche se non passava una macchina.

Le bisbigliai in un orecchio. «Sono tutte palle, Liv. Voglio Val qui, con i soldi, allora gli darò tutto, porterò via i coglioni e ve la vedrete voi.»

Il mio bel discorsetto non ebbe alcun effetto su di lei. Attraversammo la strada principale al suono del segnale acustico, diretti alla zona commerciale.

«Questo, Nick, non accadrà. Val non verrà per la semplice ragione che tu non hai nulla da offrirgli, vero?» Parlava in modo molto tranquillo. «Ora ti prego, rispondi alle mie domande. È molto importante. Per tutti, incluso te.»

Che andasse a farsi fottere, non volevo altre domande. E poi ancora una volta aveva ragione lei. «Perché gli americani hanno attaccato la casa? Qualsiasi cosa siamo andati a cercare appartiene a loro, è così? Non si tratta di materiale commerciale, ma di Stato.»

Mi scoccò una delle sue migliori occhiate tipo signor Spock. Continuai a trascinarla. «Gira a destra.»

Svoltai l'angolo. Eravamo in una via di negozi. Tram, macchine e camion schizzavano nella fanghiglia.

«Gli americani erano dell'NSA, Nick.»

Oh, merda. Alla conferma dei miei sospetti mi mancò il cuore e mi tornò la fitta al petto. Volevo i soldi, ma non fino a quel punto. Quello era un lavoro da grandi. Quella gente era il vero governo del paese. «Sei sicura?»

Annuì. «Hanno attaccato anche casa mia l'altra sera, due ore dopo che ve ne siete andati.»

«Come hai fatto a fuggire?»

Si diede un colpetto sui capelli. «Passando una notte molto fredda e lunga sul lago.»

«Come sono arrivati fino a te?»

«Devono essere stati guidati fino alla casa, ma non so come. Ora ti prego, stai solo sprecando tempo e non ne abbiamo molto.»

Non mi accorsi neppure del furgone che passando aveva firmato con il fango i miei jeans e il suo cappotto. Adesso ero troppo occupato a sentirmi molto più depresso che incazzato. NSA. Ero veramente nella merda.

Mi diede altre istruzioni. «Attraversa qui.»

Aspettammo di nuovo come pecore che l'omino verde ci dicesse di attraversare. Attraversare la strada fuori dalle zone consentite doveva essere punito con la pena di morte in quel Paese. Venne il verde e potemmo riprendere a parlare.

«Ascolta, tu o Tom avete usato e-mail, telefono, fax o cose del genere mentre eravate nella casa?»

«Naturalmente no.»

Poi ricordai quello che era successo all'aeroporto. «Un attimo. Lo ha fatto Tom. Tom...»

Si voltò di scatto. «Cosa? Cos'ha fatto Tom?»

«Ha usato l'e-mail. Ha mandato un'e-mail a qualcuno in Inghilterra.»

L'espressione calma e controllata le sparì dal volto. Si fermò di colpo e mi allontanò da sé. La gente prese a girare alla larga da quella che sembrava una lite domestica sul punto di esplodere.

«Avevo detto a tutti e due di non farlo.»

La tirai di nuovo verso di me, come se avessi io il comando della situazione, e ripresi a guidarla. Riacquistò il controllo, e dopo un po', con molta calma, disse: «Così è stato Tom a guidare fin qui gli americani». Indicò a destra, verso un'altra strada lastricata. «Valentin vuole che ti mostri una cosa, poi devo farti un'offerta che le tue tasche e la tua coscienza non potranno rifiutare. Vieni. Da questa parte.»

Svoltammo e io decisi di non aggiungere parola sul fatto che non era necessariamente colpa di Tom. Gli E4 potevano avermi seguito da quando avevo lasciato il suo appartamento di Londra, o aver seguito le nostre tracce tenendo d'occhio i movimenti della carta di credito di Tom. Ma adesso non potevo farci niente.

Eravamo arrivati al porto. Lungo il molo c'era un mercato di pesce e verdura. Da sotto i teli di plastica che proteggevano i bottegai e le loro merci dalla neve uscivano sbuffi di vapore.

«Di là, Nick.»

I miei occhi seguirono i suoi, fermandosi su quella che sembrava la più grande serra vittoriana del mondo, un paio di centinaio di metri oltre il mercato.

«Entriamo e togliamoci dal freddo, Nick. Penso che sia arrivato il momento che tu sappia che cosa sta succedendo veramente.»

26

La sala da tè era calda e piena dell'aroma di caffè e sigarette. Portammo cibo e bevande dal bancone fino a un tavolo d'angolo.

Appoggiammo i cappotti su una sedia libera, senza il cappello risultava evidente che Liv aveva trascorso una pessima nottata. Entrambi dovevamo avere un'aria piuttosto dimessa a paragone dei turisti americani che stavano iniziando a riempire il locale, appena scesi dalla nave da crociera che vedevo ormeggiata in porto. Il forte sibilo della macchina per il cappuccino accompagnava la loro conversazione, la quale si svolgeva a un volume più elevato di quella degli altri. I finlandesi parlavano sempre molto piano.

Il nostro tavolo era vicino a un pianoforte a coda e parzialmente nascosto da piante di palma. Più passavamo inosservati e meglio era. Liv si sporse in avanti e sorseggiò il suo tè. Io trangugiai un tramezzino al salmone. Mi fissò per un po' poi chiese: «Nick, quanto sai dell'accordo fra Stati Uniti e Gran Bretagna?»

Il flash di una macchina fotografica rimbalzò da una parte all'altra mentre i turisti si mettevano in posa con i bicchieri di tè e grandi fette di torta al cioccolato. Presi una sorsata di tè. Conoscevo i punti fondamentali. Venne sancito tra Gran Bretagna e America verso la fine degli anni '40 e dopo qualche tempo si iscrissero al club anche Canada, Australia e Nuova Zelanda. Alla base dell'accordo c'era la condivisione del controspionaggio nei confronti dei nemici comuni. Al di là dell'accordo, comunque, i Paesi membri usavano le proprie risorse per spiarsi l'uno con l'altro: in particolare, la Gran Bretagna spiava i cittadini americani negli Stati Uniti, e gli americani spiavano i cittadini inglesi in Gran Bretagna, e poi facevano scambio di informazioni. Tecnicamente non era illegale. Un sistema molto astuto per aggirare la legge sui diritti civili.

Liv stava seguendo con gli occhi tre anziani americani vestiti con giacche imbottite multicolori che si spostavano a fatica oltre il nostro tavolo, carichi di vassoi con il tè e di eleganti sacchetti di carta rigonfi di artigianato finlandese. Sembravano molto indecisi su dove mettersi a sedere.

Liv tornò a guardare me. «Nick, i tre uomini nella casa, la scorsa notte, erano finlandesi. Erano impegnati ad accedere a una tecnologia chiamata Echelon, che rappresenta il cuore dell'accordo.»

«Vuoi dire che quello che volevate da Tom e da me era che accedessimo a segreti di Stato per conto della mafia russa?»

Guardò con calma verso gli altri tavoli e prese un altro sorso di tè. Scosse la testa. «Non è affatto così, Nick. Non ti ho spiegato tutto prima per ragioni che, sono certa, comprendi bene, ma Valentin desidera informazioni commerciali, questo è tutto. Credimi, Nick, non stavate rubando segreti, né di Stato né militari. Al contrario: stavate impedendo che altri lo facessero.»

«Allora com'è che è stata coinvolta l'NSA?»

«Rivoleva indietro il suo giocattolo, tutto qui. Ti garantisco che Valentin non ha nessun interesse sui segreti militari dell'Occidente. Li può ottenere quando vuole; non è troppo difficile, come ti dimostrerò fra poco.» Controllò gli americani per assicurarsi che non stessero ascoltando, poi si rivolse nuovamente verso di me. «Cosa ne sai di Echelon?»

Sapevo che era un sistema per intercettazioni di comunicazioni controllato dal GCHQ. Intercettava le trasmissioni e le vagliava a seconda dei contenuti, un po' come un motore di ricerca di Internet. Mi strinsi nelle spalle come se non ne sapessi niente: ero molto interessato a scoprire quanto ne sapeva lei.

Fu come se Liv leggesse il dépliant di Echelon. «Si tratta di una rete globale di computer, gestita dalle cinque nazioni che fanno parte dell'accordo Gran Bretagna/Stati Uniti. Ogni secondo di ogni giorno, Echelon vaglia in modo automatico milioni di fax, e-mail e telefonate da cellulari, alla ricerca di parole e numeri chiave preprogrammati. Come precauzione di sicurezza, nella nostra organizzazione, avevamo l'abitudine, al telefono, di sillabare certe parole, ma ormai anche questo è stato superato da un sistema di riconoscimento vocale. Il fatto è, Nick, che ogni messaggio inviato elettronicamente, in qualsiasi punto del mondo, è sistematicamente intercettato e analizzato da Echelon. I processori in rete sono noti come dizionari di Echelon. Una stazione Echelon, e ce ne sono con certezza come minimo una dozzina, contiene non solo il dizionario della nazione di appartenenza, ma anche liste di ognuno degli altri quattro Paesi del sistema Gran Bretagna/Stati Uniti. Quello che Echelon fa è mettere in connessione tutti questi dizionari e permettere a ogni stazione in ascolto di funzionare come un sistema integrato. Per anni Echelon ha aiutato l'Occidente a adattare i trattati e le trattative internazionali a loro favore, a conoscere ogni particolare dello stato di salute di Boris Eltsin e della posizione finanziaria dei partner commerciali. Sono informazioni serie di cui impossessarsi, Nick. Perché credi che stiamo così attenti a non usare nessuna forma di comunicazione elettronica? Sappiamo di essere sempre controllati da Echelon. E chi non lo è? La principessa Diana lo era per la sua campagna contro le mine antiuomo. Associazioni umanitarie come Amnesty International o Christian Aid vengono ascoltate perché hanno accesso a dettagli su regimi controversi. Dal momento in cui Tom cominciò a lavorare a Menwith Hill, ogni fax e ogni e-mail che mandava, e anche le telefonate, venivano intercettate e controllate. Quei finlandesi hanno progettato un sistema per entrare dentro Echelon e usarlo. Il firewall che Tom ha attaccato era la protezione intorno a quel sistema, per evitare di essere individuati e rintracciati. La scorsa notte erano in linea per la prima volta.»

«Cercando di fare che cosa? Penetrare nel quartier generale dell'NSA o che?»

Scosse la testa lentamente, come se trovasse incredibile la loro ingenuità. «Sapevamo, dalle nostre fonti, che il loro unico scopo era entrare in possesso di informazioni importanti relative al mercato in modo da trarne profitto. Quello che volevano era semplicemente fare qualche milione di dollari qui e là; non si rendevano conto del vero potenziale di ciò che avevano creato.»

«Ma tutto questo cos'ha a che fare con me?» domandai. «Qual è la proposta di Val?»

Si avvicinò ancora, come se ci stessimo scambiando parole d'amore. E potevano esserlo, data la passione con cui lei le pronunciava.

«Nick, è molto importante per me che tu comprenda le motivazioni di Valentin. Naturalmente vuole guadagnarci, ma più di questo vuole che dal punto di vista commerciale l'oriente diventi un'area allo stesso livello dell'Occidente, e questo non accadrà mai se uomini ambiziosi come lui non riusciranno ad avere accesso alle informazioni che solo Echelon può fornire.»

«Ambizioso?» sorrisi. «Mi vengono in mente un milione di altre parole, prima di questa, per descrivere il crimine organizzato russo.»

Lei scosse la testa. «Pensa all'America di centocinquant'anni fa e hai la Russia di oggi. Uomini come Vanderbilt non hanno sempre seguito la legge per raggiungere i loro scopi. Ma hanno creato ricchezza, una borghesia potente, e quella borghesia, con il tempo, ha creato stabilità politica. Così devi vederla: Valentin non è Dillinger, è Rockefeller.»

«Okay, Val è l'uomo dell'anno. Perché non si è limitato a trovare un accordo con i finlandesi?»

«Lui non lavora così. Se l'avesse fatto li avrebbe messi sull'avviso circa il valore di quello che avevano per le mani e loro avrebbero venduto al migliore offerente. Valentin non voleva correre questo rischio. Era felice che fossero riusciti a entrare e anche che provassero a saggiare i mercati, mentre lui cercava dov'erano, e arrivava a loro prima dei Maliskia.»

«E gli americani?»

«Se foste riusciti a scaricare il programma, Valentin avrebbe detto agli americani dov'era la casa, loro sarebbero entrati e l'avrebbero chiusa senza sapere che anche lui aveva accesso a Echelon. Ricorda quanto ti ho detto a Londra, nessuno deve sapere...»

Molto furbo, pensai. Val avrebbe continuato a entrare in Echelon, e l'Occidente avrebbe dormito sonni tranquilli.

«Però gli americani sapevano.»

«Già, ma il nostro sistema di sicurezza è impenetrabile. L'unico modo che avevano di scoprirlo era tramite Tom.»

Prima che venissimo deviati nelle congetture su chi fosse da incolpare, c'erano molte altre domande alle quali volevo delle risposte. «Liv, perché la Finlandia?»

Rispose con evidente orgoglio. «Siamo una delle nazioni tecnologicamente più avanzate del mondo. Molto probabilmente già dalla prossima generazione questo Paese abolirà il denaro, tutto avverrà in modo elettronico. Il governo sta pensando di eliminare i passaporti e di registrare i dati identificativi sulla scheda SIM del cellulare di ciascun cittadino. Siamo l'avanguardia di tutto quello che è possibile, e questi giovani l'hanno dimostrato. Hanno avuto l'abilità di penetrare in Echelon, anche se gli è mancato il senso pratico per capire che cosa potevano veramente farci.» Attese che bevessi un sorso di tè. I sandwich erano finiti da un po'. «Altre domande?»

Scossi la testa. Ne avevo molte, ma potevano aspettare. Se era pronta a spiegarmi la nuova proposta, io ero pronto ad ascoltarla.

«Nick, sono stata autorizzata da Valentin a dirti che l'offerta in denaro è ancora valida, ma che il lavoro che devi fare è cambiato.»

«Questo è ovvio. Tom è morto e l'NSA si è ripresa il suo Echelon.»

Mi guardò fisso negli occhi mentre scuoteva la testa. «Sbagliato, Nick. Non volevo passarti questa informazione prima che fosse confermata, ma le nostre fonti ritengono che i Maliskia abbiano Tom. E sfortunatamente ritengono che anche il ThinkPad sia in mano loro. Questo è molto seccante perché contiene ancora la sequenza di accesso al firewall che...»

Mantenni il controllo a fatica. «Tom è vivo? Porca puttana, Liv. Mi hai lasciato qui a pensare che fosse morto.»

La sua espressione da figlia del signor Spock non subì cambiamenti. «I Maliskia pensano che stia con i finlandesi. Hanno pensato...» Fece un cenno con la mano attraverso il tavolo. «Ricordati, anche loro vogliono accedere a Echelon.»

«Quello che vuoi da me è che io riporti indietro Tom.»

«Prima che io ti dica l'obiettivo, Nick, devo spiegarti una complicazione.»

Un'altra? Non era già abbastanza complicato così?

Si piegò, prese la valigetta del suo amico e la posò sul tavolo. Fuori ormai era buio e le luci natalizie brillavano nella piazza del mercato.

Liv aprì la valigetta. Dentro c'era un portatile, lo accese.

La guardai estrarre dal cappotto un dischetto blu scuro protetto da una plastica trasparente. Lo inserì e sentii la sigla di Microsoft.

«Ecco, leggi qui. Devi essere completamente a conoscenza della situazione, in modo da poter comprendere la gravità del lavoro che devi svolgere. Avrei potuto dirtelo a voce, ma penso che tu voglia avere delle conferme.»

Mi porse la valigetta. Il disco stava ancora girando mentre il portatile si attivava per visualizzarlo sullo schermo.

L'icona del disco apparve e io feci un doppio clic. Orientai lo schermo in modo da vederlo bene e solo io, e iniziai a leggere. Intanto il gruppo di turisti all'esterno entrò a salutare gli amici e, senza perdere tempo, cominciò a mostrare gli acquisti fatti, colbacchi di pelliccia e salamini di carne di renna.

Sul disco c'erano due file. Uno era senza titolo, l'altro diceva: «Da leggere per primo». Lo aprii.

Apparve una pagina di Internet del Sunday Times di Londra, un articolo con questo titolo: «Hacker russi rubano segreti militari USA».

Liv si alzò. «Ancora tè? Qualcosa da mangiare?»

Feci cenno di sì e tornai allo schermo mentre lei si dirigeva verso il bancone. Adesso il gruppo di turisti era formato da sei persone che facevano rumore per dodici.

«Ufficiali americani ritengono che la Russia possa avere trafugato alcuni dei più importanti segreti militari», così cominciava l'articolo, «inclusi sistemi di controllo di armi e codici di controspionaggio navale, in un'offensiva che gli investigatori hanno denominato operazione Moonlight Maze.»

Il furto era così sofisticato e ben coordinato che gli esperti della sicurezza ritenevano che l'America stesse perdendo la prima «cyberguerra» mondiale. Gli attacchi contro il sistema informatico americano erano riusciti anche a superare il sistema di protezione che in teoria doveva difendere il Pentagono da attacchi informatici. Durante un'infiltrazione illegale, un tecnico che aveva individuato un computer estraneo aveva verificato che un documento segreto era stato violato e mandato a un server Internet di Mosca.

Gli esperti parlavano di una «Pearl Harbor digitale». Un Paese nemico aveva sfruttato la fiducia dell'Occidente nella tecnologia informatica per rubare segreti o per diffondere il caos con efficacia pari a un attacco condotto con missili e bombe. Usando pochi tasti di un computer portatile, chiunque era in grado di fregare una nazione così avanzata. Gas, acqua ed energia elettrica potevano essere bloccati manomettendo i loro computer di controllo. I sistemi di telecomunicazioni civili e militari potevano subire danni. La polizia poteva essere paralizzata e il caos dei civili prendere il sopravvento. Chi cazzo aveva bisogno di eserciti di questi tempi?

Erano entrati anche nelle installazioni militari top secret la cui specialità era la sicurezza delle informazioni. Allo SPAWAR (Space and Naval Warfare System Command, Sistema di controllo dei sistemi di guerra navale e spaziale), sede di San Diego, California, specializzato nella salvaguardia dei codici dell'intelligence navale, un tecnico era stato messo in allarme quando il processo di stampa di un computer era durato più a lungo del solito. I sistemi di controllo avevano evidenziato ch il file era stato spostato dalla coda di stampa e trasmesso a un Internet provider a Mosca, prima di essere rispedito a San Diego. Non era chiaro con esattezza quali informazioni fossero contenute nel documento rubato, ma oltre al suo ruolo nell'intelligence navale, SPAWAR era responsabile della fornitura di sistemi di sicurezza elettronica ai corpi della marina e alle agenzie federali. Il sospetto era che avessero avuto luogo molte altre intrusioni senza che fossero state scoperte.

L'articolo proseguiva dicendo che il presidente Clinton aveva avanzato richiesta di altri seicento milioni di dollari per combattere l'offensiva di Moonlight Maze. Un importo che poteva non essere sufficiente, visto che Cina, Libia e Iraq stavano sviluppando capacità analoghe su informazioni militari e, secondo uno degli ufficiali della Casa Bianca, altrettanto stavano facendo gruppi di terroristi organizzati. Non ci voleva molta fantasia per immaginare i danni che Osama bin Laden e i suoi compari avrebbero potuto fare se ci mettevano le mani sopra. Per quanto riguarda le imponenti ricerche dei russi, poteva trattarsi dei Maliskia.

Feci un doppio clic sull'altro file. Quanto apparve sullo schermo confermava che la storia dell'attacco contro lo Spawar di San Diego aveva molte probabilità di essere vera. Il Sunday Times poteva non sapere che cosa c'era nel file, ma io adesso lo sapevo. Lo stemma del Naval Intelligence davanti a me fungeva da intestazione a una lista di una cinquantina di parole in codice che corrispondevano a frequenze radio.

Liv sedette con altro tè e altri tramezzini.

«Li hai letti tutti e due?»

Annuii e, mentre chiudevo il file e facevo uscire il dischetto, Liv si sporse in avanti e allungò la mano. «Nick, tu puoi fare in modo che questo non accada, se vuoi.»

Le resi il dischetto e chiusi il portatile. La sentii dire: «Il governo russo non è l'unico che può comprare queste informazioni dai Maliskia. Può farlo chiunque abbia un libretto d'assegni abbastanza grosso».

Era evidente che quello di Val lo era, altrimenti non avrei avuto modo di leggere l'elenco dei codici.

«Nick, pensa alle conseguenze nel caso entrino in possesso delle capacità di Echelon e inizino a sfruttarle, anche se dovessero evitare di vendere ad altri le informazioni. Con le operazioni di Moonlight Maze sono sul punto di acquisire le capacità di isolare Gran Bretagna e Stati Uniti; con Echelon avrebbero completo e illimitato accesso a qualsiasi informazione in tutto il mondo: informazioni governative, militari e commerciali... Tu puoi fermare tutto questo, Nick, se vuoi.» Fece una pausa e mi guardò negli occhi.

Le passai la valigetta attraverso il tavolo. Aveva ragione. Se questa era la verità, si trattava di un'offerta che la mia coscienza mi avrebbe impedito di rifiutare. Il pensiero che queste macchine potessero sentire tutto quello che dicevamo e facevamo suonava molto Grande Fratello, ma che cazzo, preferivo che a poterlo fare fossero le nazioni dell'accordo e non qualsiasi individuo con abbastanza denaro. La falla nelle informazioni militari doveva essere bloccata. Non me ne fregava un cazzo che scoprissero i dettagli tecnici del più recente missile terra-aria, o altro. Era della vita delle persone, inclusa la mia, che m'importava. Avevo partecipato a più di un'azione finita in merda, in cui degli amici erano morti a causa di informazioni non sicure. Se potevo fermare tutto questo e andarmene con una valigia piena di soldi, mi sembrava che fosse bene per tutti.

«Cosa vuoi da me esattamente?»

Percepì il consenso nella mia voce. «Devi distruggere le risorse Moonlight Maze dei Maliskia e ogni progresso che possono aver compiuto con Echelon. Questo vuol dire distruggere l'installazione completa... computer, software, tutto. E questa volta, sei totalmente solo. Valentin non può essere collegato con l'attacco ai Maliskia. Ogni conflitto porterebbe disarmonia e lo distoglierebbe dal suo scopo. Così, se avrai dei problemi, temo che né lui né io saremo in grado di aiutarti.»

Potevo essere l'uomo più cinico di tutta la Gran Bretagna, ma non ero un traditore. E se tutto quello che stava dicendo quella donna era vero, ero certo che Val sarebbe stato felice di aprire ancora un po' il libretto degli assegni, specie se dovevo fare tutto da solo. Mi misi comodo sullo schienale e alzai tre dita.

Il suo volto non mosse un muscolo. «Dollari?»

Aveva fatto la domanda e la risposta era scontata. «Sterline. Per lo scambio tutto come avevamo concordato.»

Annuì. «Tre milioni. Sarai pagato.»

Il fatto che avesse accettato con tanta facilità mi mise un po' a disagio.

«Garanzie?»

«Nessuna. E neanche anticipi. Ma Valentin conosce gli sforzi che hai fatto per rintracciarlo la prima volta, e non ha dubbi che lo rifaresti.»

«Giusto.» Non c'era bisogno di spiegare che non serviva fare minacce che non si potevano mantenere. Lei lo sapeva.

«Come ti ho già detto più di una volta, Nick, gli piaci. Avrai i tuoi soldi.»

«Dove si trova la base?»

Indicò un punto alle mie spalle, oltre il porto, sul mare. «In quella direzione, in Estonia.»

Aggrottai la fronte. L'unica cosa che sapevo dell'Estonia era che faceva parte della vecchia Unione Sovietica e che adesso voleva entrare a far parte della NATO, dell'Unione Europea, di tutto, di qualsiasi cosa pur di staccarsi per sempre dalla Russia.

«La popolazione è ancora per il trenta per cento russa. I Maliskia trovano più facile operare da là.»

Portò la tazza alle labbra e fece una smorfia: Il tè era freddo.

C'era ancora un punto che aveva trascurato. «Se i Maliskia hanno Tom», dissi, «e a quanto mi sembra di capire si trova in questa base, dopo averlo preso devo riportarlo qui, o devo limitarmi a riportarlo a Londra?»

Mi fissò come se fossi scemo. «Nick, pensavo che avessi capito, Tom dev'essere considerato parte delle loro risorse.»

Continuò a fissarmi a lungo in attesa che capissi. Alla fine ci arrivai. Me lo lesse in faccia. «Non voglio precisare ciò che è evidente, Nick, ma per quale altro motivo Val dovrebbe pagarti tre milioni di sterline? Tom deve morire.»

Quasi non riuscivo a parlare. «Ma perché? Non basta semplicemente portarlo fuori?»

«Non c'è scelta, Nick. Tom verrebbe costretto con la forza ad aiutarli con Echelon. Come entrambi sappiamo, lui è in grado di attaccare il firewall. Sappiamo anche che hanno almeno una parte del software. Sappiamo che hanno Tom, e probabilmente anche il ThinkPad. Non appena metteranno insieme quello che ha in testa, quello che ha in tasca e quello che c'era nel furgone...» si strinse nelle spalle. «Se i Maliskia hanno accesso a Echelon e lo aggiungono alle informazioni ottenute con Moonlight Maze, avranno tutti gli ingredienti per una catastrofe. Questo non solo pregiudicherebbe i progetti di Valentin per l'Oriente, ma metterebbe in ginocchio l'Occidente. Ascolta, Nick. Tom ha il ThinkPad. Ha la capacità di usarlo. Il rischio è troppo grande. E cosa accadrebbe se tu venissi ucciso o catturato prima di finire il lavoro? Anche se tu lo salvassi, lui rimarrebbe nel Paese, e Valentin non vuole correre il rischio che lo catturino di nuovo. Per lui è meglio sacrificare Tom e l'opportunità di avere Echelon per sé piuttosto che rischiare che Echelon lo abbiano i Maliskia.»

Non riuscivo ad accettarlo. «Perché non dirlo agli americani? Val gli avrebbe detto tutto della casa dei finlandesi.»

«Impensabile. Cosa accadrebbe se prendessero Tom e lui spiegasse esattamente quello che stava facendo? Nick, non credo che lo vorresti neppure tu, vero? Tom finirebbe in prigione a vita e tu saresti nella cella a fianco.»

Si chinò e depose la valigetta nel sacchetto di carta. Sembrò che si piegasse in due. «Mi dispiace, Nick, ma ho molte cose da fare, come puoi capire. C'incontreremo domani da Stockmann, alle undici, al bar. Prima non sarei in grado di darti informazioni aggiornate. Se i Maliskia sono riusciti a far collaborare Tom, ogni ora è importante.»

La fissai e annuii. «Le nuove informazioni arriveranno con il treno delle 6.30 da San Pietroburgo?»

Non batté ciglio. «Sì, naturalmente. Nick, volevo scusarmi ancora una volta per quanto è successo. È solo che se tu avessi saputo esattamente come stavano le cose...»

«Non avrei mai accettato il lavoro?»

«Esatto. Devo andare, adesso.» Si alzò e si abbottonò il cappotto. «Dammi circa un quarto d'ora.»

Annuii. Avrei bevuto ancora qualcosa in attesa che si allontanasse dalla zona, poi sarei andato a scoprire dove cazzo si trovava l'Estonia e come cazzo si faceva ad arrivarci.

27

Giovedì 16 dicembre 1999

Dieci minuti prima che arrivasse, mi sistemai in un posto d'angolo al Café Avec da Stockmann. Andando all'appuntamento mi ero fermato in un bar con Internet per controllare la storia del Moonlight Maze sul sito web del Sunday Times. Era tutto vero.

La parola «avec» stava a significare che potevi avere il caffè corretto con un goccio di quello che volevi dal bar, dal Jack Daniels al liquore d'erbe locali. Gli abitanti del posto ci davano dentro come se non esistesse un domani.

Posai due caffè e due paste danesi sul tavolo e coprii con un piattino la tazza di Liv per non farla raffreddare.

Il bar era pieno di gente, come quando ci ero stato con Tom. Avevo passato buona parte della notte a pensare a lui, sdraiato nella camera di un albergo poco costoso e soprattutto anonimo. L'aspetto più triste era che impedire ai Maliskia di mettere insieme Echelon con l'operazione Moonlight Maze, ed essere pagato per farlo, erano più importanti della vita di Tom. Lo rividi nell'istante in cui cercava di aiutarmi dopo il volo dalla recinzione. Ucciderlo non sarebbe stato facile.

Avevo preso in considerazione anche una visita al consolato per contattare Lynn su una linea sicura, ma mi ero reso subito conto che stavo perdendo di vista il vero scopo, e cioè i soldi. Se Lynn fosse stato messo al corrente, non ci avrei guadagnato un cazzo. Nel migliore dei casi mi avrebbe fatto pat pat sulla testa. Viceversa mi sarei messo in tasca tre milioni di sterline, e avrei fatto un buon servizio alla democrazia. Palle, ovviamente. E non potevo nemmeno far finta che non lo fossero.

Dopo la pausa tè con Liv del giorno precedente, ero andato direttamente al porto per controllare l'orario dei traghetti per l'Estonia. La capitale, Tallinn, sembrava la meta di un'infinità di navi traghetto con servizio auto a bordo, catamarani ad alta velocità e aliscafi. Il mezzo più veloce percorreva la distanza, ottanta chilometri, in un'ora e mezzo, ma la ragazza della biglietteria mi aveva informato che sul Baltico c'era troppo vento e troppo ghiaccio in superficie e per qualche giorno non ci sarebbero state corse. Gli unici mezzi in grado di affrontare le condizioni atmosferiche erano i traghetti vecchio tipo che normalmente impiegavano circa quattro ore, ma che a causa del mare grosso avrebbero impiegato molto di più. La storia della mia vita.

Un sorso di caffè e un'occhiata alle parole lunghissime che formavano i titoli del quotidiano finlandese, senza mai perdere di vista le scale mobili. Per entrare in Estonia avrei usato il passaporto di Davidson, ma il biglietto del traghetto lo avevo prenotato a nome Davies. Una piccola modifica nel nome aumenta il margine di possibile confusione. E se mi avessero fermato, avrei avuto buon gioco a sostenere che era stato un errore dell'addetto alla biglietteria. In fondo l'inglese non era la loro prima lingua e il mio accento era piuttosto difficile da capire, se m'impegnavo. Non era un metodo garantito, ma poteva contribuire a confondere le acque. Avevo la certezza che la Ditta stesse ancora cercando Davidson, adesso che esisteva un legame con Liv e Tom. Non m'importava di quanto fossero riusciti a capire, finché non avevano una mia foto da abbinare. E per fortuna quella sul passaporto di Davidson non mi assomigliava troppo. I baffi, gli occhiali rettangolari, un po' di trucco per ingrossare il naso e il mento avevano fatto un buon lavoro. Me lo avessero chiesto, avrei potuto dire che usavo le lenti a contatto e che mi piaceva molto il mio nuovo look senza baffi.

Avevo imparato a truccarmi alla BBC. Truccarsi non vuol dire soltanto mettersi dei nasi di plastica e delle sopracciglia finte. Inzuppai la pasta nel caffè e mi ritrovai a sorridere al ricordo delle quattro ore passate a truccarmi da donna per l'esame finale delle due settimane di corso. Avevo deciso che la tonalità di rossetto che avevo scelto mi donava molto. Era stato molto buffo passare la giornata a far compere con la mia «amica» Peter, l'insegnante, che indossava un seducente abito azzurro, in modo particolare quando eravamo andati nel bagno delle donne. Però non mi era piaciuto molto dovermi depilare e fare la ceretta su mani e gambe. Mi avevano pizzicato per settimane.

Da qualche parte alla mia sinistra mi arrivò il suono insistito dell'ouverture del Guglielmo Tell, seguito da un breve momento di silenzio e poi dalla voce di un'anziana signora finlandese. In quel Paese avevano tutti il cellulare - avevo visto bambini piccolissimi, per mano ai genitori, che parlavano in microfoni a cuffia -, ma nessuno aveva una suoneria normale. Impossibile passare cinque minuti a Helsinki senza orecchiare Il volo del calabrone, brani di Sibelius o colonne sonore dei film di James Bond.

Me ne stavo seduto, inzuppavo e aspettavo. Il passaporto, infilato nello stivale destro, mi dava fastidio. In quello sinistro c'erano millecinquecento dollari in banconote da cento, venti e dieci.

Il resto, invece, se ne stava tranquillo e beato nella sacca alla stazione. La P7 e i caricatori di riserva li avevo ancora addosso e sarebbero finiti nella sacca all'ultimo minuto. Di portare l'arma con me in Estonia non se ne parlava neppure. Non avevo idea di come fossero le norme di sicurezza a bordo dei traghetti.

Dalla scala mobile comparve la testa di Liv. Si guardava intorno con fare distratto, come se non stesse cercandomi. Quando apparve il resto del corpo, vidi che indossava il tre quarti di pelle nera con cintura sopra i soliti jeans e gli stivali Timberland. Aveva una grande borsa di pelle nera a tracolla e una rivista nella mano destra.

M'individuò e si diresse verso il tavolo. Mi baciò su entrambe le guance. I capelli erano tornati in ottima forma e aveva addosso un profumo di limone. Una copia di Vogue edizione inglese planò sul tavolo fra di noi e, mentre si metteva a sedere, ci esibimmo nel solito giochetto del ciao-come-stai e sorrisini vari.

Le spinsi davanti la tazza e sollevai il piattino. La portò alle labbra. O il caffè si era ormai raffreddato troppo o faceva schifo, in ogni caso riatterrò subito sul tavolo.

«I Maliskia si trovano vicino a Narva.»

Le risposi con un sorriso, come se avesse detto qualcosa di particolarmente divertente. «Narva?» Poteva essere sulla luna, per quel che ne sapevo.

«Ti serve una cartina Regio in scala uno a duecentomila.»

«Paese?»

Sorrise. «Estonia, nord-est.» Posò una mano su Vogue. «Avrai anche bisogno di quello che c'è qui dentro.»

Annuii.

La mano era ancora posata sulla rivista. «È da lì che hanno gestito Moonlight Maze; e adesso che hanno Tom e il ThinkPad, è da lì che tenteranno di accedere a Echelon. Ogni poche settimane si spostano per evitare di essere individuati, e dopo quello che è successo si sposteranno molto presto. Devi muoverti in fretta.»

Feci cenno di aver capito e lei unì le mani sul tavolo sporgendosi in avanti. «Qui dentro troverai anche un indirizzo. Si tratta di persone disposte a darti una mano per procurarti esplosivo e qualsiasi altra cosa di cui tu abbia bisogno. Il modo migliore per raggiungere Narva è in treno. Noleggiare un'auto può crearti più problemi che vantaggi. E, Nick...» mi fissò negli occhi «... non ti fidare di questa gente di Narva. Sono totalmente inaffidabili, il modo con cui gestiscono il traffico di droga rappresenta un danno per noi. Ma è quanto di meglio Valentin possa offrirti per darti una mano sul posto.»

Le sorrisi facendole capire che stava spiegando al nonno come si succhiano le uova.

«Ricorda anche di non fare mai il nome di Val, quando tratti con loro. Non deve esserci collegamento fra lui e tutto questo. Niente, di nessun genere. Se fanno il collegamento, il lavoro salta. Semplicemente perché ti fanno fuori.»

Riunì di nuovo le mani. «Qui dentro c'è anche un...» esitò cercando la parola giusta, ma non riuscì a trovarne una che la soddisfacesse. Alla fine si strinse nelle spalle: «... una lettera di un amico, lo stesso che ha i contatti a Narva. Ti garantirà di avere da quella gente ciò di cui hai bisogno, ma usala solo se necessario, Nick. È costata parecchio e non devi abusarne».

Feci la domanda ovvia. «Che cos'è?»

«Considerala una polizza d'assicurazione.» Sorrise debolmente. «La polizza d'assicurazione di un ceceno. Te l'ho detto, gli piaci molto.»

Non c'era bisogno di chiedere altro. Lo avrei scoperto in futuro. Adesso c'erano cose più importanti. Come al solito avevo bisogno di conoscere il numero delle baionette. «Dentro quante persone ci sono?»

Scosse la testa. «È un'informazione che non abbiamo, ma saranno più dell'ultima volta. È la loro postazione più importante, per questo si trova in Estonia: la posizione geografica è il miglior sistema di difesa.»