Ondeggiava da una chiappa all'altra. «Non so. A Janice non piacerebbe.»

Mi spostai in avanti, ancora una volta con il culo sul bordo del divano, e assunsi un'aria da cospiratore. «Non c'è bisogno che Janice sappia. Le dici che andiamo in Scozia. È facile.» Il sibilo della stufa a gas era molto più alto del mio sussurro. Decisi di dargli un incentivo in più. «Dov'è il bagno, Tom?»

«Oltre la cucina, la porta che vedi.»

Mi alzai e presi con me la borsa. «Niente di personale», dissi. «Roba di lavoro, tu mi capisci.»

Lui fece cenno di sì, e io non capii se aveva afferrato o no perché neppure io lo avevo fatto.

Andai nel bagno. Avevo indovinato, faceva parte della cucina, separato da una parete di cartongesso così il padrone di casa poteva dichiarare un numero superiore di vani e far pagare al Dipartimento sanità e previdenza sociale un sacco di soldi per la gente che ci abitava. Sedetti sulla tazza e contai seimila dollari. Stavo per infilarli in tasca quando decisi di darmi una calmata e ne rimisi due nella sacca. Tirai la catena e uscii parlando.

«Tutto quello che so è che è un lavoro facile. Ma ho bisogno di te, Tom, e se sei sincero hai bisogno di soldi almeno quanto me. Ecco, questo è quanto voglio fare per te.»

Infilai la mano in tasca, tirai fuori i quattro testoni, arrotolandoli con l'altra mano in modo da farli sembrare e suonare ancora più attraenti.

Si sforzò di non guardarli. Anche una somma del genere poteva cambiargli la vita.

«È così che vengo pagato, in dollari americani. Qui ce ne sono quattromila. Prendili; è un regalo. Pagaci le bollette, facci quello che vuoi. Che altro posso dirti? Io vado e faccio il lavoro comunque. Se però vieni con me ho bisogno di saperlo entro stasera. Non posso restare qui a menarmelo.»

Se non mi avesse risposto di sì entro quella sera, sarei passato a leggergli l'oroscopo. Sarebbe stato pagato lo stesso; solo che non avrebbe trovato divertente farlo.

Palpò i soldi e dovette dividerli in due per riuscire a infilarli nelle tasche dei pantaloni. Cercò di mettere su un'espressione seria e professionale. Non gli venne molto bene. «Fantastico. Grazie, Nick, grazie davvero.»

Qualsiasi cosa avesse fatto, avrebbe potuto tenersi i soldi. Mi faceva stare bene, e con tutto quello che andava in vacca nella mia vita, ne avevo proprio bisogno. Ma avevo anche bisogno che non mi combinasse dei casini con i soldi, in modo che si potesse risalire a me. «Non andare alla banca per cambiarli e non fare depositi, penserebbero che sei uno che traffica con la droga. Specialmente abitando da queste parti.»

Sorrise apertamente.

«Vai da cambiavalute diversi. Il cambio farà schifo, ma così è. Passa una buona giornata. Prendi un taxi; puoi permettertelo. Solo, non cambiare più di trecento dollari per volta. E poi, cazzo, comprati un bel cappotto caldo.»

Sollevò lo sguardo e il ghigno diventò una risata mentre si esibiva nel movimento del galletto.

Si bloccò quasi subito al rumore di una chiave che girava nella toppa.

«Merda, è Janice. Ti prego, non dire un cazzo. Promettilo, Nick.»

Si alzò in piedi e si accertò che la felpa coprisse i due malloppi nelle tasche. Mi misi vicino a lui davanti al caminetto. Sembravamo due che aspettano la visita della regina.

Janice aprì la porta, sentì che faceva caldo e si rivolse a Tom, ignorandomi completamente. «Hai ritirato dalla lavanderia?» Andò dritta verso la cucina e si tolse il pesante cappotto marrone.

Tom fece una smorfia di scusa verso di me e rispose, «No, non era ancora pronta, gli essiccatori erano rotti. Ci vado fra poco. Lui è Nick. Quello che ha telefonato stamattina.»

Gettò il cappotto sul bracciolo del divano e mi guardò. Io sorrisi e dissi: «Salve, sono contento di conoscerti».

«Salve», grugnì, «sei riuscito a trovarlo alla fine?» e sparì in cucina.

Janice avrà avuto un venticinque anni, né bella né brutta, una comune. I capelli erano raccolti in una coda di cavallo, appena più lunga di quella di Tom. Non si potevano definire unti, ma avevano quell'aspetto oggi-non-li-ho-lavati. Aveva anche esagerato con il fondotinta e tutt'intorno al mento si vedeva la linea del contorno.

Tornai a sedermi, ma Tom rimase in piedi vicino alla stufa, non sapendo cosa dirmi di quella schifezza di ragazza. In cucina si sentivano sbattere sportelli, il suo modo di farsi notare.

Janice tornò in salotto con una tavoletta di Fruit & Nut e una lattina di Coca. Lasciò cadere il cappotto per terra e si sedette di fianco a me, tolse la carta alla cioccolata, aprì la lattina e passò all'attacco di entrambe. Il rumore che faceva bevendo avrebbe reso orgoglioso un muratore assetato. Tra un boccone e un sorso fece un gesto verso la mensola del camino. «Tom, passami i biglietti.» Lui eseguì. La guardammo entrambi tirare fuori il rossetto da una tasca del cappotto e passarselo sulle labbra. Poi, sempre masticando e bevendo, cominciò a baciare i cartoncini bianchi.

Sollevò lo sguardo e mi fissò per qualche secondo, poi si rivolse a Tom. «Passami gli altri.»

Lui sollevò una busta formato A4 vicino alla stufa e gliela porse, rosso per l'imbarazzo.

Janice sparpagliò i biglietti bianchi sul pavimento, si passò di nuovo il rossetto sulle labbra e iniziò a stampare bocche. La firma veniva evidentemente aggiunta in seguito, in un momento di calma maggiore.

Non avremmo più potuto parlare di niente. Era>ora di levarsi dai piedi.

«Grazie del tè, Tom, devo andare. Un piacere conoscerti, Janice.»

Tom guardò nervosamente prima me e poi la testa di Janice. Mentre mi alzavo e prendevo la borsa, sbottò: «Vengo con te, devo andare in lavanderia».

Scendemmo le scale senza parlare. Avrei saputo cosa dire, ma a che scopo? Se uno chiama la tua ragazza «cane schifoso» non ti fa venire la voglia di andartene con lui.

Mentre tornavamo verso All Saints Road, balbettò: «Non è lei, sai, Juicy Lucy. Le danno dieci sterline ogni duecento. Questa settimana è Lucy, la prossima sarà di nuovo Gina, credo. Io le do una mano». Si sfregò il mento. «E mi devo anche fare la barba se no lascio i segni sul rossetto. Abbiamo mucchi di mutande sporche in camera da letto. Un tizio le porta il martedì.»

Non riuscii a trattenere una risata immaginando la scena di lui che baciava biglietti e impacchettava mutande per gli sniffatori di slip di tutto il Paese.

Spostò la testa all'indietro con il solito movimento del galletto. «Sì, come ti ho detto, finché non arrivano i soldi. Sono veramente interessati, Activision, quelli di Tomb Raider, pezzi grossi, sto per fare il colpo della vita, hai presente?»

«Sì, Tom.» Avevo presente.

Feci un ultimo tentativo quando svoltammo in All Saints, dove Janice sporgendosi non avrebbe potuto vedere. Mi fermai e mi piazzai di fronte a lui davanti a una vetrina piena di rubinetti, tubazioni di scarico e aggeggi da idraulico assortiti.

«Tom, pensaci seriamente. Io non farei mai qualcosa di equivoco. Sono troppo vecchio per cose di questo tipo. Voglio solo fare un po' di soldi, esattamente come te. Ho bisogno che tu venga con me e ho bisogno di sapere entro stasera se ci stai.»

Lui fissava il marciapiede, spalle abbassate. «Sì. Ma sai...» Il freddo si faceva sentire. Non capivo se non aveva un cappotto perché non aveva stampato bocche su un numero sufficiente di biglietti o perché era così stupido da dimenticare di metterlo.

Arrivammo a Westbourne Park Road, una strada principale. Mi fermai sull'angolo, in attesa di un taxi. Lui mi stava vicino, spostando il peso da un piede all'altro. Gli appoggiai una mano sulla spalla. «Dammi retta, amico, cambia un po' di soldi e pensaci su, ci vediamo stasera, d'accordo?»

Iniziai a cercare un taxi con gli occhi. Lui fissò di nuovo il marciapiede, annuendo. «Ti chiamo intorno alle sette e ci beviamo qualcosa. Okay?»

Vidi una luce gialla apparire e misi fuori il braccio.

Il taxi si fermò e il motore diesel continuò a girare, anche se non alla velocità del tassametro.

Tom era ancora piegato in avanti, le mani sprofondate in fondo alle tasche. Stava tremando. Mi rivolsi alla sommità della sua testa. «Tom, è l'occasione di una vita. Pensaci bene.»

Fece un movimento con il cocuzzolo che interpretai come un cenno di assenso.

Non sopportavo più i suoi brividi e mi sfilai il giubbotto. «Cazzo, mettiti questo!» Dopo una debole protesta mi restituì il sorriso e tenne il giubbotto. Per lo meno avrei potuto guardarlo in faccia.

«Capita una volta sola, amico.» Entrai nel taxi, dissi Marble Arch all'autista, mi voltai, chiusi la portiera e abbassai il finestrino.

Tom aveva appena finito di tirare su la lampo del giubbotto. «Ehi, Nick, 'fanculo, perché no? Ci sto.» Era tornato il galletto.

Non volevo dar troppo a vedere quanto ero contento. «Bene, ti chiamo stasera per le istruzioni. Si parte domani. Problemi? Il passaporto ce l'hai?»

«Nessun problema.»

«Fantastico. Ricorda», indicai i pantaloni, «da dove vengono quelli ce ne sono molti di più. Una settimana, forse due, chissà?»

Misi il pollice nell'orecchio e il mignolo alla bocca mimando il gesto di telefonare. «Stasera alle sette.»

Ripeté il gesto. «Perfetto.»

«Tom, un'ultima cosa. Hai una carta di credito?»

«Sì, perché?»

«Io sono senza. Forse ti toccherà pagare i biglietti, ma non preoccuparti, te li rendo in contanti prima di partire.»

Non gli lasciai troppo tempo per pensarci su. Mentre il taxi si muoveva mi sentivo piuttosto soddisfatto di me stesso. Avevo il vago sospetto che Tom non avrebbe diviso la nuova ricchezza con Janice. Sapevo che al suo posto io non lo avrei fatto.

Dopo aver dato all'autista del taxi un'altra destinazione, comprai un giubbotto da sci azzurro in Oxford Street, poi entrai in un emporio a comprare un po' di roba che mi serviva per la DLB (Dead Letter Box, consegna messaggi senza contatto) per passare a Liv le nostre coordinate. Prima che l'E4 avesse suonato al campanello dell'appartamento, avevo considerato l'idea di Liv di usare una DLB solo per i dettagli di volo come lievemente paranoica. Adesso sapevo che era vitale. Se l'E4 la teneva d'occhio, non volevo incontrarla più in Inghilterra. L'ultima cosa di cui avevo bisogno era che Lynn ricevesse una mia istantanea con lei. A quel punto la merda sarebbe salita così in alto che non sarei più riuscito a venirne fuori.

Prenotai i voli da una cabina telefonica. Avrebbero registrato la prenotazione a nome di Tom. Avrei fatto in modo che li pagasse con la sua carta di credito il giorno dopo all'aeroporto; adesso che Davidson era passato alla storia, non avevo scelta. Non c'era nessun bisogno di far sapere che Nick Stone stava per lasciare il Paese. Mi domandai se continuavano a tenere sotto controllo Tom, adesso che era schedato come sovversivo, ma decisi che era un rischio che dovevo correre. Non avevo tempo per altre soluzioni.

Al caldo nel nuovo giubbotto, decisi di andare a piedi fino alla DLB che mi aveva indicato Liv. Non era distante.

Aprendomi a spintoni dei varchi nella frenesia consumistica del sabato, riuscii a percorrere i duecento metri, più o meno, che mi separavano da Oxford Circus. Sulla mia destra avevo di fronte gli studi della BBC di Portland Place. Rimasi sul marciapiede opposto e mi diressi verso il Langham Hilton.

A circa cinquanta metri dall'albergo passai sotto delle impalcature dove si trovavano due cabine telefoniche rosse vecchio tipo. Sui vetri delle pareti, una ventina di biglietti da visita, trattenuti da pezzetti di nastro adesivo. Qualche inviato comunale sarebbe passato in giornata a toglierli tutti, ma un'ora dopo sarebbero tornati al loro posto.

Entrai in quella di sinistra e vidi il biglietto di Susie Gee più o meno a metà altezza sul lato verso Oxford Circus. Aveva un'aria molto sensuale, tutta pelliccia e baci al vento. Staccai il biglietto e contemporaneamente con un grosso pennarello nero tracciai una linea sul vetro.

Piegai Susie e me la misi in tasca, poi mi diressi verso l'albergo. Forse era un po' prematuro lasciare il segno nero di DLB piena, ma non vedevo problemi all'orizzonte.

Con la borsa in mano varcai le porte girevoli dell'albergo, avviate per me da un ragazzo con una tunica verde che aveva in testa un incrocio fra un turbante e un berretto. Sembrava un vero idiota.

L'interno dell'albergo era molto raffinato, molto pieno di uomini d'affari e turisti molto ricchi. L'ambientazione era indiana, il Chukka Bar alla mia sinistra e la zona reception in marmo.

Le istruzioni di Liv erano perfette. A destra, saliti pochi gradini, c'era il bancone della reception, di fronte il ristorante-sala-da-tè. Io dovevo andare al piano inferiore.

Dove tutto era elegante, come sopra. Aria condizionata, moquette soffice, sala delle conferenze e centro congressi. All'esterno della Sala George, alcune lettere di plastica bianche sopra un pannello nero poggiato su un cavalletto annunciavano: MANAGEMENT 2000 PORGE IL BENVENUTO AI PARTECIPANTI. Oltrepassai il pannello e due telefoni a muro, ai quali sarei tornato presto, e puntai verso le toilette.

Di fronte alle porte delle toilette c'erano altri telefoni, una sala guardaroba e un tavolo apparecchiato con tè, caffè e biscotti. Seduti ma pronti a servire, c'erano un uomo di colore e una donna bianca che parlavano con quel tipico tono di voce che viene usato quando si sparla della direzione. Non appena mi videro fecero il sorriso di ordinanza; ricambiai il sorriso e m'infilai nella porta degli uomini.

Seduto in uno dei cubicoli, tirai fuori dal sacchetto dei miei acquisti da Boots una piccola scatola di plastica, come quelle usate per portare con sé la dose giornaliera di vitamine, e un pacchetto di quadratini di velcro adesivi. Applicai alla scatola un quadrato del tipo morbido e uno di quello ruvido, nel caso avesse incasinato le istruzioni. Non sarebbe stato piacevole se non si fosse attaccata.

Dentro la scatola infilai un pezzetto di carta con il messaggio: «Arrivo 15.15 il 12». Era quanto aveva bisogno di sapere.

Rimisi il sacchetto di Boots in tasca, controllai che i quadrati di velcro avessero aderito bene, e uscii dalla toilette, sorrisi di nuovo ai due del guardaroba, voltai a destra e tornai ai primi telefoni che avevo oltrepassato.

Erano piuttosto bassi, per agevolare chi non poteva sollevarsi dalla sedia a rotelle. Piazzai la borsa fra le gambe e trascinai una sedia più vicina al telefono. Liv aveva scelto bene, non troppo affollato, senza videocamere in giro e un motivo per essere lì.

Mi sedetti, tirai fuori una moneta da una sterlina e il biglietto di Susie, sollevai la cornetta e feci il numero, mentre mi chiedevo se Janice e Tom avessero prodotto recentemente dei biglietti da visita anche per lei. Volevo che il display mostrasse che i soldi venivano usati, altrimenti qualcuno passando poteva insospettirsi per il fatto che sebbene fossi lì da alcuni minuti stavo solo facendo finta di parlare. Un dettaglio, ma di quelli che contano.

In attesa di Susie, tenevo il microfono con la mano destra e con la sinistra tastavo sotto la mensola di truciolato su cui poggiava il telefono. Nell'angolo, doveva esserci un grande pezzo di velcro che ci aveva messo Liv.

Mentre tastavo, le porte della Sala George si aprirono e ne sgorgò un torrente di partecipanti al convegno Management 2000.

Il telefono dava libero. Osservai il gregge dirigersi verso il pascolo nella sala ristoro. Una giovane donna sulla ventina sedette sulla sedia accanto alla mia e infilò una moneta.

Mi rispose una donna cinese piuttosto aggressiva. «Hello?»

Sentii la mia compagna di telefonata che componeva il numero, e risposi.

«Susie?»

«No, attenda in linea.»

Aspettai. La donna accanto a me iniziò a parlare di sua figlia, che bisognava andare a prendere all'asilo nido perché lei avrebbe fatto tardi. La persona dall'altra parte era evidentemente seccata. «Non è giusto, mamma, non è sempre la stessa scusa... e sì che si ricorda com'è fatta la sua mamma. Kirk torna a casa presto stasera. Viene lui a prenderla.»

Arrivò un uomo e le posò la mano sulla spalla. Lei si voltò a baciargliela. Sul cartellino di Management 2000 aveva scritto DAVID. Non sarebbe stato il convegno a farla tardare quella sera.

Il livello del rumore raddoppiò quando, sorseggiando il caffè, cominciarono a parlare di lavoro.

Trovai quello che stavo cercando, mentre dall'altra parte sentii dei passi che si avvicinavano: era la parte femmina del velcro, quella morbida, come aveva detto Liv.

Una voce roca, di mezza età, si presentò all'apparecchio. «Ciao, posso aiutarti, amore mio? Vuoi la lista delle mie prestazioni?»

Feci una serie di umm e aahh mentre la donna parlava di tariffe per trascorrere un'ora in Francia, in Grecia e in svariate altre nazioni del mondo insieme con Susie. Per prolungare la conversazione le chiesi dove avesse base Susie, e poi spiegazioni per raggiungere il posto a Paddington.

«Fantastico», dissi. «Ci penserò.»

Misi giù il telefono, sollevai la borsa, spostai indietro la sedia, mi alzai e ritornai per dove ero venuto. La ragazza stava giurando a sua madre che era l'ultima volta che le chiedeva un favore simile.

Prima di varcare le porte mi girai a controllare che da quel punto di osservazione la scatola non si vedesse, e salii al piano superiore. Gunga Din fece il suo trucchetto con le porte girevoli e mi ritrovai in strada. Voltai a destra e ritornai sui miei passi. L'ultima luce era vicina; alle quattro e mezzo sarebbe stato buio.

Mi restava solo da chiamare Tom alle sette e comunicargli l'orario del volo della mattina dopo. Quindi gettare i pantaloni di cuoio in un bidone e la pistola nella più grande armeria di Londra, il Tamigi.

15

Domenica 12 dicembre 1999

Tom stava facendo un'altra coda per il controllo immigrazione. Gli avevo detto, nel modo più gentile possibile, che dovevamo restare separati fino alla sala arrivi, sicurezza e tutto il resto. Parlava troppo e a voce troppo alta per potergli stare seduto vicino in aereo. Anche il check-in lo avevamo fatto separatamente. Si era detto d'accordo con il solito: «Nessun problema, socio. Capito».

Mentre eravamo in metropolitana, diretti a Heathrow, mi aveva detto che anche a Janice stava bene che stesse via un po'. «Le ho detto che avevo del lavoro da fare con il mio vecchio amico Nick, in Scozia», mi disse. «Le ho parlato in modo normale.»

Si, normale quanto era normale Elton John. Probabilmente Janice era incazzata nera di dover rimanere a casa a baciare biglietti per Lucy mentre lui si divertiva al nord per due settimane. Mi chiesi se le aveva detto qualcosa dei soldi, ma non feci domande. Non volevo che rimettesse su il disco dei suoi progetti di dominio mondiale nel campo dell'infotaiment.

Per lo meno durante il viaggio non si era affogato nei liquori gratuiti. A quanto sembrava non beveva, forse un effetto collaterale del periodo trascorso in prigione. Meglio, perché fino al nostro rientro in Inghilterra non ne avrebbe più avuto occasione.

Aveva fatto uno sforzo e si era messo un po' in ordine per il viaggio, il che era positivo. Volevo che assomigliasse a un cittadino medio, e non a cibo per la dogana da far aspettare per ulteriori accertamenti. Indossava ancora il mio giaccone, ma aveva cambiato i jeans a zampa d'elefante con un paio nuovo di tipo normale, e portava anche una nuova felpa rossa. Comunque, anche se si era lavato e pettinato i capelli, aveva mantenuto l'aria trasandata e non si era fatto la barba.

Lo osservai mentre si tastava il giubbotto come se stesse facendo un qualche tipo di danza. Era la terza volta, da quando avevamo lasciato Londra, che lo vedevo comportarsi come se non trovasse più il passaporto.

Superammo i controlli immigrazione e dogana e non ci fu bisogno di aspettare le valigie. Gli avevo detto che le uniche cose che doveva portare erano lo spazzolino da denti e un pezzo di sapone, e che la biancheria poteva lavarla la notte.

Le porte scorrevoli si aprirono ed entrammo separatamente nella sala arrivi. Tom non lo sapeva, ma ad aspettarci non ci sarebbe stato nessuno. Non avevamo preso l'aereo in arrivo alle 15.15, come avevo comunicato a Liv; eravamo atterrati alle 13.45. Ho sempre preferito arrivare in anticipo per controllare chi mi sta aspettando. Andare incontro, all'arrivo, a qualcuno che non conosco mi dà la stessa sensazione di bussare a una porta sospetta senza sapere chi o cosa ci sia dall'altra parte.

C'incontrammo nella hall. Tom quel giorno aveva l'aria da ragazzino e lanciava occhiate a tutte le donne che transitavano nel terminal.

«E adesso che si fa, amico? Dove andiamo?»

«Siamo un po' in anticipo per l'appuntamento. Andiamo a bere qualcosa.»

Seguimmo le indicazioni per il bar. L'edificio in vetro e acciaio del terminal non era affollato, ma per essere domenica c'erano parecchie persone, più per turismo che per lavoro. Attraverso le pareti di vetro si vedeva un cielo grigio e spento, la neve ammucchiata ai lati della strada e il ghiaccio che pendeva dalle auto parcheggiate.

Andando verso il bar, Tom mi saltellava a fianco come un fratellino minore molto vivace. Passammo accanto a due bellissime ragazze bionde in una cabina telefonica. «Socio, guarda che razza di roba laggiù. Amo queste passere nordiche.»

Le due donne compresero quello che aveva detto e guardandoci ridacchiarono fra loro. Continuai a camminare, a disagio. Se lo sarebbero mangiato per colazione.

Sembrava che Tom non si fosse accorto di nulla. «Ehi, Nick, lo sai che c'è più gente qui che si collega a Internet e che ha il cellulare che in qualsiasi altra parte del mondo? Pro capite, intendo.»

«Molto interessante, Tom.» Per una volta aveva detto qualcosa di davvero interessante.

Fu contento. «È così, socio. Dev'essere per tutto il buio che hanno qui. Non sanno che cazzo d'altro fare, credo.»

Lo guardai e sorrisi, anche se la battuta gli era venuta meglio la prima volta. S'illuminò e le sue guanciotte da criceto quasi gli coprirono gli occhi. «Questa è gente all'avanguardia, hai presente?» Fece il passo che ci separava e mi sussurrò nell'orecchio, tendendo la testa in avanti. «Per questo la tecnologia delle fotocopie è qui. Ho ragione, vero?»

La conversazione mi annoiava, ma riuscii a rispondere. «Forse sono le lunghe ore di buio, niente da fare se non fotocopiare. Caffè, Tom?»

«No, tè. Alle erbe o alla frutta, se lo hanno.»

Poco dopo eravamo seduti a un tavolo, io con il caffè e lui con una teiera d'acqua calda e una bustina di tè alla mela. Di fronte c'era un bancone con alcuni monitor, evidentemente postazioni Internet. Questione di poco e anche Tom se ne sarebbe accorto e allora sarei rimasto da solo, il che non sarebbe stato male.

Gli si accesero gli occhi e si alzò automaticamente. «Devo andare a vedere, vieni con me?»

Lui andò portandosi dietro il tè. Io no.

Tornò quasi subito, prima che avessi bevuto un solo sorso di caffè. «Hai degli spiccioli? Ne hai, socio? Non ho soldi, soldi finlandesi intendo. Solo dollari, hai presente?»

Tirai fuori il resto delle consumazioni mentre lui sghignazzava alla battuta che aveva fatto.

Decisi di dare un'occhiata in giro per individuare eventuali minacce. Mi ero scrollato di dosso l'E4, ma Val aveva di certo molti nemici e, dal momento che lavoravo per lui, erano nemici anche miei.

Portavo sempre addosso i documenti, ma adesso, prima di andare a fare un giro, avevo bisogno di qualcos'altro che tenevo nella sacca. Tirai fuori il nuovo portatutto, mollai le due sacche ai piedi di Tom e mi diressi alla sala partenze al piano superiore. Non c'era nulla fuori dall'ordinario, nessuno che parlasse con il bavero del cappotto o tenesse sotto controllo la folla fingendo di leggere il giornale.

Feci un giro all'esterno, non molto lungo, il freddo mi mordeva le mani e la faccia. Non avevo visto niente di pericoloso o che mi riguardava.

Rientrato agli arrivi, e al caldo, vidi un paio di ragazzi in giacca e cravatta con fogli A4 infilati in bustine di plastica trasparenti con su scritto il nome delle persone che erano andati a prendere.

Tom era ancora nel paradiso di Internet. «Guarda questo, Nick, cazzo che figata! Guarda, Helsinki virtuale.»

Stavo guardando uno schermo che mostrava tutto quello che si doveva sapere su Helsinki, da piantine stradali a immagini di alberghi e servizi di prenotazione per viaggi o biglietti di teatro. C'era anche un itinerario in cui camminavi per strada come se fossi stato in un videogioco. Continuai a lasciare le sacche con lui e andai a prendere un altro caffè; mi sedetti allo stesso tavolo osservando e aspettando, pensando a come ero stato fortunato a non avere un fratello minore da portare in giro quando ero adolescente.

Quindici minuti dopo era di ritorno con le sacche. Doveva aver finito i soldi. «Ho appena mandato un'e-mail a Janice e le ho detto che non potrò mettermi in contatto per un po'... perso nella brughiera a fare controlli e robe del genere.»

Rimisi l'organizer nella sacca e finii di bere. «Potremmo anche darci una mossa, dovrebbero essere qui ormai.»

La persona incaricata di venirci a prendere era facile da identificare, elegante, vestito grigio, cappotto, capelli irsuti castano chiaro, rosso in faccia, si presentava alle persone in arrivo che spingevano il loro carrello, con in mano un cartello su cui era scritto: NICK E UN ALTRO.

Ci avvicinammo e ci presentammo. Mentre ci scambiavamo strette di mano, virtualmente lui era sull'attenti e sbatteva i tacchi, poi si offrì di portare le nostre sacche. Tom rifiutò seguendo il mio esempio.

Il parcheggio per soste brevi era di fronte agli Arrivi. Un aereo rombò sopra le nostre teste mentre ci avvicinavamo a una Mercedes argento metallizzato. Tom ne fu colpito. «Cazzo, che macchina.»

Mettemmo le sacche nel bagagliaio e sedemmo dietro. Spike avviò il motore e la radio si accese. Immaginai che i due speaker blaterassero in finlandese, ma Tom mi si rivolse dicendo: «Stanno parlando in latino. A loro piace molto, socio. Non so perché, ma è così».

Spike spense.

Io domandai: «Come fai a sapere tutte queste cose sulla Finlandia?»

La Mercedes partì.

«Ho navigato un po' ieri notte e ho dato un'occhiata, cosa credi?»

«Hai intenzione di rompere le scatole per tutta la settimana?»

Mi guardò, non riuscendo a capire se lo avevo insultato, poi prese una decisione e sorrise. «No, socio, pensavo solo che ti interessasse.»

Si appoggiò allo schienale. Sbagliato, non stavo scherzando.

Stavamo seguendo i segnali stradali. Erano in svedese e in finlandese, perché lì, nel passato, gli svedesi avevano dominato, alla pari dei russi. L'asfalto dell'autostrada era sgombro di neve e ghiaccio.

L'aeroporto era molto vicino a Helsinki e arrivammo presto alla circonvallazione. Da entrambi i lati c'erano basse costruzioni industriali e grandi mucchi di neve. Mi venne da sorridere al pensiero dell'Inghilterra, dove un paio di fiocchi di neve paralizza l'intera nazione; qui avevano neve per mesi e il Paese non perdeva un colpo.

Vidi un cartello che diceva: SAN PIETROBURGO 381 KM. In tre o quattro ore si poteva essere fuori da uno dei Paesi più ricchi e più avanzati del mondo per entrare nel regno del caos e nell'anarchia. Ma non avevo motivo di preoccuparmi; prendemmo una deviazione e procedemmo su un'altra autostrada, la E75, abbandonando l'area costruita.

La piccola bussola basculante nel cruscotto mi disse che stavamo andando verso nord. In autostrada tutte le auto avevano i fari accesi, secondo la legge.

Viaggiammo a velocità di crociera sull'autostrada, oltrepassando foreste di pini, neve e impressionanti tagli nelle imponenti rocce di granito. Guardai Tom, con la testa appoggiata all'indietro, gli occhi chiusi e le cuffie del walkman nelle orecchie. Decisi di seguire il suo esempio e di rilassarmi, senza mai perdere di vista i cartelli stradali. Lahti e Mikkeli sembravano essere le possibili mete, e dopo un'ora circa fu chiaro dove eravamo diretti: prendemmo l'uscita per Lahti.

La città era dominata da due strutture molto alte a forma di torre Eiffel, dipinte di rosso e bianco. Il vertice era coperto dalle nuvole e i fari di segnalazione per il traffico aereo lampeggiavano in ogni direzione. Il posto brulicava di traffico e di persone. Era una stazione di sport invernali. Un trampolino per gli sci torreggiava sopra le case e, quando iniziammo a percorrere rumorosamente la strada principale, vidi che anche i pensionati adoperavano bastoncini da fondo al posto del bastone.

Gli abitanti di Lahti erano evidentemente innamorati di cemento e acciaio. Al posto delle tradizionali abitazioni fatte di legno, magari con due renne parcheggiate fuori, preferivano l'ultimo modello della Saab, le 4x4 e uno sfavillio di decorazioni natalizie. Voltammo a sinistra nella piazza e oltrepassammo un mercato vivacemente illuminato, con il vapore che saliva dalla massa di tendoni e coperture in nylon dei banchi. I commercianti, attrezzati per restare al freddo tutto il giorno, assomigliavano molto ad astronauti.

Quasi subito rallentammo di fronte a un cartello che ci informava che eravamo all'Hotel Alexi. Tagliando a sinistra, attraverso il marciapiede, ci fermammo di fronte al cancello di un garage che iniziò istantaneamente ad aprirsi. Un gruppo di madri con passeggini aggirò la Mercedes per poi ritornare sul marciapiede.

Scendemmo lentamente per una ripida discesa di cemento all'interno di un ampio parcheggio sotterraneo male illuminato. Pozzanghere d'acqua coprivano il pavimento dove la neve e il ghiaccio si erano sciolti dalle macchine già posteggiate, e quasi tutte le automobili avevano gli sci legati sui portasci.

Continuammo ad andare alla ricerca di un posto. Adesso Tom era seduto dritto, senza cuffie e con gli occhi bene aperti. «È come in uno di quei film di spionaggio, Nick, hai presente?» Il suo tono cambiò quando si rese conto di quello che aveva appena detto. «È tutto a posto, vero? Tu sai cosa sta succedendo, no?»

Annuii, ma non mi sentivo del tutto sicuro.

Dopo aver parcheggiato di muso in uno spazio libero, Spike spense il motore e ruotò sul sedile. «Prego, i vostri telefoni, cercapersone e attrezzatura e-mail», disse in un inglese dall'accento molto marcato. «Dovete lasciarli qui. Non preoccupatevi, li prenderete al ritorno.» Sorrise, mettendo in mostra una dentatura non proprio perfetta.

Spiegai che, come da istruzioni ricevute, nessuno di noi due li aveva portati.

Sorrise ancora. «Bene. Grazie, grazie.»

Spike tirò la leva accanto al sedile e il bagagliaio si aprì con un clic. Uscii dall'auto, e Tom seguì proprio nel momento in cui una Mercedes nera 4x4, di quelle squadrate, vecchio tipo, prese ad avanzare lentamente verso di noi. Il riflesso dei fari m'impediva di vedere all'interno.

Guardai Spike che non sembrava per nulla preoccupato. La 4x4 si fermò, motore acceso. Aveva i vetri posteriori oscurati e l'unico occupante che riuscivo a vedere era il guidatore.

Era molto diversa dall'ultima volta che l'avevo vista. Allora, sembrava un'italiana nel tempo libero; adesso invece indossava un pesante maglione grigio alla norvegese con il collo alto che arrivava fino al mento, decorato con strani disegni fantastici. Un cappello tibetano con paraorecchie le copriva il resto del viso, ma riuscii a intravedere qualche ciocca bionda.

Il finestrino davanti si abbassò e mi venne concesso un sorriso molto piacevole, anche se formale. «Salite dietro veloci, prego.» Aggiunse qualcosa in finlandese per Spike, e lui rispose scuotendo la testa mentre noi salivamo con le sacche nei sedili posteriori. All'interno faceva freddo; doveva averci aspettato a motore e riscaldamento spento.

«State seduti bassi e tenetevi lontano dai finestrini.»

Tom mi guardò per avere spiegazioni. Mi strinsi nelle spalle. «Più tardi, amico.»

Mi voltai e vidi che Liv mi stava guardando nello specchietto retrovisore. Sorrise. «Benvenuto in Finlandia.»

Poi voltò leggermente la testa per guardare Tom. «Mi chiamo Liv. Sono molto contenta di conoscerti.»

Tom fece un cenno, come intimidito. Era evidente che gli faceva la stessa impressione che aveva fatto a me. Si voltò per specchiarsi nei vetri oscurati, probabilmente desiderando di essersi dato una pettinata.

Ritornammo sulla strada, e svoltammo a sinistra. Al mercato le luci erano ancora più abbaglianti. Stava diventando piuttosto buio.

«Non abbiamo molto tempo», disse Liv. «Le cose sono precipitate dopo la nostra conversazione. Il lavoro va fatto questo martedì.»

Un'altra delle loro piccole complicazioni. Non le credevo; ero pronto a scommettere che era la data che Val aveva in mente fin dall'inizio, ma invece di dirmelo, per paura che avrei rinunciato, mi aveva mentito.

«Devo vedere il posto», dissi. «Due notti non sono molte per i preparativi. Dovrai dirmi tutto quello che sai stanotte, e domani andrò a fare una ricognizione all'obiettivo.»

«Sì, naturalmente. Sono anche preoccupata che Tom abbia il tempo necessario per aprirsi un varco attraverso il firewall per poter accedere al sistema.»

Tom si mise a sedere dritto, come un bambino bene educato che cerca di compiacere un adulto. «Non ci saranno problemi. Mi basta che tu mi faccia vedere quello che hai.»

«Lo farò, Tom. Molto presto.»

Ci fu una lunga pausa e Tom si appoggiò nuovamente allo schienale.

Guardai la strada. «Dove stiamo andando?»

«Non lontano, vicino ai laghi.»

Non mi diceva molto. Di laghi era pieno l'intero Paese.

Il cartello nero con la silhouette in giallo fosforescente di una città attraversato da una striscia rossa m'informò che eravamo usciti da Lahti. Imboccammo una strada a corsia unica in buone condizioni, fiancheggiata all'inizio da case, con le loro decorazioni natalizie che brillavano nell'oscurità, poi alberi e ancora rocce di granito tagliate. Un altro cartello mi comunicò che Mikkeli si trovava a centosessanta chilometri. Continuavamo ad andare verso nord.

Tenni gli occhi fissi sul contachilometri, mentre superavamo una serie di cassonetti per i rifiuti in plastica e cassette della posta su pali, gli unici segnali che da qualche parte, nella foresta, c'era un'abitazione.

Le nuvole e la compattezza degli alberi fecero calare su di noi la totale oscurità. L'intensità dei fari era aumentata dal riverbero bianco della neve.

La Mercedes 4x4 si scaldò rapidamente. Tom aveva messo gli auricolari e teneva gli occhi chiusi. Mi ritrovai a pensare a quello che potevo dire a Liv, ma evidentemente la conversazione non rientrava nei suoi programmi.

Continuava a guardare nello specchietto retrovisore molto più di quanto non fosse necessario alla guida. Stava controllando che non fossimo seguiti. Per questo motivo ci eravamo incontrati nel garage ed eravamo partiti prima che potesse essere stabilito un qualsiasi tipo di collegamento fra i due veicoli. Se qualcuno ci avesse seguito dall'aeroporto, avrebbe trovato naturale che andassimo in albergo.

Mi sporsi in avanti e scorsi il suo viso illuminato dal cruscotto. «Liv, perché questa attenzione esagerata per i cellulari e i cercapersone? Perché la DLB?»

«I vecchi sistemi sono sempre i migliori.» Sorrise. «Una volta un siciliano mi ha detto che per avere la certezza che ci sia un futuro, occorre imparare la lezione dal passato. Per secoli la sua organizzazione ha usato corrieri che si scambiavano informazioni da persona a persona. In quel modo si aveva il controllo su tutto ciò che era significativo. Poi iniziarono a operare in America e s'impigrirono. Alla fine degli anni '50 cominciarono a usare il telefono, e fu l'inizio del crollo. Se l'informazione è importante e vuoi tenerla al sicuro, devi comunicarla di persona. Solo così riesci a mantenere il controllo.»

Iniziai a vedere i cartelli per la E75 e Mikkeli, poi la fila degli alberi scomparve e l'autostrada si materializzò a circa mezzo chilometro sotto di noi, sulla destra. File di fari si muovevano in entrambe le direzioni, ma noi restammo nella vecchia strada e gli alberi tornarono a impedirci la visuale. Sarebbe stato più facile accorgersi se qualcuno ci stava seguendo.

Liv continuò. «Per quanto riguarda il resto della domanda, noi prendiamo tutte le precauzioni. Non solo per le informazioni, ma anche con le nostre persone. Per questo motivo, da adesso in poi, ogni contatto lo avrete esclusivamente con me.»

Decisi di non raccontarle quanto era successo all'uscita dall'appartamento. Lei e Val sapevano abbastanza sul mio conto.

I lampioni ai bordi della strada e un cartello mi fecero sapere che eravamo vicini a un posto chiamato Heinola.

Tom schizzò su, togliendosi gli auricolari. Una lieve musica metallica si diffuse nell'aria. «Siamo arrivati?»

Liv mi venne in aiuto. «Ancora una mezz'ora, Tom.»

Tornò a trasformarsi in uno scolaretto timido. «Oh... grazie.»

Liv abbassò appena il riscaldamento e si tolse il cappello. I capelli le fluirono sulle spalle.

Tom guardava oltre il finestrino verso la città e sognava a occhi aperti. Estrasse un fazzoletto di carta e si soffiò il naso, quindi esaminò attentamente la sua produzione alla luce dei lampioni, come se potesse ricavarne qualche profezia.

Terminammo la circumnavigazione della città, ulteriore manovra antisorveglianza, e imboccammo una strada molto più stretta. Le case e le luci diminuirono e subito dopo subentrarono l'oscurità e gli alberi. Di tanto in tanto si scorgeva un viottolo che portava nel bosco.

Liv continuava a controllare che non fossimo seguiti, e Tom, dopo aver individuato il senso della vita nel suo kleenex, riprese ad ascoltare la musica.

Dopo un po' svoltammo in una strada sterrata, contornata da alberi e pulita dalla neve, poi continuammo per altri due o tre chilometri lungo una collinetta finché gli alberi non lasciarono il posto a una casa che venne di colpo illuminata da luci a terra, che si accendevano all'avvicinarsi di un veicolo. Dovevamo aver superato un sensore.

Il posto ricordava qualcosa uscito da un film di James Bond. Probabilmente Blofeld ci stava guardando dalla finestra, accarezzando il gatto.

L'edificio era lungo sessanta o settanta metri e dava l'impressione che qualcuno avesse tagliato una fetta da un palazzo di appartamenti e l'avesse posata a sei metri di altezza su due massicci pilastri di cemento. Val certamente faceva le cose con stile.

Il viottolo ci portò sotto casa, dove pannelli in vetro sigillavano la zona fra i pilastri creando un garage interno. Le due ampie ante del cancello si aprirono automaticamente al nostro arrivo e si richiusero alle nostre spalle.

Quando uscii dalla macchina faceva molto caldo. La luce che penetrava dalle finestre e il riflesso della neve mi provocarono una smorfia. Poi gli occhi si adattarono.

Liv premette un congegno e una porta marrone si aprì nel pilastro di sinistra. Tom e io afferrammo le sacche e la seguimmo su per scale afose. Notai che un paio di stivali da passeggio marrone chiaro aveva sostituito quelli tipo cowboy.

Entrammo in un ambiente aperto, vasto e alto di soffitto, forse trenta metri di lunghezza e venti di larghezza, che, come l'appartamento di Londra, era bianco come una clinica e scarsamente arredato. Subito alla mia destra si apriva una porta che andava in cucina, attraverso la quale notai armadietti bianchi e un piano di lavoro metallico.

La zona giorno, dove ci trovavamo, sembrava quella di una rivista. Due divani in pelle uno di fronte all'altro e in mezzo un tavolino basso di vetro e metallo, e questo era tutto. Niente televisione, niente impianto stereo, nessuna rivista, fiori, quadri alle pareti, niente.

Dal soffitto al pavimento, dove pensavo dovessero trovarsi le finestre, si allungavano delle tende bianche. L'illuminazione era bassa e prodotta da lampade a muro, naturalmente bianche. Niente al soffitto.

Tom e io rimanemmo con le sacche in mano, tutti presi a osservare.

«Vi mostro le vostre camere.» Liv si stava già dirigendo verso la porta in fondo sulla destra. Mi chiesi se le capitasse mai di aspettare qualcuno o se Armani le imponesse di camminare sempre davanti.

La seguimmo nel corridoio. Le nostre scarpe cigolavano sul pavimento di legno tirato a cera.

La prima porta a sinistra era quella della mia camera. Ovviamente un altro universo bianco, letto basso tipo giapponese, bagno adiacente, piastrellato di bianco, e pile di asciugamani bianchi nuovi di zecca. Non c'erano armadi, solo sacchi in stoffa appesi a una struttura di metallo cromato. Incomprensibilmente, dal momento che doveva esserci una vista fantastica, non c'erano finestre.

Liv disse: «Non ce n'è bisogno. È sempre troppo buio».

Posai la sacca sul pavimento; non c'era altro posto dove metterla.

Lei se ne andò. «Tom, camera tua è qui accanto.»

Scomparvero, ma mentre mi toglievo il giaccone sentii il mormorio delle loro voci attraverso la parete e avvertii il ronzio costante del condizionatore. I suoi stivali dalla suola in gomma tornarono subito indietro e si fermarono sulla soglia. «Un caffè, Nick, o qualcosa da mangiare? Poi dobbiamo metterci al lavoro. Non abbiamo molto tempo.»

«Sì, grazie.»

Fece un cenno di assenso e ritornò verso il soggiorno.

Spostai la sacca in un angolo della stanza, sembrava fuori posto ovunque, e Tom infilò dentro la testa. «Grande fica, socio. Vale dei bei soldi o che cosa? Vieni di là a bere qualcosa?»

Un paio di minuti più tardi, Tom e io eravamo seduti uno di fronte all'altro sui divani dalla pelle bianca che a ogni nostro spostamento scricchiolavano. Dalla cucina proveniva il tintinnio delle stoviglie di porcellana. A quanto sembrava non sarei riuscito a cavare niente da lui mentre lei era in giro, il che forse era anche un bene. Per lo meno stava zitto. Rimanemmo seduti e in silenzio, solo il soffocato ronzio del condizionatore ci teneva compagnia.

Ricomparve con un vassoio su cui stavano un bricco pieno di caffè, latte e tazze e un piatto di gallette e formaggio tagliato a fette. Posò il vassoio sul tavolino di vetro e si sedette accanto a Tom. Non avrei saputo dire se era agitato per l'eccitazione o per l'imbarazzo.

«Lasciate che vi spieghi l'organizzazione», disse. «Io mi fermerò qui con voi. La mia stanza è dall'altra parte.» Indicò la porta.

«La stanza di fronte alle vostre è quella dove si trova il portatile, che ti servirà, Tom, per attaccare il firewall. Ti dirò di più fra poco.» Si voltò verso di me. «Nick, sempre nella stessa stanza ci sono alcune piantine della casa in cui dovete entrare.»

Iniziò a versare. «Per mercoledì mattina dovrete aver scoperto la sequenza dell'accesso, essere entrati nella casa e aver copiato i file. Se non sarà così, le mie istruzioni sono che il contratto è morto.»

Rimasi seduto in ascolto, sapevo che anche se avessi dovuto fare un patto con il diavolo, tutto sarebbe stato fatto in tempo. Volevo quei soldi, avevo bisogno di quei soldi.

Liv e io prendemmo un sorso di caffè nero. Tom non toccò il suo. Per non disturbare, aveva evitato di chiedere qualcosa alle erbe. Scivolammo in un silenzio forzato.

Lei osservava il nostro sconforto, quasi divertita. Avevo la sensazione che sapesse di me e Tom ben più di quanto noi sapessimo di lei.

Dopo un po' dissi: «Ce la faremo».

Tom annuì. «Nessun problema.»

«Ne sono certa. Discuteremo più tardi i dettagli sui soldi, lo scambio delle informazioni e altro.» Si alzò. «Andiamo, portate le tazze con voi. Si comincia a lavorare.»

La seguimmo nel corridoio. La stanza sulla destra era bianca come tutte le altre, ampia e rettangolare. C'erano due scrivanie di pino e alcune sedie. Su una c'era un portadocumenti d'alluminio, sull'altra un piccolo portatile IBM nero di forma allungata, appena più piccolo di un foglio A4. Accanto al portatile, la scatola che lo aveva contenuto, cavi di riserva e una borsa nera di nylon con la tracolla per il trasporto. Liv indicò la valigetta. «Tom, quel ThinkPad è per te. Nick, vieni.» Proseguì verso l'altra scrivania.

Mentre lei e Tom iniziarono a parlare del firewall, cioè del sistema di sicurezza di controllo delle informazioni da cui avremmo dovuto scaricarle, aprii il portadocumenti e sollevai la fascetta. Trovai diverse cartine, tutte di scale diverse. Sembrava che la nostra meta fosse Lappeenranta, una città circa centoventi chilometri a est, vicino al confine con la Russia.

La mappa in scala più grande mostrava che l'intera zona era un'imponente rete di laghi, forse più di cento chilometri quadrati, con centinaia di isole e insenature punteggiate di villaggi e cittadine. L'obiettivo era venti chilometri a nord di Lappeenranta, lungo una strada che univa diverse isole a una zona chiamata Kuhala. La casa non era sul lago, ma arretrata di circa un chilometro rispetto alla riva e circondata dalla foresta.

Liv ci lasciò soli e la guardai andare via. Aveva un sangue freddo incredibile. Mi resi conto che cominciava a piacermi parecchio.

«Ehi, Tom.» Mi voltai a guardarlo. Era piegato sul piccolo schermo e mi dava le spalle.

Si voltò nella sedia e sollevò lo sguardo. «Che c'è, socio?»

«Penso che sarebbe meglio se tu non parlassi di soldi con Liv. Probabilmente lei prende meno di noi, e la cosa la farebbe piuttosto incazzare. Se ti chiede, rispondi che non lo sai, okay?»

«Allora questa non è casa sua?»

«Ne dubito. Partecipa al lavoro, come noi. Penso che sarebbe meglio tenere le carte coperte, d'accordo?»

Si voltò di nuovo. «Se lo dici tu, amico. Come vuoi.» I tasti iniziarono a ticchettare sotto le sue dita saltellanti. «Per me va bene.»

Tornai al materiale spiegato davanti a me. Le cartine sono utili, ma arrivano fino a un certo punto. Avevo bisogno di spostare il culo sul posto, e fare una ricognizione approfondita. Mentre memorizzavo le cartine ascoltavo Tom che lavorava.

Il modo migliore che avevo imparato consisteva nel visualizzare la strada che avrei fatto. Era molto più facile che cercare di ricordare nomi di posti e numeri di strade. Stavo seduto lì, a fissare il muro bianco, elaborando il mio percorso da Heinola alla casa bersaglio, quando notai un pezzo di gesso mancante intorno a una presa elettrica.

M'inginocchiai per dare un'occhiata, tirai all'indietro l'angolo della piastrina rivelando un filo coperto da un rivestimento isolante di plastica trasparente. Guardai di nuovo Tom. Continuava a pestare la tastiera come un indemoniato.

Rimisi la piastrina al suo posto e feci un giro per la stanza, alla ricerca di altri buchi. A quel punto mi resi conto che non c'era neppure una presa per il telefono. Anche per una casa moderna mi sembrava un eccesso di minimalismo. Serviva per impedire che si potesse comunicare elettronicamente con quest'edificio? Se era così, Val prendeva molto sul serio il suo lavoro, e questo m'innervosiva un po'. Non mi piaceva scoprire cose che avrei dovuto conoscere.

Mi avvicinai alla scrivania di Tom e rimasi dietro di lui a guardare lo schermo pieno di numeri e lettere. Alcune delle linee verticali cambiavano ogni volta che premeva un tasto.

«Ci capisci qualcosa?»

«Nessun problema; si tratta di algoritmi e protocolli, proxi, cose così. In poche parole devo trovare la sequenza di accesso tra circa un milione di differenti serie di caratteri. Questo è il firewall tra me e il resto del sistema.» Indicò lo schermo, senza distrarsi. «È una criptatura molto sofisticata, con un programma che individua ogni intervento insolito, come il mio tentativo di penetrarla, e lo interpreta come un attacco. Se avessi dovuto farlo sul posto, non credo che sarei riuscito a farlo in tempo. Ma quest'organizzazione è perfetta: ho tempo per giocare.»

Mi eliminò dalla sua zona d'attenzione e si sporse leggermente in avanti per concentrarsi sullo schermo. Rimase in silenzio per alcuni secondi, poi si mise a borbottare fra sé cose insondabili, quindi tornò sul pianeta Terra. «Comunque, una volta che riesco a entrare qui dentro, quello che mi resta da fare è configurare il ThinkPad, portarlo con me e a quel punto posso scaricarle tutti i file che vuole. Molto facile.»

Lo osservai trafficare sul suo nuovo giocattolo. Era ridiventato il dominatore del suo mondo, le mani scivolavano sui tasti, veloci e sicure. Anche il tono di voce era cambiato mentre mi spiegava quello che stava facendo.

«Tom, riuscirai a superare questa cosa?» Lo schermo pieno di numeri, lettere e simboli che si muovevano rappresentava per me un casino totale.

«Nessun problema, socio. Nessun problema.»

Guardai verso la placca rotta. «Ancora una domanda.»

Con gli occhi sempre fissi allo schermo. «Cosa c'è?»

Cambiai idea. «Vado a bere qualcosa. Vieni?»

«No, socio, resto qui. Ho da fare. Hai presente, no?»

Lo lasciai. Volevo sapere perché quel cavo si trovava lì, e forse lui poteva essere di aiuto, ma perché rischiare di allarmarlo? Meno sapeva, meglio era.

16

Entrai in soggiorno dopo avere cercato, senza fortuna, una presa del telefono in camera mia. La luce era ancora accesa, ma nella stanza non c'era nessuno e il vassoio con il caffè e il resto era stato portato via. Sul tavolino c'era soltanto un grosso libro in brossura. Gironzolai per la stanza, sempre alla ricerca di prese del telefono, ma non ce n'erano. E neppure in cucina.

Non riuscivo a individuare nessun intervallo nel rivestimento dei muri che mi permettesse di controllare l'impianto, così decisi di procedere in un altro modo. Mi avvicinai agli scuri, che andavano dal soffitto al pavimento, e ne urtai uno. Non solo non si mosse, ma era molto duro e pesante.

Sulla parete accanto c'era un interruttore, e non era necessario essere un genio per capire a cosa servisse. Lo feci scattare e sentii il ronzio di un motore sul soffitto. Rimasi a guardare mentre gli scuri si aprivano a partire dal centro. Fuori era buio, ma le luci dell'interno mi permisero di vedere un balcone lungo e stretto oltre le porte scorrevoli con tripli vetri. Era ricoperto in tutta la lunghezza da un metro di neve intonsa che premeva contro i vetri. Poco più in là si vedevano le cime coperte di neve di alcuni alberi di pino, ma oltre era buio come inchiostro.

Il suono di piedi nudi che mi si avvicinavano mi fece voltare. Liv era a cinque o sei passi di distanza, indossava una vestaglia di seta azzurra che le arrivava appena sopra le ginocchia, e che a ogni movimento faceva intravedere prima una coscia e poi l'altra.

Ancora un paio di passi e mi superò, andando a premere l'interruttore. Aveva il profumo di chi è appena uscito dalla doccia.

Il motore ronzò e gli scuri iniziarono a richiudersi. Si allontanò. «Nick, quando Tom lavora al computer le tende devono sempre restare chiuse.» Con la mano fece un gesto verso i divani. «Ci sediamo?»

Attraversò la stanza e io la seguii. Vide l'occhiata che gettavo verso le tende e indovinò quello che stavo pensando. «Sì, Nick, prima che tu lo chieda, sono alimentate con cavi schermati. Tutta la casa lo è. A Valentin non piace che i suoi antagonisti sappiano quello che sta facendo. Si spendono milioni di dollari per accedere alle informazioni dei rivali in affari. Lui vuole la certezza che quelli usati per spiare lui siano soldi sprecati. Valentin conosce il vero valore delle informazioni: non i soldi, ma il potere.»

«Per questo non ci sono telefoni?»

Gli scuri adesso erano chiusi ed eravamo seduti uno di fronte all'altra. Aveva ripiegato le gambe sotto di sé e la seta seguiva le forme del suo corpo.

«Nick, vuoi parlarne tu con Tom? Regole della casa.»

«Nessun problema. Ma vorrei un favore in cambio. Sarebbe tutto più facile per noi se tu non parlassi a Tom dei Maliskia, o del nostro accordo. È un tipo che si preoccupa e io vorrei che si concentrasse solo sul suo lavoro.» L'ultima cosa di cui avevo bisogno era che lei gli dicesse quanti soldi c'erano in ballo.

«Naturalmente», sorrise. «Non ho mai problemi a ridurre al minimo le informazioni. D'altra parte, preferisco sempre dire la verità sulle cose importanti. Forse Tom starebbe meglio se sapesse dei Maliskia, e dei soldi, piuttosto che venirne a conoscenza in seguito, non credi? Le bugie possono creare confusione ed essere controproducenti; ma non hai certo bisogno che sia io a dirti queste cose, vero?»

Non ero del tutto sicuro che si trattasse di una domanda retorica e comunque fosse non avevo intenzione di risponderle. Mi strinsi nelle spalle.

Si sporse in avanti e prese il libro sul tavolino, e mentre si sistemava, la vestaglia di seta si aprì scoprendo entrambe le gambe. Cercai di non guardare, ma non riuscii a trattenermi. Liv era la donna più bella e intelligente che avessi mai visto. Il guaio era che avevo gusti da champagne e finanze da limonata. Non avrei mai avuto quello che ci voleva per attrarre persone come lei e, purtroppo, non mi sembrava il tipo che distribuiva caritatevoli scopate ai poveri.

Quando vide il mio sguardo, chiuse la vestaglia. «Ti dà fastidio? Voi inglesi siete così strani, così repressi.»

«Perché voi, invece?» grugnii. «Date l'impressione di essere riservati con chi non conoscete, eppure non vi fate problemi a stare insieme nudi nelle saune a parlare del tempo, per poi precipitarvi fuori e rotolare nella neve, frustandovi con rami di betulla. Allora, chi è lo strano?»

Sorrise. «Siamo tutti prigionieri del nostro passato, e forse i finlandesi lo sono più degli altri.»

Quest'ultima frase mi fece aggrottare le sopracciglia. Era un po' troppo profonda per me.

«Non mi aspetto che tu capisca, Nick, ma i miti nordici sono radicati nella psiche di noi finlandesi più che in ogni altra cultura scandinava. Probabilmente un retaggio di tutti i secoli di dominazioni svedese e russa.» Tamburellò sul libro. «Una raccolta di leggende finlandesi. Capisci, ne siamo sedotti.»

«Anch'io sono un po' un tipo alla Harry Potter», dissi. Non avevo idea di cosa cazzo stesse parlando.

Adesso toccava a lei essere disorientata. Forse pensò che fosse uno scrittore di spionaggio o di stronzate che poteva leggere uno come me.

«Nick, vorrei definire le consegne, i dettagli delle DLB, per il passaggio di messaggi e denaro. Domani mattina andremo tutti a Helsinki, anche se Tom non fosse ancora riuscito ad attaccare il firewall. È importante che non sia tenuto all'oscuro.»

Aprii la bocca per parlare, ma lei aveva penetrato il mio personale firewall. Non avevo idea se dovevo essere lusingato o in allarme per il fatto che sapesse sempre esattamente quello cui stavo pensando.

«Nick, ti ho già detto che non c'è da preoccuparsi. Lì nessuno ti sta cercando. Altrimenti che senso avrebbe andarci, non ti pare? Tutti noi vogliamo che tu riesca, non sarebbe logico correre rischi inutili.»

Il ragionamento filava, ma era passata meno di una settimana da quando Falegname aveva trasformato Helsinki in Dodge City, e non avevo nessuna intenzione di trovarmi vicino a qualcuno che mi avesse scambiato per uno dei suoi amici più intimi.

«Dopo che Tom e tu ve ne sarete andati, domani notte, non devi più tornare qui, qualsiasi cosa succeda. È il solo modo perché questo posto resti sicuro. Comunque non ci sarà nessuno, perché io me ne andrò subito dopo di voi. Prenderò tutto quello che lascerete, e ve lo porterò quando faremo lo scambio. Dovrai arrivare alla DLB mercoledì mattina per lasciare i dettagli per un solo incontro fra noi due. Le condizioni devi stabilirle tu. Valentin desidera darti il controllo dell'organizzazione, come gesto di fiducia e perché tu sia tranquillo che niente di spiacevole possa accadere durante lo scambio. Affinché tu ne sia certo, sarai sempre in contatto esclusivamente con me.» Mi concesse il privilegio dei suoi bellissimi occhi. «Non ti preoccupare, Nick, quest'affare è gestito in modo da non mettere a repentaglio nessuno di noi.»

Cercai di non ridere. Forse non si era accorta di come Val trattava gli affari. Se non riusciva ad avere il controllo su un edificio, lo faceva semplicemente saltare, senza preoccuparsi se dentro c'era qualcuno. Non mi sentivo ancora pronto a dichiararlo il mio amico del cuore. Nel frattempo avrei scelto io dove e quando, e loro dovevano adeguarsi. Logico.

Annuii. «Che cosa succede se non arrivo alla DLB?»

«Se non ci riesci tu, ci riuscirà Tom. Per questo abbiamo bisogno che venga con noi domani. Se non ci sono messaggi entro mercoledì sera, capirò che ci sono problemi seri, e il contratto andrà in fumo. A volte si vince, altre...» Si strinse nelle spalle.

Per un paio di minuti ci fu silenzio. «Come hai conosciuto Valentin?»

«Come è successo a te, mi ha chiesto di lavorare per lui.» Sorrise e accavallò le gambe. «No, Nick, non sono la sua donna.»

Mi aveva letto nella mente di nuovo. Trecento anni prima sarebbe stata bruciata sul rogo.

«L'unica cosa che voleva da me era la mia laurea in politica russa. Vedi, Nick, i soldi sono qui... al momento. E il fatto è che a me piacciono i soldi. Lavoro forte e sono ben retribuita.»

Si appoggiò all'indietro, e quando riprese a parlare lo fece a voce bassa. «I miei genitori erano svedesi. Sono morti entrambi. Sono nata qui, in Finlandia. Sono finlandese. Questo è quanto hai bisogno di sapere di me. E tu, Nick? Cosa ti ha fatto diventare un rapitore? Non lavoravi per il governo inglese?»

Diedi un colpo di tosse, nel tentativo non molto riuscito, di nascondere il mio imbarazzo. Era logico che volesse sapere: se sapeva dei miei rapporti con Tom, sapeva di sicuro molto di più. E che ero un agente di secondo grado, le cui azioni potevano essere ricusate. Di colpo non trovavo più così divertente la conversazione. «Soldi», risposi. «Come te. Forse siamo uguali.»

Mi scoccò una delle sue imperscrutabili occhiate tipo signor Spock. «Naturalmente. È per questo che sei qui.» Si aprì in un sorriso. «Sei sposato?»

«Divorziato.»

«Come mai, Nick? Non le piaceva vivere tra bugie e mezze verità?»

«Credo che semplicemente non le piacesse vivere con me.» Feci una pausa. «Ero militare e...»

«Sì, Valentin è al corrente del tuo passato militare. Questo è uno dei motivi per cui sei qui.»

Che altro sapeva? A me non andava che nemmeno il postino sapesse com'ero fatto, figurarsi il capo di una delle più grandi organizzazioni criminali del mondo. Mi faceva sentire molto a disagio.

Chiesi: «E tu? Sei sposata?»

«Non credo che sarebbe una buona idea. Avere un figlio? Non credo che m'interessi. Tu hai dei figli?»

«No.» Chiarii. «Riesco a malapena a badare a me stesso. Troppa responsabilità. Che cosa farei se si ammalassero?»

Mi guardò con franchezza. «Penso che entrambi abbiamo fatto la scelta giusta, Nick, non credi?»

Cercai di decifrare la sua espressione, ma ancora una volta non ci riuscii. Per un po' non risposi, poi quando lo feci fu con un'altra domanda. «Resterai con noi tutto il tempo?»

«Sì e no. In sostanza io ci sono dentro solo perché tutto fili liscio.» Cambiò posizione. E riuscii a sbirciarle un'altra volta le gambe mentre lei tamburellava sul libro che aveva vicino. «C'è una storia qui dentro che parla di Väinämöinen, il Creatore dell'universo. Un giorno s'imbatte in Joukahainen, un dio molto più giovane. S'incontrano in un sentiero stretto e nessuno dei due vuole cedere il passo. Joukahainen sfida Väinämöinen, con tutta la ferocia e la sconfinata fiducia in se stessi che hanno i giovani. La battaglia si svolge a colpi di canti magici, e finisce che Joukahainen si ritrova in una palude. Capisci, Nick, semplicemente non sapeva con chi aveva a che fare.»

Compresi il senso. Sapere con chi si ha a che fare è sempre stato di vitale importanza per me. Il messaggio era chiaro. Loro sapevano e io no.

«A che ora partiamo domattina?»

«Alle otto. Lo dici tu a Tom?» Sbadigliò. «È ora di dormire, per me. Buona notte, Nick.»

La guardai varcare la soglia. «'Notte, Liv.»

Sparì nell'altra metà della casa. Non riuscii a trattenere un sorriso di rimpianto quando mi resi conto che l'unico momento di vicinanza che avremmo mai avuto era stato quello vicino all'interruttore. Volere degli dei e compagnia bella.

17

Lunedì 13 dicembre 1999

Puntammo verso sud lungo l'autostrada in direzione Helsinki, tutti vestiti come il giorno prima. Tom si era diretto subito verso i sedili posteriori, il che mi lasciava l'alternativa di sedermi vicino a lui o davanti insieme con Liv. Sapevo bene quello che avevo voglia di fare, ma sentii che dovevo concederle un po' di spazio.

Erano quasi le nove meno un quarto, e dopo mezz'ora passata a fissare i fari, spuntò la luce del giorno. Sarebbe stata una bella giornata; in cielo non c'era una nuvola e lo sconfinato panorama di pini e neve luccicante sembrava tolto da un catalogo di località sciistiche.

Guardai Tom, auricolari e occhi chiusi. Il panorama per lui era sprecato. Si era addormentato subito e la testa ciondolava al ritmo degli spostamenti della 4x4. Aveva tirato tardi al computer.

Anche per questa gita di ricognizione gli avevo fatto portare tutti i documenti. Gli avevo detto che era necessario, se avessimo dovuto fuggire in fretta. «Tenerci pronti, Tom, mi capisci?»

Non aveva molta voglia di venire perché avendo passato quasi tutta la notte a lavorare era vicino alla soluzione. Ma io ero d'accordo con Liv; doveva conoscere le regole del gioco. Agivamo entrambi per nostre egoistiche ragioni. Se ci fossero stati problemi sul lavoro e Tom fosse stato l'unico a uscirne, lei doveva sapere che c'era ancora una possibilità di ottenere i dati da consegnare a Val. E io volevo che venisse perché, se mi fossi rotto una gamba, o non fossi stato in grado di andare alla DLB per prendere i soldi per qualsiasi altra ragione, Tom doveva essere in grado di farlo al posto mio.

Altri quaranta minuti e saremmo arrivati alla periferia della città. Quando fummo in città Liv mi fece da guida, indicandomi alcuni punti caratteristici e raccontandomi con orgoglio come la sua piccola nazione avesse sconfitto l'Armata Rossa nella guerra dell'inverno 1939-'40. La testa di Tom non smetteva di dondolare al mio fianco.

Era abbastanza strano vedere quei posti di giorno. Nelle ricognizioni per il rapimento di Val non ero mai venuto prima del tramonto, non c'era motivo di esporre me e la squadra alla CCTV e all'intero servizio di sicurezza per la conferenza europea. Non importavano i dintorni, era sempre meglio perlustrare al buio, e in questo Paese il buio non mancava di certo.

La città aveva un aspetto più vecchio di quanto avessi immaginato; l'aeroporto e l'Intercontinental erano costruzioni moderne, e tutto il farneticare di Tom su quanto lì fossero all'avanguardia mi aveva indotto a pensare a una città piena di edifici sullo stile di Vauxhall Cross.

In direzione del centro l'intenso traffico cittadino s'insinuava con abilità fra i tram nel tentativo di guadagnare qualche metro, ma di norma era molto disciplinato.

«Penso che sia arrivato il momento che anche Tom presti attenzione, Nick.»

Lo scrollai.

«Cosa? Che succede?» Aprì gli occhi e si stirò come se stesse riemergendo dall'ibernazione.

M'indicai la bocca per fargli capire che doveva darsi un'asciugata alle bave sul mento.

«Grazie, socio.» Guardò il traffico. «Questa è Helsinki, vero? È identica al giro virtuale.»

Liv sorrise. «Penso che troverai quella vera molto più fredda.»

Svoltammo un angolo, oltrepassando un'insegna che c'informò che il grande magazzino si chiamava Stockmann. Mentre procedevamo, lei indicò le grandi vetrine. «L'appuntamento è al bar del sesto piano. La stazione è a un paio di minuti a piedi.»

Continuammo per due isolati prima di fermarci. Quando uscii, per la prima volta in quel giorno avvertii il freddo pungente. Il garage era chiuso da pannelli, climatizzato come parte integrante della casa, non avevamo ancora avuto possibilità di contatto con l'aria esterna. Si voltò a guardarmi attraverso le porte posteriori mentre mi stavo infilando guanti e cappello. «Ci vediamo da Stockmann fra due ore. Ti servirà una mezz'ora per controllare la stazione.»

Annuii e mi rivolsi a Tom. «Useremo il resto del tempo per acquistare l'equipaggiamento.»

Chiusi la portiera e la 4x4 si allontanò. I nostri respiri rimanevano davanti a noi sotto forma di nuvole, ogni centimetro di pelle pizzicava per il freddo. A Tom non piaceva neppure un po'. «Siamo all'Artico o cosa, Nick? Ma che cazzo aspettiamo a entrare?»

La stazione era di fronte a noi. Aveva l'aspetto di una prigione della Germania dell'Est, molto quadrata, molto imponente, la facciata di cemento marrone sporco, o così sembrava. Avrebbe potuto essere usata come ambientazione per 1984. Controllai l'orologio della torre con il mio Baby G e si trovarono d'accordo al minuto: 10.22.

Mentre ci univamo agli altri pedoni in obbediente attesa dell'omino verde del semaforo, Tom corrugò la fronte e disse: «Nick?»

«Che c'è?» Ero tutto preso nella ricerca di un varco fra i tram per balzare via. Non avevo intenzione di congelare a morte, in attesa che l'omino verde si facesse vedere.

«Ti fidi di lei... cioè di Liv? Sei sicuro che andrà tutto bene?»

Il consiglio di Liv di essere sincero mi attraversò per un attimo la mente, per fortuna non con la forza sufficiente a farmelo seguire. Tendevo a non fidarmi mai di nessuno, soprattutto dopo quanto era successo a Washington, e certamente non l'avrei fatto in quest'occasione. Di sicuro il tempo era poco per portare avanti un lavoro ben fatto, e avevo un disperato bisogno di soldi, ma quel giorno non avrei fatto nulla prima di aver creato un rete di sicurezza per me e per Tom.

Il semaforo scattò e iniziammo a camminare. «Non ti preoccupare, socio, va tutto bene. Avere un punto d'incontro di questo genere è una di quelle cose che mi fa sentire decisamente meglio riguardo a lei. Vuol dire che questa è gente sveglia e vuole che il lavoro sia fatto senza casini. Non ti preoccupare.»

Si strinse nelle spalle. «Sarà, ma cosa ti garantisce che non ci appenderanno a un gancio come... hai presente le aringhe affumicate? E tu farai quello che dice lei? Cioè, tornare qui, consegnarle il ThinkPad con i file scaricati e ritirare i soldi? O chiederai di più? Scommetto che vale una tombola.»

Anche se il pensiero mi aveva attraversato la mente, non l'avrei certo ammesso con lui. «No, socio, voglio fare le cose in modo corretto. Solo scambiare la tua piccola macchina con i soldi e tornarcene a casa. In questo modo tutto sarà facile e sicuro. Comunque tu li consideri, sono bei soldi.» Per tutto il tempo avevo mantenuto un'espressione sorridente. Mi sentivo come se stessi cercando di convincere un bambino piccolo a mangiare il cavolo.

Mi aspettavo altre domande, ma di nuovo alzò le spalle. «Era solo per chiedere. Se va bene a te, va bene anche a me. Sai una cosa? È proprio attraente, vero?».

Feci una smorfia. «Sì, è molto bella. Fuori dalla nostra portata, figliolo.» Non so perché, ma non riuscivo a immaginare Liv che stampava bocche sui biglietti di Juicy Lucy a Notting Hill, o che passava la giornata ad aggiustare il mio riscaldamento.

Il portone principale della stazione era di legno pesante con finestrelle protette da griglie metalliche. Lo spingemmo e ci trovammo di fronte a Babbo Natale che agitava il campanello e chiedeva offerte. Sgusciammo via.

L'interno aveva più l'aspetto di un museo ben tenuto che di una stazione: pavimenti in pietra puliti, imponenti pilastri di granito e soffitti incredibilmente alti. Piccoli pupazzi di neve erano appesi ai lampadari a bracci, e l'ambiente risuonava di annunci pubblici, gente che parlava, cellulari che squillavano ovunque e, in un angolo, un cantante di strada che arrischiava la versione finlandese di Good King Wenceslas sulla fisarmonica. L'odore del fumo delle sigarette e di fast food era forte e dappertutto.

Un gruppo di persone con berrettino da Babbo Natale e sci sulle spalle cercò di infilarsi fra uomini d'affari stressati nei loro cappotti, cappelli di pelliccia da cosacchi e telefonini incollati alle orecchie. La cosa strana è che non si vedeva né si sentiva un treno. Una stazione da grandi freddi con i binari all'esterno.

Tom si sfregò le mani. Questo posto gli piaceva. «Cristo, adesso mi sento quasi un essere umano. E ora che facciamo, Nick?»

Babbo Natale continuava a fare le sue cose mentre noi in piedi cercavamo di recuperare un certo contegno, e io pensai che «quasi» fosse il livello massimo che Tom potesse raggiungere.

La DLB di Liv era facile da individuare, come quella al Langham Hilton. Ci trovavamo con le spalle alla porta principale. Di fronte avevamo un grande scalone e delle scale mobili che scendevano alla metropolitana. I tre lati dello scalone erano circondati da un quadrato aperto di panche di legno. La DLB si trovava sulla sinistra vicino a un cestino per la spazzatura.

Tom mi seguì fra la DLB e l'ampia sala biglietteria alla nostra sinistra, mentre mi dirigevo verso un chiosco di giornali. Una ragazzina stava seduta e leggeva una rivista, le orecchie piene di walkman e la bocca piena di cicca. Indossava una salopette imbottita blu scuro sotto una giacca in tinta che teneva aperta per non morire di caldo.

Mentre le passavamo davanti feci un cenno a Tom. «Ci siamo, socio. Vedi la ragazza vestita di blu?»

Lui annuì e procedemmo.

«Bene, se metti la mano sotto la panca, esattamente dove adesso è seduta lei, sentirai una busta di plastica attaccata con il velcro. Si tratta soltanto di controllare che nessuno ti stia guardando e di tirarla via. Ti allontani, scrivi un biglietto in cui dici dove possono trovarti, e loro verranno.»

«Tutto questo mi sa un po' troppo di James Bond. Non mi piace.»

«È molto semplice, invece. Devi sapere che cosa devi fare, se si mette male. Se mi rompo una gamba e non ce la faccio ad arrivare fin qui. In quel caso toccherà a te consegnare la merce e ritirare i soldi.»

«A patto di non dover fare dei raggiri strani, tipo tirarle una fregatura o cose del genere. Questo no, socio. Io voglio solo i soldi.»

Ci fermammo alla parete del chiosco di giornali.

«Tom, tutto procederà con la regolarità del meccanismo di un orologio. Devi solo sapere come stanno le cose nel caso io venga ferito, questo è quanto. Tu sei la mia polizza di assicurazione, e io sarò la tua.»

Questo gli fece piacere. La ragazza si alzò e venne nella nostra direzione, muovendo la testa al ritmo della musica.

«Vai, e vedi se c'è già qualcosa.»

«Cosa, adesso?» Era in piena crisi di panico. «Con tutta questa gente?»

«Vuoto non sarà mai, Tom. È una stazione, cazzo! Devi fare solo una passeggiatina fin là, sederti, mettere la mano sotto la panca e tastare se c'è qualcosa. Intanto io vado a cambiare dei soldi per te, d'accordo?»

Non attesi la risposta. Volevo che compisse i gesti. Se avesse dovuto andare da solo, avrebbe saputo cosa fare.

Mi addentrai ulteriormente all'interno della stazione. Dei cartelli davanti a me segnalavano i binari e il deposito bagagli. Ci sarei tornato presto.

Fra gente con l'aria affaccendata che attraversava l'ampio portone di legno vidi dei vagoni coperti di neve fermi ai binari. Alla mia destra c'erano alcuni negozi e le toilette, e, circa cinquanta metri più in là, l'uscita verso il capolinea degli autobus. A sinistra, ancora negozi e gli armadietti per il deposito bagagli veloce; più in là, alla stessa distanza, un altro ingresso che portava ai taxi. Alle mie spalle, le scale per scendere alla metropolitana e un Tom in pieno stato d'angoscia.

Girai a sinistra verso il cambiavalute, cambiai cinquecento dollari e tornai indietro. Mi avvicinai alla DLB e lo vidi seduto sulla panca con un'aria pienamente soddisfatta di se stesso. Mi sedetti vicino stringendomi nel piccolo spazio fra lui e una donna piuttosto larga che stava sbucciando un'arancia.

«Una cazzata, socio. Trovata al primo colpo, guarda.»

Fece per chinarsi.

«No, non adesso, Tom. Lasciala dov'è e ti faccio vedere come comunicare a Liv che hai lasciato un messaggio.»

Mi alzai e lui mi seguì. La donna era molto contenta e si allargò ancora un po'. Andammo verso le porte che conducevano ai binari e svoltai a destra, oltrepassando le toilette.

«Tom, entra lì dentro e scrivi il messaggio, okay?»

Annuì, gli occhi fissi sull'edizione inglese di una rivista di computer mentre oltrepassavamo un'altra edicola, sempre circondati da persone che lottavano con i bagagli e gli sci.

Gli spiegai dove lasciare il segno che indicava DLB piena. «Esattamente dopo questo bar, sulla destra, c'è una fila di telefoni. Quando è il momento procurati un pennarello, in uno di questi negozi, e traccia una linea nell'ultima cabina sulla destra, capito?»

Non aveva capito. «Perché?»

«Così Liv non deve starsene seduta qui a tastare sotto la panca ogni minuto. Se il segnale, la linea con il pennarello, non c'è, lei sa che non c'è neanche il messaggio. Altrimenti potrebbe dare nell'occhio, mercoledì, non ti pare? Seduta allo stesso posto, un'ora dopo l'altra.»

Annuì pensieroso. «Sai una cosa? Accanto a me potrebbe anche starci un'ora dopo l'altra, hai presente?»

Sorrisi. Se le due donne all'aeroporto se lo sarebbero mangiato a colazione, Liv molto probabilmente lo avrebbe masticato e sputato senza sollevare lo sguardo dal giornale che stava leggendo.

Ci stavamo avvicinando alle porte che davano verso il terminal degli autobus quando si aprirono tutte in una volta e l'intero carico di un autobus tracimò verso di noi, tirandosi dietro sci e bagagli. A dieci metri dalle porte c'era una fila di quattro cabine telefoniche fissate al muro, separate da scomparti di legno. Rimanemmo in piedi accanto a quella più vicina, per lasciar passare il gruppo del pullman con il suo rimbombo di ruote di valigie e voci eccitate.

«Vedi qui?» dissi.

«Sì, vuoi che faccia un segno...» Iniziò ad agitare un dito.

«Vedi, Tom, nella terra delle spie nessuno indica.» Gli abbassai la mano cercando di non ridere. «Ma sì, è giusto, un segno. Una linea, una bella linea spessa. Fingi di telefonare e fai in modo che loro...» feci un cenno in direzione del negozio di fiori dall'altra parte, «non se ne accorgano.»

Tom seguì il mio sguardo. «Ho capito, ma mi dirai tu cosa devo scrivere?»

«Naturalmente, ma adesso andiamo a prenderci un po' di freddo.»

Attraversammo la stazione dei bus, una grande piazza al coperto piena di fermate.

Quando arrivammo al marciapiede tagliammo a destra verso Stockmann. Allungai a Tom duemila marchi finlandesi del gruzzolo che avevo cambiato. Circa sei marchi per dollaro. Lui pensò di essere ricco; gli brillarono gli occhi, o forse cominciavano a lacrimare per il freddo mentre percorrevamo l'acciottolato della strada. Il rumore di pneumatici e lo sferragliare metallico dei tram ci costringeva ad alzare il tono della voce.

«Tom, vorrei che tu mi dessi in custodia passaporto e portafoglio. Ho un'idea per una piccola assicurazione extra, ma ascolta, questo deve restare fra te e me. Non è che non mi fidi di lei, ma sempre meglio essere salvi che dispiaciuti, che ne dici?»

«Mi piace, Nick. Mi fa sentire meglio.»

Me li passò senza fare domande. Mi fece sentire ancora più responsabile di lui.

«E poi, domani notte meno abbiamo meglio è.»

Si capiva subito che Stockmann era il negozio per i finlandesi bene, se non altro dalla fila di auto di grossa cilindrata nere o blu scuro che si trovava all'esterno, con i motori accesi, in attesa che i VIP uscissero e salissero a bordo con i loro acquisti natalizi. Quando arrivammo più vicini fu chiaro a chi appartenevano le auto. Robusti uomini senza collo e con la testa quadrata erano in attesa a fianco delle auto. L'impressione era che i coniugi Mafia fossero un po' in allarme dopo il rapimento di Val la settimana prima.

Quando ci avvicinammo alla porta principale, uscì un gruppo di pezzi grossi che circondava una bionda molto giovane con indosso più pelliccia di un grizzly. Per un momento pensai che fosse Liv.

La porta di una limousine le si aprì di fronte, e un convoglio di tre auto schizzò via.

Tom e io entrammo attraverso le ampie doppie porte nel reparto profumeria. Un poco più in là, nel reparto bagagli, presi da una rastrelliera due sacche da weekend, una verde scuro e una nera, e due coperte pesanti.

Tom aveva il suo piccolo tesoro stretto fra le mani e un'aria felice. Era tempo di saluti.

«Ho da fare delle cose, Tom. Assicurazione.» Mi toccai la punta del naso e strizzai l'occhio. Le sue guance paffute da criceto sorrisero. «Ci vediamo al bar fra tre quarti d'ora. Comprati qualcosa di caldo, le cose che ti ho consigliato, capito?»

«Sì, nessun problema. Ehi, Nick, quando il gioco si fa duro i duri fanno acquisti.» Sfregò insieme pollice e indice.

Gli diedi una pacca sulla spalla. «Mi raccomando, comprati un cappotto decente e degli stivali. A proposito, se Liv arriva prima di me, dille solo che anch'io sto facendo acquisti.»

Capii che non gliene fregava niente, voleva solo andare a spendere.

«Tranquillo. Ci vediamo.»

Di nuovo al freddo, presi le sacche e le riempii con le copèrte. Attraversai la stazione dei bus. Oltrepassai i telefoni ed entrai in una delle toilette più care d'Europa. Mi costò quasi una sterlina sedermi in uno dei gabinetti dove tirai fuori il borsello con quello che restava dei venticinquemila dollari in banconote da cento che avevo portato con me. Ne tolsi quattromila, poi misi il borsello, più i miei documenti e quelli di Davidson, nella sacca verde scuro. Può sempre capitare l'occasione che una ID bruciata possa tornare utile. I documenti di Tom, più tremila dollari, finirono nella sacca nera. Mi misi in tasca i rimanenti mille. Poi le portai al deposito bagagli e cominciai a cercare un posto decente dove nascondere le contromarche - la nostra piccola DLB privata - che Tom potesse ricordare con facilità.

Entrai in uno dei negozi e presi una rivista di computer che aveva una busta di plastica con un CD omaggio. Ero in coda alla cassa quando la vidi.

Liv era vicino alle porte che portavano ai treni. L'uomo molto elegante che era con lei indossava un lungo cappotto di cammello, camicia e cravatta. Anche lei sembrava messa su bene con un cappotto nero che prima non aveva. Doveva essere nel bagagliaio della Mercedes 4x4.

Mi spostai dalla coda come se avessi cambiato idea sulla rivista, e tornai a curiosare fra gli scaffali, continuando a osservare Liv e il suo uomo con l'angolo dell'occhio. Erano abbracciati, i loro volti vicinissimi, e parlavano. Stavano facendo del loro meglio per sembrare due innamorati che si salutavano, ma non funzionava. In alcuni momenti si scambiavano coccole, eppure non stavano parlando fra loro, parlavano uno all'altro. L'avevo fatto diverse volte, e sapevo di cosa si trattava. Si tennero abbracciati e parlarono un po' troppo, poi lui si staccò appena da lei. Era sulla trentina, capelli castani e corti, l'aspetto di un giovane uomo d'affari molto alla moda.

Lei si voltò, diretta alla stazione degli autobus. Non c'era stato bacio finale, né ultimo abbraccio, né carezza sui capelli.

Attesi che lei passasse, poi mi spostai velocemente ai binari e beccai l'uomo al binario 6 mentre controllava il biglietto e cercava la carrozza. Era giunto il momento di correre a controllare che cosa stesse facendo Liv.

Mi precipitai attraverso le porte che davano verso la stazione degli autobus e guardai nella piazza. Si stava allontanando verso l'attraversamento pedonale, infilandosi il cappello tibetano. La 4x4 era parcheggiata sul lato opposto insieme con altre in zona tassametro.

Mi voltai e tornai alla stazione. Il pannello delle partenze mi comunicò che dal binario 6 di lì a due minuti era in partenza il treno per San Pietroburgo.

Tornai in fretta al negozio e comprai la rivista e un rotolino di nastro adesivo. Tolsi la busta di plastica, la feci in due pezzi e in ciascuno avvolsi le contromarche. Adesso mi restava solo da trovare un posto dove nasconderli che Tom potesse ricordare con facilità. Non era difficile. Le lunghe file di armadietti del deposito bagagli vicino all'uscita verso i taxi erano sollevati di circa dieci centimetri dal pavimento. Mi chinai facendo finta di pulirmi le scarpe dal fango e attaccai con il nastro adesivo la contromarca di Tom sotto il numero 10 e la mia sotto il numero 11. Se qualcosa fosse andato storto, avevamo tutti e due un biglietto per uscire dalla Finlandia.

Tornai verso Stockmann continuando a rimuginare sull'incontro di Liv con l'uomo dal cappotto di cammello.

Presi l'ascensore fino al sesto piano. Attraversai il reparto abbigliamento d'inverno e un cartello m'informò che al piano superiore avrei trovato CELLE FRIGORIFERE PER LE PELLICCE. Oltrepassai un ristorante, un bar, e trovai Tom al Café Avec, che si affacciava sui clienti del quinto piano. Sul tavolo di fronte a lui c'era una tazza mezza vuota di un qualche intruglio alle erbe che aveva un'aria tristemente fredda. L'arredamento in legno leggero era sicuramente uscito da qualche magazzino IKEA e il posto pullulava di gente che mangiucchiava una zuppa o un piattino di pesce. Il rumore era assordante: tutti parlavano e i cellulari squillavano con più di un milione di suoni diversi.

«Guarda qui, socio.» Era tutto un sorriso; indicava i suoi sacchetti e ne aprì uno. Fui felice di vedere che si era comprato un paio di stivali decenti, e il giaccone pesante di lana a scacchi blu scuro era esattamente quello che gli avevo detto di comprare.

«Bravo, Tom. Adesso ascolta.»

Gli spiegai dov'era nascosto il suo biglietto. Li avremmo presi mercoledì, ma se la merda ci fosse arrivata addosso l'indomani notte, lui doveva andare dritto alla stazione, acchiappare la sacca e prendere il primo volo per casa.

Gli ritornò un'aria più allegra. «Io desidero solo che questo lavoro venga fatto e poi tornarmene a Londra con un po' di soldi. Non è che mi piaccia stare qui. So che dovrei esser contento, ma non ci riesco. Dev'essere il freddo. Perciò ho comprato questi per domani.» Si chinò e tirò fuori gambali e maglietta di seta.

Cercai di non ridere. Era quel genere di cose che si possono comprare per la prima gita sulla neve, ma che non si mettono mai.

Era piuttosto orgoglioso del suo acquisto. «Che ne pensi? Mi terranno caldo o cosa? Dovresti prenderli anche tu, Nick. La commessa mi ha detto che sono fantastici.»

Ci avrei giurato; molto probabilmente costavano tre volte più di quelli termici, che erano più adatti. «Li ho già», mentii. «Però, c'è ancora una cosa.»

Li rimise con orgoglio dentro il sacchetto. «E sarebbe?»

«So che hai detto di esserci vicino, ma riuscirai a penetrare il firewall entro domani?»

Mi guardò come se fossi scemo. «Nessun problema. Ma tu sarai con me, vero? Hai presente, quando saremo dentro...»

Percepivo che la sua aria da gradasso svaniva leggermente all'avvicinarsi dell'ora X. Sorrisi, annuii, poi vidi che guardava con ansia oltre le mie spalle.

«Liv è arrivata.»

Mi girai sulla sedia e vidi che ci stava cercando, aveva il cappello in mano e ancora il cappotto nero. Vide la mia mano alzata e si avvicinò con decisione.

Si sedette. «Tutto bene alla stazione?»

Feci cenno di sì.

«Bene. Queste sono le chiavi della tua macchina, Nick.» Mi allungò due chiavi in un portachiavi Saab. «Nel cassetto del cruscotto troverai alcune cartine per arrivare sul posto e una mappa dettagliata della zona. Nessuna delle carte ha dei segni. Impiegherai più di tre ore.»

«Probabilmente avrò bisogno di un certo numero di cose, dopo aver visto la casa.»

«Nessun problema, se non si tratta di cose esotiche», disse controllando il suo orologio Carrier.

Afferrai il suggerimento e mi alzai. «Penso che sia ora di andare. Voglio passare più tempo possibile sul posto.»

Lei si alzò. «Ti faccio vedere dov'è la macchina, poi torno a casa con Tom.»

Uscendo da Stockmann, Tom indossò la giacca a scacchi appena comprata, sopra quella che aveva. Sembrava un perfetto turista.

Tornammo verso la stazione e vidi la Mercedes 4x4 ancora parcheggiata allo stesso posto. Accanto c'era una Saab blu nuova fiammante.