- Non capisco il motivo della vostra insistenza. Sono certa che non c'era nessun'altra donna.

 

 

14. Cinque domande.

 

- Perché avete chiesto alla signorina Carroll se Lord Edgware aveva intenzione di riprendere moglie? - chiesi incuriosito mentre tornavamo a casa.

- Perché mi è venuto in mente che ci fosse questa possibilità, mon ami.

- Perché?

- Stavo cercando una ragione che potesse spiegare l'improvviso "volte face" di lord Edgware nei riguardi del divorzio. Lo trovo strano.

- Sì - ammisi pensieroso. - E' un comportamento bizzarro.

- Caro Hastings, lord Edgware ci ha confermato quanto ci aveva raccontato madame e cioè che lei gli aveva mandato ogni sorta di avvocato per raggiungere i suoi fini, ma che lui non aveva mai ceduto alle sue richieste. Non era in alcun modo disposto a concederle il divorzio. Poi, all'improvviso, glielo offre.

- Così almeno ci ha detto!

- La vostra osservazione, Hastings, è pertinente. Così egli ci ha detto. Non abbiamo alcuna prova che la lettera sia stata scritta.

Forse questo signore ci ha mentito. Per una sua ragione ci racconta questo suo marchingegno. Perché? Non lo sappiamo. Ma se accettiamo l'ipotesi che lui abbia veramente scritto quella lettera, perché lo ha fatto? La ragione che più naturalmente mi si presenta alla mente è che avesse all'improvviso deciso di risposarsi. Questo spiegherebbe perfettamente il suo voltafaccia. E, allora, io indago.

- La signorina Carroll lo ha escluso con molta decisione.

- Già. La signorina Carroll - ripeté Poirot pensoso.

- A che cosa state pensando? - gli chiesi esasperato.

Poirot ha l'abitudine di suggerire dubbi con il solo tono della voce.

- Per quale ragione dovrebbe mentire su questo argomento?

- Aucune, aucune. Però, Hastings, è difficile fidarsi delle sue affermazioni.

- Pensate che menta? Perché? Mi sembra una persona corretta.

- Proprio questo è il punto. Non è facile distinguere tra una menzogna deliberata e un'affermazione poco accurata.

- Che cosa diamine intendete dire?

- Mentire deliberatamente è un fatto ben preciso. Ma essere sicuri delle proprie opinioni e delle verità essenziali che sostengono, essere convinti che non contano i dettagli, questo, amico mio, è una particolare caratteristica di molte persone corrette. Notate, caro amico, che ci ha già detto una bugia. Ha affermato di aver visto la faccia di Jane Wilkinson e noi sappiamo che non può assolutamente essere vero. Come mai? Ecco quello che le è accaduto. Guarda dall'alto delle scale e vede Jane Wilkinson nell'atrio. Non la sfiora nemmeno un dubbio. Per lei è Jane Wilkinson. Lo sa. Allora ci dice di averne visto distintamente la faccia perché è sicura dei fatti e perché per lei i dettagli non contano. Le si fa notare che non può averne vista la faccia. Che importa? Quella donna era Jane Wilkinson. Passiamo all'altra mia domanda. Lei sa. Risponde quindi alla luce di quel che crede di sapere, non perché ragiona, non perché cerca di ricordare. Un testimone sicuro di sé dovrebbe sempre essere considerato con sospetto. Un testimone incerto, che non ricorda, che si prende la pena di riflettere è molto più attendibile.

- Mio caro Poirot - sbottai - mettete in crisi le mie idee preconcette sui testimoni.

- Ha considerato assurda l'idea che lord Edgware potesse aver voglia di risposarsi, esclusivamente perché lei non ci aveva mai pensato. Non si è nemmeno presa la briga di cercare qualche indizio infinitesimale che potesse suffragare la mia ipotesi. Ci troviamo quindi nella stessa condizione di prima. Non ha risposto alla mia domanda.

- Non è sembrata colpita quando le avete fatto notare che non avrebbe potuto vedere in faccia lady Edgware.

- Infatti. Ed è per questo che la credo una persona poco riflessiva e non una bugiarda. Non mi sembra che abbia alcun motivo per mentire, a meno che... a dir il vero, mi è balenata un'idea.

- Di che cosa si tratta? - gli chiesi ansioso.

Ma Poirot scosse la testa.

- Mi è venuta un'idea, ma mi pare impossibile... assolutamente impossibile.

E si rifiutò di comunicarmela.

- Mi sembra molto affezionata alla ragazza - dissi.

- Sì. Ed era decisa ad assistere al nostro colloquio. Che impressione vi ha fatto Geraldine Marsh, caro Hastings?

- Mi ha fatto molta pena. Sono spiacente per lei.

- Siete sempre stato tenero di cuore, caro amico. Una bella fanciulla nei guai vi sconvolge sempre.

- Non avete provato la medesima sensazione?

Lui annuì seriamente.

- Sì. La sua non è stata una vita felice. Glielo si legge in faccia.

- Comunque sia - dissi accalorandomi - vi rendete conto di quanto fosse irragionevole l'insinuazione di Jane Wilkinson. Quella ragazza non può avere niente a che fare con il delitto.

- Ha senza dubbio un alibi ineccepibile, ma Japp non me lo ha ancora comunicato.

- Mio caro Poirot, volete forse dire che anche dopo averla vista e dopo averle parlato, non siete ancora soddisfatto e volete conoscere il suo alibi?

- Amico mio, che risultato abbiamo ottenuto dopo averla vista e averle parlato? Abbiamo capito che ha molto sofferto, lei ammette che odia suo padre e che è contenta che sia morto. Inoltre si è molto preoccupata per ciò che suo padre può averci detto ieri mattina. E dopo tutto ciò vi sembra che non sia necessario un alibi ineccepibile?

- La sua franchezza prova la sua innocenza - la difesi con fervore.

- La franchezza pare una caratteristica della famiglia. Anche il nuovo lord Edgware ha messo le carte in tavola.

- Lo ha fatto - ammisi sorridendo al ricordo. - Un metodo piuttosto originale.

Poirot annuì.

- Ci ha tagliato l'erba sotto i piedi, mi pare che si dica così.

- Sì, ci ha fatto fare la figura degli sciocchi.

- Che strana impressione! Voi forse vi sarete sentito uno sciocco. Io non solo non mi sono sentito tale, ma credo anche di non averne dato l'idea. Al contrario, amico mio, sono riuscito a scuotere la sua sicurezza.

- Davvero? - gli chiesi dubbioso, non ricordandomi di aver notato segni di un tale atteggiamento.

- Mais oui, mais oui. Io lo ascolto, lo ascolto a lungo e poi gli faccio una domanda su un argomento assai diverso e questo, non potete non averlo notato, lo sconcerta. Non siete un osservatore, Hastings.

- Ho pensato che il suo dispiacere e la sua sorpresa nell'apprendere la morte di Carlotta Adams fossero genuini - dissi - Suppongo che adesso mi direte che si è invece trattato di un'ottima recitazione!

- Impossibile dirlo. Ammetto che anche a me i suoi sentimenti sono SEMBRATI genuini.

- Perché pensate che ci abbia buttato in faccia tutti quei fatti in modo tanto cinico? Per divertirsi?

- Potrebbe essere. Voi inglesi avete uno strano senso dell'umorismo.

Ma può anche essersi trattato di una tattica intelligente: i fatti che vengono nascosti acquistano importanza e aumentano i sospetti. I fatti che sono francamente ammessi tendono a essere considerati meno importanti di quanto non siano realmente.

- Il litigio con lo zio, per esempio?

- Infatti. Sa che salterà fuori sicuramente durante le indagini. Eh bien, lui ce lo confessa subito.

- Non è stupido quanto sembra.

- Non è affatto stupido. Anzi è un uomo che ha cervello quando decide di usarlo. Comprende benissimo la situazione in cui si trova e, come vi ho già detto, sceglie di mettere le carte in tavola. Voi giocate a bridge, Hastings. Quand'è che un giocatore si comporta così?

- Anche voi giocate a bridge - lo rimbeccai ridendo. - E anche voi sapete che lo fa quando è matematicamente certo che tutte le prese sono sue e desidera risparmiare tempo.

- Sì, mon ami, è vero. Ma a volte lo si fa per un'altra ragione. L'ho notato in un paio di occasioni, specie quando si gioca con les dames.

Avviene quando c'è forse un piccolo dubbio. Eh bien, la dame butta le carte sul tavolo, dice "tutte le altre prese sono mie", raccoglie le carte e taglia l'altro mazzo. Gli altri giocatori tendono a darle ragione, specie se sono poco esperti. La questione non è però così evidente e richiede un po' di riflessione. A metà della mano seguente, uno dei giocatori si rende conto che la signora in questione doveva, lo volesse o no, vincere la presa dal morto con la sua quarta a quadri, che avrebbe dovuto tornare con una piccola a fiori e che quindi il suo nove di fiori avrebbe vinto l'ultima mano.

- Allora pensate?

- Che le bravate sono sempre molto interessanti. E credo anche che sia ora di cenare. Une petite omelette, n'est ce pas? Dopo, verso le nove, bisognerà andare a fare un'altra visita.

- A chi?

- Prima la cena, Hastings, e non discuteremo più di questo caso sino a quando non avremo bevuto il caffè. Quando si è occupati a mangiare, il cervello deve essere a servizio dello stomaco.

Poirot mantenne la parola. Ci recammo in un piccolo ristorante di Soho e ci facemmo servire un'omelette squisita, una sogliola, pollo allo spiedo e un babà al rhum di cui Poirot era particolarmente ghiotto.

Mentre stavamo bevendo il caffè, Poirot mi sorrise affettuosamente.

- Mio caro amico - mi disse. - Dipendo da voi assai più di quanto non lo immaginiate.

Ero confuso e contento di udire queste parole inusitate. Non me lo aveva mai detto prima. A volte, segretamente, mi ero sentito un po'

ferito. Poirot pareva procedere per la sua strada senza preoccuparsi di mettere in crisi le mie facoltà mentali. Sebbene non pensassi affatto che le sue qualità di investigatore fossero diminuite, mi resi improvvisamente conto che forse lui aveva cominciato a dipendere dal mio aiuto più di quanto non lo sapesse lui stesso.

- Sì - ammise quasi sognante - non ve ne rendete quasi conto ma, spesso, siete voi che mi indicate la direzione.

Non credevo alle mie orecchie.

- Davvero, Poirot - balbettai - ne sono molto lieto. Suppongo che in un modo o nell'altro ho imparato molto da voi...

Lui scosse la testa.

- Mais non, ce n'est pas ça. Voi non avete imparato niente.

- Oh! - esclamai sorpreso.

- Ma è così che deve essere. Nessun essere umano deve imparare niente dall'altro. Ogni individuo dovrebbe sviluppare le proprie potenzialità al massimo e non cercare di limitare nessun altro. Non desidero che voi vi trasformiate in un secondo e inferiore Poirot. Voglio che voi rimaniate il solito e impareggiabile Hastings. In voi, Hastings, trovo un perfetto esemplare di una mente normale.

- Spero proprio di non anormale!

- No. No. Siete un individuo magnifico, perfettamente equilibrato, sano di mente e di corpo. Ma non capite ciò che significa per me?

Quando un criminale progetta un delitto, il suo sforzo principale è quello di ingannare. Ma chi credete che intenda raggirare? Quello che è nella sua mente il prototipo di un individuo normale. E'

naturalmente poco probabile che esista realmente, si tratta solo di un'astrazione matematica, ma voi, caro Hastings, siete quanto c'è di più vicino che io conosca a questa cosiddetta astrazione. Ci sono momenti in cui avete lampi di genialità, quando vi elevate al di sopra della media, momenti in cui (spero che mi vorrete scusare) scendete in uno strano abisso di ottusità, ma tutto considerato siete straordinariamente normale. Come in uno specchio io vedo riflesso nella vostra mente ciò che il criminale desidera credere. E questo è suggestivo ed estremamente utile.

Non lo capivo e avevo l'impressione che le sue parole non fossero elogiative. Ma lui mi fece rapidamente cambiare idea.

- Mi sono espresso male - disse. - Volevo dire che voi avete un modo di scandagliare l'animo del criminale che a me manca totalmente. Voi mi mostrate ciò che il criminale vorrebbe che io credessi. E' un grande dono.

- Una sorta di intuito - dissi io pensieroso.

- Sì, forse sono dotato di un certo intuito.

Lo guardai al di là del tavolo: stava fumando una sigaretta e mi fissava con gentilezza.

- Ce cher Hastings - mormorò. - Vi sono molto affezionato.

Ero lieto, ma molto imbarazzato e mi affrettai a cambiare argomento.

- E' ora di tornare a discutere del caso che ci interessa - dissi in tono formale.

- Eh bien - Poirot gettò la testa all'indietro e strinse gli occhi.

Lanciò in alto il fumo della sigaretta.

- Je me pose des questions - disse.

- Sì? - chiesi ansioso.

- Anche voi, senza dubbio.

- Certamente - ammisi. Appoggiandomi allo schienale della sedia e socchiudendo anch'io gli occhi, mi lanciai: - Chi ha ucciso lord Edgware?

Poirot si raddrizzò immediatamente e scosse vigorosamente la testa.

- No, no. Vi sembra questa una domanda? Mi sembrate uguale a quei lettori di romanzi polizieschi che incominciano subito e senza discernimento a chiedersi all'apparire di ogni personaggio se si tratta del criminale, senza avanzare una qualche valida ragione. Una volta lo dovetti fare anch'io, lo ammetto. Ma si trattava di un caso eccezionale. Ve lo racconterò uno di questi giorni. Un fiore al mio occhiello. A proposito di che cosa stavamo parlando?

- Delle domande che vi siete posto - dissi seccamente. Avevo sulla punta della lingua la voglia di suggerirgli che gli ero utile esclusivamente perché potesse vantarsi dei suoi successi, ma riuscii a controllarmi. Se gli andava di pontificare era meglio lasciarlo fare.

- Vi ascolto.

Era quanto bastava alla vanità di quell'uomo. Si appoggiò di nuovo alla spalliera e riprese il suo precedente atteggiamento.

- Abbiamo già discusso la prima domanda che mi sono posto: perché lord Edgware ha cambiato idea a proposito del divorzio? Mi si sono affacciate alla mente alcune possibili risposte: una la conoscete.

"La seconda domanda che mi pongo è: che cosa è successo alla lettera?

A chi poteva interessare che lord Edgware e sua moglie non divorziassero?

"Terza domanda: che cosa significava quell'espressione che avete sorpreso sulla sua faccia quando vi siete voltato ieri mattina per chiudere la porta della biblioteca? Avete qualche risposta da suggerirmi, Hastings?"

Scossi la testa.

- Non sono riuscito a capirlo.

- Siete certo di non esservelo immaginato? A volte, Hastings, vi lasciate trasportare dalla fantasia.

- No. No. - Scossi la testa con energia. - Sono certo di non essermi sbagliato.

- Bien. Allora si tratta di un dettaglio che richiede una spiegazione.

La mia quarta domanda riguarda gli occhiali. Non li portano né Jane Wilkinson né Carlotta Adams. Perché c'erano quegli occhiali nella borsetta di Carlotta?

"E giungiamo alla mia quinta domanda: perché qualcuno ha telefonato per sapere se Jane Wilkinson era o non era a Chiswick?

"Questi sono i quesiti che mi tormentano. Se potessi trovare delle risposte mi sentirei più tranquillo e se fossi in grado di elaborare una teoria che li spiegasse in modo soddisfacente il mio amor proprio ne sarebbe lusingato."

- Ma ci sono molte altre domande che aspettano una risposta.

- Quali?

- Chi coinvolse Carlotta Adams in quello che lei chiamò uno scherzo?

Dove si trovava quella sera prima e dopo le ventidue? Chi è D.? Chi è colui che le regalò la scatola d'oro?

- Queste sono domande semplici - disse Poirot. - Non presentano difficoltà. Sono solo persone ed eventi che non conosciamo. Si tratta di fatti. Potremmo venirne a conoscenza da un momento all'altro. Le mie domande, mon ami, sono psicologiche. Le piccole cellule grigie...

- Poirot - lo interruppi spinto dalla disperazione. Dovevo farlo, non sarei stato in grado di sopportare un ulteriore accenno al cervello e al suo funzionamento. - Non mi avevate accennato a una visita da fare stasera?

Poirot guardò il suo orologio.

- E' vero - ammise. - Lasciatemi fare una telefonata per accertarmi se ci può ricevere.

Se ne andò e fu di ritorno dopo pochi minuti.

- Andiamo - mi disse. - Va tutto bene.

- Dove stiamo andando?

- Alla villa di Chiswick di sir Montagu Corner. Vorrei sapere qualcosa di più a proposito di quella telefonata.

 

 

15. Sir Montagu Corner.

 

Erano le dieci di sera quando giungemmo alla villa di sir Montagu Corner, una vasta dimora costruita a Chiswick, vicino al fiume e comprendente un'ampia tenuta. Ci fecero entrare in un grande vestibolo dalle pareti interamente ricoperte di legno. A destra, attraverso una porta spalancata, scorgemmo la sala da pranzo e il lungo tavolo illuminato dalle candele.

- Accomodatevi da questa parte per favore.

Il maggiordomo ci fece strada salendo un'ampia scalinata che portava a una vasta stanza del primo piano che s'affacciava sul fiume.

- Il signor Hercule Poirot - annunciò il maggiordomo.

Era una bella sala dalle proporzioni perfette. Le lampade opportunamente orientate le conferivano un aspetto confortevole e un'aria d'altri tempi. In un angolo c'era un tavolo da bridge, posto vicino a una finestra aperta, intorno al quale sedevano quattro persone. Al nostro ingresso, una delle quattro persone si alzò e ci venne incontro.

- E' un piacere conoscervi, signor Poirot.

Osservai con malcelato interesse sir Montagu Corner. Era nettamente di stampo ebraico, piccolo di statura, intelligenti occhi scuri, un parrucchino di buona fattura, modi affettati.

- Permettetemi di presentarvi ai signori Widburn.

- Ci conosciamo già - disse la signora Widburn.

- E il signor Ross.

Questi era un giovane di circa ventidue anni, dalla faccia gradevole e dai capelli biondi.

- Vi chiedo scusa di disturbare la vostra partita - disse Poirot.

- Nessun disturbo. Non avevamo ancora cominciato, avevamo appena distribuito le carte. Un po' di caffè, signor Poirot?

Poirot rifiutò il caffè, ma accettò il brandy. Ci venne servito in grossi bicchieri panciuti.

Mentre lo degustavamo sir Montagu conversava. Parlò di dipinti giapponesi, di lacche cinesi, di tappeti persiani, degli impressionisti francesi, di musica moderna e delle teorie di Einstein.

Poi si acquietò regalandoci un sorriso soddisfatto. Si sentiva evidentemente gratificato di aver fatto sfoggio della sua cultura. In quella luce soffusa pareva un piccolo demone dell'età medievale.

Tutt'intorno a lui, nella sala, c'erano squisiti oggetti artistici.

- E ora, sir Montagu - disse Poirot - cercherò di non abusare troppo della vostra gentilezza e verrò subito allo scopo della mia visita.

Sir Montagu fece un gesto magnanimo con una strana piccola mano adunca.

- Non c'è fretta. Il tempo è infinito.

- E' quello che si prova sempre quando si è in questa casa - sospirò la signora Widburn. - Tutto è così magnifico!

- Non vivrei a Londra nemmeno per un milione di sterline - disse sir Montagu. - Qui ritrovo una di quelle antiche atmosfere di pace che abbiamo purtroppo dimenticato in questi nostri tempi così caotici.

Mi venne subitanea l'idea che se qualcuno avesse realmente offerto a sir Montagu un milione di sterline, lui avrebbe fatto a meno di tutta questa pace, ma respinsi immediatamente un'idea tanto eretica.

- Che cosa conta il denaro, dopo tutto - mormorò la signora Widburn.

- Ah! - esclamò il signor Widburn pensieroso, facendo risuonare meccanicamente alcune monete che aveva in tasca.

- Archie! - lo rimproverò la signora Widburn.

- Scusami! - disse il marito e la smise immediatamente.

- Mi sembra imperdonabile parlare di delitto in una simile atmosfera -

cominciò Poirot con un tono di scusa.

- Ma niente affatto - lo incoraggiò sir Montagu con un gesto della mano. - Un delitto può essere un'opera d'arte. Un investigatore può essere un artista. Non mi riferisco, naturalmente, alla polizia. E'

venuto oggi un ispettore. Un uomo abbastanza strano. Non aveva mai sentito parlare di Benvenuto Cellini, per esempio.

- E' venuto a proposito di Jane Wilkinson, suppongo - disse la signora Widburn subito incuriosita.

- E' stata una fortuna per quella signora essere stata qui ieri sera, in casa vostra - disse Poirot.

- Così pare - ammise sir Montagu. - L'avevo invitata perché sapevo che era una donna bella e piena di talento e speravo di poterle essere di qualche aiuto. La signora desiderava occuparsi di affari. Ma era destino che le dovessi essere di aiuto in ben altro modo.

- Jane è una donna fortunata - disse la signora Widburn. - Era pronta a tutto pur di liberarsi di Edgware ed ecco che si fa avanti qualcuno e le risparmia un sacco di fastidi. Potrà sposare il suo giovane duca di Merton. Tutti lo dicono. Pare che la madre sia furente.

- Sono stato favorevolmente colpito da quella giovane donna - disse sir Montagu con grazia. - Ha parlato con intelligenza e competenza dell'arte greca.

Trattenni a stento un sorriso, immaginando che Jane si era sicuramente limitata a sorridere e a mormorare qualche banalità con la sua bella voce profonda. Sir Montagu era proprio l'uomo adatto a giudicare l'intelligenza misurandola secondo la facoltà dimostrata nell'ascoltarlo con la giusta attenzione, mentre lui faceva sfoggio della sua cultura.

- Edgware era uno strano individuo - si intromise il signor Widburn. -

Credo di poter dire che si deve essere fatto molti nemici!

- E' vero, signor Poirot - chiese la signora Widburn - che qualcuno gli ha infilato un temperino nel cervello?

- E vero, signora. E' stato un colpo inferto in modo preciso ed efficace, direi che si è trattato di un lavoro fatto scientificamente.

- Noto il piacere artistico che mostrate nel dircelo - si compiacque sir Montagu.

- E, ora, lasciatemi giungere allo scopo della mia visita. Lady Edgware è stata chiamata al telefono mentre stava cenando. Sono qui a chiedervi informazioni a proposito di questa chiamata telefonica. Mi permettete di interrogare il vostro domestico su questo argomento?

- Ma certamente. Ross, per favore, suona il campanello!

Il maggiordomo accorse alla chiamata. Era un uomo alto, di mezza età, con l'aria seria di un ecclesiastico. Sir Montagu gli spiegò quello che voleva Poirot. Il maggiordomo si rivolse al mio amico con cortese attenzione.

- Chi ha risposto al telefono?

- Ho risposto io stesso, signore. Il telefono si trova in una nicchia nell'atrio.

- La persona che ha chiamato ha chiesto di lady Edgware o di Jane Wilkinson?

- Ha chiesto di parlare con lady Edgware.

- Che cosa ha detto esattamente?

Il maggiordomo rimase un attimo in silenzio riflettendo.

- Per quanto mi ricordo, ha detto: "Pronto". Una voce mi ha chiesto se parlava con il numero 43434 di Chiswick. Ho risposto di sì. Mi hanno chiesto allora di rimanere in linea. Poi un'altra voce ha fatto la stessa domanda e alla mia risposta positiva ha detto: "Lady Edgware è lì a cena?". Ho di nuovo risposto di sì. La voce ha ripreso: "Vorrei parlarle, per favore". Sono tornato in sala da pranzo e ho avvisato la signora che era a tavola. Sua Signoria si è alzata e io l'ho accompagnata al telefono.

- E poi?

- Sua Signoria ha preso il ricevitore e ha detto: "Pronto, chi parla?"

Poi: "Sì, sono lady Edgware". Stavo per allontanarmi quando Sua Signoria mi ha richiamato e mi ha detto che la comunicazione era stata interrotta. Mi ha detto che qualcuno aveva riso e riappeso il ricevitore. Mi ha anche chiesto se la persona che aveva chiamato avesse detto il suo nome. Non l'aveva fatto. Questo è tutto ciò che è successo.

Poirot stava riflettendo.

- Credete che la telefonata abbia a che fare con il delitto, signor Poirot? - gli chiese la signora Widburn.

- Non sono in grado di dirlo, signora. Per ora si tratta di una strana circostanza.

- La gente a volte fa questo genere di scherzi!

- C'est toujours possible, madame.

Poi rivolto al maggiordomo: - Chi ha chiamato, una voce femminile o maschile?

- Una voce di donna, signore, credo.

- Che tipo di voce, acuta, bassa?

- Bassa, signore. Precisa e distinta. - Fece una pausa. - Vi potrà sembrare assurdo, signore, ma pareva la voce di una "straniera". La pronuncia della "r" era particolare.

- In quanto a questo avrebbe anche potuto essere la voce di uno scozzese - s'intromise la signora Widburn, sorridendo a Ross.

Il giovane rise.

- Non colpevole - disse. - Io ero seduto al tavolo da pranzo.

Poirot si rivolse di nuovo al maggiordomo: - Pensate di essere in grado di riconoscere quella voce se vi capitasse di risentirla?

Il maggiordomo parve esitare.

- Non ne sono sicuro, signore. Forse potrei riconoscerla.

- Vi ringrazio, amico mio.

- Grazie, signore.

Il maggiordomo chinò la testa, mantenendo sino alla fine del colloquio il suo solito atteggiamento ecclesiale.

Sir Montagu seguitò a trattarci in modo amichevole recitando con un certo fascino d'altri tempi il suo ruolo di padrone di casa. Ci persuase a fermarci e a giocare a bridge. Io ricusai l'invito poiché la posta era troppo alta per me. Il giovane Ross parve sollevato di dover cedere il suo posto. Ci sedemmo vicino al tavolo e assistemmo alla partita che finì con la vittoria di sir Montagu e di Poirot.

Ringraziammo il nostro ospite e ce ne andammo. Il giovane Ross si accompagnò a noi.

- Un uomo interessante - disse Poirot mentre uscivamo dalla dimora di sir Montagu.

La notte era tiepida. Decidemmo di fare quattro passi per andare a trovare un taxi invece di farlo chiamare per telefono.

- Sì, un uomo molto interessante - ripeté Poirot.

- Un uomo molto ricco - intervenne con calore Ross.

- Già!

- Mi ha preso in simpatia - continuò Ross. - Spero che questo atteggiamento duri. Avere alle spalle un uomo di questo calibro può essermi molto utile.

- Siete un attore, signor Ross?

Ross parve dispiaciuto che il suo nome non fosse stato sufficiente a farlo ricordare come tale. Aveva di recente avuto un certo successo recitando in una cupa tragedia tradotta dal russo. Poirot e io cercammo di consolarlo. Poi Poirot gli chiese con tono distaccato: -

Conoscevate la signorina Carlotta Adams?

- No. Ho letto la notizia della sua morte sul giornale del pomeriggio.

Una dose troppo alta di sonnifero. E' stupido il modo con cui queste giovani si drogano.

- Una fine molto triste. Era molto brava.

- Sì, ne avevo sentito parlare.

Lo disse in tono indifferente, mostrando quella caratteristica mancanza di interesse che mostrano gli attori quando si parla dell'abilità di un collega.

- Non l'avevate mai vista recitare?

- No. Non è il genere di spettacolo che mi attira. Ha molto successo, in questo momento, ma non credo che durerà.

- Ah! - esclamò Poirot. - Ecco un taxi. - E agitò il suo bastone da passeggio.

- Io andrò a piedi - disse Ross. - A poche centinaia di metri c'è una stazione della metropolitana che mi porta sino a casa, a Hammersmith.

All'improvviso si mise a ridere nervosamente.

- E' stata strana la cena di ieri sera - disse.

- Perché?

- Eravamo tredici a tavola. Qualcuno non è potuto venire all'ultimo momento. Lo abbiamo notato solo alla fine del pasto.

- Chi è stato il primo ad alzarsi?

Rise, di nuovo, nervosamente.

- Sono stato io - ammise.

 

 

16. Una discussione interessante.

 

Quando giungemmo a casa, trovammo Japp ad attenderci.

- Ho pensato di fare un salto qui per chiacchierare un po' con voi, signor Poirot, prima di andare a letto - disse in tono allegro.

- Eh bien, amico mio, come vanno le indagini?

- Non molto bene, lo ammetto. - Pareva depresso. - Avete qualcosa da dirmi che mi possa aiutare?

- Ho un paio di idee che vi vorrei comunicare - disse Poirot.

- Voi e le vostre idee! In un certo senso, voi mi servite da ammonimento. Non è che non voglia sentirle, le vostre idee. C'è del buono in questa vostra testa.

Poirot accettò il complimento piuttosto freddamente.

- Che cosa ne pensate del problema delle due signore? E' questo che vorrei sapere. Che ne dite, Poirot? Chi era l'altra donna?

- E' proprio di questo che vi vorrei parlare.

Chiese a Japp se avesse già sentito parlare di Carlotta Adams.

- E' un nome che ho sentito, ma non riesco a ricordarla.

Poirot gli spiegò chi era.

- Già. E' vero. Un'imitatrice. Che cosa vi ha spinto a parlarmene? Su che cosa vi basate?

Poirot gli raccontò i nostri colloqui e le conclusioni che ne aveva tratto.

- Accidenti! Certo, sembra che abbiate ragione. Gli abiti, il cappello, i guanti e la parrucca bionda. Direi proprio che avete azzeccato il caso. Bel lavoro! Non che io creda che lei sia stata in qualche modo ingannata. Questa ipotesi mi sembra poco attendibile. Su questo punto non sono d'accordo con voi. La vostra teoria mi sembra un po' troppo fantasiosa. Ho più esperienza di quanta non ne abbiate voi.

Non credo che dietro a questa storia ci sia qualcuno che l'abbia usata a fini malvagi. La donna era sicuramente Carlotta Adams, ma la mia spiegazione del caso è ben diversa. Posso avanzare due ipotesi. Si è recata da lord Edgware per qualche motivo personale, forse il ricatto, poiché ha ammesso che ne avrebbe ricavato una bella somma di denaro.

Litigano. Lord Edgware diventa violento, lei reagisce e lo colpisce a morte. Quando torna a casa, crolla. Non aveva alcuna intenzione di commettere un omicidio. Penso quindi che abbia preso una dose elevata di Veronal con l'intento di suicidarsi. Il solo modo che le è venuto in mente per togliersi dai guai.

- Credete che questa versione tenga conto di tutti i fatti?

- Ci sono naturalmente molte cose che non sappiamo ancora. Ma è un'ipotesi su cui si può lavorare. L'altra è che lo scherzo e l'assassinio non siano correlati e che si tratti di una semplice coincidenza.

Poirot non era d'accordo, lo sapevo; si limitò comunque a dire senza sbilanciarsi: - Mais oui, c'est possible.

- Oppure, ci potrebbe essere una terza ipotesi. Ascoltatemi e dite quel che ne pensate. Lo scherzo è progettato in tutta innocenza.

Qualcuno lo viene a sapere e si accorge che ne potrà approfittare per i suoi fini. Non è una cattiva idea - una pausa. - Io preferisco la prima ipotesi. Prima o poi troveremo quale legame unisse Carlotta Adams con la sua vittima.

Poirot gli disse anche della lettera che era stata spedita negli Stati Uniti e Japp ammise che avrebbe potuto essere di aiuto.

- Me ne occuperò subito - disse, prendendo un appunto sul suo taccuino.

- Sono propenso a credere che la colpevole sia lei perché non ho un altro indiziato - ammise Japp, mentre rimetteva in tasca il taccuino.

- Il capitano Marsh, ora diventato lord Edgware, aveva un ottimo motivo. Non è certo un tipo raccomandabile. E' pieno di debiti.

Inoltre ha litigato con lo zio ieri mattina: me lo ha detto lui stesso, un atteggiamento che toglie all'avvenimento ogni risvolto di colpevolezza. Sarebbe stato un ottimo candidato, ma ha un alibi per ieri sera. Era all'opera con i Dortheimer. Una ricca famiglia ebraica.

Ho controllato: hanno cenato insieme, sono andati a teatro e poi da Sobrani. Questo lo cancella dalla lista dei sospetti.

- E la figlia?

- Anche lei è uscita. Ha cenato con certi signori Carthew West. Sono andati insieme all'opera e l'hanno accompagnata a casa. E' rientrata a mezzanotte meno un quarto. Anche questo alibi è ineccepibile. La segretaria mi sembra a posto: una donna tranquilla ed efficiente. Poi c'è il maggiordomo. Non posso dire che mi sia simpatico. Non è normale che un uomo sia così bello. C'è qualcosa di subdolo in lui ed è strano che sia entrato in servizio in casa di lord Edgware. Sto controllando anche lui, anche se non riesco a trovargli un movente.

- Nessun fatto nuovo?

- Sì, un paio. Ma è difficile capire se sono significativi. La chiave di lord Edgware è scomparsa.

- La chiave della porta d'ingresso?

- Sì.

- Un fatto interessante.

- Certo, potrebbe significare molto e niente. Dipende. Ciò che secondo la mia opinione è più importante è che lord Edgware ha incassato un assegno di cento sterline. Le ha cambiate in valuta francese. Aveva l'intenzione di recarsi a Parigi. Il denaro è sparito.

- Chi ve lo ha detto?

- La signorina Carroll. E' stata lei a incassare l'assegno e a procurarsi la valuta. Me lo ha detto ed è stato allora che si è scoperto che il denaro era sparito.

- E' successo ieri sera?

- La signorina Carroll non lo sa. Lo ha consegnato a lord Edgware alle quindici e trenta in una busta. Lui si trovava in biblioteca. L'ha preso e lo ha posato sulla scrivania.

- Questa è sicuramente un'ulteriore complicazione.

- O una semplificazione. A proposito della ferita.

- Sì.

- Il medico legale dice che non è stata inferta da un semplice temperino, ma da una lama più affilata e dalla forma particolare.

- Un rasoio forse?

- No, no. Qualcosa di assai più piccolo.

Poirot aggrottò le sopracciglia pensieroso.

- Il nuovo lord Edgware pare divertirsi molto a essere sospettato di omicidio - notò Japp. - Ha fatto di tutto per entrare nella rosa dei sospetti. A me questo atteggiamento è sembrato strano.

- Forse è perché è un uomo intelligente.

- E' più probabile che si tratti di cattiva coscienza. La morte dello zio è stata per lui un colpo di fortuna. A proposito, si è già trasferito nella casa di Regent Gate.

- E prima dove abitava?

- Martin Street, George's Road. Un quartiere non molto elegante.

- Hastings, per favore, prendetene nota.

Lo feci anche se non compresi la ragione. Se Ronald si era trasferito nella casa dello zio a che ci serviva il suo precedente indirizzo?

- Io sono convinto che è stata la Adams a uccidere lord Edgware - disse Japp alzandosi. - Avete fatto un buon lavoro Poirot intuendo che fosse coinvolta nel caso. Ma voi avete la fortuna di potere andare a teatro e divertirvi. Vi colpiscono quei fatti in cui io non avrei mai nemmeno l'occasione di imbattermi. Un vero peccato che non ci sia un movente esplicito. Ma lo troveremo. Almeno lo spero.

- C'è un'altra persona che avrebbe un movente valido e che non avete preso in considerazione - gli fece notare Poirot.

- Di chi si tratta?

- Di quel signore che si dice intenda sposare la vedova di lord Edgware. Alludo al duca di Merton.

- Sì, suppongo che abbia avuto un MOTIVO. - Japp rise. - Ma un gentiluomo di quel rango commette raramente un omicidio. E, comunque, si trovava a Parigi.

- Non lo considerate quindi come un eventuale sospetto?

- E voi, Poirot?

E sempre ridendo per l'assurdità di quell'idea, Japp ci lasciò.

 

 

17. Il maggiordomo.

 

Il giorno seguente ci riposammo, mentre Japp lavorava con alacrità. Ci venne a trovare verso l'ora del tè. Era accaldato e furente.

- Ho fatto un errore grossolano!

- Non è possibile, caro amico - tentò di consolarlo Poirot.

- Sì, invece, ho lasciato che quel... (e qui si abbandonò a un'imprecazione) di maggiordomo se la filasse sotto il mio naso.

- E' sparito!

- Ha tagliato la corda. Quello che più mi irrita è che non l'avevo nemmeno sospettato.

- Calmatevi, per favore, calmatevi!

- Fate presto a dirlo, voi! Non sareste calmo se vi avessero dato una lavata di capo in ufficio. E non è la prima volta che se la fila all'inglese. E' una vecchia conoscenza della polizia!

Japp, l'immagine della disperazione, si asciugò la fronte sudata.

Poirot cercò di consolarlo a parole, ma io che conoscevo meglio di lui il carattere di un inglese, versai un'abbondante razione di whisky e la offrii al desolato ispettore il cui spirito si risollevò subito.

Riprese a parlare con tono meno angosciato.

- Dopo tutto non sono nemmeno certo che sia lui l'assassino! La sua fuga depone a suo sfavore, ma ci possono essere altre ragioni che spiegano la sua scomparsa. Avevo cominciato a controllarlo e avevo scoperto che frequentava un paio di club di dubbia reputazione. Non i soliti notturni, ma qualcosa di ancor più disdicevole. In effetti, è un cattivo soggetto.

- Tout de même, ciò non vuol assolutamente dire che sia un assassino.

- Certo. E' probabilmente coinvolto con ambienti equivoci, ma non è necessariamente colpevole di omicidio. Sono sempre più convinto che è stata la Adams. I miei uomini hanno passato al setaccio il suo appartamento ma non hanno trovato niente. Era una donna astuta. Non si sono trovate lettere compromettenti. Ci sono solo lettere che riguardano il suo lavoro e alcune lettere della sorella. Un paio di oggetti di pregio, gioielli antichi, ma non particolarmente costosi.

Non teneva un diario. Il suo passaporto e il suo libretto di assegni non ci hanno svelato niente di importante. Accidenti! Sembra quasi che la ragazza non avesse una vita privata.

- Aveva infatti un carattere molto riservato - ammise Poirot pensieroso. - Dal nostro punto di vista, è un vero guaio.

- Ho parlato con la cameriera. Non ci ha detto niente di interessante.

Sono anche andato a parlare con la sua amica, quella che ha un negozio di modista.

- Ah! E che cosa pensate della signorina Driver?

- Mi sembra una giovane intelligente e svelta. Ma non mi ha aiutato.

Non ne sono rimasto sorpreso. La quantità di giovani scomparse che ho cercato di rintracciare mi ha insegnato che non si ottengono mai informazioni utili né dai genitori e parenti, né dagli amici. Tutti dicono le stesse banalità. "Era una ragazza allegra e di buon carattere". "Non c'era nessun uomo nella sua vita". E non è mai la verità: non sarebbe normale. Le ragazze devono avere amici, corteggiatori, a meno che non ci sia qualcosa che non va nel loro carattere. E' la discrezione e la lealtà verso la scomparsa di parenti e amici che rende così difficile il lavoro di un poliziotto.

Fece una pausa per riprendere fiato e io ne approfittai per riempirgli il bicchiere.

- Grazie, capitano Hastings. E in fondo non mi lamento di dover faticare tanto. E ora mi tocca indagare su una dozzina di giovani con cui è uscita a cena ed è andata a ballare, ma non c'è niente che ci fa sospettare che uno di loro significasse veramente molto per lei. Tra di loro c'è l'attuale lord Edgware, Bryan Martin, l'attore cinematografico, e ce ne sono altri ma nessuno mi ha colpito in modo particolare. Che ci sia stato dietro allo scherzo un uomo che l'ha spinta a farlo di proposito mi sembra un'idea senza fondamento. Ho piuttosto l'impressione che abbia fatto tutto da sola. Sto ora cercando di scoprire quale legame c'era tra lei e il defunto. Deve esserci. Credo che dovrò recarmi a Parigi. Quella scatoletta d'oro viene da Parigi e lord Edgware si è recato nella capitale francese varie volte l'autunno scorso, così almeno mi ha detto la signorina Carroll, per assistere ad alcune aste. L'inchiesta è prevista per domani. Sarà aggiornata, naturalmente. Dopo prenderò il traghetto del pomeriggio.

- Siete pieno di energia, Japp. Ne sono stupefatto.

- E voi, invece, state battendo la fiacca. Vi limitate a starvene seduto e a "pensare"! Lo chiamate far lavorare le vostre cellule grigie. Non serve, bisogna andare a scoprire i dettagli, i fatti.

Bisogna informarsi. Le prove non vi cadranno dal cielo come la manna!

La cameriera entrò in quel momento, annunciò la visita di Bryan Martin e chiese se lo potevamo ricevere.

- Me ne vado, Poirot - disse Japp alzandosi. - Mi sembra che tutte le stelle del firmamento hollywoodiano vengano a consultarvi.

Poirot alzò modestamente le spalle e Japp rise.

- Diventerete milionario tra non molto, Poirot. Che cosa ne farete di tanto denaro? Lo investirete?

- Sono un uomo molto economo, ve lo assicuro. E parlando di patrimoni e di investimenti, a chi ha lasciato il suo denaro lord Edgware?

- Tutte le proprietà che non erano vincolate al titolo vanno alla figlia Geraldine. Ha lasciato cinquecento sterline alla signorina Carroll. Non ci sono altri lasciti. Un testamento molto semplice.

- Quando è stato redatto?

- Dopo che la moglie lo ha lasciato, un paio d'anni fa. La esclude completamente dall'eredità.

- Un uomo vendicativo! - mormorò Poirot.

Con un allegro "arrivederci" Japp se ne andò e Bryan Martin entrò nel nostro salotto. Era vestito in modo impeccabile ed era notevolmente bello, eppure pensai che pareva un po' confuso e sicuramente non tanto lieto.

- Mi scuso, signor Poirot, ho tardato a tornare - disse con tono contrito. - Inoltre, mi dichiaro colpevole di avervi rubato del tempo prezioso per niente.

- En vérité?

- Sì. Sono stato a trovare la signora in questione, l'ho pregata in tutti i modi, ma non l'ho convinta. Non vuole assolutamente che voi vi occupiate del mio problema. Mi dispiace, ma dovrò pregarvi di non farne niente. Sono spiacente, molto spiacente di avervi disturbato...

- Du tout, du tout - disse Poirot gentilmente. - Me lo aspettavo.

- Come? - esclamò il giovane sorpreso.

- Mais oui. Quando mi avete detto che dovevate consultare la vostra amica. Avrei potuto dirvelo subito che avreste ottenuto questo risultato.

- Allora, avete una teoria?

- Un investigatore, caro Martin, ha sempre una teoria. Ci si aspetta sempre che ce l'abbia. Io, comunque, non la chiamo una teoria.

Preferisco dire che ho un'idea. E' il primo stadio di un'indagine.

- E il secondo stadio?

- Se l'idea risulta esatta, allora io SO! Semplice.

- Vorrei tanto che mi diceste qual è la vostra teoria o se preferite la vostra idea.

Poirot scosse la testa gentilmente.

- Questa è un'altra regola. Un investigatore non lo dice mai.

- Non potete neanche darmi un'indicazione?

- No. Vi posso solo dire che l'idea mi è nata quando avete accennato a quel dente d'oro.

Bryan Martin lo fissò sbalordito.

- Sono perplesso - dichiarò. - Non capisco ciò che mi state dicendo.

Non potreste essere più esplicito?

Poirot sorrise e di nuovo scosse la testa.

- Cambiamo argomento.

- Ma prima di tutto, il vostro onorario... lasciate che mi sdebiti.

Poirot allontanò l'idea con un energico movimento della mano.

- Ma io vi ho fatto perdere tempo...

- Pas un sou! Non ho fatto niente per aiutarvi. Quando un caso mi interessa, non prendo soldi. E il vostro caso mi interessa moltissimo.

- Ne sono lieto - disse imbarazzato il giovane attore. Pareva molto infelice.

- Parliamo d'altro - lo incoraggiò Poirot.

- Era un ispettore di Scotland Yard, l'uomo che ho incontrato mentre salivo le scale?

- Sì, l'ispettore Japp.

- Non c'era molta luce perciò non ne ero sicuro. E' venuto a trovarmi e mi ha fatto molte domande su quella povera Carlotta che è morta per aver ingerito una dose letale di Veronal.

- Conoscevate molto bene la signorina Adams?

- Non molto bene. La conoscevo quando era ragazzina, negli Stati Uniti. Qui l'ho incontrata un paio di volte, ma non l'ho mai frequentata. Mi è molto dispiaciuto che sia morta.

- Vi piaceva?

- Sì, era una donna con cui era molto piacevole parlare.

- Una persona comprensiva. Sì, anch'io ho provato molta simpatia per lei.

- Suppongo che pensino a un suicidio. Non sapevo niente che potesse aiutare in questo senso l'ispettore. Carlotta è sempre stata molto riservata.

- Non credo affatto che si sia suicidata.

- E' infatti molto più probabile che si tratti di una disgrazia.

Una pausa. Poi Poirot disse sorridendo: - L'assassinio di lord Edgware diventa sempre più complicato, vero?

- Assolutamente assurdo. Avete idea di chi possa aver commesso il delitto, ora che Jane è definitivamente fuori causa?

- Mais oui, credo che ci siano fondati sospetti.

Bryan Martin parve illuminarsi.

- Davvero? Chi è stato?

- Il maggiordomo è sparito. Voi capite: la fuga è quasi una confessione!

- Il maggiordomo? Mi sorprendete!

- Un uomo particolarmente bello. Il vous ressemble un peu. - E chinò il capo in modo alquanto complimentoso.

Naturalmente. Capii perché la faccia del maggiordomo mi era sembrata familiare la prima volta che l'avevo visto.

- Mi lusingate - disse Bryan ridendo.

- No, no, no. Sono sicuro che tutte le ragazze, le giovani, le cameriere, le dattilografe, le ragazze dell'alta società, tutte vi adorano, non è vero, signor Martin? Ce n'è qualcuna che vi resista?

- Molte, credo - disse Martin alzandosi bruscamente. - Vi ringrazio di nuovo, signor Poirot, e vi chiedo ancora scusa di avervi importunato.

Strinse la mano a entrambi. All'improvviso mi accorsi che pareva molto più vecchio, lo sguardo vacuo e confuso era di nuovo evidente.

Ero divorato dalla curiosità e non appena la porta si fu chiusa alle sue spalle, mi precipitai a chiedere ciò che volevo sapere.

- Poirot, ve lo aspettavate davvero di vederlo tornare per chiedervi di non occuparvi di quelle strane cose che erano avvenute negli Stati Uniti?

- Me lo avete sentito dire, Hastings?

- Ma allora - seguitai cercando di completare il fatto con la logica -sapete chi è la donna misteriosa con cui si doveva consultare?

Sorrise.

- E' un'idea, amico mio, e come ho già detto a quel giovane, mi è venuta quando mi ha parlato del dente d'oro. E se questa mia idea risulta esatta, allora so anche chi è la ragazza e so anche la ragione per la quale non vuole che il signor Martin mi consulti. Sì, in realtà, conosco la verità su questa faccenda. E anche voi potreste conoscerla se usaste il cervello che vi ha dato il buon Dio. A volte, sono tentato di credere che, quando ha distribuito agli uomini l'intelligenza, per inavvertenza, vi abbia dimenticato.

 

 

18. L'altro uomo.

 

Non mi dilungherò sulle inchieste che furono fatte per l'omicidio di lord Edgware e per la morte di Carlotta Adams. Nel caso della giovane attrice il verdetto fu di morte accidentale, nel caso di lord Edgware l'inchiesta fu aggiornata dopo il riconoscimento del cadavere e la deposizione del medico legale. Il risultato dell'esame dei visceri fissò il decesso a non meno di un'ora dopo la fine della cena, con una possibile estensione a un'altra ora circa. La morte era quindi avvenuta tra le dieci e le undici di sera, con una probabilità in più in favore della prima ora citata.

Non trapelò alcun accenno all'impersonificazione di Jane Wilkinson eseguita da Carlotta Adams. Fu pubblicata sulla stampa di tutto il paese la descrizione del maggiordomo e si lasciò credere che fosse quello l'uomo ricercato. La sua storia della visita di Jane Wilkinson venne considerata un'impudente falsificazione. Non venne menzionata la testimonianza della segretaria che la suffragava. Ci furono molti articoli sui giornali a proposito del delitto, ma furono assai poche le informazioni che vennero rese pubbliche.

Sapevo che nel frattempo Japp indagava freneticamente. Mi irritava un po' l'atteggiamento di inerte passività assunto dal mio amico Poirot.

Mi passò persino in mente che l'avvicinarsi della vecchiaia ne fosse, in parte, la causa. Per la verità non era la prima volta che questo sospetto mi sfiorava. Trovava scuse che non mi convincevano.

- Alla mia età - mi diceva - si tende a evitare di mettersi nei guai.

- Poirot, amico mio, voi non dovete considerarvi già vecchio - protestavo. Mi pareva che avesse bisogno di essere stimolato. La moderna teoria della medicina, questo lo sapevo, consigliava un trattamento basato sulla suggestione.

- Siete come sempre un uomo pieno di vigore - gli dicevo in tono convincente. - Siete nel pieno delle vostre forze, all'acme delle vostre possibilità intellettive. Se solo lo voleste, potreste darvi da fare e risolvere magnificamente questo caso così complesso.

Poirot mi rispondeva che preferiva risolverlo standosene a casa, seduto in poltrona.

- Ma non potete assolutamente farlo, Poirot.

- Non completamente, ve lo concedo.

- Quello che intendo dire è che ce ne stiamo qui senza fare niente mentre Japp sta dandosi un gran daffare.

- E questo soddisfa le mie esigenze.

- Ma non le mie. Vorrei che voi faceste qualcosa.

- Le sto facendo.

- Che cosa state facendo?

- Aspetto.

- Che cosa aspettate?

- Que mon chien de chasse me rapporte le gibier - mi aveva risposto Poirot con un lampo malizioso nello sguardo.

- Che cosa intendete dire?

- Parlo del nostro bravo Japp. Perché diamine tenere un cane, se poi sei tu ad abbaiare? Japp ci porterà qui tutti i risultati che avrà ottenuto dedicandovi tutta quella energia fisica che voi ammirate tanto. Ha molti mezzi a sua disposizione che noi non abbiamo. Sono certo che, tra non molto, avrà molte informazioni da riferirci.

Portando avanti un'indagine accurata e ostinata, era vero che nel frattempo Japp stava raccogliendo materiale. Il suo viaggio a Parigi si era risolto in un fiasco; ma un paio di giorni dopo venne a trovarci con un'aria soddisfatta.

- E' un lavoro lento - disse - ma finalmente stiamo arrivando ad alcuni risultati interessanti.

- Mi congratulo con voi, amico mio. Che cosa è successo?

- Ho scoperto che una donna bionda ha lasciato nel guardaroba di Euston una valigetta verso le nove di sera di quella notte. E' stata mostrata all'inserviente la valigetta di Carlotta Adams e l'ha identificata. E' di fabbricazione americana, quindi riconoscibile.

- A Euston, la stazione più vicina a Regent Gate. E' andata lì, si è preparata nella toilette e ha lasciato la valigetta. Quando è tornata a ritirarla?

- Alle ventidue e trenta. L'inserviente è certo che si trattasse della stessa signora.

Poirot annuì.

- E sono riuscito a scoprire qualcos'altro. Ho ragione di credere che Carlotta Adams si trovasse al Lyons Corner House sullo Strand verso le ventitré di quella medesima sera.

- Ah! Ça c'est très bien! Come ci siete riuscito?

- Più o meno per caso. Sui giornali si è parlato di quella piccola scatola d'oro con le iniziali tempestate di rubini. Ne ha parlato un giornalista in un articolo in cui trattava dell'uso di droghe da parte di giovani attrici. Un articolo per giornali popolari. Un po' pettegolo e un po' sentimentale: la fatale piccola scatola d'oro con il suo contenuto letale, la patetica fine di una giovane attrice promettente a cui cominciava ad arridere il successo. Il giornalista, tra l'altro, si chiedeva dove avesse trascorso la sua ultima serata, come si sentisse, di quale umore fosse, eccetera.

- Pare che una cameriera della Corner House lo abbia letto e si sia ricordata della giovane donna che ha servito quella sera e che teneva in mano una scatoletta assai simile a quella descritta dal giornalista. Ha ricordato anche le iniziali e tutta eccitata ne ha cominciato a parlare con gli amici. Forse un giornale gliel'avrebbe pagata quell'informazione!

- Un giovane giornalista lo è venuto a sapere e ha subodorato la possibilità di un buon articolo: le ultime ore di un'attrice di talento. Una giovane donna che aspetta invano l'arrivo di un uomo l'intuizione affettuosa di una cameriera che comprende la tragedia sentimentale di una giovane donna come lei. Mi capite. Un articolo strappalacrime.

- E come mai quest'informazione è giunta così presto alle vostre orecchie?

- La polizia è in ottimi rapporti con quel giornale. Mi hanno comunicato subito l'informazione mentre il brillante giovane del giornale cercava di strapparmi informazioni su un altro argomento.

Così mi sono precipitato alla Corner House.

Sì, questo era il modo giusto di agire. Provai un senso di pietà per il mio amico Poirot. Japp stava ottenendo un mucchio di informazioni di prima mano e perdendo probabilmente un sacco di dettagli significativi, mentre lui se ne stava tranquillo e soddisfatto ad ascoltare notizie riferite e forse travisate.

- Ho parlato con la ragazza e non credo che sappia altro. Non ha riconosciuto la fotografia di Carlotta Adams, ma ha affermato di non aver fatto molto caso alla faccia della donna che ha servito. Ricorda che era giovane e snella, molto ben vestita. Portava uno di quei cappelli all'ultima moda. Vorrei tanto che le donne guardassero un po' di più le facce un po' di meno i cappellini.

- La faccia della signorina Adams non è facile da ricordare - ammise Poirot. - Aveva mobilità, sensibilità, una strana sorta di fluidità che rendeva difficile fissare nella mente i suoi tratti.

- Devo ammettere che avete ragione. Non sono molto portato ad analisi di questo genere. Insomma, quello che sappiamo di sicuro è che la donna era vestita di nero e che portava con sé una valigetta. La ragazza lo ha notato perché è stata colpita dal fatto che la portasse una donna così elegante. Ha ordinato uova strapazzate e caffè, ma la ragazza ha pensato che cercasse di far passare il tempo e che stesse aspettando qualcuno. Aveva un orologio al polso e lo guardava spesso.

E' stato quando la cameriera le ha portato il conto che ha notato la piccola scatola d'oro. La donna l'aveva tolta dalla borsetta, l'aveva appoggiata sul tavolo e la stava guardando. Sorrideva soddisfatta, quasi sognante. La cameriera la notò perché l'aveva trovata molto bella e si era detta: "Come mi piacerebbe averne una simile!".

- Sembra che la signorina Adams sia rimasta lì seduta per un po' dopo aver pagato il conto. Poi, dopo aver guardato ancora una volta l'orologio, sembrò rinunciare all'attesa e se ne andò.

Poirot aggrottò le sopracciglia.

- Un appuntamento - mormorò. - Aveva un appuntamento e qualcuno non è venuto. Chissà se si saranno incontrati in seguito? O se ha cercato di mettersi in contatto telefonicamente? Come vorrei riuscire a saperlo!

- Già. La vostra solita teoria. Poirot. Un uomo misterioso, che agisce dietro le quinte. Pura immaginazione. Non dico che non stesse aspettando qualcuno. E' possibile. Forse aveva fissato un appuntamento dopo aver sistemato in modo soddisfacente la faccenda con lord Edgware. Noi sappiamo, in realtà, come è andata. Si è cambiata alla toilette della stazione di Euston, è andata all'appuntamento e lì è avvenuto ciò che i medici chiamano "reazione". Prova orrore per quello che ha fatto. E' delusa: l'amico che aspetta non viene all'appuntamento. E' il colpo di grazia. Capisce che il suo gioco si è spinto troppo in là, che è finita. Basterà una dose letale per sfuggire alle sue responsabilità. Almeno non verrà impiccata. Un caso evidente, come è evidente il vostro naso, caro Poirot.

Il mio amico rimase in silenzio lisciandosi meccanicamente i baffi con le dita. Lo fece lentamente, teneramente, con un'espressione di orgoglio dipinta sulla faccia.

- Non abbiamo trovato nessun indizio di quest'uomo che secondo voi agisce dietro le quinte - continuò Japp approfittando del vantaggio che credeva di aver ottenuto. - Non sappiamo niente del colloquio che deve aver avuto con lord Edgware, ma riuscirò a scoprirne l'argomento.

E' solo questione di tempo. Sono ancora molto deluso per le indagini svolte a Parigi, ma sono passati nove mesi. Un tempo molto lungo. Sono certo che qualcosa salterà fuori. So che non mi credete. Ma voi siete un uomo molto testardo, Poirot, lo sapete?

- Prima insultate il mio naso e ora la mia testa!

- Modi di dire, nient'altro! - s'affrettò a precisare Japp in tono di scusa. - Non intendevo offendervi.

- Non vi preoccupate, non si è offeso - intervenni io.

Poirot ci guardò tutti e due come se fosse perplesso.

- Avete ordini? - gli chiese Japp con tono faceto mentre si dirigeva verso la porta.

Poirot gli sorrise come se volesse perdonarlo.

- Un ordine? No, certo. Ma un suggerimento, sì.

- Di che cosa si tratta? Parlate!

- Conducete una piccola inchiesta tra i tassisti. Trovatene uno che abbia fatto una corsa, o, addirittura, meglio, due corse dai dintorni del Covent Garden a Regent Gate la notte del delitto, intorno alle ventidue e trenta o ventitré meno venti.

Japp fu subito all'erta. Assunse subito l'espressione del segugio.

- E' questo che avete in mente - disse. - Me ne occuperò. Non può arrecare alcun danno. E poi, a volte, avete qualche buona idea, Poirot!

Se ne era appena andato che Poirot si alzò e spazzolò con energia il suo cappello.

- Non fatemi domande, amico mio. Portatemi invece un po' di smacchiatore. Un pezzo di omelette mi è caduta stamane sul risvolto dell'abito.

Gli portai lo smacchiatore.

- Per una volta - gli dissi - non credo di avere domande da farvi.

Tutto mi pare perfettamente ovvio. Ma voi credete davvero a ciò che ci ha detto Japp?

- Mon ami, per il momento mi occupo solo dei miei abiti. Se me lo permettete, vorrei dirvi che non mi piace la vostra cravatta.

- E' una bellissima cravatta!

- Forse lo è stata. Molto tempo fa. Risente della vecchiaia di cui voi mi parlavate qualche momento fa. Per favore, cambiatela e spazzolatevi la manica sinistra.

- Avete l'intenzione di andare a rendere visita a re Giorgio?

- No. Ma ho letto sui quotidiani che il duca di Merton è tornato al castello di Merton. Mi pare di aver capito che è un membro dell'aristocrazia inglese molto importante. Vorrei presentarmi in modo adeguato.

Poirot non è certo un socialista.

- Perché diamine andiamo a rendere visita al duca di Merton?

- Vorrei conoscerlo - disse laconico Poirot. E non riuscii a cavargli altro. Uscimmo di casa quando, finalmente, il mio abbigliamento soddisfece il senso critico di Poirot.

Giunti a villa Merton, il cameriere ci chiese se avevamo un appuntamento. Poirot rispose che non ne aveva. Il cameriere prese il biglietto da visita e tornò poco dopo dicendo che Sua Grazia era molto spiacente, ma che aveva molto da fare quel mattino. Poirot si sedette immediatamente su una sedia e disse: - Très bien, aspetterò, anche se dovrò attendere qualche ora.

Non risultò necessario. Probabilmente perché era il sistema migliore per sbarazzarsi di una visita importuna, Poirot fu accompagnato poco dopo alla presenza del gentiluomo che desiderava incontrare.

Il duca era un giovane di ventisette anni. Aveva un aspetto poco gradevole: era magro e aveva l'aria malaticcia. I capelli erano di un colore indefinibile. Stava già stempiandosi. La bocca, piccola, aveva una strana piega amara e l'espressione degli occhi era vaga e un po' sognante. Nella stanza dove ci avevano fatto entrare c'erano parecchi crocifissi alle pareti e molte opere d'arte di soggetto religioso. Una serie di scaffali erano carichi di opere quasi tutte di argomento teologico. Aveva più l'aspetto di un allampanato commesso di negozio che di un duca.

Sapevo che aveva studiato a casa sotto la guida di vari precettori perché da piccolo era stato molto delicato di salute. Aveva ereditato il titolo all'età di otto anni ed era cresciuto sotto l'influenza della madre, una donna dalla volontà di ferro. Questo era l'uomo che era caduto nelle grinfie della seducente Jane Wilkinson. Una storia assurda e ridicola. I suoi modi presuntuosi e rigidi lo spinsero a riceverci con una degnazione quasi offensiva.

- Avrete forse sentito parlare di me - cominciò a dire Poirot.

- Non vi ho mai sentito nominare.

- Mi occupo della psicologia del crimine.

Il duca rimase in silenzio. Era seduto a una scrivania e aveva di fronte una lettera che non aveva finito di scrivere. Batté con impazienza sul tavolo, con la penna che teneva ancora in mano.

- Per quale ragione desiderate vedermi? - chiese freddamente.

Poirot si era seduto di fronte a lui dando le spalle alla finestra. Il duca invece gli stava di fronte.

- Sto compiendo un'indagine sulle circostanze che riguardano l'omicidio di lord Edgware.

Non un muscolo della sua faccia debole ma ostinata si mosse.

- Davvero? Non ho mai avuto l'occasione di conoscerlo.

- Ma conoscete, se non erro, sua moglie, la signora Jane Wilkinson, non è vero?

- Infatti, la conosco.

- E sapete anche sicuramente che si suppone che lei avesse un motivo importante per desiderare la morte del marito.

- Non ho mai saputo niente del genere.

- Vorrei farvi una domanda diretta, duca. Avete l'intenzione di sposare tra breve la signora Wilkinson?

- Quando mi fidanzerò la notizia sarà pubblicata sulla stampa.

Considero questa vostra domanda piuttosto impertinente. - Si alzò. -

Arrivederci.

Anche Poirot si alzò. Pareva strano. Abbassò la testa. Balbettò.

- Non intendevo... Je vous demande pardon...

- Arrivederci - ripeté il duca con un tono appena più alto.

Questa volta Poirot parve cedere. Fece un gesto caratteristico che diceva la sua delusione e ce ne andammo. Ci aveva ignominiosamente buttato fuori.

Mi dispiaceva per Poirot. I suoi soliti modi megalomani questa volta non avevano avuto effetto. Il duca di Merton considerava un investigatore privato meno di uno scarafaggio.

- Non è andata molto bene - gli dissi con comprensione. - Che uomo presuntuoso e antipatico. Per quale ragione avete voluto vederlo?

- Volevo sapere se aveva veramente l'intenzione di sposare Jane Wilkinson.

- Lei lo ha detto.

- Certo. Lei ce lo ha detto. Ma appartiene a quel genere di donne che direbbero qualunque cosa che potesse essere utile al loro scopo. Lei potrebbe aver deciso di sposarlo, senza che lui, povero ragazzo, ne sapesse niente.

- Vi ha mandato via, senza darvi nessuna informazione.

- Mi ha dato la risposta che avrebbe riservato a un giornalista - ridacchiò Poirot. - Ma io ora so. So esattamente come stanno le cose.

- Come lo avete saputo? Qualcosa nei suoi modi?

- Affatto. Avete notato che stava scrivendo una lettera?

- Sì.

- Eh bien, quando ero giovane e facevo parte della polizia belga, avevo imparato qualcosa che in più occasioni si è rivelato molto utile. Sono in grado di leggere alla rovescia. Volete che vi dica ciò che il duca diceva nella sua lettera?

 

"Mia carissima, non so se sarò in grado di aspettare tutti questi lunghi mesi. Jane, mia adorata, mio bellissimo angelo, come posso dirti a parole quello che significhi per me? Hai sofferto tanto! Tu splendida natura, creatura di sogno..."

 

- Poirot! - esclamai scandalizzato interrompendolo.

- E qui si era interrotto... "Creatura di sogno"! Solo io so.

Ero sconvolto. Era così ingenuamente soddisfatto della sua abilità.

- Poirot! - ripetei indignato. - Non potete comportarvi in modo così indegno: leggere una lettera privata!

- Hastings, per favore, non dite sciocchezze. E' assurdo dirmi che non posso fare ciò che ho appena fatto.

- Ma non è onesto. Non è un gioco leale.

- Hastings, non sto giocando. E voi lo sapete. L'omicidio non è un gioco. E' una faccenda maledettamente seria. Vi prego caldamente di non usare più con me queste espressioni che sono ormai in disuso. Un giovane vi prenderebbe in giro sentendovi dire che il "gioco non è leale".

Rimasi in silenzio. Non sopportavo questo comportamento che consideravo inaccettabile e che invece Poirot pareva prendere a cuor leggero.

- Non era necessaria questa vostra indiscrezione - gli dissi. - Se voi gli aveste detto che eravate andato a trovare lord Edgware a nome di Jane Wilkinson, il duca vi avrebbe trattato in modo assai diverso.

- Ma questo non potevo assolutamente dirglielo! Jane Wilkinson era una mia cliente. Non posso svelare i problemi di una cliente. La mia missione era confidenziale! Non sarebbe stato onorevole se gliene avessi parlato.

- Onorevole!

- Precisamente.

- Ma stanno per sposarsi.

- Questo non significa affatto che lei non abbia qualche segreto. Le vostre idee sul matrimonio sono alquanto antiquate. Vi dico che non avrei mai potuto fare ciò che mi state suggerendo. Devo pensare alla serietà e all'onore della mia professione. L'onore è cosa molto seria.

- Suppongo che ci siano al mondo parecchi modi di valutare l'onore.

 

 

19. Una gran dama.

 

La visita che abbiamo ricevuto il mattino seguente è rimasta nella mia mente come l'avvenimento più sorprendente dell'intera vicenda. Ero nella mia stanza quando vi entrò Poirot, gli occhi lucenti.

- Mon ami, abbiamo una visita!

- Chi?

- La duchessa madre!

- Incredibile! La duchessa di Merton? Che cosa vorrà mai?

- Se mi accompagnate al piano di sotto, mon ami, lo saprete.

Mi affrettai a seguirlo e insieme entrammo nel salotto.

La duchessa era piccola di statura, aveva un pronunciato naso aristocratico e occhi imperiosi. Sebbene fosse piuttosto robusta di costituzione, nessuno si sarebbe sognato di dirla grassoccia. Anche se indossava un abito nero fuori moda, si presentava per quello che era: une grande dame. Mi accorsi subito che era una donna dal carattere caparbio e autoritario. Il figlio non le assomigliava davvero. La sua forza di volontà era eccezionale. Mi pareva quasi di sentire il potere che emanava arrivarmi come ondate di pura energia. Non c'era da sorprendersi che questa donna fosse sempre riuscita a dominare tutti coloro che erano entrati in contatto con lei.

Appoggiò l'occhialino sul naso e ci osservò attentamente. Poi parlò rivolgendosi a Poirot. Aveva una voce chiara e prepotente, abituata al comando e all'obbedienza.

- Siete voi il signor Hercule Poirot?

Il mio amico annuì con un breve cenno della testa.

- Ai vostri ordini, madame la duchesse!

Poi i suoi occhi si girarono verso di me.

- Il capitano Hastings, un mio caro amico. Mi assiste nelle indagini.

Nei suoi occhi passò uno sguardo dubbioso. Poi chinò la testa in cenno di assenso e si sedette nella poltrona che Poirot le indicava.

- Sono venuta a consultarvi per una questione molto delicata, signor Poirot, e vorrei che fosse chiaro che tutto ciò che dirò sarà considerato come strettamente confidenziale - Milady, potete esserne certa.

- Lady Yardiy mi ha parlato di voi. Dal modo con cui lo ha fatto e dalla gratitudine che ha espresso nei vostri confronti, mi sono resa conto che eravate la sola persona in grado di aiutarmi.

- Siate certa, madame la duchesse, che farò del mio meglio.

Esitò a lungo, poi, facendo uno sforzo evidente, giunse finalmente al punto e lo fece con la schiettezza e la semplicità che mi ricordò lo strano modo di comportarsi di Jane Wilkinson quella memorabile serata al Savoy.

- Signor Poirot, voglio evitare che mio figlio sposi quell'attrice: Jane Wilkinson.

Se Poirot rimase sorpreso da una simile richiesta, lo nascose mirabilmente. Fissò a lungo la duchessa e non si affrettò a rispondere.

- Non potreste essere più precisa, madame, su ciò che secondo voi io dovrei fare?

- Non è facile. Ma sento che un tale matrimonio sarebbe un disastro.

Rovinerebbe la vita di mio figlio.

- Lo credete veramente, madame?

- Ne sono certa. Mio figlio è un idealista, conosce ben poco la vita.

Non si è mai interessato alle fanciulle del suo rango. Le ha sempre considerate frivole e sciocche. Ma nei confronti di questa donna...

Ebbene, lo ammetto, è molto bella e ha il potere di sedurre gli uomini e renderli suoi schiavi. Ha stregato mio figlio. Ho sperato che l'infatuazione con il passare del tempo gli sarebbe passata. Per fortuna, la donna non era libera! Ma ora che il marito è morto...

S'interruppe.

- Hanno l'intenzione di sposarsi tra pochi mesi. La felicità, la vita di mio figlio sono in gioco! - Poi, con tono perentorio, aggiunse: -

Signor Poirot, bisogna impedire che questo matrimonio venga celebrato!

Poirot si strinse nelle spalle.

- Non posso darvi torto, madame la duchesse. Ammetto che questo matrimonio non è adeguato. Ma come impedirlo?

- Lascio a voi questo dilemma. Inventate qualcosa!

Poirot scosse lentamente la testa.

- Sì, sì, dovete aiutarmi!

- Temo che non ci sia niente di efficace da fare, madame. Vostro figlio, ne sono certo, si rifiuterà di ascoltare qualunque argomento che vada contro questa signora. D'altra parte, non credo che per ora ci sia molto da dire contro di lei. Dubito che si riesca a scoprire qualche incidente che la discrediti ai suoi occhi. La signora è stata, come potrei dire, molto prudente!

- Lo so - ammise tristemente la duchessa.

- Avete quindi già svolto indagini in questa direzione?

La vecchia signora arrossì leggermente sotto lo sguardo indagatore di Poirot.

- Non c'è niente che io non sia pronta a fare, signor Poirot, per salvare mio figlio da questo matrimonio. - E ripeté con enfasi: -

NIENTE!

Una lunga pausa, poi proseguì.

- Non è una questione di denaro. Chiedetemi qualunque somma. Ma dovete rendere impossibile questo matrimonio. Siete il solo uomo che lo possa fare!

Poirot, di nuovo, scosse la testa.

- Non è una questione di denaro. Non posso intervenire per la ragione che sono pronto a confidarvi subito. Ma anche perché sono convinto che non ci sia niente da fare. Comunque, madame la duchesse, non sono in grado di aiutarvi. Mi considerereste impertinente se, invece, vi dessi un consiglio?

- Che genere di consiglio?

- NON CERCATE DI CONTRASTARE VOSTRO FIGLIO! Ha l'età per poter scegliere da solo. Non crediate di avere ragione solo perché la sua scelta non coincide con la vostra. Se voi considerate questo matrimonio una disgrazia, accettatela come tale. Ma siate al suo fianco quando avrà bisogno del vostro aiuto. Fate in modo che non debba mettersi apertamente in opposizione contro di voi.

- Voi non capite!

- Vi assicuro, madame la duchesse, che capisco benissimo. Conosco il cuore di una madre. Nessuno meglio di Hercule Poirot è in grado di conoscerlo. Vi ripeto, e ve lo dico con conoscenza di causa, siate paziente. Siate calma e paziente, c'è ancora una possibilità che questo legame si rompa spontaneamente. L'opposizione ai desideri di vostro figlio servirebbe solo ad accrescere la sua ostinazione.

- Arrivederci. signor Poirot - disse la duchessa con voce glaciale. -

Sono molto delusa.

- Mi dispiace infinitamente, madame, di non potervi essere utile. Mi trovo in una posizione difficile. Lady Edgware mi ha già fatto l'onore di consultarmi.

- Capisco! - e la sua voce era tagliente come una lama affilata. -

Siete nel campo avversario. Questo spiega indubbiamente la ragione per cui lady Edgware non è ancora stata arrestata per l'omicidio del marito.

- Comment, madame la duchesse?

- Credo che voi abbiate sentito benissimo quello che vi ho detto.

Perché non è stata arrestata? Si è recata in quella casa la sera del delitto, l'hanno vista entrare nella biblioteca. Nessun altro si è avvicinato a lord Edgware prima che lo trovassero ucciso. Eppure non l'hanno arrestata! La nostra polizia deve essere corrotta sino al midollo.

Con mani tremanti si aggiustò la sciarpa intorno al collo, poi, con un lieve cenno della testa, uscì dalla stanza.

- Che donna irascibile! - esclamai, non appena fu uscita. - Però l'ammiro. Voi che cosa ne pensate?

- L'ammirate perché vuole che il mondo si adegui al suo modo di pensare?

- Dopo tutto lei pensa solo al benessere e alla felicità del figlio!

Poirot annuì.

- E' vero, eppure, Hastings, credete che sarebbe veramente un guaio per lui se dovesse sposare Jane Wilkinson?

- Non penserete che lei sia innamorata di lui?

- Molto probabilmente non lo è. Anzi, quasi certamente. Ma interpreterà il suo ruolo con grande dignità. E' una donna eccezionalmente bella e molto ambiziosa. Non è poi una catastrofe. Il duca avrebbe potuto scegliere per moglie una giovane donna del suo rango che lo avrebbe sposato per le stesse ragioni, ma nessuno se ne sarebbe indignato.

- Questo è vero, però...

- Supponete invece che lui sposi una giovane che è pazzamente innamorata di lui, credete che per lui sarebbe molto più vantaggioso?

Ho spesso notato che è una vera disgrazia per un uomo sposare una donna che lo ama. E' gelosa, gli fa scenate, lo mette in situazioni ridicole, insiste per avere sempre la sua attenzione. Ah! No, amico mio, non si tratta certo di un letto di rose!

- Poirot! - esclamai. - Siete un inguaribile vecchio cinico.

- Mais non, mais non. Mi limito a osservare e a riflettere. In questo caso, per esempio, parteggio per la cara mammina.

Non riuscii a trattenere una risata nel sentirgli dare all'aristocratica e imperiosa duchessa un tale appellativo. Ma Poirot non partecipò alla mia ilarità.

- Non dovreste ridere. La faccenda è seria. Devo riflettere.

Riflettere a fondo.

- Non immagino che cosa possiate fare a questo punto - dissi.

Poirot non parve neppure udire il mio intervento.

- Avete notato, Hastings, come era bene informata la duchessa madre? E quanto desiderio di vendetta ha espresso? Conosceva tutte le prove che abbiamo contro Jane Wilkinson.

- Le prove dell'accusa, non quelle della difesa - ammisi sorridendo.

- Come si è procurata tutte queste informazioni?

- Jane le ha riferite al duca e il duca gliele ha comunicate -suggerii.

- Sì, è possibile. Eppure, ho...

Il telefono squillò. Risposi. Mi limitai a rispondere "sì" a vari intervalli. Poi, tutto eccitato, deposi la cornetta e mi voltai verso il mio amico.

- Era Japp. Prima di tutto, voi siete come al solito un genio. Secondo punto: ha ricevuto un telegramma dagli Stati Uniti. Terzo punto: ha trovato il tassista. Quarto punto: volete raggiungerlo per sentire voi stesso tutto ciò che il tassista ha da raccontare? Quinto punto: voi siete di nuovo un genio. Japp era convinto che non ci fosse nessun uomo dietro le quinte come suggerivate voi! E invece! A proposito, non mi sono ricordato di dirgli che avevamo appena ricevuto la visita di una persona che accusava di corruzione tutte le forze di polizia.

- Così Japp si è finalmente convinto - mormorò Poirot. - Strano, molto strano che questa teoria dell'uomo che agisce tra le quinte prenda consistenza proprio quando sono più propenso a prendere in considerazione una ipotesi assai diversa.

- Quale ipotesi?

- L'ipotesi che l'assassino non abbia nulla a che vedere con lord Edgware. Immaginate qualcuno che odia Jane Wilkinson, che la odia talmente da ordire un complotto per farla impiccare per omicidio.

C'est une idée, ça!

Sospirò, poi lentamente si alzò.

- Andiamo, Hastings, andiamo a sentire ciò che ha da dirci Japp.

20. Il tassista.

 

Japp stava interrogando un uomo di mezza età con baffi irsuti e occhiali. La sua voce era rauca e lamentosa.

- Eccovi! - esclamò Japp. - Credo proprio che stiamo andando a gonfie vele. Quest'uomo, il suo nome è Jobson, ha preso a bordo del suo taxi due persone a Long Acre, la notte del 29 giugno.

- Sissignore! - ammise rauco Jobson. - Era una bella serata. La luna e tutto il resto. Il giovanotto e la ragazza erano vicini alla stazione della metropolitana e mi hanno chiamato.

- Come erano vestiti, da sera?

- Sì, il giovanotto era in giacca bianca e la ragazza tutta vestita di bianco. Un abito tutto ricamato. Penso che fossero usciti dall'opera.

- Ricordate l'ora?

- Poco prima delle ventitré.

- E poi?

- Mi hanno detto di portarli a Regent Gate. Mi avrebbero indicato la casa in seguito. Poi mi hanno raccomandato di fare in fretta. La gente lo chiede sempre. Come se noi si avesse interesse ad andare adagio.

Più presto si giunge a destinazione e più rapidamente si ha l'occasione di procurarsi un'altra corsa. Non ci pensano mai. Se poi capita un incidente, naturalmente, la colpa è solo del tassista accusato di guida spericolata.

- Tagliate corto! - lo ammonì Japp con impazienza. - Non c'è stato alcun incidente quella sera che io sappia.

- No, no - ammise l'uomo riluttante a interrompere le sue geremiadi. -

No, infatti, non ci fu alcun incidente. Arrivammo a Regent Gate in poco meno di sette minuti. Lì il giovanotto batté sul vetro divisorio e mi chiese di fermarmi. Eravamo all'altezza del numero otto: scesero tutti e due e il giovanotto mi chiese di fare altrettanto. La ragazza attraversò la strada e camminò lungo il marciapiede del lato opposto.

Il giovanotto rimase vicino al taxi, in piedi sul marciapiede. Mi voltava le spalle. Le mani in tasca, attese per cinque minuti, poi lo sentii mormorare qualcosa, come un'esclamazione soffocata, e lo vidi prendere la rincorsa. Io lo seguii, non avevo l'intenzione di farmi buggerare. E' già successo, e così non l'ho perso di vista. Ha salito i gradini di una casa ed è entrato.

- Ha spinto la porta rimasta aperta?

- No. Aveva la chiave.

- Avete notato il numero della casa?

- Doveva essere il 17 o il 19. Mi è comunque sembrato strano che mi avessero detto di fermarmi vicino al mio taxi. Sono rimasto di guardia al portone. Dopo cinque minuti il giovanotto e la ragazza sono usciti insieme. Sono risaliti sul taxi e mi hanno chiesto di riportarli al teatro dell'opera di Covent Garden. Mi hanno fatto fermare poco prima del teatro e mi hanno pagato. Pagato profumatamente, direi, anche se mi aspetto di avere qualche noia a questo proposito. Nella vita sembra solo che ci siano guai in vista.

- Avete ragione - gli disse Japp per interrompere il flusso di recriminazioni. - Date un'occhiata a queste fotografie e ditemi se riconoscete la ragazza dell'altra sera.

E gli mostrò una dozzina di fotografie di ragazze abbastanza simili tra loro. Io le guardai con interesse da dietro le spalle del tassista.

- Eccola! - disse Jobson puntando un dito deciso sulla fotografia di Geraldine Marsh in abito da sera.

- Ne siete certo?

- Certissimo. Bruna e pallida.

- E ora l'uomo.

Gli vennero mostrate altre fotografie.

Le guardò tutte attentamente e poi scosse la testa. - Non sono sicuro: forse uno di questi due.

Tra le fotografie che gli erano state mostrate c'era anche quella di Ronald Marsh, ma Jobson non l'aveva individuata. Aveva indicato un paio d'altri uomini che gli assomigliavano.

Jobson se ne andò e Japp buttò le fotografie sulla scrivania.

- Non c'è male! Avrei preferito avere un'identificazione più precisa di Sua Signoria. Questa è naturalmente una vecchia fotografia presa sette o otto anni fa. La sola che sono riuscito a trovare. Sì, certo, mi piacerebbe un'identificazione certa, anche se ormai il caso è evidente. Due alibi saltano. Siete stato molto astuto a pensarlo, Poirot.

Il mio amico assunse un'espressione modesta.

- Quando ho saputo che lei e il cugino erano stati insieme all'opera mi è sembrato possibile che potessero avere trascorso insieme uno degli intervalli. Era evidente che gli amici con cui erano a teatro avrebbero supposto che i due non si sarebbero allontanati dal teatro.

Ma un intervallo di mezz'ora permette ampiamente di recarsi a Regent Gate e di tornare. Quando il nuovo lord Edgware ha sottolineato con tanta sicumera il suo alibi, ho subito capito che cercava di nascondere qualcosa.

- Siete un uomo molto sospettoso - gli disse Japp con tono affettuoso.

- Sua Signoria è il nostro uomo. Leggete.

E gli porse un foglio di carta.

- Un telegramma mandato da New York. Si sono messi in contatto con la signorina Lucie Adams. La lettera si trovava nella posta che le è stata recapitata stamane. Non era disposta a concederci l'originale a meno che non fosse assolutamente necessario, ma ha permesso ai funzionari di polizia di farne una copia e di mandarcela. Eccola, e vi assicuro che non potevamo sperare in nulla di più incriminante.

Poirot afferrò il telegramma con estremo interesse e io lo lessi al di sopra delle sue spalle.

 

Questa è la lettera spedita a Lucie Adams in data 29 giugno.

 

"Cara sorellina, mi dispiace di averti mandato due righe scarabocchiate in fretta la settimana scorsa, ma sono stata molto occupata e ho avuto molto da fare. Mia cara, lo spettacolo è stato un vero successo! Gli articoli straordinari, gli incassi eccezionali e tutti qui sono stati estremamente gentili. Mi sono fatta alcuni buoni amici e sto pensando che l'anno prossimo potrò forse affittare una sala per due mesi di recitazione. Il bozzetto sul ballerino russo è stato molto apprezzato, è anche piaciuto quello dell'americana a Parigi, ma credo che la scena che ha riscosso più successo sia stata sicuramente quella dell'albergo straniero. Sono così entusiasta ed eccitata che capisco a mala pena ciò che ti scrivo e presto saprai la ragione di questa mia agitazione. Prima però vorrei dirti del signor Hergsheimer: è stato così gentile che mi ha promesso di invitarmi a pranzo per farmi conoscere sir Montagu Corner che potrebbe essermi di valido aiuto. L'altra sera ho incontrato Jane Wilkinson. Mi ha fatto molti complimenti sull'imitazione che ho fatto di lei e questo mi riporta naturalmente a quel fatto straordinario a cui ho accennato qualche riga sopra. Non mi è particolarmente simpatica perché di recente mi hanno molto parlato di lei in termini poco lusinghieri. Una persona che conosco mi ha raccontato che si è comportata crudelmente nei suoi confronti, trattandola senza alcun riguardo, ma non è questo il momento di parlarne. Lo sai che lei è, in realtà, lady Edgware?

Anche di lui ho di recente sentito parlare e non si tratta certo di un vero gentiluomo, questo te lo posso affermare: ha trattato suo nipote, il capitano Ronald Marsh, di cui ti ho già parlato, in un modo indegno: lo ha letteralmente sbattuto fuori casa e non gli passa più alcuna rendita. Marsh si è sfogato a lungo e ti assicuro che mi dispiace molto per lui. Si è divertito al mio spettacolo e mi ha detto: "Credo che riuscireste a ingannare lo stesso lord Edgware. Che ne dite di fare una scommessa?". Mi sono messa a ridere e ho chiesto: "Quanto?". Lucie, mia cara, la risposta mi ha lasciato senza fiato.

Diecimila dollari. Diecimila dollari, solo per aiutare una persona a vincere una stupida scommessa! Allora ho risposto: "per una somma simile sarei pronta ad andare a Buckingham Palace e a giocare un tiro al re con il rischio di essere accusata di lesa maestà!". E così abbiamo unito le nostre capacità d'inventiva e messo a punto un piano nei minimi dettagli.

Ti racconterò come è andata nella mia prossima lettera, sia che mi scoprano sia che riesca a farla franca, mi sarò assicurata una somma di diecimila dollari. Mia cara sorellina, immagina che cosa potrà significare per noi. Non ho più tempo per sognare, devo andare a prepararmi per la burla. Tanti e tanti e tanti bacioni, sorellina, dalla tua

Carlotta".

 

Poirot appoggiò la lettera sul tavolo. Mi accorsi che si era commosso.

Japp, invece, reagì in modo assai diverso.

- Lo abbiamo incastrato! - disse con esultanza.

- Sì - ammise Poirot.

La sua voce mi parve stranamente incolore.

- Che cosa vi succede, Poirot?

- Niente - rispose il mio amico. - Non è come avevo immaginato. Questo è tutto.

Eppure pareva profondamente deluso.

- D'altronde dovrebbe essere così - disse come se stesse parlando a se stesso. - Sì, dovrebbe proprio essere così.

- Ma certamente! Lo avete sempre sostenuto!

- No. No. Mi avete sempre frainteso.

- Non dicevate che c'era qualcuno tra le quinte che ha spinto la ragazza a farlo in tutta innocenza?

- Sì, sì.

- Che altro volete?

Poirot sospirò, ma non aprì bocca.

- Siete un individuo assai bizzarro. Niente vi soddisfa. Ammettete che è stata una fortuna che la ragazza avesse scritto questa lettera alla sorella!

Poirot lo ammise con un pochino più di vigore di quanto avesse mostrato in quell'ultima ora.

- Mais oui, questo l'assassino non poteva saperlo. Quando la signorina Adams aveva accettato i diecimila dollari, aveva firmato la sua condanna a morte. L'assassino ha pensato di aver preso tutte le precauzioni necessarie, eppure lei in piena innocenza, riesce a giocarlo. E da morta, lo tradisce. Sì, capita a volte che i morti parlino.

- Non ho mai pensato che l'avesse fatto lei - proclamò Japp senza neppure arrossire.

- No, no - mormorò con tono assente Poirot.

- Ebbene, è ora che io agisca.

- Intendete arrestare il capitano Marsh, voglio dire il giovane lord Edgware?

- E perché no? La sua colpevolezza mi sembra dimostrata senza ombra di dubbio.

- E' vero.

- Mio caro Poirot, ho l'impressione che siate piuttosto scontento.

Credo proprio che vi piacciano solo i casi complessi. Si è riusciti a dimostrare valida la vostra idea, eppure neanche questo successo sembra darvi soddisfazione. Intravedete qualche manchevolezza nel come sembrano essersi svolti i fatti?

Poirot scosse sconsolatamente la testa.

- Non so ancora se si dovrà considerare la signorina Marsh come sua complice - seguitò Japp. - Per quanto mi sembra probabile, poiché sono andati a casa insieme durante l'intervallo dello spettacolo, che per lo meno lei fosse d'accordo. Se no, perché farsi accompagnare da lei?

Sono curioso di ascoltare quello che tutti e due avranno da dirci.

- Mi permettete di essere presente?

Poirot lo chiese in tono quasi umile.

- Certamente. Lo debbo a voi se le indagini hanno preso questa direzione.

E prese in mano il telegramma che era rimasto sulla scrivania.

Mi appartai con Poirot.

- Che cosa vi succede, amico mio?

- Sono scontento, Hastings. Tutto sembra procedere a gonfie vele.

Eppure, C'E' ANCORA QUALCOSA DI SBAGLIATO. Non so come, non so dove, Hastings, c'è un fatto che ci sfugge. Tutto pare collimare, è come me lo ero immaginato, eppure, amico mio, c'è qualcosa di sbagliato.

Mi fissò depresso e sfiduciato e io non seppi cosa dirgli.

 

 

21. La storia di Ronald.

 

Facevo fatica a capire lo strano atteggiamento di Poirot. Ma non era quella l'ipotesi a cui si era attenuto in tutti quei giorni?

Durante il tragitto verso Regent Gate rimase seduto perplesso e accigliato, e non prestò attenzione all'autocompiacimento con cui Japp seguitava a parlare del caso. Con un profondo sospiro uscì finalmente dalla sua lunga meditazione.

- A ogni modo - mormorò - sentiremo ciò che ha da dirci.

- Quasi niente, se è saggio - ribatté Japp. - Sono molti gli uomini che hanno finito per farsi impiccare solo perché sono stati troppo frettolosi e ansiosi di fare dichiarazioni. Nessuno ci potrà comunque accusare di non averli avvisati. Tutto si svolge sempre secondo le regole. Eppure più sono colpevoli e più parlano e si lasciano invischiare in una rete di menzogne che si sono inventate per difendersi. Non sanno che è sempre meglio sottoporre le menzogne a un legale. - Sospirò e disse: - Avvocati e magistrati sono i peggiori nemici della polizia. Quante volte mi è successo di avere un caso perfettamente chiaro e di assistere impotente ai guai che il giudice istruttore riusciva a combinare sino a permettere al colpevole di cavarsela. Suppongo che non si debba obiettare se gli avvocati riescono a salvare dalla forca i loro assistiti. Sono pagati per la loro astuzia e per la loro abilità a confondere le prove.

Quando giungemmo a Regent Gate, ci venne detto che Sua Signoria era in casa e che la famiglia stava ancora pranzando. Japp chiese di poter parlare in privato con lord Edgware. Ci fecero accomodare in biblioteca.

Un paio di minuti dopo il giovane lord ci raggiunse. C'era un lieve sorriso sulla sua faccia, che si cancellò quando ci ebbe osservato.

Strinse le labbra.

- Buongiorno, ispettore - disse. - Di che cosa si tratta?

Japp recitò la formula di rito in modo classico.

- A questo siamo giunti - disse Ronald.

Avvicinò una sedia e si sedette. Prese dalla tasca un portasigarette.

Ispettore, vorrei fare una dichiarazione.

- Come desiderate, Vostra Grazia.

- E' stato molto sciocco da parte mia, lo so, comunque sia, la farò, perché non ho ragione di temere la verità.

Japp rimase in silenzio, la faccia inespressiva.

- C'è un tavolino comodo e una sedia - proseguì il giovane lord. - Il vostro uomo può accomodarsi e stenografare tutto quello che vi dirò.

Non credo che Japp fosse abituato a essere aiutato con tanta signorilità nell'esecuzione dei suoi doveri. Adottò subito il suggerimento di lord Edgware.

- Comincerò subito con il dirvi - riprese il giovane - che, essendo dotato di un minimo di intelligenza, sospettavo fortemente che il mio magnifico alibi non avrebbe retto, che si sarebbe dissolto come il fumo. Gli utili Dortheimer sono stati sostituiti, suppongo, dal tassista.

- Sappiamo tutto dei vostri movimenti di quella sera - ammise Japp bruscamente.

- Ammiro molto il lavoro di Scotland Yard. Ciononostante, se avessi veramente progettato un delitto, non credo che avrei preso un taxi e mi sarei fatto accompagnare proprio quasi sul luogo del crimine. Non avrei chiesto al tassista di aspettarmi. Ci avete pensato? Ah!

Capisco. Il signor Poirot ci ha pensato.

- Infatti mi è venuto in mente - ammise Poirot.

- Non è in questo modo che si progetta un assassinio premeditato - seguitò Ronald. - Ci si mette un paio di baffi finti, occhiali pesantemente cerchiati, ci si fa accompagnare nelle vicinanze e si paga la corsa. Avrei potuto prendere la metropolitana... insomma non ho l'intenzione di imbarcarmi in questo genere di difesa; il mio avvocato, con una parcella di molte migliaia di sterline, sarebbe molto più abile di me. Naturalmente, capisco quello che sarete pronti a ribattere. Si è trattato di un delitto eseguito d'impulso. Sono lì, aspetto vicino al taxi e all'improvviso mi viene in mente: "Ragazzo, va' e uccidi".

"Insomma ho l'intenzione di dirvi la verità. Avevo urgente bisogno di denaro. Questo, credo, lo sapevano tutti. Mi trovavo in condizioni disperate. Dovevo pagare il mio debito il mattino seguente. Ho tentato di avere un prestito da mio zio. Non mi voleva bene, ma ho pensato che forse me lo avrebbe concesso per salvare l'onore del casato. A volte un uomo di mezza età potrebbe avere una debolezza di questo genere. Ma mio zio ha dimostrato di essere dotato di un cinismo e di un'indifferenza degni purtroppo dei nostri tempi moderni.

"Sembrava che avrei dovuto chinare la testa e affrontare la situazione. Avrei tentato di farmi prestare un po' di soldi da Dortheimer, ma sapevo che non c'erano molte speranze. Non potevo certo sposare sua figlia. Lei è comunque una ragazza troppo sensata per farlo: poi, per caso, ho incontrato mia cugina all'opera. Non mi capita spesso di vederla, ma è sempre stata molto gentile con me quando abitavo ancora nella casa di suo padre. Le ho confidato il mio problema. Ne aveva sentito parlare dal padre. Fu allora che si mostrò molto generosa e mi propose di impegnare la collana di perle che era appartenuta a sua madre."

Tacque per un attimo e credo che ci fosse nella sua voce il riflesso di una commozione genuina o per lo meno così mi parve.

- Naturalmente ho accettato l'offerta di quella ragazza, che Dio la benedica. Mi permetteva di ottenere la somma che mi serviva e le giurai che avrei fatto del mio meglio, che avrei perfino lavorato, per riuscire a riscattarle. Le perle si trovavano nella casa di Regent Gate. Decidemmo che era meglio andare a prenderle subito. Balzammo su un taxi e ci avviammo verso Regent Gate.

"Abbiamo fatto fermare il taxi sul lato opposto della strada, per il caso in cui qualcuno dall'interno avesse potuto sentire il rumore dell'auto che si fermava davanti al portone. Geraldine è scesa dal taxi e ha attraversato la strada. Aveva la chiave con sé. Sarebbe entrata senza far rumore, sarebbe andata a prendere le perle e me le avrebbe portate. Era quasi certa di non rischiare di incontrare nessuno se non forse un domestico. La signorina Carroll, la segretaria di mio zio, va in genere a letto verso le ventuno e trenta. E mio zio sarebbe stato come al solito in biblioteca.

"Dina sparì nella casa. Io rimasi sul marciapiede a fumare una sigaretta. Di tanto in tanto davo un'occhiata verso la casa per vedere se ricompariva. E ora arrivo a quella parte della mia storia che voi siete padrone di credere o di non credere vera: un uomo mi è passato vicino e io l'ho seguito con lo sguardo. Con mia gran sorpresa ha salito quei pochi gradini ed è entrato al numero 17. O per lo meno così mi è sembrato, poiché mi trovavo a una certa distanza. Mi sorprese per due ragioni. La prima è che l'uomo è entrato usando una chiave che aveva in tasca e la seconda è che assomigliava moltissimo a un famoso attore cinematografico.

"Decisi allora di andare a controllare. Avevo per caso in tasca la chiave del numero 17. L'avevo persa, o avevo piuttosto pensato di averla persa tre anni fa, poi l'avevo inaspettatamente ritrovata un paio di giorni prima e avevo avuto l'intenzione di restituirla a mio zio quella mattina. Nel calore della discussione me ne sono completamente dimenticato e l'avevo trasferita dalle tasche del mio abito quando la sera mi sono cambiato per andare a teatro.

"Dissi al tassista di aspettarmi e m'affrettai a raggiungere il 17, attraversai la strada, salii gli scalini e aprii la porta con la mia chiave. L'atrio era vuoto. Non c'era traccia dell'uomo che avevo visto passare. Mi avviai verso la biblioteca. Forse l'uomo si era recato da mio zio, se così fosse stato avrei sentito il rumore delle loro voci.

Mi fermai vicino alla porta chiusa, ma non udii alcun rumore.

"Mi resi bruscamente conto che mi stavo comportando come uno sciocco e un intruso. L'uomo era probabilmente entrato in un'altra casa. Regent Gate è una strada assai poco illuminata. Mi sentii un imbecille. Che cosa diamine mi era venuto in mente di seguire quell'uomo? Non riuscii a capire l'impulso che avevo così stupidamente seguito e che mi aveva messo in una situazione imbarazzante. Che bella figura ci avrei fatto se lo zio fosse uscito all'improvviso dalla biblioteca e mi avesse trovato lì. Avrei inoltre messo nei guai anche Geraldine e attizzato la rabbia di mio zio. E tutto perché nell'atteggiamento dell'uomo mi era sembrato di vedere qualcosa di furtivo. Per fortuna nessuno mi aveva sorpreso. Capii che me ne dovevo andare immediatamente. Mi avviai verso la porta d'ingresso. In quel preciso momento Geraldine stava scendendo le scale con le perle in mano. Fu sbigottita di vedermi lì, naturalmente. Uscimmo dalla casa e le spiegai la ragione della mia presenza nell'atrio."

Pausa.

- Tornammo a precipizio all'opera e arrivammo mentre alzavano il sipario. Nessuno sospettò che ci eravamo allontanati. La notte era calda e molti spettatori erano usciti per prendere una boccata d'aria.

Un'altra pausa.

- So quello che mi direte. Perché non ho dato subito questa versione?

Ma come volete che con un movente così evidente io potessi ammettere a cuor leggero che mi ero trovato effettivamente sul luogo del delitto proprio la sera in cui era stato commesso? Francamente, ho cercato di evitarlo. Anche se mi avreste creduto, ciò avrebbe significato un sacco di noie per me e per Geraldine. Non avevamo niente a che vedere con l'omicidio, non avevamo visto niente, sentito niente. Ho pensato ovviamente che fosse stata zia Jane. Perché mettersi in un ginepraio?

Vi ho detto del diverbio e della necessità che avevo di trovare subito del denaro, perché immaginavo che lo avreste saputo, ma ho tentato di nascondervi questa parte della storia perché vi avrebbe resi molto più sospettosi e avreste controllato più attentamente il mio alibi. Per questa ragione ho pensato che se mi fossi vantato di avere un alibi inattaccabile vi avrei convinto tanto da non indurvi a sottilizzare troppo. Sapevo che i Dortheimer erano onestamente convinti che io fossi rimasto sempre al Covent Garden e che avere trascorso l'intervallo con mia cugina non aveva destato in loro alcun sospetto e lei avrebbe potuto testimoniare che ero stato sempre con lei e che non mi ero mai allontanato.

- La signorina Marsh era d'accordo?

- Sì. Non appena ho saputo di mio zio, l'ho convinta a non dire niente della nostra breve incursione notturna. Dovevamo affermare che eravamo stati insieme durante l'intervallo e che ci eravamo limitati a passeggiare nella strada davanti al teatro. Ha capito e mi ha dato retta.

Una pausa.

- Capisco quanto poco sia convincente ciò che vi ho detto, soprattutto perché ve lo abbiamo taciuto: eppure vi assicuro che è la pura verità.

Posso darvi il nome e l'indirizzo dell'uomo che mi ha dato i contanti accettando in pegno la collana di Geraldine questa mattina. E se glielo chiedete, anche Geraldine vi confermerà questa mia storia.

Si appoggiò alla spalliera della poltrona e fissò Japp che seguitava a tacere, la faccia inespressiva.

- Ci avete detto che pensavate che fosse stata lady Jane a commettere il delitto, lord Edgware - disse finalmente.

- Non lo avreste pensato anche voi? Dopo ciò che ha raccontato il cameriere?

- Che cosa mi dite della vostra scommessa con la signorina Adams?

- Una scommessa con la signorina Adams? Volete dire con la signorina Carlotta Adams? E lei che c'entra?

- Negate di averle offerto la somma di diecimila dollari se fosse riuscita a farsi passare per Jane Wilkinson quella sera?

Ronald lo fissava sbigottito.

- Io le avrei offerto diecimila dollari? Assurdo. Qualcuno vi ha preso in giro. Non ho diecimila dollari da offrire. Avete preso un granchio.

E' lei che lo dice? Accidenti! Dimenticavo. E' morta, vero?

- Sì - disse Poirot con tono gelido. - E' morta.

Lo sguardo del giovane andava irrequieto da una faccia all'altra dei suoi interlocutori. Aveva avuto sino a quel momento un atteggiamento piuttosto disinvolto. Impallidì. Gli si leggeva la paura negli occhi.

- Non capisco - disse finalmente con voce tesa. - Quello che vi ho raccontato è vero. Ma voi non mi credete... nessuno di voi.

E allora con mio gran stupore, Poirot si fece avanti.

- Sì - disse. - Io vi credo.

 

 

22. Lo strano comportamento di Hercule Poirot.

 

Eravamo tornati a casa.

- Che cosa diamine... - cominciai a dire.

Poirot mi bloccò subito con un gesto che non gli avevo mai visto fare prima, agitando le braccia in aria.

- Vi supplico, Hastings! Non ora! Non ora!

E così dicendo, afferrò il cappello, se lo ricacciò in testa come se non avesse mai nemmeno sentito parlare di ordine e metodo e uscì precipitosamente dalla stanza. Non era ancora tornato quando, circa un'ora dopo, riapparve Japp.

- E' uscito, l'ometto? - chiese.

Annuii.

Japp si lasciò cadere in una poltrona e si asciugò il sudore dalla fronte con un fazzoletto. La giornata era calda.

- Che diavolo gli ha preso? - chiese di nuovo. - Caro capitano Hastings, vi confesso che avreste potuto mettermi al tappeto con una spintarella quando l'ho visto farsi avanti e dire: "Io vi credo" con tono da melodramma. Sono a terra!

Anch'io lo ero e glielo dissi.

- E poi esce di casa - seguitò Japp. - Perché? Ve lo ha detto?

- Non mi ha detto niente.

- Proprio niente?

- Assolutamente niente. Stavo per chiedergli di spiegarsi quando mi ha letteralmente zittito. Ho pensato che era meglio lasciarlo fare.

Appena siamo tornati a casa, prima che riuscissi a proferir parola, ha agitato le braccia, ha afferrato il cappello e si è precipitato fuori lasciandomi solo.

Ci guardammo perplessi, Japp si toccò con il dito la fronte con gesto significativo.

- Forse - ammisi riluttante.

Ma questa volta ero abbastanza propenso a dare ragione a Japp che aveva spesso insinuato che il mio amico fosse un po' tocco. Ma in quegli altri casi la spiegazione era evidente e Japp non aveva capito a che cosa mirava Poirot. Quel giorno, invece, mi vedevo costretto ad ammettere di non essere in grado di capire il comportamento del mio amico. Se non proprio "tocco", dovevo ritenere che fosse di umore mutevole. La sua teoria veniva quasi trionfalmente confermata e subito trovava modo di controbatterla. Ce n'era abbastanza per affliggere e sgomentare i suoi più zelanti ammiratori. Scossi la testa scoraggiato.

- E' sempre stato un originale - disse Japp. - Sceglie una sua angolatura personalissima quando affronta un caso, un'angolatura che non mi perito a definire alquanto bizzarra. E' geniale, non lo nego; ma si dice appunto che i geni si trovino assai vicini alla linea di demarcazione che divide il buon senso dalla follia e lui potrebbe da un momento all'altro scivolare dall'altra parte. Gli sono sempre piaciute le difficoltà. Un caso semplice non lo interessa. No. Per lui non c'è niente di semplice. La psicologia umana è tortuosa. A me pare che si stia allontanando dai semplici fatti della vita. Inoltre, con questo suo fare misterioso, sembra sempre dedicarsi a un gioco di cui lui solo conosce le regole. Mi fa ricordare quelle vecchie signore che fanno i solitari e che barano se il gioco non riesce secondo le loro aspettative. Con lui avviene precisamente il contrario. Se il gioco gli sembra riuscire con troppa facilità, bara per renderlo più difficile. Così almeno mi sembra.

Non trovai una risposta adeguata. Anch'io ero troppo turbato e depresso per essere in grado di pensare con chiarezza. Non trovavo giustificazioni al comportamento del mio amico, e poiché gli ero molto affezionato, ero più preoccupato di quanto non fossi pronto ad ammettere.

Nel pesante silenzio che aveva seguito lo sproloquio di Japp, Poirot fece ritorno. Fu lieto di constatare che era ora molto più calmo. Si tolse con cura il cappello, lo depose insieme al bastone da passeggio sul tavolo e si sedette nella sua poltrona preferita.

- Sono lieto di trovarvi qui, mio caro Japp. Avevo già in mente di vedervi al più presto.

Japp lo fissò in silenzio. Aveva capito che quella frase era solo un preambolo. Aspettò che Poirot si spiegasse. E il mio amico lo fece, parlando lentamente e scegliendo accuratamente le parole.

- Ecoutez, Japp. Ci stiamo sbagliando. Tutti. E' penoso ammetterlo, ma abbiamo fatto un errore madornale.

- Va tutto bene - disse Japp con tono presuntuoso.

- Le cose non vanno affatto bene. Anzi, è tutto deplorevole. E sono profondamente addolorato.

- Non è il caso che vi addoloriate per quel giovane. Si merita quello che gli sta succedendo.

- Non è per lui che sono afflitto, ma per voi.

- Per me? Non è proprio il caso!

- Ma non posso farne a meno. Capitemi! Chi è che vi ha indirizzato su questa pista? Io, Hercule Poirot. Mais oui, vi ho fatto sguinzagliare i vostri segugi, ho polarizzato la vostra attenzione su Carlotta Adams, vi ho parlato di quella lettera che ha mandato negli Stati Uniti. Sono io che vi ho spinto, passo per passo, in questa direzione.

- Ci sarei arrivato comunque - disse Japp freddamente. - Voi avete solo anticipato i tempi, nient'altro.

- Cela ce peut! Ma non basta a consolarmi. Mi biasimerei amaramente se l'aver dato ascolto ad alcune mie modeste idee, vi dovesse danneggiare o se ciò potesse offuscare il vostro prestigio.

Japp sembrava divertito. Credo che sospettasse Poirot di avere motivi assai meno generosi di quelli che confessava: immaginava piuttosto che il mio amico si fosse adombrato perché lui si era accaparrato il merito di aver scoperto il colpevole e risolto il caso.

- Va tutto bene - gli ripeté bonariamente. - Non dimenticherò di far sapere quello che vi è dovuto rispetto alla soluzione di questo delitto.

E così dicendo mi strizzò l'occhio.

- Ma non si tratta di queste sciocchezze! - esclamò Poirot facendo schioccare la lingua con impazienza. - Non voglio riconoscimenti.

Anzi, ve lo assicuro, non è proprio il caso di menar vanto di questa faccenda. Voi vi state avviando verso un fiasco solenne, e io, Hercule Poirot, ne sono la causa.

All'improvviso, davanti all'espressione malinconica di Poirot, Japp fu scosso dalle risa. Poirot lo fissò offeso.

- Scusatemi, Poirot - riuscì finalmente a dire Japp asciugandosi gli occhi. - Ma avete l'espressione di un anatroccolo investito da una pioggia torrenziale. Dimentichiamo questa faccenda. Sono pronto ad assumere vanto e discredito per questo caso. Se ne parlerà molto, di questo vi do atto. Mi procurerò un mandato di cattura. Forse un buon avvocato riuscirà a tirar fuori dai guai il nostro giovane lord, non si sa mai che cosa potrà decidere una giuria. Ma anche se ciò dovesse accadere, non ne sarò danneggiato. Si saprà che abbiamo arrestato il vero colpevole anche se non saremo riusciti a provarlo senza ombra di dubbio. E se per caso saltasse fuori che una cameriera isterica ha confessato di essere stata lei, manderei giù il rospo e non mi lamenterei del fatto che siete stato voi a mettermi su questa pista.

Vi ho tranquillizzato abbastanza?

Poirot lo fissò con aria triste e mite.

- Siete sempre sicuro, troppo sicuro! Non vi soffermate mai a chiedervi: "E' questa la soluzione?". Non vi sfiora il dubbio o la perplessità. Non pensate mai: "Ma non è troppo facile?".

- Potete essere certo che questa è proprio una domanda che non mi pongo. Ed è proprio qui, se me lo consentite, che a volte, voi, Poirot, mi sembrate perdere la bussola. Perché mai un caso non dovrebbe essere semplice? Che male c'è se un delitto non presenta complicazioni?

Poirot seguitò a guardarlo, sospirò, alzò un braccio a mezz'aria, poi scosse la testa.

- C'est fini! Non dirò altro.