Agatha Christie.
Bandinotto
SE MORISSE MIO MARITO.
Titolo originale dell'opera: Lord Edgware Dies.
Traduzione di Rosalba Buccianti.
1. Una rappresentazione teatrale.
La memoria del pubblico è corta. L'appassionato interesse e le vivaci polemiche suscitate dall'assassinio di George Alfred Saint Vincent Marsh, quarto baronetto di Edgware, furono presto dimenticati e caddero nell'oblio, sostituiti da avvenimenti sensazionali più recenti.
In relazione a questo delitto non si fece mai ufficialmente il nome del mio caro amico Hercule Poirot, per suo espresso desiderio, lo so per cognizione di causa. Preferì non essere coinvolto nel caso. La soluzione del delitto fu attribuita ad altri e fu lui a desiderarlo.
Da un punto di vista squisitamente personale, Poirot era convinto che questo caso dovesse essere considerato un suo personale insuccesso.
Affermò sempre, infatti, di essere stato messo sulla pista giusta da una riflessione udita casualmente per la strada e fatta da uno sconosciuto.
Eppure si deve alle sue geniali doti investigative se si è giunti alla verità. Se non ci fosse stato l'intervento di Hercule Poirot, dubito persino che si sarebbe riusciti a individuare la persona che progettò questo crimine e che lo mise in esecuzione.
Ritengo quindi che sia giunto il tempo di mettere nero su bianco tutto ciò che so su questa vicenda poiché conosco il caso nei suoi minimi dettagli e perché così facendo sono certo di esaudire il desiderio di un'affascinante signora.
Mi sono spesso ricordato di quel giorno in cui Poirot, nel suo salottino ordinato e convenzionale, passeggiando avanti e indietro su una lunga striscia di tappeto, ci espose il suo straordinario e circostanziato racconto del caso.
Comincerò la mia narrazione da dove la iniziò lui in quell'occasione: un teatro londinese, nel giugno dello scorso anno.
Carlotta Adams furoreggiava a Londra in quel periodo. L'anno precedente aveva dato un paio di rappresentazioni che avevano avuto un successo folgorante. L'anno dopo era tornata sulle scene londinesi per due settimane di recite. Quella sera dava la sua penultima rappresentazione.
Carlotta Adams era americana e possedeva uno straordinario talento.
Senza ricorrere a truccature sofisticate o a particolari scenari, si esibiva da sola sul palcoscenico e sembrava essere in grado di usare con disinvoltura qualunque linguaggio. I personaggi che rappresentava, colti in un'immaginaria sala di un albergo straniero, erano eccezionali. Sulla scena, si avvicendavano, di volta in volta, un turista americano, un turista tedesco, una famiglia inglese della media borghesia, signore di dubbia onestà, aristocratici decaduti, stanchi e discreti camerieri.
Passava dal serio all'ironico, dall'allegro al triste: dall'imitazione di una donna cecoslovacca che moriva in un ospedale e faceva salire il pianto in gola a un bozzetto in cui un attimo dopo il pubblico si sbellicava dalle risa assistendo all'impersonificazione di un dentista disinvolto e chiacchierone che infieriva sulle sue povere vittime ridotte all'impotenza.
Chiudeva lo spettacolo con l'annuncio di "alcune imitazioni". E di nuovo dimostrava la sua abilità e l'intelligenza e l'acutezza delle sue osservazioni. Una delle sue ultime imitazioni fu quella di Jane Wilkinson, una giovane attrice americana di talento, molto celebre a Londra. La scenetta che ne risultò fu perfettamente azzeccata. Le parole insipide che le servivano per caratterizzare il personaggio erano cariche di un tale straordinario effetto emotivo che al pubblico sembrava che ogni parola avesse un significato profondo e fondamentale. La voce dall'inflessione squisita, resa più drammatica da alcune note più profonde e velate, affascinava. I gesti parchi, tutti stranamente significativi, il corpo sinuoso che si muoveva appena, e persino l'impressione della bellezza che emanava, erano eccezionali. Mi chiedevo come riuscisse a fare tutto ciò con tanta maestria.
Ero sempre stato un grande ammiratore della bella Jane Wilkinson: tutti i ruoli intensamente drammatici che aveva sostenuto mi avevano ammaliato e avevo sempre affermato contro i suoi detrattori che ne ammiravano la bellezza, ma mettevano in dubbio il suo reale talento di attrice e di interprete, che era una donna dotata di una notevole attitudine istrionica.
Mi sentii quasi imbarazzato nell'ascoltare quella voce famosa, un po' rauca e velata, con quel tanto di fatalistico abbandono che così spesso mi aveva commosso, nel vedere imitato quel suo gesto patetico che consisteva nel chiudere lentamente il pugno e poi riaprirlo con un improvviso scatto all'indietro della testa che liberava il bellissimo viso dall'ala dei capelli e che, mentre osservavo l'imitazione, riconobbi essere l'espediente con cui l'attrice chiudeva sempre una scena drammatica.
Jane Wilkinson aveva lasciato il teatro quando si era sposata, ma due anni dopo era tornata sulle scene. Il suo matrimonio con il ricchissimo ed eccentrico lord Edgware era stato celebrato circa tre anni prima, ma si diceva che lei lo avesse abbandonato poco dopo. Sta di fatto che, diciotto mesi dopo le nozze, aveva già interpretato alcuni film in America e durante la stagione in corso si era esibita con successo in una commedia a Londra.
Mentre osservavo l'imitazione intelligente, ma fors'anche un po' feroce, di Carlotta Adams, mi chiesi quali potessero essere le reazioni dei personaggi presi di mira. Erano lieti di tanta notorietà e della pubblicità che ne derivava? Oppure si irritavano nel vedere messi a nudo, così deliberatamente, i trucchi del loro mestiere? Non si trovava Carlotta Adams nella posizione scomoda di chi scruta un rivale e con estrema e apparente facilità ne denuncia la modestia dei mezzi?
Decisi che se fossi stato io il soggetto in questione, mi sarei molto seccato, che avrei evitato naturalmente di farlo notare, ma che decisamente me ne sarei adombrato. Ci voleva una notevole apertura mentale e un profondo senso dell'umorismo per apprezzare una tale impietosa parodia.
Ero appena giunto a questa conclusione, quando sentii alle mie spalle riecheggiare la stessa risata un po' rauca che proveniva dal palcoscenico. Mi voltai di scatto. Nella poltrona dietro alla mia, protesa in avanti, le labbra socchiuse, riconobbi il personaggio che veniva imitato in scena: lady Edgware, meglio nota con il nome di Jane Wilkinson. Capii subito che le mie deduzioni erano sbagliate.
Sorridente, protesa, c'era nei suoi occhi un'espressione divertita e lusingata. Alla fine del numero, l'attrice applaudì calorosamente e, ridendo, si rivolse al suo accompagnatore, un giovane alto, bello come un dio greco, che riconobbi essere uno degli attori più famosi del teatro e dello schermo: Bryan Martin. Avevano spesso recitato insieme.
- Meravigliosa, non ti pare? - gli stava dicendo lady Edgware.
Lui rise.
- Jane, non ti ho mai vista così entusiasta.
- E' straordinaria! Molto più brava di quanto pensassi.
Non sentii la risposta divertita di Bryan Martin. Carlotta Adams era già passata a un'altra imitazione. Ciò che successe in seguito, lo pensai sempre, fu una ben strana coincidenza.
Dopo teatro, Poirot e io andammo a cena al Savoy. A un tavolo vicino c'erano lady Edgware, Bryan Martin e due altri commensali che non conoscevo. Mentre li facevo notare a Poirot, un'altra coppia entrò nel locale e si sedette a un tavolo adiacente a quello della famosa attrice. La donna aveva un viso che mi pareva familiare eppure, stranamente, non fui capace di individuarla. Poi, all'improvviso mi resi conto che stavo fissando Carlotta Adams. Non conoscevo l'uomo che l'accompagnava. Era molto elegante e aveva una faccia cordiale ma priva di carattere. Non certo un uomo che potesse piacermi.
Carlotta Adams era vestita semplicemente di nero. Il suo viso non attirava subito l'attenzione, né era facile riconoscerla. Possedeva una di quelle facce mobili, sensibili, che meglio si adattavano alla sua arte. Erano tratti che si trasformavano facilmente nel personaggio che la giovane artista desiderava imitare, ma non parevano possedere un carattere personale riconoscibile.
Ne parlai con Poirot, rendendolo partecipe di queste mie riflessioni.
Mi ascoltava attentamente, lanciando di tanto in tanto sguardi ai due tavoli su cui avevo attirato la sua attenzione.
- Dunque quella è lady Edgware? Sì, me la ricordo, l'ho vista recitare... Belle femme.
- E' anche una brava attrice.
- Passabile.
- Non mi sembrate entusiasta.
- Credo che molta della sua arte dipenda dal copione, amico mio. Se lei è la protagonista, se la vicenda ruota intorno al suo personaggio, sì, allora penso che sia in grado di recitare abbastanza bene. Dubito invece che sia capace di dare una buona interpretazione di una parte secondaria o di quella che si chiama una caratterizzazione. L'opera teatrale in cui si esibisce deve essere stata scritta apposta per lei o per lo meno per un personaggio che le è congeniale. Mi sembra appartenere a quel tipo di donna che si interessa solo ed esclusivamente alla sua persona. Tacque per un momento e poi, inaspettatamente, aggiunse: - Queste persone vivono, in genere, in modo pericoloso.
- Perché? - gli chiesi stupito.
- Caro amico, vi ha sorpreso che abbia usato la parola pericolo, vero?
Eppure, mon ami, è proprio di pericolo che si tratta. Riflettete: una donna che riesce solo a pensare a se stessa. Fa parte di quella schiera di persone che non vedono nemmeno i pericoli e i rischi che le circondano, tutti quegli innumerevoli conflitti di interessi e di rapporti che sono parte integrante della vita. Perseguono solo il loro scopo e così, presto o tardi, vanno incontro alla catastrofe.
Il suo punto di vista mi interessava. Non ci avevo mai pensato.
- E l'altra? - chiesi.
- La signorina Adams?
Il suo sguardo indagatore si soffermò sulla giovane donna.
- Che cosa volete sapere sul suo conto? - mi chiese sorridendo.
- Soltanto quello che pensate di lei.
- Mon cher, forse stasera mi considerate un veggente che legge la mano e svela il carattere?
- Siete in grado di farlo molto meglio dei cosiddetti professionisti - ammisi lusingandolo.
- Avete molta fiducia nelle mie qualità di psicologo, Hastings. Mi adulate. Sapete, amico mio, che ognuno di noi è un mistero, un groviglio di passioni conflittuali, di desideri, di aspirazioni e qualità? Mais oui, c'est vrai: ognuno di noi cerca di farsi un'opinione sul suo prossimo, ma nove volte su dieci sbaglia.
- Non Hercule Poirot - ribattei sorridendo.
- Persino Hercule Poirot! Oh, lo so che mi considerate sempre un po' troppo presuntuoso, e invece, sono una persona molto umile.
Risi.
- Voi umile!
- Ve lo assicuro. Devo, però, confessare che vado abbastanza fiero dei miei baffi. Non ho visto niente a Londra che possa anche lontanamente paragonarsi a tanta perfezione.
- Non abbiate alcun timore: sono unici - gli risposi seccamente. - Ma torniamo a Carlotta Adams, non siete disposto a rischiare un giudizio?
- Elle est une artiste! - ammise Poirot semplicemente. - E questo dice quasi tutto, non vi pare?
- Non la considerate tra coloro che vivono pericolosamente?
- Tutti viviamo pericolosamente, amico mio - disse Poirot con tono serio. - La catastrofe si può abbattere su chiunque. Ma tornando alla vostra precisa domanda sulla signorina Adams, io penso che riuscirà a ottenere il successo che si merita, perché è una donna intelligente e alquanto astuta. C'è qualcosa inoltre da aggiungere per ciò che la riguarda, qualcosa che potrà anche essere fonte di pericolo, poiché è di questo che parliamo.
- Che cosa avete da farmi notare?
- L'amore per il denaro: è una passione che può allontanare una donna come lei dalla via della prudenza e della cautela.
- Questo può succedere a chiunque di noi - ribattei.
- E' vero, ma voi e io saremmo in grado di valutare il pericolo inerente a questo piccolo vizio. Saremmo capaci di vagliare i pro e i contro. Ma se l'avidità di denaro oltrepassa un certo limite, tutte le conseguenze possono rimanere nell'ombra.
Mi permisi di ridere al tono serio con cui aveva discusso questa possibilità.
- Il grande veggente, stasera, si sente molto in forma! - notai scherzosamente.
- Lo studio della psicologia di un carattere è molto interessante - seguitò Poirot, per niente scosso dalla mia ironia. - Non ci si può interessare di delitti senza essere anche interessati alla psicologia.
Quello che affascina l'esperto non è tanto il semplice atto di uccidere quanto tutto ciò che nel profondo spinge il criminale ad agire. Mi seguite, Hastings?
Lo rassicurai: seguivo perfettamente il suo ragionamento.
- Ho notato che quando lavoriamo insieme a un caso, voi, Hastings, mi spingete sempre ad agire. Volete che controlli le impronte, che esamini la cenere delle sigarette, che mi prostri, che mi stenda per terra e osservi da vicino i minimi dettagli. Non sembrate mai rendervi conto che, adagiati in poltrona, gli occhi chiusi, ci si possa avvicinare molto di più alla soluzione del problema. Perché è solo così che si vede con gli occhi della mente.
- Non è quello che mi capita - dissi di rimando. - Quando mi siedo in poltrona e chiudo gli occhi mi succede sempre una sola cosa: mi addormento.
- L'ho notato! - ammise Poirot. - E lo considero strano. E' in quei momenti che il cervello dovrebbe lavorare febbrilmente e non abbandonarsi a un riposo ozioso. L'attività mentale è così interessante, così stimolante! L'uso delle cellule grigie è un vero piacere. Loro, e solo loro sono in grado di dissipare la nebbia e condurre alla verità.
Temo di aver preso l'abitudine di distrarmi ogni volta che Poirot parla delle sue cellule grigie. E' un discorso che gli ho sentito fare troppo spesso. In quell'occasione la mia attenzione preferì fissarsi sulle quattro persone sedute al tavolo vicino. Quando Poirot terminò il suo monologo, esclamai con una risatina: - Poirot, avete fatto colpo. La bella lady Edgware non vi toglie gli occhi di dosso.
- Le avranno detto chi sono - disse Poirot, cercando inutilmente di assumere un tono modesto.
- Chissà che non sia per i vostri famosi baffi - insinuai. - Starà ammirandone la suprema bellezza!
Poirot se li lisciò furtivamente.
- Sono unici - ammise. - Mio caro amico, quei ciuffi di peli che voi stesso chiamate spazzolini da denti sono un orrore, un'atrocità, una deformazione volontaria delle leggi della natura. Vi prego, amico mio, eliminateli, eliminateli!
- Per Giove! - esclamai, ignorando la supplica di Poirot. - La signora si sta alzando. Credo proprio che abbia l'intenzione di venire al nostro tavolo. Sta discutendo animatamente con Bryan Martin che non pare d'accordo, ma lei non sembra propensa a dargli retta.
E infatti, Jane Wilkinson si alzò impetuosamente dalla sedia e venne al nostro tavolo. Poirot balzò in piedi e le fece un inchino. Mi alzai anch'io, naturalmente.
- Il signor Hercule Poirot? - chiese la voce dolce e velata.
- Per servirvi.
- Signor Poirot, vorrei parlarvi. Devo parlarvi.
- Certo, madame, volete accomodarvi?
- No, non qui. Preferirei parlarvi in privato. Andremo di sopra, nel mio appartamento.
Bryan Martin l'aveva raggiunta. Con un sorriso di biasimo disse: -
Cerca di avere un po' di pazienza, Jane. Stiamo cenando. Anche il signor Poirot vorrà terminare la sua cena.
Ma non gli fu facile fare desistere la bella donna dalla sua determinazione.
- Che importa? Ci faremo mandare la cena nel mio appartamento. Per piacere, occupatene tu. Ascolta, Bryan...
Lo segui mentre lui si stava allontanando e pareva volerlo convincere parlandogli concitatamente. Lui rimase fermo, immobile, scosse la testa e aggrottò le sopracciglia. Ma lei insistette e alla fine lui alzò le spalle e si rassegnò, così almeno mi parve.
Mentre gli parlava, lei aveva lanciato un paio di occhiate al tavolo a cui cenava Carlotta Adams e questo mi fece pensare che la loro discussione avesse a che fare con la giovane artista.
Ottenuto il suo scopo, Jane Wilkinson tornò raggiante al nostro tavolo.
- Andiamocene subito - disse includendo anche me nel suo affascinante sorriso.
Non le venne neppure in mente di chiederci se eravamo d'accordo con il suo piano. Ci coinvolse nel suo invito senza neppure chiederci vagamente scusa di averci incomodati.
- Che fortuna avervi incontrato stasera, signor Poirot - disse avviandosi verso l'ascensore. - E' straordinario come tutto sembra sempre volgersi in mio favore. Stavo proprio chiedendomi che cosa avrei mai potuto fare, ho alzato gli occhi e voi eravate seduto al tavolo vicino al mio. Allora mi sono detta: "Sarà il signor Poirot a dirmi quello che dovrò fare!".
Interruppe il flusso del suo monologo per dire: - Secondo piano - al ragazzo dell'ascensore.
- Se posso esservi utile, signora, sarò ben lieto... - cominciò a dire Poirot.
- Ne sono certa: ho sentito dire che voi siete l'uomo più straordinario del mondo. Qualcuno mi deve togliere dal guaio in cui mi trovo. E io sento che voi siete il solo in grado di farlo.
Giunti al secondo piano, la giovane donna ci precedette lungo il corridoio, si fermò davanti a una porta ed entrò in uno dei più fastosi appartamenti del Savoy. Gettò su una sedia la pelliccia bianca che indossava, appoggiò sul tavolo la borsetta da sera tempestata di pietre preziose e si lasciò cadere su una poltrona esclamando: -
Signor Poirot, in un modo o nell'altro DEVO sbarazzarmi di mio marito!
2. L'invito a cena.
Poirot si riprese subito, dopo un attimo di stupore.
- Gentile signora - le disse con gli occhi che gli brillavano - non è certo la mia specialità quella di sbarazzare le donne dai loro mariti!
- Lo so, naturalmente!
- Avete bisogno di un avvocato.
- Vi sbagliate! Sono stanca e nauseata degli avvocati. Ne ho consultati di onesti e di imbroglioni, ma nessuno ha saputo risolvere il mio caso. Gli avvocati conoscono solo la legge. Non sembrano affatto possedere una qualità preziosa: il buon senso o per lo meno il senso naturale delle cose.
- E voi credete che io ne sia dotato?
Lei rise.
- Ho sentito dire che voi possedete una certa sensibilità che manca agli altri.
- Gentile signora, io posso essere più o meno sensibile e intelligente; dopo tutto perché non ammettere che il mio cervello funziona abbastanza bene? Ma il vostro caso non rientra affatto nelle mie attività.
- E perché no? Si tratta di un problema.
- Un problema!
- Molto difficile - seguitò imperterrita Jane Wilkinson. - E voi non siete certo un uomo che scansa le difficoltà.
- Mi congratulo, madame, per l'acutezza del vostro ingegno.
Ciononostante, vi ripeto che non mi occupo di casi di divorzio. Ce métier là, non mi garba affatto.
- Caro signore, non vi sto chiedendo di investigare, né tantomeno di indagare su mio marito. Non servirebbe a niente. Devo solo sbarazzarmi di mio marito e sono sicura che voi saprete dirmi come potrò farlo.
Poirot rimase a lungo in silenzio prima di risponderle. Quando lo fece c'era un tono nuovo nella sua voce.
- Ditemi, innanzi tutto, madame, perché siete tanto ansiosa di "liberarvi" di vostro marito, lord Edgware?
La risposta venne chiara e pronta, senza ritardo o esitazione.
- Naturalmente perché vorrei sposare un altro uomo. Quale altra ragione ci potrebbe mai essere?
I suoi grandi occhi azzurri lo fissavano ingenuamente.
- Non credo che vi sia difficile ottenere il divorzio.
- Signor Poirot, voi non conoscete mio marito. E'... è... - rabbrividì. - Non so come spiegarvelo, è diverso. Non è come gli altri uomini. - Fece una pausa, poi proseguì: - Non avrebbe mai dovuto sposarsi... con nessuna. Sono certa di quello che vi dico. Non sono capace di descriverlo... è un essere strano. La sua prima moglie, come forse sapete, è fuggita abbandonando una bambina di tre mesi. Lui non acconsentì mai al divorzio e la poveretta è morta disperata, all'estero, non so dove. Poi ha sposato me: non ce l'ho fatta. Ho avuto paura. L'ho lasciato e sono andata negli Stati Uniti. Non ho validi motivi per chiedere il divorzio e se anche fossi io a fornirglieli, lui non ne terrebbe conto. E'... una specie di fanatico.
- In alcuni stati dell'America voi potreste, comunque, ottenere il divorzio, madame.
- Non mi sarebbe di alcuna utilità, specie se dovessi vivere in Inghilterra.
- E voi volete vivere in Inghilterra?
- Sì.
- Chi è l'uomo che intendete sposare?
- Questo è il problema: il duca di Merton.
Rimasi senza fiato. Il duca di Merton era uno dei partiti più ambiti dalle madri di figlie in età da marito. Era un giovane dalle tendenze quasi monacali, un cattolico di stretta osservanza, e si diceva che fosse completamente dominato dalla madre, la terribile duchessa vedova. Conduceva una vita austera. Collezionava porcellane cinesi e si affermava che possedesse un gusto estetico e raffinato. Pareva anche non interessarsi al gentil sesso.
- Sono pazza di lui - ammise Jane appassionatamente. - E' così diverso da tutti gli altri uomini che ho incontrato! E poi il castello di Merton è una tale meraviglia! E' la vicenda più romantica che mi sia mai capitata. Inoltre è così straordinariamente bello con quella sua aria ascetica e sognante.
E dopo una pausa.
- Ho l'intenzione di abbandonare le scene dopo averlo sposato. Non mi sembra di tenerci più ormai.
- E nel frattempo - disse Poirot seccamente - lord Edgware rappresenta un ostacolo a questi vostri sogni romantici.
- Certo! E ne sono disperata. - Si appoggiò allo schienale della poltrona pensierosa. - Naturalmente, se fossimo a Chicago potrei facilmente trovare qualcuno che lo facesse fuori, ma non mi sembra che qui si trovi facilmente un killer di professione.
- Qui, infatti - le disse sorridendo Poirot - siamo ancora convinti che ogni essere umano ha il diritto di vivere.
- Di questo non mi curo, penso solo a volte che vivreste meglio se poteste eliminare alcuni politici... e sapendo quello che so di Edgware, non credo che sarebbe una grande perdita per l'umanità, anzi penso proprio che sarebbe il contrario.
Bussarono alla porta e un cameriere entrò con un vassoio carico di piatti. Jane Wilkinson continuò a discutere il suo problema senza badare alla sua presenza.
- Non vi chiedo di ucciderlo per me, signor Poirot.
- Merci, madame.
- Ho pensato che voi forse potreste discutere con lui con intelligenza, acume. Convincerlo ad accettare l'idea del divorzio.
Sono certa che troverete il modo.
- Temo che voi sopravvalutiate la forza persuasiva delle mie argomentazioni, madame.
- Riuscirete pure a escogitare qualcosa, signor Poirot. - Si chinò in avanti e spalancò di nuovo i suoi grandi occhi azzurri. - Non vi farebbe piacere che io fossi felice?
La sua voce era dolce, bassa, squisitamente seducente.
- Vorrei che tutti fossero felici - ammise cautamente Poirot.
- Sì, certo. Ma non pensavo agli altri. Pensavo solo a me.
- Direi che lo fate sempre, madame - ribatté sorridendo Poirot.
- Mi considerate un'egoista?
- Non l'ho detto io, signora.
- Ammetto di esserlo. Ma capitemi: detesto essere così infelice.
Influisce negativamente anche sul mio lavoro. E sarò sempre tanto infelice a meno che lui non accetti di divorziare o muoia. Tutto sommato - proseguì pensierosa - sarebbe meglio che morisse. Intendo dire che mi sentirei finalmente e definitivamente liberata da lui.
Guardò Poirot come a chiedergli la sua comprensione.
- Mi aiuterete, vero, signor Poirot? - Si alzò raccogliendo la sua pelliccia bianca e standogli davanti in piedi e fissandolo con uno sguardo supplichevole. Dal corridoio ci giunsero alcune voci. L'uscio era socchiuso. - Se non sarete voi a farlo... - seguitò.
- Se non lo farò?
Rise.
- Sarò costretta a chiamare un taxi e ad andare a farlo fuori io stessa.
E scomparve ridendo in una stanza adiacente, proprio nell'istante in cui Bryan entrava con Carlotta Adams, il suo accompagnatore e le due altre persone con cui lui e l'attrice stavano cenando. Ci furono presentati: erano il signore e la signora Widburn.
- Salve - disse Bryan. - Volevo dirle che ho portato a buon fine la missione che mi aveva affidato.
L'attrice comparve sulla soglia della sua camera da letto. Teneva in una mano il rossetto per le labbra.
- E' venuta? Magnifico! Signorina Adams, ho talmente ammirato la vostra recitazione che non ho resistito al desiderio di conoscervi.
Venite con me, vorrei parlarvi mentre mi rinfresco il trucco. Sono in condizioni pietose.
Carlotta Adams accettò l'invito. Bryan Martin si lasciò cadere su una poltrona.
- Ditemi, signor Poirot, siete stato doverosamente irretito? - chiese.
- La nostra Jane vi ha convinto a combattere le sue battaglie? Vi conviene acconsentire, tanto lo farete comunque, se non subito, in seguito. Jane non ha mai accettato un rifiuto.
- Forse perché non le è mai ancora capitato.
- Jane è un personaggio interessante - proseguì Bryan Martin mentre, comodamente abbandonato in poltrona, lanciava verso il soffitto il fumo della sigaretta. - Per lei non esistono tabù, non significano niente. Come la morale. Non direi che è immorale, in fondo non lo è.
La parola giusta sarebbe piuttosto amorale. Nella vita per lei conta una sola cosa: raggiungere lo scopo che si è prefissa.
Rise.
- Credo che sarebbe capace di uccidere qualcuno con estrema disinvoltura e che si sentirebbe offesa se venisse scoperta e condannata per quel delitto. E potete essere certo che ciò avverrebbe sicuramente in quanto è priva di intelligenza. La sua strategia per compiere il delitto consisterebbe semplicemente nel chiamare un taxi, presentarsi e sparare.
- Mi chiedo cosa vi spinga a dirmi queste cose - mormorò Poirot.
- Perché?
- La conoscete così bene?
- La conosco, eccome! - rispose ridendo di nuovo e mi colpì l'amarezza che traspariva dalla sua risata.
- Non pensate che io abbia ragione? - chiese rivolto agli altri.
- Jane è un'egoista - ammise la signora Widburn. - Ma credo che un'attrice, in fondo, debba esserlo se vuole esprimere la sua personalità.
Poirot rimase in silenzio. I suoi occhi acuti e penetranti fissavano la faccia di Bryan Martin con un'espressione che non riuscii a decifrare.
In quel preciso momento Jane rientrò nella stanza seguita da Carlotta Adams. Supposi che Jane si fosse rifatta il trucco, qualunque fosse il significato che lei aveva dato a queste sue parole, in modo per lei soddisfacente. A me sembrò essere esattamente come prima, poiché non mi pareva possibile che si potesse migliorare quel suo splendido aspetto.
La cena si svolse in un'atmosfera allegra: avvertivo, tuttavia, strane tensioni nascoste che non fui in grado di valutare.
Jane Wilkinson non mi pareva in grado di sottigliezze psicologiche.
Era ovviamente una donna capace di un solo pensiero per volta. Aveva voluto parlare con Poirot e aveva raggiunto il suo scopo. Ora dimostrava solo buonumore. Pensai che il suo desiderio di avere al suo tavolo Carlotta Adams rispondesse a un semplice capriccio. Si era divertita in modo quasi infantile all'imitazione a cui aveva appena assistito.
Le tensioni di cui avvertivo l'occulta presenza non dipendevano da lei. In quale direzione dovevo allora volgere la mia attenzione?
Osservai attentamente ciascuno degli altri commensali. Bryan Martin?
Non stava certamente comportandosi in modo naturale. Ma questo, forse, dissi a me stesso, era la caratteristica di un divo, di un uomo troppo vano e consapevole della sua fama, e troppo abituato a recitare la parte che si era assunta per poterla abbandonare facilmente ed essere se stesso.
Carlotta Adams mi sembrava invece molto naturale. Era una giovane donna serena, dotata di una voce gradevole. Approfittando dell'occasione che mi veniva offerta, la osservai attentamente. Era dotata di uno strano fascino che consisteva in realtà nell'assenza di una qualsiasi nota stridente o sgradevole. Era gentilmente accomodante. Non c'era in lei niente di notevole: morbidi capelli scuri, pallidi occhi azzurri, quasi inespressivi, una bocca mobile e sensibile, una faccia, insomma, che poteva anche piacere, ma che non rimaneva nella memoria e che si poteva anche non riconoscere se la si fosse incontrata in un altro abbigliamento.
Accoglieva con piacere i complimenti e le cortesie che le prodigava Jane come lo avrebbe fatto qualunque altra giovane donna. Poi, all'improvviso, accadde qualcosa che mi fece cambiare questa mia troppo affrettata valutazione.
Carlotta Adams fissò la sua ospite al di là del tavolo, mentre l'attrice aveva rivolto la sua attenzione a Poirot. La stava stranamente scrutando come se stesse imprimendosi nella mente l'atteggiamento della diva e fui colpito nel constatare che c'era nei suoi pallidi occhi azzurri una espressione di cupa ostilità.
Lo avevo immaginato, forse: o si trattava di gelosia professionale.
Jane era un'attrice affermata. Carlotta stava appena cominciando la scalata al successo.
La mia attenzione si rivolse agli altri tre ospiti. Chi erano il signore e la signora Widburn? Lui, alto, magro, cadaverico, lei, piccola, grassottella, espansiva. Sembravano essere una di quelle coppie danarose, appassionate di tutto ciò che riguardava il teatro.
Non parevano disposti a parlare di qualsiasi altro argomento che non fosse attinente alla loro passione. Poiché io ero stato a lungo lontano da Londra, loro non parvero trovare molto interessante la mia conversazione tanto che la signora Widburn mi voltò decisamente le sue spalle grassocce e si dimenticò della mia esistenza.
L'ultimo membro del gruppo era il giovane bruno dalla faccia tonda e allegra, l'accompagnatore di Carlotta Adams. Fin dall'inizio mi era sorto il dubbio che non fosse sobrio come avrebbe dovuto. Seguitando a bere champagne, divenne sempre più evidente che era piuttosto alticcio.
Pareva oppresso da un profondo senso di frustrazione. Durante la prima parte della cena era rimasto in un tetro silenzio: verso la fine invece si stava rivolgendo a me con la confidenza di un vecchio conoscente.
- Quello che intendo dire, vecchio mio è...
Feci finta di non notare la voce impastata.
- Dopo tutto, se porti fuori una ragazza, se organizzi tutto... non che io gliene abbia parlato: lei non è il tipo... sapete quello che intendo dire... una puritana... come quelli del "Mayflower", insomma quel genere di famiglie che non ammette leggerezze... Maledizione! insomma è una ragazza retta... capite quello che intendo... A proposito, che cosa vi stavo dicendo? Non lo ricordo.
- Che la situazione era difficile - gli suggerii tanto per calmarlo.
- Accidenti! Accidenti a tutto! Ho dovuto farmi prestare dei soldi. Me li ha dati il mio sarto: un uomo molto comprensivo il mio sarto. Sono anni che gli devo del denaro. Questo ha creato tra noi un legame. Non c'è niente di più importante di un legame, non è vero, vecchio mio: voi e io. A proposito voi chi siete?
- Mi chiamo Hastings.
- Davvero? Avrei giurato che voi foste un tale che si chiama Spencer Jones. Caro vecchio Jones. L'ho incontrato a Eton e mi sono fatto imprestare un deca. Una faccia assomiglia stranamente a un'altra faccia... questo è ciò che mi capita. Se fossimo cinesi non sapremmo riconoscerci.
E scosse la testa tristemente. Poi tornò a essere allegro e bevve altro champagne.
Seguitò a blaterare in tono più speranzoso.
- Meglio vedere il lato allegro della vita, vecchio mio - mi esortò. -
Lo dico sempre: uno di questi giorni, quando avrò settant'anni o giù di lì, diventerò ricco. Sì, ricco. Quando morrà mio zio. Allora potrò pagare anche il mio sarto.
Quel pensiero lo fece sorridere felice. C'era qualcosa di stranamente gradevole in quel giovane dalla faccia tonda e dall'assurdo paio di baffetti neri che aveva l'aria di essersi perso in un deserto.
Carlotta Adams lo teneva d'occhio, me ne resi conto. E dopo un'ultima occhiata nella sua direzione si alzò e mise fine alla nostra cena.
- Siete stata molto gentile ad accettare il mio invito - disse Jane. -
Mi piacciono molto le improvvisate, e a voi?
- A me no. - Le rispose Carlotta Adams: - Preferisco organizzare tutto in anticipo prima di agire. Evita... eventuali guai.
C'era qualcosa di volutamente sgradevole nei suoi modi.
- I risultati a volte giustificano i miei impulsi - ribatté ridendo Jane. - Non ricordo di essermi tanto divertita a teatro come questa sera.
Il volto un po' teso di Carlotta si rilassò.
- Siete molto gentile - le disse con un tono di voce più caldo. - E vi sono molto grata di questo complimento. Ho bisogno di incoraggiamento.
Tutti ne abbiamo bisogno.
- Carlotta - disse il giovane con i baffetti - saluta tutti e ringrazia zia Jane per la cena. Andiamocene.
Fu un miracolo di equilibrio il modo con cui si avviò verso la porta.
Carlotta si affrettò a seguirlo.
- Che cosa diamine gli è successo e perché mai mi ha chiamato zia? Non lo avevo nemmeno notato!
- Mia cara - disse la signora Widburn - non badate a lui. Era un ragazzo brillante: ha fatto ottimi studi. Non lo si direbbe, non è vero? Mi dispiace sempre vedere come si riduce un giovane promettente.
Ora, però, Charles e io ce ne dobbiamo proprio andare.
I due Widburn se ne andarono insieme a Bryan Martin.
- E allora, signor Poirot?
Lui le sorrise.
- Et bien, lady Edgware?
- Per l'amor di Dio, non mi chiamate così! E' un nome che vorrei dimenticare! A meno che voi non siate l'uomo più cattivo di tutta l'Europa!
- Ma no, signora, non sono così cattivo.
Pensai subito che Poirot aveva bevuto molto champagne e forse un bicchiere di troppo.
- Allora mi promettete di andare da mio marito e di costringerlo a fare quello che voglio?
- Andrò a trovarlo - le promise cauto Poirot.
- E se lui rifiuta, e lo farà... saprete escogitare un piano molto astuto. Dicono che siete l'uomo più intelligente d'Inghilterra, signor Poirot.
- Signora, quando si tratta della mia cattiveria, invocate tutta l'Europa. Ma quando si tratta della mia intelligenza, vi limitate all'Inghilterra.
- Se riuscirete in questa impresa, parlerò dell'universo.
Poirot sollevò supplice una mano.
- Madame, non prometto niente. Nell'interesse della psicologia, farò il possibile per ottenere un colloquio con vostro marito.
- Psicanalizzatelo a fondo, forse gli farà bene: ma dovete farcela, per amor mio. Ho diritto di veder realizzato il mio sogno romantico, signor Poirot. - Poi aggiunse sognante: - Pensate alla sensazione che solleverà!
3. L'uomo dal dente d'oro.
Pochi giorni dopo, mentre stavamo facendo la prima colazione, Poirot mi passò una lettera che aveva appena aperto.
- Ebbene, mon ami - mi chiese. - Che cosa ne pensate?
Si trattava di poche righe secche e formali in cui lord Edgware ci fissava un appuntamento alle undici del mattino seguente.
Devo ammettere che ne rimasi sorpreso. Non avevo preso in seria considerazione le parole dette da Poirot in tono leggero durante il momento conviviale e non sapevo che si fosse mosso in modo da esaudire la promessa fatta.
Osservatore sempre molto acuto, Poirot aveva letto i miei pensieri e con un sorriso negli occhi mi disse: - Sì, mon ami, non è stato solo lo champagne.
- Non lo pensavo affatto.
- Ma sì, ma sì, voi vi siete detto: "Questo mio povero vecchio amico si è adeguato all'atmosfera della cena e ha fatto una promessa che non ha alcuna intenzione di esaudire". E invece, ricordatevelo sempre, per Hercule Poirot una promessa è sacra.
E dicendo le ultime parole si era raddrizzato con un certo sussiego.
- Lo so, lo so, naturalmente. Avevo solo pensato che quella sera vi foste lasciato influenzare.
- Hastings, a me non capita mai di lasciarmi influenzare come dite voi. Né lo champagne più secco e della migliore marca, né la più bella e seducente donna bionda: niente può influenzare il giudizio di Hercule Poirot. No, mon ami, la spiegazione è semplice: il caso mi interessa, questo è tutto.
- Vi interessano le vicende sentimentali di Jane Wilkinson?
- Non proprio. Quelle che chiamate le vicende sentimentali sono cose assai banali. Il suo amore per il duca di Merton è solo uno scalino più alto della sua scalata al successo. Se quell'uomo non fosse ricco e titolato, la sua strana personalità di romantico asceta non interesserebbe affatto alla nostra diva. No, Hastings, quello che mi interessa è il problema psicologico, lo scontro di caratteri così dissimili. Sono quindi lieto di avere l'occasione di studiare da vicino lord Edgware.
- Sperate di avere successo nella vostra missione?
- E perché no? Ogni uomo ha il suo punto debole. Non penserete, caro Hastings, che pur studiando questo caso dal punto di vista psicologico, non cercherò di riuscire nel mio intento? Mi fa sempre molto piacere esercitare le mie qualità di mediatore.
Mi fu evitata, per fortuna, la solita allusione alle sue cellule grigie.
- E così domani ci recheremo alle undici a Regent Gate?
- Noi? - Poirot alzò un sopracciglio con aria interrogativa.
- Poirot! - quasi gridai. - Non avrete spero l'intenzione di lasciarmi a casa! Io vengo sempre con voi!
- Se si trattasse di un delitto, di un misterioso caso di avvelenamento, di un assassinio... questi sono fatti che, lo so, fanno la vostra delizia. Ma qui si tratta solo di un caso banale di opera di conciliazione.
- Non una parola di più - dissi con determinazione. - Vengo anch'io.
Poirot rise amichevolmente. In quel momento ci annunciarono che un signore chiedeva di essere ricevuto. Fummo sorpresi quando scoprimmo che il nostro visitatore era Bryan Martin.
L'attore sembrava, alla luce del giorno, molto più vecchio. Era sempre un bell'uomo, ma la sua faccia pareva devastata. Mi venne subito in mente che forse si drogava. Me lo fecero supporre la tensione e il nervosismo che notai.
- Buon giorno, signor Poirot - disse affabile. - Sono lieto di constatare che voi e il capitano Hastings fate colazione a un'ora ragionevole. A proposito, suppongo che siate molto occupati, ora?
Poirot gli sorrise cordialmente.
- No - gli disse. - In questo periodo non ho affari importanti per le mani.
- Come è possibile! - esclamò Bryan ridendo. - Scotland Yard non vi ha chiamato in aiuto? Non state investigando un caso segreto che coinvolge la famiglia reale? Non ci posso credere!
- Confondete il romanzo con la realtà, amico mio - gli rispose Poirot sorridendo. - Vi assicuro che in questo momento non ho alcun impegno, anche se non posso considerarmi, Dieu merci, proprio un disoccupato!
- Sono fortunato - disse Bryan sempre ridendo. - Forse, allora, vi potrete occupare di me.
Poirot fissò pensieroso il giovane attore.
- Avete un problema di cui mi volete parlare - disse finalmente, dopo un momento di silenzio.
- Non so come spiegarvelo. Ce l'ho e non ce l'ho.
La sua risata si era fatta stridula. Sempre osservandolo attentamente, Poirot gli indicò una sedia. Il giovane si sedette di fronte a noi, poiché io mi ero messo di fianco a Poirot.
- E ora raccontateci tutto - lo incoraggiò Poirot.
Bryan Martin pareva trovare difficile cominciare a parlare.
- Il guaio è che non potrò dirvi tutto, come lo vorrei. - Esitò. - Non è facile: tutto è cominciato negli Stati Uniti.
- Negli Stati Uniti? Cioè?
- Un modesto incidente attirò la mia attenzione: viaggiavo in treno e notai un uomo, brutto, piccolo, accuratamente sbarbato, occhialuto e con un dente d'oro.
- Un dente d'oro?
- Esatto: e questo è proprio il nocciolo del problema.
Poirot annuì diverse volte.
- Comincio a capire, proseguite.
- Come vi ho già detto, l'ho solo notato: a proposito, stavo recandomi a New York. Sei mesi dopo, mi trovavo a Los Angeles e lo rividi. Non capisco come avvenne, fatto sta che lo riconobbi. Niente di strano, per ora.
- Continuate.
- Un mese dopo ebbi l'occasione di andare a Seattle e poco dopo esservi giunto, rincontrai il mio uomo, questa volta però portava la barba.
- Curioso!
- Vero? Naturalmente non pensai che avesse a che vedere con me, ma quando lo rividi a Los Angeles senza barba e poi nuovamente a Chicago con un paio di baffi, sopracciglia folte, in un villaggio di montagna, e mascherato da vagabondo... allora cominciai a riflettere.
- Naturalmente.
- E finalmente, anche se mi è sembrato molto strano, non ho avuto più dubbi: quell'uomo mi stava pedinando.
- Notevole!
- In seguito ho fatto attenzione. Dovunque andassi, quell'uomo era nelle vicinanze, mi seguiva come un'ombra mascherandosi in vari modi.
Per fortuna lo riconoscevo sempre a causa di quel suo dente d'oro.
- Quel dente! Una fortunata coincidenza!
- L'avete detto!
- Scusatemi, signor Martin, ma non avete mai tentato di parlare con quell'uomo? Non gli avete chiesto perché vi pedinava?
- No, non l'ho mai fatto. - L'attore ebbe un attimo di esitazione. -
Ci ho pensato un paio di volte, ma poi ho sempre rinunciato. Avrei solo messo l'uomo in guardia e probabilmente non avrei saputo niente.
Scoprendo di essere stato individuato, avrebbe potuto mettere un altro uomo alle mie costole, uno che mi sarebbe stato difficile controllare.
- En effet, un altro uomo che non avesse quel provvidenziale dente d'oro.
- Forse ho fatto male: ma è così che l'ho pensata.
- Signor Martin, vi siete riferito a ipotetici individui... chi pensate possano essere?
- E stato solo un modo di dire, ho pensato a loro senza una vera ragione.
- Intendete dire che non avete idea di chi possa avervi fatto pedinare e perché?
- Nessuna. A meno che...
- Continuez - lo incoraggiò Poirot.
- Forse un'idea ce l'ho. - L'attore proseguì lentamente. - Ma è solo una vaga ipotesi.
- Anche una vaga idea ci può essere di aiuto.
- Riguarda un incidente che avvenne qui a Londra circa due anni fa. Un incidente di poco conto, ma inspiegabile e che non sono riuscito a dimenticare. Ci ho ripensato spesso con sconcerto. Specialmente perché allora non sono riuscito a trovargli una spiegazione. Questa è in fondo la ragione per cui sono incline a considerarlo collegato al pedinamento. Ma vi assicuro che non sono in grado di trovare alcun nesso.
- Forse potrei trovarlo io.
- Sì, però, cercate di capirmi. - Bryan Martin parve molto imbarazzato. - Non posso parlarvene, non ora, forse tra un giorno o due.
Spronato a proseguire dallo sguardo inquisitore di Poirot, disse con tono quasi disperato: - Cercate di capirmi... c'è di mezzo una ragazza.
- Ah! Parfaitement! Una ragazza inglese?
- Sì: mi pare... Perché?
- Molto semplice. Non potete dirmelo ora, ma sperate di poterlo fare tra un giorno o due. Significa che volete ottenere il consenso della giovane signora: quindi si trova in Inghilterra. E doveva trovarsi in Inghilterra durante il periodo in cui vi hanno pedinato. Se fosse stata negli Stati Uniti gliene avreste già parlato lì. Se è rimasta in Inghilterra in questi ultimi diciotto mesi è probabilmente, anche se non sicuramente, inglese. Un buon ragionamento, non vi pare?
- Non c'è dubbio. E ora ditemi signor Poirot, se ottengo il suo consenso, vi occuperete del mio problema?
Seguì un silenzio. Poirot pareva dibattere la questione nella sua mente. Finalmente disse: - Perché siete venuto da me prima di andare da lei?
- Ebbene, ho pensato... - esitò. - Volevo persuaderla a chiarire le cose... voglio dire a chiedervi di chiarire il caso per noi. Intendo dire che se siete voi a investigare sul caso, non sarà necessario che diventi di dominio pubblico, vero?
- Dipende - disse Poirot con calma.
- Che cosa volete dire?
- Se si tratta di un delitto...
- Oh! Non si tratta certo di un delitto.
- Voi potreste non saperlo.
- Ma voi fareste del vostro meglio per lei... per noi?
- Naturalmente!
Rimase in silenzio per alcuni momenti, poi disse: - Ditemi, quest'uomo che vi seguiva, questa vostra ombra, che età aveva?
- Piuttosto giovane, sulla trentina.
- Ah! - esclamò Poirot. - Questo è notevole. Sì, rende tutta la faccenda molto interessante.
Lo fissai e anche Bryan Martin lo guardò con sorpresa. Questa sua affermazione era inspiegabile per tutti e due. Bryan mi interrogò sollevando il sopracciglio, io scossi la testa.
- Sì - mormorò Poirot - rende tutta la faccenda assai interessante.
- Avrebbe potuto essere più vecchio - disse allora Bryan dubbioso - ma non lo credo.
- No, no, sono certo che la vostra osservazione è sicuramente accurata, signor Martin: molto interessante... molto interessante.
Sconcertato dalle parole enigmatiche di Poirot, Bryan parve non sapere più che cosa dire o fare. Si imbarcò in una conversazione senza interesse.
- Una serata molto gradevole, vero, quella di ieri sera? - disse. -
Jane Wilkinson è la donna più decisa che io conosca.
- E' una donna che affronta un obiettivo per volta - ammise Poirot sorridendo. - Una visione egocentrica della vita.
- E riesce sempre a raggiungere il suo scopo - disse Martin. - Non so come la gente faccia a sopportarlo!
- Si sopporta molto quando una donna è bella, amico mio - disse Poirot con un guizzo allegro nello sguardo. - Se avesse un naso rincagnato, una pelle scialba, i capelli unti, allora, mio caro, non ce la farebbe a raggiungere sempre il suo scopo come dite voi!
- Lo ammetto - concesse Bryan. - Ma a volte mi fa arrabbiare. Sono affezionato a Jane, anche se, in un certo senso, penso che non sia sempre in sé.
- Al contrario, direi che è invece sempre molto presente a se stessa.
- Non è questo che intendo dire, non esattamente. Lo so che è perfettamente in grado di badare ai suoi interessi. Da questo punto di vista è abile e astuta. No, intendevo dire moralmente.
- Ah! Moralmente.
- Credo che sia quella che si chiama un'amorale. Per lei non esiste il bene e il male.
- Ricordo che avete detto qualcosa del genere l'altra sera.
- Poco fa stavamo parlando di delitti...
- Sì, amico mio?
- Ebbene, non sarei sorpreso se Jane commettesse un delitto.
- E voi la conoscete bene - mormorò Poirot pensieroso. - Avete lavorato molto insieme, non è vero?
- Sì, la conosco bene, posso anche dire che la conosco a fondo. E non faccio fatica a immaginarla nell'atto di uccidere qualcuno.
- E' una donna di grande temperamento?
- No, affatto. E' fredda come il ghiaccio. Volevo dire che se qualcuno le intralcia la strada, lei, senza remore, lo elimina. E non si potrebbe nemmeno fargliene una colpa... moralmente, intendo dire.
Perché è convinta che se c'è qualcuno che interferisce nella sua vita, questi deve essere tolto di mezzo.
Nelle sue ultime parole c'era un'amarezza che prima non si era avvertita. Mi chiesi quali ricordi fossero affiorati alla sua mente.
- Credete che sarebbe capace di uccidere?
Poirot lo fissava intensamente. Bryan respirò a fondo.
- Ne sono sicuro. Forse un giorno vi ricorderete di queste mie parole.
La CONOSCO davvero, io. E' capace di uccidere con la facilità con la quale si beve una tazza di tè: non sto affatto esagerando, signor Poirot!
Nel frattempo si era alzato.
- Sì - disse Poirot - mi rendo conto che lo pensate davvero.
- La conosco - ripeté ancora Bryan Martin. - La conosco a fondo.
Rimase un attimo pensieroso, poi disse: - Per quella faccenda di cui parlavamo prima... vi farò sapere tra pochi giorni tutto ciò che posso. Ve ne occuperete, signor Poirot?
Poirot lo fissò a lungo senza rispondere.
- Sì - disse finalmente. - Ve lo prometto, me ne occuperò. La trovo...
interessante. - C'era qualcosa di strano nel modo con cui disse l'ultima parola.
Accompagnai Bryan Martin al piano di sotto, sino alla porta d'ingresso. Lì si fermò e mi chiese: - Avete afferrato la ragione per cui lo interessa tanto l'età del mio pedinatore? Perché gli sembra così peculiare che sia un trentenne? Non ci ho capito niente.
- Neanch'io - dovetti ammettere.
- Che senso può avere? Forse mi stava solo prendendo in giro.
- No - gli risposi. - Non è il suo genere. Fidatevi. Se lo dice, vuol dire che questo dettaglio ha un suo preciso significato.
- Ebbene, voglio essere dannato, se lo capisco. Detesto sentirmi così spiazzato.
Se ne andò e io raggiunsi il mio amico.
- Poirot - gli chiesi - che cosa significa questa storia dell'età del pedinatore?
- Ma come? Mio povero Hastings, non avete capito? - Sorrise e scosse la testa. Poi mi chiese a sua volta: - Che cosa pensate del nostro colloquio nel suo insieme?
- C'è ben poco da dire vista l'esiguità delle informazioni. Se ne sapessimo di più...
- Anche senza saperne di più, non vi ha suggerito qualche idea, mon ami?
Lo squillo del telefono mi salvò dall'ignominia di ammettere che non mi aveva suggerito alcuna idea. Alzai il ricevitore.
Parlò una voce di donna decisa, chiara ed efficiente.
- Sono la segretaria di lord Edgware. Vi telefono per dirvi che a lord Edgware dispiace, ma è costretto a disdire l'appuntamento preso con il signor Poirot per domani mattina. Si deve recare d'urgenza a Parigi.
Se il signor Poirot avesse fretta di parlargli, lord Edgware è disposto a concedergli alcuni minuti oggi stesso, alle dodici e un quarto. Pensate che gli possa convenire quest'orario?
Consultai Poirot.
- Certo, amico mio, ci andremo stamane.
Riferii il messaggio.
- Benissimo - fece la voce decisa e impersonale. - Stamattina, alle dodici e un quarto.
E interruppe la comunicazione.
4. Un colloquio.
Arrivai insieme a Poirot alla dimora di lord Edgware a Regent Gate in un piacevole stato di agitazione. Sebbene non nutrissi la medesima passione che provava Poirot per la psicologia, le poche parole con cui lady Edgware aveva descritto il marito avevano risvegliato la mia curiosità. Ero ansioso di formarmene un giudizio personale.
La dimora era imponente: una costruzione solida, bella, ma piuttosto tetra. Mancava di balconi, di terrazze e di simili altre amenità.
La porta ci fu subito aperta, non da un anziano maggiordomo in livrea, come avrebbe dovuto esserci in una casa così aristocratica, ma da uno dei giovani uomini più belli che avessi mai visto Alto, biondo, avrebbe potuto posare per una statua di Ermete o di Apollo. Nonostante la sua straordinaria avvenenza, c'era qualcosa di vagamente effeminato e non mi piacque la morbidezza della sua voce.
Assomigliava, inoltre, in modo assai curioso, a qualcuno che avevo incontrato di recente ma che non mi riuscì di ricordare.
Gli chiedemmo di lord Edgware.
- Seguitemi, signori.
Si avviò, oltre lo scalone, verso una porta in fondo all'atrio.
Aprendola, ci annunciò con quella medesima voce dolce di cui per istinto diffidavo.
La stanza in cui entrammo era una specie di biblioteca. Le pareti erano ricoperte di libri, i mobili erano scuri, severi ma belli, le sedie si adeguavano allo stile ma non erano affatto comode.
Lord Edgware si alzò per riceverci. Era un uomo alto, di circa cinquant'anni. I capelli neri erano striati di bianco, la faccia era magra e la bocca aveva una piega cinica e beffarda. Pareva un uomo dal cattivo carattere e amareggiato.
Nei suoi occhi c'era uno strano sguardo diffidente. Pensai che quegli occhi erano assai particolari. Le sue maniere si rivelarono rigide e formali.
- Il signor Hercule Poirot? Il capitano Hastings? Prego, accomodatevi.
Sedemmo. La stanza era gelida, un po' di luce proveniva da una finestra e la semioscurità contribuiva a rendere l'atmosfera ancora più fredda.
Lord Edgware prese in mano una lettera. Riconobbi la scrittura del mio amico.
- Vi conosco di fama, signor Poirot. Chi mai non ha sentito parlare di voi? - Poirot apprezzò con un gesto della testa il complimento. - Non riesco tuttavia a comprendere la vostra posizione in questa faccenda.
Voi mi dite che desiderate incontrarmi per conto della... - fece una pausa - di mia moglie.
Pronunciò quelle ultime due parole in modo strano, come se facesse fatica a formarle.
- Infatti - ammise Poirot.
- Mi sembrava di aver capito che voi vi interessavate di delitti, signor Poirot.
- Di problemi umani, lord Edgware. Spesso di delitti, è vero. Ma ci sono anche altri problemi.
- Lo ammetto. E, in questo caso, qual è il problema che vi interessa?
Il tono della sua voce era apertamente sarcastico, ora. Poirot fece finta di non accorgersene.
- Ho l'onore di parlarvi a nome di lady Edgware - disse. - Lady Edgware, come voi forse sapete, desidera divorziare.
- Lo so benissimo - ammise freddamente lord Edgware.
- Lei vorrebbe che noi discutessimo questa evenienza.
- Non c'è niente da discutere.
- Allora rifiutate?
- Rifiutare? Certamente no.
Qualunque risposta si aspettasse Poirot, non era certo questa. Mi è accaduto raramente di vedere il mio amico preso alla sprovvista: questa occasione fu una delle più interessanti. Divenne persino ridicolo: aprì la bocca, sollevò sorpreso le mani e le sopracciglia.
Pareva una caricatura.
- Comment?! - esclamò. - Che succede? Non rifiutate di concederle il divorzio?
- Non riesco a capire la vostra sorpresa, signor Poirot.
- Ecoutez. Voi siete disposto a divorziare?
- Ma certo. E lei lo sa perfettamente. Le ho scritto e gliel'ho confermato.
- Glielo avete scritto?
- Sì. Sei mesi fa.
- Non capisco. Non capisco proprio.
Lord Edgware rimase in silenzio.
- Mi sembrava di aver capito che eravate contrario al divorzio per principio.
- Non credo che i miei principi vi riguardino, signor Poirot. E vero che non ho divorziato dalla mia prima moglie. La mia coscienza non me lo avrebbe permesso. Ma ammetto francamente che il mio secondo matrimonio è stato un errore. Quando mia moglie mi ha suggerito l'idea di divorziare, le ho opposto un netto rifiuto. Sei mesi fa mi ha scritto per ripropormelo. Penso che abbia in mente di risposarsi. Un attore, un collega o qualcuno del genere. Nel frattempo la mia opinione riguardo all'argomento si era andata modificando. Le ho quindi scritto a Hollywood per informarla che non mi opponevo al suo desiderio. Perché vi abbia mandato qui da me, non riesco proprio a immaginarlo. Forse per una questione di denaro.
La smorfia beffarda delle sue labbra si accentuò.
- Molto strano - mormorò Poirot. - Molto strano. Qui sotto c'è qualcosa che non capisco.
- Per quanto riguarda il denaro - proseguì lord Edgware - non ho nessuna intenzione di giungere a un accordo finanziario. Mia moglie ha abbandonato il tetto coniugale di sua volontà. Se desidera sposare un altro uomo, sono disposto a concederle la libertà, ma non c'è alcuna ragione che mi obblighi a darle neppure un soldo.
- Non si tratta di denaro.
Lord Edgware sollevò un sopracciglio.
- Allora sicuramente Jane sposerà un uomo molto ricco.
- C'è qualcosa che non capisco - insistette Poirot. La sua espressione era perplessa, la fronte aggrottata nello sforzo di concentrarsi. - Mi era sembrato di capire che lady Edgware aveva tentato più volte di ottenere il vostro consenso tramite avvocati.
- Infatti - rispose seccamente lord Edgware. - Avvocati inglesi, avvocati americani, seri professionisti, ogni genere di legale, dai migliori alla feccia della professione. Poi alla fine, come vi ho appena detto, è stata lei a scrivermi.
- E prima avevate sempre rifiutato?
- Sì.
- E quando avete ricevuto la sua lettera avete cambiato opinione.
Perché?
- Non certo per il contenuto di quella lettera - rispose bruscamente lord Edgware. - Avevo cambiato opinione, questo è tutto.
- Un cambiamento assai repentino.
Lord Edgware non rispose.
- Quali particolari circostanze vi hanno fatto cambiare opinione, lord Edgware?
- E' una questione personale che non desidero discutere, signor Poirot. Diciamo che ho gradualmente capito il vantaggio che avrei tratto a sciogliere quello che socialmente consideravo un rapporto degradante. Il mio secondo matrimonio è stato un errore.
- Lo dice anche vostra moglie.
- Davvero?
Ci fu uno strano guizzo nei suoi occhi che subito scomparve. Si alzò con l'atteggiamento di chi vuol mettere fine a un colloquio e, nel salutarci, le sue maniere si fecero meno rigide.
- Vi prego di scusarmi per aver dovuto anticipare il nostro appuntamento, ma devo assolutamente essere a Parigi domani.
- Non è il caso.
- Ci sarà un'asta e io ho messo gli occhi su una statuetta. Un oggetto perfetto anche se un po' macabro. Ma a me è sempre piaciuto il macabro. Ho gusti strani, lo ammetto.
E di nuovo quel suo strano sorriso. Avevo osservato durante il colloquio i libri sugli scaffali. Vi avevo notato le "Memorie" di Casanova, tutte le opere del marchese di Sade e molti volumi sulle torture medievali.
Mi ricordai che Jane Wilkinson era rabbrividita quando aveva parlato del marito. Non stava recitando. Mi era sembrata naturale. Mi chiesi che tipo d'uomo era George Alfred Saint Vincent Marsh, quarto baronetto di Edgware.
Ci salutò nuovamente in tono gentile, suonando un campanello: quando uscimmo, il suo maggiordomo dal fisico di una divinità greca ci stava aspettando nell'atrio. Mentre chiudevo alle mie spalle la porta della biblioteca dove ci aveva ricevuto, gli lanciai un'ultima occhiata. Mi trattenni a stento dall'emettere un'esclamazione.
La faccia che prima era stata atteggiata a un sorriso quasi gentile si era trasformata. Le labbra tese a scoprire i denti davano vita a un ghigno orrendo, negli occhi lampeggiava uno sguardo che rasentava una sorta di insana furia selvaggia.
Non mi stupii più che due donne avessero deciso di abbandonare lord Edgware. Mi sorprese solo il controllo ferreo che quell'uomo riusciva a imporsi, la padronanza di sé che aveva dimostrato durante tutto il colloquio, la sua calma, la sua formale correttezza.
Mentre stavamo raggiungendo la soglia, una porta si aprì alla nostra destra. Comparve una ragazza che, al vederci, si ritrasse. Era alta, snella, capelli scuri e pelle bianchissima. I suoi occhi neri, profondi e sgomenti, incontrarono i miei. Poi, come un'ombra, arretrò e scomparve chiudendo l'uscio.
Un attimo dopo eravamo di nuovo per strada. Poirot fermò un taxi e ci facemmo accompagnare al Savoy.
- Ebbene, Hastings - disse con un sorriso negli occhi. - Questo colloquio non è certo andato come avevo previsto.
- No, di certo. Che uomo straordinario quel lord Edgware!
Gli descrissi l'espressione che avevo sorpresa sulla sua faccia mentre uscivamo dalla biblioteca. Lui annuì chinando la testa ripetutamente con un atteggiamento pensieroso.
- Ho l'impressione che sia alle soglie della pazzia, Hastings. Lo immagino dedito a ogni sorta di vizi: sotto questo aspetto freddo e severo si nasconde una radicata e sfrenata crudeltà.
- Non c'è da stupirsi se tutte e due le mogli lo hanno abbandonato.
- Avete ragione.
- Poirot, avete notato la ragazza che è apparsa sulla soglia della porta? Una giovane bruna dal viso pallido.
- Sì, mon ami, l'ho notata. Una giovane spaventata e infelice.
La sua voce si era fatta seria.
- Chi credete che sia?
- Probabilmente sua figlia: lord Edgware ne ha una.
- Sembrava spaventata - dissi lentamente. - Quella dimora è troppo tetra per una ragazza giovane.
- Proprio così. E, ora, mon ami, andiamo a dare la buona notizia a lady Jane.
Jane si trovava in albergo e il portiere, dopo aver telefonato, ci informò che potevamo salire. Un inserviente ci accompagnò sino alla porta. Ci aprì una donna di mezza età, dai capelli grigi severamente raccolti a crocchia e occhiali dalle lenti spesse. Dalla camera da letto, udimmo la voce profonda di Jane che la chiamava.
- Ellis, è il signor Poirot? Fallo accomodare. Mi metto uno straccio addosso e vengo subito.
Quello che Jane Wilkinson chiamava straccio era un bellissimo abito da casa lungo che svelava molto più di quello che nascondeva del suo corpo stupendo. Si avvicinò con espressione ansiosa dicendo: - E allora?
Poirot si alzò, le prese la mano tesa e si inchinò.
- Tutto bene, signora, tutto bene.
- Come? Spiegatevi meglio.
- Lord Edgware è disposto ad accordarvi il divorzio.
- Cosa?
O lo stupore che si dipinse sulla sua faccia era genuino o Jane Wilkinson era veramente una grande attrice.
- Signor Poirot, ce l'avete fatta! E sin dal primo colpo. Siete un genio! In nome di Dio, come siete riuscito?
- Signora, non posso accettare questi complimenti che non mi merito.
Sei mesi fa vostro marito vi ha scritto per dirvi che non si opponeva più ai vostri desideri.
- Che cosa mi dite? Mi ha scritto? Dove?
- Se ho ben capito lo ha fatto quando vi trovavate a Hollywood.
- Non l'ho mai ricevuta quella lettera. Deve essersi smarrita. E pensare che per tutti questi mesi mi sono tormentata, preoccupata fino quasi a impazzire.
- Lord Edgware aveva avuto l'impressione che volevate sposare un attore.
- E' naturale. E' quello che gli avevo detto. - Sorrise soddisfatta in modo quasi infantile. - Spero, signor Poirot, che non gli abbiate detto che intendo sposare il duca?
- No. No. Rassicuratevi, sono un uomo molto discreto. Non era il caso, non è vero?
- Ha una natura strana e crudele. Non potrebbe non capire che il mio matrimonio con il duca di Merton significherebbe per me salire nella scala sociale e quindi, naturalmente, mi avrebbe messo il bastone tra le ruote. Un attore è molto diverso. Eppure, la cosa mi sorprende. Sì.
Molto. Non sei sorpresa anche tu, Ellis?
Avevo notato che la cameriera aveva continuato ad andare e venire da una stanza all'altra per mettere in ordine. E mi era sembrato che lo facesse soprattutto per poter seguire la nostra conversazione. Era evidente che la donna era in confidenza con la sua padrona.
- Sì, signora. Sua signoria deve essere molto cambiato da quando lo abbiamo lasciato - ammise la cameriera con un tono di disprezzo nella voce.
- Sì. E' molto cambiato.
- Non riuscite a comprendere il suo atteggiamento. Vi rende perplessa? le chiese Poirot.
- Sì, certo. Ma non più di tanto. Che cosa volete che me ne importi, in fondo, della ragione che ha determinato questo suo voltafaccia. A me basta che si sia verificato in mio favore.
- Forse non interessa a voi, madame, ma interessa a me.
Jane non gli prestò attenzione.
- Quello che conta è che sono libera... finalmente!
- Non ancora, signora.
Lo fissò con impazienza.
- Insomma, sarò libera. E' la stessa cosa!
Poirot non pareva pensarla allo stesso modo.
- Il duca è a Parigi - disse Jane. - Voglio subito mandargli un telegramma. La duchessa madre andrà su tutte le furie.
Poirot si alzò.
- Sono lieto, signora, che tutto proceda secondo i vostri desideri.
- Arrivederci, signor Poirot e grazie.
- Signora, io non ho fatto niente.
- Mi avete portato una buona notizia, signor Poirot, e di questo vi sarò sempre grata.
- Così è andata - mi disse Poirot subito dopo aver lasciato l'appartamento del Savoy. - Le è bastato ottenere la sola cosa che desiderava, che le premeva. Non ha pensato neppure un momento a chiedersi perché la lettera non le sia giunta. Lo avete notato anche voi, Hastings, è una donna astuta, abile, scaltra nelle questioni di affari e nel difendere i suoi interessi, ma manca assolutamente di intelligenza. Il buon Dio non è sempre prodigo di tutte le qualità.
- Ha fatto un'eccezione per Hercule Poirot!
- Mi state prendendo in giro, amico mio - mi disse lui serenamente. -
Andiamo a fare una passeggiata lungo il fiume. Ho bisogno di riordinare le idee.
Rimasi a lungo in silenzio e aspettai che l'oracolo si decidesse a parlare.
- La lettera - cominciò a dire mentre passeggiavamo lungo il fiume - mi incuriosisce. Ci sono quattro soluzioni a questo problema.
- Quattro?
- Sì. La prima: la lettera è stata smarrita dalla posta. A volte, capita. Non spesso. Se l'indirizzo fosse stato sbagliato sarebbe tornata a lord Edgware da tempo. Sono incline a scartare questa ipotesi, anche se potrebbe risultare vera.
"Seconda possibilità: la nostra bella signora mente quando afferma di non averla ricevuta. E', naturalmente, possibile. Questa deliziosa creatura sarebbe capace di mentire con il candore di una bambina, se ne avesse un tornaconto. Ma non riesco a capire, Hastings, che vantaggio ne trarrebbe. Se avesse saputo che era disposto a concederle il divorzio, perché mai si sarebbe rivolta a me per perorare la sua causa? Illogico.
"Terza possibilità: lord Edgware ha mentito. In questo caso sembra più probabile che sia lui a non dire la verità piuttosto che sua moglie.
Ma non riesco a capire la ragione di una simile menzogna. Perché inventare una lettera che non è mai stata scritta sei mesi fa? Perché non accettare semplicemente la richiesta di divorzio? No, sono incline a credere che lui ha veramente mandato la lettera, anche se non riesco a intuire la ragione di questo suo cambiamento di atteggiamento.
"E così arriviamo alla quarta ipotesi: qualcuno ha sottratto la lettera. E a questo punto, mio caro Hastings, entriamo in un campo vastissimo di congetture, poiché la lettera può essere stata sottratta o qui in Inghilterra, oppure al suo arrivo negli Stati Uniti.
"Chiunque l'abbia sottratta era una persona che non voleva che il matrimonio venisse sciolto. Hastings, non so cosa darei per sapere ciò che c'è dietro a questa faccenda. C'è sicuramente qualcosa, ne sono sicuro."
Fece una pausa e poi aggiunse lentamente: - Qualcosa a cui mi è stato concesso solo di dare un'occhiata.
5. Assassinio.
Il giorno seguente, il 30 giugno, erano appena le nove e mezzo del mattino quando ci avvisarono che l'ispettore Japp aspettava nell'ingresso ed era ansioso di parlarci. Erano anni che non avevamo più visto l'ispettore di Scotland Yard.
- Ah! Ce bon Japp! - disse Poirot. - Chissà che cosa vuole? - mi domandò.
- Aiuto - risposi io. - Si trova in una situazione che va al di là delle sue possibilità e ricorre a voi.
Non provavo per Japp l'indulgenza che Poirot gli dimostrava. Non perché mi infastidiva il suo ricorrere alle doti intellettive di Poirot, in quanto il mio amico si divertiva a esercitare le sue qualità investigative e considerava le richieste di Japp alla stregua di una squisita e inespressa lusinga: ma perché mi irritava l'ipocrita pretesa di Japp che voleva far credere di non avere bisogno dei lumi del mio amico. A me piacciono le persone sincere. Lo dissi a Poirot.
Lui rise.
- Mi sembrate un cane che difende la sua ciotola di cibo, caro Hastings. Ma pensate al povero Japp: lui deve salvare la faccia e allora ricorre a questo suo piccolo difetto. Mi sembra un comportamento molto umano.
A me pareva piuttosto un comportamento sleale e glielo dissi. Poirot non mi dette ragione.
- Il comportamento formale è una bagatelle, ma per molte persone è essenziale: permette loro di salvare l'amour propre.
Personalmente pensavo che un leggero complesso d'inferiorità non avrebbe fatto troppo male a Japp, ma era inutile discuterne con Poirot. Inoltre ero curioso di sapere la ragione per cui Japp si era fatto annunciare.
Ci salutò tutti e due con molta cordialità.
- Ho sentito che state facendo colazione. Caro Poirot, non avete ancora trovato galline che depongono uova quadrate?
Un'allusione al fatto che Poirot si lamentava per le diverse dimensioni dei tuorli in quanto ciò offendeva il suo senso della simmetria.
- Non ancora - gli rispose sorridendo Poirot. - Come mai siete venuto a trovarci così presto, caro Japp?
- Non è poi così presto, non per me che sono in piedi da più di due ore. Sono qui per una ragione ben precisa: un omicidio.
- Un omicidio?
Japp annuì.
- Lord Edgware è stato ucciso stanotte nella sua casa di Regent Gate, pugnalato al collo dalla moglie.
- Dalla moglie! - esclamai.
In un lampo ricordai le parole che Bryan Martin ci aveva detto il giorno prima. Avevano un suono profetico alla luce di quello che era appena successo. Ricordai anche le parole usate da Jane quando aveva deciso che suo marito doveva essere "eliminato". Bryan Martin aveva detto che era una donna amorale. Sì, poteva averlo fatto, era abbastanza egoista, dura e stupida. Il suo giudizio si stava rivelando molto azzeccato.
Tutti questi pensieri mi si erano affollati alla mente mentre Japp proseguiva.
- Sì, un'attrice molto famosa, Jane Wilkinson. Si erano sposati tre anni fa, ma non andavano d'accordo. Lei lo aveva lasciato.
Poirot lo ascoltava serio e pensieroso.
- Che cosa vi fa pensare che sia stata lei a ucciderlo?
- Non sono io a pensarlo. E' stata riconosciuta. Non ha nemmeno tentato di nascondersi. Ci è andata in taxi.
- In taxi... - Poirot ripeté involontariamente le parole dette da Jane Wilkinson la sera della cena al Savoy.
- Ha suonato alla porta d'ingresso e ha chiesto di lord Edgware. Erano le dieci di sera. Il maggiordomo afferma di averle domandato di attendere e lei gli ha detto in tono gelido: "Non è il caso, sono lady Edgware. Suppongo che sia in biblioteca". E così dicendo si è diretta verso la porta ed è entrata senza nemmeno bussare.
"Il maggiordomo ha pensato che il suo comportamento fosse piuttosto bizzarro, ma l'ha lasciata fare e si è ritirato. Dieci minuti dopo, ha sentito chiudersi la porta d'ingresso. Non si era fermata a lungo.
Verso le undici è andato a chiudere tutte le porte e le finestre per la notte. Ha aperto l'uscio della biblioteca. La stanza era al buio, ha quindi pensato che il padrone se ne fosse già andato a letto. Il mattino seguente il cadavere è stato trovato dalla cameriera. Lord Edgware è stato ucciso con una coltellata che lo ha colpito alla nuca, vicino all'attaccatura dei capelli."
- Non c'è stato un grido? Nessuno ha udito niente?
- Dicono di no. La porta della biblioteca è massiccia e c'era ancora molto traffico. La morte deve essere stata rapida. La lama è penetrata attraverso lo spazio aracnoideo sino al midollo, così almeno ci ha spiegato il medico legale. Se si riesce a colpire nel punto giusto, la morte è istantanea.
- Significa conoscere il punto esatto in cui colpire... direi, quasi, che presuppone una certa conoscenza dell'anatomia.
- Certo. Un punto in favore dell'incriminata. Ma c'è anche la possibilità che sia stato un colpo di fortuna. Alcune persone, lo sapete, sono particolarmente fortunate.
- Non tanto fortunata, direi - si intromise Poirot - se per questo delitto dovesse venire impiccata, mon ami.
- No. Naturalmente è stata una sciocca a presentarsi così apertamente, dando il suo nome.
- E' veramente molto strano.
- Forse non si era recata dal marito con l'intenzione di ucciderlo.
Avranno litigato e lei ha afferrato una lama qualunque, un temperino, e lo ha colpito.
- La ferita è stata inferta da un temperino?
- Il medico ha suggerito un oggetto del genere. Qualunque sia stata l'arma del delitto, lei se l'è portata via: non è rimasta nella ferita.
Poirot scosse la testa con aria insoddisfatta.
- No, no, amico mio, non può essere andata così. Conosco la signora.
Non la credo capace di un gesto così impulsivo. Inoltre mi sembra poco probabile che avesse con sé un temperino. Poche donne ne porterebbero con loro uno e Jane Wilkinson sicuramente no.
- La conoscete, Poirot?
- Sì, la conosco.
Non aggiunse altro. Japp seguitò a guardarlo con aria interrogativa.
- Avete un asso nella manica, Poirot? - finì con il chiedergli.
- A proposito - gli disse Poirot. - Questo mi ricorda di chiedervi la ragione della vostra visita. Non credo che siate qui per trascorrere alcune ore con un vecchio amico. Avete per le mani un omicidio molto semplice. Avete il colpevole e il motivo. Per la verità, quale sarebbe il motivo?
- La signora desidera sposare un altro uomo. Ci sono testimoni che glielo hanno sentito dire la settimana scorsa. L'hanno anche sentita proferire minacce contro l'attuale marito. Pare che abbia detto che era pronta a chiamare un taxi e ad andare a farlo fuori.
- Ah! - esclamò Poirot. - Siete molto bene informato. Qualcuno vi è stato di notevole aiuto.
Pensai che in questa frase c'era implicita una domanda, ma se la mia intuizione era vera, Japp scelse di non rispondere.
- Ci capita di essere a volte bene informati, Poirot - disse Japp con aria di sufficienza.
Poirot annuì. Tese la mano per prendere il quotidiano che Japp aveva aperto mentre ci aspettava e che aveva buttato da parte con un gesto di impazienza quando lo avevamo raggiunto. Meccanicamente Poirot lo ripiegò e lo lisciò con cura. Sebbene i suoi occhi fossero fissi sul giornale, la sua mente era evidentemente occupata a chiarire un dilemma.
- Non mi avete risposto - disse alla fine. - Dato che tutto fila come l'olio, perché siete venuto da me?
- Perché ho saputo che vi siete recato a Regent Gate ieri.
- Capisco.
- Non appena l'ho saputo, ho detto a me stesso che ci doveva essere una ragione. Lord Edgware vi ha mandato a chiamare. Perché? Che cosa sospettava? Che cosa temeva? Prima di giungere a una qualunque conclusione ho pensato che fosse più prudente venire a trovarvi.
- Che cosa intendete per "conclusione"? L'arresto della signora, suppongo...
- Naturalmente.
- Non l'avete vista?
- Sì, certo, l'ho vista. Stamane sono subito andato al Savoy. Non potevo rischiare di lasciarle prendere il volo!
- Ah! - esclamò Poirot. - Allora voi...
S'interruppe. I suoi occhi, che fino a quel momento avevano fissato quasi senza vederlo il giornale che aveva tenuto in mano, cambiarono improvvisamente di espressione. Alzò la testa e disse con un tono di voce diverso: - E che cosa vi ha detto, amico mio?
- Ho naturalmente usato la solita prassi, le ho detto quali erano i suoi diritti e le ho chiesto la sua testimonianza. Non si potrà mai dire che i poliziotti inglesi non sono corretti.
- Lo sono al limite della stupidità. Ma proseguite. Che cosa vi ha detto?
- Le è venuto un attacco isterico. Si è agitata, ha gettato in aria le braccia e finalmente è caduta in terra svenuta. Lo ha fatto in maniera egregia, lo devo ammettere. Un'attrice eccezionale.
- Ah! - esclamò Poirot. - Avete quindi avuto l'impressione che il suo attacco isterico fosse simulato?
Japp ammiccò un po' rozzamente.
- Come potete pensare che io mi lasci ingannare da questi trucchi? Non è veramente svenuta. Ha solo fatto finta: sono certo che si è goduta la scena.
- Già - ammise Poirot. - Potrebbe essere possibile. E poi?
- Poi è rinvenuta, o per lo meno ha fatto finta di rinvenire. Di nuovo, gemiti, lamenti, non la finiva più: la sua cameriera le ha fatto annusare i sali e finalmente la signora si è ripresa abbastanza per chiedere un avvocato. Non era disposta a parlare se non in presenza di un legale. Prima l'attacco isterico, poi la richiesta del legale. Vi sembra un comportamento normale?
- In questo caso, per la verità, mi sembra perfettamente normale - affermò Poirot con voce calma.
- Volete dire perché è colpevole e lo sa.
- Ma no. Intendo dire che corrisponde al suo temperamento di attrice.
Prima vi dà la sua interpretazione di come una moglie apprende che suo marito è morto all'improvviso. Poi, dopo aver soddisfatto il suo lato istrionico, la sua scaltrezza la spinge a chiamare un avvocato. Che abbia recitato la sua parte non dimostra affatto la sua colpevolezza.
Sta solo a indicare che è un'artista nata.
- Non può essere innocente, ne sono sicuro.
- Non avete dubbi - disse Poirot. - E può anche darsi che abbiate ragione. Ma lei ha parlato? O non ha detto niente?
- Ha dichiarato che non avrebbe detto una parola se non in presenza del suo avvocato. La cameriera lo ha chiamato per telefono e io sono venuto subito qui, dopo aver lasciato al Savoy due dei miei uomini. Ho pensato che prima di procedere mi conveniva conoscere tutti i precedenti.
- Eppure siete sicuro della sua colpevolezza.
- Ma naturalmente. Intendo però raccogliere tutti gli indizi e conoscere tutti i fatti inerenti al caso. Questo omicidio susciterà l'interesse di tutta l'opinione pubblica, sarà clamoroso, ne parleranno i giornali e voi sapete come sono i giornalisti!
- A proposito di giornali - lo interruppe Poirot. - Che cosa ne dite di quest'articolo, caro amico? Non avete certo letto con molta attenzione i quotidiani, oggi.
E gli porse, attraverso il tavolo, il giornale piegato, segnalandogli un paragrafo della cronaca mondana. Japp lo lesse ad alta voce.
"Ieri sera, sir Montagu Corner ha offerto una delle sue famose cene nella sua villa sul fiume, a Chiswick. Tra gli invitati più celebri abbiamo notato sir George e lady du Fisse, il critico teatrale James Blunt, sir Oscar Hammerfeldt della casa cinematografica Overton, la signora Jane Wilkinson e altre eminenti personalità del mondo artistico."
Japp rimase sgomento per un lungo momento. Poi si riprese. - Che cosa c'entra? Questo articolo è stato mandato al giornale in mattinata.
Vedrete. Verremo a sapere che la donna in realtà non era presente o che è giunta in ritardo, verso le undici o poco dopo. E poi, non va preso per vangelo tutto quello che pubblica un giornale, benedetto uomo! Voi, meglio di chiunque altro, lo dovreste sapere.
- Lo so, lo so. Quel trafiletto mi è solo sembrato curioso. Niente di più.
- Una curiosa coincidenza. A volte capita. E ora, signor Poirot, per amara esperienza so che vi chiuderete come al solito come un'ostrica.
Ma questa volta parlerete, non è vero? Mi confiderete il motivo per il quale lord Edgware vi ha mandato a chiamare?
Poirot scosse la testa.
- Lord Edgware non mi ha mandato a chiamare, sono io che gli ho chiesto un appuntamento.
- Davvero? E per quale ragione?
Poirot esitò un minuto.
- Risponderò alla vostra domanda - disse lentamente - ma vorrei farlo a modo mio.
Japp sospirò. Provai per lui un modesto senso di simpatia. Poirot può essere a volte estremamente irritante.
- Vi chiederò - proseguì Poirot - il permesso di telefonare a una certa persona per chiederle di venire qui.
- Di chi si tratta?
- Di Bryan Martin.
- L'attore cinematografico? E lui che cosa c'entra?
- Vi accorgerete - gli disse Poirot - che quell'uomo ha qualcosa di interessante da raccontarci e che ci potrà forse essere utile.
Hastings, per favore, siate gentile.
Ricorsi all'elenco telefonico. L'attore possedeva un appartamento in un immobile vicino a Saint James Park. Feci il numero Victoria 49499.
Poco dopo una voce assonnata mi rispose: - Chi parla?
- Che cosa gli devo dire? - mormorai coprendo la cornetta con la mano.
- Che lord Edgware è stato assassinato e che lo considererei un piacere se lui potesse venire subito a farci una visita.
Ripetei meticolosamente il messaggio. Sentii un'esclamazione stupefatta all'altro capo del filo.
- Mio Dio! - disse Martin. - Allora lo ha fatto! Vengo subito.
- Che cosa vi ha risposto?
Glielo riferii.
- Ah! - esclamò Poirot. Pareva soddisfatto. - "Allora lo ha fatto!" E' così che si è espresso. Allora è proprio come la penso.
Japp lo fissò incuriosito.
- Poirot, non vi capisco. Prima sembrate pensare che la donna non sia forse colpevole e ora affermate che lo avevate sempre saputo.
Poirot si limitò a sorridere.
6. La vedova.
Martin fu di parola. Ci raggiunse dieci minuti dopo. Durante l'attesa Poirot continuò a parlare di argomenti estranei al caso, rifiutandosi di soddisfare in alcun modo la curiosità di Japp.
La notizia che avevamo dato all'attore lo aveva evidentemente sconvolto. Aveva la faccia pallida e tesa.
- Per l'amor del Cielo, signor Poirot - gli disse stringendogli la mano - è terribile. Sono profondamente scosso... eppure non posso nemmeno dire di esserne sorpreso. Ho sempre avuto il sospetto che potesse succedere una cosa del genere. Vi ricordate ciò che vi dicevo ieri?
- Mais oui, mais oui - disse Poirot. - Ricordo perfettamente ciò che mi avete detto ieri. Permettetemi di presentarvi l'ispettore Japp che si occupa delle indagini.
Bryan Martin lanciò uno sguardo di rimprovero a Poirot.
- Non lo sapevo - mormorò. - Avreste dovuto avvertirmi.
Salutò con molta freddezza l'ispettore.
Si sedette, le labbra strette, poi contrariato disse: - Non capisco perché mi avete chiesto di venire qui da voi. Tutto questo non mi riguarda.
- Io penso invece di sì - gli disse Poirot con gentilezza. - In un caso di omicidio bisogna sapere dimenticare le proprie idiosincrasie.
- No, no. Ho lavorato molto insieme a Jane. La conosco bene. Diamine, siamo amici!
- Eppure non appena vi diamo la notizia che lord Edgware è stato assassinato, saltate subito alla conclusione che sia stata lei a ucciderlo - gli fece notare Poirot con voce secca.
L'attore rimase stupito.
- Volete dire... - spalancò gli occhi. - Vorreste forse dirmi che non è stata lei? Che mi sono sbagliato e che lei non c'entra in alcun modo?
Japp intervenne.
- No. No. Signor Martin. Lo ha fatto, eccome!
Il giovane si lasciò cadere sulla spalliera della sedia.
- Per un attimo ho pensato di avere fatto un terribile sbaglio!
- In un caso di questa gravità la vostra amicizia non deve influenzarvi - gli disse Poirot con tono reciso.
- E' vero, ma...
- Amico mio, avete seriamente l'intenzione di mettervi dalla parte di una donna che ha ucciso? L'assassinio è uno dei delitti più ripugnanti di cui possa macchiarsi un essere umano.
Bryan Martin sospirò.
- Voi non potete capire. Jane non è un'assassina comune. Lei... lei non sa distinguere il bene dal male. Credetemi, non è responsabile.
- Questo lo stabilirà la giuria - s'intromise Japp.
- Andiamo, andiamo - lo incoraggiò Poirot. - Non siete voi ad accusarla. Jane è già sotto accusa. Non potete rifiutarvi di dirci quello che sapete. Avete un dovere verso la società, giovanotto.
Bryan Martin sospirò di nuovo.
- Suppongo che abbiate ragione - disse. - Che cosa volete sapere?
Poirot volse lo sguardo a Japp.
- Avete mai sentito lady Edgware, o forse è meglio che la chiamiamo Jane Wilkinson, lanciare minacce nei confronti del suo defunto marito?
- chiese Japp.
- Sì, molte volte.
- Che cosa diceva?
- Diceva che se lui non le avesse concesso il divorzio lo avrebbe fatto fuori.
- Non era solo un modo di dire?
- No. Credo che parlasse seriamente. Una volta ha persino detto che avrebbe chiamato un taxi e che sarebbe andata a ucciderlo... glielo avete sentito dire anche voi, Poirot, non è vero?
Si era rivolto con uno sguardo patetico a Poirot e il mio amico assentì con un cenno del capo. Japp proseguì con le sue domande.
- Abbiamo sentito dire, signor Martin, che la signora voleva riacquistare la sua libertà per risposarsi. Sapete dirmi chi è l'altro uomo?
Bryan annuì.
- Si tratta... del duca di Merton.
- Il duca di Merton! - il poliziotto emise un fischio. - La signora sta puntando molto in alto. Si dice che sia uno degli uomini più ricchi d'Inghilterra.
Bryan annuì più affranto che mai.
Non riuscivo a capire l'atteggiamento di Poirot. Sprofondato nella poltrona, le mani unite, il ritmico assenso della testa suggerivano una sua completa approvazione: pareva un uomo che avesse messo sul grammofono un disco di sua scelta e lo stesse ascoltando con piacere.
- Il marito non aveva l'intenzione di concederle il divorzio?
- No. Glielo aveva rifiutato.
- Ne siete sicuro?
- Sì.
- E adesso, mio caro Japp - s'intromise Poirot, riprendendo improvvisamente parte alla conversazione - vi posso spiegare come entro in questa storia. Lady Edgware mi ha chiesto di parlare con suo marito per convincerlo ad acconsentire al divorzio. Avevo fissato un appuntamento per questa mattina.
Bryan Martin scosse la testa.
- Sarebbe stato inutile - intervenne sicuro di sé. - Edgware non glielo avrebbe mai concesso.
- Ne siete convinto? - gli chiese Poirot fissandolo amabilmente.
- Ne sono sicuro. E anche Jane in fondo lo sapeva. Non sperava affatto che la vostra missione potesse avere successo. Aveva perso ogni speranza. Quell'uomo aveva un atteggiamento maniacale nei confronti del divorzio.
Poirot sorrise. I suoi occhi all'improvviso erano diventati di un color verde più chiaro.
- Vi sbagliate, mio caro giovanotto - disse con tono pacato. Ho incontrato lord Edgware ieri e lui ha ACCONSENTITO AL DIVORZIO.
Non c'erano dubbi, Bryan Martin era stato colto di sorpresa dalla notizia. Fissò Poirot con gli occhi fuori dall'orbita.
- Lo avete visto ieri - balbettò quasi.
- Alle dodici e un quarto - gli confermò Poirot con la sua solita precisione.
- E ha accettato di divorziare?
- Ha accettato.
- Dovevate andare subito da Jane a dirglielo - esclamò il giovane con tono di rimprovero.
- L'ho fatto, signor Martin.
- Lo avete fatto! - esclamarono insieme Martin e Japp.
Poirot sorrise.
- Questo mette in discussione l'eventuale movente, vero? - mormorò. -
E ora, signor Martin, permettetemi di attirare la vostra attenzione su questo.
E gli mostrò il paragrafo della cronaca mondana pubblicato dal giornale. Bryan lo lesse con estremo interesse.
- Volete dire che questo è un alibi? - chiese. - Che hanno sparato contro lord Edgware a una qualunque ora di ieri sera?
- E' stato ucciso da una coltellata, non gli hanno sparato - lo informò Poirot.
Martin depose lentamente il giornale.
- Sono spiacente, ma questo non le servirà come alibi - disse tristemente. - Jane non ha partecipato a quella cena.
- Come lo sapete?
- Non lo ricordo: me lo ha detto qualcuno.
- Un vero peccato! - ammise Poirot.
Japp lo fissò sorpreso.
- Non riesco a capirvi, Poirot, si direbbe che ci teniate molto all'innocenza di questa giovane donna.
- No. No, mio caro Japp. Non parteggio per Jane Wilkinson come sembrate credere. Ma vi confesso francamente che il caso, così come me lo presentate, è un insulto all'intelligenza.
- Che cosa intendete dire? Un insulto all'intelligenza! Non alla mia!
Mi accorsi che Poirot stava per sbottare, ma si trattenne.
- Una giovane donna desidera, come dite voi liberarsi di suo marito.
Questo punto non lo metto in discussione. Lo dice lei stessa con estrema franchezza. Eh bien! Come si comporta? Ripete, varie volte, di fronte a testimoni, che pensa di ucciderlo. Poi, una sera, lo va a trovare a casa sua, si fa annunciare, lo colpisce a morte e se ne va.
Come interpretate un simile comportamento, amico mio? Non vi sembra privo di qualsiasi logica?
- Certo, è stato un po' folle!
- Folle? Io direi che si è comportata come una stupida!
- Quando i criminali perdono la testa, torna a vantaggio della polizia - sentenziò Japp alzandosi. - Devo tornare al Savoy, ora.
- Mi permettete di accompagnarvi?
Japp non fece obiezioni e uscimmo. Bryan Martin ci lasciò con riluttanza. Era in uno stato di grande nervosismo. Ci pregò di tenerlo informato sugli sviluppi del caso.
- Piuttosto nervoso, il giovanotto - fu il commento di Japp. Poirot assentì.
Al Savoy incontrammo un uomo serio e grave che aveva l'aspetto di un legale. Era appena arrivato. Ci recammo insieme a lui nell'appartamento di Jane Wilkinson. Japp chiese a uno dei suoi uomini: - E' successo qualcosa?
- Voleva telefonare!
- A chi - chiese ansioso Japp.
- Alla sartoria Jay, per procurarsi gli abiti da lutto.
Japp mormorò un'imprecazione. Entrammo nel salotto.
La vedova stava provando alcuni cappelli davanti allo specchio. Aveva indossato un abito elegante in bianco e nero. Ci accolse con un sorriso luminoso.
- Signor Poirot, siete stato gentile a venire insieme all'avvocato Moxon. Sono lieta di vedervi. Venite a sedervi vicino a me e ditemi a quali domande non dovrò rispondere. Quest'uomo sembra credere che io sia uscita stamane per uccidere George.
- La notte scorsa, signora - specificò Japp.
- Avete detto stamane. Alle dieci.
- Ho detto alle dieci di sera.
- Confondo sempre la sera con la mattina.
- E poi sono ora le dieci - aggiunse severamente l'ispettore. Jane spalancò gli occhi.
- Misericordia! - mormorò. - Sono anni che non mi sveglio così presto.
Allora era appena l'alba quando siete venuto!
- Un momento - interloquì l'avvocato con la sua poderosa voce di legale. - Quando dovrebbe essere successa... quella tragica, sconvolgente evenienza?
- Intorno alle dieci di ieri sera.
- Allora non c'è problema - s'intromise rapida Jane. - Ero fuori a cena... Oh! - esclamò poi coprendosi la bocca con la mano: - Forse non avrei dovuto dirlo!
I suoi occhi cercarono supplici quelli dell'avvocato.
- Se alle dieci di ieri sera voi eravate... a un cena, lady Edgware, io non ho alcuna obiezione sul fatto che ne informiate l'ispettore, nessuna obiezione, ve lo assicuro.
- Meno male! - esclamò Japp. - Io vi avevo solo chiesto di dirmi quali erano stati i vostri movimenti ieri sera.
- Non è vero. Voi avete detto alle dieci e qualcos'altro che non ho capito. Mi avete talmente sconvolta che sono persino svenuta.
- Torniamo alla cena, lady Edgware.
- Sono andata a Chiswick, nella villa di sir Montagu Corner.
- A che ora siete arrivata là?
- La cena era per le otto e mezzo.
- A che ora siete uscita dal Savoy?
- Verso le otto. Mi sono fermata al Piccadilly Palace per salutare un'amica americana che stava partendo per gli Stati Uniti, la signora Van Dusen. Sono arrivata a Chiswick verso le nove meno un quarto.
- E a che ora ve ne siete andata?
- Saranno state le undici e mezzo.
- Siete tornata direttamente in albergo?
- Sì.
- In taxi?
- No. Con la mia automobile. L'ho presa in affitto dalla Daimler.
- Durante la cena, non vi siete mai allontanata?
- Ma... io...
- Allora vi siete allontanata?
Pareva un gatto che fa la posta a un topo.
- Non capisco quello che intendete dire. Durante la cena, mi hanno chiamata al telefono.
- Chi vi ha chiamata?
- Credo che sia stato uno scherzo. Una voce ha detto: "Siete voi lady Edgware?". E io ho risposto: "Sì, sono io", poi c'è stata una risata e la comunicazione è stata interrotta.
- Siete dovuta uscire dalla casa per rispondere al telefono?
Jane spalancò gli occhi dalla sorpresa.
- No di certo!
- Quanto tempo siete rimasta fuori dalla sala da pranzo?
- Non lo so: un minuto, due.
Japp provò un profondo senso d'impotenza. Era convinto di non poter credere a ciò che la giovane donna gli aveva detto, ma, ottenuta la sua versione, non gli rimaneva che indagare per confutarla o accettarla come rispondente a verità. La salutò freddamente e si ritirò. Anche noi prendemmo congedo, ma Jane richiamò Poirot.
- Signor Poirot, per favore, volete farmi un piacere?
- Certo, signora.
- Mandate un telegramma al duca che si trova a Parigi, all'albergo Grillon. E' bene che sia immediatamente informato. Non vorrei farlo io. Bisogna che mi comporti come una vedova inconsolabile per una settimana o forse più.
- Non mi sembra necessario telegrafargli, madame - le disse Poirot con gentilezza. - La notizia sarà su tutti i giornali.
- E' vero, che testa! La notizia sarà riportata dai giornali. E' molto meglio non mandare telegrammi. Devo comportarmi con dignità, ora che tutto sta andando come ho desiderato. E' necessario che assuma il giusto atteggiamento di una vedova: compostezza, riservatezza, mi capite. Ho pensato di mandare una corona di orchidee. Sono i fiori più costosi. Dovrò partecipare ai funerali. Che cosa ne dite?
- Prima di tutto dovrete presentarvi all'inchiesta, madame.
- E' vero, suppongo che dovrò proprio andarci. - Rimase in silenzio per un paio di minuti, pareva riflettere. - Non mi piace quell'ispettore di Scotland Yard. Mi ha spaventata a morte. Signor Poirot?
- Sì?
- Sono stata fortunata a cambiare idea e a recarmi a quella cena.
Poirot si era già diretto verso la porta. A quelle parole si voltò di scatto.
- Che cosa avete detto, signora? Avete cambiato idea?
- Sì: ieri pomeriggio avevo un terribile mal di testa e avevo pensato di rifiutare l'invito.
Poirot deglutì. Sembrava avere difficoltà a parlare.
- Lo avete detto... a qualcuno? - riuscì finalmente a chiederle.
- Certamente. Eravamo in tanti e stavamo prendendo il tè. Alcuni volevano trascinarmi a un cocktail e io rifiutai dicendo che avevo un'emicrania che pareva spaccarmi la testa. Preferivo tornare in casa a riposare. Dissi anche che avrei rinunciato alla cena.
- Che cosa vi ha fatto cambiare idea, signora?
- E' stata Ellis a insistere. Mi ha detto che non potevo permettermi di fare uno sgarbo a lord Montagu. E' un uomo potente, sapete, e si offende facilmente. A me non importava molto. Quando avrò sposato Merton, abbandonerò questo ambiente. Ma Ellis è sempre molto prudente, mi ha fatto notare che non era il caso di inimicarsi un uomo come quello, che tutto può capitare nella vita... e, in fondo, aveva ragione. Così alla fine, mi sono decisa e ci sono andata.
- Dovete essere molto grata alla vostra cameriera, signora - gli disse Poirot con voce seria.
- Avete ragione, Poirot. L'ispettore deve aver fatto mettere per iscritto la mia deposizione, non è vero?
Rise, ma Poirot rimase serio. Disse a voce bassa: - Tutto questo mi dà molto da pensare, sì, molto da pensare.
- Ellis - chiamò Jane.
La cameriera arrivò dalla stanza adiacente.
- Il signor Poirot dice che sono stata fortunata a essere andata a quella cena, ieri sera.
Ellis guardò appena Poirot. Sulla sua faccia c'era un'espressione tetra e contrariata.
- Quando si prende un impegno, signora, bisogna sempre mantenerlo. Vi capita troppo spesso di non farlo. Non sempre la gente sa perdonare: a volte, si vendica.
Jane riprese in mano il cappello che stava provando davanti allo specchio quando eravamo arrivati.
- Detesto il nero - disse sconsolata. - Non lo porto mai. Ma suppongo che una vedova debba portare il lutto. Lo dovrò fare anch'io. Ellis, per favore, telefona a quell'altra modista, devo trovarne uno che mi stia bene.
Poirot e io uscimmo silenziosamente.
7. Il segretario.
Quel giorno eravamo destinati a rivedere Japp. Un'ora dopo lo vedemmo riapparire, buttare il cappello sul tavolo e lamentarsi di essere eternamente sfortunato.
- Avete svolto le vostre indagini? - gli chiese Poirot, mostrandogli tutta la sua simpatia.
Japp annuì cupamente.
- E, a meno che quattordici persone mentano, non è stata lei - ammise con un borbottio. Poi proseguì: - Non mi vergogno di ammettere, Poirot, che non ho creduto una parola di quello che ha detto la signora. Ero piuttosto sicuro che i suoi amici avrebbero tentato di proteggerla. Sembrava così difficile pensare che qualcun altro avesse ucciso lord Edgware. E' la sola persona che abbia una parvenza di movente.
- Non direi. Mais continuez.
- Mi aspettavo di trovarli tutti coalizzati. Sapete com'è questa gente di spettacolo, farebbe di tutto per proteggere un collega. Ma mi sono trovato davanti a una situazione assai diversa. Tutti gli ospiti della cena di ieri sera sono persone importanti: nessuno di loro è amico intimo di Jane Wilkinson e alcuni non la conoscevano nemmeno. La loro testimonianza è obiettiva e attendibile. Ho sperato di scoprire che si era assentata per almeno una mezz'ora. Per lei era facile farlo, con una scusa qualunque, che so io, incipriarsi il naso o qualcosa del genere. Niente di tutto questo. Ha lasciato il tavolo da pranzo, come ha detto lei stessa, ma il maggiordomo è rimasto con lei. A proposito le ha proprio sentito dire: "Sì, sono io, lady Edgware" e poi dall'altra parte hanno interrotto la comunicazione. Strano, vero? Non che il fatto in sé abbia nulla a che fare con il caso.
- Forse no, ma comunque è molto interessante. Chi ha chiamato, un uomo o una donna?
- Credo che abbia detto una voce di donna.
- Curioso - disse Poirot pensieroso.
- Che importanza volete che abbia - disse Japp con impazienza. -
Torniamo alla parte più importante. L'intera serata si è svolta come ce l'ha raccontata. Lei è arrivata alle nove meno un quarto e se n'è andata verso le undici e mezzo. E tornata al Savoy verso mezzanotte meno un quarto. Ho parlato con l'autista che l'ha accompagnata, un impiegato della Daimler. Molta gente del Savoy l'ha vista e conferma l'ora.
- Eh! Bien, questo mi sembra conclusivo.
- E allora quei due di Regent Gate? L'ha vista non solo il maggiordomo, ma anche la segretaria. Tutti e due sono disposti a giurare che si trattava di lady Edgware ed erano le dieci di sera.
- Da quanto tempo il maggiordomo serve in quella casa?
- Sei mesi: a proposito, un gran bel giovane.
- Sì, infatti. Però, caro amico, se è lì da sei mesi non può aver riconosciuto lady Edgware, non l'aveva mai vista.
- L'ha riconosciuta dalle fotografie sui giornali. La segretaria, invece, la conosceva bene. Lavora per lord Edgware da cinque o sei anni ed è assolutamente certa che fosse lei.
- Ah! - esclamò Poirot. - Mi piacerebbe incontrare questa segretaria.
- Perché non venite ora con me?
- Grazie, mon ami. Ne sarei lieto. Spero che includiate in questo invito anche il capitano Hastings.
Japp sorrise.
- Come può essere diversamente? Là dove va il padrone, va anche il cane - aggiunse usando una metafora che non mi parve di molto buon gusto.
- Mi ricorda il caso di Elizabeth Canning - disse Japp. - Ve lo ricordate? Molti testimoni giurarono di aver visto la zingara Mary Squires in due città diverse. Persone serie, attendibili. Quella donna aveva una faccia così orrenda che era difficile pensare che ce ne fossero due uguali. Il mistero non fu mai svelato. Questo mi sembra un caso molto simile. Ci sono persone pronte a giurare di aver visto la stessa donna, alla stessa ora, in due posti diversi. Quale sarà mai la verità?
- Non dovrebbe essere poi così difficile da appurare.
- Lo dite voi. Ma la signorina Carroll, la segretaria, conosceva veramente lady Edgware. E' vissuta nella medesima casa giorno dopo giorno. Difficile pensare che si sia sbagliata.
- Lo sapremo presto.
- Chi eredita il titolo? - chiesi io.
- Un nipote, il capitano Ronald Marsh. Uno scapestrato a quanto mi è stato detto.
- Che cosa dice il medico legale riguardo all'ora della morte? - chiese Poirot.
- Si dovrà attendere il risultato dell'autopsia per sapere a che punto è giunta la digestione del suo pasto serale. - Mi dispiace di dover notare, di tanto in tanto, che Japp non ha un eloquio molto raffinato.
- Ma si può presumere che risalga alle dieci. E stato visto vivo per l'ultima volta pochi minuti dopo le nove quando il cameriere gli ha portato in biblioteca il suo whisky e soda. Alle undici, quando il cameriere ha fatto il giro della casa prima di andarsene a letto, la luce della biblioteca era spenta. E' quindi probabile che fosse già morto. Difficile credere che fosse rimasto lì seduto al buio.
Poirot annuì, pensieroso. Pochi minuti dopo giungemmo alla dimora di lord Edgware. Le finestre erano chiuse. La porta ci fu aperta dal bel maggiordomo.
Japp entrò per primo. Poirot e io lo seguimmo. Il battente della porta si apriva verso sinistra e il maggiordomo si trovava quindi un po' indietro da quella parte. Poirot stava alla mia destra e, poiché è più basso di noialtri due, fu solo quando fu entrato che il maggiordomo lo vide. Mi trovavo molto vicino a lui e avvertii il suo sussulto. Lo guardai con più attenzione e mi accorsi che fissava Poirot con un'evidente espressione di paura sulla faccia. Incamerai nella mia mente questa sua reazione non sapendo che valore darle.
Japp si incamminò verso la sala da pranzo che si trovava alla nostra destra e chiese al maggiordomo di seguirci.
- Dunque Alton, vorrei risentire la vostra testimonianza. Siate molto accurato. Erano le ventidue quando giunse la signora?
- Sua signoria? Sì, signore.
- Come l'avete riconosciuta - gli chiese Poirot.
- Mi ha detto il suo nome, signore. Inoltre avevo visto la sua fotografia sui giornali e l'avevo anche sentita recitare.
Poirot annuì.
- Com'era vestita?
- In nero, signore. Un abito nero da passeggio e un cappello nero. Un filo di perle e guanti grigi.
Poirot rivolse uno sguardo interrogativo a Japp.
- Un vestito di seta bianco e una stola di ermellino - descrisse l'altro in modo succinto.
Il maggiordomo continuò la sua storia: coincideva perfettamente con quello che Japp ci aveva già comunicato.
- Qualcun altro è venuto a trovare il vostro padrone ieri sera? - chiese Poirot.
- No, signore.
- Come si chiude il portone d'ingresso?
- Ha una serratura Yale, signore. Di solito, quando vado a letto, chiudo anche il catenaccio. Lo faccio in genere verso le ventitré. Ma ieri sera la signorina Geraldine era andata a teatro, così non ho messo il catenaccio.
- Come lo avete trovato stamane?
- Era stato messo il catenaccio. Lo ha fatto la signorina Geraldine quando è tornata dal teatro.
- A che ora è tornata? Lo sapete?
- Credo che sia tornata verso mezzanotte meno un quarto.
- Quindi, per tutta la sera e fino a mezzanotte meno un quarto la porta avrebbe potuto essere aperta dall'esterno con la sola chiave e dall'interno tirando solo il chiavistello.
- Sì, signore.
- Quante chiavi ci sono in casa?
- Sua signoria ha la sua chiave, l'altra, di solito, sta nel cassetto del tavolo, qui, nel vestibolo. La signorina Geraldine l'ha presa ieri sera. Non so se ce ne sono altre.
- Nessun altro ha la chiave?
- No, signore. La signorina Carroll suona sempre il campanello.
Poirot disse che era tutto ciò che voleva sapere dal maggiordomo e andammo in cerca della segretaria. La trovammo nel suo ufficio: scriveva seduta davanti a un tavolo. La signorina Carroll era una donna di circa quarantacinque anni, dall'aspetto gradevole e dall'aria efficiente. I suoi capelli biondi si stavano striando di grigio, portava un "pince-nez". Attraverso le lenti due acuti occhi azzurri ci osservarono attenti. Quando parlò, riconobbi la voce chiara e formale con cui avevo parlato per telefono.
- Ah! Il signor Poirot! - esclamò non appena Japp ci ebbe presentati.
- Sì, ricordo, è stato con voi che ho fissato un appuntamento per ieri mattina.
- Precisamente, signorina.
Mi parve che Poirot fosse favorevolmente impressionato: una donna così precisa e ordinata!
- Che cos'altro posso fare per voi ispettore Japp?
- Rispondere a un'altra domanda. Siete assolutamente certa che la signora che ieri sera si è presentata qui a casa fosse veramente lady Edgware?
- E' la terza volta che me lo chiedete. Sono sicura, naturalmente.
L'ho vista.
- Dove l'avete vista, mademoiselle?
- Nell'atrio. Ha parlato per un minuto con il maggiordomo, poi si è diretta verso la biblioteca.
- E voi dove eravate?
- Al primo piano, qui sul pianerottolo e stavo guardando giù.
- E siete certa di non esservi sbagliata?
- Assolutamente. Ho visto distintamente la sua faccia.
- Non siete stata ingannata da una somiglianza?
- Come è possibile? Le fattezze di Jane Wilkinson sono inconfondibili.
Era lei.
Japp lanciò uno sguardo a Poirot come per dirgli: "Avete visto?".
- Lord Edgware aveva nemici? - chiese inaspettatamente Poirot.
- Assurdo! - esclamò la signorina Carroll.
- Che cosa intendete dire per assurdo, mademoiselle?
- Nemici! Ai nostri giorni la gente non ha nemici. Per lo meno, non qui in Inghilterra!
- Eppure lord Edgware è stato assassinato.
- Sua moglie lo ha fatto - ribatté la signorina Carroll.
- Una moglie non è un nemico, no?
- Quello che è successo ha dell'inverosimile! Non l'avevo mai neanche sentito dire... intendo che non è mai avvenuto tra gente della nostra classe.
Era evidente che la signorina Carroll era convinta che gli omicidi venivano commessi solo da alcolizzati appartenenti alle classi inferiori.
- Quante chiavi della porta d'ingresso ci sono?
- Due - rispose prontamente la signorina Carroll. - Lord Edgware ne portava sempre una con sé. L'altra rimaneva nel cassetto del tavolo del vestibolo, se qualcuno doveva tornare a casa tardi la poteva prendere. Ce n'era una terza, la teneva il capitano Marsh, ma l'ha persa. E' un uomo molto disordinato.
- Viene spesso in casa il capitano Marsh?
- Fino a tre anni fa viveva qui.
- Perché se n'è andato?
- Non lo so. Suppongo che non riuscisse ad andare d'accordo con suo zio.
- Ritengo che voi sappiate molto più di quanto ci avete detto, mademoiselle - disse Poirot con tono gentile.
Gli lanciò un rapido sguardo.
- Non ho l'abitudine di fare pettegolezzi, signor Poirot.
- Ma ci potete dire la verità sulle voci che corrono riguardo a un dissidio tra lord Edgware e il nipote.
- Non si è trattato di una cosa seria. Lord Edgware era solo un uomo dal carattere difficile e non era facile andarci d'accordo.
- Era difficile anche per voi?
- Non parlo di me. Non ci sono mai stati dissidi con lord Edgware. Lui mi ha sempre considerato una persona affidabile.
- Ma riguardo al capitano Marsh...
Poirot insisteva sull'argomento cercando gentilmente di farla parlare.
La signorina Carroll alzò le spalle.
- Era prodigo. Ha finito con l'indebitarsi. Aveva combinato un altro guaio... non so esattamente di che cosa si trattasse. Hanno litigato e lord Edgware lo ha mandato via. Questo è tutto.
Strinse le labbra, non aveva evidentemente l'intenzione di dirci altro.
La stanza dove l'avevamo interrogata si trovava al primo piano. Quando uscimmo sul pianerottolo, Poirot mi prese il braccio e mi disse: -
Hastings, rimanete qui mentre Japp e io scendiamo. Osservateci mentre ci dirigiamo verso la biblioteca, poi venite a raggiungerci.
E' da molto tempo che ho preso l'abitudine di non chiedere mai a Poirot la ragione di certe sue richieste. Mi venne solo in mente che forse Poirot pensava che il maggiordomo avrebbe tentato di spiare i nostri movimenti e voleva assicurarsene. Rimasi quindi appoggiato alla balaustra della scala. Poirot e Japp scesero e si diressero prima verso la porta d'ingresso sparendo alla mia vista. Poi, riapparvero camminando lentamente lungo l'atrio. Seguii le loro schiene con lo sguardo sino a quando non entrarono nella biblioteca. Aspettai un paio di minuti nel caso il maggiordomo si facesse vivo, poi, non vedendolo, scesi rapidamente lo scalone e li raggiunsi.
Il cadavere era stato naturalmente portato via. Le tende erano tirate, la luce elettrica accesa. Trovai Poirot e Japp in piedi, in mezzo alla stanza; si stavano guardando attorno.
- Qui non c'è niente - stava dicendo Japp.
E Poirot gli rispose ridendo: - Che iattura! Niente cenere di sigaretta... nessuna impronta... non un guanto di signora... e nemmeno il vago ricordo di un profumo che aleggi ancora nell'aria. Nessuno di quegli indizi che gli investigatori dei romanzi trovano provvidenzialmente sul luogo del delitto.
- Nei romanzi polizieschi, i poliziotti sono sempre descritti come se fossero ciechi come talpe - ribatté Japp con un sorriso.
- Una volta - raccontò Poirot con aria sognante - ho trovato un indizio, ma siccome era lungo un metro invece di pochi centimetri, nessuno ha voluto credermi.
Ricordai quel caso e risi. Poi mi tornò in mente il compito che mi aveva assegnato.
- Tutto bene, Poirot - dissi. - Ho fatto buona guardia, nessuno vi ha spiati.
- Che acuto osservatore, il mio caro amico Hastings! - disse Poirot con tono lievemente canzonatorio. - Ditemi, avete notato la rosa che tenevo tra i denti?
- La rosa che tenevate tra i denti? - chiese sbigottito. Japp si voltò e scoppiò a ridere.
- Poirot, mi farete morire - disse. - Siete assurdo. Una rosa!
Cos'altro inventerete?
- Mi è venuto l'uzzolo di pretendere di essere Carmen - ammise Poirot imperturbabile.
Mi chiesi se non fossero impazziti tutti e due.
- Non l'avete notata, Hastings? - C'era un tono di rimprovero nella voce di Poirot.
- No - dissi fissandolo. - Ma non potevo vedervi in faccia.
- Non importa - disse scuotendo la testa.
Mi stava prendendo in giro?
- Qui, non c'è più niente da fare - mormorò Japp. - Vorrei vedere di nuovo la figlia. Era troppo sconvolta quando le ho parlato per riuscire a rispondere alle mie domande.
Suonò il campanello per chiamare il maggiordomo.
- Chiedete alla signorina Marsh se posso vederla.
L'uomo se ne andò. Non fu lui a tornare pochi minuti dopo, ma la signorina Carroll.
- Geraldine sta dormendo - disse. - Ha subìto un forte trauma, povera ragazza. Quando ve ne siete andato, le ho dato qualcosa per dormire.
Tra un'ora o due, forse.
Japp annuì.
- A ogni modo non c'è niente che lei possa dirvi che non possa dirvi anch'io.
- Che cosa pensate del maggiordomo? - le chiese Poirot.
- Non mi piace molto, lo ammetto - rispose la signorina Carroll. - Ma non so dirvene la ragione.
Nel frattempo avevamo raggiunto la porta d'ingresso.
- Eravate lassù, ieri sera, mademoiselle? - chiese all'improvviso Poirot accennando con la mano al pianerottolo del primo piano.
- Sì. Perché?
- E avete visto lady Edgware attraversare l'atrio e dirigersi verso la biblioteca?
- Sì.
- E avete visto distintamente la sua faccia?
- Certamente.
- NON POTEVATE VEDERE LA SUA FACCIA, MADEMOISELLE. Potevate solo osservarla di spalle dal punto in cui vi trovavate.
La segretaria arrossì di rabbia e rimase interdetta.
- Le spalle, la nuca, la voce, la camminata. Specialmente la voce. Non c'era da sbagliarsi. Ve l'ho detto, sono sicura che fosse Jane Wilkinson, una donna di una cattiveria assoluta, se mai ce ne è stata una!
Ci voltò le spalle e risalì di corsa le scale.
8. Ipotesi.
Japp ci dovette lasciare. Noi ci dirigemmo verso Regent's Park e ci sedemmo su una panchina.
- Adesso ho capito la faccenda della rosa in bocca - dissi ridendo. -
Per un momento ho pensato che foste impazzito!
Annuì, senza sorridere.
- Lo avete notato, Hastings? Quella segretaria è una testimone pericolosa. Pericolosa perché disattenta. Avete notato con quanta risolutezza ha affermato di aver visto la faccia della visitatrice? Ho subito pensato che era impossibile. Se l'avesse vista uscire dalla biblioteca e dirigersi verso la porta, allora sì. Per questo ho fatto quel mio piccolo esperimento: volevo essere sicuro del fatto mio e tenderle una trappola. Allora ha immediatamente cambiato la sua versione.
- Ma non le avete fatto cambiare parere - argomentai. - E dopo tutto è vero che la voce e il modo di camminare sono inconfondibili.
- No, no.
- Andiamo, Poirot, la voce e l'andatura sono tra le caratteristiche più peculiari di una persona.
- Sono d'accordo. Ma sono anche le caratteristiche più facili da imitare!
- Credete...
- Tornate con la mente a pochi giorni fa. Non vi ricordate il nostro entusiasmo a teatro...
- Carlotta Adams! Ma lei è geniale!
- Un personaggio famoso non è difficile da imitare. Ammetto che Carlotta Adams ha un talento fuori del comune e sono certo che lei è in grado di eseguire le sue imitazioni anche senza l'aiuto delle luci della ribalta...
Un pensiero improvviso mi balenò per la mente.
- Poirot! - esclamai. - Non pensate che sia possibile... No, sarebbe una coincidenza troppo strana.
- Dipende dal punto di vista in cui la considerate, Hastings, da una certa angolazione, potrebbe non essere nemmeno una coincidenza.
- Ma perché Carlotta Adams voleva uccidere lord Edgware? Non lo conosceva nemmeno.
- Come fate a sapere se non lo conosceva? Non date mai un fatto per scontato. Ci potrebbero essere stati tra loro legami di cui noi non sappiamo niente. Non che questa sia una mia teoria.
- Allora avete una teoria?
- Sì: la possibilità che Carlotta Adams potesse essere coinvolta mi è venuta in mente sin dal principio - Ma Poirot...
- Un momento Hastings. Lasciatemi mettere insieme alcuni fatti. Lady Edgware, con una completa mancanza di discrezione, discute il suo rapporto con il marito e giunge sino all'eccesso di dire in pubblico che è disposta a ucciderlo. Non siamo i soli ad averla udita affermarlo. Un cameriere glielo sente dire, la sua cameriera glielo ha probabilmente sentito proclamare molte volte, Bryan Martin pure, e sono sicuro che glielo ha sentito dire anche Carlotta Adams. E poi ci sono quelli a cui tutta questa gente lo ha riferito. Poi, quella stessa sera, tutti commentano la straordinaria imitazione che Carlotta Adams ha fatto della celebre attrice. Chi ha un vero motivo per uccidere lord Edgware? Sua moglie.
"Supponiamo che ci sia qualcun altro che nutra rancore per lord Edgware. Questi ha subito trovato un capro espiatorio. Il giorno in cui Jane Wilkinson dichiara di avere l'emicrania e decide di trascorrere una tranquilla serata in albergo, METTE IN ESECUZIONE il suo piano.
"Bisogna che lady Edgware sia vista entrare nella casa di Regent Gate.
Benissimo. La vedono. Giunge persino ad annunciare a chiare parole la sua identità. C'est un peu trop! Come può non destare i sospetti dell'essere più sprovveduto che ci sia al mondo!
"C'è un altro particolare... insignificante, lo ammetto. La donna che si è presentata nella casa di Regent Gate è vestita di nero. JANE
WILKINSON NON SI VESTE MAI DI NERO. Glielo abbiamo sentito dire noi.
Possiamo presumere che la donna che ieri sera si è presentata in casa di lord Edgware forse non era Jane Wilkinson, ma una donna che la impersonava. Questa donna ha ucciso lord Edgware?
"Oppure una terza persona è entrata in quella casa e ha ucciso lord Edgware? Se così è successo, l'omicidio è avvenuto prima o dopo la presunta visita di lady Edgware? Se dopo, come ha spiegato questa donna a lord Edgware la sua presenza? Poteva ingannare il maggiordomo che non la conosceva personalmente e la segretaria che non l'ha vista da vicino, ma non poteva sperare di raggirare il marito. Oppure quella donna ha solo trovato un cadavere nella biblioteca? Lord Edgware è stato ucciso prima che lei entrasse in quella casa?"
- Basta, Poirot! - esclamai. - Mi fate girare la testa!
- Amico mio, stiamo solo facendo congetture. E' come provare dei vestiti. Questo ti sta bene? No, è stretto di spalle. Quest'altro? Sta meglio, ma non è ancora abbastanza largo di spalle. Quest'altro è decisamente troppo piccolo. E così via sino a trovare quello che ti sta a pennello... la verità.
- Chi sospettate che possa aver architettato un piano così diabolico? - chiesi.
- Troppo presto per dirlo. Bisogna esaminare a fondo chi potrebbe avere un movente, chi voleva la morte di lord Edgware. C'è naturalmente il nipote che eredita. Un movente forse troppo ovvio. E poi, nonostante le affermazioni un po' troppo dogmatiche della signorina Carroll, ci possono essere altri nemici. Lord Edgware mi è proprio sembrato un uomo che si fa molti nemici nel corso della vita.
- Sì - dissi convinto. - Lo ammetto.
- Chiunque sia l'assassino, si deve essere sentito molto sicuro.
Ricordatevi, Hastings, che se Jane Wilkinson non avesse cambiato idea all'ultimo momento, non avrebbe un alibi. Se fosse rimasta sola nella sua camera del Savoy le sarebbe stato molto difficile provarlo.
L'avrebbero arrestata, processata e forse anche condannata a morte.
Rabbrividii.
- Ma c'è qualcos'altro che mi intriga - seguitò Poirot. - C'è un evidente desiderio di incriminarla, ma allora che cosa significa quella strana chiamata telefonica? Perché qualcuno l'ha chiamata e dopo essersi accertato che si trovava lì, ha interrotto la comunicazione? Sembra che qualcuno volesse essere certo che lei fosse lì prima di iniziare a fare qualcosa. Che cosa? E' avvenuto alle ventuno e trenta, quasi sicuramente prima dell'omicidio. L'intenzione pare dunque essere a favore di Jane Wilkinson. Quindi è difficile credere che sia stato l'assassino a fare la telefonata: la sua intenzione era di incriminarla. Chi, allora, l'ha fatta? Sembra che esistano in questo caso due diverse serie di circostanze.
Scossi la testa, la mente confusa.
- Forse si tratta solo di una coincidenza - suggerii.
- No, no, non si può considerare tutto una coincidenza. Sei mesi fa una lettera è sparita. Perché? Ci sono ancora troppi fatti inspiegabili. Ci deve essere una ragione che li collega e li spiega.
Sospirò, poi proseguì.
- Quella strana storia che ci è venuto a raccontare Bryan Martin...
- Sicuramente, Poirot, non c'entra con questo caso.
- Siete cieco, Hastings. Cieco e volutamente ottuso. Non vi accorgete che tutto quanto forma un disegno? Un disegno, per ora molto confuso, che gradualmente diventerà sempre più chiaro.
Considerai che Poirot si mostrava troppo ottimista. Non mi pareva possibile che la situazione così ingarbugliata sarebbe potuta chiarirsi. Mi sentivo confuso.
- Non è possibile! - esclamai a un certo punto. - Non riesco a crederci. Carlotta Adams mi è sembrata una così brava ragazza!
Eppure, mentre dicevo queste parole, ricordai ciò che Poirot mi aveva detto a proposito della sua avidità di guadagno. Il denaro? Era quello forse che si trovava alla base di quella vicenda incomprensibile? Mi resi conto che quella sera Poirot era stato geniale. Aveva avvertito il pericolo che correva Jane a causa di quel suo egoismo eccessivo, innaturale, e aveva capito che Carlotta poteva trovarsi anche lei nei guai per quella sua sete di denaro.
- Non credo che abbia ucciso, Hastings. E' una donna troppo controllata e sensata per farlo. Forse non le è nemmeno stato detto che sarebbe stato commesso un omicidio. Possono averla usata: forse è completamente innocente. Ma allora...
Si interruppe e aggrottò le sopracciglia.
- Anche se così fosse, ora lei è complice. Leggerà i giornali e capirà...
Emise un'esclamazione che si trasformò in gemito.
- Presto, Hastings. Presto! Sono stato cieco... stupido! Un taxi.
Immediatamente.
Lo fissai sorpreso.
Lui intanto agitava il braccio per fermare un taxi.
- Un taxi! Subito!
Ne passò uno in quel momento: ci salimmo.
- Conoscete l'indirizzo?
- Di Carlotta Adams?
- Mais oui, mais oui. Presto, Hastings, presto. Ogni minuto è prezioso.
- No - gli risposi. - Non lo conosco.
Poirot imprecò sottovoce.
- Ci vuole una guida del telefono: no, inutile, non lo troveremmo lì.
Il teatro.
A teatro non erano disposti a darci l'indirizzo privato di Carlotta Adams, ma Poirot finì con il convincerli. Abitava in un appartamento di uno stabile di Sloane Square. Ci precipitammo lì in taxi, Poirot era in preda all'impazienza.
- Se non è troppo tardi, Hastings se non è troppo tardi.
- Perché tanta fretta? Non capisco. Che cosa significa?
- Significa che sono stato di una lentezza inqualificabile. Troppo lento a rendermi conto dell'ovvio. Ah! Mon Dieu, se solo arrivassimo in tempo.
9. L'altra morte.
Pur non riuscendo a capire perché Poirot si agitava tanto, conoscevo abbastanza bene il mio amico per intuire che la ragione doveva essere molto grave.
Arrivati a Roseweds Mansions, Poirot balzò fuori dal taxi, pagò la corsa e si precipitò dentro l'edificio. L'appartamento della signorina Adams si trovava al primo piano, un biglietto da visita con il suo nome era stato fissato con una puntina sulla porta: così ci fu detto.
Poirot non attese l'ascensore che si trovava ai piani superiori e salì in fretta le scale. Bussò e suonò. Pochi secondi di attesa: la porta ci venne aperta da una donna di mezza età, i capelli a crocchia. Le palpebre erano arrossate dal pianto.
- La signorina Adams? - chiese Poirot con ansia.
La donna lo fissò.
- Non lo avete saputo?
- Che cosa? Che cosa avrei dovuto sapere?
Poirot era impallidito e mi resi conto che, qualunque cosa fosse successa, era quella che il mio amico aveva temuto.
La donna continuava a scuotere lentamente la testa.
- E' morta. Stanotte, nel sonno. E' terribile!
Poirot si appoggiò allo stipite.
- Troppo tardi - mormorò.
Il suo dispiacere era così evidente che la donna lo fissò con maggiore attenzione.
- Scusatemi, signore. Siete un suo amico? Non vi ho mai visto.
Poirot non rispose direttamente alla domanda e invece le chiese: -
Avete chiamato un medico? Che cosa ha detto?
- Ha preso una dose troppo forte di sonnifero. Che pena! Una così cara signorina. Sono terribilmente pericolosi questi sonniferi. Il medico ha detto che si trattava di Veronal.
Con un moto improvviso, Poirot raddrizzò le spalle e con atteggiamento autoritario disse: - Lasciatemi entrare.
La donna era evidentemente sospettosa e indecisa.
- Non credo che...
Ma Poirot non intendeva farsi mettere alla porta e ricorse all'unico modo con il quale avrebbe sicuramente ottenuto ciò che desiderava.
- Dovete lasciarmi entrare - disse. - Sono un investigatore e devo indagare sulle circostanze che hanno causato la morte della vostra padrona.
La donna sussultò. Si fece da parte e noi entrammo nell'appartamento.
Da quell'istante in poi Poirot prese in mano la situazione.
- Quello che vi ho detto è estremamente confidenziale - disse alla donna con tono autoritario. - Nessuno dovrà saperlo. Tutti dovranno continuare a pensare che la morte della signorina Adams è stata accidentale. Per favore, datemi il nome e l'indirizzo del medico che è stato chiamato a constatare il decesso.
- Il dottor Heath, 17 Carlisle Street.
- E voi, come vi chiamate?
- Bennett, Alice Bennett.
- Siete affezionata alla signorina Adams, mi sembra.
- Oh! Sì, signore. Una signorina tanto cara! Ho lavorato per lei anche l'anno scorso quando venne a Londra per la prima volta. Non è come tutte le altre attrici. Si comporta come una vera signora. Gentile, educata.
Poirot ascoltava con attenzione e simpatia. Non mostrava segni di impazienza. Capii che quell'atteggiamento era il migliore per estrarre dalla donna tutte le informazioni necessarie.
- Deve essere stato terribile, per voi - osservò con gentilezza.
- Oh! Sì, signore. Terribile! Come al solito sono entrata nella sua camera alle nove e mezzo con il tè. Giaceva immobile nel letto. Ho pensato che dormisse. Ho posato il vassoio e aperto le tende facendo molto rumore perché uno degli anelli si era impigliato e ho dovuto dare uno strattone. Sono rimasta molto sorpresa quando voltandomi mi sono resa conto che non si era svegliata. Poi, all'improvviso, mi sono accorta che c'era qualcosa di poco naturale nel modo in cui dormiva.
Mi sono avvicinata al letto e le ho toccato la mano. Era gelida.
"Signora", ho gridato e poi sono scoppiata a piangere.
S'interruppe, gli occhi di nuovo pieni di lacrime.
- Certo, certo - disse Poirot con voce comprensiva. - E' stato terribile, lo so. La signorina Adams prendeva spesso quelle pillole per dormire?
- Prendeva a volte alcune pastiglie per il mal di testa, ma ieri notte ha preso qualcos'altro. Così almeno ha detto il dottore.
- E' venuto qualcuno a trovarla ieri sera? C'è stata una visita?
- No, signore. Ieri sera è uscita.
- Vi ha detto dove sarebbe andata?
- No, signore. E' uscita verso le sette.
- Che vestito indossava?
- Era vestita di nero, signore. Un abito nero e un cappello nero.
Poirot mi lanciò uno sguardo.
- Portava gioielli?
- Solo il filo di perle che indossa sempre, signore.
- E i guanti? Grigi?
- Sì, signore: porta sempre guanti grigi.
- E ora descrivetemela, se lo potete. Com'era di umore? Allegra?
Eccitata? Nervosa? Triste? Preoccupata?
- Mi è sembrata piuttosto contenta. Ogni tanto sorrideva, come se pensasse a qualcosa di divertente.
- A che ora è tornata?
- Poco dopo mezzanotte, signore.
- Com'era il suo umore?
- Pareva molto stanca.
- Non vi è sembrata sconvolta? Angosciata?
- Oh! No, signore. Anzi, pareva soddisfatta, ma esausta. Capite quello che intendo dire? Voleva fare una telefonata, poi ha cambiato idea dicendo che non importava. Che l'avrebbe fatta il mattino dopo.
- Ah! - esclamò Poirot. - Sapete a chi avesse l'intenzione di telefonare? - Gli brillavano gli occhi e il tono della voce indifferente mascherava il suo interessamento.
- No, signore: ha chiesto il numero al centralino che deve averle detto qualcosa perché lei ha risposto: "Va bene". Poi ha sbadigliato e ha mormorato: "Non importa, sono troppo stanca". Ha riappeso il ricevitore e ha incominciato a spogliarsi.
- Che numero ha chiamato? Ve lo ricordate? Pensateci, per favore, è importante.
- Mi dispiace, signore: era un numero del dipartimento Victoria, ma è tutto ciò che ricordo. Non ho prestato molta attenzione.
- Ha mangiato e bevuto qualcosa prima di coricarsi?
- Un bicchiere di latte caldo, signore, come al solito.
- Chi lo ha preparato?
- Gliel'ho preparato io.
- Non è venuto nessuno ieri nell'appartamento?
- Nessuno.
- Nemmeno durante la mattinata?
- Nessuno che ricordi, signore. La signorina Adams era fuori a pranzo e per il tè. E' tornata verso le sei.
- Quando è stato comperato il latte? Quello che ha bevuto ieri sera?
- Ha bevuto il latte che il lattaio ci ha consegnato nel pomeriggio.
Lo lascia fuori della porta verso le quattro del pomeriggio. Sono certa che non c'era niente nel latte. L'ho bevuto anch'io. E poi il dottore ha detto che è stata lei a prendere quelle orrende pastiglie.
- E' possibile che mi sbagli - disse Poirot. - Certo, è possibile che stia prendendo una cantonata. Parlerò con il medico. Però, vedete, la signorina Adams aveva dei nemici. Le cose son ben diverse negli Stati Uniti...
Esitò, ma la povera Alice abboccò all'amo.
- Oh! Lo so, signore. Ho letto di Chicago e delle bande. Deve essere un paese pericoloso. Mi chiedo che cosa faccia mai la polizia. Qui da noi è diverso, i nostri poliziotti sono tutt'altra cosa.
Per fortuna Poirot lasciò cadere l'argomento sicuro del patriottismo di Alice e convinto che non fosse il caso di rincarare la dose.
Avevamo una fedele alleata ed era quanto bastava al mio amico. Lo sguardo di Poirot fu attirato da una valigetta che era appoggiata a una sedia.
- La signorina Adams l'aveva con sé quando è uscita ieri sera?
- L'aveva presa con sé al mattino. Non l'aveva più quando è tornata verso l'ora del tè, ma l'ha riportata qui ieri sera.
- Mi permettete di aprirla?
Alice Bennett gli avrebbe permesso tutto. Come capita spesso a chi è sospettoso e riluttante di natura, quando si riesce a vincerne la diffidenza, diventa un gioco da bambini fargli fare ciò che si vuole.
Alice avrebbe acconsentito a tutto ciò che Poirot le avesse chiesto.
La valigetta non era chiusa a chiave. Poirot l'aprì. Mi avvicinai al mio amico e diedi un'occhiata al di sopra delle sue spalle.
- Vedete, Hastings, vedete? - mormorò eccitato. Il contenuto era sicuramente suggestivo. C'era un astuccio che conteneva tutto il necessario per il trucco, due oggetti, simili a cuscinetti che, applicati all'interno delle scarpe, aumentano la statura di alcuni centimetri, un paio di guanti grigi e, avvolta in carta velina, una bellissima parrucca bionda, di quella magnifica tonalità biondo dorata così caratteristica di Jane Wilkinson, acconciata come l'attrice aveva l'abitudine di pettinarsi, la riga in mezzo e una cascata di riccioli biondi che ricadevano sulla nuca.
- Avete ancora dubbi, Hastings? - mi chiese Poirot.
Li avevo avuti sino a pochi minuti prima, ma ormai non più. Poirot chiuse la valigetta e si rivolse alla cameriera.
- Sapete con chi ha cenato ieri sera la signorina Adams?
- No, signore.
- O con chi ha pranzato e preso il tè?
- Non so con chi ha preso il tè, ma penso che abbia pranzato con la signorina Driver.
- La signorina Driver?
- Sì, sono molto amiche. La signorina Driver è modista. Ha un negozio in Bond Street. Si chiama "Geneviève".
Poirot prese nota dell'indirizzo e lo scrisse nel suo taccuino, sotto quello del medico.
- Ancora una domanda, madame. Ricordate qualcosa, QUALSIASI cosa che la signorina Adams abbia detto o fatto, dopo essere tornata a casa alle diciotto, che vi abbia colpito come insolito o significativo?
La cameriera ci pensò per un paio di minuti.
- Non saprei proprio, signore - disse finalmente. - Le ho chiesto se voleva una tazza di tè, ma mi ha risposto che lo aveva già preso.
- Lo aveva già preso - mormorò Poirot interrompendola. - Scusatemi.
Proseguite, per favore.
- Poi si è messa a scrivere sino a quando è uscita di nuovo.
- Lettere? Sapete a chi?
- Sì, signore. Si trattava sempre di lettere che indirizzava a sua sorella che vive a Washington. Ne mandava regolarmente due alla settimana. Si è portata la lettera quando è uscita per non perdere la levata serale della posta. Ma purtroppo ha dimenticato di imbucarla.
- Allora è ancora qui?
- No, signore. L'ho imbucata io. Se ne è ricordata ieri sera mentre andava a letto. Le ho promesso che gliel'avrei spedita io. L'ho fatto naturalmente.
- Ah! Siete andata lontano a imbucarla?
- No, signore. L'ufficio postale è qui vicino, appena girato l'angolo.
- Avete chiuso la porta quando siete uscita?
La Bennett sussultò.
- No, signore, l'ho appena accostata, come faccio sempre quando vado alla posta.
Poirot sembrò sul punto di parlare. Si trattenne.
- Volete vederla, signore? - chiese la cameriera con gli occhi pieni di lacrime. - E' così bella!
La seguimmo nella camera da letto.
Carlotta Adams sembrava stranamente serena e pareva assai più giovane di quanto non mi fosse sembrata quella sera al Savoy. Pareva una giovanetta stanca che dormiva.
C'era una strana espressione sulla faccia del mio amico Poirot mentre la osservava e si faceva il segno della croce.
- J'ai fait un serment, Hastings - mi disse mentre scendevamo le scale.
Non gli chiesi quale fosse il giuramento che aveva fatto di fronte alla giovane morta. Non mi fu difficile intuirlo. Pochi minuti dopo mi disse: - Mi sono tolto un peso dal cuore. Non avrei potuto salvarla.
Quando abbiamo saputo che lord Edgware era stato ucciso, lei era già morta. Questa certezza mi è di gran conforto. Sì, di gran conforto.
10. Jenny Driver.
La nostra prima mossa fu di recarci dal medico di cui ci aveva dato l'indirizzo la cameriera di Carlotta Adams.
Un uomo anziano e puntiglioso, dai modi alquanto vaghi. Conosceva Poirot di fama ed espresse il suo piacere di incontrarlo in carne e ossa.
- Che cosa posso fare per voi, signor Poirot? - gli chiese dopo i soliti convenevoli.
- Siete stato chiamato stamane al capezzale della signorina Adams.
- Ah! Sì. Povera giovane. Una brava attrice. Ho assistito due volte al suo spettacolo. Un vero peccato che sia morta così miseramente. Non capisco perché queste giovani donne prendano sonniferi.
- Voi credete che avesse l'abitudine di usarli?
- Professionalmente non potrei dirlo: sono certo che non lo faceva per via intravenosa. Non ho constatato segni di punture sulla pelle. Li prendeva sicuramente per via orale. La cameriera mi ha detto che non soffriva di insonnia. Non credo che usasse il Veronal ogni sera, ma ne avrà evidentemente fatto uso in questi ultimi tempi.
- Che cosa ve lo fa pensare?
- Questo. Accidenti! Dove diamine l'ho messo?
Stava cercando nella sua valigetta.
- Eccolo!
Ne trasse una piccola borsa di cuoio nero.
- Ci sarà sicuramente un'inchiesta. L'ho preso per evitare che la cameriera lo confondesse con l'altra sua roba.
Aprendo la piccola borsa ne trasse una piccola scatola in oro su cui spiccavano due iniziali tempestate di piccoli rubini: C.A. Era un oggetto lussuoso di fattura squisita. Il medico l'aprì. Era pieno di una polverina bianca.
- Veronal - spiegò laconicamente. - Leggete quello che è inciso all'interno.
Nella parte interna del coperchio era incisa la scritta:
C.A. DA D. PARIGI. 10 NOVEMBRE
SOGNI D'ORO
- 10 novembre - mormorò Poirot pensieroso.
- E ora siamo in giugno. Ciò significa che aveva preso l'abitudine di usare questo sonnifero durante questi ultimi sei mesi e poiché non sappiamo l'anno, si potrebbe forse risalire a diciotto mesi o anche a due anni e mezzo.
- "D. Parigi" - disse ancora Poirot aggrottando le sopracciglia.
- Sì. Vi dice qualcosa? A proposito, non vi ho chiesto qual è il vostro interesse in questo caso. Presumo che abbiate un buon motivo.
Suppongo che vogliate appurare se si tratta di un suicidio. Non sono in grado di affermarlo. Nessuno può. Secondo quanto mi ha riferito la cameriera, la signorina Adams era di buon umore ieri. Pare piuttosto un incidente e secondo me è proprio quello che è successo. Il Veronal è uno strano sonnifero. Lo potete prendere a dosi elevate, senza risentirne, ma può anche capitare che una piccola dose vi sia fatale.
E' un sonnifero pericoloso proprio per questa ragione. Non dubito che all'inchiesta concluderanno che si è trattato di morte accidentale.
Temo di non potervi essere di molto aiuto.
- Posso esaminare l'astuccio della signorina Adams?
- Ma certo.
Poirot rovesciò il contenuto della borsettina. C'erano un fazzoletto con le iniziali C.M.A., un portacipria, un rossetto, una banconota da una sterlina e un po' di spiccioli e un "pince-nez".
Poirot esaminò con molto interesse le lenti. Erano cerchiate d'oro, di foggia piuttosto semplice e severa.
- Strano - disse Poirot. - Non sapevo che la signorina Adams portasse gli occhiali. Forse li usava per leggere?
Il medico li prese in mano.
- No, sono lenti per vedere da lontano, da usare all'esterno. Sono lenti da miope.
- Non sapete se la signorina Adams...
- Non l'ho mai avuta come paziente: sono stato chiamato solo una volta in quella casa per curare la cameriera che si era ferita una mano. Ho visto la signorina Adams solo in quell'occasione e non portava gli occhiali.
Poirot ringraziò il medico e ci congedammo.
Il mio amico aveva un'espressione perplessa.
- Può darsi che mi sbagli - ammise.
- A proposito della mistificazione?
- No, no: questa è ampiamente dimostrata. No, intendo dire a proposito della sua morte. E' evidente che aveva del Veronal. E' quindi possibile che ieri sera ne abbia presa una dose per assicurarsi una notte di riposo.
Si fermò di colpo sorprendendo i passanti e batté con enfasi la palma di una mano contro l'altra.
- No! - esclamò con veemenza. - Perché mai un incidente si deve verificare in modo così opportuno? Non è stato un incidente. Non si tratta di suicidio. Il Veronal può essere stato scelto perché si sapeva che lei lo usava occasionalmente. In questo caso l'assassino era una persona che la conosceva bene. Chi? Non so cosa darei per sapere chi è D.
- Poirot - gli dissi mentre lui rimaneva immerso nei suoi pensieri - sarà bene andare. Ci stanno osservando con curiosità.
- Già. Avete ragione. Anche se non mi dà alcun fastidio che la gente mi osservi: non interferisce nel corso dei miei ragionamenti.
- La gente sta cominciando a ridere - mormorai.
- Che importanza volete che abbia.
Non ero d'accordo. Detesto farmi notare. Mentre la sola preoccupazione che potrebbe avere Poirot è che il caldo o l'umido riescano a mettere in disordine il suo famoso paio di baffi.
- Prendiamo un taxi - disse Poirot, agitando il suo bastone da passeggio.
Un taxi si fermò e Poirot dette l'indirizzo del negozio "Geneviève" in Moffatt Street.
In una piccola vetrina un cappello indescrivibile e una sciarpa indicavano che la casa di moda "Geneviève" si trovava al primo piano, in cima a una rampa di scale dall'aspetto antiquato e che odorava un po' di muffa.
Salimmo le scale e ci trovammo davanti a una porta con la scritta: AVANTI. La spingemmo e ci trovammo in una piccola stanza piena di cappelli. Una giovane donna bionda dall'aria imponente ci venne incontro, lanciando uno sguardo sospettoso verso il mio amico.
- La signorina Driver? - chiese Poirot.
- Non so se la signorina potrà ricevervi. Che cosa desiderate?
- Dite, per favore, alla signorina Driver che sono un amico della signorina Adams e che desidero vederla.
La bellezza bionda non dovette portare il messaggio. Una tenda di velluto nero venne scostata e si fece avanti una donna piccola e vivace dai capelli rosso-fiamma.
- Che cosa c'è? - chiese.
- Siete voi la signorina Driver?
- Sì. Avete nominato Carlotta?
- Non avete avuto la triste notizia?
- Quale triste notizia?
- La signorina Adams è morta stanotte nel sonno. Una dose troppo forte di Veronal.
La giovane donna spalancò gli occhi.
- E' terribile! - esclamò. - Povera Carlotta. Non posso crederci. Era così piena di vita, ieri!
- Eppure, signorina, purtroppo, è vero - disse Poirot. - Sono quasi le tredici. Fatemi un piacere. Venite a pranzo con me e con il mio amico, il capitano Hastings. Vorrei farvi alcune domande.
La ragazza lo fissò dalla testa ai piedi. C'era in lei la stoffa del lottatore. Mi pareva un piccolo e vivace fox-terrier.
- Chi siete? - chiese brusca.
- Mi chiamo Hercule Poirot. Questo è il mio amico, il capitano Hastings.
Mi inchinai.
Il suo sguardo andò da me a Poirot.
- Ho sentito parlare di voi - gli disse con voce dura. - D'accordo, accetto.
Chiamò la giovane bionda.
- Dorothy?
- Sì, Jenny?
- Deve venire la signora Lester per quel modello di rose Descartes che le stiamo facendo. Provale i diversi tipi di piume. Ciao, non farò tardi.
Prese un cappellino nero, se lo mise in testa, si incipriò rapidamente il naso e poi, rivolta a Poirot: - Sono pronta! - disse con il suo solito tono brusco.
Cinque minuti dopo eravamo seduti in un piccolo ristorante di Dover Street. Poirot aveva passato l'ordine al cameriere e ci avevano già servito l'aperitivo.
- E ora - disse Jenny Driver - vorrei sapere di che cosa si tratta. In che sorta di guazzabuglio si è trovata coinvolta Carlotta.
- Carlotta era quindi coinvolta in qualcosa di poco chiaro, mademoiselle?
- Accidenti! Chi è che fa le domande, io o voi?
- Per la verità, signorina, sono io che vorrei farvi alcune domande -
le disse Poirot sorridendo. - Mi è stato detto che voi e la signorina Adams eravate molto amiche.
- E' vero!
- Eh, bien, allora vi chiedo, signorina, di accettare la mia parola e di credere che tutto ciò che faccio è nell'interesse della vostra povera amica. Ve lo assicuro.
Ci fu un lungo momento di silenzio durante il quale Jenny Driver parve riflettere su ciò che Poirot le aveva detto. Poi, alla fine, assentì con un cenno della testa.
- Vi credo. Proseguite. Che cosa volete sapere?
- Avete pranzato ieri con la vostra amica, è vero?
- Sì.
- Vi ha parlato dei suoi progetti per la serata?
- Non ha specificato che si sarebbe trattato di ieri sera.
- Ma vi ha confidato qualcosa?
- Mi ha detto qualcosa che è forse ciò che volete sapere. Badate, si è trattato di una confidenza.
- Capisco.
- Vediamo un po'. Forse è meglio che ve lo racconti a modo mio.
- Come desiderate, mademoiselle.
- Carlotta era stranamente eccitata. Non le capita spesso. Non è il suo genere. Non mi ha detto niente di preciso, aveva promesso di non parlarne, ma mi ha fatto capire che si sarebbe trattato di... non saprei come spiegarmi... di una burla, di una gigantesca presa in giro!
- Una burla?!
- Questa è la parola che ha usato. Non mi ha detto come e quando.
Solo.. - s'interruppe, e aggrottò le sopracciglia. - Carlotta non è il tipo di persona che si diverte a fare scherzi. E' una ragazza seria, gentile, dedita al suo lavoro. Intendo dire che c'è stato sicuramente qualcuno che le ha suggerito di partecipare a questo gioco. E io credo, lei non me lo ha detto, però...
- No. No. Capisco. Che cosa avete pensato?
- Mi è sembrato di capire che c'entrasse del denaro. Non c'era niente che la eccitasse più del denaro. Era fatta così. Una vera donna d'affari. Non sarebbe stata così divertita ed eccitata se non si fosse trattato di una grossa somma di denaro. Ho avuto l'impressione che avesse fatto una specie di scommessa che era sicura di vincere. Eppure anche questo non è proprio esatto. Voglio dire che Carlotta non si sarebbe mai messa a scommettere. Comunque sia, in un modo o nell'altro, sono certa che c'entrasse una grossa somma di denaro.
- Non lo ha detto chiaramente?
- No. Mi ha solo raccontato ciò che avrebbe potuto fare in un prossimo futuro. Avrebbe invitato sua sorella a raggiungerla a Parigi. Voleva molto bene alla sorella minore. Una ragazza dalla salute molto delicata e dal temperamento artistico. Questo è tutto ciò che posso dirvi. Era quello che desideravate sapere?
Poirot annuì.
- Sì. Conferma la mia teoria. Speravo di saperne di più, ve lo confesso. Ma avevo previsto che era stata chiesta la segretezza alla signorina Carlotta. Ho sperato che, essendo una donna, si sarebbe lasciata andare a svelare un segreto alla sua migliore amica.
- Ho tentato di farglielo dire - ammise Jenny. - Ma lei si è messa a ridere e mi ha promesso di raccontarmelo in seguito.
Poirot rimase in silenzio. Poi chiese: - Il nome di lord Edgware vi dice qualcosa?
- Chi? L'uomo che è stato assassinato?
- Sì. Sapete se la signorina Adams lo conosceva?
- Non credo. Sono sicura che non lo conosceva. Un momento.
- Sì, mademoiselle? - chiese Poirot sollecito.
- Lasciatemi pensare - disse aggrottando le sopracciglia. - Sì. Ora ricordo. Ne ha parlato. Una volta. Con amarezza.
- Con amarezza?
- Sì. Ha detto... se non mi sbaglio... che a uomini di quel genere non dovrebbe essere permesso di rovinare la vita altrui per crudeltà e per mancanza totale di comprensione. Ha aggiunto che la sua morte sarebbe stata un bene per tutti.
- Quando ve lo ha detto, mademoiselle?
- Oh! Direi, un mese fa.
- Come mai avete toccato quell'argomento?
Jenny Driver si sforzò per alcuni minuti di ricordare, poi scosse la testa.
- Non riesco a ricordare - confessò. - Il suo nome è saltato fuori in qualche modo. Forse sui giornali. Ricordo, tuttavia, che mi era sembrata strana allora la veemenza con cui Carlotta ha inveito contro di lui poiché non lo conosceva nemmeno.
- E' certamente strana - ammise Poirot pensieroso. Poi chiese ancora: - Sapevate che la vostra amica aveva l'abitudine di prendere del Veronal?
- Non lo sapevo. Non gliel'ho mai visto prendere, né mai le ho sentito dire che ne faceva uso.
- Avete mai notato nella sua borsetta una piccola scatola in oro con le iniziali tempestate di rubini?
- Una piccola scatola in oro? No. Non l'ho mai vista.
- Sapete per caso dove fosse la signorina Adams nel novembre scorso?
- Fatemici pensare. E' tornata in novembre negli Stati Uniti, credo che fosse verso la fine del mese. Era stata qualche tempo prima a Parigi.
- Da sola?
- Naturalmente! Scusatemi... forse non intendevate essere indiscreto.
Non so perché quando si parla di Parigi si è sempre inclini a pensare il peggio. Mentre la città può essere in fondo un luogo rispettabile come qualsiasi altro. Carlotta non è il genere di ragazza che trascorre un fine settimana con un uomo qualunque, se è questo che intendevate insinuare.
- E ora, mademoiselle, voglio porvi una domanda molto importante.
C'era un uomo a cui la signorina Adams era particolarmente interessata?
- La risposta è NO - disse Jenny lentamente. - Sin da quando la conosco, Carlotta si è interessata solo del suo lavoro e le sue preoccupazioni erano rivolte solo alla sorella minore, di salute molto delicata. Si considerava il capo famiglia e se ne assumeva tutte le responsabilità. Per questo, ve lo ripeto, la risposta è NO, in senso stretto.
- E da un punto di vista un po' meno... stretto?
- Non mi stupirei se, ultimamente, Carlotta avesse incominciato a interessarsi a un uomo.
- Ah!
- Badate, si tratta solo di una mia impressione. Dettata dal suo comportamento. Era diversa... non potrei dire che fosse sognante, ma certo più distratta. Mi pareva in un certo qual modo diversa. Oh! Non riesco a spiegarmi. Si tratta di una sensazione che solo un'altra donna riesce a percepire. Però potrei sbagliarmi.
Poirot annuì.
- Grazie, signorina. Un'altra domanda ancora. C'è qualcuno che la signorina Adams conosce e il cui nome ha come iniziale una D.?
- D. - ripeté pensierosa Jenny Driver. - D. No, mi dispiace. Non conosco nessuno con questa iniziale.
11. L'egoista.
Non credo che Poirot si aspettasse una risposta diversa. Ciononostante scosse la testa tristemente. Parve perdersi nei suoi pensieri. Jenny Driver si chinò verso di lui, appoggiando il gomito sul tavolo.
- E ora - disse - posso sapere cosa è successo?
- Mademoiselle - le disse Poirot - prima di ogni cosa, permettetemi di farvi i miei complimenti. Le vostre risposte alle mie domande sono state notevolmente intelligenti. Siete sicuramente dotata di buon senso. Mi chiedete di sapere cosa è successo e io vi risponderò che so ben poco. Mi limiterò semplicemente a esporvi alcuni fatti.
Una breve pausa e poi riprese: - Ieri notte lord Edgware è stato assassinato nella biblioteca della sua dimora. Alle dieci di sera una signora che crediamo essere la vostra amica, la signorina Adams, si è presentata in quella casa, ha chiesto di vedere lord Edgware dicendo di essere lady Edgware. Portava una parrucca bionda acconciata come lo sono di solito i capelli della vera lady Edgware che, come probabilmente sapete anche voi, è Jane Wilkinson, l'attrice. La signorina Adams (se era lei) è rimasta pochi minuti. Ha lasciato la dimora di lord Edgware alle dieci meno cinque, ma non è tornata a casa se non dopo la mezzanotte. E' andata a letto dopo aver preso una dose troppo forte di Veronal. E, ora, mademoiselle, capirete la ragione delle domande che vi ho fatto.
Jenny respirò profondamente.
- Sì - rispose. - Capisco. Credo che abbiate ragione, signor Poirot.
Ragione di pensare che fosse Carlotta, intendo dire. E questo perché ieri Carlotta è venuta a comperare un cappello.
- Un cappello?
- Sì. Mi ha detto che ne voleva uno che mettesse in ombra il lato sinistro del suo viso.
A questo punto sarà meglio dare alcune spiegazioni sulla moda, poiché non posso sapere quando queste righe saranno lette. Ho visto nel corso dei miei anni molte fogge di cappelli: la cloche a falda bassa che nascondeva quasi interamente la faccia tanto che a volte si disperava di riuscire a riconoscere fattezze amiche, il cappello a tesa larga posato quasi piatto sulla testa, il cappello appoggiato alla nuca, il berretto e altri tipi ancora. In quel particolare mese di giugno il cappello che andava di moda presentava la forma di un piatto di minestra rovesciato, applicato a un orecchio, come se fosse tenuto da una ventosa, un cappello che lasciava quindi interamente libero l'altro lato del viso.
- Questi cappelli vengono portati, in genere, sul lato destro della testa?
La giovane modista annuì.
- Ma ne confezioniamo alcuni da portare anche sull'altro lato spiegò - perché ci sono persone che preferiscono mostrare un profilo piuttosto che l'altro o perché hanno l'abitudine di fare la riga dei capelli a sinistra o a destra.
C'era una ragione particolare perché Carlotta desiderasse tenere in ombra un lato del suo viso?
Ricordai che la porta d'ingresso della dimora di Regent Gate si apriva verso sinistra: chiunque entrasse mostrava al maggiordomo il lato sinistro della faccia. E ricordai anche che Jane Wilkinson (lo avevo notato durante la cena che ci aveva offerto al Savoy) aveva un neo all'angolo dell'occhio sinistro. Tutto eccitato, lo dissi a Poirot che lo ammise, annuendo vigorosamente con la testa.
- E' vero. Vous avez parfaitement raison, Hastings. Sì, questo spiega l'acquisto di quel particolare cappello.
- Signor Poirot! - esclamò all'improvviso Jenny raddrizzandosi. - Non penserete... non vi avrà nemmeno sfiorato il pensiero che è stata Carlotta? Intendo dire che è stata Carlotta a ucciderlo? Non potete assolutamente accusarla. E solo perché ha parlato di lui in modo impietoso.
- Non lo credo, no. Eppure non posso fare a meno di trovarlo strano.
Mi riferisco a quanto ha detto di lui. Vorrei conoscere la ragione di tanta avversione. Che cosa ha fatto lord Edgware? Che cosa sapeva di lui Carlotta, tanto da spingerla a esprimersi così duramente?
- Non lo so: ma non è stata lei a ucciderlo. No. Lei era troppo... educata, raffinata.
Poirot approvò annuendo.
- Sì, avete usato le parole giuste. Da un punto di vista psicologico vi do interamente ragione. Si è trattato di un omicidio scientifico, ma non raffinato.
- Scientifico?
- L'assassino conosceva esattamente il punto in cui vibrare il colpo e raggiungere un centro vitale alla base del cranio dove quest'ultimo si unisce alla colonna vertebrale.
- Potrebbe trattarsi di un medico - disse pensierosa Jenny.
- La signorina Adams conosceva un medico? Intendo dire, c'era tra i suoi amici un medico?
Jenny scosse la testa.
- Non credo. Almeno, non qui, a Londra.
- Un'altra domanda. La signorina Adams portava gli occhiali?
- Gli occhiali? No.
- Ah! - Poirot aggrottò le sopracciglia.
Mi venne un'idea: e se fosse stato un medico dalla vista corta, che si aiutava con un paio di occhiali, a inferire il colpo mortale? Assurdo!
- A proposito! La signorina Adams conosceva Bryan Martin, l'attore cinematografico?
- Sì, certo. Lo conosceva sin dall'infanzia. Non credo che si vedessero spesso. Solo di tanto in tanto. Diceva che la celebrità gli aveva dato alla testa.
Guardò il suo orologio da polso ed esclamò: - Dio mio! Devo scappare.
Vi sono stata utile, monsieur Poirot?
- Molto, signorina, e vi ringrazio. Mi permetterò di chiedere di nuovo il vostro aiuto di quando in quando.
- Sarò sempre disposta a darvi una mano. Qualcuno ha progettato questa diavoleria, dobbiamo scoprire chi è stato.
Ci strinse rapidamente la mano, ci sorrise e se ne andò con il modo brusco che le era peculiare.
- Una personalità interessante - disse Poirot, pagando il conto.
- Mi piace - ammisi.
- E' sempre un piacere incontrare una persona dall'intelligenza vivace.
- E' forse un po' dura - osservai. - La morte della sua amica non l'ha sconvolta come avrei creduto.
- Non è certo una di quelle persone che si mettono a piangere - ammise Poirot seccamente.
- Avete ottenuto ciò che speravate da questo colloquio?
Poirot scosse la testa.
- No. Speravo molto di più. Ero quasi sicuro di riuscire a ottenere un indizio su chi potesse essere D. La persona che ha regalato a Carlotta la scatola d'oro. Purtroppo è stata una ragazza molto riservata, neppure con un'amica ha mai accennato a una probabile relazione sentimentale. D'altra parte, la persona che le ha suggerito di fare una burla potrebbe non essere un amico. Forse solo un conoscente che gliel'ha prospettata come tale, allettandola con una posta molto alta.
Questa stessa persona ha visto la scatola d'oro che lei aveva nella borsetta ed è riuscita a sapere che cosa contenesse.
- Ma come ha fatto a farle prendere il Veronal? E quando?
- Chi lo sa? La porta di casa è rimasta aperta mentre la cameriera era andata a imbucare la lettera. Ma questa ipotesi non mi soddisfa.
Lascia troppo spazio al caso. Non perdiamo altro tempo. E' ora di mettersi al lavoro. Abbiamo ancora due possibilità da controllare.
- Quali?
- La prima è di trovare quel numero di Victoria. Mi sembra probabile che Carlotta abbia voluto fare una telefonata per annunciare il suo successo. D'altra parte, bisognerà scoprire dove è stata dalle ventidue e cinque sino a mezzanotte. Forse aveva un appuntamento con la persona che l'ha spinta a fare quella che è stata chiamata una burla. In questo caso la telefonata era indirizzata a un amico.
- E qual è l'altra possibilità?
- Ah! E' in quella che io ripongo la mia speranza. La lettera, Hastings. La lettera a sua sorella. E' possibile, e dico solo possibile, che abbia raccontato tutto a sua sorella. Non le sarebbe certamente sembrato di venir meno alla promessa fatta poiché la lettera sarebbe giunta e quindi sarebbe stata letta almeno una settimana dopo e in un altro paese.
- Sarebbe straordinario se ciò fosse avvenuto!
- Inutile contarci troppo, Hastings. E' una possibilità, niente di più. Nel frattempo studiamo il caso da un altro lato.
- Che cosa intendete per altro lato?
- Un'indagine attenta su tutti coloro che possono trarre beneficio dalla morte di lord Edgware.
Alzai le spalle.
- Oltre al nipote e alla moglie...
- L'uomo che la moglie vorrebbe sposare - aggiunse Poirot.
- Il duca? Ma non è a Parigi?
- Certo. Ma non potete negare che è anche lui parte in causa. Il personale della casa, il maggiordomo, i servitori. Chi può sapere se non nutrissero rancori nei confronti del loro padrone. Penso però che la nostra prossima mossa dovrebbe essere un'ulteriore intervista con Jane Wilkinson. E' astuta. Potrebbe darci qualche suggerimento.
Ci dirigemmo di nuovo verso il Savoy. Trovammo la signora in mezzo a scatole e a involucri di carta velina. Svariati abiti neri erano buttati qua e là. Jane aveva un'espressione seria e concentrata mentre si provava l'ennesimo cappellino nero davanti allo specchio.
- Signor Poirot, accomodatevi. Se riuscite a trovare una poltrona libera. Ellis, per favore, liberagliene una.
- Madame, siete come al solito molto affascinante.
Jane lo fissò con uno sguardo serio.
- Non voglio affatto fare l'ipocrita, signor Poirot, ma penso che sia mio dovere salvare le apparenze, non vi sembra giusto? Voglio dire che devo comportarmi con prudenza. A proposito, ho ricevuto un telegramma molto affettuoso dal duca.
- Da Parigi?
- Sì, da Parigi. Le sue parole sono accorte, suonano come un messaggio di condoglianze, ma mi permettono di leggere tra le righe.
- Mi felicito con voi, signora.
- Signor Poirot - congiunse le mani, la sua voce si fece più seducente, pareva un angelo pronto a pronunciare pensieri di squisita spiritualità. - Ho pensato tanto. Tutto ciò che è successo ha del miracoloso. Mi capite, vero? Oggi sono qui: tutti i miei problemi sono stati risolti. Non dovrò più preoccuparmi di noiose pratiche di divorzio. Più nessun impiccio. La strada è libera, non ci sono più ostacoli. Questa sensazione mi fa provare un sentimento che chiamerei religioso.
Trattenni il fiato. Poirot rimase a fissarla, la testa lievemente inchinata. La giovane donna parlava seriamente.
- E' così che valutate la situazione, madame?
- Ciò che è successo mi è di molto aiuto - mormorò Jane in tono quasi estatico. - Ho pensato spesso ultimamente: "E se Edgware morisse?". Ed ecco: lui è morto. E' come se ci fosse stata una risposta alla mia preghiera.
Poirot si schiarì la voce.
- Non posso dire di condividere questa vostra opinione, signora!
Qualcuno ha ucciso vostro marito.
Lei annuì.
- Certo. Lo so.
- Non vi siete chiesta chi potesse essere stato?
Lei lo fissò.
- Importa davvero? Intendo dire: che cosa ha a che fare con il fatto che il duca e io potremo sposarci tra quattro o cinque mesi?
Poirot si controllò a fatica.
- Sì, signora, capisco. Ma non vi siete mai chiesta CHI HA UCCISO VOSTRO MARITO?
- No. - Parve sorpresa all'idea. Ci stava pensando ora, lo si notava dalla sua aria assorta.
- Non vi interessa sapere? - chiese ancora Poirot.
- Non molto, mi dispiace - ammise lei. - La polizia finirà con lo scoprirlo. Sono molto bravi, vero?
- Così si dice. E me ne occuperò anch'io.
- Davvero? Che strano!
- Perché vi sembra un fatto strano?
- Non lo so. - I suoi occhi stavano già tornando a esaminare gli abiti neri. Si infilò un mantello di satin nero e si guardò allo specchio.
- Non avete niente da obiettare? - le chiese Poirot, gli occhi lucenti.
- Niente, signor Poirot. Sarei molto felice per voi se riusciste a dimostrare una volta di più la vostra abilità. Vi auguro di avere successo.
- Signora, io vorrei da voi qualcosa di più di un augurio. Vorrei avere la vostra opinione.
- La mia opinione - ripeté distrattamente Jane voltando la testa in direzione di Poirot. - A che proposito?
- Secondo voi, chi potrebbe avere ucciso lord Edgware?
Jane scosse la testa.
- Non ne ho idea.
Scosse le spalle, prese in mano uno specchio e si esaminò attentamente il viso.
- Signora - ripeté con voce più alta e più enfatica - chi pensate che abbia potuto uccidere vostro marito?
Questa volta la domanda raggiunse il suo scopo. Jane lo fissò con uno sguardo sorpreso: - Geraldine, forse - disse.
- Chi è Geraldine?
Ma già l'attenzione di Jane si era distratta.
- Ellis, tiralo un po' più in su sulla spalla destra. Sì. Che cosa volete sapere, signor Poirot? Geraldine è sua figlia. No, Ellis, per favore, ho detto la spalla destra. Così va meglio. Dovete andare, signor Poirot? Vi sono molto grata per tutto ciò che avete fatto per me: voglio dire per il divorzio, anche se dopo tutto non è più necessario. Penserò sempre che siete stato meraviglioso.
Rividi Jane Wilkinson solo due altre volte. Sulla scena, e a un pranzo durante il quale le sedetti accanto. Penso sempre a lei come ebbi modo di osservarla in quelle due occasioni, assorbita total mente nei suoi abiti, mentre dalle sue labbra fluivano quelle parole che influenzarono moltissimo, in seguito, le azioni e i ragionamenti di Poirot, la sua mente interamente concentrata sulla sua persona.
- Epatant! - esclamò Poirot con una sorta di riverenza mentre riemergevamo sullo Strand.
12. La figlia.
Quando tornammo a casa, trovammo sul tavolino dell'ingresso una lettera. Poirot la prese, l'aprì con la solita cura e, dopo averla letta, scoppiò a ridere.
- Com'è che dite: quando si parla del diavolo se ne vedono le corna?
Hastings, date un'occhiata.
Presi la lettera. La carta portava l'indirizzo di Regent Gate, 17 e le poche righe erano scritte con una calligrafia molto diritta, assai peculiare, apparentemente facile da decifrare, mentre in realtà non lo era affatto.
"Egregio signore,
Ho saputo che siete venuto a casa stamane con l'ispettore Japp. Mi dispiace di non aver avuto la possibilità di parlarvi. Vi sarei grata se aveste un po' di tempo da dedicarmi a qualunque ora di questo pomeriggio.
Vostra Geraldine Marsh".
- Strano! - dissi. - Perché mai vuole parlarvi?
- Vi sembra strano che desideri incontrarmi? Non siete molto gentile nei miei riguardi, amico mio.
Poirot ha, di solito, l'irritante abitudine di prendermi in giro nei momenti meno opportuni.
Ci andiamo immediatamente, mio caro e togliendo un immaginario granello di polvere dal suo cappello immacolato se lo rimise in testa.
Il vago suggerimento di Jane Wilkinson che Geraldine potesse aver ucciso il padre mi era sembrato assurdo. Solo una persona senza cervello avrebbe potuto pensarlo. Lo dissi a Poirot.
Cervello, cervello. Che cosa intendiamo veramente con questo termine?
Nel vostro idioma direste che Jane Wilkinson ha un cervello da gallina. Un modo di dire denigratorio. Ma considerate per un attimo la gallina. Esiste e si moltiplica, non è vero? Nella natura questo è il segno sicuro di un modo intelligente di sopravvivere. La bella lady Edgware non sa niente di storia, non ha letto i classici, sans doute.
Il nome di Lao-Tse le fa forse venire in mente un cane pechinese, e Molière potrebbe essere confuso con una casa di mode. Ma quando si tratta di scegliere un guardaroba o di fare un matrimonio ricco e vantaggioso, quando si tratta di giungere ai suoi fini allora è una donna che si dimostra eccezionale! L'opinione che avrebbe un filosofo su chi potrebbe aver ucciso lord Edgware non mi servirebbe affatto. Il movente del delitto, da un punto di vista filosofico, potrebbe essere ottenere il bene maggiore per il maggior numero di persone, ma poiché ciò è molto difficile da decidere sono pochi i filosofi che sono diventati assassini. Ma l'opinione apparentemente avventata di lady Edgware "potrebbe" essermi utile, perché il suo punto di vista sarebbe interamente materialistico e basato sulla conoscenza di ciò che c'è di peggio nella natura umana.
C'è del vero in ciò che dite - dovetti ammettere.
- Nous voici - disse Poirot. - Sono curioso di sapere perché questa giovane desidera vedermi con tanta urgenza.
E' un desiderio naturale! - dissi ironico riprendendo la mia rivincita. - Lo avete detto un quarto d'ora fa. Il desiderio naturale di vedere da vicino un fenomeno unico nel suo genere.
Siete forse voi, amico mio, che avete colpito la sua immaginazione l'altro giorno - rispose Poirot mentre suonava il campanello.
Ricordai l'espressione sorpresa della giovane e gli occhi scuri ed espressivi messi in risalto dal pallore del volto. Quella rapida visione mi aveva molto colpito.
Ci accompagnarono nel salotto del primo piano e pochi minuti dopo fummo raggiunti da Geraldine Marsh. L'impressione di intensità che avevo provato al primo incontro si era fatta più evidente. Alta, sottile, la faccia pallida, gli enormi occhi neri ardenti e affascinanti ne facevano un personaggio singolare. Nonostante la sua giovane età, si comportava in modo notevolmente composto.
- Vi sono grata di essere venuto subito, signor Poirot - disse. - Mi dispiace di non avervi potuto incontrare stamane.
- Stavate riposando?
- Sì. La signorina Carroll, la segretaria di mio padre, aveva insistito. E' stata molto gentile.
C'era uno strano tono di risentimento nella voce della giovane che mi colpì.
- Come posso esservi utile, mademoiselle? - le chiese Poirot.
Esitò un attimo, poi disse: - Il giorno prima che mio padre venisse ucciso siete venuto a trovarlo.
- Sì, mademoiselle.
- Perché? Vi ha mandato a chiamare?
Poirot non rispose subito. Parve riflettere. E ora credo che si trattasse di un atteggiamento deliberato e astuto. Penso che volesse stimolarla a parlare. Si era reso conto che la giovane aveva un carattere impaziente, portata a voler ottenere quanto desiderava con particolare fretta.
- Temeva qualcosa? Ditemelo! Ditemelo, per favore. Devo saperlo. Di chi aveva paura? E perché? Ma perché non parlate?
Avevo intuito che la sua compostezza apparente non era naturale e infatti si infranse subito, alla prima occasione. Il busto chinato in avanti, stringeva nervosamente la mani appoggiate in grembo.
- Il colloquio tra me e lord Edgware era di natura confidenziale - disse Poirot lentamente.
I suoi occhi non lasciavano il viso della giovane.
- Allora si trattava... voglio dire, doveva trattarsi di una questione familiare. Oh! Per favore, non statevene lì seduto senza dire niente.
Smettetela di torturarmi. Perché non me lo volete dire? E' necessario che sappia. Ve lo assicuro, devo proprio sapere!
Di nuovo Poirot scosse la testa, apparentemente in preda a una profonda perplessità.
- Signor Poirot - disse lei raddrizzandosi. - Sono sua figlia. E' mio diritto sapere quello che mio padre temeva il giorno che ha preceduto la sua morte. Non è giusto nei suoi confronti che io non lo sappia.
- Volevate dunque molto bene a vostro padre, mademoiselle? - le chiese con tono gentile Poirot.
Sussultò come se fosse stata punta sul vivo.
- Se gli volevo bene - mormorò. - Se gli volevo bene, io... - e all'improvviso si mise a ridere. Si appoggiò allo schienale del sedile e rise e rise.
- E' strano! Molto strano - riuscì infine a dire. - Strano che mi facciate una simile domanda.
Il suo riso isterico non era passato inosservato. La signorina Carroll entrò nel salotto e, come al solito, ferma ed efficiente, disse: -
Geraldine, mia cara, smettetela: no, basta. Insisto. Smettetela, vi ho detto!
Il suo tono fermo sortì l'effetto desiderato. Geraldine smise di ridere. Si asciugò gli occhi e tornò a riprendere un atteggiamento composto.
- Mi dispiace - disse a voce bassa. - Non mi era mai successo!
La signorina Carroll stava ancora fissandola con un'espressione ansiosa.
- Sto bene, signorina Carroll. Sono stata una sciocca.
All'improvviso sorrise, uno strano sorriso amaro che toccò appena le sue labbra. Era seduta sulla sedia, eretta, immobile, gli occhi fissi nel vuoto.
- Mi avete chiesto - disse con una voce fredda e chiara - se volevo bene a mio padre.
La signorina Carroll emise un suono chioccio non ben determinato che denotava una strana irresolutezza. Geraldine proseguì con un tono di voce acuto e sprezzante: - Mi chiedo che cosa sia meglio: mentire o dire la verità. Scelgo la verità. Non volevo bene a mio padre. Lo odiavo!
- Geraldine, cara!
- Perché fingere? Voi non lo odiavate perché non vi poteva colpire in alcun modo. Siete tra le poche persone su cui non aveva presa. Lo consideravate un datore di lavoro che vi pagava un buon salario annuale. La sua violenza, le sue ire, le sue stranezze non vi riguardavano. Le ignoravate. Lo so che cosa direste: "Tutti debbono sopportare alcuni inconvenienti". Siete arrivata qui alcuni anni fa ed eravate allegra e disinteressata. Siete una donna forte. Non molto umana. Ma in tutti questi anni avreste sempre potuto andarvene da questa casa se lo aveste voluto. Io non potevo. Gli appartenevo.
- Geraldine, mia cara, non mi sembra necessario rievocare tutto il passato. Padri e figlie non sempre vanno d'accordo, ma meno se ne parla e meglio è.
Geraldine le voltò le spalle e disse rivolta a Poirot: - Signor Poirot, ODIAVO mio padre. Sono lieta che sia morto. Significa per me libertà, libertà e indipendenza. Non mi importa affatto che si scopra chi l'ha ucciso. Per quanto se ne sappia, chi lo ha fatto deve aver avuto le sue ragioni, valide ragioni che giustificano probabilmente il suo gesto.
Poirot la fissò pensieroso.
- E' un'opinione pericolosa da sostenere, mademoiselle.
- Perché? Punire il colpevole riporterebbe in vita mio padre?
- No - ammise seccamente Poirot - ma salverebbe altri innocenti dall'essere uccisi.
- Non vi capisco.
- Una persona che ha ucciso, mademoiselle, quasi sempre uccide di nuovo ed è a volte costretta a farlo più volte.
- Non ci credo. Non... non una persona umana.
- Per umana intendete dire che non si tratta di un maniaco omicida?
Sì, è vero. Se una persona, dopo una terribile lotta interiore, è spinta a uccidere, potrebbe non farlo mai più. Ma poi si può sentire minacciata da un pericolo. Il secondo omicidio diventa moralmente più facile. Al minimo sospetto scatta lo stesso gesto violento ripetuto per difendere la propria sicurezza. E lentamente nasce una sorta di orgoglio che chiamerei artistico: uccidere diventa una professione e alla fine l'omicida agisce quasi con piacere.
La ragazza nascose la faccia tra le mani.
- E' orribile! Orribile. Non può essere vero!
- Supponete che io vi dica che E' GIA' SUCCESSO? Che per salvarsi L'OMICIDA HA GIA' UCCISO UNA SECONDA VOLTA?
- Che cosa dite, signor Poirot - esclamò la signorina Carroll. - Un altro omicidio? Dove? Chi?
Poirot scosse gentilmente la testa.
- Era solo un'illazione. Vi chiedo scusa.
- Oh! Capisco. Per un attimo avevo realmente creduto... E ora, Geraldine, credo che sia meglio che la smettiate di dire sciocchezze.
- Siete d'accordo con me, vedo - le disse Poirot con un piccolo inchino nella sua direzione.
- Non credo nella pena di morte - disse la signorina Carroll. - Ma per il resto vi do interamente ragione. La società deve essere protetta.
Geraldine si alzò. Si passò una mano sui capelli.
- Mi dispiace - disse. - Credo di essermi comportata come una sciocca.
Vi rifiutate ancora di dirmi perché mio padre vi aveva mandato a chiamare?
- Lo aveva mandato a chiamare? - chiese sorpresa la signorina Carroll.
- Mi avete frainteso, mademoiselle Marsh, non mi rifiuto affatto di dirvelo.
Poirot fu quindi costretto a venire allo scoperto.
- Stavo solo considerando quanto il mio colloquio con vostro padre potesse essere ritenuto confidenziale. Non è stato vostro padre a mandarmi a chiamare. Sono stato io a chiedergli un appuntamento per conto di una cliente: lady Edgware.
- Capisco!
Una straordinaria espressione si dipinse sul viso della giovane.
Pensai al principio che si trattava di delusione, ma compresi subito dopo che era sollievo.
- Sono stata molto sciocca - disse Geraldine parlando lentamente. - Ho pensato inoltre che mio padre si credesse minacciato da un pericolo.
Sono proprio stata stupida.
- Signor Poirot - disse ancora la signorina Carroll - mi avete spaventata quando avete ipotizzato che quella donna avesse ucciso un'altra persona!
Poirot non le rispose. Si rivolse alla ragazza.
- Credete che sia stata lady Edgware a uccidere vostro padre?
Lei scosse la testa.
- No. Non ci credo. Non posso immaginarla compiere un omicidio... è troppo artificiale!
- Ma non so chi altri avrebbe potuto farlo - s'intromise la signorina Carroll. - E non credo che donne di quel genere abbiano alcun senso morale.
- Non è detto che sia stata lei - argomentò Geraldine. - Può essere venuta qui per parlare con mio padre e poi essersene andata. Il vero omicida potrebbe essere un pazzo che si è introdotto in casa, dopo.
- Tutti gli assassini sono mentalmente deficienti, di questo sono certa - disse la signorina Carroll. - Si tratta di un cattivo funzionamento delle ghiandole a secrezione interna.
In quel momento la porta si aprì ed entrò un uomo che si fermò di botto quando ci vide.
- Scusatemi, non sapevo che ci fossero visite.
Geraldine ce lo presentò meccanicamente.
- Mio cugino, lord Edgware, il signor Poirot. Non ti preoccupare Ronald. Non interrompi un colloquio riservato.
- Ne sei sicura, Dina? Come state, signor Poirot? Le vostre cellule grigie stanno funzionando per risolvere il mistero che ha sconvolto la nostra famiglia?
Mi sforzai con la mente di tornare al passato cercando di ricordare a chi apparteneva quella faccia tonda, gradevole, quegli occhi sottolineati dalle borse gonfie, quei baffetti che parevano perdersi, come un'isola nell'oceano, nella sua faccia larga.
Ma, naturalmente! Era il cavaliere di Carlotta Adams la sera in cui cenammo nell'appartamento di Jane Wilkinson.
Il capitano Ronald Marsh ora diventato lord Edgware.
13. Il nipote.
Il nuovo lord Edgware era un osservatore acuto. Notò subito il lieve sussulto che ebbi quando lo riconobbi.
- Ah! Ve lo siete ricordato - disse in tono cordiale. - La cena che ci ha offerto zia Jane! Ero un po' brillo, quella sera. Ma mi auguro che non risultasse così evidente!
Poirot stava accomiatandosi da Geraldine Marsh e dalla signorina Carroll.
- Vi accompagno sino all'ingresso - ci propose gentilmente Ronald.
Ci precedette per le scale continuando a parlare con molta cortesia.
- La vita è bizzarra: buttato fuori di casa un giorno, padrone di casa il giorno seguente. Il mio defunto e poco compianto zio mi ha mandato via di qui, come sapete di certo, circa tre anni fa. Ve lo hanno raccontato, vero signor Poirot?
- Infatti - ammise Poirot - mi era stato detto.
- E' evidente. Un fatto del genere richiederà un'attenta indagine per conoscerne le ragioni. Un investigatore zelante non può certo permettersi di non andare in fondo alla questione.
Sorrise. Spalancò la porta della sala da pranzo.
- Prendete qualcosa prima di andarvene?
Poirot rifiutò e così feci anch'io, ma il giovane si versò da bere e seguitò a parlare.
- All'omicidio! - disse allegramente. - Nello spazio di una notte dalla disperazione dei miei creditori sono diventato la speranza di ogni negoziante. Ieri avevo di fronte agli occhi lo spettro della rovina economica, oggi sono ricco. Dio benedica zia Jane!
Vuotò il bicchiere. Poi cambiando atteggiamento, si rivolse a Poirot: - E ora parliamo seriamente, signor Poirot: che cosa state facendo qui? Quattro giorni fa zia Jane proclamava drammaticamente: "Chi mi libererà da quell'insolente tiranno?". Ed ecco che si trova improvvisamente libera! Non per opera vostra, lo spero. Il delitto perfetto organizzato da Hercule Poirot, ex infallibile segugio.
Poirot sorrise.
- Mi trovo qui, questo pomeriggio, in seguito a un invito della signorina Geraldine Marsh.
- Una risposta impeccabile in quanto a discrezione, vero, signor Poirot? Ma io vorrei sapere che cosa state veramente facendo qui? Per qualche ragione voi vi state interessando dell'assassinio di mio zio.
- L'omicidio mi ha sempre interessato, lord Edgware.
- Ma non lo commettete. Siete prudente. Sarà bene che insegnate anche a zia Jane a essere prudente. Prudenza e un po' più di discrezione. Mi vorrete scusare se la chiamo zia Jane. Avete notato la sua espressione attonita quando l'ho chiamata così? Non aveva la più pallida idea di chi io fossi.
- Davvero?
- No. Sono stato buttato fuori di casa tre mesi prima che lei facesse la sua apparizione nella vita di mio zio.
L'insipida espressione di brava persona scomparve per un attimo dalla sua faccia. Poi proseguì con tono leggero.
- Bella donna. Senza finezza. Metodi piuttosto rozzi, non vi pare?
Poirot alzò le spalle.
- E' possibile.
Ronald lo fissò con curiosità.
- Ho l'impressione che voi non crediate che sia stata lei. E' riuscita a infinocchiare anche voi.
- Ho molta ammirazione per la bellezza - ammise Poirot con tono pacato. - Ma anche per l'evidenza dei fatti.
Pronunciò le ultime parole molto quietamente.
- L'evidenza dei fatti - ripeté l'altro bruscamente.
- Forse voi non lo sapete, lord Edgware, ma lady Edgware partecipava a una cena, a Chiswick, all'ora in cui avrebbe dovuto essere qui ieri notte.
Ronald imprecò.
- Allora, dopo tutto, c'è andata. Tutte uguali, le donne. Alle sei del pomeriggio ha cominciato ad agitarsi dichiarando che niente al mondo l'avrebbe convinta ad accettare quell'invito e suppongo che dieci minuti dopo avesse già deciso il contrario. Quando si progetta un omicidio, non si deve mai contare su ciò che una donna dice che farà.
E' così che i delitti meglio preparati vanno a rotoli. No, signor Poirot, quello che sto dicendo non potrà in alcun modo incriminarmi.
Non crediate che non sappia leggere ciò che vi passa per la mente. Chi è il sospetto più evidente? Il ben noto scapestrato e indebitato nipote!
Si abbandonò nella poltrona e proseguì ridacchiando.
- Vi risparmio l'usura delle vostre cellule grigie, signor Poirot. Non sarà necessario che vi diate da fare per trovare qualcuno che affermi di avermi visto quando zia Jane ha proclamato che niente l'avrebbe fatta uscire quella sera. C'ero effettivamente. E ora vi chiederete se il cattivo nipote è venuto qui la notte scorsa mascherato con una parrucca bionda e un cappellino alla moda.
La situazione sembrava divertirlo. Ci osservava tutti e due. Poirot, la testa lievemente inclinata di lato, lo stava guardando con estrema attenzione. Io non mi sentivo molto a mio agio.
- Avevo un movente sì, lo ammetto. E vi offrirò in dono un'informazione preziosa e significativa. Sono venuto a trovare mio zio ieri mattina. Perché? Per chiedergli soldi. Sì, leccatevi pure le labbra. Sono venuto a battere cassa. E me ne sono andato senza ottenere un soldo. E la stessa sera, ieri sera, lord Edgware muore. Un buon titolo, non vi pare: "Lord Edgware muore". Farebbe la sua figura su uno scaffale di libri.
Una pausa. Poirot continuava a tacere.
- La vostra attenzione mi lusinga, signor Poirot. Sembra che il capitano Hastings abbia visto un fantasma o che sia sul punto di vederlo. Rilassatevi, cari amici. La tensione verrà presto smorzata.
Dunque, dove eravamo rimasti? Ah! Sì. Il caso contro il perfido nipote. Colpevole di far cadere la colpa sull'odiata zia. Il nipote famoso un tempo per aver recitato nelle filodrammatiche in parti femminili, si lancia in questo sforzo istrionico. Con voce femminile si presenta come lady Edgware e scivola di fianco al maggiordomo a passi armoniosi. Non desta sospetti. 'Jane" esclama il mio caro zio con affetto. "George" rispondo io. Gli butto le braccia al collo e con colpo sicuro faccio penetrare la lama. I seguenti dettagli sono puramente medici e possono venir omessi. La falsa lady Edgware esce. E se ne va a letto dopo una buona giornata di lavoro.
Rise, si alzò, andò a versarsi un altro whisky e soda. Poi tornò lentamente alla sua poltrona.
- Il racconto fila, non vi pare? Ma qui veniamo al nocciolo del problema. Che delusione! La sgradevole sensazione di essere stati giocati. Perché, ora, signor Poirot, arriviamo all'alibi.
Finì di bere. - Trovo sempre la questione degli alibi molto divertente - fece notare. - Quando leggo un racconto poliziesco presto sempre molta attenzione all'alibi. Ci troviamo davanti a un alibi ineccepibile. Tre testimoni: quindi un alibi tre volte confermato. In parole povere: il signore, la signora e la signorina Dortheimer.
Estremamente ricchi, molto amanti della musica. Hanno un palco al Covent Garden. Invitano un giovane di belle speranze, o per lo meno, il solo giovane che essi riescano a trovare con qualche lontana prospettiva di diventare un titolato. Mi piace l'opera? Francamente, no. Ma prima di andare a teatro mi offrono un'ottima cena a Grosvenor Square, e in seguito mi sarà offerto uno spuntino dopo teatro, anche se mi toccherà ballare con Rachel Dortheimer e per due giorni sentirmi le braccia anchilosate. Dunque, vedete, signor Poirot, eccoci giunti al momento cruciale. Quando zampilla il sangue di mio zio, io sto mormorando sciocchezze all'orecchio ingioiellato di Rachel la bruna, in un palco del Covent Garden. Capite, ora, caro Poirot, perché mi posso permettere di essere così franco.
Si abbandonò di nuovo contro lo schienale della poltrona.
- Spero di non avervi annoiato. Avete domande da pormi?
- Vi assicuro che non mi avete annoiato - disse Poirot. - E poiché siete così gentile, c'è una domanda che vi vorrei fare.
- Felice di esservi utile.
- Da quanto tempo conoscete la signorina Carlotta Adams?
Il giovane non si aspettava quella domanda. Si raddrizzò bruscamente e l'espressione della sua faccia cambiò.
- Perché diamine lo volete sapere? Che cosa c'entra con quello di cui stavamo parlando?
- Semplice curiosità, nient'altro. Per il resto siete stato così esplicito che non ho altre domande da farvi.
Ronald gli lanciò uno sguardo inquisitore. Era come se la gentile acquiescenza di Poirot lo disturbasse. Avrebbe forse preferito che si mostrasse più sospettoso.
- Carlotta Adams? Lasciatemi pensare. La conosco da circa un anno.
L'ho incontrata l'anno scorso quando è venuta a Londra per la prima volta.
- La conoscete bene?
- Abbastanza bene. Non è il genere di persona che si conosce intimamente. E' molto riservata.
- Vi piace?
Ronald lo fissò.
- Vorrei proprio sapere perché vi interessate a questa giovane donna.
Forse perché ero insieme a lei l'altra sera? Sì, mi piace molto. E' una ragazza comprensiva, capace di ascoltare e di farti sentire che sei qualcuno.
Poirot annuì.
- Vi capisco. Allora penso che vi dispiacerà.
- Che cosa mi dispiacerà?
- Vi addolorerà la notizia.
- Quale notizia?
- E' morta.
- Che cosa? - esclamò Ronald balzando in piedi esterrefatto. -
Carlotta è morta?
Pareva assolutamente sconvolto dalla notizia.
- Vi state prendendo gioco di me, signor Poirot. Carlotta stava benissimo l'ultima volta che l'ho vista.
- Quando? - gli chiese rapido Poirot.
- L'altro ieri, credo. Non ne sono certo.
- Tout de même, è morta.
- Una morte terribilmente improvvisa. Che cosa è stato? Un incidente?
Poirot alzò gli occhi al soffitto.
- No. Ha preso una dose troppo forte di Veronal.
- Non è possibile! Povera ragazza. E' molto triste.
- N'est ce pas?
- Mi dispiace davvero. Aveva raggiunto un buon successo. Aveva deciso di far venire qui sua sorella e faceva molti progetti. Accidenti, mi dispiace molto di più di quanto non sia capace di dire!
- Sì - ammise Poirot. - E' triste morire giovane, specie quando non si desidera morire, quando la vita ha ancora tanto da offrire e quando ci sono tutte le ragioni per sperare di poterla godere.
Ronald lo fissò con curiosità.
- Non credo di riuscire a capirvi, signor Poirot.
- No?
Poirot si alzò e gli tese la mano.
- Forse ho espresso i miei sentimenti con troppa veemenza. Non mi piace pensare che una giovane donna sia stata privata del suo diritto alla vita. Provo un profondo senso di ribellione. Arrivederci, lord Edgware.
- Oh! Sì, certo, arrivederci.
Pareva piuttosto scosso.
Mentre aprivo la porta, mi scontrai quasi con la signorina Carroll.
- Oh! Signor Poirot, mi hanno detto che non ve ne eravate ancora andato. Vorrei parlarvi, per favore. Vi dispiace seguirmi nel mio ufficio?
- Si tratta della bambina, Geraldine - disse non appena fummo entrati nel suo "sancta sanctorum" e dopo che lei ebbe chiuso la porta.
- Sì, mademoiselle?
- Vi ha detto un mucchio di sciocchezze, questo pomeriggio. Non protestate. Sciocchezze! Così le chiamo. Ma lei continua a rimuginare.
- Mi sono accorto che è traumatizzata - ammise Poirot con gentilezza.
- A dirvi la verità, la sua non è stata una vita molto felice.
Francamente, signor Poirot, lord Edgware era un uomo molto particolare, non certo il tipo d'uomo in grado di occuparsi di una bambina. Terrorizzava Geraldine.
Poirot annuì.
- Sì, l'avevo immaginato.
- Era un uomo strano. Non so come dirlo, ma credo che gli facesse piacere constatare che qualcuno aveva paura di lui. Pareva dargli una sorta di piacere morboso.
- Capisco.
- Era un uomo molto erudito e di una notevole intelligenza, ma c'era in lui qualcosa che io stessa non ho mai capito, un lato oscuro. Non mi sono stupita che la moglie lo abbia lasciato. Intendo dire: questa moglie. Non mi piaceva affatto, lo ammetto. Non la stimavo, ma sposando lord Edgware ha avuto quello che si meritava. L'ha lasciato e così è stato meglio per lei. Si è evitata molti guai. Ma Geraldine non poteva andarsene. Per lungo tempo lui sembrava aver dimenticato la sua esistenza, poi all'improvviso se ne è ricordato e penso, a volte, anche se non lo dovrei dire...
- Sì, mademoiselle, ditelo.
- Che volesse vendicarsi facendo pagare a Geraldine l'abbandono della sua prima moglie. Una creatura gentile e di buon carattere, credo. Mi ha sempre fatto molta pena. Non ve lo avrei detto, signor Poirot, se non ci fosse stato questo sfogo di Geraldine, pochi minuti fa. Quello che vi ha confidato, quel suo affermare che odiava suo padre, potrebbe sembrare strano per chi non conosce la situazione.
- Vi ringrazio, mademoiselle. Penso che lord Edgware fosse un uomo che avrebbe fatto meglio a non sposarsi affatto.
- Sì, signore, molto meglio.
- Aveva forse l'intenzione di sposarsi per la terza volta?
- Come poteva? Sua moglie era viva!
- Concedendole il divorzio e tornando a essere libero anche lui.
- Credo che avesse avuto abbastanza guai con le sue due mogli - disse cupamente la signorina Carroll.
- Dunque non pensate che avesse in mente di sposarsi per la terza volta? Non c'era nessun'altra donna? Pensateci, signorina Carroll.
La segretaria arrossì.