"Al dodicesimo chilometro della Cassia, al numero 1043, sorge il 'Comprensorio residenziale delle Isole'. È un complesso architettonico formato da due moderni stabili (palazzina Capri e palazzina Ponza), esempio di un'architettura pensata e costruita a misura d'uomo con ampi spazi verdi e un panorama sulla lussureggiante campagna romana. Dotato di piscina olimpionica, campo da tennis in terra battuta e di un ampio parcheggio è il luogo perfetto per chi voglia vivere a contatto con la natura ma nello stesso tempo non voglia rinunciare ai comfort moderni. A poca distanza dal comprensorio si trova infatti un complesso commerciale dotato di supermarket, negozi di abbigliamento, parrucchiere, lavanderia, ecc. È in fase di realizzazione anche un cinema e una discoteca. Poco distante dal centro di Roma (solo un quarto d'ora di macchina!) è ideale per tutti quei professionisti che lavorano in città e chiunque desideri vivere in un'oasi di esclusiva calma e serenità..."

 

Dal dépliant pubblicitario del"Comprensorio delle Isole"(1972)

 

 

Martedì 31 dicembre 199...

 

 

1.CRISTIANO CARUCCI Ore 19.00

 

 

Cristiano Carucci aveva in testa tre possibilità per sfangare quella maledettissima notte.

Uno.

Andare con gli altri della comitiva al centro sociale Argonauta. In programma quella sera c'era la megaspinellata di capodanno e il concerto degli Animai Death. Ma quel gruppo gli stava profondamente sulle palle. Dei fottuti integralisti vegetariani. Il loro gioco preferito era tirare braciole crude e bistecche grondanti sangue sulla platea. L'ultima volta che era andato a un loro concerto era tornato a casa tutto inzaccherato di sangue. E poi facevano uno schifo di rock anconetano...

Due.

Chiamare Ossadipesce, prendere la 126 e andare a vedere che si diceva in centro. Casomai imbucarsi a una festa. Sicuramente a mezzanotte si sarebbero fermati da qualche parte, nel panico del traffico, ubriachi lessi e avrebbero brindato all'anno nuovo in mezzo a un mare di stronzi sovreccitati che suonavano i clacson.

Oddio che tristezza!

Si rigirò nel letto. Prese dal comodino il pacchetto di Diana blu e se ne accese una.

Non sarebbe stato male se ci fossero state Esmeralda e Paola. Ma quelle due se ne erano andate a Terracina. Senza dire niente. Roba di uomini sicuramente. Avrebbe potuto fare un po' di sesso se ci fossero state. Quando Paola si prendeva una delle sue famose pezze alcoliche finiva per dargliela.

Scopi a capodanno scopi tutto l'anno.

Tre.

Fottersene. Fottersene di tutto. Di qualsiasi cosa. Tranquillo. Un Budda. Rimanersene chiuso in camera. Barricato nel bunker. Piazzare su un disco e fare come se quella non fosse una notte speciale ma una qualsiasi di un giorno qualsiasi.

Non male, si disse.

Unico problema.

Sua madre stava in cucina dalle cinque di mattina a preparare il fottuto cenone di San Silvestro.

Ma chi glielo fa fare? si domandò senza trovare risposta.

Aveva organizzato un cenone esagerato per Mario Cinque, il portiere della palazzina Ponza, e la sua famiglia (tre bambini + moglie logorroica + suocera parkinsoniana), per Giovanni Trecase, il giardiniere del comprensorio, la moglie e Pasquale Cerquetti, il guardiano, e sua sorella Mariarosaria di ventiquattro anni (grandissimo cesso!). Mancava solo Stefano Riccardi che quella sera era di turno in guardiola. Aveva invitato tutti quelli che lavoravano nel comprensorio.

No, non lo aveva detto a Salvatore Truffarelli, quello che faceva la manutenzione della piscina condominiale. Ci aveva litigato.

È incredibile mia madre!... Se li ciuccia tutti anche a capodanno.

La signora Carucci era la portiera della palazzina Capri. Tutti insieme appassionatamente, stipati in quello scantinato in cui vivevano come sorci. A sfondarsi di cibo. A spaccarsi il fegato di fritto.

Si alzò dal letto stiracchiandosi. Sbadigliò. Si guardò allo specchio.

Aveva una faccia veramente di schifo. Gli occhi rossi, la forfora, la barba non fatta da due giorni. Tirò fuori la lingua. Sembrava un calzino da tennis. Pensò a tutto quello che avrebbe dovuto fare per tirarsi fuori da lì.

Lavarsi, radersi/vestirsi e soprattutto passare per la cucina e salutare tutti.

Impresa titanica.

No... Non esiste proprio.

Vai con l'opzione tre!

Chiuse la porta a chiave. E cominciò ad annusare l'aria come un bracco italiano.

Si era insinuato nella stanza un odore forte, grasso.

Che sta preparando? Broccoli? Fagioli?

Cos'era quella puzza micidiale?

No, è che mia madre fa la spesa al Verano.

Accese lo stereo. I Nirvana. Sentiva qualcosa di vagamente eroico nel suo modo di agire, forse qualcosa addirittura di ascetico, nel suo disprezzo per il mondo e per il divertimento a tutti i costi.

Ce la puoi fare fottuto monaco buddista che non sei altro!

E si rituffò a pesce nel letto.

 

 

2.THIERRY MARCHAND Ore 19.30

 

 

Thierry Marchand finalmente riuscì a trovare un posto per il suo pulmino Volkswagen. Faceva strano vedere quel vecchio scassone con il segno anarchico dipinto su una fiancata in mezzo a Mercedes 7000, a Saab 9000 e ad altre lussuose ammiraglie.

Aveva passato due ore nel traffico immobile della Cassia rischiando che il motore si fondesse. Si era guadagnato metro su metro di strada imprecando contro i romani.

La cosa che lo disgustava di più era che quei pazzi, stipati dentro le loro macchine, sembravano contenti e felici. Ridevano. Strombazzavano.

E tutto questo perché è capodanno. Pazzesco! Terzo Mondo.

Tra le gambe stringeva una bottiglia di vodka Kasatskij, prodotta e imbottigliata ad Ariccia, un paesino sui Castelli, vicino Roma. Seimila a bottiglia. Se ne ingollò un sorso e ruttò. Poi tirò fuori dalla tasca della camicia jeans stinta un foglietto stropicciato. Lo aprì.

"Discoteca il 'Lupo Mannaro', via Cassia 1041" c'era scritto sopra.

Eccolo là.

Proprio davanti al muso del pulmino. Una grossa balera con un'insegna intermittente. Davanti alle porte una fila di gente vestita elegante. Uomini in blu, alcuni addirittura in smoking, donne in abiti lunghi, tutte con delle orrende pellicce addosso. I buttafuori, con i piumini arancioni, davanti all'ingresso.

Sulla destra della discoteca, a meno di cinquanta metri, vide, oltre un distributore AGIP, un cancello con un passaggio a livello.

Entravano e uscivano un sacco di macchine.

Cos'è?

Strizzò gli occhi.

Sul muro vide una grossa targa di ottone. "Comprensorio delle Isole", diceva. A sinistra del cancello una guardiola illuminata e a destra un albero di Natale pieno di palle illuminate. Oltre il muro di cinta e le fronde dei pini intravide due palazzine anni Settanta. Tetti di tegole marrone. Antenne paraboliche. Mattoncini. Balconi pieni di piante congelate dall'inverno. Mansarde. Grandi vetrate illuminate.

Un posto per signori!

Thierry aprì lo sportello e scese dal pulmino.

Faceva un freddo cane. Tirava un vento che tagliava le orecchie. Il cielo coperto di grosse e scure nuvole.

E botti. Piccole esplosioni. Timide traiettorie balistiche prima del grande carosello di mezzanotte.

Ah già, i botti. Giusto, a capodanno si sparano anche i botti...

Thierry si accese una Gitane senza filtro, aprì lo sportello laterale del pulmino e tirò fuori Regine. La sua arpa celtica. Era avvolta in uno spesso panno blu. La prese tra le braccia, chiuse con una pedata lo sportello e si avviò verso l'ingresso del "Lupo Mannaro" passando al lato del boa elegante e immobile fermo davanti al locale.

Quella roba di cattiva qualità che si era buttato giù gli bruciava le budella e gli faceva sentire le gambe molli come tentacoli di polpo.

Cazzo, sono già sbronzo! si disse clinico.

I due buttafuori che controllavano gli inviti lo videro arrivare. Traballava a destra e a sinistra. Con quel coso stretto tra le braccia.

Chi era quel tipo strano?

Con quei baffoni gialli e unti. Quegli occhi da triglia bollita. E quei capelli... Biondi, lunghi, sporchi.

Un vecchio vichingo alla frutta? Un fricchettone tedesco destinato all'estinzione?

«Che vuoi?» gli chiese in cagnesco un ragazzone dalla fronte bassa che sembrava scoppiare dentro la giacca di cammello pettinato e la camicia a rigoni strizzata intorno al collo taurino.

«Chi?! Io?» «Sì, tu.» «Devo suonare.» «E che c'è là dentro?» «Regine. La mia arpa.» Thierry tirò dritto, verso la porta, incurante del buttafuori, Regine pesava l'ira di Dio, ma una manona lo bloccò.

Gli invitati paganti lo guardavano con occhi bovini.

«Aspetta! Aspetta un attimo... Dove vai?! Tranquillo!» II ragazzone afferrò il citofono e incominciò a parlarci dentro. Abbassò.

«Va bene! Puoi andare. L'unica cosa è che così non va. Ti sei visto? Qui la gente paga. Così non va proprio!» scuoteva la testa con disappunto il giovanotto.

Thierry incominciava a innervosirsi.

«Così come?» sbuffò.

«Vestito in quel modo.» Thierry poggiò l'arpa a terra e si ispezionò.

Indossava la sua vecchia e insostituibile giacca di pelle scamosciata con le frange, la solita camicia jeans, i jeans, effettivamente un po' sporchi di grasso dell'olio del cambio che gli si era rotto sull'autostrada, la cinta con la fibbia a forma di testa di bisonte e i camperos.

Tutto normale...

Levò le braccia in alto e chiese: «Allora amico! Che c'è che non va?»

 

 

3.GIULIA GIOVANNINI Ore 19:32

 

 

Giulia Giovannini abitava al secondo piano della palazzina Ponza. Proprio di fronte a quella in cui viveva Cristiano Carucci.

Aveva comprato quell'appartamento sei mesi prima con l'eredità lasciatale dal padre. Ed essendo una ragazza energica l'aveva rimesso a posto tutto da sola, senza l'aiuto di nessuno. Aveva dipinto le pareti color rosa salmone, messo gli stucchi ai muri, cambiato gli infissi, comprato le tende colorate di Laura Ashley.

Ci viveva da sola, anche se da un po' ci stava anche Enzo Di Girolamo, il suo nuovo fidanzato. Da una settimana gli aveva dato le chiavi di casa e a quel punto lui ci si era trasferito con tutta la sua roba.

«Ho fatto proprio una grandissima cazzata!» disse Giulia all'appartamento vuoto rientrando con i pacchi della spesa nelle mani.

Enzo aveva fatto un porcile e se ne era uscito.

Sul tavolino, davanti alla televisione, piatti sporchi, una lattina di birra vuota e molliche sulla moquette.

Che te ne frega, tanto c'è decina tua che rimette a posto.

«Dai un dito e si prendono il braccio! Tutti uguali» continuò sbuffando.

Non era arrabbiata veramente.

In fondo le piaceva che nella sua vita ci fosse un uomo che le scombinasse un po' il suo ordine maniacale.

Rimise a posto in fretta.

Era clamorosamente in ritardo con la tabella di marcia. Gli invitati sarebbero arrivati alle nove. Meno di due ore.

Aveva fatto tardi dal parrucchiere e nel negozio di lingerie. Aveva speso una cifra irragionevole in giarrettiere, mutande e reggipetto rossi.

Andò in cucina e infilò l'arrosto di manzo nel forno, il re sto era già fatto, pronto e disposto in ordine sul tavolo delle cucina. Aprì il frigo, prese una bottiglia di prosecco, se ne versò un bicchiere e andò in bagno.

Doveva lavarsi, cambiarsi e farsi bella.

Aprì il miscelatore della vasca e si spogliò.

Giulia era snella. Aveva però due grosse ghiandole mammarie che nonostante l'abbondanza se ne stavano su, incuranti della gravità e due cosce lunghe, e un culo alto e sodo.

Si guardò nello specchio.

Sembrava una ragazza del mese di "Playboy". Nuda, con la permanente, la tintura rossa e quel calice di vino in mano.

E non poté resistere.

Doveva assolutamente vedere come le stava addosso quella roba che si era appena comprata.

Corse in camera e tirò fuori dalla busta la biancheria intima.

Sul tavolino, accanto al letto, la segreteria telefonica lampeggiava. Spinse il tasto del riascolto e tornò in bagno. S'infilò le autoreggenti sentendo il primo messaggio.

Era mammina che chiamava da Ovindoli.

«Auguri! Auguri! Auguri! Stellina mia! Auguri ancora! Spero che avrai un anno fantastico. Migliore di quello passato. Soldi, felicità, amore. Sì, soprattutto amore per la mia figlia unica e adorata! Ti voglio bene, piccina mia!» Non la poteva sentire quando parlava così.

Una vecchia con la voce da bambina.

Certo un anno migliore...

Ma di quello passato non si poteva proprio lamentare. Aveva trovato un uomo che le piaceva (che amava, possiamo dirlo), una casa in un comprensorio lussuoso e un lavoro fisso come segretaria in un grosso studio in centro.

Che poteva volere di più?

Niente. Si mise le scarpe con i tacchi alti.

Non male!

Il secondo messaggio era di Clemo.

«Giulia sono Clemo. Volevo dirti che Fiorenza non viene... Ha malditesta. Si scusa moltissimo. Spero che non sia un problema...» Bugia! Hanno litigato ancora.

Si mise il reggipetto Sculpture. Le faceva veramente due palloni da calcio imbarazzanti.

Il terzo messaggio era di Deborah.

«Ciao Giulia, sono Debby. Non so proprio che fare. Tu come ti vest...» «Pronto!? pronto Debby! Sono Enzo.» «Enzo!?» Enzo aveva risposto a Deborah senza staccare la segreteria telefonica e quella aveva registrato la conversazione.

«Sì. Sono io. Giulia non c'è. Che stai facendo?» «Niente... Che palle! Non ho nessuna voglia di venire alla cena di Giulia. Uffa! Non ce la faccio proprio 'stasera. Il capodanno va fatto nei paesi mussulmani. Lì alle dieci tutti a letto...» Carina! Veramente carina! pensò Giulia versando la schiuma da bagno nella vasca, ma guarda un po' 'sta stronza.. E poi che è tutta 'sta confidenza con Enzo?

«Ci devo venire per forza?» «E certo. Neanche a me va, lo sai... Ma ci tocca.» Giulia rientrò in camera da letto e si sedette sul letto.

«D'accordo, vengo. Basta che mi stai vicino. Lo faccio solo per te, Pimpi. Ora vieni un po' qua però, ho bisogno di un sacco di coccole per affrontare la serata... Mi manchi!» Ommerda!

«Pure tu. Da morire.» Ommerda!

Giulia sentì lo stomaco annodarsi. Spalancò la bocca e provò a fare un bel respiro ma la trachea era diventata un vicolo cieco per l'aria.

«Va bene... Però non posso stare tanto. Giulia tornerà tra poco. Le ho promesso una mano.» «Va bene. Ti aspetto.» Fine della telefonata.

Ora a Giulia girava tutto intorno, la stanza, il letto, il lampadario. Sudore freddo le colò dalle ascelle e vampate di caldo le infuocarono la faccia. Con un sorso si finì il Prosecco.

Non hai sentito bene. Tranquilla. Adesso te lo riascolti e vedrai che ti sbagli. Hai avuto un'allucinazione. Una normalissima allucinazione acustica. Ecco, non hai sentito bene...

Se lo riascoltò tre volte.

All'ultima capì che era tutto vero. Che non era uno scherzo. Che quella troia chiamava Pimpi il suo uomo. E che al suo uomo mancava Deborah da morire.

Il dolore intanto si era diffuso dalla bocca dello stomaco alla gola e lei rantolava stesa sul letto: «Madonnamia. Madonnamia come sto male... Sto malissimo. Sto veramente male.» Rimase così, sdraiata, seminuda sul letto.

Poi provò a piangere.

Niente. Non ci riusciva.

Aveva gli occhi secchi come rocce del deserto. Dentro però qualcosa si muoveva. C'era una tempesta in corso. Non era tristezza e dolore per essere stata tradita da Enzo, a cui aveva dato le chiavi di casa, tradita da Deborah, la sua migliore amica, la sua amica del ginnasio. No, dentro al cuore di Giulia si stava facendo spazio tra quel turbine di sentimenti contrastanti qualcosa di diverso, qualcosa di cattivo e di amaro che a un tratto esplose facendola ghignare e ridere come una iena.

Furore. Rabbia. Odio. Disprezzo.

Ecco quello che aveva dentro.

Per quella puttana rubauomini e per quel bastardo rottinculo.

«Ahhhh!! La pagherete! Giuro sulla testa di mia madre che la pagherete» scoppiò finalmente mettendosi in piedi sul letto. Tolse la cassetta dalla segreteria e la levò in aria, tenendola con tutte e due le mani, come fosse il Santo Graal, poi la baciò e la mise nel cassetto del comodino, lo chiuse e s'infilò la chiave nel reggiseno.

Andò in salotto, afferrò due portafotografìe d'argento.

In uno c'era Enzo, in costume, che teneva in mano una cernia, nell'altro Deborah in tuta da sci sulle piste di Campo Felice. Li sbatté a terra. Fracassò i vetri e le cornici saltandoci su. Prese la bottiglia dell'alcol e ce la svuotò sopra e gli diede fuoco. Si levarono subito delle insidiose fiamme blu e Giulia capì che quel falò andava spento immediatamente, che rischiava di rovinarle il parquet, di incendiarle la casa.

Allargò le gambe e ci pisciò sopra.

 

 

4.MICHELE TRODINI Ore 19:48

 

 

«Nonno! Nonno! Guarda!» disse Michele Trodini mentre infilava insieme a suo nonno, il signor Anselmo Frasca, una lunga batteria di razzi nei vasi di fiori di sua madre.

Erano tutti e due sul terrazzino della cucina. Vivevano al terzo piano della palazzina Capri.

«Che c'è Michele?» «C'è... c'è una. Una donna. E nuda. E...» «E?» «Ecco... Sta facendo... la pipì in salotto.» Il vecchio stava seduto su una poltrona di plastica.

Era ancora in forma per la sua età ma non ci vedeva un accidente di niente da quando lo avevano operato all'occhio sinistro.

«Dove sta?» «Proprio davanti a noi. Nella palazzina Ponza. La vedi?» Il nonno cominciò a strizzare gli occhi e ad allungare il collo trasformandosi in una vecchia testuggine miope.

«È tutta nuda dici?» «No, ha il reggipetto...» «Com'è? È bella?!» «Molto, nonno.» Michele nonostante avesse undici anni sapeva riconoscere un bel corpo di donna e quello della pisciona nel palazzo di fronte era il migliore che avesse visto in vita sua. Nemmeno sua cugina Angela aveva niente di simile.

«Vai in camera mia. Di corsa, figliolo. Prendimi il binocolo. Voglio vederla pure io.» Michele si alzò e corse nella camera del vecchio. Sapeva che al nonno le donne nude piacevano molto. Ogni notte si addormentava davanti a "Colpo Grosso". Lì, sulla poltrona, a bocca aperta e il telecomando in mano.

Suo nonno era stato alpino e nella sua cameretta teneva ancora i gagliardetti e le foto in bianco e nero del suo reggimento. Aprì l'armadio e vicino alle camicie stirate e profumate di lavanda trovò il vecchio binocolo. Lo prese. Attraversò il salotto di corsa. Sua sorella Marzia e sua mamma stavano apparecchiando la tavola con la tovaglia buona e le posate d'argento.

«Michele, perché non ci aiuti un po'?» La voce di sua madre lo inchiodò sulla porta del terrazzino.

«Ora vengo ma'...» «E di' al nonno di rientrare. Gli piglia un colpo se rimane là fuori ancora un po'. Che ci fai con quel binocolo?» Michele rifletté un attimo.

Era il caso di dire la verità alla mamma?

«Ci guardiamo i fuochi.» Uscì sul terrazzo. La donna era ancora là. Diede il binocolo al nonno che lo inforcò subito. «Michelino. Michelino. Che manza! Che manza!» disse il nonno contento.

Sì, quella era roba da uomini.

 

 

5.OSSADIPESCE Ore 19:50

 

 

Massimo Ossadipesce Russo correva in sella al suo Morini tre e mezzo rosso sul viadotto di corso Francia.

Correva, che parola grossa. Diciamo che avanzava.

Avanzava tranquillo, nel soddisfatto traffico festivo.

Era in vena di riflessioni.

Bisogna trovare dei punti fermi, si diceva. Punti piazzati, solidi, per cambiare la vita. Incomincia un anno nuovo e io allora divento un uomo nuovo. Mi sbarazzo delle vecchie abitudini e tiro fuori le palle. Divento una persona seria. Da quanto non do un esame? si chiese. Era una di quelle domande che normalmente evitava di farsi. Ma quello era un giorno speciale. L'ultimo dell'anno. Giorno adatto più a tirare le somme della propria vita che a festeggiare. Parecchio. Quanto sarà? Otto, nove mesi. Ora basta però. Tranquilli. A febbraio mi do l'esame di letteratura italiana. Ad aprile quello di storia contemporanea e a giugno un bel complementare... Cambia tutto. Giuro su Dio che cambia tutto. Si rischia pure che entro un paio d'anni mi laureo.

Sì, avrebbe incominciato il giorno dopo, primo gennaio.

Doccia la mattina. Ordine in camera. Via telefono. Via televisione. Niente cazzate. Niente canne. Niente tramezzini al bar. Niente gita in moto ad Arezzo con Cristiano. Serio sul libro. Tre ore la mattina e tre ore il pomeriggio.

Preciso.

Un fottuto calvinista.

E poi io senza fare un cazzo tutto il giorno sto male, io devo fare qualche cosa se no non riesco ad apprezzare nemmeno le cose belle della vita, si disse ancora in un eccesso di franchezza e introspezione che lo stupì positivamente.

Poi gli nacque un dubbio legittimo.

Sto facendo questi discorsi perché mi sono fatto un cannone di erba grosso come un cannolo siciliano insieme a mio fratello Andrea. Quando finirà l'effetto tornerò l'Ossadipesce di sempre. Indolente, pigro e cannarolo.

Preso da queste importanti considerazioni non si era accorto che un vecchio pullman blu, targato NA, gli si era affiancato. Dai finestrini spuntavano delle bandiere del Nola Sporting Club.

Dentro c'era una banda di tifosi scalmanati. Fischiavano. Urlavano. Facevano un baccano d'inferno.

L'autobus incominciò a stringerlo contro il guardrail.

Ossadipesce si fece di lato e prese a suonare il clacson.

Ma guarda 'sti deficienti! Spostatevi un po'!

Non poteva superarli, c'era troppo poco spazio, e fu costretto a frenare bruscamente per non finire contro le transenne.

Accelerò di nuovo inseguendo il pullman che si era spostato nella corsia di sorpasso.

Gli si fece accanto. Proprio sotto la cabina di guida. E poiché non era di quelli che fanno finta di niente, di quelli che lasciano perdere, urlò: «Che cazzo! Tornatevene nel Mezzogiorno se non sapete guidare!» Si chiese se avessero sentito le sue parole. Il vento se le era portate via? Allora, tanto per essere più chiari, allungò un braccio e gli fece le corna.

Prendeva le sue decisioni e agiva con estrema lentezza perché quell'erba che si era fumato era una bomba micidiale.

Il finestrino del guidatore si abbassò.

Hanno sentito. Hanno sentito, i froci.

Ossadipesce era pronto per un litigio verbale con l'autista, che gli dicesse qualcosa di poco carino sulla sua persona, male parole insomma, invece vide solo spuntare fuori una mano grossa e cafona che gli lanciava qualcosa addosso.

Una sigaretta accesa?

Il mozzicone volò verso di lui e gli finì proprio tra le gambe, sulla sella della moto.

Che mira!

Provò a piegare la testa per vedere dove era finita la cicca ma il casco gli impediva di farlo. Allora la cercò alla cieca ma il guanto non gli dava la sensibilità necessaria per trovarla.

E poi ci fu l'esplosione.

Fortissima.

Il cuore gli si arrampicò in gola. Per un attimo perse il controllo della moto che incominciò a sbandare paurosamente. Rischiò di finire contro una macchina ma riuscì, stringendo i denti e bestemmiando, a rimetterla dritta.

Mi hanno tirato un petardo! Quei figli di troia mi hanno tirato un petardo. Non ci posso credere! Intanto il pullman si era allontanato. Ossadipesce diede gas e il motore bicilindrico del suo Morini ruggì di rabbia. Si avventurò in uno slalom furiosissimo tra le macchine che lo dividevano dal torpedone. Osò come un pazzo e gli fu finalmente accanto, dalla parte del guidatore.

«Scendi! Scendi! Scendi!» urlò con tutto il fiato che aveva nei polmoni a quel bastardo che guidava.

Non riusciva a vederlo oltre il vetro sporco.

Si attaccò al clacson.

«Scendi! Scendi, stronzo!» Quegli infami continuavano a fischiare, a sventolare le loro bandiere e sembravano essersi disinteressati a lui.

Avevano fatto il loro scherzo del cazzo e poi...

Ma quel testardo di Ossadipesce non poteva farla finita così. Si avvicinò al pullman e con il piede incominciò a menare calci contro la portiera e intanto ragliava scatenato: «Scendi! Scendi! Scendi! Figlio di una grandissima zoccola!» Il camion sterzò improvvisamente a destra rallentando.

Lo vedi che offendere le madri funziona sempre, si disse contento.

Il pullman ora era fermo a lato della strada. Ossadipesce si fermò anche lui, dietro, a una ventina di metri. Si tolse il casco e scese dalla moto. Strizzò gli occhi cercando di assumere un volto duro, di pietra. Tipo ispettore Callaghan.

Ossadipesce doveva il suo soprannome a quel corpo magro e appuntito che si ritrovava. Una lisca d'acciuga. Le costole in fuori e il bacino piccolo. Due trampoli al posto delle gambe. 46 di piede. Alto quasi due metri. La testa piccola e al posto del naso un incredibile becco da tucano.

Il pullman continuava a rimanere fermo al lato della strada. Le bandiere non sventolavano più, si erano afflosciate e i tifosi erano diventati improvvisamente silenziosi. Solo il fumo nero usciva dalla marmitta arrugginita.

Non scendeva nessuno.

Ossadipesce si levò i guanti.

Le macchine gli sfrecciavano accanto.

Le papagne vanno date a mani nude.

Decise di dare a quel fetente che guidava il torpedone uno stimolo in più a scendere.

«Tua madre ti ha generato accoppiandosi con tutta la merdosa squadra del Nola. Bastardo! Scendi! Scendi! Scendi!» Aveva coraggio da vendere il ragazzo.

Lo sportello del pullman si aprì lentamente. Ed era come in un film americano. Solo che oltre il pullman non c'era il deserto dell'Arizona e una vecchia e assolata pompa di benzina ma il quartiere Fleming con le sue case arroccate che riluceva della luce gialla dei lampioni e di qualche sparuto bengala.

«Scendi! Scendi... Se...» A Ossadipesce morì la parola nel palato e i coglioni gli si strizzarono tra le gambe.

Quello che era sceso dal torpedone non era un uomo ma un armadio. Enorme. Una bestia. Così grosso da nascondere con le spalle la strada, il viadotto dell'Olimpica, ogni cosa.

Chi sei? L'incredibile Hulk?

Ossadipesce rimase per un attimo affascinato da quel mare di muscoli, da quel trionfo del testosterone, da quelle mani che sembravano due pale per la pizza, da quegli occhi stupidi e porcini che lo fissavano con odio, ma poi il cervello gli spiegò che cosa gli avrebbero potuto fare quelle mani al suo fragile corpicino e allora strillò frignò urlò insieme: «Sali! Sali! Sali! Sali!» In un balzo acrobatico fu di nuovo sul Morini. Affondò il piede sulla leva del cambio e partì su una ruota sola.

 

 

6.FILOMENA BELPEDIO Ore 19:53

 

 

Filomena Belpedio concluse che la vita le aveva dato poco. Le aveva dato una famiglia su cui contare? No.

Effettivamente sono sola come un cane. Mio marito vive in un'altra città. Ha un'altra moglie. Dieci anni più giovane di me. Mio figlio se ne è andato. Vive a Los Angeles. Doveva fare il regista. Fa il cameriere in una pizzeria italiana.

Le aveva dato un lavoro con cui vivere? No.

L'ultimo lavoro, venditrice di polizze di assicurazione sulla vita, è ormai un lontano ricordo. E siccome non ho nessun talento particolare so con assoluta certezza che non ne troverò un altro. E poi non ho più la forza per sbattermi in giro a elemosinarne un altro posto.

Le aveva dato la bellezza? No.

Sono vecchia e racchia. Con questi capelli stopposi. Con questa bocca senza labbra. Con questa pelle gialla e grassa. Se almeno fossi abbastanza decente potrei battere. Mi potrei guadagnare così da vivere. Non c'è problema. Niente falsi pudori.

E allora che le aveva dato? Niente. Niente di niente.

No, non è vero. Hai questa casa.

Tutto quello che le rimaneva era quell'appartamento. Quell'appartamento che non poteva più pagare. Quell'appartamento nel lussuoso "Comprensorio delle Isole". Il comprensorio più tranquillo e sereno della Cassia.

Guardò fuori.

Verso le finestre illuminate della palazzina Capri. In quel posto erano tutti felici. Famiglie, gente che credeva nel futuro. Tutti tranquilli. Tutti lì, a mangiare, a festeggiare, pronti a stappare lo spumante, a brindare all'anno nuovo. A futuri successi.

Su un terrazzino vide un vecchio e un bambino che guardavano con il binocolo i fuochi in cielo. Quel quadretto familiare la stomacò.

E tu, mia cara, che hai da festeggiare? Che ti aspetti dall'anno nuovo?

Be'... Forse... Potrei... No! Non ci provare. Niente. Un bel niente. Tu la tua dose di merda te la sei già mangiata, anzi hai voluto strafare, ti sei strafogata. Ora sei piena. Quindi basta.

E non si sentiva nemmeno triste. Stava solo considerando razionalmente le cose.

Si constata.

Le gioie di un anatomista.

A mezzanotte si sarebbe chiuso l'anno. E poi se ne sarebbe aperto uno nuovo, sicuramente peggio di quello passato, e a Filomena non andava né di sperare né tantomeno di angosciarsi.

Si rialzò stancamente dal divano e andò in cucina ciabattando nelle pantofole. Aprì lo sportello sotto al lavello e ne tirò fuori una busta di plastica. Prese una bottiglia di Coca-Cola dietetica dal frigo e un bicchiere e tornò in salotto. Poggiò tutto sul tavolino basso davanti al divano. Afferrò il vaso di cristallo in cui teneva delle vecchie caramelle al miele e le gettò nel secchio. Si sedette. Prese il telecomando e diede vita al televisore.

C'erano Mara Venier, Drupi, Alba Parietti e Fabrizio Frizzi che presentavano "Nottatona di capodanno".

«Allora che ti aspetti dal nuovo anno, Drupi?» chiedeva Mara.

«Ma... Forse che la gente diventi più tranquilla e rilassata. Che si viva la vita senza correre, senza girare su se stessi come trottole. Sai Mara, io ho un cugino che c'è morto per lo stress...» disse Drupi.

Filomena intanto aveva incominciato a tirare fuori delle scatole di medicinali dalla busta. Roipnol. Alcyon. Tavor. Nirvanil. Valium.

Le scartava, ne tirava fuori le pasticche e le gettava dentro alla zuppiera.

Un po' come si fa quando si sbucciano i fagiolini.

Ne riempì mezza. Poi alzò il volume della TV, si versò un po' di Coca-Cola, poggiò i piedi sul tavolino, si mise la zuppiera tra le gambe e cominciò a sgranocchiare pillole come fossero pop-corn.

 

 

7.AVVOCATO RINALDI Ore 20:00

 

 

L'avvocato Attilio Rinaldi, affondato nel grosso divano di pelle del suo studio, si stava masturbando davanti alla televisione accesa.

Il presidente della Repubblica aveva appena cominciato il suo discorso inaugurale.

Era un sistema preventivo, quello di masturbarsi, che preferiva adottare prima di incontrarsi con Sukia.

Quella ragazza lo faceva letteralmente impazzire e l'ultima volta che si erano incontrati lui era venuto subito. Roba di un paio di minuti. Oltre che di poca soddisfazione aveva fatto anche una bella figura di merda.

Allora meglio scaricarsi!

Aveva tutta la nottata da passarci insieme e non voleva sparare le sue cartucce subito. Si era organizzato per bene per quel capodanno. Erano mesi che progettava quella notte di fuoco. E ora era finalmente arrivata.

Aveva comprato ostriche e champagne da offrirle. Aveva staccato i telefoni, i fax. Aveva abbassato tutte le persiane. Spento tutte le luci.

In quel fottuto "Comprensorio delle Isole" lo sport preferito della gente era curiosare nelle case degli altri. Maledetti guardoni.

Mentre stava lì, testa indietro, pantaloni abbassati, bocca aperta, coso in mano, discorso del presidente nelle orecchie, il cellulare nella giacca incominciò a squillare.

«Ahh!! Chi è ora?» sbuffò interrompendo l'atto di autoerotismo.

Non rispondo!

E se fosse stata Sukia che non riusciva a trovare l'indirizzo? Rispose.

«Pronto!?» «Pronto Attilio!» Naa, mia moglie...

Tutto il lavoro che aveva fatto fino a quel momento gli si sgonfiò in mano in un attimo.

«Pronto amore?! Come va?» «Insomma... E voi?» «Tutto bene. Paolo oggi non ha voluto sciare. È rimasto a casa. Dice che non vuole sciare senza il suo papà. Andrea vuole a tutti i costi i doposcì nuovi, quelli pelosi...» «C'è neve?» «Tanta. Ci manchi solo tu... C'è anche mia madre.» Pure la vecchia rincoglionita. Che palle!

«Ah! Che bellezza... Anche voi mi mancate tanto. Non vedo l'ora di rivedervi...» «Com'è il tempo a Cagliari?» «Maaa... insomma. Nuvoloso» si buttò l'avvocato.

«E il congresso come sta andando?» «Una noia mortale... Salutami tanto tua madre, Paolo e Andrea e fagli gli auguri di buon anno... Ora ti devo proprio lasciare.» «Occhei amore. Tanti auguri anche a te. Mi manchi tantissimo... Ti voglio be...» «Anch'io. Anch'io. Adesso scusami però. C'è qui l'avvocato Mastrantuono... Ci vediamo dopodomani a Cortina. Ciao, amore.» Chiuse la comunicazione e smadonnò.

Doveva ricominciare tutto da capo.

 

 

8 Ore 20:10

 

 

L'avvocato Rinaldi non era il solo a guardare il presidente alla televisione. Tutti gli inquilini e gli invitati si erano piazzati davanti ai loro apparecchi e faceva strano vedere che il "Comprensorio delle Isole" per quella mezz'ora di discorso si era come rilassato, fatto serio e meditativo. Di fronte alla valutazione dell'anno che finiva e alle speranze riposte nell'anno che cominciava tutti s'acquietavano. Ci si sedeva e si ascoltava. Anche i fuochi d'artificio si erano attenuati e solo Michele Trodini continuava imperterrito a sparare i suoi bengala dal terrazzino. Suo padre e suo nonno seduti a tavola mangiavano salame e insultavano il presidente. Sua mamma in cucina ascoltava con un orecchio ma si preoccupava di più che la torta di formaggio nel forno non cresceva.

Anche nel grande attico del notaio Rigosi, all'ultimo piano della palazzina Capri, tutti gli invitati con un bicchiere di fragolino in una mano e una tartina di cinghiale nell'altra si accalcavano davanti al megaschermo Nordmende e commentavano le parole del vecchio presidente.

Quello che più l'impressionava era che quel vecchio scemo si era fatto un lifting che lo aveva trasformato in una specie di mummia egizia. Si commentava anche il colore della cravatta che faceva a cazzotti con la giacca.

Blu e marrone perfetto cafone.

Cristiano Carucci, nel suo bunker, dietro la cucina della portineria, aveva acceso la sua piccola tele in bianco e nero e bestemmiava. Come poteva quel testa di cazzo dire che gli italiani si stavano adoperando per aiutare i paesi sottosviluppati.

Giulia Giovannini dopo aver ripulito il pavimento del salotto si era finalmente vestita e preparava la zuppa di stagione. Cantava "Margherita" di Cocciante e teneva a zero l'audio della tele.

Filomena Belpedio provava a seguire il presidente ma non ci riusciva. Le palpebre cominciavano a pesarle come due ghigliottine. Faceva fatica a tenerle aperte e la testa le cadeva sul petto.

Il generale Rispoli e sua moglie, due ultrasettantenni residenti al primo piano della palazzina Capri, stavano a letto e si succhiavano come al solito il loro passato di verdura. Guardavano su Rete Oro un film in bianco e nero con Amedeo Nazzari.

 

 

9.OSSADIPESCE Ore 20:15

 

 

A Ossadipesce i fiori di zucchina fritti lo facevano letteralmente impazzire. Il massimo.

Era seduto a tavola insieme a tutti quei portieri e non riusciva più a smettere di ingozzarsene. Non c'era problema. La signora Carucci, la madre di Cristiano, ne aveva fritta una quantità industriale.

«Signora complimenti. Sono veramente buoni... Ma suo figlio dov'è?» chiese con il boccone in bocca alla portiera.

«È in camera sua. Ha detto che non si sente bene. Io non lo capisco, è così solitario. Perché non gliene porti un po'. E lo convinci a venire di qua con noi.» «Certo, signora. Vado subito.» Quanto gli piaceva fare il galante a Ossadipesce.

E poi la mamma di Cristiano non era neanche tanto male.

Con quella boccona sensuale. Doveva essere stata una gran porca da giovane.

Chissà...

Avendo ucciso la fame da canna con quelle delizie si alzò da tavola, salutò tutti i portieri che stavano guardando il presidente alla tele e con il piatto di fiori di zucchina in mano bussò alla porta dell'amico.

«Chi è?» sentì ruggire oltre la porta.

«Sono io.» «Io chi?» «Ossadipesce! Apri.» Entrò. Cristiano era ancora in pigiama, steso sul letto e tra le gambe aveva un piccolo televisore. Sembrava un carcerato.

«Vecchio homeboy di merda, che hai? Che ti è preso?» chiese a Cristiano poggiando il piatto sul letto.

«Sono entrato in una depressione profondissima, cazzo. Lo sapevo. Peggio che a Natale. Mi piglia sempre così durante le feste.» «Tranquillo. Ci penso io a te. È arrivato il re magio. Con i regalini...» Ossadipesce si tolse dalle spalle lo zaino Invicta arancione. Lo aprì e ne tirò fuori una busta di plastica gonfia. Lo mise sotto il naso dell'amico.

«Erba?» «Calabrese! Un botto. Stasera ci facciamo del male serio, Cristiano caro. Io già sto prono.» Cristiano sembrava poco convinto.

«No, non mi va. Mi sale un'ansia bestiale se mi faccio una canna. Comincio a pensare a tutto quello che devo fare e...» «Questa non te la fa venire. Te lo giuro. E poi guarda. Guarda che cosa ho qui.» Ossadipesce tirò fuori dall'Invicta due lunghi candelotti scuri.

«Che cazzo sono?» «Dinamite! Dinamite, bello. Esplosivo! Roba che potrebbe buttare giù un palazzo di dieci piani. Dobbiamo farla esplodere a mezzanotte. Potremmo gettarli nella marana dietro al centro sociale. Voglio fare un botto che si ricorderà per anni e anni. Un botto così serio che tutti quei poveracci con i loro fuochi da mocciosi faranno una figura meschina.» Ossadipesce aveva assunto il classico tono paraculo so-tutto-io che Cristiano detestava.

«Ma sei pazzo! Tu non ti rendi proprio conto. Pensa se ti esplode in mano... E poi chi te l'ha data? Questa roba è vietata.» «Top secret. Top secret. E ora vestiti che io intanto ti preparo una bella tromba ripigliante. Abbiamo da fare stanotte.»

 

 

10.ENZO DI GIROLAMO Ore 20:18

 

 

Enzo Di Girolamo, il fidanzato di Giulia Giovannini, dopo aver lasciato il suo Cherokee blu nel parcheggio del comprensorio si incamminò tranquillo e meditabondo nel grande piazzale alberato che divideva la palazzina Ponza da quella Capri.

Era contento.

La vita gli stava andando alla grande.

Era un manager efficiente. Un economista con i coglioni.

Quella mattina era riuscito a finire di scrivere un documento assolutamente fondamentale. Unico. Una relazione sulla situazione e gli sviluppi della piccola e media impresa nella bassa Ciociaria. Ci lavorava da sei mesi. Una relazione che sicuramente nel prossimo anno lo avrebbe fatto arrivare ai vertici dell'IRI.

E poi piaceva alle donne.

Piaceva a Giulia. Piaceva a Deborah.

Dovevano essere i suoi modi pacati ma nello stesso tempo sicuri, che facevano sì che le femmine gli si appiccicassero addosso come patelle.

Chi lo sa. Piaceva, questo è quanto.

Si chiese se si fosse innamorato di Debby.

Già gli mancava. Quell'incontro furtivo gli aveva fatto proprio bene. Lo aveva caricato. Ora aveva carburante sufficiente per affrontare tutta la serata, festa e farsa d'amore con Giulia compresa.

Era giunto il momento di rifletterci un po' su. Su tutte queste donne. E soprattutto era giunto il momento di pianificare le sue prossime strategie sentimentali.

Doveva parlare con Giulia?

Dirle che non voleva stare più con lei. Dirle che aveva una relazione con la sua migliore amica. Essere sinceri?

Mai.

Quello mai.

Aveva due sole possibilità.

Da astuto economista qual era considerò i fattori importanti delle due ipotesi.

Ipotesi A: Lasciare Giulia Litighi per tutta la notte. Scenate da pazzi. Rischi pure qualche schiaffo. Quella ha sviluppato un attaccamento esagerato alla mia persona (ogni volta che scopiamo continua a sussurrarmi monotonamente: tiamo, tiamo... E non mi piace!). Te ne devi andare da una casa confortevole. Devi traslocare. Caricarti di armi e bagagli e andare da Debby (sei così sicuro che ti prende?) in quel monolocale buio a Trastevere, sei giudicato una merda da tutti gli amici di Giulia, ti devi cercare un nuovo giro (difficilissimo!), confortare Debby perché si sentirà sicuramente una stronza a essersi rubata l'uomo della sua migliore amica, devi cambiare di nuovo numero telefonico e soprattutto niente più spagnole da Giulia...

Ipotesi B: Non lasciare Giulia Continui ad avere due donne con tutto il peso in termini di tempo e impegno che comporta, farti dire da Debby che sei un uomo senza coglioni, correre il rischio che Giulia lo venga a scoprire, te ne scopi due invece che una (negativo o positivo?)...

Perché Deborah lo stava stregando?

Era meno bella di Giulia. Meno appariscente. Meno estroversa. Con un corpicino anoressico. Non sapeva cucinare, aveva meno soldi di Giulia, aveva quei gattacci fetenti, eppure... Eppure Enzo non aveva mai conosciuto una così. Con un gran bel cervello...

Una sceneggiatrice.

Una che si pone dei problemi più profondi di cellulite smagliature colore dei pensili della cucina. Una che sa chi sono Hermann Messe e Milan Kundera.

Aprì la porta a vetri della palazzina ed entrò in ascensore.

Giulia invece che ha che non va?

È ignorante. Ignorante da morire. Ha letto sì e no tre romanzi. ha Tamaro e "La città della gioia". E poi è talmente cafona... Una valletta di GBR. Con quelle tettone. Quei capelli tinti. 1 labbroni.

Aprì la porta di casa preso da quel confronto. Non fece nemmeno caso all'odore di alcol bruciato. Si tolse il cappotto, lo attaccò all'appendipanni ed entrò in cucina. Stringeva ancora in mano la ventiquattrore.

Giulia stava disponendo le trance di salmone affumicato su un lungo piatto di Vietri.

«Ce l'ho fatta, finalmente. Amore mio bello...» disse e poi le diede un bacio sul collo rubando una fetta di pesce dal piatto. Se la cacciò in bocca.

«Che hai fatto?» chiese Giulia ricoprendo il buco che lui aveva fatto con un'altra fetta.

«Ho fatto tardi. Ma ho finito di stendere la relazione annuale per TIRI. Una rottura di palle che non puoi immaginare... Ma sai sono cose importanti... Se non le faccio io... Metto la cartella nello studio e ti do una mano...» rispose con il boccone in bocca e scappò in salotto.

«Non ti preoccupare. Riposati. Tra poco arrivano gli altri. Vuoi qualcosa da bere amore?» gli urlò lei.

«Sì grazie, Zucchina mia. Del prosecco.» Hai visto come si è combinata stasera? si disse Enzo rabbrividendo e piegandosi su se stesso. Hai visto che orrore quel vestito, tutto aperto sulle tette? Imbarazzante. Basta! Stasera glielo dico. Dopo la festa. Sarà quel che sarà. Io non ci posso stare più con quella. E mo' basta. Si incomincia un anno nuovo!

 

 

11.GIULIA GIOVANNINI Ore 20:25

 

 

Quando Enzo rientrò in casa Giulia Giovannini stava disponendo il salmone sul piatto di portata. Se lo vide davanti. Con quella ventiquattrore in mano e la cravatta slacciata. Quegli occhi lucidi da cucciolone buono e distrutto di lavoro e lo odiò completamente definitivamente e totalmente.

Nel suo cuore ora non c'era posto per nient'altro.

Lei aveva dato a quell'uomo tutto ciò che aveva, l'amore, la casa, la fiducia e lui ci si era pulito il culo.

E l'altra sera quel figlio di puttana aveva insistito perché gli praticasse un pompino con l'ingoio e lei glielo aveva fatto nonostante l'orrore che provava per quel costume. Il primo della sua vita. Si era sciroppata i suoi spermatozoi cariati per amore.

Che schifo!

Sputò dentro al lavello.

E chi si credeva di essere quel bastardo...

Relazione annuale all'IRI. Tutto il giorno a lavoro. Se non le faccio io.

Ma vai via, bugiardo. Merdaccia senzapalle.

«Non ti preoccupare. Riposati. Tra poco arrivano gli altri. Vuoi qualcosa da bere amore?» disse Giulia cercando di avere il tono più normale della terra.

«Sì, grazie, Zucchina mia. Del prosecco!» sentì dire lui.

Con un sorriso cattivo sulle labbra tirò fuori dal frigo la bottiglia e ne riempì un bicchiere. Poi prese da un cassetto una boccetta trasparente.

Guttalax.

E ridendo sguaiatamente ce ne versò dentro metà.

 

 

12.ROBERTA PALMIERI Ore 20:28

 

 

A Roberta Palmieri tutto il trambusto di capodanno la lasciava assolutamente indifferente.

Abitava al primo piano della palazzina Ponza.

Stava meditando. Nuda. Nella posizione del loto. Stava scaricando lo stress. Riallargando lo spirito.

Aspettava visite.

«Questa è solo un'altra stupida convenzione sociale. È un altro prodotto di questa stupida civiltà del consumo. Ti fregano a Natale, ti fregano alla befana e pure a capodanno. Convenzioni. Solo convenzioni. La pace, la gioia si trovano nei recessi più nascosti delle nostre menti. Là dentro c'è sempre una festa, bisogna solo trovare la porta per poterci entrare» aveva detto pochi giorni prima a Davide Razzini durante una riunione di meditazione tantrica organizzata dall'associazione "Amici delle Pleiadi"».

Aveva sentito per quel giovane qualcosa che aveva definito empatia, fusione e quindi lo aveva invitato a casa sua per il trentuno.

«Non so se posso... Ho il cenone, sai... La famiglia, cose...» aveva risposto Davide imbarazzato.

«Dai. Vieni da me. Sento per te una forte attrazione. Potremmo fare sesso. Fondere le nostre essenze. Ho imparato in uno stage in California dal santone Rawaldi le tecniche per raggiungere i quattro orgasmi cosmici. Quello di acqua, quello di fuoco, quello di aria e quello di terra.» Davide aveva accettato subito.

Roberta finì la meditazione. Si avvolse in un pareo balinese e si mise a preparare una cena a base di latte di capra, cetrioli e feta greca. Dalle casse dello stereo uscivano dei vagiti, delle specie di pianti neonatali.

Era una cassetta con il suono delle orche d'Alasca mixato con il vento della steppa russa.

Mise le ciotoline di coccio al centro del piccolo tavolo di ebano e accese due enormi ceri marocchini.

Era tutto pronto.

Si sentiva rilassata e con il Karma giusto.

Mancava solo Davide.

 

 

13.THIERRY MARCHAND Ore 20:45

 

 

Thierry Marchand sedeva sul piccolo palco della sala vip del "Lupo Mannaro".

Era ubriaco.

Lo avevano rivestito da capo a piedi. Indossava un frac di paillette blu. In testa aveva un mini cilindro di carta rossa assicurato con un elastico. Tra le braccia stringeva Regine, la sua arpa. Di fronte a lui c'erano una ventina di tavoli apparecchiati con candele al centro. Festoni di carta colorata addobbavano le pareti e il soffitto. Gli ospiti paganti, anche loro con i cappellini in testa, urlavano, suonavano fischietti e tiravano coriandoli. I camerieri nelle divise a disegni cachemire avevano già offerto l'antipasto.

Ostriche, rughetta e scaglie di grana.

Thierry sentiva tutto quel casino lontano.

Il rumore delle posate. Le chiacchiere. Il riso eccessivo.

Era tutto oltre un muro fatto d'alcol.

Sono come un pesce tropicale in un acquario.

Vedeva quegli occhi distanti che lo osservavano e lui in cambio aveva fissato sulla bocca un sorriso idiota.

Dentro al cuore però gli era calato un inverno russo e un groppo grosso gli si era insediato, come un parassita, in fondo alla gola.

Così di merda non si sentiva da anni.

Guarda come mi sono ridotto! Vestito come un pagliaccio. Io, un grande musicista bretone. Solo come un cane in questo posto di merda. Non ho un amico, non ho un niente...

Incominciò ad accarezzare l'arpa.

Sentiva di essere arrivato al capolinea.

Quel viaggio in Italia era stato un vero disastro.

Era partito a giugno con sua moglie e sua figlia di tre anni da Bunix, un piccolo paese in Bretagna. Tutti e tre sul pulmino attrezzato a camper. L'idea era quella di girare l'Italia, di fare un po' di soldi suonando e poi partire per l'India e lì restare. Sua moglie, una bella ragazza bionda di ventisei anni, era una brava mamma e lui era sicuro di essere un bravo papà.

All'inizio tutto era andato per il verso giusto. Thierry suonava nei piccoli locali folk, Annette si occupava della piccola Daphne e i soldi in più, quelli per l'India, finivano in un barattolo per la marmellata nascosto nel motore.

Poi Thierry aveva ripreso a bere. La sera dopo i concerti, si sputtanava la paga nei bar. Tornava nel pulmino cotto, si buttava accanto a sua moglie che dormiva con la piccola tra le braccia e rimaneva immobile a guardare la luna, oltre il finestrino sporco, girare.

Perché beveva?

Perché suo padre beveva e perché suo nonno beveva e perché tutto il suo paese intero beveva. E poi perché dentro sentiva che forse se avesse creduto un po' di più in se stesso avrebbe potuto diventare famoso, incidere un disco e invece aveva quarantacinque anni e viveva in un fottuto pulmino che perdeva olio. E tutte le storie della vita "on the road", della libertà della strada che raccontava a sua moglie non lo convincevano più così tanto.

Poi un giorno Annette aveva aperto il barattolo della marmellata e lo aveva trovato vuoto. Se ne era andata portandosi via la piccola. Non si era neanche arrabbiata, se ne era andata e basta.

Thierry aveva continuato a girare per l'Italia da solo, ora libero di massacrarsi il fegato in santa pace. Aveva preso a suonare per strada. Nelle piazze, nei mercati. Per gli spicci.

Neanche a Natale l'hai chiamata...

Ora, dentro alla saletta vip del "Lupo Mannaro" gli veniva da piangere.

Si fece forza.

Afferrò il microfono.

«Buonasera a tutti. Scusate il mio italiano... Allora come va? Siamo pronti per un anno, pieno di? Di? Certo, delle tre esse. Al mio paese, si dice sempre. Nella vita ci vogliono le tre esse. Non sapete che sono le tre esse? E facile. Forza! Non lo sapete? Occhei, allora lo dico io. Soldi! Sesso! E successo!» Blandi applausi dal pubblico.

«Forza, non vi sento, voglio sentire un bel sì. Bene. Più forte! Ancora. Più forte! Benissimo. Bravissimi.»

 

 

14.GAETANO COZZAMARA Ore 20:57

 

 

Gaetano Cozzamara, originario di Nola, aveva ventotto anni, un naso aquilino, due pezzi di carbone al posto degli occhi, un codino corvino, due spalle così e vestiva Caraceni.

Era un accompagnatore di professione. Un gigolò. Volgarmente, un marchettaro per signore ricche.

Sapeva comportarsi. Sapeva intrattenere.

Baciamano. Stretta decisa. Sorriso schietto. Chiacchiera fluente. Aveva perso l'aspro accento nolese e gli era rimasta una dolce inflessione del Sud. Tutto questo gli era costato fatica. Aveva dovuto leggere, istruirsi. Sapere chi sono Freud, Darwin, Tambelli, Moravia. Aveva imparato a riconoscere la gente dal taglio del vestito e dal colore dei calzini.

Quella mattina, alle sette e mezzo, era stato buttato giù dal letto dallo squillo del telefono.

Erano i suoi vecchi compagni di squadra del Nola Sporting Club.

Che vogliono? si era domandato ancora istupidito dal sonno.

Non li vedeva da cinque anni.

Gaetano era stato per tre stagioni un terzino infaticabile e aggressivo, amato dai suoi compagni e dai tifosi. Quando aveva deciso di cambiare la sua esistenza, di andarsene a Roma a migliorare il suo tenore di vita, c'erano state scene di dolore e costernazione in paese e allo stadio.

Ora tutta la squadra compreso l'allenatore Aniello Pettinicchio, il massaggiatore Gualtiero Trecchia e tre pullman pieni di tifosi erano a Roma per disputare il due gennaio un'amichevole con il Casalotti.

Lo volevano assolutamente vedere.

Erano venuti apposta prima per passare il capodanno insieme a Gaetano. In paese girava la voce che frequentava la crema della società romana, che si era inserito nel giro grosso, quello giusto, della televisione e del cinema.

Era un piccolo mito locale.

«Gaeta'! Ci siamo tutti. Tutti quanti. La curva intera. Ci devi portare in giro... Alle feste. Vogliamo vedere Alba Parietti. È vero che sei pure amico di Alberto Castagna?» gli aveva chiesto al telefono il capitano della squadra Antonio Scaramella.

Gaetano aveva sudato freddo.

Era assolutamente impossibile.

Quella sera era stato invitato a una festa superesclusiva dalla contessa Scintilla Sinibaldi dell'Orto.

Ma stiamo scherzando...

Aveva raffreddato gli entusiasmi dello Scaramella.

Gli aveva spiegato che sì, qualche volta aveva incontrato Castagna ma che si conoscevano solo di vista e con Alba le cose non andavano più come un tempo. E poi aveva incominciato a tirare fuori scuse. Una sull'altra.

«Dovevate farmelo sapere prima ragazzi. Io 'stasera sono veramente occupato. Non posso proprio. Mi dispiace moltissimo, giuro. E una festa privata. A casa di una contessa. Sai, ci sono pure un paio di ministri. Casomai domani. Vi porto in giro, a vedere il colosseo, sanpietro...» Lo Scaramella con una voce moscia aveva detto che capiva. I ministri. La contessa. Gente in alto. Gli altri ci sarebbero rimasti male. Ma andava bene lo stesso. Gli lasciò comunque l'indirizzo dove alloggiava la squadra: "Pensione Italicus", via Cavour 365.

Gaetano aveva abbassato la cornetta e aveva tirato un sospiro di sollievo.

Ho scampato un incubo!

Per tutta la giornata però si era sentito un verme di prima categoria. Ma lui aveva da faticare. Non poteva proprio portarli con sé. Si sarebbero divertiti un sacco anche senza di lui. Roma è piena di locali dove andare a passare il capodanno.

Non possono rompermi i coglioni...

Il pomeriggio era andato a farsi un lettino solare e dalla manicure e se li era dimenticati. Aveva preso la sua Porsche in garage e si era fatto la Cassia fino al "Comprensorio delle Isole".

Il guardiano gli aveva detto che la contessa Sinibaldi dell'Orto viveva nell'attico della palazzina Ponza.

Non era mai stato con la contessa. La conosceva da poco in verità. Si erano incontrati a una inaugurazione in una galleria d'arte. Sapeva che era molto ricca. Molto mondana. Molto inserita.

Gli era stata presentata da Rosetta Interlenghi, una giovane vedova che lo aveva introdotto in quel mondo vip.

«La chiamerò. La chiamerò. Per capodanno. Organizzo una festa... Una cosa tranquilla, tra amici.» Due giorni dopo lo aveva chiamato.

Gli aveva detto di arrivare presto. Prima degli altri. Voleva mostrargli la sua collezione di quadri.

La contessa non aveva un appartamento ma una vera e propria reggia. Lampadari di cristallo. Quadri moderni. Argenteria a buttare. Tappeti persiani. Uno sfarzo esagerato.

Mandrie di camerieri in divisa apparecchiavano il lungo tavolo imbandito.

Gaetano rivedendola notò che la contessa era racchia forte. Sembrava l'uomo di Neanderthal vestito a festa. Doveva avere almeno settant'anni. Si era rifatta tutta. Tirata il tirabile.

Che acido! si disse disgustato.

E capì subito che quella dei quadri era una scusa bella e buona. Che quella voleva altro da lui. Che quella voleva incominciare l'anno nuovo alla grande.

Che cosa mi tocca fare per vivere...

 

Era già alticcia e si guardava Gaetano come un bambino diabetico guarda una cassata siciliana. Gli girava intorno gattona con quel bicchiere di gin fizz in mano. «Gaetano come sei bello... Vieni a sederti qua, vicino a me...» gli aveva detto la contessa accasciandosi sul divanone di velluto blu e accavallando quelle gambe secche e legnose. Tre orrendi cagnetti le giravano intorno e ringhiavano a Gaetano.

Lui si era seduto composto. Lei gli aveva messo le cosce sulle cosce. Si era chiesto dove fossero i suoi paesani. Non sarebbe stato niente male passare la serata con loro.

«E come sei elegante... Questo vestito ti dona da morire. Che bella cravatta... Senti, pensavo una cosa. Potremmo andare insieme a Palma per la Befana. È un paesino delizioso a Maiorca. Siamo stati invitati dal marchese e dalla marchesa Sergie. Hanno una bellissima villa...» «Anch'io sono stato invitato?» A Gaetano l'idea non lo esaltava per niente. Li conosceva i Sergie. Avevano ottant'anni per gamba. Due palle galattiche.

«Certamente, bellezza» aveva detto lei finendosi il bicchiere.

La contessa se ne era subito riempito un altro, aveva allungato una mano e gli aveva stretto una coscia con quegli artigli laccati.

«Senti Gaetano, mi accompagni in camera mia, ti voglio far vedere una cosa...» aveva detto con due occhi da leonessa In preda a una tempesta ormonale.

«Ancora...» aveva sospirato tra sé Gaetano.

Aveva dovuto sorreggerla per un braccio. Non si reggeva nemmeno sulle gambe.

Quanti te ne sei fatta vecchia alcolista arrapata?

In camera lei si era buttata sul letto a peso morto e poi si era girata a rallentatore e aveva cinguettato con voce rauca: Facciamolo! Facciamolo subito, Gaetano. Ne ho voglia. Voglio finire quest'anno nel modo più bello del mondo.» «Ora? Adesso? Ma... Tra poco arrivano gli invitati, contessa...» aveva mormorato Gaetano sentendo delle fitte di dolore attraversargli lo stomaco.

«Chi se ne frega... Io ti pago. Spogliati. Voglio vedere come sei fatto sotto...» Porcamiseria. Porcamiseria. Porcaccia la miseria.

Si era tolto tutto. Tranne le mutande.

«E quelle, che fai non te le levi?» Si era tolto anche quelle.

«Gaetano come sei bello. Spogliami tu. Ti prego. Io non ci riesco...» aveva bofonchiato lei.

Gaetano aveva incominciato ad armeggiare sulla lampo del vestito di Ferragamo che non se ne voleva scendere. La contessa si faceva sbatacchiare da una parte e dall'altra come un burattino. I tre piccoli botoli avevano preso a giocare con i suoi pantaloni di Caraceni.

«Bastardi! Lasciate i miei pantaloni.» «Lasciali... Giocar... Gioca...» aveva detto lei ed era crollata senza sensi tra le braccia di Gaetano.

Cazzo! È schiodata! È schiodata!

Aveva poggiato l'orecchio su quel petto da gallina vecchia. Batteva. Per grazia di Dio batteva.

Era solo completamente ubriaca.

Ora, dopo aver sistemato la salma sul letto e aver preso a calci i tre botoli, Gaetano si rivestì in fretta.

Bene! Io me ne vado, si diceva tra sé. È capodanno. Non esiste proprio. Questa sera mi voglio divertire anch'io. Chiamo subito Scaramella e li raggiungo. Speriamo che siano ancora alla pensione.

Alzò il telefono vicino al letto e compose il numero.

C'erano. Erano ancora là.

Grande!

Mentre aspettava che gli passassero la camera dello Scaramella fu folgorato da un'idea geniale. Assolutamente geniale. Un'idea che lo avrebbe reso l'uomo più popolare di tutta Nola.

Lo faccio? Sì, lo faccio. Chi se ne frega.

«Pronto chi è?» rispose lo Scaramella.

«Sono io. Gaetano!» «Gaetano! Ci hai chiamato!? Che bellezza!» «Che state facendo?» «Ma niente... Pensavamo di uscire e trovare una trattoria o una pizzeria per festeggiare. Non ci puoi consigliare un posto economico...» «Ma quale pizzeria e pizzeria! Ci penso io a voi, ragazzi. Vi ho organizzato una festa. Tutta per voi. In un attico sulla Cassia... E uno dei posti più "in" della città...» «È casa tua?» «Be', non proprio... Sentimi bene però, vieni solo con i giocatori della squadra. Mi raccomando! Non lo dire a nessun altro. Capito? E un party molto esclusivo. Vi aspetto. Eleganti. Non fatemi fare figure di merda...» Gli diede l'indirizzo e abbassò.

 

 

15.ANTONIO SCARAMELLA Ore 21:00

 

 

Antonio Scaramella, centravanti e capitano del Nola Sporting Club, abbassò il telefono e incominciò a sfregarsi le mani soddisfatto.

Gaetano era ancora una sicurezza.

Quando lo aveva chiamato quella mattina lo aveva trovato un po' freddo e liquidatorio. Quasi che non volesse rivedere i suoi vecchi compagni e che si desse delle arie da uomo arrivato in società.

Non era vero.

Si era proprio sbagliato. Gaetano era l'amico di sempre.

Una festa!

Una festa esclusiva in un attico della Cassia. Una festa del jet-set romano.

Roba seria. Serissima.

Si doveva vestire. Farsi bello. Sì, ci voleva il doppiopetto blu e la cravatta di seta con i colori della società.

«Chi era?» chiese Gualtiero Trecchia, il massaggiatore della squadra, mentre si lavava le ascelle nel lavandino della loro cameretta della "Pensione Italicus".

Una cameretta al limite della sopportabilità umana. Due lettini sfondati. I cuscini di crine. Niente televisore. Niente Frigobar. La puzza del ristorante tunisino di sotto che gli si infilava dentro la stanza.

«Era Gaetano...» «Ah! E che voleva?» fece Gualtiero Trecchia asciugandosi le ascelle con lo scottex.

Neanche gli asciugamani gli avevano dato. Lo Scaramella si domandò se poteva dirlo pure a Trecchia. Era troppo rozzo per una festa come quella. Lo avevano strappato al campo agricolo.

Però fa sempre parte della s quadra, dovette riconoscere.

Uno del team. Se la sarebbe presa troppo. Doveva dirglielo. Non c'erano santi.

«Andiamo a una festa. Sulla Cassia. Siamo stati invitati solo noi, quelli della squadra. Mi raccomando, non dirlo a nessuno.» «Tranquillo. Muto come una tomba» disse il Trecchia con omertà e poi guardandosi nello specchio chiese: «Dici che me li taglio i baffi?».

 

 

16.GAETANO COZZAMARA Ore 21:02

 

 

Gaetano chiuse a chiave la porta della stanza da letto della contessa.

Tanto la vecchia racchia si ripiglia domani mattina. Non c'è problema.

E si avviò verso il salotto strizzandosi il nodo della cravatta.

I camerieri attendevano gli invitati nelle loro uniformi bianche.

«Tutto a posto?» chiese, studiandosi gli antipasti e i rustici nei vassoi d'argento.

«Certo signore! Aspettiamo solo gli invitati. Vuole un Bellini intanto?» fece un vecchio cameriere brizzolato.

«Grazie!» Prese il Bellini e lo sorseggiò lentamente.

Buonissimo!

«E la contessa? Le porto qualcosa?» domandò il cameriere.

«No! La contessa è stanca e non si sente bene. Qualsiasi problema chiedete a me!» fece Gaetano in tono pacato.

«Va bene, signore» rispose ossequioso il cameriere.

 

 

17.SUKIA Ore 21:05

 

 

Patrizia Del Turco, in arte Sukia, scese dal taxi, pagò e si avviò con passo deciso oltre l'ingresso del "Comprensorio delle Isole".

Sukia aveva ventidue anni ma sembrava più giovane. Quindici al massimo. Un'adolescente che va a scuola.

Il corpo inagrissimo, con i seni appena accennati sotto una camicetta bianca e un golfino blu con i bottoni davanti. Due gambe lunghe e magre da stambecco. I capelli biondi le cadevano sulle spalle raccolti in due trecce. Sul piccolo naso all'insù coperto di lentiggini poggiava un paio di grossi occhiali da vista con la montatura di ferro. Indossava un impermeabile di plastica trasparente, un kilt scozzese, calze di lana blu che le arrivavano al polpaccio e delle scarpe con i lacci, basse e nere di lacca. In mano stringeva una vecchia cartella di cuoio chiaro.

Non era dispiaciuta di dover lavorare quella sera.

A lei non fregava un bel nulla del Natale, della Pasqua e figuriamoci del capodanno.

Un giorno come un altro. Si fatica.

Era una professionista seria.

Quella sera aveva due appuntamenti. Prima con l'avvocato Rinaldi e poi, verso le tre, doveva andare a un'orgia lesbici sulla Prenestina.

Controllò che nessuno la vedesse e poi suonò al citofono.

I suoi clienti volevano discrezione.

Salì in ascensore insieme a un gruppo di giovanotti eleganti. Non fece caso ai loro occhi puntati sulle sue gambe.

Scese al secondo e salì a piedi le scale fino al terzo.

Era contenta. Le piaceva l'avvocato Rinaldi. Era uno schiavo perfetto su cui poteva esercitare completamente il suo terribile e smisurato potere di mistress (padrona). Non dava problemi particolari, non si rivoltava mai, si faceva umiliare punire. Era in definitiva un pervertito tradizionale. Foot fetishist (feticista del piede) e amante del bondage (legamenti).

Forse un po' ripetitivo nelle sue richieste e svelto a venire.

Decise mentre suonava il campanello dello studio che l'avvocato era pronto a raggiungere più alti e sublimi livelli di degradazione.

Bisogna incominciarlo bene l'anno nuovo, no?

 

 

18.OSSADIPESCE Ore 21:08

 

 

Ossadipesce si era levato le Reebok e l'ambiente ne aveva risentito.

Un odore forte e selvatico aleggiava libero nella stanza.

«Abbiamo diverse possibilità stasera. So che c'è un festone a Genzano e una festa in un barcone sul Tevere...» disse mentre si rollava la seconda canna.

«Sei stato invitato?» «No!» «E quando mai. Figuriamoci. Secondo me devi avere la scabbia, qualche malattia infettiva... E chi l'ha organizzata quella sul Tevere?» sbadigliò Cristiano.

Era ancora in pigiama. Al posto degli occhi aveva due biglie piccole e rosse.

«Boh, che ne so... Un amico di Marinelli, credo. In qualche modo ci imbuchiamo. Non c'è problema. Già ci sono stato su quel barcone. L'altra volta sono entrato arrampicandomi sugli ormeggi...» «Ti prego... Pensa che rottura di coglioni la festa dell'amico Marinelli! Stronzi in giacca e cravatta e stronze che credono di averla placcata d'oro. Meglio spararsi un colpo in testa.» «Va be' Cristiano ho capito... stasera sei negativo sul serio...» «Perché non smuovi il culo e te ne vai allora!? Io qui sto tranquillo!» «No, non è vero, tu non sei tranquillo per niente. Non credere di poter fuggire il dramma. Io ci ho pensato molto, io l'ho capito al capodanno. È una bestiaccia. Ora ti spiego io...» disse Ossadipesce allungandosi sul letto accanto a Cristiano.

«Cristo, e aspetta un attimo! Ma che stai a casa tua? Ti sei preso tutto il posto. E tieni lontane quelle armi letali!» disse Cristiano indicando schifato i piedi dell'amico.

 

 

19.DAVIDE RAZZINI Ore 21:11

 

 

«Allora ti piacciono le rondelline di cetriolo con lo yogurt e lo zenzero?» disse Roberta Palmieri a Davide Razzini cercando di imboccarlo.

«Sì... sono buonissime! Complimenti.» Mai mangiato niente di più schifoso in vita sua. E poi quella lì doveva essere completamente pazza.

Aveva due occhi spiritati...

Davide sedeva a gambe incrociate su un tappeto davanti a un tavolo basso, di fronte alla strega New Age.

Non si sentiva a suo agio.

Quella gli faceva paura.

Era una pazza completa. Gli aveva attaccato un bottone allucinante. Sugli UFO. Sul contatto telepatico che si può stabilire con gli extraterrestri nel momento dell'orgasmo.

Rimpiangeva la cena con tutti i suoi amici del calcetto e con Loredana, la sua fidanzata.

Altro che cetrioli. Altro che latte di capra. In quello stesso istante tutti i suoi amici festeggiavano al ristorante "Il leone d'Oro" aprendosi di bucatini all'amatriciana, zampone, lenticchie, patate al forno e lambrusco.

Che cazzo ci faccio io qua ?

Era stato fottuto da quella richiesta così esplicita. Era la prima volta che una lo invitava a casa sua con il chiaro ed esplicito intento di scoparlo. E poi quella storia dei quattro orgasmi planetari lo aveva intrigato. Avrebbe dovuto capirlo .allora che quella non ci stava con la testa.

Che cazzata che ho fatto! si rimproverò tra sé.

«Dimmi Davide, com'è che hai cominciato a frequentare i corsi di autocoscienza e riscoperta del sé» gli chiese Roberta cercando di imboccarlo.

Si era pericolosamente avvicinata. Aveva incominciato a carezzargli la schiena e lo guardava fisso.

« Ma... in realtà, ho vinto l'iscrizione al corso a una tombola organizzata nel mio ufficio. Io non ne sapevo niente di meditazioni, coscienze...» Basta! Ora mi alzo e me ne vado.

«Senti io me ne devo andare... Ho mia madre mal...» disse Davide esitando e poi non ci riuscì più a proseguire.

Si sentiva strano.

Quegli occhi. Quegli occhi avevano qualcosa di strano. Lo attiravano come due calamite.

Davide era disorientato, irretito da quello sguardo diabolico.

Via. Via. Via. Vattene.

Si alzò cercando di non guardarla. Sentiva le gambe di pappa.

«Dove vai?» gli chiese Roberta fulminandolo.

«Scusami... veramente... Devo andare. Mi sono ricordato che non ho cambiato la bombola d'ossigeno a mia madre. Dev...» «Siediti!» gli ordinò lei.

Davide si stupì che le sue gambe e tutto il suo corpo obbedissero al comando della megera.

«E ora guardami!» Davide non poté fare a meno di guardarla.

 

 

20.MICHELE TRODINI Ore 21:12

 

 

Michele Trodini era seduto a tavola con tutta la famiglia. Mangiava la lasagna automaticamente, senza sentirne il sapore. Non sentiva nemmeno le chiacchiere familiari.

Ogni tanto puntava lo sguardo oltre la finestra, verso il cielo. Fuochi colorati imporporavano le grandi nuvole scure e cariche di pioggia.

Era emozionato.

La sua testa era già proiettata verso l'ora X. Mezzanotte.

L'ora in cui avrebbe fatto esplodere tutta la santabarbara che teneva nascosta sotto il letto. Quei razzetti che aveva infilato nei gerani con il nonno erano niente in confronto a quello che teneva in camera. Aveva speso tutti i soldi che gli avevano regalato il nonno e i suoi genitori per Natale per comprarsi quei botti.

Se li era fatti portare da un compagno di classe da Napoli.

Roba seria. Trik trak, palle di Maradona, bengala e razzi. Un arsenale.

«Michele! Michele! Che fai, non senti? Tua sorella ti ha chiesto l'acqua.» «Cosa?» disse lui a sua madre.

«L'acqua Michele! L'acqua!» Michele le passò il vino.

 

 

21.ROBERTA PALMIERI Ore 21:15

 

 

«Quando te lo dico io... Quando te lo dico io... Bene! Bene! Così! Così... Guardami! Guardami!» disse Roberta Palmieri a Daniele Razzini. «E ora spogliati!» Lui obbedì. Si tolse tutto quello che aveva addosso fino a rimanere completamente nudo.

Corpo non male. Forse un po' di pancia di troppo, si disse soddisfatta Roberta.

Daniele era diventato solo un automa sotto il suo potere. Il sorriso incollato sulla bocca. Gli occhi sgranati.

«Ti senti bene. Molto bene. E adesso sdraiati a terra.» Daniele, con movimenti rigidi, eseguì.

«Bene e ora concentrati. Tu sei eccitato, molto eccitato. Tu sei l'uomo più eccitato del mondo. Hai voglia di soddisfare tutte le donne della terra. Sei un toro da monta. Il tuo pisello diventa enorme, sproporzionato... E tosto come il cemento.» In effetti dopo quell'ordine l'uccello di Daniele incominciò a smuoversi, a crescere, trasformandosi da un grasso e flaccido bruco in un'anguilla lunga e dura.

«Benissimo. Ora tu rimarrai così. Sempre. D'acciaio. Non puoi venire! Hai capito? Non puoi venire! Non puoi venire. Mai. Ripeti con me. Io non posso venire.» «Io non posso venire» ripeté lui a pappagallo.

Roberta contenta per l'ipnosi indotta facilmente in quel soggetto, finì di bere il latte di capra e si liberò del pareo, lasciandolo cadere a terra.

 

Girò la cassetta e si incominciarono a sentire squittii, vocalizzi ornitologici e barriti. Suoni della foresta pluviale amazzonica. «Aaaaaarrrrrrrrrrr» ruggì lei e poi affondò sul coso del povero Daniele che come un Big Jim idiota fissava il soffitto soddisfatto.

 

 

22.GUALTIERO TRECCHIA Ore 21:16

 

 

Gualtiero Trecchia chiuse a chiave la porta della stanza e si avviò nel lungo e squallido corridoio della "Pensione Italicus". Tre neon ronzanti e crepitanti illuminavano di giallo quelle pareti scrostate e corrose dall'umidità. Si fermò un attimo a guardarsi in un alto specchio opaco.

Aveva fatto bene a tagliarsi i baffi. Si sentiva la faccia più pulita e giovane. Si era messo anche il gel ravvivante nei capelli. Indossava una giacchetta blu che gli arrivava alle anche. Taglio moderno. Risvolto di raso nero. Un paio di pantaloni grigi a palloncino stretti alle caviglie. I mocassini di vacchetta intrecciata e una camicia bianca senza colletto. Era tutta roba che gli aveva prestato suo cognato, uomo di mondo. Gestiva un discopub ad Acerra.

Sì, avrebbe fatto la sua porca figura. Si strinse di un altro buco la cinta e si avviò deciso verso le scale. I ragazzi lo aspettavano giù.

Una figura scura uscì da una stanza in fondo al corridoio e avanzò verso di lui.

Gualtiero si fermò. E bestemmiò.

Come sono iellato!

Quello che veniva avanti era Maurizio Colella detto il Mastino di Dio, indiscusso capo degli ultra del Nola. Una vera punizione divina.

Gualtiero Trecchia decise di tirare dritto. Di non fermarsi. Lo salutò appena e lo superò sospirando di sollievo.

Ma una manona grossa come una braciola di maiale gli si schiantò su una spalla inchiodandolo alle sue responsabilità.

«Dove vai, ricchione, combinato in quel modo? Ti vai a divertire?» sentì ruggire alle sue spalle.

«Lasciami perdere. Ho da fare...» balbettò Gualtiero cercando di allontanare da sé quel boia.

Lo odiava. Se quello ti pigliava non ti lasciava più. A un tifoso del Frosinone gli aveva rotto la testa con una capocciata. Era una bestia senza cuore. Capace di qualsiasi cosa.

«E dove vai, bello? Non vieni in pizzeria con noi?» «No. Ho da fare» ripetè Gualtiero tremando.

«Così vestito? Deve essere una cosa proprio speciale allora...» «Ma no... Niente di che» minimizzò Gualtiero.

«E dimmelo...» «No, non posso...» Il Mastino gli aveva afferrato una mano e gliela stava stritolando. Gualtiero sentiva le giunture delle dita scricchiolare come i cardini di una porta arrugginita.

«No. La mano no. Ci lavoro. Ti prego. Non posso più massaggiare i ragazzi se mi spezzi le dita» urlò dolorante.

Crollò a terra, in ginocchio, prono di fronte al Mastino di Dio.

«Allora dimmelo. Se no questa mano diventa buona per lare lo spezzatino.» Gualtiero Trecchia confessò tutto.

 

 

23.AVVOCATO RINALDI Ore 21:20

 

 

«Adoro i tuoi piedini padroncina. Ti pregohh... Ti pregohh... fammeli leccare un altro po'» diceva l'avvocato Rinaldi mentre correva come una lepre, a quattro zampe, per il lungo corridoio del suo studio.

«Cattivo! Cattivo bambino! Cammina!» lo sgridava Sukia e intanto lo colpiva sulle chiappe flaccide e bianche con un il listino da cavallo.

L'avvocato sembrava un infante, con quella cuffia di lana in testa, la canottiera a righe bianche e blu e i calzini alla caviglia. Sukia gli mollò un'altra vergata lasciandogli una strisciata rossa sul sedere.

«Aaaiaahh. Padroncina, ti prego, dopo che mi hai insegnato la buona educazione posso leccarti le dita dei piedi?» Aveva la voce di un bambino pentito per aver messo le dita nella marmellata.

«Stai zitto, cretino!» E giù un'altra scudisciata.

Sukia si sedette a gambe aperte sulla poltroncina della segretaria. Ora indossava solo un busto di pizzo antico, di quelli con diecimila lacci sulla schiena. Le piccole tette strizzate nel corpetto. Aveva i peli del pube rasati e due sinuosi serpenti tatuati le scendevano dalle anche per abbeverarsi dentro la vagina.

«Vieni qua! A quattro zampe!» fece Sukia al moccioso. Stringeva e fletteva lo scudiscio nelle mani.

L'avvocato in due balzi le fu tra le cosce e provò subito a ciucciarle i piedi.

«Aspetta! Porta qui le ostriche.» Rinaldi non se lo fece dire due volte. Corse nel cucinotto e in un baleno fu di ritorno con un grosso piatto di ostriche aperte e contornate da spicchi di limone.

«Infilamele tra le dita!» Rinaldi incominciò a togliere i molluschi dalle conchiglie e a infilarglieli tra le dita. Erano animali grossi e viscidi e colavano il loro liquido trasparente sulla pianta e il dorso dei piedi di Sukia. L'avvocato emetteva dei gridolini di piacere mentre compiva la delicata operazione.

Erano piedi eleganti quelli di Sukia.

Piccoli ma non troppo. 37. Magri. Con la pianta curva. Il tallone morbido. Le dita magre e nervose, un po' distanti una dall'altra. E le unghie curate e laccate di rosso. Nessun callo o durone ne rovinava la bellezza.

Erano i piedi ideali per un vecchio feticista come l'avvocato.

Ora, poi, con quegli invertebrati marini adagiati ancora frementi di vita fra le dita...

Dopo che ebbe finito, Rinaldi ci si avventò sopra come un cucciolo affamato si avventerebbe sul capezzolo della madre ma ricevette una scudisciata sulla lingua.

«Padroncina!? Ora che ho fatto di male?» «Cretino! Il limone!» Giusto. Non ci aveva messo il limone.

Ce lo spremette sopra in fretta e furia e finalmente incominciò a succhiare il sudato pasto.

 

 

24.GIULIA GIOVANNINI Ore 21:27

 

 

Molti invitati erano già arrivati. Giulia Giovannini si stava comportando da perfetta padrona di casa. Faceva conversazione, presentava tra loro quelli che non si conoscevano, offriva gli antipasti. Era disinvolta ma ogni tanto, quando era sicura che nessuno la vedesse, si metteva una mano in petto, lì, dove teneva la chiave, e un sorriso le si allargava in volto.

 

 

25.MONNEZZA Ore 21:35

 

 

Al Monnezza tutta quella storia del travestimento sembrava una grandissima stronzata. E poi quello smoking che gli avevano fatto mettere gli stringeva da tutte le parti. Gli tirava sulle spalle e quando si piegava sentiva i pantaloni esplodergli addosso.

E poi che palle... Aspettare là sotto non si sa cosa.

Era seduto da più di due ore sul sedile posteriore della vecchia A112 Abarth color crema del Buiaccaro.

«Allora ci muoviamo?» sbuffò.

«Non è ancora il momento. Sta ancora salendo gente... Tra un po'» rispose il Buiaccaro seduto al posto di guida. Anche lui indossava uno smoking, solo che era bianco.

Sembrava un vecchio cameriere rugoso e brizzolato.

«C'è ancora movimento in giro! L'appartamento all'attico è tutto illuminato. Non sapete che mobili, che argenteria. Potremmo entrare e ripulire le borse, i soprammobili...» disse orecchino, un giovane sui vent'anni che aveva lunghi capelli neri che gli cadevano sulle spalle e due vistosi cerchi d'oro alle orecchie. Teneva un binocolo davanti agli occhi e lo puntava verso l'abitazione della contessa Sinibaldi.

«Sta' buono... Io non voglio cominciare l'anno a Regina... Facciamo il colpo e poi dritti a casa» disse il Monnezza.

Quell'Orecchino era troppo giovane e aveva visto troppi film con Roger Moore. Era stata sua l'idea geniale di indossare gli smoking per non farsi notare. Sarebbero sembrati solo tre distinti gentiluomini invitati alla festa nell'attico. Quel coglione di Orecchino continuava con la storia di Arsenio Lupin, il ladro gentiluomo, ma il Monnezza, che era un uomo ragionevole e pieno d'esperienza, sapeva di essere solo un volgare ladro d'appartamento. Di quelli che sfondano la porta a calci, entrano dentro e si portano via più roba possibile, compreso, quando è possibile, la lavapiatti e il tostapane.

«Siamo sicuri che l'appartamento è vuoto? Non è che poi troviamo sorprese...» chiese il Buiaccaro strappando il binocolo di mano a Orecchino.

«Tranquillo... Chi vuoi che ci sia in uno studio d'avvocati la notte di capodanno... Nessuno. Avremo tutto il tempo per portarci via i fax, i computer e tutto il resto. Ci sarà pure una cassaforte. Dobbiamo solo aspettare un altro po'.» Il Monnezza tirò fuori da una busta una scatola di plastica. La aprì. Dentro c'era il cotechino con le lenticchie che gli aveva preparato sua moglie Ines.

«Cazzo, è freddo. Bel modo di passare il capodanno» mormorò tra sé a denti stretti.

Afferrò una fetta di cotechino e stava per cacciarsela in bocca quando gli sgusciò dalle mani e gli finì proprio al centro della camicia immacolata. Bestemmiò.

 

 

26.DEBORAH IMPERATORE CORDELLA Ore 21:38

 

 

Tutti gli invitati erano finalmente arrivati a casa di Giulia Giovannini.

Erano una quindicina in tutto. Seduti a tavola. Tutti vestiti elegantemente. E si sentiva nell'aria un'atmosfera intima, tranquilla e rilassata da amaro Averna che strideva un po' con il bombardamento aereo che avveniva, oltre le finestre, nel cielo romano.

Enzo sedeva di fronte a Deborah. Giulia sedeva a capotavola.

«Deborah, ho saputo che hai scritto una nuova sceneggiatura... Posso chiederti di che parla?» domandò un giovanotto stempiato in giacca di tweed e camicia rossa.

«Non mi piace parlare del mio lavoro» disse Deborah Imperatore Cordella afferrando un grissino e usandolo come la bacchetta di una maestra severa.

Era magra. I capelli castani, corti, tagliati da maschio. Un naso a forma di timone le divideva in due la faccia stretta. Un paio di occhialini tondi le davano un'aria da femminista teutonica.

«Dai Debby, forza, digli qualcosa!» la incitò con complicità Enzo.

Enzo si sentiva bene. A suo agio. Si rese conto che forse aveva esagerato con l'intimità. Si voltò a controllare Giulia ma quella stava imbambolata come al solito.

Figuriamoci!

La sceneggiatrice si tirò su e allungò quel collo da tacchino che si ritrovava e usando il grissino come la bacchetta di un direttore d'orchestra disse: «Va bene. D'accordo. Vi dirò solo che sono partita dall'orribile sfruttamento degli animali che si fa nel cinema... È incredibile. Non mi voglio addentrare sul versante equino. Furia il cavallo del West, ve lo ricorderete sicuramente, be', lo avevano castrato per renderlo più mansueto. E i cani... Lasciamo perdere. Lassie, Rintintin e Beethoven e i barboncini di Senti chi parla adesso sono l'immagine dello stereotipo canino più orrendo... Buoni, fedeli e simpatici. Alle volte pasticcioni. Deve finire 'sta storia. È per questo che ho scritto una sceneggiatura su Ciro, un cane poliziotto. Un povero cane poliziotto tossicomane che muore di overdose mangiandosi all'aeroporto di Roma una statuetta del Budda fatta di eroina proveniente dalla Tailandia. E una storia drammatica, coraggiosa, difficile. Ha bisogno di una grande interpretazione. Il produttore, Emilio Spaventa, ha proposto per la parte di Ciro il cocker di Birillo e il canguro Tommy... Speriamo bene. Non so se ha il volto giusto. Comunque non lo considero affatto chiuso l'argomento, vorrei scrivere un'altra sceneggiatura su un'altra grande piaga sociale, il randagismo...» e con un gesto teatrale inzuppò il grissino nella vaschetta della salsa tonnata e se lo mise in bocca.

 

 

27.SUKIA Ore 21:41

 

 

Sukia si eccitava ancora e quello era il segreto per continuare a fare il suo lavoro alla grande.

E quella sera poi si sentiva particolarmente in forma.

Dopo che l'avvocato aveva finito le ostriche, lo aveva sculacciato con la paletta per ammazzare le mosche. Forse si era accanita un po' troppo su quel poveraccio, ma faceva dei tali mugolii di gioia che era un piacere trasformargli il culo in una braciola al sangue.

Sì, senza dubbio Rinaldi meritava di più.

Doveva portarlo al massimo della degradazione, renderlo un calzino bucato, un essere senza più dignità. Una merda.

E così sarebbe stato veramente felice.

L'estasi dell'avvocato.

«Levati quella roba!» gli ordinò.

Lui ubbidì a testa bassa. Si tolse quei vestiti da bambino e si rannicchiò nudo come un verme a terra. Faceva veramente orrore con quella pancia gonfia, le gambe corte e pelose, il culo ustionato e quel cazzetto eretto.

«Sei orrendo! Provo schifo! E ti voglio fare del male!» Sukia prese la sua cartella e ne tirò fuori lo strumento di tortura più micidiale che possedeva, quello che faceva morire di gioia ogni masochista. Prese l'arnese in una mano, digrignò i denti bianchi e infilò la spina nella presa elettrica.

Un ronzio vibrante e fastidioso si sprigionò nello studio.

L'avvocato teneva la testa nascosta tra le braccia e piangeva. A quel suono aprì un occhio e vide l'infernale macchina di piacere che la sua carnefice aveva intenzione di usare e balbettò: «No! Ti prego! L'Epilady no!» Ma non ci furono storie.

Sukia gli affondò l'orrendo ordigno in quella foresta di peli che aveva sul petto.

 

 

28.ENZO DI GIROLAMO Ore 21:44

 

 

Enzo Di Girolamo era assolutamente in estasi.

Che donna! E che sensibilità! E che capacità analitica poi... si diceva mentre Deborah continuava a parlare della crisi del cinema italiano.

Avere accanto una persona così è un'altra cosa. È stimolante. Veramente. Con lei non si parla delle solite menate. Delle solite inutili cazzate.

Solo una settimana prima erano andati a Saturnia, alle terme di acqua calda. E lì, nella notte, stretti in un abbraccio subacqueo avevano parlato del senso della vita, della speranza e della paura di essere soli in un universo freddo e senza fine e poi avevano fatto l'amore nell'acqua sulfurea. Con dolcezza. Come due amanti impacciati.

Altro che il sesso ignorante e acrobatico di Giulia...

Allungò un piede e toccò la gamba di Deborah che gli sedeva di fronte e quel furtivo contatto lo fece sentire meglio.

Meglio.

Un po' meglio.

Da circa dieci minuti infatti sentiva dentro le budella una rivoluzione intestinale. Un maremoto nell'Oceano Pacifico. Crampi gli attraversavano l'apparato digerente e sentiva la necessità impellente di andare al bagno.

Ma che mi sono mangiato oggi? Qualcosa mi deve aver fatto male! rifletteva a denti e a chiappe strette.

Non ce la faceva più. Doveva andare a liberarsi.

Si alzò cercando di avere un aspetto rilassato. Come se dovesse andare a fare una telefonata. Tranquillo. Rilassato. Ma appena superata la porta del salotto si allungò in una volata da centometrista verso il cesso.

 

 

29.THIERRY MARCHAND Ore 21:45

 

 

Thierry Marchand ci aveva provato a fare lo spiritoso. Il brillante. Ma ora non gli reggeva più. Il groppo in fondo alla gola era cresciuto e respirava a fatica.

Era entrato in un pessimismo cosmico, totale e buio. Altro che Leopardi. Attaccò a suonare una canzone tristissima. Forse quella più malinconica e nostalgica di tutto il vastissimo repertorio bretone.

Il tradizionale requiem cantato dalle donne dei pescatori dell'isola di Saint Michel.

Già dopo le prime lugubri note gli invitati, ai tavoli, incominciarono a rumoreggiare, a fischiare, a urlare e poi arrivarono sul palco le prime rosette all'anice e le tartine con il pàté di spigola e rucola.

«Ma che è 'sta lagna?! Basta! Buuuu. Buuuu. Vattene! Abbiamo pagato. Ridateci i soldi» urlavano gli invitati.

Thierry continuava imperterrito a cantare. Con uno stuzzichino allo stracchino e porcini appiccicato a una guancia. Non cantava per loro ma per se stesso.

Il buttafuori, quello con il piumino arancione, arrivò di corsa sul palco e piazzò un pugno nodoso come un ramo di ciliegio sotto il grugno del musicista e poi a denti stretti disse: «Giuro su mia madre che se non la smetti subito con questa merda e non attacchi con una salsa o un merengue ti spacco in testa questa tua arpa del cazzo...»

 

 

30.GUALTIERO TRECCHIA Ore 21:48

 

 

Gualtiero Trecchia seduto nel pulmino con gli altri della squadra stava in silenzio e si massaggiava la mano dolorante. Gli altri invece ridevano e chiacchieravano euforici.

Si chiese se era il caso di dire che aveva parlato. Che aveva fatto la spia. Che il Mastino di Dio gli aveva estorto con la violenza l'indirizzo della festa.

Ma tanto quello non viene. Figurati che gli può fregare a uno così di una festa sulla Cassia... Riprese a massaggiarsi la mano.

 

 

31.MONNEZZA Ore 21:58

 

 

«Guarda che cazzo ti sei fatto alla camicia!? Come si fa a lavorare con gente incompetente, poco professionale» disse Affranto Orecchino.

«Vabbe' non si vede. Basta che chiudo la giacca...» rispose il Monnezza cercando di pulirsi con il ditone la macchia di sugo.

I tre erano scesi dall'A112 e ora si avvicinavano circospetti alla palazzina Ponza.

Era giunto il momento di agire.

«Ora suoniamo a Sinibaldi. Ci apriranno... Ho studiato il piano nei minimi dettagli.» Orecchino spinse deciso il bottone del citofono.

«Chi è?» Una voce maschile.

«Sono Duccio Trecani. Apra per favore» affettò Orecchino dandosi un tono distaccato e aristocratico e sussurrò agli altri con un'espressione rassicurante: «Tranquilli...» No guardi, il suo nome non c'è sulla lista, mi dispiace...» «Ci deve essere un errore. È impossibile.» «Mi dispiace. Non so che dirle.» Monnezza e il Buiaccaro incominciarono a ridere sotto i baffi.

«E' incredibile! E una situazione incresciosa. Io sono stato invitato...» «Da chi? Chi l'ha invitata?» chiese la voce con tono inquilini io.

Orecchino si gelò e dopo aver guardato il nome sul citofono disse: «Il signor Sinibaldi dell'Orto. Lui medesimo in persona!» Non esiste nessun signor Sinibaldi. Lei è un bugiardo» rispose la voce con un tono superiore. Ora il Monnezza e il Buiaccaro si tenevano la pancia dalle risate. Orecchino li fulminò con uno sguardo e poi non facendocela più tirò fuori tutta la sua ignoranza: «A cornutaccio! Come cazzo ti permetti di chiamarmi bugiardo. Ti spezzo le corna che hai in testa!» La risposta non si fece attendere.

«Grandissima chiavica! Cesso!» «A 'nfame! Figlio di una bocchinara. Apri, che ti rompo il culo!» «Samènta! Mappina!» «A fracicone rottinculo.» «Chitammuort. Ricchione!» Sarebbero probabilmente andati avanti così tutta la notte se un calcio ben assestato del Monnezza non avesse sfondato la porta in due.

«Guarda come si fa! Orecchi'» disse il Monnezza.

Orecchino rosso in volto concluse: «Chitesencula. Io salgo lo stesso.» «E sali. E sali. Io sto qua.» I tre si guardarono un attimo in giro ed entrarono a passi felpati nel palazzo.

 

 

32.GAETANO COZZAMARA Ore 21:59

 

 

Questi imbucati! Ci provano sempre. Duccio Trecani! Ma stai buono. Inventatene un'altra. Meno male che ci sono io, si disse soddisfatto Gaetano Cozzamara.

Era contento. Doveva solo tenere sotto controllo la situazione.

Si preannunziava una festa ad alti livelli.

Andò a prendersi un altro Bellini.

 

 

33.MASTINO DI DIO Ore 22:00

 

 

Il Mastino di Dio aveva preso in mano l'organizzazione.

Era in piedi sulla poltrona di guida del torpedone e in mano aveva un megafono.

«Bene! Stasera ci divertiamo. Il vostro Mastino vi porta tutti a una festa! A una festa organizzata in onore del Nola» ci urlò dentro e poi prese a saltare e a urlare: «Chi non salta del Casalotti è, è... Chi non salta...» Tutti i tifosi, stipati nel pullman, presero a saltare facendo un baccano infernale e a ripetere lo slogan. Poi tutti insieme inneggiarono al loro capo.

«Mastino! Mastino tu si meglio 'e Pelè.» Il Mastino si mise al volante e partì tra fischi e botti, seguito da altri due pullman.

Destinazione?

Via Cassia 1043.

 

 

34.MICHELE TRODINI Ore 22:07

 

 

Erano arrivati finalmente al dolce. Michele sentiva l'emozione montargli dentro insieme all'ansia. Non sapeva come l'avrebbe presa suo padre scoprendo che si era speso i soldi Di Natale per comprare tutti quei botti.

Il papà diceva che quella roba era pericolosa. Che ogni anno ci sono milioni di persone che perdono una mano, un occhio a scherzare con quelle cose esplosive.

Gli dirò che li può sparare anche lui. Così mi potrà controllare.

E poi c'era il nonno.

Nonno Anselmo è buono. Mi aiuterà.

I suoi si erano piazzati davanti alla televisione. A vedere quella noia di Mara Venier. Volevano festeggiare là. Che palle' Michele gli girava intorno come un animale selvatico in cattività.

«Tuo figlio vuole sparare qualche botto...» disse Anselmo Frasca al genero e poi fece l'occhiolino a Michele.

Michele trattenne il fiato aspettando la risposta di suo padre.

«È ancora presto... Ora siediti. Devi sapere aspettare. Quando sarà il momento andremo sul terrazzino e spareremo qualche razzo...» «Non posso spararne qualcuno? Quelli più piccoli...» disse incerto e lamentoso Michele. Mani nelle mani e testa bassa.

«Non hai sentito allora! Dopo. Ora siediti qua...» disse il padre continuando a guardare Mara Venier vestita da orsacchiotto in televisione.

«Ma...» «Vieni vicino a me. E abbi pazienza...» disse il vecchio facendogli spazio sulla poltrona.

Michele si sedette vicino al nonno.

 

 

35.MONNEZZA Ore 22:10

 

 

«Ora come entriamo?» chiese Orecchino di fronte allo studio dell'avvocato Rinaldi.

Aveva perso molta della sua verve dopo che quel bastardo non lo aveva fatto entrare.

«Come gli antichi. Passami il piede di porco e la mazzetta» disse il Monnezza che aveva ripreso in mano la situazione.

«E tu Buiaccaro vai vicino alle scale e controlla che non arrivi nessuno.» La porta dello studio Rinaldi si aprì dopo un solo colpo ben assestato sulla serratura.

Non c'era nemmeno l'antifurto.

Meglio di così...

Il Monnezza seguito dal Buiaccaro e da Orecchino entrarono nello studio guardinghi e si chiusero la porta dietro.

 

 

36.FILOMENA BELPEDIO Ore 22:12

 

 

Filomena Belpedio giaceva svenuta sul divano del salotto. Il vaso di cristallo rovesciato. Le pillole sparse a terra. Il telecomando stretto in mano.

Alla tele c'era un duetto canoro del cantante dei Sepultura e Iva Zanicchi. Cantavano "I Love Just the Way You Are".

 

 

37.GIULIA GIOVANNINI Ore 22:13

 

 

Giulia Giovannini continuava a servire le portate, a riempire i bicchieri semivuoti, a fare conversazione usando il cinque per cento del suo cervello. L'altro novantacinque per cento era impegnato in una conversazione interiore con mamminacara. Hai visto? Hai voluto mollare il liceo classico e fare ragioneria. Non hai voluto fare l'università come ti avevo detto di fare. E ora che vuoi? Non ti puoi lamentare se quella sorcetta senzatette ti ha portato via l'uomo. È giusto. La vita è così. È cattiva.

Mamma, ma sei stata tu a dire che io non ero abbastanza intelligente... Che le donne devono fare le donne...

Che c'entra questo. Stava a te dimostrarmi che eri sveglia. Che non dipendevi da tua madre come una mocciosa cretina. Non lo hai fatto. Ora quella puttanella si è presa l'uomo tuo. Non ha niente più di te. Guardala. E brutta come la fame. Non sa cucinare. Non sa ricevere la gente. Solo che ci fa l'artista, l'intellettuale... Tu vali mille volte più di lei. Devi fargliela pagare. A lei e a lui. A lui soprattutto. A tutti e du...

«Giulia, Giulia, allora che fate per la befana tu ed Enzo...» Giulia ricadde sul pianeta terra.

«Cosa?» Clemo, un trentenne stempiato, seduto alla sua destra, le stava parlando.

«Vuoi sapere cosa porta la befana? Il carbone! Il carbone per i bambini cattivi.»

 

 

38.SUKIA Ore 22:15

 

 

«Che è stato?

Ho sentito un rumorehhh di laahh» chiese gemendo l'avvocato Rinaldi.

«Stai zitto! Non parlare!» gli ordinò con un mugugno Sukia.

In quel trentuno dicembre Sukia era stata illuminata dalla verità.

Tombola.

Aveva capito perfettamente qual era la vera perversione dell'avvocato. L'aveva scoperta e tirata fuori, alla luce, come un tesoro sumero sepolto sotto tonnellate di terra.

Non per niente era iscritta a psicologia.

K’avvocato era uno shit lover (amante delle feci).

Una delle perversioni più pure e Infantili Quell'uomo era rimasto inchiodato in fase anale edipica a tre anni di età e non ne era più uscito.

E Sukia ora lo sapeva.

Per questo lo aveva ammanettato nudo alla enorme scrivania di mogano, gli era montata sopra e gli stava cagando addosso.

 

 

39.ENZO DI GIROLAMO Ore 22:17

 

 

«E ora come faccio!?» si disse disperato Enzo Di Girolamo mezz'ora dopo essere entrato in gabinetto.

Era ancora seduto sul quel cesso in cui si era cagato pure l'anima.

Era al buio. Se ne era andata via la luce.

Senza una ragione.

Ma non era questo il problema.

Il problema era che in quel cazzo di gabinetto mancava la carta igienica. E siccome quella stronza di Giulia aveva letto su "Gente Casa" che in Inghilterra nelle case chic il gabinetto è diviso dal resto del fottuto bagno in quello sgabuzzino del cazzo non c'era il fottuto bidet, il fottuto lavandino dove pulirsi il culo.

«E adesso?» mormorò affranto.

Non poteva infilarsi le mutande a fresco e uscire. Né tantomeno raggiungere a braghe calate il resto del bagno.

Con la sfiga che si ritrovava, sicuro le luci si sarebbero riaccese mentre lui migrava per il corridoio in quella penosa condizione.

Lo avrebbero visto tutti.

Anche Deborah.

«Che faccio ora?» Aprì uno spiraglio sul corridoio. Tutto buio. Vide in lontananza un bagliore tremulo provenire dal salotto. Candele. Sentiva le risa e il rumore della gente.

«Giulia! Giulia!» urlò piano.

Aspettò. Niente. Non aveva sentito.

«Giuliaaa! Giuliaaa!» urlò più forte.

Ancora niente.

Ma quella ha il prosciutto nelle orecchie?

«Giuliaaaaa! Giuliaaaaa!» urlò a squarciagola.

Finalmente sentì, nel buio, dei passi. Rumore di tacchi che avanzavano. Aveva sentito.

«Chi è?» chiese sospettoso come una sentinella nella notte.

«Giulia sei tu?» «Sì amore, sono io. Che succede?» «Niente. 'Fanculo. E buio. In questo cesso del cazzo manca la carta. Prendimi un rotolo.» «Aspetta...» Sentì i passi di Giulia allontanarsi nel corridoio. Enzo si rimise seduto sulla tazza.

Ci si doveva mettere pure la diarrea...

Giulia tornò poco dopo.

«Enzo, mi dispiace moltissimo. Ho dimenticato di comprare la carta igienica. Non ce n'è più...» «E io come cazzo faccio?» frignò lui.

«Non ti preoccupare. Ti ho portato una risma di carta. Dei fogli A4. È l'unica cosa che avevo in casa. Forse saranno un po' duri...» «Dai qua» ruggì lui.

Enzo si richiuse nel bagno bestemmiando e si pulì come poté nelle tenebre con quella carta rigida e spigolosa. Stava per uscire quando la luce tornò all'improvviso.

«Ma che cazzo... No, non ci posso credere!» ansimò con una mano davanti alla bocca.

Giulia gli aveva dato la sua relazione per l’IRI e lui ci si era pulito il culo.

 

 

40.ROBERTA PALMIERI Ore 22:20

 

 

Roberta Palmieri accucciata su Daniele Razzini, sempre rigido e immobile, stava per raggiungere il secondo dei quattro orgasmi cosmici. Quello di terra.

Incominciò a dibattersi come una posseduta.

«Sì! Sì! Sì! Bravo! Come sei bravo!» urlò Roberta quando sentì l'orgasmo salirle deciso lungo la spina dorsale. Si agitò ancora di più e prese a saltare sul povero Davide che continuava a tenere quel sorriso idiota incollato sulla bocca.

 

 

41.ENZO DI GIROLAMO Ore 22:21

 

 

Giulia sapeva ogni cosa. Tutto. Aveva capito tutto.

Era chiaro come il sole.

Sapeva che lui si stava facendo le storie con Deborah. Che aveva un movimento in corso con la sua migliore amica.

Ne era certo.

Glielo vedeva in quegli occhi gelidi da psicopatica.

Enzo Di Girolamo era seduto a tavola e tremava come una foglia. Faceva finta di mangiare l'arrosto che sapeva di polistirolo.

Tremava di paura. Un'impercettibile vibrazione della mascella e la saliva azzerata.

Come cazzo ha fatto a scoprirlo? Sono stato attento. Attentissimo. Non ho fatto cazzate. E impossibile. Però lo sa. Lo. sa. Lo sa.

Quella era capace di tutto. Di menarlo. Di distruggergli la vita. Di sfondargli il Cherokee.

Due settimane prima erano andati insieme a fare la spesa al GS. Giulia aveva chiesto al bancone degli affettati e dei formaggi due etti di prosciutto cotto. Il salumiere le aveva consegnato una vaschetta di plastica con dentro il prosciutto.

Giulia non ci aveva visto più.

«È la terza volta che glielo dico, io il prosciutto lo voglio nella carta! E lei ogni volta mi rifila questa stupida vaschetta...» «Signora. Ma la vaschetta serve a mantenere intatto il sapore e la freschezza» aveva risposto accomodante il salumiere.

«Stronzate. Ho sempre mangiato il prosciutto avvolto nella carta. Ora arriva uno che dice che bisogna metterlo nella stronza scatola di plastica e tutti a riempirsi i frigoriferi... Lei lo fa apposta. Lo so. È la quarta volta. Io finora sono stata comprensiva, non mi sono arrabbiata...» «A signo' io lavoro. Ho altro a cui pensare. Non so nemmeno chi è lei. La prossima volta me lo dice prima e se no se lo vada a comprare da qualche altra parte che è meglio.» Enzo aveva cercato di calmarla ma lei niente, non ascoltava, urlava a quel poveraccio che stava facendo solo il suo lavoro e alla fine aveva preso la vaschetta e gliel'aveva tirata addosso. Il salumiere era sceso dal bancone incazzato come un facocero africano.

Da mettersi sotto terra.

Era mancato poco che Enzo non avesse preso pure gli schiaffi per difenderla.

È pazza. Pazza come un cavallo. Ha staccato la luce e mi ha fatto pulire il culo con la mia relazione...

Doveva avvertire Debby. Spiegarle la situazione. Era necessario che lei sapesse. Che si trovasse subito un rimedio.

Dovevano scappare. Darsi. E in fretta.

Incominciò a fissare con insistenza Deborah cercando di adirare la sua attenzione.

 

 

42.THIERRY MARCHAND Ore 22:25

 

 

Lo avevano buttato fuori quando aveva incominciato a piangere sul palco e a dire che gli mancavano sua moglie e sua figlia.

Ora Thierry Marchand era steso nel pulmino. Addosso aveva ancora quel frac di paillette blu. Si stava finendo la seconda bottiglia di vodka.

I buttafuori gli avevano sfasciato Regine. Gli giaceva accanto, ferita a morte, con il ponte sfondato e le corde strappate.

Solo il giorno prima, a quei bastardi gli avrebbe spaccato la faccia, ma quella sera non ce la faceva proprio.

Si sentiva troppo male.

Forse era un segno del destino.

Significava che doveva smettere di suonare. Farla finita. Basta.

Sì, sì… me ne torno in Bretagna. A casa. Da mia moglie e da mia figlia. Potrei lavorare come muratore in qualche cantiere. Mi guadagnerei i miei soldi. Forse mio padre, se sa che ho messo la testa a posto mi aiuterà a pagare l'affitto di casa...

Ora era quasi contento che gli avessero sfondato quella maledetta arpa. Poteva ricominciare da capo.

Chissà che starà facendo Annette? si domandò finendosi il fondo della bottiglia.

Starà a casa, con i suoi. Mangeranno la zuppa di cipolle e poi andranno tutti a vedere i pescherecci illuminati a festa rientrare in porto... Che cazzo ci faccio io qua? Ora piglio e parto! Poi rifletté meglio. Cercò di ragionare per quel che la sua mente invasa dall'alcol gli permetteva. Dove vado? Non ho una lira. Farò così, domani mi vendo il pulmino e me ne torno in treno. Ora però voglio chiamare Annette.

Si tirò su. Gli girava tutto intorno. Gli sembrava di stare su una giostra. A quattro zampe incominciò a cercare gli spicci finiti sul fondo del pulmino. Ne trovò sotto i tappetini e sotto le poltrone.

Non erano molti. Abbastanza però per una piccola telefonata. Per augurarle buon anno e dirle che stava tornando.

Aprì lo sportello e scese. Alzò la testa e vide esplosioni di scintille infiammare il cielo e ricadere leggere e luminose tra gli alberi lontani. Erano bellissime.

Si avviò barcollando alla ricerca di un telefono.

 

 

43.DEBORAH IMPERATORE CORDELLA Ore 22:30

 

 

Deborah Imperatore Cordella nonostante la compagnia non fosse proprio il massimo si stava proprio divertendo.

La conversazione aveva preso la direzione che amava di più.

Se stessa.

Sapeva di essere l'astro, là in mezzo. In quel mondo terziario. Di segretarie. Di impiegati di banca. Di grafici pubblicitari. Lei era l'unica che faceva un lavoro creativo. L'unica che sapeva inventare una storia. E tutti pendevano dalle sue labbra.

«Il protagonista è un musicista tunisino, suonatore di 'ûd, un antico strumento arabo. È la storia del suo lento distacco dal suo paese, da sua madre e dell'arrivo in Europa dove cercherà di imporre la sua musica fatta della sabbia, dei silenzi e del vento caldo del deserto. Di come amerà un'europea. E di come tornerà vecchio a casa, in Tunisia, per riconciliarsi con il suo mond...» Stava parlando del progetto per un nuovo romanzo. Il giovane che aveva appena conosciuto, seduto accanto a lei, l'ascoltava ma lei non riusciva a concentrarsi, a esporre la storia come avrebbe voluto, Enzo continuava a guardarla, ad agitarsi, a mandarle dei messaggi muti che la distraevano.

Che palle, che vuole?

Si interruppe e sbuffò inviperita: «Enzo che c'è? Che vuoi? Non vedi che sto parlando?» «Niente... È che ti devo parlare... Una cosa importante» disse lui a bassa voce, appiattito sul tavolo, con fare misterioso.

«Dopo! Aspetta un attimo! Non vedi che sto raccontando il mio romanzo a questo giovanotto. Cosa diavolo sarà mai di così importante?»

 

 

44.MASTINO DI DIO Ore 22:36

 

 

Il Mastino di Dio non ebbe difficoltà a entrare nella palazzina Ponza.

La porta d'ingresso era sfondata.

«Andiamo! Avanti! Tutti su per le scale!» urlò alla massa urlante che lo seguiva.

Gli mancava la barba e sarebbe sembrato Mosè che conduce gli ebrei in Palestina.

 

 

45.AVVOCATO RINALDI Ore 22:42

 

 

L'avvocato Rinaldi non si era mai sentito così tanto degradato e degenerato come quella sera di capodanno.

E tutto questo lo doveva a Sukia, l'umiliatrice.

«Sì, io solo sono il tuo cesso. Il cesso su cui tu, padrona, puoi cagare quanto ti pare e piace» disse fremendo come un pesce appena pescato.

Dalla sua posizione, ammanettato alla scrivania, vedeva il sedere e le gambe della sua padrona. Sullo stomaco sentiva il peso caldo delle feci e per l'eccitazione aveva preso a sbattere la nuca contro il duro pianale della scrivania.

«Ancora! Ancora!» urlò di gioia e mentre urlava ebbe l'impressione che nella stanza ci fosse una presenza estranea. Che fosse entrato qualcuno.

Girò lo sguardo verso la porta e vide una cosa assolutamente impossibile.

C'erano tre uomini.

In smoking.

In piedi vicino alla porta e lo guardavano. Uno aveva il suo fax in mano, un altro, più grosso e con una macchia di sugo sulla camicia, la fotocopiatrice Olivetti sotto un braccio e il terzo la riproduzione del pensatore di Rodin, quella che aveva comprato a Parigi in viaggio di nozze, stretta in mano.

 

 

46.MONNEZZA Ore 22:43

 

 

Erano entrati in quella stanza e avevano visto una cosa assurda.

Un uomo nudo e ammanettato alla scrivania e una giovane donna sopra di lui che gli stava cagando addosso. E quello ammanettato diceva: «Ancora! Ancora!» Ora quei tre se ne stavano là, a bocca aperta, senza sapere che fare e che pensare.

La prima a rompere quell'incantesimo fu proprio la giovane donna. Con un salto felino scese giù dalla scrivania e in tre e tre sei si era rivestita.

«Buona sera signori, voi chi siete?» domandò lei abbottonandosi gli ultimi bottoni della camicetta.

«Noi... noi chi?» balbettò il Monnezza guardandosi intorno.

«Voi! Voi tre! Chi siete?» «Noi siamo... noi siamo... » «Ladri. Giusto?» I tre fecero segno di sì con la testa.

«Ladri! Oddio i ladri!!» urlò l'uomo ammanettato alla scrivania.

«Stai zitto!» gli sbraitò contro la ragazza e quello smise di strillare immediatamente e cominciò a piagnucolare sommessamente.

«E lei chi è?» chiese ancora il Monnezza imbarazzato.

«Mi chiamano Sukia e quello là, che vedete legato al tavolo, è l'avvocato Rinaldi! Ora, signori, immagino che voi siate venuti qui non per passare un piacevole capodanno ma per rubare, giusto?» «Giusto» dissero insieme il Monnezza, il Buiaccaro e Orecchino.

«Bene. A me tutto questo non interessa. Mi prendo i soldi che mi spettano e me ne vado. Voi fate quello che dovete...» Sukia prese dalla giacca blu dell'avvocato il portafoglio e ne tirò fuori una mazzetta di banconote. Se le mise nella cartella e poi tirò fuori dei biglietti di presentazione e li diede ai tre. «Se avete bisogno di prestazioni particolari, di roba bollente, chiamatemi. C'è anche il numero del telefonino. Arrivederci signori... e buon anno» e si avviò decisa verso la porta mentre l'avvocato prese a piangere più forte.

«Ma perché gli ha fatto la cacca addosso?» le domandò il Monnezza con il bigliettino in mano e la fotocopiatrice sotto il braccio.

La giovane si fermò, sorrise e con tutto il candore del mondo disse: «Gli piace.» E poi sparì.

 

 

47.OSSADIPESCE Ore 22:47

 

 

«Insomma hai capito? Il capodanno ce l'abbiamo dentro. Non è fuori. E un fottuto esame e non ci sono strategie per affrontarlo, lui ti frega sempre. È più forte. Non ci sono cazzi. Ti spezza. Ti massacra. Puoi fare quello che ti pare. Puoi stare in un atollo indonesiano, in un monastero nepalese a meditare, in un megafestone esagerato... Non c'è un cazzo da fare, a un certo punto della serata ti chiedi: Allora che hai fatto quest'anno? E che farai nel prossimo? Cambierai? Ce la farai a cambiare? Ti guardi in giro e vedi gente che festeggia, che si diverte, che ti piglia sotto braccio. E ti dice che ti vuole bene. E ti baciano. L'altr'anno a un veglione mi sono trovato abbracciato a due vecchi ciccioni che mi stringevano come se fossi stato il loro migliore amico e mi baciavano augurandomi felice anno nuovo. Che schifo! Ma chi vi conosce? Invece guarda qua, non c'è nessuno. Io e te da soli. In graziadidio. Come si sta bene! Niente rotture di coglioni, niente...» stava dicendo Ossadipesce con la canna in bocca e lo sguardo spento puntato sul soffitto quando fu interrotto da qualcuno che bussava alla porta.

Tirò su la testa da bradipo.

«Oh, oh. Bussano!» disse scuotendo il braccio di Cristiano che intanto se la dormiva alla grande. «Pronto! Chi è? Che è? Che succede?» bofonchiò Cristiano.

«Bussano! Chi sarà?» chiese preoccupato Ossadipesce.

«E chi vuoi che sia? Mia madre! Spegni quella canna!» sbuffò Cristiano e si alzò.

 

 

48.GAETANO COZZAMARA Ore 22:56

 

 

Non ci poteva credere.

Gaetano Cozzamara non ci poteva credere.

Non era possibile.

Chi era tutta quella gente? Chi l'aveva invitata? Com'erano entrati?

Non è possibile!

Dentro l'enorme salone di casa Sinibaldi c'era il panico più totale. Duecento persone.

Persone, furie della natura.

Quell'idiota dello Scaramella aveva invitato tutta la curva nord dello stadio di Nola. Compresi di famiglia.

Si erano gettati a pesce sul buffet e lo avevano divorato. Cantavano. Ballavano. Inneggiavano al Nola. Ogni tanto tra tutti quei buzzurri riusciva a riconoscere qualche essere umano, un vero invitato, trascinato da vere e proprie maree di scalmanati.

Vecchi signori eleganti allucinati. Signore romane disorientate.

Gaetano stava a pezzi. Voleva sotterrarsi. Scomparire. Diventare piccolo piccolo. Come una formica. Ma non poteva.

Doveva mandarli via. Salvare la casa.

I quadri!

Quei selvaggi stavano appoggiati ai Guttuso, ai Mondrian, ai Branzoli.

Gli veniva da vomitare.

Lo ammazzo. Se trovo quel figlio di troia dello Scaramella giuro sulla Madonna di monte Faito che lo ammazzo.

Era un uomo finito. Doveva emigrare. Ricominciare tutto da capo. Con Roma aveva chiuso. Chiuso definitivamente. Dopo una figura di merda come quella. Niente di niente. La contessa lo avrebbe ucciso.

Un Pithecanthropus erectus con una bottiglia di vodka in mano ballava la tarantella sul tavolo del buffet. Saltava sui tramezzini al caviale e i rustici al formaggio e ripeteva: «Casalotti! Casalotti! Vaffanculo! Vi spaccheremo il culo.» Lo riconobbe subito. Sì, era lui. Come si fa a dimenticare uno così. Il capo degli ultra. Una bestia chiamata Mastino di Dio. Quello con una capocciata aveva rotto la testa a un tifoso del Frosinone. Un pregiudicato... Nella casa della contessa Scintilla.

Gaetano guardava attonito quell'orrore. Doveva fare qualcosa. Ma non sapeva cosa.

La polizia.

Sì, doveva chiamare la polizia. Subito.

Si avviò verso il telefono facendosi largo a spallate.

II telefono era occupato. C'era uno che parlava e diceva: «Pronto! Pronto! Pietro!? Sono Pasquale. Sì, Pasquale Casolaro, tuo cugino. Buon anno! Auguri a tutta la famiglia! che ore sono là, in Australia? Qui è quasi mezzanotte. Siamo a una festa bellissima...» Gli strappò strillando la cornetta dalle mani. Stava per fare il 113 quando vide in cucina lo Scaramella che tranquillamente apriva il frigorifero e cercava da bere. Mollò il telefono e con un balzo felino gli fu addosso. Lo afferrò alla gola e urlò: «Bastardo! Bastardo! Mi hai rovinato la vita e io ti ammazzo!» Ci vollero dieci persone per dividerli.

 

 

49.MICHELE TRODINI Ore 23:00

 

 

Michele tanto aveva fatto che era riuscito a portare tutta la famiglia sul terrazzino, sorella e mamma compresa. Tutti imbacuccati dentro i cappotti e le sciarpe di lana.

«Nonno, quanto manca?» Il nonno si appiccicò l'orologio al naso.

«Un'ora. C'è tempo ancora.» «Allora dovete fare tutti attenzione. Queste sono cose pericolose. Fate quello che vi dico. Marzia ascoltami bene» disse il signor Trodini alla figlia.

Quanto gli piaceva comandare al daddy. Era fatto così.

«No. Marzia no... Che c'entra lei?» si arrabbiò Michele.

Marzia una bambina di dieci anni con dei grossi occhiali sul naso urlò: «Anch'io, anch'io!» «Anche tua sorella vuole sparare i fuochi. Non essere prepotente, Michele» disse la signora Trodini conciliante come al solito.

 

 

50.CRISTIANO CARUCCI Ore 23:02

 

 

«Di là c'è la torta. Venite pure voi. Dai Cristiano, porta il tuo amico di là. C'è il profiterol» disse la signora Carucci tentando di aprire la porta della camera, ma Cristiano si opponeva dall'altra puntando i piedi a terra.

«Ti prego ma'. Non la voglio la torta. Veramente. Non mi piace il profiterol.» «Cristiano, ma che è questa puzza? C'è uno strano odore qua dentro. Ma che avete bruciato?» fece la signora Carucci infilando il naso tra porta e stipite.

«Niente mamma. Sono i calzini di Ossadipesce...» «C'è il profiterol? Dio quanto mi piace il profiterol...» «Stai zitto tu!» disse Cristiano a Ossadipesce bruciandolo con uno sguardo di fuoco.

«Mamma, ti prego. Lasciaci in pace. Stiamo per uscire...» «Fai come ti pare. Comunque sei il solito... Che penseranno di te?» «Sì, ma'... Vabbe'» disse lui spingendola fuori. Richiuse la porta a chiave.

«Non possiamo più stare qui. Mia madre avrà capito tutto, cazzo!» disse poi all'amico cercando di disperdere con le mani il nebbione.

«Rimettiti a letto, tranquillo. Non ti agitare. Ti fa male... C'era il profiterol, cazzo.» «Ma non lo vedi che c'è qua dentro? Sembra di stare in una fumeria tailandese. Se mia madre entra qua si sconvolge come una zucchina...» «È questo il dramma di voi portieri. Siete relegati nell'oscurità an gusta dei seminterrati, un po' come i vermi sottoterra... È nella vostra natura. Gli occhi... Sì, gli occhi vi scompariranno e la pelle vi diventerà bianca...» «La smetti di dire stronzate. E poi io non sono portiere...» «Sei figlio di portieri. Ce l'hai nel DNA. Sei geneticamente usciere...» «Vaffanculo! Comunque meno male che ti eri levato le scarpe. Secondo te mia madre ha riconosciuto l'odore dell'erba?» «Ma che...» Cristiano continuando a girare in tondo per la stanza disse: «Basta! Non ce la faccio più a stare qua dentro. Usciamo. Mi è salita un'ansia...» «E dove andiamo?» «Che ne so... Hai detto che sapevi di un sacco di feste...» «Mah, deve essere tutto uno schifo. Qui si sta alla grande, dai. Che ce ne frega. E poi un capodanno finocchio io e te da so li non lo abbiamo mai fatto. Rimettiamoci a letto, ci prendiamo una boccia di spumante e il profiterol e chi ci ammazza.» Cristiano parve riflettere un attimo indeciso.

«E la dinamite?» «La spariamo più tardi. Dietro al centro sociale. Adesso sto troppo sconvolto per affrontare il traffico e il casino, veramente sto parecchio male.» «D'accordo. Facciamo come dici te. io vado a prendere il dolce. Ma tu resta qua, non ti muovere, hai una faccia...»

 

 

51.CONTESSA SINIBALDI DELL'ORTO Ore 23:08

 

 

La contessa Scintilla Sinibaldi dell'Orto continuava a dormire.

Lessa di gin fizz. Stesa a pelle di leone sul letto a baldacchino della sua stanza. Il lungo abito da sera di Ferragamo mezzo sfilato. Le scarpe di Prada buttate a terra. La bocca, ripiena di collagene, spalancata.

Russava sonoramente.

I lunghi capelli rosso fuoco normalmente chiusi in un dignitoso chignon ora le scendevano sulle spalle scomposti.

Whisky, Pallina e Vodka, i suoi tre piccoli scotch-terrier neri le leccavano la faccia e abbaiavano verso la porta chiusa. Dall'altra parte la domestica filippina cercava rispettosamente di svegliare la padrona bussando.

«Contessa, contessa ci sono molti invitati strani... Contessa... La casa...» ripeteva piangendo.

Ma la contessa non sentiva né lei né i suoi chiassosi ospiti né le deflagrazioni dei fuochi artificiali nel cielo romano.

 

 

52.MICHELE TRODINI Ore 23:20

 

 

«Papà! Papà! Guarda! Li vedi! Lassù, lassù!» disse Michele Trodini al padre che teneva in mano una di quelle bacchette che fanno le scintille.

«Dove, Michele?» «Lì, davanti a noi, guarda.» II signor Trodini puntò lo sguardo dove gli indicava la mano di suo figlio e vide.

Di fronte a loro, sul terrazzo all'attico della palazzina Ponza, c'era il delirio. Una bolgia. Fumogeni rossi.

Un girone infernale.

Urlavano come dannati degli slogan incomprensibili tanto erano forti i botti che sparavano. Roba tipo: «Nola Nola non sei una banderuola».

Alcuni petardi erano finiti nel campo da tennis del comprensorio formando dei piccoli falò.

«Ma chi ci abita in quell'appartamento?» chiese il signor Trodini al nonno.

Anselmo Frasca seduto sopra la sedia a sdraio regolò il binocolo. Sembrava un generale austriaco che osserva le file nemiche dall'altra parte della valle.

«La contessa Sinibaldi. Quella con i cani» disse il vecchio che conosceva ogni cosa del comprensorio.

«Quella grandissima s...» Stava per dire stronza ma si trattene in tempo. I bambini.

«Ma che razza di gente invita?» chiese allucinato.

Il signor Trodini a quella là la odiava con tutte le forze. Arrivava nella sua Mercedes dentro al parcheggio del comprensorio e sembrava che fosse tutto suo. Già tre volte si era messa nel posto riservato ai Trodini infischiandosene.

Puttana aristocratica. Con quei tre cagnacci antipatici. Il signor Trodini aveva protestato vivacemente alla riunione condominiale ma lei se ne fregava, continuava tranquilla a posteggiare nei posti degli altri e a guardare tutti dall'alto in basso.

Ma chi ti credi di essere?

«Certo stanno facendo un bel macello, lassù» disse ancora il nonno e poi urlò: «Attenti!».

La famiglia Trodini si acquattò tra i vasi di fiori.

Un razzo colpì il tetto della loro palazzina. Ci fu un forte scoppio e caddero proprio di fronte a loro pezzi di tegole e calcinacci.

«Ma sono impazziti! Che fanno?!» urlò il signor Trodini spingendo sua moglie e sua figlia dentro casa.

«Ci sparano addosso. Eccone un altro. Sono in una posizione strategica» disse ancora il nonno impassibile.

 

Il secondo razzo finì proprio sopra le loro teste. Tra il terzo e il quarto piano. Caddero altri calcinacci. «Troia bastarda. Contessa del cazzo! Ci vuoi uccidere a tutti?» non si trattenne più il signor Trodini. «Ippolita! Chiama i carabinieri, questi ci distruggono casa!» urlò alla moglie.

Intanto Michele, riparato dai vasi di fiori, osservava il campo nemico e vide che dalla terrazza avevano cominciato a tirare giù roba.

«Papà, guarda!» Nel bagliore rosso e fumoso che copriva l'attico e la terrazza era apparsa una figura gigantesca e nera. Avanzava traballando. Sopra la testa reggeva un enorme vaso da fiori. Doveva pesare almeno cento chili.

«Che sta facendo?» domandò Michele.

Nessuno rispose.

Era un demone scappato dall'inferno. Faceva paura. Montò con fatica sulla balaustra e lanciando un urlo alieno tirò il vaso di sotto.

In mezzo al parcheggio.

Finì proprio sopra la Opel Astra del signor Trodini.

Le sfondò il tetto e le ruote si piegarono in fuori stroncandole la vita.

Nonno Anselmo, il signor Trodini e Michele erano tutti e tre a bocca aperta. Tre statue di cera.

Non era possibile.

Quel figlio di puttana gli aveva tirato un vaso da fiori sulla Opel. L'Opel che ancora non avevano finito di pagare. Mancavano ancora tre comode rate. L'Opel con l'aria condizionata e i finestrini elettrici e i sedili in alcantara.

Il signor Trodini si riprese da quell'orrido incanto in cui era cascato e crollando in ginocchio levò i pugni verso il cielo e urlò: «L'Opel nooo! Nobili del cazzo, questa la pagherete! Avete voluto la guerra e guerra sia!» Si rialzò. Afferrò il tavolo di plastica e ci fece uno scudo con cui ripararsi.

«Che vuoi fare Vittorio? Che vuoi fare? Torna dentro, Vittorio. Non fare il pazzo... ti prego!» frignava intanto la signora Trodini con la testa fuori dalla portafinestra.

«Stai zitta, donna! Vai a nasconderti con tua figlia in cucina! Michele corri. Prendi tutti i razzi e i botti che hai nascosto sotto al letto. Nonno Anselmo, riparati qua.» E il signor Trodini era solo un comandante. Un audace comandante e un piccolo manipolo di eroi invischiati in una guerra antica come il mondo.

Proletariato contro Nobiltà infame.

A Michele gli si aprì un sorriso sulla faccia e disse solo: «Vado, pa'.»

 

 

53.GIULIA GIOVANNINI Ore 23:23

 

 

Mamminacara. Ho sbagliato tutto. Io queste persone non le conosco. Perché stanno a casa mia? Perché mangiano alla mia tavola? La roba che ho comprato io. Mammina, io non li voglio più qui.

Giulia Giovannini vedeva tutti quegli invasori seduti alla sua tavola. Se avesse avuto il coraggio si sarebbe alzata e gli avrebbe chiesto di andarsene. A tutti.

Lasciatemi in pace. Voglio solo andare a dormire.

Ma coraggio non ne aveva. E lei sapeva di non averne mai avuto in vita sua.

A quello gliele hai date tu le chiavi di casa tua... Li hai invitati tu.

Perché non era più forte? Perché non capiva niente della gente? E perché si faceva fregare da tutti? E perché quella squinzia senzatette ora stava lì e faceva il bello e il cattivo tempo alla cena che lei aveva preparato? E perché quel bastardo continuava a guardarla con occhi adoranti?

E io? Io non conto niente per te, bastardo? Io sono meno di zero. Un nulla. Buona solo a preparare le tue cene, a lavarti le mutande e a farti i pompini.

Poi sentì la voce di mamminacara parlarle: Stellina di mamma. Smettila. Smettila. Fallo per mamminatua. Non c'è problema. Come diceva papà? A ogni errore c'è un rimedio. E il rimedio è così semplice.

Devi fargliela pagare.

Fagli vedere chi sei. Quanto vali.

Hai capito piccina?

Gliela devi far pagare.

Sì, mamminacara. Sì, mamminacara. Ti dimostrerò che non sono una buona a nulla. Vedrai, tua figlia da quest'anno è un'altra persona.

Un tizio di cui ora non ricordava neanche più il nome le si era appiovrato addosso e continuava a parlarle.

Che voleva? Perché non la lasciava in pace? Lei aveva altro a cui pensare.

Fece uno sforzo per cacciarsi la mamma fuori dalla testa.

«... Non sarebbe male. Un po' di musica. Potremmo ballare. Per festeggiare. Mancano quaranta minuti a mezzanotte. Ti va di metterla?» diceva quello, con un sorriso che a Giulia non piacque proprio.

Falso. Falso come Giuda. Anche quello lì la considerava un nulla.

«Che cosa? Scusa, non ho capito?» «Non puoi mettere su un CD, un disco, che ne so, una cassetta?» Giulia gli sorrise. Un bel sorriso falso. Un perfetto sorriso da padrona di casa.

Casa mia è casa tua.

Vuoi la musica? Eccoti la musica.

Si alzò da tavola e si ravvivò la pettinatura passandosi le dita nei capelli.

«Certo. Certo. Un po' di musica. Una bella cassetta per festeggiare...» disse e si avviò in camera sua.

 

 

54.GAETANO COZZAMARA Ore 23:25

 

 

Gaetano Cozzamara stava in cucina con il naso gonfio come una melanzana sotto il rubinetto.

Quel bastardo dello Scaramella doveva averglielo rotto.

Gli aveva fatto male anche lui però. Gli aveva spaccato uno zigomo.

Prese uno strofinaccio e se lo premette contro il naso. Superò un gruppo di tifosi che dopo aver svaligiato la dispensa si stavano preparando pasta con i pomodorini e basilico mentre la cuoca filippina piangeva disperata seduta su una sedia.

Non sapeva veramente più che fare. Come salvarsi il culo. Era troppo stordito per decidere un piano.

Chi se ne frega, sarà quel che sarà, si disse affranto.

Entrò in salotto.

Ballavano. Tutti. Il salotto si era trasformato in una gigantesca sala da ballo. Vecchi. Vecchie. Bambini. Chiunque avesse due gambe piroettava scatenato. Si stavano divertendo.

Gaetano rimase affascinato a guardarli e si chiese se nonostante tutto non avesse fatto una grande cosa.

Organizzare una festa per i suoi paesani. Probabilmente nessuno di loro era mai stato in una casa bella come quella.

«Gaetano! Gaetano!» sentì alle sue spalle.

Si girò e si vide davanti il vecchio marchese Sergie paonazzo in volto.

Gaetano si fece gnomo per l'imbarazzo.

«Ho saputo che sei stato tu a organizzare questa festa. Complimenti. Erano anni che non mi divertivo così. Bravo!» continuò il marchese arrotando le parole con la sua erre moscia e dandogli una pacca sulle spalle.

Non fece in tempo a dire niente che il marchese era di nuovo in pista a ballare come uno scatenato.

Stai vedere che mi dice pure bene, pensò un po' più rilassato.

Vide una ragazza che danzava. Una ragazza che aveva già visto da qualche parte. A Nola sicuramente. Ma non ricordava dove. Era proprio un gran pezzo di giovanotta. Con quei ricci neri e quegli occhi scuri da gitana. Indossava una minigonna da brivido e una maglietta inesistente.

Gaetano si guardò un attimo in uno specchio.

Il naso era gonfio e un po' rosso. Ma non molto. Si mise a posto i capelli, si rinfilò la camicia nei pantaloni e con passo piacione si avvicinò alla giovane.

«Scusami! Io sono Gaetano Cozzamara, l'organizzatore del party... Sono sicuro che ci siamo già visti... Non mi ricordo dove... Forse a Maiorca.» La ragazza si fermò ansimando. Gli fece un enorme sorriso mettendo in mostra una dentatura perfetta e bianchissima che contrastava con quelle labbra scure.

«All'alberghiero... Certo che ci conosciamo! Io sono Coticone Angela. Io mi ricordo benissimo di te. Stavamo in classe insieme al primo anno dell'alberghiero. Poi ti hanno bocciato...» «Studiavo poco...» bofonchiò lui imbarazzato.

Coticone Angela. Certo. Quella che stava al primo banco. Era una cozza inguardabile. Aveva i brufoli e ora... E cresciuta, si è fatta donna. Ha tirato fuori un corpo incredibile.

«Sì. Eri un ciuccio terribile. Ti ricordi della professoressa Pini?» «Eccome... quella d'italiano.» Questa stasera è mia. Ora la lavoro un po', ma già la vedo disponibile. Me la porto a casa...

«No! Era quella d'inglese... Dai. Lo sai una cosa, quando stavamo in classe insieme mi piacevi da impazzire. Mi ricordo che riempivo pagine e pagine del diario scrivendo Cozzamara, Cozzamara, Cozzamara... E ora so che vivi a Roma e tutti dicono che conosci quelli della televisione...» fece lei con un sorriso malizioso.

Occhei. Occhei. Coticone Angela mi sta provocando... Vuoi essere punita!

«Senti! Perché non ce ne andiamo da qua... Io e te. Da soli. È noiosissimo qua. Roma sta impazzendo in questo momento. Ho la macchina di sotto e c'è una festa su un barcone sul Tevere...» Lei sembrava tentata ma titubava.

«Angela, che c'è? Non ti va?» «Verrei. Non sai quanto mi piacerebbe solo che c'è il mio uomo...» Gaetano ricevette un affondo nel costato che lo indebolì un po', ma sapeva di avere abbastanza fascino da strapparla al fidanzato.

«E non lo trovi deliziosamente eccitante fuggire con una vecchia fiamma per lidi migliori...» «Sì, veramente... solo che...» È coriacea la ragazza! ma ce la farò, pensò ancora Gaetano e la fulminò con uno sguardo alla Antonio Banderas.

 

 

55.MONNEZZA Ore 23:28

 

 

Dopo che la puttana se ne era andata il Buiaccaro e Orecchino cominciarono a litigare.

«Quello là» sbraitava il Buiaccaro indicando l'avvocato Rinaldi che strillava come un maiale sgozzato «ci ha visti in faccia tutti e tre... Siamo fottuti. Io non voglio cominciare l'anno a Regina...» «Ma quale Regina e Regina... siamo a cavallo...» fece Orecchino che sapeva il fatto suo e non ragionava con i piedi come il collega.

«Siamo a cavallo di che!?» «Dell'avvocato! Ascoltami. Noi ruberemo pure, ma lui... Lui si fa cagare addosso dalle puttane. Capisci! Cos'è più grave? Dimmelo tu...» La risposta del Buiaccaro fu immediata. Senza esitazioni.

«Quello è un porco... Noi siamo solo ladri. Quello veramente fa schifo.» L'avvocato non la piantava più di frignare. Aveva un pianto stridulo, rompitimpani, che riusciva a coprire anche le esplosioni.

Un incubo.

«Questo maiale mi sta spaccando le orecchie» sbuffò Orecchino e poi cattivo all'avvocato: «Cazzo... Stai zitto!».

Niente da fare. Quello continuava: «Ahhh! Aiuto! Non mi fate male vi prego. Vi darò tutto, tutto... Chiedete!» «Monnezza per favore pensaci tu. Non riesco a concentrarmi così» fece Orecchino stanco.

Il Monnezza, seduto alla scrivania, stava facendo manbassa della cartoleria, penne stilografiche, pennarelli, quaderni, grappettatrici e gomme da cancellare. Tutta roba utile a suo figlio Eros, che faceva la quinta elementare.

«Monnezza, per favore. Vuoi collaborare!?» «Che c'è? Mi ero distratto!» «L'avvocato. Fallo stare buono, perdio!» Il Monnezza con tutte le tasche piene di penne e matite si alzò e andò dall'avvocato che si agitava e urlava e sbatteva le gambe come un bambino a cui devono fare l'iniezione.

Lo guardò un attimo e senza sapere né leggere né scrivere gli mollò una pizza a mano aperta in faccia producendo un sonoro sciak.

«Aaahhhhhhhh» mugugnò l'avvocato e si rannicchiò su se stesso con i movimenti di un'aragosta messa a bollire.

Il Monnezza rimase turbato. Un po' come gli uomini primitivi di fronte alla magia del fuoco.

In quel grido non c'era solo sofferenza, c'era qualcosa di più, sì qualcosa di più, c'era piacere. Sì, c'era piacere.

Strano. Molto strano...

Gli mollò un'altra papagna a scopo scientifico.

«Aaahhhhh, siiiiii. Ancora» rantolò l'avvocato.

Gli piace! Capito? A questo maiale gli piace se gli meni! comprese a un tratto il Monnezza.

Se ne stava lì, felice, legato a quel tavolo con gli occhi semichiusi di un gatto che fa le fusa, con quella bocca molliccia e umida di bava.

«A te ti ho capito sai!? Sei un maiale, un...» Non gli veniva la parola.

«... un pervertito, ecco cosa sei!» E gli tirò un cazzotto in pieno volto.

 

 

56.ENZO DI GIROLAMO Ore 23:30

 

 

«Vi va di ballare? Sgranchiamoci le gambe. Manca solo mezz'ora a mezzanotte. Forza!» disse il giovane che aveva chiesto a Giulia di mettere la musica.

Poi incominciò a tirare su i più pigri che se ne stavano seduti a tavola, a mangiare il gelato di crema e cioccolato fuso. Afferrò Enzo per un braccio.

«Dai Di Girolamo, scatenati. Fai rivivere il vecchio ballerino...» «No grazie... Ora non ho voglia. Tra un po' forse...» fece Enzo distratto.

Non riesco a parlare con quella deficiente di Deborah, continua a chiacchierare e non mi guarda di striscio. Forse dovrei afferrarla per un braccio e obbligarla ad ascoltarmi. Non mi crederà mai. Dirà che sono matto... Io quasi quasi me ne vado da solo. La mollo qui.

Il presentimento c'era. Un terribile presentimento.

Aveva osservato gli occhi di Giulia e non gli piacevano per niente. Occhi di psicopatica. Decise che era giunto il momento di filarsela.

Tutti incominciarono ad alzarsi. Alcuni aprirono le portefinestre del balcone e si misero a guardare i fuochi d'artificio che imperversavano tutto intorno a loro. Un giovane che si era portato qualche bengala li distribuiva alle ragazze. Altri si erano seduti sul grande divano e guardavano la televisione dove apparivano gli ospiti della trasmissione di capodanno di Rai Uno con Mara Venier e Frizzi. In un angolo dello schermo appariva in caratteri digitali il conto alla rovescia per l'anno nuovo.

Deborah si era spostata al centro del salotto e continuava a parlare animatamente con un gruppetto di ospiti. Sembrava rilassata con quel bicchiere di whisky in mano. La padrona dell'universo. La madre di tutte le conversazioni.

Enzo rimase seduto.

A riflettere.

 

 

57.CRISTIANO CARUCCI Ore 23:32

 

 

«Ma questo è un posto fantastico. Non me lo hai mai fatto vedere. E il massimo. Questa sì che è una vera tana» disse ammirato Ossadipesce.

Cristiano e Ossadipesce erano nel locale della caldaia. Più sicuro dagli assalti della signora Carucci. Ci si entrava attraverso la camera di Cristiano. Si scendono delle scalette ed eccoti lontano anni luce dall'inferno di fuochi d'artificio.

Ossadipesce teneva in mano il piatto di profiterol e Cristiano la boccia di spumante.

Il locale era grande. E ci faceva un bel calduccio. A un lato erano appesi lenzuoli ad asciugare, dall'altro un vecchio tavolo su cui erano poggiate cianfrusaglie, attrezzi meccanici, grovigli di fili elettrici. Una vecchia lavatrice sfondata. Scatoloni di cartone. E proprio in mezzo alla stanza troneggiava una antica e mastodontica caldaia che vibrava sommessamente.

Scaldava tutto il comprensorio.

Grossi tubi neri uscivano da sotto alla macchina e si infilavano nei muri.

Ossadipesce osservava. Osservava i resti di un vecchio motorino Malaguti, delle fotografie ammassate in una scatola da scarpe. Si avvicinò a un angolo buio da cui emergeva il profilo di un tavolino.

«E questi che sono?» domandò.

«Ma niente. Era l'hobby di mio padre. Costruire modellini. Ci passava intere nottate qua dentro...» Il padre di Cristiano era morto tre anni prima. Se lo era portato via il cancro.

«Dico sempre a mia madre di buttarli ma lei non vuole. C'è affezionata. A me fanno tristezza.» «Però era bravo tuo padre. Guarda qua...» Ossadipesce aveva tra le mani una perfetta riproduzione di una nave vichinga con il suo bravo drago a prua, la vela a righe rosse e bianche, i banchi dei vogatori e le file di remi.

«Senti, se non ti scoccia, me la potresti regalare...» chiese esitante.

Cristiano rimase un attimo in silenzio, poi strinse le labbra e ansimò: «Prenditela.» «Veramente!?» «Ho detto prenditela.» «Grazie!» Cristiano aveva aperto un vecchio e sfondato divano letto e si era messo a rollare uno spino. Ossadipesce continuava a guardare là in mezzo ai modellini. A un tratto gli si illuminarono gli occhi, proprio come ai gatti.

«Non sai... Cristiano. Non sai... non sai che ho trovato.» «Che hai trovato?» fece Cristiano poco interessato. Stava bagnando la colla della cartina con la lingua.

«Solvente. Solvente per pittura. Per i modellini.» «E allora?» «È un allucinogeno. Lo so. Anche mio cugino Franco era in fissa con il modellismo poi dopo è diventato un vecchio tosico e mi raccontava che ogni tanto si sniffava questa roba che era meglio di un acido. Spariamocela!» «Che stronzata...» disse Cristiano oramai allungato comodo.

«Io giuro su Dio che non ti sopporto. A te San Tommaso ti fa una sega. Ogni volta che ti dico una cosa tu non mi credi mai.» Ossadipesce intanto aveva incominciato ad armeggiare sul barattolo con un cacciavite per cercare di aprirlo. Con un colpo più deciso il tappo volò via.

Ossadipesce avvicinò un attimo il suo lungo becco al barattolo. Ne usciva fuori un puzzo sintetico, di vernice, colla.

«Questa roba non sai dove ti manda...» «Grazie, io ho già dato. Sto fuori dalla graziadidio con quest'ultima tromba» disse Cristiano con un fare saggio e rilassato.

«Cazzo è capodanno. E se non ci si sballa a capodanno, quando ci si sballa? Facciamoci solo un tiro per uno. E basta. Giusto per vedere se funziona. Dai, io lo faccio.» Cristiano lo sapeva che il suo amico lo avrebbe fatto. Era testardo come un mulo e quando decideva una cosa non c'erano cazzi che tenevano.

«Secondo me fai una grandissima stronzata...» Ossadipesce si era seduto e guardava con gli occhi spiritati quel barattolo magico. Lesse più volte il nome e la composizione del prodotto. Cloruro di ammonio. Ossido di azoto. Poi reggendolo con tutte e due le mani se lo mise sotto al naso e aspirò con forza. Chiuse gli occhi, strizzò la bocca in una smorfia di dolore e piegò la testa di lato. Le dita gli diventarono bianche intorno al barattolo.

«Oh! Oh! Ossadipesce. Che c'è? Che ti senti?» disse Cristiano alzandosi di scatto dal letto e accorrendo verso l'amico, ma quando gli fu vicino lui riaprì piano gli occhi, un po' più rossi del solito e un grosso sorriso gli deformò la bocca.

«Non sai che è... Ti arriva dritto dritto nel cervello. Non ci sono barriere ematoencefaliche che tengano. Mitico. Prova. Già mi sento meglio. Devi provare.» «Col cazzo. Quello ti fa fuori un milione di neuroni in una botta sola.» «E tanto. Milione più milione meno. Devi provare assolutamente. Te lo senti nel collo, dentro la nuca.» Cristiano aveva afferrato il barattolo e lo guardava.

«Prova. Non fare il codardo come il solito, cazzo.» «È fico?» «Di più.» Cristiano esitante portò il barattolo al naso e disse: «Che puzza!» e poi aspirò anche lui.

 

 

58.MICHELE TRODINI Ore 23:37

 

 

Sul terrazzo di casa Trodini si stavano organizzando bene.

«Michele! Bravo! Hai comprato un arsenale. Molto bene!» disse il signor Trodini studiandosi i fuochi pirotecnici.

«E che progresso che c'è stato... Ai miei tempi c'erano solo le bombecarta. Qui invece vedo razzi, bengala...» aggiunse il nonno.

Michele era felice.

«Forza! Facciamogli vedere chi siamo» disse il signor Trodini puntando un lungo razzo dall'aria cattiva contro l'attico della contessa.

 

 

59.GIULIA GIOVANNINI Ore 23:40

 

 

Giulia Giovannini si riprese dallo stato catatonico in cui era caduta.

Quanto tempo era rimasta seduta sul letto a ricordare?

A ricordare cosa?

Lei e Deborah al ginnasio. Il viaggio in Grecia insieme. Le feste. Ed Enzo. Il primo incontro. Il primo bacio. Quando lo aveva fatto conoscere a Deborah.

Aveva composto il puzzle di ricordi che aveva in testa e ora finalmente ogni cosa aveva preso il verso giusto.

Era sempre stata considerata una povera deficiente. Presa in giro alle spalle. Da Deborah. Da Enzo. Da tutti.

Si alzò in piedi.

Che era venuta a fare in camera da letto?

La cassetta! Metti la cassetta!

La voce di mamminacara.

Infilò una mano tra i seni e tirò fuori la chiave. La chiave segreta. Aprì il cassetto del comodino vicino al letto. Prese la cassetta.

La simpatica prova che inchiodava quei due falsi traditori bastardi alle loro responsabilità. «Mamminacara, è giusto quello che sto facendo?» mormorò tra sé andando nello studio.

Non hai voglia di vedere che faccia fanno? Non ti va di divertirti pure te un pochettino questa sera?

Lo stereo era un moderno e nero impianto Sansui con altoparlanti in tutte le stanze. Lo accese. Si illuminò di un caldo e rassicurante verde. Spinse il bottone che attivava le casse del salotto. Aprì lo sportello del registratore e ci infilò dentro la cassetta. Chiuse e mise il volume al massimo.

«Ora si balla, ragazzi!» ghignò e spinse Play.

 

 

60.THIERRY MARCHAND Ore 23:40

 

 

Non riusciva a trovarlo. Continuava a girare senza trovarlo. Un telefono! Voglio un fottuto telefono! Da quanto tempo sto girando?

Thierry Marchand era entrato dentro il "Comprensorio delle Isole" e lì si era perso nel parcheggio. Camminava piegato dall'alcol tra le macchine con quel mucchio di monetine in mano. Gli occhi due fessure buie. Sbatteva contro le fiancate delle macchine. Non vedeva più ma sentiva sopra la testa una guerra. Una guerra vera.

Scoppi. Esplosioni. Urla. Mattoni che cadevano.

Che sta succedendo? Ah già, è capodanno.

Ora si sentiva veramente male. L'alcol gli bruciava le budella. Si dovette sedere un attimo. Solo un attimo. E poi si sarebbe rimesso a cercare il telefono. Aveva l'impressione che alcune esplosioni non fossero troppo lontane. Forse addirittura in mezzo alle macchine. Sentiva l'odore dello zolfo nelle narici.

È meglio che mi riparo.

Strisciò fino alla palazzina più vicina e lì si sedette.

D'accordo. Domani. Domani chiamo Annette. Domani le dico che sono cambiato. Domani vendo il pulmino. Domani parto. Domani.

 

 

61.ENZO DI GIROLAMO Ore 23:40

 

 

«Ciao Giulia, sono Debby. Non so proprio che fare. Tu come ti vest...» Enzo sobbalzò sulla poltrona.

Che è?

La voce di Deborah. Fortissima. Amplificata. Da dove veniva? Si girò su se stesso, guardò in giro. Dalle casse. Arrivava dagli altoparlanti dello stereo.

Che stava succedendo?

«Pronto!? pronto Debby. Sono Enzo.» «Enzo!?» La riconobbe subito. La sua voce. La sua voce registrata. E l'altra era quella di Deborah. La telefonata. Quella fatta nel pomeriggio. Quella in cui si era dato appuntamento con Debby. Provò a prendere fiato ma per lui non c'era più aria in quella stanza. Sentì lo stomaco trasformarsi in un'impastatrice per cemento. Provò ad alzarsi ma non ce la fece.

«Sì. Sono io. Giulia non c'è. Che stai facendo?» «Niente... Che palle. Non ho nessuna voglia di venire alla cena di Giulia. Uffa! Non ce la faccio proprio stasera. Il capodanno va fatto nei paesi mussulmani. Lì alle dieci tutti a letto...» Le conversazioni si erano improvvisamente interrotte. Spente. E tutti ascoltavano. Enzo alzò gli occhi e tutti lo guardavano.

«Ci devo venire per forza?» «E certo. Neanche a me va, lo sai... Ma ci tocca.» Cercò Deborah. Era al centro della stanza. Con il suo bicchiere di vino in mano. Paonazza. Anche lei cercava lui. Gli sguardi si incrociarono. E se lui era terrorizzato lei invece sembrava imbarazzata, offesa, oltraggiata. Se ne stava rigida e rossa in mezzo alla stanza.

Non hai capito niente bella mia...

«D'accordo, vengo. Basta che mi stai vicino. Lo faccio solo per te, Pimpi. Ora vieni un po' qua però, ho bisogno di un sacco di coccole per affrontare la serata... Mi manchi!» «Pure tu. Da morire.» Anche quelli che stavano fuori, sul terrazzino, erano rientrati. E li guardavano. Provò ancora ad alzarsi senza riuscirci. Le gambe di pastafrolla.

«Va bene... Però non posso stare tanto. Giulia tornerà tra poco. Le ho promesso una mano.» «Va bene. Ti aspetto.» E poi Giulia entrò urlando: «Incominciate a pregare perché non ci sarà un nuovo anno per voi!»

 

 

62.GIULIA GIOVANNINI Ore 23:40

 

 

Giulia Giovannini dopo aver spinto "Play" era andata nello sgabuzzino dietro la cucina. Lì dove c'erano ammonticchiate le cose di Enzo. Le sue valigie. Le sue scarpe. La sua roba. Aveva buttato tutto all'aria e alla fine aveva trovato quello che cercava.

Il fucile subacqueo.

Il suo Aquagun 3500.

Una bestia di balestra con cui quel figlio di puttana uccideva le ultime bavose e sogliole del Mediterraneo.

Lo aveva caricato con facilità.

Mamminacara le aveva spiegato come fare.

Aveva tirato a mani nude, come un animale, facendosi male alle palme, quei giganteschi elastici. Aveva infilato fino in fondo l'arpione. Aveva sentito il grilletto risalire e farsi duro.

Pronta!

Si era avviata urlando. Verso il salotto. Verso la guerra. verso la vittoria. Imbracciando quel micidiale strumento come fosse stata un fante prussiano votato alla morte.

Entrò in salotto e urlò: «Incominciate a pregare perché non ci sarà un nuovo anno per voi!»

 

 

63.ENZO DI GIROLAMO Ore 23:41

 

 

Era enorme. Gigantesca. Cattiva.

Lì, su quella porta, con quel fucile subacqueo tra le mani.

Gli occhi fissi e spenti. Senza più la luce della ragione dentro.

Era venuta per lui.

Gonfia di vendetta. E gridava pretendendo ciò che le era dovuto.

Rispetto.

Enzo Di Girolamo lo sapeva. Lo sapeva troppo bene. Lei avanzò di più. Fino al centro del salotto. Tutti gli invitati si erano buttati ai lati urlando. Addosso alle pareti.

Conigli, conigli che non siete altro.

«Che vuoi fare? Giulia...» riuscì a dire Enzo.

Non lo sentì nessuno.

Deborah, l'unica rimasta in mezzo al salotto, sembrava pietrificata. Sembrava che giocasse alle belle statuine. Ma all'improvviso si avvicinò a Giulia, incurante del fucile. Teneva avanti le mani cercando di afferrarlo.

Un'eroina dei telefilm.

«Giulia! Giulia! Per favore. Dammi quel fucile. Forza! Non fare stronzate. Non è successo niente. E stata una cosa così... Senza importanza. Dammelo...» disse la sceneggiatrice.

Pensava di poterci ragionare. Pensava di poterci parlare.