Il ventre di Firenze

S’infilò nei vicoli più oscuri dell’antico Ghetto, dove durante il giorno il sole non riusciva a penetrare. Adesso era notte fonda, e per vedere dove metteva i piedi si aiutava con una lanterna. Scorgeva le sagome dei topi che correvano in fila indiana lungo i muri, e li sentiva parlare tra di loro con squittii tranquilli. Avanzava sfiorando i muri, abbassando il capo per passare sotto basse volte di pietra, e osservava nel buio le sagome delle stamberghe e delle botteghe che conosceva assai bene. Seguendo percorsi tortuosi, entrando e uscendo dai miseri abituri giunse nelle viuzze che circondavano il Mercato Vecchio, dove a tutti gli angoli c’era un tabernacolo. Ogni tanto alzava la lampada per guardare l’insegna rugginofsa di un beccaio o di un venditore di ceste, per leggere il nome di un vicolo, o per fare un saluto a qualche Madonnina che nei secoli ne aveva viste così tante che ormai si era rassegnata a sorridere. E intanto ripensava a quando in questo formicaio di stradine puzzolenti e di casupole fatiscenti si poteva comprare di tutto, dal baccalà ai tessuti di seta, dalle cipolle al corpo di una donna, e dove in nessuna ora del giorno e della notte calava mai il silenzio. I nomi di strade, stradine e piazze parlavano chiaro: chiasso della Paglia, loggia dei Tavernai, via delle Ceste, piazzetta delle Uova, largo dei Lupini, vicolo delle Cipolle... Un quartiere pieno di vita era stato trasformato in un cimitero, in attesa di essere raso al suolo. Nei vicoli deserti si sentiva solo il fruscio dei ratti e il cigolio di qualche grondaia che oscillava al vento. Salute pubblica, decoro, sicurezza dei cittadini... Erano queste le nobili motivazioni, sostenute addirittura dagli articoli di quello spirito arguto di Jarro, capace di facezie ma anche di alta retorica: dalle colonne della «Nazione» incitava le autorità a spazzare via il prima possibile quell’infamia, accendeva gli animi contro l’intollerabile vergogna del Ghetto, che per secoli era stato una sorta di carcere per gente laboriosa e attaccata alle proprie tradizioni, e che dopo la sua abolizione si era trasformato in un ricettacolo di delinquenti, di depravazione, di malattie. E come scuotevano il capone, i ricchi signori, leggendo quelle appassionate parole! Eh sì, dobbiamo fare in fretta, non c’è da aspettare un momento di più, ne va della nostra dignità. E poi non è piacevole passeggiare in centro la domenica con le nostre signore, dopo una settimana passata ad accumulare soldi, e vedere tutta quella miseria e quei furfanti a un passo dal Duomo e dal Battistero... Un po’ di rispetto, che diamine! La signora Fiorenza ha bisogno di rifarsi il belletto, e anche in fretta, se vuole smettere di somigliare a una vecchia bagascia... Poveri grulli! Altro che somigliare! Firenze ERA una vecchia bagascia, e a lui piaceva proprio per quello!

Voltò in una specie di cunicolo immerso nel nero della notte, e dopo pochi passi si fermò di fronte alla porticina socchiusa di una piccola bottega. In tutta la sua vita non l’aveva mai trovata chiusa, a nessuna ora, giorno o notte che fosse. Sopra un’asse di legno era scritto: Osteria dei Malcontenti. Spinse la porticina, si abbassò per entrare e sentì nel naso quell’odore familiare, un misto di vino e di olio fritto e rifritto. Fino a due anni prima era la sua bettola preferita, dove si beveva un Chianti niente male e si giocava a carte, e all’occorrenza si poteva andare nel retro a farsi coccolare da Noemi, una donnetta piccola e tonda, non troppo bella, ma più dolce e tenera di qualsiasi moglie. Alzò la lanterna e si guardò intorno. Il bancone, gli scaffali sporchi, il soffitto di legno infestato di ragnatele. Si sedette su una sedia di paglia e appoggiò la lanterna sul tavolaccio.

«Duccio, il solito...» mormorò malinconico. Sorrise con amarezza, pensando che ogni cosa prima o poi finisce. Non venne nessuno a portargli il vino e le carte. Chissà dov’era Noemi, con le sue giarrettiere sfilacciate e le ciabatte ai piedi. Non l’avrebbe mai più rivista. Nel silenzio gli sembrava di sentire ancora le imprecazioni e gli insulti, le risate, i litigi tranquilli dei giocatori che avevano nello sguardo la nobiltà della sofferenza, e sulle spalle tutti i peccati del mondo. Le donne che frequentavano quel sudiciume erano tutte Maddalene, pronte a piangere sui tuoi piedi per poi asciugarteli con i capelli, pur di guadagnare un po’ di soldi e magari un carezza. Se Gesù Cristo fosse tornato, è qui che sarebbe venuto...

«Duccio... Duccio... Perché mi hai abbandonato?» mormorò, sorridendo di quella innocente bestemmia. Ed ecco che dall’oscurità venne avanti un uomo grasso, asciugandosi le mani nel grembiule.

«Non ti ho abbandonato, Goffredo» disse l’oste.

«Duccio... Che ci fai ancora qua?»

«Tu che ci fai?» borbottò Duccio. Aveva sopra la testa una sorta di aureola color vinaccia.

«Distruggeranno tutto» disse Goffredo.

«Non ci pensare.»

«Seppelliranno il cuore di Firenze» disse Goffredo. Si passò una mano sulla faccia, per sentire i peli della barba ricresciuti dalla mattina. L’oste sparì di nuovo nel buio, e tornò con un fiasco di vino e due bicchieracci tozzi.

«Ci facciamo l’ultimo?» Non aspettò la risposta, e riempì i bicchieri fino all’orlo.

«A cosa brindiamo?»

«Alle macerie» disse Duccio.

«Dans les yeux...» sussurrò Goffredo, alzando in aria il bicchiere.

«Parla come mangi.»

«Negli occhi... Bisogna guardarsi negli occhi...»

«Come gli innamorati» disse Duccio sorridendo, e alzò il suo. Fissandosi negli occhi fecero scontrare i bicchieri, come se fossero coppe di champagne, e mandarono giù un sorso.

«Noemi dov’è?» chiese Goffredo.

«Lascia perdere, è tutto finito...»

«Non mi va giù.»

«Lascia perdere» ripeté l’oste. Goffredo si alzò e si mise a passeggiare avanti e indietro, facendo scricchiolare le assi del pavimento. Poco a poco, dagli angoli della bettola vennero avanti le vecchie conoscenze... Tonino, che barava a carte con il permesso di tutti... Polifemo, il nano di corte dei Malcontenti... Eolo, campione di ventate intestinali... Apollo, l’uomo più brutto del mondo, ma simpatico come nessuno... Anche Noemi, con il suo sguardo dolce e malinconico... Erano tutti intorno a lui, erano venuti per ascoltarlo... Perché Goffredo era un signore che sapeva parlare, aveva studiato...

«Stanno commettendo un crimine» disse, scuotendo la testa.

«Sentiamo cosa ne pensa lui» disse Polifemo.

«Di chi parli?» chiese Goffredo. Dal fondo dell’osteria venne avanti un signore elegante, con un bastone da passeggio e il cilindro sulla testa.

«Buonasera, signori...» disse il nuovo arrivato. Aveva il viso rasato di fresco e profumava di violetta.

«E voi chi siete?» disse Goffredo.

«Aristodemo Caccialupi, impresario nell’edilizia. Piacere di conoscervi.»

«Ah, bene. Volevo proprio parlare con uno di voi.»

«Conversare è sempre un diletto.»

«Aspettate a dirlo...» dichiarò Goffredo, stringendo i denti. L’impresario sospirò di compassione, e dopo aver esaminato la sedia con disgusto decise comunque di sedersi, con l’aria di compiere un gesto eroico per amore della fraternità. Mise il cappello sopra il tavolo e appoggiò le mani sul pomo d’argento del bastone.

«Prego, vi ascolto» disse. Goffredo si voltò a guardare il suo pubblico, che fungeva da tribunale, ma i più stavano ridacchiando.

«Il Mercato Vecchio... La Loggia del Pesce...» cominciò, confondendosi, senza riuscire a dire altro.

«E a parte queste stupidaggini?»

«Ma il Buontalenti... il Vasari...»

«Il mondo avanza, non sappiamo che farcene dei misoneisti» disse l’impresario edile.

«Siete dei maiali! Senza offesa per i maiali, s’intende!»

«Dopo il nostro amoroso intervento, Firenze sarà più bella e più potente che prìa!»

«Voialtri diventerete ricchi, ma Firenze si trasformerà in una bella sala da bagno tirata a lucido!»

«Abbiate fede.»

«Mai! Mai! Questo quartiere è la vera anima di Firenze! Non potete fare questo! Non potete! No... No... No...» Si agitava, gridava, tirava calci alle sedie, si strappava i capelli, e piano piano tutto cominciò a sgretolarsi, a cadergli sulla testa... Stava per sferrare un poderoso pugno all’impresario edile, che ormai aveva l’aspetto di un sorridente demonio... Ma in quel momento si sentì scuotere per una spalla, e si svegliò. Si era addormentato seduto, con il capo appoggiato sul tavolo, sopra le braccia incrociate.

«Che stai cianciando?» disse una voce. Era Filiberto, il suo caro amico. Si erano dati appuntamento in quella bettola, per bere un ultimo bicchiere prima della demolizione. Era stato proprio Goffredo a proporlo.

«Oddio... Stavo sognando...»

«Ho portato il cognac» disse Filiberto. Si lasciò andare sulla sedia e riempì due piccoli calici panciuti. Era un ragazzone paffuto, con l’aria di chi non ha voglia di fare niente. Infatti era un bravo poeta.

«Dans les yeux» disse Goffredo, sbadigliando.

«Dans les yeux» rispose Filiberto. Dopo il brindisi vuotarono i bicchieri, e per qualche istante rimasero in silenzio. Ma Goffredo aveva ancora nella gola le parole che voleva dire ad Aristodemo Caccialupi, impresario nell’edilizia.

«Stanno per violentare Firenze...»

«Ancora con questa storia?» disse Filiberto, annoiato, dondolando un ginocchio.

«Li metterei tutti alla gogna, incatenati all’anello della colonna dell’Abbondanza.»

«Magari faranno una bella e grande piazza, dove potrà arrivare la luce del sole» disse il suo amico, alzando le spalle.

«Certo... Faranno una magnifica piazza, e la chiameranno Piazza Pulita.»

«Cerca di immaginare una grande piazza luminosa, dove si riuniranno gli artisti...»

«Come no, ci andranno a piangere come si fa al camposanto.»

«Dai che ti sei divertito anche te, due anni fa, a Carnevale, quando abbiamo addobbato il Ghetto come una qasba.»

«Un ricordo doloroso...»

«Macché doloroso, era una festa. Ci siamo pure fatti pagare l’ingresso, e mica poco, due lire a persona... E nessuno ha pianto...»

«Fu il vero addio a queste mura che stanno per scomparire, un gesto d’amore per chi sta per lasciare questo mondo.»

«Quanto sei melodrammatico...»

«Lo sai anche tu che ci hanno riempito di menzogne! Non gliene importa nulla di curare la piaga della miseria, vogliono solo allontanarla dal centro di Firenze, che deve diventare il ‘salotto bono’ delle pance grasse.»

«Uffa... Mi hai ricordato che devo dimagrire...»

«Un bel salottino dove i commendatori e i signorotti satolli potranno stringersi la mano, conversare piacevolmente e concordare affari loschi continuando a lamentarsi della vita con educazione, senza dimenticarsi di rammentare i tempi funesti in cui il centro di Firenze era una latrina.»

«E se avessero ragione?»

«Lo sai anche tu che è solo una questione di soldi. Distruggere e ricostruire è un grande affare!»

«E ti meravigli?»

«Altro che Risanamento, sarà uno scempio!»

«Sei sempre esagerato» disse il poeta fannullone. Goffredo si mordeva le labbra, fino al sangue.

«Vogliono venderci l’illusione di sentirsi parigini... Hanno aperto i boulevard, hanno costruito la sorella minore di Les Halles, e adesso cosa si sono messi in testa? Non siamo mica a Parigi!»

«Lo fanno per il nostro bene» disse Filiberto, per provocarlo.

«Lo so, lo so... È per la nostra salvezza che distruggeranno ogni cosa. Basta con gli schiamazzi triviali del mercato, che disturbano i preti e i funzionari del regno. Basta con i vestiti cenciosi dei poveracci... Basta con il puzzo delle puttane e dei malviventi, che fa arricciare il naso al vescovo e ai ricconi... Tutte balle!»

«Dai, bevi che ti passa...»

«Anche se non avevo bisogno di nulla, da queste stradine ci passavo lo stesso, ogni giorno, anche solo per scambiare due chiacchiere, o semplicemente per stare in mezzo alla gente, insomma per sentirmi a casa.»

«Una casa ce l’hai, ed è assai più bella di questa» rise Filiberto.

«Ma che c’entra? In questo quartiere ho fatto l’amore per la prima volta.»

«Con una prostituta...»

«E allora? Fu bellissimo!»

«Rassegnati, tra un po’ cominceranno i lavori.»

«Non mi rassegno, no... Queste baracche sono io, questi muri sono io, queste chiese sbilenche sono io... Quando cominceranno a buttare giù tutto mi sentirò come se mi tagliassero via un pezzo dopo l’altro.»

«Ci si abitua a tutto, credimi» disse Filiberto, che non ne poteva più di quelle lagne. Ma Goffredo non aveva finito.

«Guarda che non sarà così solo per me... Dall’estero vengono a vedere QUESTA Firenze, quella medievale con i vicoli puzzolenti, le bancarelle con le cipolle e la ricotta, non i palazzoni anonimi, o peggio ancora piemontesi, con gli stradoni eleganti dove possono passare quattro carrozze affiancate.»

«Verrai anche tu a passeggiare in queste strade, e ti dimenticherai dei tuoi inutili discorsi.»

«Che orrore! Era meglio se lasciavano fare a Garibaldi, quando voleva marciare contro il Papa. Così il re se ne andava subito a Roma, invece di venire qua a saccheggiare e sventrare Firenze... Mille volte meglio Canapone, te lo dico io!»

«Non serve a nulla lamentarsi.»

«Voglio lamentarmi lo stesso!»

«Fai come ti pare... E poi sai che ti dico? Quasi quasi sono contento.»

«Non sai quello che dici... Questo quartiere è il ventre di Firenze... Dammi da bere...» Riempirono di nuovo i bicchieri e quasi li vuotarono in un sorso. Poi Filiberto continuò.

«Ma sì, butteranno giù le cose brutte e lasceranno in piedi quelle belle... Le torri, le chiese, le sinagoghe, la Loggia del Vasari... Non si azzarderanno a toccarle...»

«Scommettiamo?»

«Come volete voi, Don Rodrigo...» disse Filiberto, con un inchino di scherno.

«Bene, scommettiamo. Io ti dico che spazzeranno via tutto, anche le torri medievali, le chiese, le case antiche, le sinagoghe, perfino la Loggia del Vasari e la colonna dell’Abbondanza... Sarà un miracolo se risparmieranno Orsanmichele!»

«Non dire coglionate!»

«E al centro della nuova piazza ci metteranno un monumento a Vittorio Emanuele, per testimoniare che per cinque anni ha spremuto Firenze lasciandola in mutande.»

«Quella è un’altra faccenda... Ma per quanto riguarda il Risanamento, scommetto che faranno le cose pulite. La piazza del Mercato Vecchio tornerà com’era ai tempi di Cosimo I, anzi molto meglio... Diventerà un gioiello!» disse Filiberto, riempiendo ancora i bicchieri.

«Sarà un orrore.»

«Sarà bellissimo, e piacerà anche a te.»

«Povero illuso... Dai, cosa scommettiamo?» disse Goffredo.

«Una bottiglia di champagne.»

«Dove ce la berremo?»

«Nella nuova piazza, il giorno dopo l’inaugurazione» propose Filiberto, porgendogli la mano per suggellare il patto. Goffredo fece un lunghissimo sospiro.

«È la scommessa più stupida della mia vita, perché se vinco un sorso di champagne, perdo l’anima della mia città» disse, con la triste solennità che avrebbe usato a un funerale. Si strinsero la mano da buoni amici.

«Spero di vincere» disse Filiberto.

«Perderai, caro mio... Perderai...» disse Goffredo, alzandosi per andare via. Non ce la faceva più a rimanere in quel luogo che amava, sapendo che pochi giorni dopo non sarebbe più esistito. Non riusciva nemmeno a immaginarlo. Si avvicinò al suo amico, e si rese conto di non conoscere nessun Filiberto. Non aveva amici poeti. L’uomo che aveva davanti non esisteva, o forse era fatto della stessa materia dei sogni, e infatti poco a poco svanì. Era un fantasma spuntato dal nulla per non farlo sentire solo, come gli amici che erano apparsi poco prima. Ma nemmeno loro potevano fare nulla. Il ventre di Firenze sarebbe stato sbudellato, e le sue interiora gettate lontano.

 

Otto anni più tardi, il giorno dopo l’inaugurazione di piazza Vittorio Emanuele, Goffredo era seduto al tavolino di un caffè. Osservava il brutto monumento equestre del re, e ogni tanto alzava lo sguardo verso i pesanti portici che avrebbero fatto piangere Brunelleschi. C’era addirittura un arco di trionfo, e in alto campeggiava una solenne iscrizione:

 

«L’ANTICO CENTRO DELLA CITTÀ

DA SECOLARE SQUALLORE

A VITA NUOVA RESTITUITO».

 

«Cameriere... Champagne...» disse, anche se non c’era nulla da festeggiare. Bevve in silenzio, lanciando ogni tanto occhiate alla grande piazza. In quel preciso punto, dove adesso era seduto, ormai millenni fa c’era la bottega della Morena, la merciaia che rammendava anche i calzini. A ogni calice brindava con uno dei suoi vecchi amici. Aveva già in tasca un biglietto del treno. Non voleva rimanere in una città sfigurata. Sarebbe partito per non tornare mai più. Non se ne sarebbe accorto nessuno: a chi poteva importare, se un pittore visionario, o addirittura matto, se ne andava a bighellonare altrove?