Capitolo 31
Passo davanti al bagno, al bar affollato e al ristorante. Non ho bisogno di vedere Kate o chiunque altro. E se dovessi posare lo sguardo su Sarah, finirei col farmi arrestare perché non riuscirei a smettere di fustigarla con la sua frusta fino a farla a pezzi. In ogni caso, non ci vorrà molto prima che venga a cercarmi, quindi devo fare presto.
Arrivo nella hall e salgo le scale, due gradini alla volta, attraverso rapidamente la galleria ignorando gli sguardi maligni delle altre donne. Poi la vedo. So che devo continuare a camminare. So che devo resistere alla tentazione di strangolarla, ma è più forte di me.
Mi avvicino. Sta chiacchierando con alcuni uomini, ovviamente gli sta raccontando di cosa è successo poco fa. Ha ancora indosso i suoi abiti in pelle e ha la frusta in mano.
Mi fermo dietro di lei, le altre donne smettono immediatamente di parlare. Incuriosita dall’improvviso silenzio, si volta verso di a me. Mi guarda con sufficienza e anche con un po’ di soddisfazione. Mi ribolle il sangue nel vederla così rilassata a roteare la frusta tra le mani.
«Mi hai inviato tu il messaggio dal telefono di John», la accuso, mantenendo la calma.
Lei ride. «Non so di che stai parlando».
«Ovviamente». Scuoto la testa, incredula. «Mi hai fatto entrare tu al Maniero quando ho scoperto la stanza comunitaria».
«Perché avrei dovuto?», risponde, altezzosa.
«Perché lo vuoi per te». Considerato quanto sono incazzata e scossa, la mia voce è sorprendentemente tranquilla. Sento gli sguardi delle altre donne che bruciano sulla mia pelle. Mi volto a guardarle. «Tutte lo volete».
Nessuno dice una parola. Restano a guardarmi, probabilmente si stanno chiedendo quale sarà la mia prossima mossa.
Ma Sarah non riesce a tenere la bocca chiusa. «No, piccolina, l’abbiamo già avuto tutte».
Perdo il controllo.
Con un pugno colpisco la sua faccia gonfia di botulino, facendola cadere all’indietro. Non mi fermo. Le tiro i capelli in modo molto poco femminile per farla alzare e la spingo contro il muro prendendola per la gola.
Respiri sconvolti risuonano nell’aria prima che piombi di nuovo il silenzio. L’unica cosa che si sente è il respiro affannato di Sarah.
«Prova a toccarlo di nuovo con un dito, che ti venga chiesto o meno, e io non smetterò finché non avrò sbriciolato ogni osso del tuo corpo. Hai capito?».
Spalanca gli occhi. La sento tremare sotto le mie mani.
«HAI CAPITO?», le urlo in faccia. Sono completamente fuori controllo.
«Sì», strilla, dibattendosi sotto la mia stretta. Le sto ostacolando la respirazione.
La lascio andare e lei cade per terra come un mucchietto di pelle, rantolando e tenendosi il collo. Mi volto, fremente di rabbia, e vedo gli sguardi scioccati dei testimoni, in silenzio. Non c’è altro da dire. Ho messo le cose in chiaro con Sarah e tutti hanno visto la mia reazione. Me ne vado e proseguo verso la mia destinazione, il fiato grosso, tremando violentemente. Quando raggiungo le scale che conducono alla stanza comunitaria, esito per qualche secondo. Ma poi ricordo le parole di Jesse e corro su, con l’adrenalina e la determinazione che mi pompano nelle vene.
Entro nella oscura stanza comunitaria e non bado a ciò che si svolge davanti a me, cercando di non sentire la musica sensuale che invade il mio udito. Non sono qui per eccitarmi. Giro a destra e sono dove voglio essere. Ci sono due uomini, che non riconosco, che parlano tranquilli mentre accanto a loro una donna si sta rivestendo. Mi avvicino e loro si voltano a guardarmi, mettendo fine alla conversazione. Uno di loro mi guarda con circospezione, mentre gli occhi dell’altro apprezzano ciò che vedono e sul suo viso appare un sorriso malizioso. Mi tolgo le scarpe e la maglietta, prima di lanciarla sul pavimento e sbottonarmi i jeans.
«Vuoi divertirti un po’, dolcezza?», dice uno degli uomini, avvicinandosi.
«Steve, lasciala perdere», lo avverte l’altro. Mi ha riconosciuto. Gli lancio un’occhiata severa, ma lui scuote la testa. «Steve, lasciala in pace».
«Vuole divertirsi, non è vero, piccola?». I suoi occhi sono scuri, mi guardano con desiderio.
«È la ragazza di Jesse, Steve. Non ne vale la pena». L’amico cerca di farlo ragionare, ma sembra che Steve abbia un obiettivo e non gli piaccia farsi dire ciò che deve fare. Proprio ciò di cui ho bisogno.
«Tutto è lecito nel sesso e al Maniero», dice Steve con un sorriso. «Che posso fare per te, bellezza?»
«Davvero, Steve, è una ragazza speciale per lui».
«Lo vedo che è speciale. Ma può essere speciale anche per me. A Ward non è mai dispiaciuto condividere prima d’ora».
Le sue parole mi fanno rivoltare lo stomaco. L’altro uomo afferra la donna per un braccio per allontanarla con un’espressione preoccupata sul viso. Steve, invece, è arrogante e sicuro, ma non in modo gradevole. Non che me ne importi. Non ho intenzione di baciarlo.
Mi avvicino allo scaffale sul muro per prendere una delle fruste, poi mi volto e la porgo a Steve con sicurezza. Non posso esitare, è l’unico modo in cui posso dimostrare a Jesse quanto è folle tutto questo. Steve fa un largo sorriso, prende la frusta e posa gli occhi sul mio corpo seminudo. Mi tolgo i jeans e mi metto davanti alla staffa d’oro sospesa, tenendo le mani sul capo. «Nessun contatto, solo la frusta. Forte». Il tono della mia voce è chiaro e risoluto. Mi sento risoluta. Non ho paura.
«Forte?», mi domanda.
«Molto forte».
«E il reggiseno?», mi chiede, con gli occhi fissi sul mio petto.
«Quello resta».
«Va bene». Annuisce e si avvicina, mettendo il manico della frusta nella tasca posteriore dei pantaloni. Mi ammanetta le mani alla cornice d’oro sospesa.
«Steve, faresti meglio a smettere».
«Non sono affari tuoi», esclamo.
«L’hai sentita, è lei che lo vuole». Steve mi guarda con gli occhi socchiusi, ardenti di desiderio, prima di posizionarsi alle mie spalle.
Il mio cuore comincia a battere forte, chiudo gli occhi e ripeto le parole di Jesse nella mente.
“Non è possibile. Non è possibile. Non è possibile. Non è possibile”.
Non penso più a niente, solo a questo, mentre la musica svanisce e mi preparo alla punizione, mi preparo a essere punita per aver ridotto Jesse in quello stato, un alcolizzato, per averlo trasformato in un maniaco del controllo… per averlo portato a farsi questo.
Sento lo schiocco prima di provarlo sulla mia pelle, rapido e violento prima che il cuoio tocchi la mia schiena. Urlo.
“Merda!”.
Sento un dolore lancinante che si irradia in tutto il corpo e le mie gambe sembrano di gelatina. La gente vuole davvero fare certe cose? Io mi sono proposta di farlo? Tengo gli occhi chiusi. Solo ora mi rendo conto che non ci siamo accordati sul numero di colpi. Trattengo il fiato e serro i denti, mentre una seconda sferzata si abbatte sulla mia schiena e supplico me stessa di restare calma e accettare la sofferenza.
Mi irrigidisco, pronta per la nuova frustata, e quando arriva lascio andare il corpo, appesa senza speranza alla cornice. Sono nelle mani di uno sconosciuto. La quarta, la quinta e la sesta sferzata arrivano a intervalli regolari finché non capisco quando aspettarmele e non mi rendo conto di ciò che sto facendo. Sono completamente fuori di testa. Non so cosa accade intorno a me, la musica è confusa in lontananza e non sento nessuna voce. L’unica cosa a cui riesco ancora a pensare è il tempo che trascorre tra un colpo e l’altro, l’attesa prima che la frusta colpisca la mia carne. Potrei essere svenuta. Non ne sono sicura. Non m’irrigidisco neanche più. Un’altra frustata mi colpisce e mi contorco, curvando la schiena, la testa vola all’indietro.
«NOOOOOOO!».
Quell’urlo che conosco così bene mi riporta dove sono, mentre un altro colpo schiocca sulla mia pelle. Sono sotto shock, le manette fanno rumore sulla mia testa. Non riesco ad aprire gli occhi. Ho la testa pesante, il corpo inerme e non sento più le braccia.
«Dio! Ava, no!». La sua voce è forte e spezzata. Il mio corpo si muove lentamente e sento le sue mani calde su di me. «John, liberale le mani! Oh, dio, no, no, no, no, no, no!».
«Porco Giuda!».
«John, cazzo, falla scendere di lì! Ava?». Sembra terrorizzato. Sento qualcuno che mi afferra e mi accarezza, mentre delle grosse mani impacciate si muovono sulle mie, sulla mia testa. Le braccia mi cadono giù come se fossero di piombo. Mi affloscio tra le sue braccia. «Ava? Oh, dio, ti prego, Ava?». A malapena mi rendo conto che qualcuno mi sta liberando.
E poi arriva il dolore.
“Oh, mio dio!”.
La mia pelle va a fuoco, il dolore si propaga attraverso ogni singolo nervo fino a raggiungere la schiena e il resto del corpo. Mi stanno portando via e non riesco neanche a parlare per dirgli di fermarsi. Non ho mai provato così tanto dolore.
«Non farlo andare via». La voce di Jesse è confusa, ma so di chi sta parlando e, nella mia confusione, mi rendo conto che ho appena mandato Steve al patibolo.
Devo fermarlo. Sono stata io a chiederglielo, anche se mi sto chiedendo perché diavolo l’ho fatto. Dovevo essere completamente impazzita, ma mi ricordo del motivo. Forse non vorrà più farlo se lo faccio anch’io. Berrà o si farà frustare di nuovo? Dio, spero di no. Non credo di poterlo rifare. Nel mio stato confusionale, capisco che potrei aver dato inizio a un circolo vizioso. Dovevo proprio farlo?
Mentre la mia parte folle discute con quella razionale sento i passi pesanti di Jesse e tanti sospiri scioccati mentre vengo trasportata attraverso il Maniero.
«Che cazzo…!», sento la voce scioccata di Kate in lontananza. «Jesse?».
Non le risponde. La voce profonda di John si fa più lontana, e con essa tutta la confusione che ho causato. Non m’importa. Una porta sbatte. Senza mollarmi, Jesse si siede sul divano. Mi stringe tra le sue braccia.
«Stupida, stupida», singhiozza con la voce rotta. Lo sento sprofondare contro il mio collo, respirare tra i miei capelli, accarezzandomi nervosamente la testa. «Sei completamente pazza!».
Apro a fatica gli occhi e fisso il suo petto. Il dolore è tremendo, ma non ho voglia di muovermi o di dar voce al mio disagio. Mi sento sedata, come se stessi guardando questa scena sconvolgente da lontano. E se il mio tentativo di far capire a Jesse il mio punto di vista fosse fallito? E se decidesse di punirsi ancora? Rivivere tutto questo sarebbe insopportabile, e non per il dolore che sto provando: non potrei sopportare di vedere Jesse in ginocchio che si fa frustare da Sarah o da chiunque altro. Non credo che riuscirò mai a scacciare quell’immagine dalla mia testa. Resterà incisa nella mia mente per il resto della mia vita. Niente la cancellerà, niente.
Non so per quanto tempo restiamo seduti in silenzio; io fisso il vuoto, completamente distaccata dalla realtà. Jesse piange contro il mio capo. Forse ore, forse di più. Ho perso il senso del tempo e della realtà.
Bussano alla porta.
«Che c’è?». La voce di Jesse è bassa e spezzata, tira su con il naso.
La porta si apre, non capisco chi sia. I miei occhi hanno fissato il vuoto per troppo tempo. Sento qualcuno avvicinarsi, posare qualcosa sul tavolo davanti a noi, chiunque sia non dice una parola. Se ne va senza dire nulla, chiudendo la porta senza far rumore.
Jesse si muove leggermente sotto di me, io respiro con un sibilo profondo e doloroso. Lui si blocca. «Oh, dio». Sembra distrutto. «Piccola, devo spostarti. Devo vederti la schiena».
Scuoto la testa debolmente e premo il viso sul suo petto nudo. Farà male da morire. Voglio aspettare il più a lungo possibile. So che anche la sua schiena è un bel casino e si sta poggiando al divano, con me distesa su di lui. Deve soffrire tantissimo. Una bella coppia di fuori di testa.
Sospira e poggia il mento sulla mia testa. «Perché?», chiede con voce rauca, baciandomi il capo. «Non capisco».
Se riuscissi a parlare, gli ritorcerei contro la domanda. Perché?
«Ava, devo vederti la schiena». Mi fa spostare di nuovo e sento una fitta di dolore. Strizzo gli occhi mentre lui mi muove, fino a quando non mi ritrovo seduta sulle sue gambe.
La forza di gravità mi dà la nausea e all’improvviso ho il respiro pesante, lo stomaco sottosopra e il corpo che trema, il che non fa che aumentare il dolore. Mi accuccio contro di lui.
«Oh, dio!». Poggia la mano sulla spalla, per istinto, quasi a voler lenire quel dolore, mentre il mio stomaco si assicura che ci sia dell’altro da buttar fuori. Il contatto caldo della sua mano mi fa urlare e lo stomaco decide che sì, c’è altra roba da buttar fuori.
Vomito per terra.
«Merda! Ava, scusa! Oh, cazzo». Mi allontana i capelli dal viso e cerca di spostarsi per potermi aiutare meglio. «Cazzo! Cazzo, cazzo, cazzo. Ava, che hai combinato?». La sua voce sconvolta mi fa capire che ha dato un’occhiata alla mia schiena. A valutare dal dolore dev’essere terribile. Sto cercando di controllare i conati per minimizzare le fitte. «Ora ti sposto, va bene?». Mi prende da sotto le braccia e si alza in piedi. Io grido. «Non posso sollevarti senza toccarti». Si lamenta, frustrato, mentre cerca di trasportarmi sull’altra poltrona senza toccarmi la schiena.
Le gambe mi tremano, ancora instabili. Non mi sorprenderebbe se decidesse di non vedermi più. Non riesco a credere di non aver detto nulla quando ho dato a Steve la frusta. A parte la richiesta di non toccarmi e di colpirmi forte, non ho detto nulla. Gli ho praticamente dato campo libero.
«Stenditi». Mi fa stendere sul divano a pancia ingiù e io metto le braccia sotto la testa, a mo’ di cuscino. «Ava, non riesco a credere che tu l’abbia fatto». Si inginocchia accanto a me e prende una ciotola d’acqua con una bottiglia di liquido violaceo. Versa un po’ di liquido nell’acqua e prende l’ovatta, ne strappa un pezzetto e lo immerge nella soluzione, strizzandolo con cura. «Farà un po’ male, piccola. Faccio piano, ok?». Il suo viso è davanti al mio e io mi sforzo di aprire gli occhi e quando lo faccio, vedo due pozze verdi colme di angoscia.
Lo guardo stordita, i miei muscoli non ne vogliono sapere di muoversi.
«Sono arrabbiato con te», mi dice dolcemente. Porta le sue labbra sulle mie e mi bacia e per la prima volta non devo sforzarmi per non reagire… e non è perché non voglio.
Lui scuote la testa e torna a occuparsi della mia schiena, con un sospiro stanco e profondo, mentre mi sgancia delicatamente il reggiseno e fa scivolare le bretelle sul fianco. Sento l’ovatta sulla pelle. Sembra che stia passando un filo spinato sulla schiena. Singhiozzo.
«Mi dispiace», mormora. «Mi dispiace tanto».
Nascondo la testa tra le braccia e stringo i denti mentre lui continua a medicarmi, rinfrescando di continuo l’ovatta e imbevendola con quel liquido tiepido a ogni doloroso passaggio. Jesse impreca ogni volta che sobbalzo.
Quando sento che Jesse allontana la ciotola facendola scivolare sul tavolo, tiro un lungo sospiro di sollievo. Volto la testa verso l’esterno e vedo che l’acqua viola è diventata rossa e che la ciotola è piena di batuffoli d’ovatta. Jesse si alza e torna con una bottiglia d’acqua.
Si accovaccia davanti a me. «Riesci a tirarti su?».
Annuisco e comincio ad alzarmi per sedermi sulla poltrona con Jesse che si agita e impreca davanti a me. Il reggiseno mi cade sulle gambe e cerco apaticamente di rimetterlo a posto.
«Lascia stare». Mi allontana la mano e mi porge l’acqua. «Apri la bocca», mi ordina, e io ubbidisco senza pensarci, apro la bocca e prendo le due pillole che mi mette sulla lingua. «Bevi».
La bottiglia sembra piena di ferro quando la porto alle labbra. Jesse poggia la mano sul fondo per aiutarmi e io do il benvenuto all’acqua ghiacciata nella mia bocca. Jesse va alla sua scrivania, prende le chiavi, il telefonino e la maglietta. Ficca tutto nelle tasche e indossa la maglietta mentre torna verso di me. Non gli fa male la schiena? Mi sto rendendo ridicola?
Prende i miei vestiti dietro al divano e si accovaccia davanti a me. «Ti porto a casa». Posa i jeans aperti per terra, sotto ai miei piedi, mi tocca una caviglia e io la sollevo, ripetendo la stessa cosa con l’altra gamba, poi mi aiuta ad alzarmi per tirarli su.
Guarda la mia maglietta e poi il mio seno scoperto, poi me, leggermente accigliato. Il solo pensiero di qualcosa sulla pelle mi fa venir voglia di vomitare ancora, ma non posso nemmeno uscire di qui e tornare a Lusso completamente nuda dalla vita in su.
«Proviamo?». Allarga il collo della maglietta e sfila il reggiseno dalle braccia prima di farmela indossare.
Sollevo le braccia per aiutarlo a infilare la maglietta, ma le lacrime cominciano a scendere dagli occhi per lo sforzo e il dolore terribile. Scuoto la testa, disperata. Farà troppo male.
«Ava, non so cosa fare», dice, sforzandosi di tenere lontana la maglietta dal mio corpo. «Non posso farti uscire senza niente addosso». Si piega per guardarmi. «Ti prego, non piangere». Mi bacia la fronte, mentre io continuo a piangere. «Oh, cazzo!». Mi toglie la maglietta e la lancia sul divano. «Vieni qui». Si piega, mette un braccio sotto il mio sedere e con l’altro mi solleva. «Metti le gambe intorno alla vita e le braccia intorno al collo. Fa’ attenzione». Lo faccio con calma e prudenza. «Stai bene?», mi domanda.
Io annuisco e incrocio le caviglie sui suoi fianchi. Mi sposta i capelli sulla schiena e posa una mano sulla nuca, tenendomi stretta, senza farmi male. Il mio seno è schiacciato contro il suo petto, la mia schiena completamente visibile, ma non m’importa. Va verso la porta e mi libera il collo per aprirla, prima di posare di nuovo la mano sulla nuca.
«Tutto ok?», mi chiede, uscendo nel corridoio, verso la sala con le vetrate. Io annuisco. Non sto bene per nulla. Mi sembra di essermi distesa sul sole, di avere la pelle bruciata e la carne viva in mostra. «John!», urla Jesse. La gente mi guarda con la bocca aperta, sembrano ancora più sconvolti di prima.
«Come sta?», la voce di John è vicina.
«Come cazzo ti sembra che stia? Prendi una coperta di cotone».
John non reagisce ai modi bruschi di Jesse.
«Jesse, posso fare qualcosa?».
Sento una voce femminile allarmata e i tacchi sul pavimento della sala. Sta cercando di stare al passo con Jesse.
«No, Natasha», risponde bruscamente. Non ho neanche la forza di sollevare il capo e lanciarle un’occhiata d’odio. C’è qualcosa che potrebbe fare? Tipo? Scoparselo di nuovo?
«Ava?». Il tono agitato di Kate mi assale le orecchie. «Oh, dannazione, che hai fatto, cretina!».
«La porto a casa». Jesse non si fa fermare da nessuno, neanche da Kate. «Sta bene, ti chiamo».
«Jesse, sta sanguinando!».
«Lo so, Kate, lo so!». Sento il suo petto che si gonfia sotto al mio. «Ti chiamo dopo», la tranquillizza, ma non sento più la sua voce, solo quella di Sam che la consola. Il suo solito tono gioioso è ora carico di preoccupazione.
Capisco che ci stiamo avvicinando all’entrata perché l’aria fredda avvolge lentamente la mia schiena. È una sensazione piacevole.
«Jesse, io non lo sapevo».
Jesse si ferma all’improvviso e piomba il silenzio, il brusio di voci preoccupate si smorza e sento la voce di Steve. Trovo un po’ di forza per stringermi al corpo di Jesse, che nel frattempo mi accarezza il collo.
«Steve, ringrazia il cielo che ho la mia ragazza in braccio, perché se non fosse così, gli addetti alle pulizie dovrebbero ripulire il tuo sangue per i prossimi dodici mesi». La voce di Jesse è furibonda e il suo cuore batte violentemente.
«Io… io…», dice Steve, balbettando. «Non lo sapevo».
«Nessuno ti ha detto che è mia?», domanda Jesse, chiaramente sotto shock.
«Io… io credevo…».
«È MIA!», esclama, stringendomi tra le braccia. Mugolo per il dolore lancinante che quel movimento ha provocato e lui s’irrigidisce, premendo il viso contro il collo. «Mi dispiace», mi sussurra. Sento la sua mascella che si muove contro di me. «Tu sei morto, Steve». Rimane fermo per alcuni istanti e so che sta guardando Steve con gli occhi assassini. Mi sento responsabile.
«Jesse?», la voce di John rompe il silenzio assordante. «Va tutto bene. Hai altre priorità, ora, ok?»
«Sì». Jesse riprende a camminare e l’aria fredda all’improvviso è tagliente e mi colpisce la schiena. Jesse scende lentamente le scale.
«Apro lo sportello», dice Kate. Sento i suoi tacchi sui gradini.
«Ce la faccio, Kate».
«Jesse, smettila di fare il cocciuto e accetta un po’ d’aiuto, cazzo. Non sei l’unico a cui importa di lei».
Mi stringe contro il suo corpo. «Le chiavi sono nella tasca posteriore».
Kate infila la mano nei jeans e prende le chiavi dalla tasca e io sorrido tra me e me pensando che la mia amica si è fatta rispettare anche stavolta. Apro gli occhi e incrocio lo sguardo di Kate.
«Oh, Ava». Scuote la testa e apre la portiera.
Jesse si volta verso il Maniero. «Tornate tutti dentro, cazzo». Non vuole che nessuno mi veda. Sento i passi allontanarsi sulla ghiaia mentre sono ancora tra le sue braccia. Si assicura che tutti siano sloggiati prima di lasciarmi. «Ava, adesso ti faccio sedere. Mettiti di lato. Ce la fai?», mi chiede. Mollo la presa dal collo per fargli capire che posso farcela e lui inizia a farmi sedere. «Non poggiarti».
Mi muovo lentamente sulla pelle morbida del sedile e mi poggio con una spalla. Che male. Jesse mi stende la coperta addosso prima di chiudere lo sportello, senza allacciare la cintura di sicurezza. La testa mi cade sul sedile e gli occhi si chiudono da soli. Dopo poco tempo, l’altro sportello si chiude e l’odore di Jesse mi avvolge. Apro gli occhi e cerco di abituarmi alla vista fino a quando non mi trovo di fronte due occhi verdi compassionevoli. Sono una patetica, disperata poveraccia che ha causato tutto questo dolore, solo per dimostrare qualcosa. E spero vivamente di averlo dimostrato, perché se mi sono cacciata in questo casino, se ho cacciato Jesse in questo casino e lui ancora non lo capisce, allora è finita. Per sempre. Non possiamo farci questo. Il solo pensiero fa rallentare il battito del mio cuore.
Jesse si avvicina e mi accarezza la guancia con le nocche. «Smettila», mi ordina, asciugandomi le lacrime, ma non sto piangendo per il dolore. È disperazione.
Avvia il motore e guida lentamente sul vialetto. La DBS emette un debole ronzio, ben lontano dal rombo della solita, folle guida di Jesse. Svolta lentamente, accelera e frena con delicatezza e ogni tanto si gira a guardarmi. Non ho la cintura, sono mezza nuda e ho ferite terribili sulla schiena. Se la polizia ci ferma, sarà divertente spiegare come stanno le cose.
Rimango ferma e con sguardo assente osservo il profilo del mio uomo bellissimo e tormentato e mi chiedo se anch’io, adesso, rientro nella categoria dei “tormentati”. Non sono più tanto sana di mente, ma almeno riesco ancora ad ammetterlo. Ero una ragazza normale, con i piedi per terra. Be’, ora non più.
Il silenzio del viaggio verso casa è colmato dal ronzio dell’auto e da Run degli Snow Patrol in sottofondo.
Jesse si ferma a Lusso e viene ad aiutarmi a uscire, mentre io cerco di restare coperta. «Chissà che diavolo penserà Clive», mormora quando mi prende in braccio contro il suo petto. All’improvviso ho paura. «Ava, se non ti lasci posare la coperta sulle spalle non posso fare nulla». Sistema la coperta fra i nostri petti e fa di tutto per tenerla ferma dall’altra parte, coprendomi da un angolo prima di entrare.
«Mr Ward?». Clive sembra perplesso. Il pover’uomo mi ha vista in braccio a lui, ubriaca, arrabbiata, malata, stanca. Ma dev’essere evidente che sono qualcosa di più che ubriaca, arrabbiata, malata o stanca.
«Ci penso io, Clive». Jesse cerca di sembrare tranquillo, senza riuscirci granché. Entriamo nell’ascensore e gli specchi riflettono la nostra immagine in ogni direzione. Dovunque guardo, vedo il volto turbato di Jesse e il mio corpo fragile aggrappato al suo. Chiudo gli occhi e lascio cadere pesantemente la testa sulla sua spalla, sento i suoi passi quando esce dall’ascensore ed entra nell’attico, e poi nella camera da letto.
«Piano». Mi fa stendere sul letto a pancia ingiù.
Le braccia scivolano sotto il cuscino e affondo la testa per godere di quella morbidezza e mi rassicuro nel sentire l’odore di Jesse. Sento che mi sfila i jeans e un istante dopo è disteso accanto a me. Con una mano mi accarezza la guancia, per mantenere quel contatto di cui ha bisogno. È tutto ciò che può fare. Non potrà girarmi e scoparmi contro il muro per un bel po’.
Restiamo a guardarci per tanto tempo. È bellissimo. Non c’è bisogno di dire nulla. Gli permetto di accarezzarmi il viso e cerco di impedire agli occhi pesanti di chiudersi; poi lui passa un dito sulle palpebre e non le riapro più.