Capitolo 14
Le sei si avvicinano e inizio a riordinare la scrivania. Se ne sono andati tutti, quindi tocca a me controllare che tutto sia a posto e chiudere l’ufficio. Kate accosta con Margo junior e io salto in macchina.
«Non riesco a credere che tu abbia proposto una serata tra donne davanti a Jesse!», la bombardo subito mentre mi siedo e allaccio la cintura. Nello stato irritato in cui mi trovo, resto stupita della comodità del nuovo furgone di Kate, e vengo assalita da una punta d’invidia.
«Anche per me è un piacere vederti». Si immette nel traffico. «Ha detto che puoi venire, quindi qual è il problema?»
«Il problema è che non mi permetterà di bere a causa della sua irragionevole paura che, se non è lì a tenermi d’occhio, io possa morire o qualcosa di simile».
Scoppia a ridere. «Che dolce».
La sbeffeggio. «No, per niente. È irragionevole».
«Bah! Non lo saprà mai. Facciamo le ribelli!».
«Mi prendi in giro». Rido, anche se in questo momento mi sento davvero una ribelle. Mi sento come se mi stessi ubriacando, ma sarebbe solo sconsiderato. «Mi ha appena fatto una scenata per un cliente. Ha rovinato l’incontro con Mikael Van Der Haus e ha marcato il territorio. È stato mortificante», sbotto, mentre ancora penso ai motivi per cui Mikael trovi interessante la mia relazione con Jesse.
«Porca miseria!».
«Ma, in compenso, adesso so quanti anni ha».
Kate mi guarda con i suoi occhi azzurri e un’aria eccitata. «Davvero?».
Annuisco. «Davvero».
«Dài. Svelami il mistero della sua età».
«Trentasette».
«No!», esclama in tono drammatico. «Sul serio? Non sembra. Come l’hai scoperto?»
«Ieri mattina l’ho iniziato al mondo delle scopate di verità». Non so perché l’ho ammesso senza vergogna, perché sono sicura che adesso mi spremerà per saperne di più. Che mi importa?
«Lo sai da un giorno intero e non me l’hai detto?»
«Scusa». Alzo le spalle. So molto più dell’età di Jesse. Molto di più, ma mi serve del vino per analizzare tutta quella merda. Mi serve una serata fuori per vuotare il sacco con Kate.
«Cos’è una scopata di verità?», s’informa, con la fronte aggrottata.
Eccoci. «Comprende Jesse ammanettato al letto e io che uso un vibratore». La guardo. «Non gli piace condividermi, nemmeno con una macchina», aggiungo secca. Lei scoppia a ridere e il furgone sbanda. Mi aggrappo alla portiera. «Kate!».
«Scusa», farfuglia. «Oh, la adoro!».
Avrei così tante cose da raccontarle, ma sono preoccupata per la sua situazione. «Che succede tra te e Sam?».
Smette all’istante di ridere. «Niente».
Alzo gli occhi con fare drammatico. «Niente. Ma certo».
«Ehi, cosa diavolo ti metterai per la grande festa?», chiede, eludendo ovviamente le mie domande.
Sospiro dentro di me. Voglio ancora andarci? «Non lo so, Jesse dovrebbe portarmi a fare shopping».
«Oh. Davvero?», esclama stupita. «Sfrutta al meglio i soldi del vecchietto».
«Non è che ne abbia granché voglia. Non vado al Maniero da domenica scorsa e ci sarà quella sgualdrina imbronciata», borbotto. Senza dubbio riceverò un altro avvertimento. Mi appoggio allo schienale e penso a tutte le cose che preferirei fare domani sera, e adesso che Jesse è chiaramente furioso con me, l’idea della festa non mi entusiasma per niente. Sono io che dovrei essere furiosa. Deve darmi delle spiegazioni alla luce dell’enigma di Mikael.
Accostiamo fuori dal mio vecchio appartamento e vedo la BMW bianca di Matt. Ho un tuffo al cuore, ma sapevo che ci sarebbe stato per farmi entrare.
«Vuoi che venga con te?», mi chiede Kate.
Rimugino per qualche secondo ma decido che probabilmente è meglio se aspetta in macchina. Kate sa essere davvero stronza quando vuole e io devo solo entrare, mostrarmi gentile e uscire. In fretta.
«No, porto fuori tutto io». Apro la portiera e scendo. Mi sento peggio a ogni minuto che passa. Jesse è già folle di rabbia per una stupida telefonata. Gli avrei dato dell’irragionevole se non fosse stato per il tono della conversazione con Mikael, ma Jesse non sa cosa ci siamo detti, anche se la sua reazione parla chiaro.
Salgo i gradini e suono il citofono del nostro appartamento. Alzo lo sguardo sul mio palazzo e sono invasa da un’inaspettata tristezza al pensiero di non vivere più qui.
«Ciao», si sente la voce allegra di Matt.
«Ciao», ripeto, con il tono più informale che posso. Non voglio intavolare una conversazione amichevole con lui. Sono ancora incazzata perché ha avuto il coraggio di chiamare i miei genitori.
«Ti apro».
Sento scattare la serratura della porta e guardo Kate, con un cenno per farle capire che entro. Lei alza un pollice e mi mostra il cellulare. Annuisco e mi inoltro nel corridoio dell’ingresso.
Mentre salgo le scale, respiro con calma e mi faccio un bel discorsetto. Non devo tirare in ballo la telefonata ai miei e non devo lasciarmi coinvolgere in una conversazione.
Quando arrivo in cima, trovo la porta d’ingresso accostata. Mi riscuoto ed entro. Non la richiudo; non ho intenzione di restare a lungo. Cerco Matt in cucina e in soggiorno, ma non lo trovo da nessuna parte, quindi mi dirigo in camera, dove mi aspetta la mia roba impacchettata in borse e scatoloni. Dato che Matt ancora non si vede, inizio a raccogliere qualche borsa ma, quando mi volto per uscire, me lo ritrovo sulla soglia con un bicchiere di vino rosso in mano. Indossa il completo beige. L’ho sempre odiato, anche se non gliel’ho mai detto. I capelli scuri hanno la solita riga di lato e sono pettinati con cura.
«Ciao», mi saluta con un sorriso esagerato.
«Ehi, ti ho cercato», spiego, mentre sollevo le borse. «Kate mi aspetta nel furgone. Le porto queste». Non riesce a nascondere la propria ostilità solo a sentire il nome di Kate, ma lo ignoro e mi avvio decisa alla porta. Ma lui non accenna a spostarsi e sono costretta a bloccarmi.
«Scusami». La gentilezza mi sta uccidendo.
Mi sorride, beve un sorso impertinente di vino e poi indietreggia di un passo, lasciandomi appena lo spazio per superarlo e scendere in strada. Quando Kate mi vede riemergere dal palazzo, esce dal furgone e corre ad aprire lo sportello posteriore.
«Hai fatto in fretta», commenta, mentre mi toglie le borse di mano.
«Ha impacchettato tutto lui», dico con un cenno alle borse e un sopracciglio alzato.
Sorride. «Davvero civile da parte sua».
Torno nell’appartamento e prendo altre borse. Farei più in fretta se Kate salisse con me, ma finora è stato abbastanza semplice e indolore. Introdurre Kate nell’equazione significherebbe senza dubbio scatenare l’anarchia, quindi trascino da sola le mie cose avanti e indietro. Noto che Matt non si offre di aiutarmi.
Passo a Kate la nona e la decima borsa. «Quante ne restano?». Le butta nel furgone.
«Solo uno scatolone», dico mentre mi volto. Sarà meglio che abbia messo tutto nelle scatole perché non ho intenzione di tornare.
Torno di sopra e prendo l’ultima scatola, mi giro per andarmene in fretta ma trovo di nuovo Matt a bloccarmi la via di fuga.
«Ava, possiamo parlare?», mi chiede, in tono speranzoso.
Sono turbata. «Di cosa?». So benissimo di che storia si tratta. Devo uscire di qui. Non ce la faccio a sopportare ancora questa merda. L’ultima volta che ho rifiutato la sua proposta di riprovarci è diventato acido.
«Di noi». Agita una mano tra noi due.
«Matt, non cambierò idea», dico con tutta la sicurezza che riesco, ma prima di capire cosa sta succedendo, me lo ritrovo addosso che cerca di infilarmi la lingua in gola. Lascio cadere lo scatolone e lo respingo con tutte le forze di cui dispongo. «Cosa diavolo stai facendo?», strillo incredula.
Con il fiatone, mi lancia un’occhiataccia. «Cerco di ricordarti perché stavamo bene insieme», dice in fretta.
Scoppio a ridere. Una grassa risata. Cerca di farmi ricordare? Cosa? Quanto sia un cretino? Ma per favore! Di certo non è un promemoria come quelli di Jesse.
«Ti vedi ancora con qualcuno?», mi chiede.
«Non sono affari tuoi».
«No, ma i tuoi genitori erano molto interessati», mi lancia una frecciatina.
Inspiro a lungo per calmarmi ed evitare di allungare la mano e schiaffeggiarlo. Non giustificherò nemmeno le sue azioni rispondendogli. Dopo la giornata che ho avuto, è l’ultima cosa di cui ho bisogno. «Togliti di mezzo, Matt». Sono immensamente fiera di me per il tono piatto della mia voce.
«Stupida stronza», sogghigna.
Strabuzzo gli occhi. Sono stupita. Sapevo che poteva diventare acido, ma era davvero necessario chiamarmi così? Ci vedo rosso dalla rabbia. «Sì, mi vedo con qualcuno. E sai una cosa, Matt?». Non aspetto la sua risposta. «È l’uomo migliore che abbia mai avuto», aggiungo, forse stupidamente.
Ride in modo subdolo. Si meriterebbe uno schiaffo. «È un pazzo alcolizzato, Ava. Lo sapevi? Probabilmente è ubriaco marcio ogni volta che ti scopa».
Vacillo davanti al sorrisetto impudente sempre più grande di Matt. Come diavolo fa a sapere con chi mi vedo? Crede che sia scioccata perché mi ha appena sganciato addosso la bomba dell’alcolismo? No, sono scioccata perché sa con chi esco. Chi gliel’ha detto?
Oddio, vorrei cancellargli quel ghigno dalla faccia con un bello schiaffo. «Be’, anche bevuto scopa meglio di quanto tu abbia mai fatto», ribatto e osservo il suo viso passare dal compiaciuto al confuso. Il bastardo pensava di avermi in pugno. Ho ottenuto più con queste parole di quanto avrei mai potuto colpendolo. Sono molto contenta di me per la risposta tanto pronta. Ha sempre creduto di essere bravo a letto. Non lo era affatto.
È combattuto, si sta chiedendo come gestirmi. Mantengo la mia posizione, ma sono comunque curiosa: come diavolo fa a sapere di Jesse?
«Sei patetica», ringhia.
«No Matt. Sto recuperando quattro anni di sesso di merda con te».
Fa una smorfia. Non sa cosa dire. Mi piego per recuperare la scatola dal pavimento e alzo la testa di scatto nel sentire i passi pesanti come tuoni che corrono su per le scale.
“Oh, cazzo!”.
«Ava!», ruggisce.
Ogni speranza di mollare Matt e la sua espressione sbalordita senza troppo trambusto va a farsi benedire. Come fa a sapere che sono qui? Se Kate ha fatto la spia, la ammazzo.
Varca la porta come un bulldozer e, se pensavo davvero di conoscere tutte le provocazioni di cui è capace, vengo completamente smentita. È fuori controllo, e mi mette paura. Non per me, ma per Matt, anche se lo odio. Jesse sembra capace di commettere un omicidio. Non presta attenzione a Matt. Guarda dritto verso di me e io mi sento afflosciare sotto il suo sguardo intenso e furioso. «Cosa CAZZO ci fai qui?», grida.
Sto letteralmente tremando. Stavolta gli ho proprio sventolato uno straccio rosso sotto al naso infuriato. Non dovrebbe sapere che sono qui. Come fa a saperlo? Mi ha messo addosso un indicatore di posizione? Tuttavia, decido di non chiederglielo. Resto in piedi con la bocca sigillata.
«Rispondimi!», tuona.
Sobbalzo. È abbastanza ovvio cosa ci faccio qui: non ha bisogno che glielo confermi, e deve aver visto le altre borse nel furgone di Kate.
Matt si tiene saggiamente in disparte e tiene la bocca insolente ben chiusa. I suoi occhi guizzano da me a Jesse, e so che sta pensando che un uomo che sta con una donna solo per scoparla non si comporta in questo modo.
“Ehi, ti presento il mio dio!”.
«Te l’avevo detto, cazzo, di non chiamarlo, di non venire qui! Avevo detto che l’avrebbe fatto John!». Agita le braccia come un pazzo schizzato. «Vai in macchina, cazzo».
Dalle labbra di Matt scappa una risatina e io mi giro di scatto verso di lui. Mi guarda e nei suoi occhi vedo una punta di soddisfazione malata. Questo è troppo. Non resterò qui a farmi gridare contro, soprattutto davanti a quell’idiota del mio ex. Prendo lo scatolone ed esco dall’appartamento come una furia, ringraziando tutti i santi del paradiso che Jesse non sia entrato pochi secondi prima.
«Ci siamo baciati», sento la voce compiaciuta di Matt e poi il pugno inconfondibile di Jesse che va a segno sulla sua faccia.
Ho voglia di piangere. Matt non sa proprio quando chiudere quella cazzo di bocca? Sento i colpi sordi dei passi di Jesse alle mie spalle e quando esco in strada vedo Kate e Sam – oh, e anche John.
È appoggiato alla Range Rover – con gli occhiali avvolgenti al loro posto – più minaccioso che mai, ma con il viso del tutto impassibile. Kate cammina avanti e indietro accanto al furgone e Sam ha un’espressione un po’ preoccupata. È davvero necessario che stiano tutti qui? Mentre mi avvicino, fulmino la mia amica con un’occhiata.
Prende lo scatolone dalle mie mani. «Cazzo, Ava», sussurra, gettandolo nel furgone.
«Hai detto a Sam che ero qui?», mi limito a chiedere.
«No!», strilla lei. Le credo. Non mi farebbe mai una cosa del genere.
«John!», grida Jesse mentre emerge dal palazzo. «Metti la roba di questa qua nella Range Rover». Agita la mano in via di guarigione e io sento una fitta di apprensione. Razza di idiota. Non poteva usare la sinistra? E poi mi rendo conto di come mi ha chiamata.
“Questa qua?”.
«Lascia stare John!», grido, per bloccarlo. «Non andrò con lui. Kate, su». Mi avvio al furgone dal lato del passeggero e, quando arrivo alla portiera, alzo lo sguardo e vedo che Sam ha una mano sul braccio di Kate. Lei lo guarda e lui scuote debolmente la testa; poi lei guarda me. È combattuta.
«Prendi le borse, John!», tuona Jesse scendendo le scale.
«Lasciale stare!», urlo io.
John sbuffa per l’esasperazione e guarda Jesse in attesa di istruzioni, ma si vede che per lui la mia collera è il minore dei mali, perché inizia a trasferire le mie cose sulla Range Rover. Che se le prenda pure. Non significa che andrò con lui. Entro nel furgone e mi appoggio allo schienale del sedile, al massimo dell’irritazione.
Nel giro di due secondi, la portiera si spalanca. «Esci!». Ha la voce tremante di rabbia. Non me ne frega un cavolo.
Afferro la maniglia per richiudere la portiera, ma lui si sposta e la blocca. «Jesse. Vaffanculo!».
«Tieni a freno la lingua».
«VAFFANCULO!», urlo. Ho la gola in fiamme e le corde vocali implorano un po’ di pietà. Non ho mai gridato tanto. Sto tremando per la furia. Come osa? Come osa comportarsi così dopo tutto quello che ho passato con lui.
«Bada a come cazzo parli!». Si sporge e mi afferra.
Mi dimeno, ma la mia forza è patetica in confronto alla sua. Mi tira fuori da Margo junior in malo modo e mi mette in piedi con la mia schiena contro di sé, mentre io seguito a dimenarmi per respingerlo. Mi cinge la vita con un braccio e mi solleva, trascinandomi fino alla sua macchina mentre io calcio e strillo come una bambina di tre anni.
«Lasciami!».
«Chiudi questa bocca di merda, Ava», dice a denti stretti. Cosa che serve solo a incoraggiarmi a dimenarmi ancora di più.
Mi sta maltrattando nel bel mezzo di Notting Hill sotto gli occhi della mia migliore amica, del suo ragazzo e di John. Mi sento mortificata! Non riesco a credere che sia uscito di carreggiata fino a questo punto. Me la stavo cavando bene. Me ne stavo andando e poi è arrivato il coglione nevrotico e ha mandato tutto a puttane. Vorrei reclinare la testa e mettermi a gridare.
Mi dimeno ancora un po’ nel tentativo di staccare il suo braccio dalla mia vita.
«Smettila di fare scenate, Ava», mi avverte.
Alzo lo sguardo e vedo numerosi passanti che interrompono le loro faccende quotidiane per osservare il dramma che si sta svolgendo davanti ai loro occhi. Mi arrendo, soprattutto perché sono del tutto esausta. Mi lascio spingere nella sua macchina e lo caccio via con le braccia quando cerca di allacciarmi la cintura.
Mi afferra per il mento e tira il mio viso verso il suo. «Sarà meglio che stai ferma, cazzo!». Fisso con aria di sfida i suoi occhi verdi colmi di rabbia e infine distolgo lo sguardo. Resto seduta sul sedile caldo in pelle nera e cerco di riprendere fiato.
Non andrò al Maniero domani sera e andrò al pub sabato. E non vivrò a Lusso − non che mi ci sia mai davvero trasferita −, anche se Jesse non sarà per niente d’accordo.
Vedo che torna da John, Kate e Sam. Parlano, ma non ho idea di cosa si stiano dicendo. Jesse china la testa e Kate gli mette una mano sul braccio. Lo sta rassicurando. Razza di traditrice! Perché compatiscono e rassicurano tutti lui, quando sono io quella che è appena stata sequestrata da un pazzo maniaco?
John scuote il capo e dà un buffetto a Jesse sulla mascella con le nocche, ma lui si ritrae con un gesto brusco. Leggo le labbra di John che dice: «Calmati» e vedo Jesse che si allontana, agitando le braccia in aria per poi tirarsi i capelli spettinati biondo scuro per la frustrazione. John scuote ancora la testa e questa volta dice: «Figlio di puttana».
Bene! Vuol dire che John la pensa come me. Credo che abbia parlato di “qualità sgradevoli”. Non si può essere più sgradevoli di così. Ha completamente perso la testa.
Quando sale, mi metto a guardare fuori dal finestrino. Non ho intenzione di parlargli.
Questa volta è andato troppo oltre. Accende il motore e parte rombando. Vengo schiacciata contro il sedile. La sua guida è già abbastanza spaventosa in condizioni normali. Non mi va proprio di fare questo tragitto.
«Come facevi a sapere che ero qui?». Tengo gli occhi fissi sulla strada che sfreccia fuori dal finestrino.
Lo sento trasalire mentre svolta e, con la coda dell’occhio, vedo che scuote la mano. Gli fa male. «Non te ne frega un cazzo».
«Sì che me ne frega». Mi volto e guardo il suo profilo accigliato. È comunque una bestia bellissima. «Andava tutto bene fino a quando non sei arrivato tu», lo accuso.
Gira la testa di scatto per guardarmi. Incontro il suo sguardo con gli occhi feroci quanto i suoi. «Sono infuriato con te, cazzo. L’hai baciato?»
«No!», strillo. «Lui ci ha provato e io l’ho respinto. Me ne stavo andando». Mi fanno male i muscoli della fronte a furia di aggrottarla.
Dà un pugno al volante, facendomi sobbalzare. «Non dirmi più che sono un possessivo esagerato del cazzo, mi hai sentito?»
«Sei uno stupido possessivo!».
«Ava, in due giorni ho beccato due uomini che cercano di entrare nelle tue mutande. Dio solo sa cosa è successo quando non ero con te».
«Non fare lo stupido», lo sbeffeggio. «Immagini le cose». So benissimo che non è così. Ha ragione su tutto, ma voglio sapere come mai d’un tratto Mikael si interessa alla mia relazione con Jesse. «Come fai a conoscere Mikael?»
«Cosa?», chiede secco.
«Mi hai sentito». Dal modo in cui fa sparire il labbro inferiore tra i denti capisco che sta riflettendo a fondo.
«Ho comprato l’attico, Ava. Come pensi che faccia a conoscerlo?»
«Quando gli ho detto che io e te usciamo all’incirca da un mesetto ha detto che è proprio interessante. Perché?».
Volta il capo di scatto. «Perché cazzo gli racconti di noi due?»
«Non gli stavo raccontando niente, me l’ha chiesto e io ho risposto! Perché dovrebbe pensare che è interessante, Jesse?». Sento che sto perdendo il controllo. Distolgo lo sguardo, nel tentativo di calmarmi con qualche respiro profondo.
«Quell’uomo ti vuole, fidati».
«Perché?», grido, di nuovo girata verso di lui, che però si rifiuta di guardarmi.
Dà un altro pugno al volante. «Vuole portarti via da me».
«Ma perché?»
«Perché lo vuole e basta, cazzo!», tuona.
Mi sistemo sul sedile, scioccata e insoddisfatta dalla risposta vaga e furente. Questa conversazione non ci porterà da nessuna parte. Jesse ha bisogno di calmarsi, e anche io. Gli farò le mie domande quando non avrà più l’aria di poter sfondare il finestrino.
Accosta fuori da Lusso e io scendo prima ancora che spenga il motore. John arriva mentre io entro nell’atrio, dove ignoro completamente Clive che esce da dietro il bancone. Vado dritta all’ascensore.
Mi aspetto che Jesse blocchi le porte per salire con me, ma non lo fa. Sarà giunto anche lui alla conclusione che dobbiamo calmarci tutti e due.
Esco dall’ascensore e frugo nella tasca laterale della borsa in cerca delle chiavi rosa. Una volta in casa, sbatto la porta alle mie spalle e butto la borsa a terra dalla rabbia. «Cazzone!», impreco tra me e me.
«Salve», mi giunge una vocina.
Alzo lo sguardo e mi trovo davanti una donna di mezza età dai capelli grigi. La sua presenza nell’attico dovrebbe preoccuparmi, ma sono troppo arrabbiata. «E lei chi diavolo è?», sbotto in tono davvero sgradevole. La donna fa un passetto indietro, e solo adesso noto il flacone di lucido per mobili e il piumino nelle sue mani.
«Cathy», risponde. «Lavoro per Jesse».
«Cosa?», chiedo con impazienza, ma poi la rabbia che domina tutto il mio essere si fa da parte e assimilo l’informazione – insieme al lucido per mobili.
“Oh, merda!”.
La porta alle mie spalle si apre, mi volto e vedo Jesse che entra. Guarda me e poi la donna di fronte a noi. «Cathy, è meglio se vai adesso. Ti spiego domani», dice con calma, ma con la rabbia ancora chiara nella voce.
«Certo». Depone il flacone e il piumino sul tavolino e si toglie il grembiule, che piega in fretta ma con cura. «La cena è in forno. Ci vorranno trenta minuti». Raccoglie una grande borsa da terra e ci infila il grembiule. Che dio la benedica, prima di andarsene mi rivolge un sorriso. È più di quanto mi meriti. Proprio una bella prima impressione.
Jesse la bacia velocemente sulla guancia e le accarezza la spalla per rassicurarla. La osservo mentre esce sul pianerottolo e vedo John e Clive che scaricano le mie borse dall’ascensore. È una perdita di tempo, perché non rimarrò qui. Mi dirigo a grandi passi in cucina e spalanco il frigo, nella speranza che sia magicamente comparsa una bottiglia di vino, ma resto profondamente delusa.
Lo richiudo con un colpo ed esco dalla cucina come una furia per andare di sopra. Non riesco nemmeno a guardarlo in questo momento. Entro in camera e sbatto un’altra porta; poi resto in piedi a domandarmi… e adesso? Dovrei andarmene – lasciare a entrambi un po’ di spazio per calmarsi. È diventato tutto troppo intenso, e in fretta. È come un veleno, che ci sta paralizzando.
Vado nel grande bagno e chiudo la porta. L’attico mi è molto più familiare del dovuto. Dopo i mesi trascorsi a progettare e coordinare i lavori, mi sento a casa. Probabilmente più di Jesse, che vive qui da nemmeno un mese − di cui una settimana passata ubriaco fradicio o privo di conoscenza.
Mi avvicino alla chaise-longue alla finestra e guardo il molo. La gente pensa alle proprie faccende quotidiane, passeggia o va a bere qualcosa in un bar, con aria serena e rilassata. Probabilmente non vale per ogni singolo passante, ma nel casino in cui mi trovo, penso egoisticamente che nessuno può avere tutti i problemi che ho io. Ho perso la testa per un uomo con un carattere super irascibile e che adora provocarmi. D’altro canto, però, è anche l’uomo più affettuoso, sensibile e protettivo dell’universo. Se John ha ragione e Jesse si comporta così solo con me, allora perché dovremmo stare insieme? Morirà d’infarto prima di arrivare a quarant’anni, e sarebbe colpa mia. Con Jesse, quando le cose vanno bene, è tutto incredibile. Ma quando vanno male, è tutto insopportabile.
Averlo trovato è allo stesso tempo il mio castigo e la mia benedizione.
Mi concedo un sospiro di stanchezza, mi prendo la testa tra le mani per la desolazione e sento le lacrime agli occhi e un groppo in gola.
Ero convinta di aver cominciato a scoprire le informazioni di cui avevo bisogno ma, col passare del tempo, è ovvio che non è così, e con Jesse che tiene la bocca chiusa per eludere le mie domande, pare che non scoprirò altro molto presto – a meno che non chieda a Mikael…
La porta si spalanca e Jesse irrompe nella stanza, con l’aria di aver appena preso la scossa. Trema visibilmente e sul collo spicca la carotide pulsante. A quanto sembra, mentre io mi sono rilassata, lui non si è calmato per niente. Stringe qualcosa in mano.
«Cosa CAZZO è questo?». Sembra sul punto di prendere fuoco spontaneamente. Aggrotto la fronte ma poi mi accorgo che ha in mano il foglio con i voli che mi ha dato Patrick.
Oh, Gesù, adesso sono nei guai.
Alt. Era nella mia borsa. «Hai frugato nella mia borsa!». Sono scioccata. Non so perché continui a farlo ogni cazzo di volta. Non sembra vergognarsene né dispiacersene. Si limita ad agitarmi il foglio in faccia con il petto che si alza e si abbassa in modo irregolare.
Lo spingo da parte e mi fiondo di sotto, in cerca della borsa. Mi segue, perché sento il rumore del fiato pesante quasi più forte di quello dei passi tonanti. Raccolgo la borsa da terra e la porto in cucina.
«Cosa diamine stai facendo?», grida. «Non è lì, è qui». Mi getta il foglio sotto al naso, ma io appoggio la borsa sull’isola e inizio a ravanarci dentro.
Non ho idea di cosa sto cercando.
«Non andrai in Svezia né in Danimarca o in nessun altro cazzo di posto, per quel che conta!». Nella voce c’è qualcosa a metà strada tra rabbia e paura.
Lo osservo. Sì. C’è di certo della paura. «Non frugare nella mia borsa», scandisco le parole, frustrata e risentita, e lo guardo con aria d’accusa.
Lui indietreggia un poco e lancia il foglio sull’isola, sempre con occhi furiosi. «Perché, cos’altro mi nascondi?»
«Niente!».
«Lasciami dire una cosa, Lady». Si avvicina a grandi passi, fino ad avere il viso proprio davanti al mio. «Dovrei essere morto prima che tu possa partire con quel coglione donnaiolo». Sul suo viso passa un’ondata di puro terrore.
«Lui non verrà!», grido, sbattendo la borsa per enfasi. Non lo so per certo e, in effetti, sospetto che probabilmente ci sarà anche lui. Ha un piano e un motivo. Ma perché?
«Certo che verrà. Ti seguirà, fidati. È instancabile quando si tratta di inseguire le donne».
Scoppio a ridere. «Proprio come facevi tu?»
«Era un’altra cosa!», sbraita. Chiude gli occhi e prende a massaggiarsi le tempie con la punta delle dita per scacciare la tensione.
«Sei impossibile», dico secca. Non ho più voglia di vivere.
«E perché prendi le vitamine?», chiede, con un’occhiataccia di prima categoria. «Sei incinta, vero?».
Vuole farmi incazzare? Afferro le vitamine dalla borsa e gliele tiro in testa. Lui strabuzza gli occhi mentre le schiva con un movimento furtivo. Il barattolo si schianta contro la parete e cade a terra. Devo riprendere il controllo. Lo sto perdendo di brutto.
«Le ho comprate per te», strillo, e lui mi guarda come se fossi una pazza furiosa. Ci manca poco.
«Perché?». Guarda il barattolo sul pavimento.
«Hai messo il tuo corpo a dura prova. O te ne sei dimenticato?».
Mi sbeffeggia. «Non mi servono delle pillole, Ava. Te l’ho detto». Avanza e mi prende le braccia, tirandomi verso il suo viso. «Non sono un alcolizzato del cazzo. E se adesso berrò, è perché tu mi rendi folle di rabbia!», mi grida in faccia le ultime parole.
«Dai tutta la colpa a me», constato. Non è una domanda, perché me l’ha giù urlato in faccia.
Mi lascia andare e si allontana. «No». Si tira i capelli sulla nuca per la frustrazione. «Cos’altro non mi dici? Viaggi di lavoro con ricchi olandesi». Mi guarda storto. «Incontri intimi con l’ex…».
«Intimi?», sbotto. Pensa che abbia visto Matt per un incontro intimo? «Stupido del cazzo!».
«Tieni a freno la BOCCA!».
«Vai all’inferno!», grido. Vive davvero su un altro pianeta. Se mi conosce bene come dice, allora non farebbe insinuazioni tanto sciocche.
Agita le braccia in aria, come a chiedere la forza al Signore. «Non ce la faccio a starti intorno adesso», sbraita. Digrigna i denti e vedo i muscoli tesi della mascella. «Ti amo, cazzo, Ava. Tantissimo, ma non riesco a guardarti. Che casino del cazzo!». Esce dalla cucina come una furia.
Sento la porta d’ingresso che sbatte e, qualche istante dopo, un gran fracasso. Corro sul pianerottolo e non c’è traccia di Jesse, ma la porta a specchio dell’ascensore è in un milione di pezzi. Malgrado il mio stato mentale, penso subito al danno ulteriore per la sua povera mano. Poi scoppio a piangere. Piango come una disperata, come se ululassi alla luna, scossa dai singhiozzi. Mi sento del tutto indifesa e fuori controllo. Come se mi avesse messo alla prova, per vedere se ho la forza di accompagnarlo fino alla fine di tutto questo casino e, per di più, cerco di combattere con il pensiero ricorrente e irritante di essere stata io a renderlo così. Non è sano.
Torno nell’open space e vedo tutte le mie borse appoggiate in una fila ordinata accanto alle scale. Cosa dovrei farne? Ho intenzione di restare?
Le lascio lì e, non sapendo che altro fare, vado a sedermi su un lettino prendisole sulla terrazza e piango – piango forte, con le spalle che tremano e le lacrime che scendono a dirotto, mentre cerco di trovare uno scopo e una guida. Tra le lacrime incessanti non arrivo a niente. Ho lo sguardo fisso nel vuoto e mi sento abbandonata. Sono invasa da sensazioni familiari, che non avrei mai più voluto provare – un senso di vuoto, di perdita, di solitudine e delusione che mi aveva condotto nel profondo dell’inferno quando Jesse non faceva più parte della mia vita. Com’è possibile che abbia tanto bisogno di lui? Com’è successo? Lui se n’è andato, e adesso capisco come si è sentito quando ero stata io a farlo. Non è una bella sensazione. È come se avessi perso un’enorme parte di me.
È così.
Al pensiero che lui non è qui sento il cuore in gola, mi manca il fiato e vado nel panico. Non c’è speranza. Torno nell’attico, vado di sopra nella camera da letto padronale e mi faccio la doccia. Resto sotto il getto a insaponarmi con la testa tra le nuvole. Ovunque guardi, rivedo noi due – me e Jesse sul mobile con i lavandini, contro il muro, per terra, nella doccia. Siamo dappertutto.
Esco dalla cabina, per il bisogno improvviso di scappare dai ricordi della nostra intimità. Mi accascio sul letto, ma ben presto scatto a sedere, completamente in preda al panico. Ogni volta che non eravamo insieme, ha sempre bevuto. Lo starà facendo anche adesso? Il cuore prende a galoppare nel mio petto fino a dolermi, come per farsi strada verso la mia bocca. Basta il pensiero di Jesse insieme a quello dell’alcol per farmi fiondare in cucina a prendere il telefono.
Nell’entrare, sono investita da un profumo davvero buono. Oh! Corro al forno e lo spengo, poi afferro il cellulare e chiamo John.
Risponde dopo il primo squillo, con il solito brontolio roco. «È qui, Ava».
«Al Maniero?». Sono così sollevata ma, allo stesso tempo, mi chiedo cosa ci faccia là.
«Sì», risponde quasi con rammarico. Mi drizzo all’istante.
«Devo venire?». Non so perché l’ho chiesto. Sto già tornando di sopra a vestirmi.
«Forse, piccola. È andato dritto nel suo ufficio», mormora lui.
Metto giù e mi strofino i capelli bagnati, poi rinfilo i vestiti con cui ero andata al lavoro. Le chiavi della macchina. Jesse non me le ha restituite. Volo di sotto e mi butto sulle scatole con le mie cose, nella speranza di trovare quelle di scorta. Alla fine riesco a recuperarle.
Vado all’ascensore con la porta a pezzi e digito il codice, al pensiero che Clive non sarà molto contento. Da quando sto qui, il conto della manutenzione dev’essere andato alle stelle.
Attraverso di corsa l’atrio tra il fragore dei tacchi e vedo Clive inginocchiato dietro al bancone. Lo supero in fretta senza dire una parola. Non ho tempo per lui stasera. Il pover’uomo si starà chiedendo cosa ha fatto Jesse per farmi arrabbiare tanto.
«Ava!», sento che mi grida dietro. Non vorrei fermarmi, ma sembra che qualcosa non vada sul serio. Forse è tornata la donna del mistero.
«Che succede Clive?».
Corre verso di me, nel panico. «Non puoi andare!».
Cosa sta dicendo?
«Mr Ward», ansima. «Ha detto che non devi lasciare Lusso. Ha insistito molto».
Cosa? «Clive, non ho tempo». Vado avanti per la mia strada, ma lui mi afferra un braccio.
«Ti prego, Ava. Dovrò chiamarlo».
Non ci credo. Proprio adesso vuole mettersi a fare il portiere-secondino? «Clive, non rientra nel tuo lavoro», gli faccio notare. «Per favore, lasciami il braccio».
«Be’, è quel che ho detto anch’io, ma Mr Ward sa essere molto insistente».
«Quanto, Clive?»
«Non so di cosa tu stia parlando», si affretta a rispondere, sistemandosi il cappello con la mano libera. Non potrebbe avere un’aria più colpevole nemmeno se ci provasse.
Libero il braccio con uno strattone e mi avvicino al banco. «Dove tieni i numeri di Mr Ward?», chiedo, con un’occhiata ai display ad alta tecnologia davanti a me. E c’è anche il suo cellulare.
L’usciere si avvicina con espressione disorientata. «Il telefono è connesso al sistema. Perché?»
«Hai il numero di Mr Ward anche sul cellulare?», m’informo.
«No Ava. È tutto programmato nel sistema. Per la riservatezza dei dati degli inquilini e tutto».
«Bene». Tiro i fili che collegano il telefono al computer e li lascio cadere a terra in un groviglio, dove vengono raggiunti dalla mascella di Clive.
Nell’uscire, sento il poverino che mormora qualcosa, sotto shock, e mi sento un po’ in colpa. Un’altra riparazione da addebitare all’attico.
Balzo in macchina e noto subito un piccolo aggeggio nero sul cruscotto. So cos’è. Premo il bottone e, come immaginavo, i cancelli di Lusso iniziano ad aprirsi.
Per tutta la strada fino al Maniero, prego ripetutamente di non trovare Jesse con una bottiglia in mano. È la prima volta che torno in quel posto da quando ho scoperto le vere attività che si svolgono lì, ma il bisogno di vedere Jesse prevale sulla mia rabbia e sulla mia riluttanza.