«Certo che glielo dirò. Volevo prima darle un'idea generale della situazione, e dirle quanto tutti noi siamo soddisfatti… del fatto che i suoi rapporti sono stati confermati, s'intende. Si propongono di assassinarla a una specie di pranzo ufficiale.»

«Quello dell'Associazione dei Commercianti europei?»

«Mi pare che si chiami così.»

«Come lo sa?»

«Siamo riusciti a penetrare nella loro organizzazione, qui. Se sapesse fino a qual punto siamo informati di ciò che accade nel suo territorio, si stupirebbe. Posso dirle ad esempio che la morte di sbarra quattro fu un incidente. Volevano solo spaventarlo, come spaventarono sbarra tre sparandogli contro. Lei è il primo che abbiano realmente deciso di assassinare.»

«E' consolante.»

«In un certo qual modo è un complimento, sa. Lei è pericoloso, adesso.» Hawthorne fece un lungo suono aspirante, succhiando l'ultimo liquido tra gli strati di ghiaccio, di arancio e di ananasso, con la ciliegia in cima. «Presumo» disse Wormold «che farei bene a non parteciparvi.» Provò una sorprendente delusione. «Sarà la prima volta che manco in dieci anni. Mi avevano persino invitato a pronunciare il discorso. Alla ditta fa piacere ch'io sia presente; è un po' come issare la bandiera.»

«Ma lei deve andarci, "naturalmente".»

«Ed essere avvelenato?»

«Può fare a meno di mangiare, no?»

«Ha mai provato ad andare a un pranzo ufficiale e a non toccar cibo? C'è anche la questione dei vini.»

«Non possono avvelenare un'intera bottiglia di vino. Lei potrebbe far credere di essere un alcoolizzato, uno di quelli che non mangiano nulla e si limitano a bere.»

«Grazie. Questo gioverebbe senza dubbio agli affari.»

«La gente prova una certa tenerezza per gli alcoolizzati» disse Hawthorne. «D'altronde, se lei non andrà al pranzo sospetteranno qualcosa. Il mio informatore verrebbe a trovarsi in pericolo. Dobbiamo proteggere gli informatori.»

«Così vuole il regolamento, presumo.»

«Giusto, mio caro. Oh, un'altra cosa: conosciamo la congiura, ma non conosciamo i congiurati, tranne che con le loro sigle. Se scopriremo chi sono, potremo pretendere che vengano tratti in arresto. Distruggeremo l'organizzazione.»

«Già, non esistono delitti perfetti, vero? In base agli indizi scoperti mediante l'autopsia, immagino, lei potrà convincere Segura ad agire.»

«Non avrà paura, per caso? Il nostro è un lavoro pericoloso. Non avrebbe dovuto accettarlo se non era preparato…»

«Lei mi ricorda le madri spartane, Hawthorne. Torna vittorioso, oppure nasconditi sotto il tavolo.»

«Sa che questa è un'idea? Potrebbe scivolare sotto il tavolo al momento giusto. Gli assassini la crederebbero morto, e gli altri semplicemente ubriaco.»

«Non si tratta della riunione dei Quattro Grandi a Mosca. I commercianti europei non cadono sotto il tavolo.»

«Mai?»

«Mai. Lei pensa ch'io mi preoccupi eccessivamente, vero?»

«Penso che non sia ancora il caso di preoccuparsi. In fin dei conti le porzioni non vengono servite. E' lei a servirsi.»

«Certo. A parte il fatto che al Nacional si incomincia sempre con il granchio Morro. E le porzioni di granchio sono preparate in anticipo.»

«Può fare a meno di mangiarlo. Moltissime persone non mangiano il granchio. Quando serviranno le altre portate, lei non prenda mai la porzione più vicina. E' come un baro che le offre una carta. Non ha che da rifiutarla.»

«Ma il baro, di solito, riesce a rifilargliela ugualmente.»

«Stia a sentire una cosa… ha detto che il pranzo avrà luogo al Nacional?»

«Sì.»

«Allora perché non si serve di sbarra sette?»

«Chi è sbarra sette?»

«Non ricorda più chi sono i suoi stessi agenti? E' il capo-cameriere al Nacional, no? Potrà accertarsi che il suo piatto non venga mai manipolato. Sarebbe ora che si guadagnasse la paga. Non ricordo che lei ci abbia mai trasmesso un suo rapporto.»

«Non può dirmi qualcosa sull'uomo che verrà al pranzo? Voglio dire l'uomo che si propone di…» non volle pronunciare la parola "uccidermi" «… di sbrigare la faccenda?»

«Non so niente, mio caro. Dovrà tenere gli occhi bene aperti con tutti. Prenda un altro ponce.»

 

Sull'aereo diretto a Cuba v'erano pochi passeggeri: una spagnola con un'intera nidiata di marmocchi… alcuni strillavano e altri incominciarono a soffrire il mal d'aereo subito dopo la partenza; una negra con un gallo vivo avvolto nello scialle; un esportatore di sigari cubano che Wormold conosceva di vista, e un inglese con una giacca sportiva che continuò a fumare la pipa finché l'assistente di volo non gli disse di spegnerla. Allora succhiò con ostentazione la pipa spenta per tutto il resto del viaggio e sudò abbondantemente nella giacca pesante. Quando venne servito il pranzo, si portò indietro di parecchi posti e sedette accanto a Wormold. Disse: «Non sopporto quegli urlanti marmocchi. Le spiace?». Guardò le carte che Wormold aveva sulle ginocchia. «Lei è della "Pulizia Rapida"?»

«Sì.»

«Io lavoro con la "Nucleaners". Mi chiamo Carter.»

«Oh.»

«Questo è soltanto il mio secondo viaggio a Cuba. Un posto allegro, mi dicono» soggiunse, soffiando nella pipa e mettendola via per pranzare. «Può essere divertente» disse Wormold «se le piacciono la roulette e i bordelli.» Carter accarezzò la borsa del tabacco come se fosse stata la testa di un cane… "il segugio fedele mi terrà compagnia". «Non alludevo precisamente a questo… benché io non sia un puritano, badi. Sarebbe interessante, presumo. A Roma, viviamo come i romani.» Cambiò argomento. «Ne vende molti elettrodomestici?»

«Il commercio non va poi male.»

«Noi abbiamo un nuovo modello che farà piazza pulita sul mercato.» Si mise in bocca un grosso pezzo di torta color malva, poi si tagliò una porzione di pollo. «Davvero?»

«E' azionato da un motore robusto quanto quello di un falcia-erbe. Le donnette non faranno più alcuna fatica. E nessun tubo da trascinare dappertutto.»

«E' rumoroso?»

«C'è uno speciale silenziatore. E' meno rumoroso del vostro modello; lo chiamano "La massaia bisbigliante".» Dopo la zuppa di tartaruga, attaccò la macedonia di frutta, schiacciando tra i denti gli acini d'uva. Disse: «Apriremo presto un'agenzia a Cuba. Conosce il dottor Braun?».

«Sì, l'ho conosciuto. All'Associazione dei Commercianti europei. E' il nostro presidente. Importa strumenti di precisione da Ginevra.»

«E' proprio lui. Ci ha dato consigli molto utili. A dire il vero, io sarò suo ospite al banchetto dell'Associazione. Si mangia bene?»

«Lei sa come sono i banchetti in albergo.»

«Migliori di questo pranzo, in ogni modo» disse lui, sputando la buccia di un acino. Aveva dimenticato gli asparagi con maionese e incominciò a questo punto a farli sparire. Quando ebbe terminato, si frugò in tasca. «Ecco il biglietto di visita.» Il biglietto diceva: "William Carter B. Tech. (Nottwich)". E, in un angolo: "Nucleaners Ltd". L'uomo soggiunse: «Alloggerò al Seville-Biltmore per una settimana».

«Temo di non avere biglietti di visita. Mi chiamo Wormold.»

«Conosce per caso un tizio a nome Davis?»

«Non credo.»

«Era un mio compagno di corso all'università. E' entrato a far parte della Gripfix ed è venuto in questa parte del mondo. E' strano… gli studenti di Nottwich si incontrano dappertutto. Ci ha studiato anche lei, per caso?»

«No.»

«Era a Reading?»

«Non ho frequentato l'università.»

«Non lo avrei mai creduto» gli disse Carter, cortesemente. «Mi sarei iscritto a Oxford, sa, ma erano molto indietro in fatto di tecnologia. E' un'ottima università per chi vuol seguire la carriera dell'insegnamento, credo.» Incominciò di nuovo a succhiare la pipa spenta, come un bambino succhia la tettarella, fino a farla sibilare tra i denti. A un tratto riprese a parlare, come se qualche residuo di tannino gli si fosse sciolto sulla lingua con un sapore amaro. «Antiquate» disse «relitti, vivono sul passato. Io le abolirei.»

«Che cosa abolirebbe?»

«Oxford e Cambridge.» Prese l'ultimo cibo che rimaneva sul vassoio, un panino, e lo sbriciolò come i secoli o l'edera sbriciolano la pietra. Alla dogana Wormold lo perdette di vista. Carter si trovava in difficoltà a causa del campionario della Nucleaners, e Wormold non vide per quale ragione il rappresentante della "Pulizia Rapida" avrebbe dovuto aiutarlo a passare. Beatrice era lì ad aspettarlo con la Hillman. Molti anni erano passati dall'ultima volta che una donna era venuta ad accoglierlo. «E' andato tutto bene?» gli domandò.

«Sì. Oh, sì. Sembrano soddisfatti di me.» Guardò le mani di lei sul volante; non portava guanti nel caldo pomeriggio. Erano mani belle e abili. Disse: «Non ha l'anello». Beatrice rispose: «Credevo che non se ne sarebbe accorto nessuno. Lo ha notato anche Milly. I Wormold sono osservatori».

«Non lo avrà perduto?»

«Me lo sono tolto ieri per lavarmi e ho dimenticato di rimettermelo. E' inutile portare un anello che si dimentica, le pare?» Solo allora le parlò del pranzo. «Non ci andrà?»

«Hawthorne si aspetta ch'io ci vada. Per non far correre pericoli al suo informatore.»

«All'inferno l'informatore.»

«C'è un motivo più valido. Una cosa che mi ha detto il dottor Hasselbacher. Sono soliti colpirci nei nostri affetti. Se non vi andrò, escogiteranno qualcos'altro; qualcosa di peggio. E non sapremo che cosa. La prossima volta potrebbe non trattarsi di me - non credo di amare abbastanza me stesso per soddisfarli - potrebbe essere Milly, o forse lei.» Non si rese conto della portata di ciò che aveva detto finché ella non lo ebbe lasciato alla porta di casa, proseguendo con la macchina.

Capitolo terzo.

Milly disse: «Non hai preso altro che una tazza di caffè. Non hai mangiato neppure un crostino».

«Non ne ho voglia.»

«Oggi devi prendere parte al banchetto dei Commercianti e sai benissimo che il granchio Morro non si addice al tuo stomaco.»

«Ti prometto di essere molto, molto prudente.»

«Sarebbe molto meglio se facessi colazione come si deve. Hai bisogno di una crema di cereali per assorbire tutti i liquori che berrai.» Era una delle sue giornate con la governante. «Mi dispiace, Milly, ma proprio non me la sento. Ho molte preoccupazioni. Non insistere, per favore. Non oggi.»

«Hai preparato il discorso?»

«Ho fatto del mio meglio, ma non sono un oratore, Milly. Davvero non so perché mi abbiano chiesto di parlare.» E tuttavia, con inquietudine, si rendeva conto che forse sapeva perché. Qualcuno doveva aver suggerito l'idea al dottor Braun, qualcuno che occorreva identificare a qualunque costo. Pensò: il costo sono io. «Scommetto che farai colpo.»

«Sto cercando in tutti i modi di non far colpo a questo pranzo.» Milly andò all'educandato e lui rimase seduto a tavola. La ditta produttrice di creme di cereali preferita da Milly aveva stampato sulla scatola di Weatbrix le ultime avventure del nanetto Doodoo. Il nanetto Doodoo, nel corso di una puntata piuttosto breve, incontrava un topo delle dimensioni di un cane San Bernardo e riusciva a spaventarlo facendosi passare per un gatto e facendo "miao". Era una storia semplicissima. Ben difficilmente la si sarebbe potuta considerare una preparazione alla vita. La società regalava inoltre un fucile ad aria compressa contro dodici coperchi. Poiché la scatola era quasi vuota, Wormold incominciò a ritagliare il coperchio seguendo accuratamente con il coltello la linea tratteggiata. Stava seguendo l'ultimo angolo quando Beatrice entrò. Gli domandò: «Che cosa fa?».

«Mi son detto che un fucile ad aria compressa potrebbe essere utile in ufficio. Ci occorrono soltanto altri undici coperchi.»

«Non sono riuscita a dormire, stanotte.»

«Troppi caffè?»

«No. La frase del dottor Hasselbacher che lei mi ha riferito. A proposito di Milly. Non vada al pranzo, la prego.»

«E' il meno che possa fare.»

«Fa anche troppo. Sono contenti di lei, a Londra. Lo capisco da come compilano i dispacci. Henry può dire quello che vuole, ma Londra non approverebbe che lei si esponesse a uno stupido rischio.»

«E' verissimo quel che ha detto… se non vado al pranzo escogiteranno qualcos'altro.»

«Non si preoccupi di Milly. La sorveglierò come una lince.»

«E chi sorveglierà lei?»

«Questo è il mio lavoro; l'ho scelto io. Non deve sentirsi responsabile per me.»

«Si è mai trovata in una situazione così pericolosa?»

«No, ma non ho mai avuto un capo come lei, prima d'oggi. Lei sembra incitarli. Vede, questo lavoro di solito si limita a una scrivania, a schedari e a noiosi dispacci; non arriviamo al delitto. Ed io non voglio che lei venga assassinato. Lei è reale, capisce. Non è il "Corrierino dei ragazzi". Per amor di Dio, lasci stare quella stupida scatola e mi ascolti.»

«Stavo rileggendo la storia del nanetto Doodoo.»

«Allora rimanga a casa con lui, stamane. Io andrò a comprarle tutte le scatole con le puntate precedenti, così potrà aggiornarsi.»

«Tutto quel che Hawthorne ha detto è ragionevole. Devo solo badare a quello che mangio. L'importante è accertare chi sono Allora avrò fatto qualcosa in cambio del denaro che ho intascato.»

«Ha già fatto abbastanza. Non c'è ragione di andare a quel maledetto pranzo.»

«Sì, una ragione c'è. L'orgoglio.»

«E con chi vuol fare buona figura?»

«Con lei.»

 

Attraversò il vestibolo del Nacional Hotel tra le vetrinette piene di calzature italiane, di posacenere danesi, di cristallerie svedesi e di indumenti di lana inglesi, color malva. La sala da pranzo privata nella quale erano soliti riunirsi i Commercianti europei si trovava subito al di là della sedia sulla quale troneggiava in quel momento il dottor Hasselbacher, aspettando molto in evidenza. Wormold si avvicinò a passi lenti; non aveva più rivisto il dottor Hasselbacher dopo la notte in cui, seduto sul letto, nell'uniforme di ulano, egli aveva parlato del passato. Alcuni componenti dell'Associazione, prima di entrare nella sala da pranzo privata, si soffermarono e rivolsero la parola al dottor Hasselbacher; egli non prestò loro alcuna attenzione. Wormold giunse accanto alla sedia. Il dottor Hasselbacher disse: «Non vada là dentro, signor Wormold». Parlò senza abbassare la voce, e le parole, vibrando tra le vetrinette, attrassero l'attenzione. «Come sta, Hasselbacher?»

«Le ho detto di non entrare.»

«Ho udito sin dalla prima volta.»

«La uccideranno, signor Wormold.»

«Come lo sa, dottor Hasselbacher?»

«Hanno deciso di avvelenarla, là dentro.» Alcuni invitati si fermarono, guardarono incuriositi e sorrisero. Uno di essi, un americano, disse: «Si mangia proprio così male?» e tutti risero. Wormold disse: «Non rimanga qui, Hasselbacher. E' troppo in vista».

«Vuole entrare?»

«Certo, sono uno degli oratori.»

«C'è Milly. Non la dimentichi.»

«Non si preoccupi di Milly. Uscirò con i miei piedi, Hasselbacher. Torni a casa, la prego.»

«Sta bene, ma dovevo tentare» disse il dottor Hasselbacher. «Aspetterò al telefono.»

«Le telefonerò non appena uscito.»

«Arrivederci, Jim.»

«Arrivederci, dottore.» Wormold fu colto di sorpresa sentendosi chiamare per nome. Ricordò quel che aveva sempre scherzosamente pensato: che Hasselbacher lo avrebbe chiamato per nome soltanto al suo letto di morte, dopo aver rinunciato ad ogni speranza. Si sentì a un tratto spaventato, solo, lontano dalla patria. «Wormold» disse una voce, e voltandosi egli vide che si trattava di Carter della Nucleaners; ma quell'uomo rappresentava altresì in quel momento, per Wormold, i Midlands inglesi, lo snobismo inglese, la volgarità inglese, tutto il senso di comunanza e di sicurezza che la parola Inghilterra significava per lui. «Carter!» esclamò, come se Carter fosse stato la sola persona in tutta l'Avana ch'egli desiderasse con tutto il cuore incontrare; e in quel momento lo era. «Felicissimo di rivederla» disse Carter «Non conosco anima viva a questo pranzo. Neppure il mio… neppure il dottor Braun.» La pipa e la borsa del tabacco gli rigonfiavano la tasca; le accarezzò entrambe per trarne conforto, come se anch'egli si fosse sentito lontano dalla patria. «Carter, le presento il dottor Hasselbacher, un mio vecchio amico.»

«Piacere, dottore.» A Wormold disse: «L'ho cercata dappertutto ieri sera. A quanto pare non sono riuscito a trovare i locali giusti». Entrarono insieme nella sala da pranzo privata. Era del tutto irrazionale la fiducia ch'egli riponeva in un compatriota, ma dal lato sul quale si trovava Carter si sentiva protetto.

 

La sala da pranzo era stata decorata con due grandi bandiere degli Stati Uniti, in onore del console generale, e piccole bandierine di carta, come nel ristorante di un aeroporto, indicavano il posto del rappresentante di ogni nazione. V'era una bandiera svizzera a capotavola per il dottor Braun, il presidente; v'era persino la bandiera di Monaco per il console monegasco, uno dei più importanti esportatori di sigari dell'Avana. Costui doveva sedere alla destra del console generale, in riconoscimento dell'unione regale. Stavano già circolando i cocktail quando Wormold e Carter entrarono, e un cameriere li avvicinò subito. Fu l'immaginazione di Wormold o il cameriere spostò davvero il vassoio in modo che l'ultimo "daiquiri" rimasto si trovasse più vicino alla sua mano? «No. No, grazie.» Carter fece il gesto di servirsi, ma il cameriere si era già diretto verso la porta di servizio. «Forse preferirebbe un Martini secco, signore?» disse una voce.

Wormold si voltò. Era il capo-cameriere.

«No, no. Non mi piacciono.»

«Un whisky scozzese, signore? Uno sherry? Un Old-Fashioned? Qualsiasi cosa desideri ordinare.»

«Non bevo» disse Wormold, e il capo-cameriere si diresse verso un altro invitato. Presumibilmente era sbarra sette; sarebbe stato strano se, per una ironica coincidenza, si fosse trattato altresì dell'uomo prescelto per l'assassinio. Wormold si guardò intorno cercando Carter, ma quello si era allontanato sulla scia dell'anfitrione. «Farebbe bene a bere tutto quello che può» disse una voce dall'accento scozzese. «Permette? MacDougall. Sembra che siamo vicini di tavola.»

«Non l'ho mai veduta qui prima d'oggi, vero?»

«Ho sostituito McIntyre. Avrà certo conosciuto McIntyre?»

«Oh, sì, sì.» Il dottor Braun, dopo aver rifilato il poco importante Carter a un altro svizzero che commerciava in orologi, stava facendo fare il giro della sala al console generale americano e gli presentava i soci più eminenti. I tedeschi formavano un gruppo a parte, situato, alquanto opportunamente, contro la parete ovest; sui loro lineamenti la superiorità del "deutschmark" era impressa come cicatrici di un duello: l'onore nazionale sopravvissuto a Belsen dipendeva ora dalla quotazione del marco. Wormold si domandò se fosse stato uno di loro a tradire, rivelando al dottor Hasselbacher il segreto del pranzo. Tradire? Non necessariamente. Forse il dottore era stato ricattato affinché fornisse il veleno. In ogni modo egli avrebbe scelto, in nome della loro amicizia, qualcosa di indolore, ammesso che esistessero veleni indolori. «Le stavo dicendo» continuò il signor MacDougall con la stessa energia di un trescone scozzese «che farebbe bene a bere adesso. Non ci sarà altro.»

«Ci saranno i vini, no?»

«Guardi la tavola.» Davanti al posto di ciascun commensale si trovavano piccole bottiglie di latte. «Non ha letto l'invito? Pranzo americano al vassoio blu in onore dei nostri grandi alleati americani.»

«Al vassoio blu?»

«Ma come, amico mio, non sa che cos'è un pranzo al vassoio blu? Le piazzano l'intero pasto sotto il naso, già servito in vari piatti sul vassoio… tacchino arrosto, salsa di mortelle, salsicce con carote e patate fritte. Non posso sopportare le patate fritte, ma non c'è da scegliere con un vassoio blu.»

«Non c'è da scegliere?»

«Deve mangiare quello che le dànno. Questa è democrazia, amico.» Il dottor Braun li stava invitando a mettersi a tavola. Wormold sperava che i connazionali fossero vicini di tavola e che all'altro suo fianco sarebbe venuto a trovarsi Carter e invece fu uno sconosciuto scandinavo a sedere alla sua sinistra fissando accigliato la bottiglia del latte. Wormold pensò: qualcuno ha sistemato bene le cose. Nulla è sicuro, qui, neppure il latte. Già i camerieri si stavano dando da fare intorno ai vassoi con i granchi Morro. Poi egli si accorse con sollievo di avere di fronte a sé, a tavola, Carter. V'era un che di così confortevole, nella sua volgarità! Ci si poteva rivolgere a lui come ci si rivolge a un poliziotto inglese, perché se ne conoscevano le idee. «No» disse al cameriere. «Niente granchio.»

«Fa bene a non prendere quella roba» disse il signor MacDougall. «Non voglio saperne neppure io. Non va d'accordo con il whisky. Senta, se beve un po' d'acqua e mi porge il bicchiere sotto il tavolo, io ho in tasca una fiaschetta con whisky a sufficienza per noi due.» Senza riflettere, Wormold tese la mano verso il bicchiere, poi un dubbio lo assalì. Chi era MacDougall? Non lo aveva mai visto, né aveva mai saputo che McIntyre se n'era andato. Non poteva darsi che l'acqua fosse avvelenata, o che fosse avvelenato il whisky nella fiaschetta? «Come mai McIntyre se n'è andato?» domandò, la mano intorno al bicchiere. «Oh, è stata una di quelle cose che càpitano» rispose il signor MacDougall. «Lei sa com'è. Beva qualche sorso. Non vorrà annacquare troppo il whisky. E' il miglior malto degli Highlands.»

«Non sono abituato a bere a quest'ora. Grazie lo stesso.»

«Se non si fida dell'acqua fa bene a non berla» disse il signor MacDougall con ambiguità. «Lo berrò puro anch'io. Se non le dispiace berlo dal bicchierino della fiaschetta…»

«No, davvero. Non bevo mai a quest'ora.»

«Sono stati gli inglesi a stabilire gli orari in cui si deve bere, non gli scozzesi. Tra non molto stabiliranno anche a che ora si deve morire.» Carter, all'altro lato della tavola, disse: «Io non bado agli orari. Permette? Carter» e Wormold constatò con sollievo che il signor MacDougall versava il whisky; un sospetto era così eliminato, poiché certo nessuno voleva avvelenare Carter. Eppure, egli pensò, c'è qualcosa di dubbio nelle origini scozzesi del signor MacDougall. Egli sapeva di impostura come Ossian. «Svenson» disse con voce aspra il tetro scandinavo, dietro la bandierina svedese; o almeno Wormold riteneva che fosse svedese: non riusciva mai a riconoscere con certezza le bandiere scandinave. «Wormold» disse.

«Cos'è questa assurdità del latte?»

«Credo» rispose Wormold «che il dottor Braun prenda le cose un po' troppo alla lettera.»

«O che sia un burlone» osservò Carter. «Non credo che il dottor Braun abbia un gran senso dell'umorismo.»

«E lei di che cosa si occupa, signor Wormold?» domandò lo svedese. «Mi sembra che non siamo mai stai presentati, anche se la conosco di vista.»

«Mi occupo di aspirapolvere. E lei?»

«Cristallerie. Come lei sa, i cristalli svedesi sono i migliori del mondo. Questo pane è ottimo. Lei non mangia pane?» Si sarebbe detto che avesse preparato la conversazione in anticipo, servendosi di un manuale. «Ci ho rinunciato. Sa, sto ingrassando.»

«A me sembra che le gioverebbe ingrassare un po'.» Il signor Svenson fece una secca risata, simile all'eco d'una baldoria in qualche lunga notte nordica. «Mi scusi. Mi sono espresso come se lei fosse un'oca.» All'estremità della tavola, dove sedeva il console generale, incominciavano a servire i vassoi blu. Il signor MacDougall si era ingannato per quanto concerneva il tacchino; il piatto forte era costituito dal pollo alla Maryland. Ma aveva avuto ragione per quanto concerneva le carote e le patate fritte e le salsicce. Il dottor Braun era rimasto un po' indietro rispetto agli altri; stava ancora gustando il granchio Morro. Il console generale doveva averlo ritardato con la foga della sua conversazione e con la fissità delle lenti convesse. Due camerieri fecero il giro della tavola, l'uno togliendo gli avanzi dei granchi, l'altro sostituendoli con i vassoi blu. Soltanto il console generale aveva ritenuto opportuno sturare la bottiglia del latte. La parola "Dulles" scivolò, smorta (vedi nota 2), sin dove sedeva Wormold. A Wormold venne l'idea che tutta quella faccenda della minaccia alla sua vita poteva essere una burla. Forse Hawthorne era un umorista, e il dottor Hasselbacher… Ricordò che Milly gli aveva domandato se Hasselbacher lo avesse mai preso in giro. A volte sembra più facile rischiare la morte che il ridicolo. Desiderò confidarsi con Carter e ascoltarne la risposta piena di buon senso; poi, guardando il proprio vassoio, notò qualcosa di strano: non v'erano carote. Si affrettò a dire: «Lei lo preferisce senza carote» e passò il vassoio al signor MacDougall. «Veramente non mi piacciono le patate fritte» disse rapidamente il signor MacDougall, e passò il vassoio al console del Lussemburgo. Il console del Lussemburgo, impegnatissimo in una conversazione con un tedesco che gli sedeva di fronte, passò il vassoio, con distratta cortesia, al proprio vicino. La cortesia contagiò tutti coloro che non erano stati ancora serviti, e il vassoio saettò lungo la tavola verso il dottor Braun, i cui avanzi del granchio Morro erano stati appena tolti. Il capocameriere si accorse di quel che stava accadendo e incominciò a dare la caccia al vassoio lungo la tavola, ma il vassoio riuscì sempre a precederlo. Il cameriere, mentre tornava con altri vassoi blu, fu intercettato da Wormold, il quale ne prese uno. Il cameriere parve confuso. Wormold incominciò a mangiare di buon appetito. «Le carote sono eccellenti» disse. Il capo-cameriere si librava sul dottor Braun. «Mi scusi dottor Braun» disse «non le hanno servito carote.»

«Le carote non mi piacciono» disse il dottor Braun, tagliando un pezzo di pollo. «Sono dolente» disse il capo-cameriere, e afferrò il vassoio del dottor Braun. «Un errore in cucina.» Con il vassoio in mano, come un sagrestano con la colletta, percorse la sala in tutta la sua lunghezza, verso la porta di servizio. Il signor MacDougall stava sorseggiando il suo whisky. «Credo che ora potrei azzardarmi» disse Wormold. «Tanto per festeggiare l'evento.»

«Oh, bravo. Con acqua o puro?»

«Le dispiace se prendo il suo bicchiere? Nel mio c'è una mosca.»

«Ma certo.» Wormold bevve due terzi dell'acqua e tese il bicchiere perché MacDougall gli versasse il whisky dalla fiaschetta. Il signor MacDougall gli versò un generoso doppio whisky. «Porga di nuovo il bicchiere. E' rimasto indietro rispetto a noi due» disse, e Wormold si ritrovò nel territorio della fiducia. Provò una sorta di tenerezza nei confronti del vicino di tavola che aveva sospettato. Disse: «Dobbiamo rivederci».

«Un'occasione come questa sarebbe inutile se non avvicinasse le persone.»

«Non avrei conosciuto lei o Carter se non fosse stato per il banchetto.» Bevvero un altro whisky tutti e tre. «Devono conoscere tutti e due mia figlia» disse Wormold, il cuore riscaldato dall'alcool. «Come le vanno gli affari?»

«Non tanto male. Stiamo ingrandendo l'ufficio.» Il dottor Braun batté sul tavolo chiedendo il silenzio. «Ma certo» disse Carter in quel momento, con la voce alta e irreprimibile di Nottwich, confortante quanto il whisky «dovranno servire liquori con i brindisi.»

«Ragazzo mio» disse il signor MacDougall «vi saranno discorsi, ma niente brindisi. Dovremo ascoltare questi bastardi senza la consolazione dell'alcool.»

«Io sono uno dei bastardi» disse Wormold. «Parla anche lei?»

«Come socio più anziano.»

«Sono lieto che abbia vissuto abbastanza a lungo» disse il signor MacDougall. Il console generale americano, invitato dal dottor Braun, incominciò a parlare. Parlò dei legami spirituali tra le democrazie… a quel che sembrava, includeva Cuba tra le democrazie. Il commercio era importante perché senza il commercio non vi sarebbero stati legami spirituali, o forse era tutto l'opposto. Parlò degli aiuti americani ai Paesi poveri, aiuti che avrebbero consentito di acquistare altre merci e, acquistando altre merci, di rafforzare i legami spirituali… Un cane stava uggiolando in qualche punto nei labirinti dell'albergo, e il capo-cameriere fece cenno di chiudere la porta. Era stato un grande piacere per il console generale americano aver ricevuto l'invito al banchetto e avervi conosciuto i rappresentanti del commercio europeo, rafforzando in tal modo i legami spirituali… Wormold bevve altri due whisky.

«Ed ora» disse il dottor Braun «desidero invitare a parlare il membro più anziano della nostra associazione. Non mi riferisco, naturalmente, alla sua età ma al periodo di tempo durante il quale egli ha servito la causa del commercio europeo in questa bellissima città dove, signor ministro» - si inchinò all'altro suo vicino di tavola, un uomo bruno con gli occhi strabici - «abbiamo il privilegio e la gioia di essere suoi ospiti. Mi riferisco, loro tutti lo sanno, al signor Wormold.» Diede una rapida e furtiva occhiata ai suoi appunti. «Al signor James Wormold, rappresentante all'Avana della "Pulizia Rapida".» Il signor MacDougall disse: «Abbiamo finito il whisky, pensi un po'. Proprio adesso che lei ha più bisogno di coraggio».

Carter disse: «Anch'io ero venuto armato; ma l'ho bevuto quasi tutto sull'aereo. Non ne resta che un bicchierino nella fiaschetta».

«Evidentemente, spetta al nostro amico» disse il signor MacDougall.

«Ne ha più bisogno di noi.» Il dottor Braun stava dicendo: «Possiamo considerare il signor Wormold il simbolo di tutto ciò che significa tale dedizione… modestia, serenità, perseveranza e capacità. I nostri avversari dipingono il più delle volte il commerciante come un gradasso fanfarone, il cui solo scopo è quello di piazzare un prodotto inutile, superfluo o addirittura nocivo. Tutto ciò non risponde alla realtà…». Wormold disse: «Lei è molto gentile, Carter. Un sorso mi farebbe bene, non c'è dubbio».

«Non è abituato a parlare?»

«Non si tratta soltanto di questo.» Si sporse in avanti sulla tavola verso quel viso così comune dal quale sentiva di potersi aspettare incredulità, conforto, il facile umorismo fondato sull'inesperienza; sì, con Carter era tranquillo. Disse: «So che non crederà a una parola di quanto sto per raccontarle», ma non ci teneva neppure a essere creduto da Carter. Voleva imparare da lui il modo di non credere. Qualcosa gli toccò la gamba e, abbassando gli occhi, vide un nero muso di bassotto che, tra le pendule orecchie, lo supplicava per avere un boccone; il cane doveva essere entrato passando per la porta di servizio senza essere veduto dai camerieri, ed ora conduceva l'esistenza di un perseguitato, seminascosto sotto la tovaglia. Carter porse una fiaschetta a Wormold. «Non ce n'è abbastanza per due.

Lo prenda tutto.»

«Molto gentile da parte sua, Carter.» Svitò il tappo e versò tutto il whisky nel bicchiere. «Non è che Johnnie Walker. Niente di speciale.» Il dottor Braun stava dicendo: «Se qualcuno qui può parlare a nome di noi tutti dei lunghi anni di pazienti servigi che il commerciante rende al pubblico, sono certo che questa persona è il signor Wormold, ed io lo invito ora a…». Carter ammiccò e levò un bicchiere immaginario. «H-ha sentito?» disse.

«Deve sbrigarsi.» Wormold posò il whisky. «Come ha detto, Carter?»

«H-ho detto che deve sbrigarsi a bere.»

«Oh, no, non ha detto così, Carter.» Come mai non aveva notato prima l'esitazione nel pronunciare la "h"? Carter sapeva forse del proprio difetto ed evitava le parole con la "h", tranne quando era turbato dal timore o dalla speranza? «Che cosa c'è, Wormold?» Wormold abbassò la mano per accarezzare la testa del cane e come per caso fece cadere il bicchiere dalla tavola. «Ha finto di non conoscere il dottore.»

«Quale dottore?»

«Lei lo chiamerebbe H-Hasselbacher.»

«Signor Wormold» lo chiamò il dottor Braun dall'estremità della tavola. Wormold si alzò un po' barcollante. Il cane, in mancanza di meglio, stava leccando il whisky versato sul pavimento. Wormold disse: «Sono lieto che mi abbia invitato a parlare, quali che possano essere state le sue ragioni». Le risatine represse dei commensali lo colsero di sorpresa… non era stata sua intenzione fare dello spirito. Continuò: «E' questa la prima volta che parlo in pubblico, e a un certo momento è parso che sarebbe stata anche l'ultima». Sorprese lo sguardo di Carter. Carter era accigliato. L'essere vivo sembrava a Wormold una colpa, come un solecismo, o come se si fosse ubriacato in pubblico. Forse era davvero ubriaco. Continuò: «Io non so se ho degli amici, qui, ma senza dubbio ho alcuni nemici». Qualcuno disse: «Ah, questa, poi!» e parecchie persone risero. Continuando di questo passo, si sarebbe fatto la reputazione di essere un oratore spiritoso. Disse: «Al giorno d'oggi sentiamo parlare continuamente della guerra fredda, ma qualsiasi commerciante può dirvi che la guerra tra due produttori della stessa merce può essere una guerra caldissima. Si pensi alla "Pulitura rapida" e alla "Nucleaners". Non corrono molte differenze tra i prodotti delle due fabbriche, non più di quante ve ne siano tra due esseri umani, un russo, o un tedesco, e un inglese. La concorrenza e la guerra non esisterebbero se non fosse per l'ambizione di pochi uomini in entrambe le ditte. Sono soltanto pochi uomini a imporre la concorrenza, a inventare necessità e a far sì che il signor Carter ed io balziamo l'uno alla gola dell'altro». Non rideva più nessuno, adesso. Il dottor Braun bisbigliò qualcosa all'orecchio del console generale. Wormold mostrò la fiaschetta del whisky di Carter e disse: «Credo che il signor Carter non conosca neppure il nome dell'uomo dal quale è stato mandato qui ad avvelenarmi nell'interesse della sua ditta». Le risate esplosero di nuovo con una nota di sollievo. Il signor MacDougall osservò: «Ci farebbe comodo ancora un po' di veleno, qui», e a un tratto il cane incominciò a uggiolare. Uscì di corsa dal nascondiglio e si diresse verso la porta di servizio. «Max» esclamò il capo-cameriere «Max.» Seguì un silenzio, poi si udirono alcune risatine imbarazzate. Il cane barcollava sulle zampe. Ululò, poi tentò di mordersi il petto. Il capo-cameriere lo raggiunse sulla porta e lo prese in braccio, ma il bassotto gridò come se soffrisse e si svincolò. «Ha bevuto un doppio whisky» osservò a disagio il signor MacDougall. «Voglia scusarmi, dottor Braun» disse Wormold «lo spettacolo è finito.» Seguì il capo-cameriere passando per la porta di servizio. «Si fermi.»

«Che cosa vuole?»

«Voglio sapere che cosa è accaduto al mio vassoio.»

«Che cosa intende dire, signore? Il suo vassoio?»

«Era ansiosissimo che il mio vassoio non venisse servito a nessun altro.»

«Non capisco.»

«Sapeva ch'era avvelenato?»

«Vuol dire che il cibo era cattivo, signore?»

«Voglio dire ch'era avvelenato e che lei si è preoccupato di salvare la vita del dottor Braun… non la mia.»

«Temo, signore, di non capirla. Ho da fare. Deve scusarmi.» Gli ululati di un cane giunsero fino a loro dal lungo corridoio che conduceva alla cucina, una sorta di disperato e sommesso uggiolio interrotto da più acute esplosioni di dolore. Il capo-cameriere gridò: «Max!» e corse lungo il corridoio come se si fosse trattato di un essere umano. Spalancò la porta della cucina. «Max!» Il bassotto, accovacciato sotto il tavolo, alzò la testa con aria triste, poi incominciò a trascinarsi a fatica, penosamente, verso il capo-cameriere. Un uomo con il berretto da cuoco disse: «Qui non ha mangiato niente. Il contenuto del vassoio è stato gettato via». Il cane si afflosciò ai piedi del cameriere e giacque immobile come un mucchietto di rifiuti. Il cameriere si inginocchiò accanto al cane. Disse: «Max, "mein kind. Mein kind"». Il nero corpo sembrava un prolungamento del vestito nero di lui; non erano della stessa carne e dello stesso sangue, ma sarebbero potuti essere un unico pezzo di stoffa. Il personale della cucina si riunì intorno a loro. Il nero tubo fece un lieve movimento e una lingua rosea uscì simile a pasta di dentifricio e rimase immobile sul pavimento della cucina. Il capo-cameriere posò la mano sul cane, poi alzò gli occhi verso Wormold. Gli occhi colmi di lacrime lo rimproveravano a tal punto di trovarsi lì vivo mentre il cane era morto, che Wormold provò quasi l'impulso di scusarsi, ma girò sui tacchi, invece, e se ne andò. In fondo al corridoio voltò la testa: la nera sagoma era sempre in ginocchio accanto al nero cane e il cuoco vestito di bianco dominava il gruppo e gli sguatteri aspettavano statuari, come parenti in lutto intorno a una tomba, reggendo i vassoi, gli strofinacci e i piatti, simili a ghirlande. La mia morte, pensò Wormold, sarebbe stata più discreta.

 

«Eccomi qui» disse a Beatrice. «Non mi trovo sotto il tavolo. Sono di ritorno vittorioso. E' stato il cane a morire.»

Capitolo quarto.

Il capitano Segura disse: «Sono lieto di trovarla solo. E' solo?».

«Completamente.»

«Sono certo che non le dispiacerà. Ho messo due uomini di guardia alla porta per essere certo che nessuno ci disturbi.»

«Mi trovo in stato di arresto?»

«No, certo.»

«Milly e Beatrice sono andate al cinema. Si stupiranno se non verranno lasciate entrare.»

«Non le ruberò molto tempo. Mi trovo qui per due ragioni. L'una è importante, l'altra semplice routine. Posso incominciare con quella importante?»

«La prego.»

«Voglio, signor Wormold, chiederle la mano di sua figlia.»

«E per questo occorrono due poliziotti alla porta?»

«E' opportuno non essere disturbati.»

«Ha parlato con Milly?»

«Non mi sarei mai sognato di farlo prima di averne parlato a lei.»

«Presumo che anche qui la legge richieda il mio consenso.»

«Non è una questione di legge, ma di normale cortesia. Posso fumare?»

«Perché no? Quel portasigarette è fatto davvero di pelle umana?» Il capitano Segura rise. «Ah, Milly, Milly! Che burlona è mai!» Con ambiguità soggiunse: «Lei crede sul serio a una storia simile, signor Wormold?». Forse era contrario a una diretta menzogna; poteva darsi che fosse un buon cattolico. «E' troppo giovane per maritarsi, capitano Segura.»

«Nel nostro Paese, no.»

«Sono sicuro che non ha ancora alcun desiderio di sposarsi.»

«Ma lei potrebbe persuaderla, signor Wormold.»

«La chiamano l'avvoltoio rosso, vero?»

«Questo, a Cuba, è una specie di complimento.»

«La sua non è un'esistenza piuttosto incerta? Sembra che abbia un'infinità di nemici.»

«Ho risparmiato abbastanza per provvedere alla mia vedova. In questo senso, signor Wormold, sono un sostegno più sicuro di lei. Questo negozio… non può fruttarle molto, e potrebbe essere chiuso da un momento all'altro.»

«Chiuso?»

«Sono certo che lei non abbia alcuna intenzione di causare disordini, ma intorno alla sua persona sono già accadute molte cose spiacevoli. Qualora fosse costretto a lasciare questo Paese, non si sentirebbe più tranquillo se sua figlia fosse ben sistemata qui?»

«Che genere di cose spiacevoli, capitano Segura?»

«Vi è stato un incidente automobilistico… lasciamo stare il perché. Vi è stata l'aggressione contro il povero ingegner Cifuentes… un amico del ministro degli Interni. Il professor Sanchez l'ha accusata di essersi introdotto in casa sua e di averlo minacciato. Si dice addirittura che lei abbia avvelenato un cane.»

«Che io abbia avvelenato un cane?»

«Sembra assurdo, certo. Ma un capo-cameriere del Nacional Hotel afferma che lei diede al suo cane whisky avvelenato. Perché poi avrebbe dovuto dare del whisky a un cane? Non capisco. E non lo capisce neppure lui. Forse perché era un cane tedesco, sospetta. Non dice niente, signor Wormold?»

«Non trovo parole.»

«Si trovava in uno stato terribile, poveretto. Altrimenti l'avrei gettato fuori dell'ufficio per essermi venuto a raccontare simili fanfaluche. Ha detto che lei andò in cucina a godersi quel che aveva fatto. Mi è parso impossibile che potesse trattarsi di lei, signor Wormold. L'ho sempre giudicata un uomo molto umano. Mi dia la sua parola che l'episodio non è vero e…»

«Il cane è stato realmente avvelenato. Il whisky si trovava nel mio bicchiere. Ma era destinato a me, non al cane.»

«E perché qualcuno avrebbe dovuto tentare di avvelenarla?»

«Non lo so.»

«Due strani episodi… forse si annullano reciprocamente. Probabilmente il whisky non era avvelenato e il cane è morto perché doveva morire. Tuttavia deve ammettere, signor Wormold, che intorno a lei vengono a determinarsi innumerevoli complicazioni Forse lei è come uno di quei bambini innocenti dei quali ho letto che, nel suo Paese, scatenano gli spiriti maligni.»

«Potrebbe darsi. Conosce i nomi degli spiriti maligni?»

«Quasi tutti. Credo che sia giunto il momento di esorcizzarli. Sto preparando un rapporto per il Presidente.»

«Ci sono anch'io?»

«Non è necessario. Devo dirle, signor Wormold, che ho risparmiato parecchio, quanto basta per garantire a Milly una esistenza agiata se dovesse accadermi qualcosa. E, naturalmente, quanto basta per stabilirci a Miami, se dovesse scoppiare la rivoluzione.»

«Non è affatto necessario che mi dica queste cose. Io non pongo in dubbio le sue possibilità finanziarie.»

«E' consuetudinario parlarne, signor Wormold. Per quanto concerne poi la mia salute… è buona. Posso mostrarle i certificati medici. Né vi saranno difficoltà per quanto concerne i figli. Ciò è stato ampiamente dimostrato.»

«Lo so.»

«La cosa non deve turbare in alcun modo la sua figliola. All'avvenire di questi bambini è già stato provveduto. Il mio legame attuale non è importante. So che i protestanti sono molto esigenti in queste cose.»

«Io non sono precisamente protestante.»

«E per fortuna sua figlia è cattolica. Sarebbe davvero una felicissima unione, signor Wormold.»

«Milly ha appena diciassette anni.»

«E' l'età migliore e la meno pericolosa per avere un figlio, signor Wormold. Ho il suo consenso di parlarle?»

«Ne ha bisogno?»

«E' più corretto.»

«E se dico di no…»

«Tenterei, naturalmente, di convincerla.»

«Ha detto, una volta, ch'io non faccio parte della classe dei torturabili.» Il capitano Segura batté affettuosamente la mano sulla spalla di Wormold. «Lei ha lo stesso senso dell'umorismo di Milly. Ma, scherzi a parte, v'è sempre il suo permesso di residenza da prendere in considerazione.»

«Sembra molto deciso. Sta bene. Tanto vale che le parli. Le si offrono tutte le occasioni che vuole, mentre Milly va e viene da casa a scuola. Ma Milly è una ragazza di buon senso; credo che lei non abbia proprio nessuna probabilità.»

«In questo caso potrò chiederle in seguito di avvalersi della sua influenza paterna.»

«Come è vittoriano, capitano Segura. I padri non hanno più alcuna influenza, al giorno d'oggi. Aveva detto che c'era qualcosa di importante…» Il capitano Segura rispose in tono di rimprovero: «L'argomento importante era questo. Il resto è cosa di ordinaria amministrazione. Le spiacerebbe venire con me al Wonder Bar?»

«Perché?»

«Una questione di polizia. Nulla di cui debba preoccuparsi. Le sto chiedendo un favore, ecco tutto, signor Wormold.» Salirono sull'automobile sportiva scarlatta del capitano Segura, preceduti e scortati da un poliziotto in motocicletta. Tutti i lustrascarpe del Paseo sembravano essersi riuniti in via Virdudes. V'erano poliziotti a entrambi i lati dell'ingresso del Wonder Bar e il sole splendeva rovente. I poliziotti in motocicletta balzarono a terra e incominciarono ad allontanare i lustrascarpe. Altri poliziotti corsero fuori dal bar e formarono una scorta per il capitano Segura. Wormold lo seguì. Come sempre a quell'ora le persiane sopra i portici cigolavano nella brezza che soffiava dal mare. Il barista si trovava dalla parte anteriore del banco, quella riservata ai clienti. Sembrava indisposto e spaventato. Parecchie bottiglie rotte alle sue spalle sgocciolavano ancora, ma la massima parte del loro contenuto si era versata già da tempo. Qualcuno disteso sul pavimento era nascosto dai poliziotti, ma se ne vedevano le scarpe… le scarpe pesanti e riparate più volte di un uomo non ricco. «E' un semplice riconoscimento formale» disse il capitano Segura. Wormold non aveva bisogno di vedere il viso, ma si scostarono davanti a lui, in modo da consentirgli di contemplare il dottor Hasselbacher. «E' il dottor Hasselbacher» disse. «Lei lo conosce quanto me.»

«Vi sono certe formalità da rispettare, in queste faccende» disse Segura. «Occorre il riconoscimento di qualcuno che non faccia parte della polizia.»

«Chi è stato?» Segura rispose: «Chi lo sa? Farebbe bene a bere un whisky. Barista!».

«No. Mi dia un "daiquiri". Bevevo sempre un "daiquiri", con lui.»

«Qualcuno è entrato qui con una pistola. Due colpi hanno mancato il bersaglio. Naturalmente diremo che sono stati i ribelli della provincia di Oriente. Questa versione ci servirà ad influenzare l'opinione pubblica. E forse sono stati realmente i ribelli.» Il volto li fissava dal pavimento, senza espressione. Non sarebbe stato possibile descrivere quell'impassibilità in termini di serenità o di angoscia. Era come se a quel viso non fosse accaduto assolutamente nulla: un volto non nato. «Quando lo seppelliranno, faccia mettere il suo elmetto sulla bara.»

«L'elmetto?»

«Troverà una vecchia uniforme nel suo appartamento. Era un uomo sentimentale.» Sembrava strano che il dottor Hasselbacher dopo essere sopravvissuto a due guerre mondiali avesse fatto, in tempo di pace, la stessa fine che avrebbe potuto toccargli sulla Somme. «Lei sa benissimo che questo assassinio non ha nulla a che vedere con i ribelli» osservò Wormold. «Ci fa comodo dirlo.»

«Gli spiriti maligni, una volta di più.»

«Lei si rimprovera troppo.»

«Mi avvertì di non andare al banchetto, Carter lo udì, tutti lo udirono, e così lo hanno ucciso.»

«Ma chi sono?»

«L'elenco lo ha lei.»

«Il nome Carter non ne fa parte.»

«Interroghi il cameriere con il cane, allora. Potrà senza dubbio torturarlo, "lui". Io non protesterò di certo.»

«E' tedesco ed ha amici politici altolocati. Perché dovrebbe volerla avvelenare?»

«Perché mi credono pericoloso. Io! Come sono male informati! Barista, mi dia un altro "daiquiri". Ne prendevo sempre due prima di tornare al negozio. Mi farà vedere l'elenco, Segura?»

«Lo mostrerei a mio suocero, perché potrei fidarmi di lui.» Per quanto si pubblichino statistiche e le popolazioni vengano contate a centinaia di migliaia di individui, per ogni uomo una città consiste soltanto in poche strade, in poche case, in poche persone. Se si eliminano queste poche cose, una città non esiste più, se non come una sofferenza nel ricordo, qualcosa di simile al dolore di una gamba amputata. Era giunto il momento, si disse Wormold, di andarsene e di abbandonare le rovine dell'Avana. «Vede» disse il capitano Segura «questo episodio sottolinea quanto le dicevo. Potrebbe essere toccato a lei. Milly dovrebbe essere al sicuro da incidenti del genere.»

«Sì» disse Wormold. «Bisognerà che provveda in questo senso.»

 

Quando tornò, i poliziotti non si trovavano più all'ingresso del negozio. Lopez era fuori, e lui non sapeva dove. Udiva Rudy manovrare la radio e di quando in quando il crepitio di qualche scarica invadeva l'alloggio. Si mise a sedere sul letto. Tre morti: uno sconosciuto a nome Raul, un bassotto nero a nome Max e un vecchio medico a nome Hasselbacher; lui ne era stato la causa… insieme a Carter. Non era stato Carter a volere la morte di Raul e quella del cane, ma al dottor Hasselbacher non aveva lasciato via di scampo. Si era trattato d'una rappresaglia: morte per vita, un capovolgimento della legge mosaica. Udiva Milly e Beatrice conversare nella stanza vicina. Benché la porta fosse socchiusa, gli sfuggiva gran parte di quel che dicevano. Si trovava sulla frontiera della violenza, una contrada sconosciuta, mai visitata prima di allora; aveva in mano il passaporto. Professione: spia. Lineamenti: ostili. Scopo del soggiorno: assassinio. Non era necessario alcun visto. Aveva i documenti a posto. E dal lato del confine nel quale si trovava udiva le voci parlare nel linguaggio a lui familiare. Beatrice disse: «No, il rosa scuro non glielo consiglierei. Non alla sua età». Milly disse: «Durante l'ultimo corso dovrebbero darci lezioni di trucco. Mi par già di udire suor Agnes: "Una goccia di 'Nuit d'amour' dietro le orecchie"».

«Provi questo rosa chiaro. No, non vada più in là della linea delle labbra. Aspetti che le faccio vedere.» Wormold pensò: Non ho né arsenico né cianuro. Del resto, non mi si presenterà alcuna occasione di bere con lui. Avrei dovuto cacciargli in gola quel whisky. E' più facile a dirsi che a farsi, fuori del palcoscenico elisabettiano, e anche sul palcoscenico gli ci sarebbe voluta inoltre una spada avvelenata. «Ecco, vede che cosa intendevo dire?»

«E il rossetto?»

«Lei non ha bisogno di rossetto.»

«Che profumo adopera, Beatrice?»

«"Sous le vent".» Hanno ammazzato Hasselbacher, ma io non ho una pistola, pensò Wormold. Dell'equipaggiamento dell'ufficio avrebbe dovuto far parte una pistola, senza dubbio, come ne fanno parte la cassaforte e i fogli di celluloide, e il microscopio e il bollitore elettrico. In vita sua non aveva mai maneggiato una pistola, ma questo non era un ostacolo insormontabile. Gli sarebbe bastato avvicinarsi a Carter quanto era vicino alla porta dalla quale gli giungevano le voci. «Andremo a comprarlo insieme. Credo che "Indiscret" le piacerebbe. E' di Lanvin.»

«Il nome è molto appassionato» osservò Milly. «Lei è giovane. Non ha bisogno di mettersi passione dietro le orecchie.»

«Bisogna pure incoraggiare gli uomini» disse Milly. «Basta guardarli.»

«Così?» Wormold udì Beatrice ridere. Si voltò, stupito, a guardare la porta. Si era spinto tanto oltre al di là del confine da aver dimenticato che si trovava ancora lì con loro. «Non è necessario incoraggiarli fino a questo punto» disse Beatrice.

«Stavo languendo?»

«Io direi che il fuoco covava sotto la cenere.»

«Rimpiange il matrimonio?» domandò Milly. «Intende dire se rimpiango Peter? In questo caso no.»

«Se morisse si rimariterebbe?»

«Non credo che aspetterei tanto. Ha soltanto quarant'anni.»

«Oh, già. Credo che potrebbe risposarsi… se lo considera un matrimonio.»

«Lo considero tale.»

«Ma è terribile, non le pare? Io invece devo sposarmi per sempre.»

«Ci illudiamo quasi tutte di fare la stessa cosa… quando ci sposiamo.»

«Mi sentirei molto più libera se avessi un amante.»

«Non credo che la cosa andrebbe molto a genio a suo padre.»

«Non vedo perché. Se si riammogliasse, la sua situazione non sarebbe poi molto diversa. In realtà si prenderebbe un'amante, non le pare? Voleva rimanere per sempre con la mamma. Lo so. Me lo ha detto lui.

Era un vero matrimonio il loro. Anche un pagano non può ignorarlo.»

«Pensavo anch'io la stessa cosa di Peter. Milly, Milly, non lasci che la rendano crudele.»

«Chi?»

«Le suore.»

«Oh. Ma non mi dicono queste cose. Non mi dicono affatto queste cose.» Rimaneva sempre, naturalmente, la possibilità di una coltellata. Ma in tal caso avrebbe dovuto avvicinarsi a Carter più di quanto non potesse sperare di riuscirvi. Milly domandò: «E' innamorata di mio padre?».

Wormold pensò: Un giorno tornerò e sistemerò questi problemi, ma per il momento ve ne sono di più importanti; devo escogitare il modo di uccidere un uomo. Certo, vi saranno manuali, al riguardo? Deve pur esservi qualche trattato sul combattimento senz'armi. Si guardò le mani, ma non gli ispiravano fiducia. Beatrice disse: «Perché mi fa questa domanda?».

«Per il modo come lo ha guardato.»

«Quando?»

«Quando è tornato da quel banchetto. Forse era soltanto contenta perché aveva pronunciato un discorso?»

«Sì.»

«Non potrebbe essere» continuò Milly. «Voglio dire, se lo amasse.» Wormold disse a se stesso: Almeno, se riuscissi a ucciderlo, ucciderei per una ragione pulita. Ucciderei per dimostrare che non si può uccidere senza essere uccisi a nostra volta. Non ucciderei per il mio Paese. Non ucciderei per il capitalismo o il comunismo, o la democrazia sociale o lo Stato del benessere… il benessere di chi? Ucciderei Carter perché ha ucciso Hasselbacher. Le faide familiari sono sempre state una ragione per uccidere migliore del patriottismo o della preferenza per l'uno o per l'altro sistema economico. Se amo o se odio, permettete che ami o che odi da individuo. Non voglio essere 59200/5 nella guerra globale di nessuno. «Se lo amassi, perché non dovrei?»

«E' ammogliato.»

«Milly, cara Milly. Si guardi dalle formule. Se un Dio esiste, non è un Dio di formule.»

«Ne è innamorata?»

«Non ho mai detto questo.» Una pistola è l'unico mezzo. Dove posso procurarmi una pistola? Qualcuno entrò nella stanza. Egli non alzò neppure gli occhi. La radio di Rudy emise un suono stridulo e acuto nella stanza vicina. La voce di Milly disse: «Non ti abbiamo sentito entrare».

«Voglio che tu mi faccia un favore, Milly» disse Wormold.

«Stavi ascoltando?» Udì Beatrice dire: «Che cos'ha? Che cosa è accaduto?».

«C'è stato un incidente, una specie di incidente.»

«Di chi si tratta?»

«Del dottor Hasselbacher.»

«Un incidente grave?»

«Sì.»

«Ci stai preparando alla notizia, vero?» disse Milly. «Sì.»

«Povero dottor Hasselbacher.»

«Sì.»

«Farò dire dal cappellano tante messe quanti sono stati gli anni della nostra amicizia.» Egli si rese conto che non vi sarebbe stato alcun bisogno di rivelare con cautela la notizia, almeno per quanto concerneva Milly. Ogni morte, per lei, era una morte serena. La vendetta non ha scopo per chi crede nel Paradiso. Ma lui non ci credeva. Pietà e perdono potevano ben difficilmente essere considerate virtù in un cristiano; venivano troppo spontanee. Disse: «Il capitano Segura è venuto qui. Vuole che tu lo sposi».

«Quel vecchio! Non salirò mai più sulla sua automobile.»

«Vorrei che tu ci salissi ancora una volta, domani. Digli che voglio vederlo.»

«Perché?»

«Una partita a dama. Alle dieci. Tu e Beatrice dovrete uscire.»

«Mi tormenterà?»

«No. Digli semplicemente di venire a parlare con me. Digli di portare l'elenco. Capirà.»

«E poi?»

«Poi torneremo in patria. In Inghilterra.» Quando fu rimasto solo con Beatrice, disse: «Ci siamo. la fine dell'ufficio».

«Che cosa intende dire?»

«Forse coleremo a picco gloriosamente con un buon rapporto… l'elenco degli agenti segreti che agiscono a Cuba.»

«Compresi noi?»

«Oh no. Noi non abbiamo mai agito.»

«Non capisco.»

«Non ho agenti, Beatrice. Neppure uno. Hasselbacher è stato ucciso senza alcun motivo. Non esiste alcuna costruzione segreta sulle montagne della provincia di Oriente.» Fu tipico da parte sua non dimostrare alcuna incredulità. Era, quella, una notizia come qualsiasi altra, da schedare e classificare. Qualsiasi giudizio per quanto concerneva il suo valore sarebbe stato espresso, egli pensò, dall'ufficio centrale. Soggiunse: «Naturalmente, è suo dovere riferire subito la cosa a Londra, ma le sarei grato se aspettasse fino a domani. Domani saremo forse in grado di aggiungere alle bugie qualcosa di autentico».

«Se sarà ancora vivo.»

«Naturale che sarò vivo.»

«Lei sta meditando qualcosa.»

«Segura ha l'elenco degli agenti segreti.»

«Non è questo che lei sta meditando. Ma se morirà» disse, con un tono che parve d'ira «"de mortuis", immagino.»

«Se dovesse accadermi qualcosa, non vorrei che fossero queste false schede a dimostrarle per la prima volta che razza di impostore io sia stato.»

«Ma Raul… deve essere esistito un Raul.»

«Pover'uomo. Si sarà domandato che cosa gli stava capitando. Faceva una delle sue solite gite di piacere. Forse era ubriaco come al solito. Lo spero.»

«Ma esisteva.»

«Un nome bisogna pur pescarlo in qualche posto. Devo avere scelto il suo senza ricordarmene.»

«E quei disegni?»

«Li feci io stesso servendomi dell'aspirapolvere "Pila Atomica". La burla è finita, ormai. Le spiacerebbe preparare una confessione che io firmerò? Sono lieto che non abbiano fatto nulla di male a Teresa.» Beatrice incominciò a ridere. Si sostenne il capo con le mani e rise. Disse: «Oh, come le voglio bene!».

«Deve sembrarle piuttosto stupido.»

«Mi sembra molto stupida Londra. E mi sembra stupido Henry Hawthorne. Crede lei che avrei mai lasciato Peter se almeno una volta - anche una sola volta - si fosse burlato dell'UNESCO? Ma l'UNESCO era sacra. Le conferenze culturali erano sacre. Non rideva mai… Mi presti il fazzoletto.»

«Ma lei sta piangendo.»

«Sto ridendo. Quei disegni…»

«Rappresentavano uno spruzzatore e un innesto a scatto. Non credetti mai che avrebbero ingannato gli esperti.»

«Non furono mai esaminati da esperti. Dimentica una cosa… il nostro è un servizio segreto. Dobbiamo tutelare gli informatori. Non possiamo permettere che documenti simili giungano nelle mani di chi se ne intende sul serio. Tesoro…»

«Ha detto tesoro.»

«E' un modo di dire. Ricorda il Tropicana e quel tizio che cantava? Non sapevo che lei era il mio capo e che io ero la sua segretaria; mi parve semplicemente un uomo simpatico con una bella figliola. Mi accorsi che voleva commettere una follia con la bottiglia di champagne ed ero talmente tediata a morte dal buon senso…»

«Ma io non sono il tipo che commette follie.» "Convinti sono che il globo è rotondo…

Semi han le arance e a questo mondo Sol con la buccia esistono le mele." «Non venderei aspirapolvere se fossi il tipo che commette follie.»

"Io sono folle e desto le loro lamentele Poiché sostengo che la notte è giorno. Né inseguo alcuno scopo a me d'intorno." «Non è un pochino più leale di me?»

«Lei è leale.»

«Con chi?»

«Con Milly. Non mi importa un fico degli uomini leali nei confronti di chi li paga, nei confronti di intere organizzazioni. Credo che neppure il mio Paese meriti tanto. Abbiamo nel sangue molti Paesi, no? Ma una sola persona. E il mondo si troverebbe forse in una situazione così disastrosa se fossimo leali con l'amore, e non con i vari Paesi?» Wormold disse: «Immagino che potrebbero togliermi il passaporto».

«Lasci che ci provino.»

«In ogni modo» egli concluse «rimaniamo disoccupati, tutti e due.»

Capitolo quinto.

«Entri, capitano Segura.» Il capitano Segura risplendeva. Il cinturone splendeva, i bottoni splendevano. Inoltre si era impomatato i capelli. Lo si sarebbe detto un'arma ben lubrificata. Disse: «E' stata una tal gioia quando Milly mi ha comunicato il messaggio».

«Abbiamo molte cose da dirci. Vogliamo fare prima una partita? Questa sera la batterò.»

«Ne dubito, signor Wormold. Non devo ancora darle prova di rispetto filiale.» Wormold aprì la scacchiera. Poi vi dispose ventiquattro bottigliette in miniatura di whisky: dodici di whisky Bourbon schierate di fronte a dodici di whisky scozzese. «Che cosa fa, signor Wormold?»

«E' un'idea del dottor Hasselbacher. Mi son detto che avremmo potuto giocare una partita in suo ricordo. Quando lei mangia una pedina la beve.»

«Scaltra idea, signor Wormold. Poiché io gioco meglio, bevo di più.»

«E poi io la raggiungo… e bevo quanto lei.»

«Credo che preferirei giocare con le solite pedine.»

«Teme di essere sconfitto, Segura? O forse non resiste all'alcool?»

«Resisto all'alcool quanto chiunque altro, ma a volte quando bevo vado in bestia. Non vorrei andare in bestia con il mio futuro suocero.»

«Milly non la sposerà, Segura.»

«E' quello di cui dobbiamo discutere.»

«Lei gioca con il Bourbon. Il Bourbon è più forte del whisky scozzese. Sarò quindi io a trovarmi in condizione di inferiorità.»

«Non è necessario. Giocherò io con il whisky scozzese.» Segura girò la scacchiera e si mise a sedere. «Perché non si toglie il cinturone, Segura? Sarà più comodo.» Segura posò il cinturone e la fondina sul pavimento accanto a sé. «Mi batterò con lei disarmato» disse in tono gioviale. «Tiene la rivoltella carica?»

«Naturale. I nemici che ho io non mi concedono il tempo di caricarla.»

«Ha scoperto l'assassino di Hasselbacher?»

«No. Non è un criminale comune.»

«Carter?»

«Dopo quanto lei ha detto, ho verificato la sua posizione, naturalmente. Si trovava in quel momento con il dottor Braun. E noi non possiamo porre in dubbio la parola del presidente dell'Associazione Commercianti europei, le pare?»

«Sicché Braun è sulla sua lista?»

«Naturale. Ed ora giochiamo.» Nella dama, come tutti i giocatori sanno, esiste una linea immaginaria che attraversa diagonalmente la scacchiera da un angolo all'altro. E' la linea di difesa. Chiunque riesca ad assicurarsene il controllo, assume l'iniziativa; quando la linea viene attraversata, l'attacco è incominciato. Con insolente disinvoltura Segura fece una mossa iniziale di sfida, poi finì con il portare una bottiglietta al centro della scacchiera. Non aveva alcuna esitazione tra una mossa e l'altra, e quasi non guardava la scacchiera. Era Wormold a esitare e a riflettere. «Milly dov'è?» domandò Segura.

«E' uscita.»

«E la sua incantevole segretaria?»

«E' con Milly.»

«Lei si trova già in difficoltà» disse il capitano Segura. Colpì alla base lo schieramento difensivo di Wormold e catturò una bottiglietta di Old Taylor. «La prima libagione» disse. E la vuotò. Wormold iniziò con avventata audacia un movimento a tenaglia e perdette quasi subito una seconda bottiglietta… di Old Forester, questa volta. Alcune goccioline di sudore imperlarono la fronte di Segura, che si schiarì la voce, dopo aver bevuto. Disse: «Fa un gioco avventato, signor Wormold». Indicò la scacchiera. «Avrebbe dovuto soffiare quella pedina.»

«Può soffiarmi lei» osservò Wormold. Per la prima volta Segura esitò. «No» disse «preferisco che prenda lei la mia pedina.» Era un whisky per nulla familiare, marca Cairngorn, e bruciò sulla lingua di Wormold. Giocarono per qualche tempo con esagerata prudenza, senza mai soffiare. «Carter alloggia sempre al Seville-Biltmore?» domandò Wormold.

«Sì.»

«Lo fa sorvegliare?»

«No. A che servirebbe?» Wormold si stava avvinghiando al margine della scacchiera con quel che rimaneva del movimento a tenaglia, ma aveva perduto la base. Fece una mossa falsa che consentì a Segura di portarsi con una pedina non protetta nel quadratino 22 e non gli fu più possibile salvare la propria pedina sul 25 e impedire a Segura di giungere sull'ultima fila e di fare dama. «Mossa avventata» commentò Segura.

«Posso modificare la situazione.»

«Ma io ho la dama.» Segura bevve un Four Roses e Wormold, al lato opposto della scacchiera, catturò un Haig. Segura disse: «E' una serata calda». Incoronò una dama con un pezzetto di carta. Wormold disse: «Se la soffio, dovrò bere due bottigliette. Ne ho altre nella credenza».

«Ha previsto tutto» osservò Segura. Lo aveva detto con acredine?

Incominciò a giocare con la massima cautela. Divenne difficile tentarlo a soffiare e Wormold si rese conto del difetto fondamentale del suo piano: ad un abile giocatore è possibile battere l'avversario senza catturarne le pedine. Soffiò un'altra pedina di Segura e rimase in trappola. Venne a trovarsi nell'impossibilità di muovere. Segura si asciugò il sudore dalla fronte. «Vede» disse «non può vincere.»

«Deve concedermi la rivincita.»

«Questo Bourbon è forte. Graduazione alcoolica 85.»

«Cambieremo qualità di whisky.» Questa volta Wormold aveva le pedine nere, con il whisky scozzese. Sostituì i tre whisky che aveva bevuto e i tre Bourbon. Incominciò con una manovra che può protrarre a lungo la partita, in quanto sapeva ormai che la sua sola speranza consisteva nel far dimenticare la prudenza a Segura e nell'indurlo a soffiare. Tentò di nuovo di farsi soffiare, ma Segura non volle accettare la mossa. Sembrava che Segura avesse capito come il suo autentico avversario non fosse Wormold, ma la propria testa. Mosse addirittura una pedina senza alcun vantaggio tattico e costrinse Wormold a soffiarla… un Hiram Walker. Wormold si rese conto ch'era la sua testa a trovarsi in pericolo; il miscuglio whisky scozzese-Bourbon è micidiale. Disse: «Mi dia una sigaretta». Segura si sporse in avanti per accendergliela e Wormold notò lo sforzo che doveva fare per tener fermo l'accenditore. La fiammella non voleva sprizzare e il capitano imprecò con inutile violenza. Altre due bottigliette ed è fatta, pensò Wormold. Ma con un avversario che nicchiava era difficile tanto perdere una pedina quanto soffiarla. Contro la sua stessa volontà le sorti della partita andavano volgendosi a suo favore. Bevve un Harper's e fece dama. Disse con finta giovialità: «La vittoria è mia, Segura. Vuole rinunciare?». Segura fissò accigliato la scacchiera. Appariva chiaro ch'era dibattuto tra il desiderio di vincere e il desiderio di mantenere lucida la mente, ma la sua mente era già annebbiata dall'ira e dal whisky. Disse: «Questa è una porca maniera di giocare a dama». Ora che il suo avversario aveva una dama, non gli era più possibile mirare a una vittoria senza spargimento di sangue, in quanto la dama ha libertà di movimento. Questa volta, quando sacrificò un Kentucky Tavern, il suo fu un autentico sacrificio, e imprecò contro le pedine. «Queste dannate bottigliette» esclamò «confondono le idee. Vetro, chi ha mai sentito parlare di pedine di vetro?» Wormold si sentiva il cervello annebbiato dal Bourbon, ma il momento della vittoria - e della sconfitta - era giunto. Segura disse: «Ha mosso la mia pedina».

«No, quello è Red Label. E' mio.»

«Come posso distinguere il Bourbon dal whisky scozzese, in nome di Dio? Sono tutte bottiglie, no?»

«Si arrabbia perché sta perdendo.»

«Non perdo mai.» Poi Wormold commise il suo cauto errore ed espose la dama. Per un attimo credette che Segura non se ne fosse accorto, poi pensò che Segura avrebbe deliberatamente evitato di approfittarne per non bere. Ma la tentazione di soffiare la dama era grande e al di là di quella mossa si profilava una vittoria schiacciante. La pedina di Segura sarebbe divenuta dama, con un conseguente massacro. Tuttavia, il capitano esitava. Il calore del whisky e della notte afosa gli fondeva il viso come quello di una bambola di cera; solo a stento riusciva a mettere a fuoco lo sguardo. Domandò: «Perché ha fatto questo?».

«Che cosa?»

«Perché ha perduto la dama e la partita?»

«Accidenti, non me n'ero accorto. Devo essere ubriaco.»

«Lei ubriaco?»

«Un poco.»

«Sono ubriaco anch'io, e lei lo sa. Sta cercando di farmi ubriacare, anzi. Perché?»

«Non sia assurdo, Segura. Perché dovrei volerla ubriacare? Interrompiamo la partita, consideriamola nulla.»

«Nulla un corno. Io lo so perché lei vuole che mi ubriachi. Vuole farmi vedere quell'elenco… cioè, vuole che glielo faccia vedere io.»

«Quale elenco?»

«Li ho tutti nella rete. Milly dov'è?»

«Gliel'ho detto, è uscita.»

«Questa sera vado dal capo della polizia. E chiudiamo la rete.»

«Con Carter dentro?.»

«Chi è Carter?» Agitò il dito, fissando Wormold. «C'è dentro lei… ma io so che non è un agente segreto. E' un impostore.»

«Perché non si fa un sonnellino, Segura? Partita nulla.»

«Niente partita nulla. Guardi. Le soffio la dama.» Sturò la bottiglietta di Red Label e la vuotò. «Due bottigliette per ogni dama» disse Wormold, e gli porse un Dunosdale Cream. Segura era afflosciato sulla sedia e il mento gli dondolava. Disse: «Riconosca di essere stato battuto. Non mi interessa soffiare.»

«Non riconosco niente. Ho la mente più chiara della sua e, guardi, la soffio. Avrebbe potuto continuare.» Un whisky canadese era andato a finire tra i Bourbon, un Lord Calvert, e Wormold lo bevve. Si disse: "Questo deve essere l'ultimo. Se non crolla adesso, sono finito. Non riuscirò neppure a premere il grilletto. Ha detto che era carica?". «Non ha nessuna importanza» disse Segura in un bisbiglio. «Lei è finito, ormai.» Spostò adagio la mano sulla scacchiera, come se avesse un uovo in un cucchiaio. «Vede?» Soffiò una pedina, due pedine, tre… «Beva, Segura.» Un George the Fourth, un Queen Anne - il gioco si concludeva con uno sfoggio di regalità - un Highland Queen. «Può continuare, Segura. O devo soffiarla di nuovo? Beva, beva.» Vat 69. «Un altro. Lo beva, Segura.» Grant's Standfast. Old Argyll. «Li beva, Segura. Ora mi arrendo.» Era stato invece Segura ad arrendersi. Wormold sbottonò il colletto del capitano per consentirgli di respirare e gli appoggiò il capo alla spalliera della sedia, ma quando si diresse verso la porta aveva egli stesso le gambe malferme. La rivoltella di Segura gli gonfiava la tasca.

 

Al Seville-Biltmore entrò nella cabina telefonica e chiamò Carter.

Doveva riconoscere che i nervi di Carter erano saldi… più saldi dei suoi. Carter non era riuscito ad assolvere la propria missione a Cuba e ciononostante rimaneva; come tiratore scelto o forse come anatra da richiamo? Wormold disse: «Buonasera, Carter».

«Oh, guarda, buonasera, Wormold.» Nella voce vibrava l'opportuna, fredda nota di orgoglio offeso. «Voglio chiederle scusa, Carter. Quella stupida faccenda del whisky…

Dovevo essere brillo. Sono un po' brillo anche adesso. Non ho l'abitudine di scusarmi.»

«Non si preoccupi, Wormold. Vada a letto.»

«Ho preso in giro il suo difetto di pronuncia. Un buon amico non dovrebbe far questo.» Si sorprese a parlare come Hawthorne. La falsità era una malattia professionale. «Non riuscivo a capire a che diavolo mirasse.»

«Subito dopo… subito dopo… ho scoperto che cos'era accaduto. Lei non c'entrava affatto. Quel maledetto capo-cameriere aveva avvelenato il cane. Era molto vecchio, sì, ma dargli una polpetta avvelenata… non è questa la maniera di sopprimere una povera bestia.»

«H-ha scoperto questo? Grazie di avermelo detto, ma ora è tardi. Sto per andare a letto, Wormold.»

«Il migliore amico dell'uomo.»

«Come dice? Non riesco a sentire.»

«Cesare, l'amico del re, e quell'altro cane dal pelo ruvido che affogò nella battaglia dello Jutland. Fu visto per l'ultima volta sul ponte, accanto al padrone.»

«Lei è ubriaco, Wormold.» Era molto più facile, Wormold se ne rese conto, imitare l'ubriachezza dopo… quanti whisky scozzesi e quanti Bourbon? Di un ubriaco ci si può fidare… "in vino veritas". Ed è anche più facile eliminare un ubriaco. Carter sarebbe stato uno sciocco se non avesse approfittato della situazione. Wormold disse: «Questa sera me la sentirei di fare il giro dei locali».

«Quali locali?»

«I locali che voleva vedere all'Avana.»

«E' tardi, ormai.»

«E' l'ora giusta.» L'esitazione di Carter parve giungere fino a lui lungo il filo. Wormold soggiunse: «Porti una rivoltella». Provava una strana riluttanza ad uccidere un assassino disarmato… ammesso che Carter potesse andare in giro disarmato. «Una rivoltella? Perché?»

«Alcuni di quei locali sono pericolosi.»

«Non può portarne una lei?»

«Il guaio è che non ce l'ho.»

«Non ce l'ho neanch'io» e a Wormold parve di avere udito nel ricevitore lo scatto metallico di un'arma che viene caricata. Gli uguali si incontrano, pensò, e sorrise. Ma il sorriso è pericoloso per l'odio quanto lo è per l'amore. Dovette ricordare a se stesso come lo aveva fissato Hasselbacher, disteso sul pavimento del bar con gli occhi sbarrati. Non avevano avuto pietà del vecchio, e lui ne aveva troppa di Carter. Incominciò a pentirsi dei whisky che aveva bevuto. «Ci troviamo nel bar» disse Carter.

«Non mi faccia aspettare.»

«Devo vestirmi.» A questo punto, l'oscurità del bar fece piacere a Wormold. Carter, presunse, doveva telefonare agli amici e forse fissar loro un appuntamento, ma nel bar almeno non sarebbero riusciti a scorgerlo prima che lui avesse veduto loro. V'erano un ingresso dalla strada ed uno dall'albergo e in fondo alla sala si trovava poi una specie di balconata che, se fosse stato necessario, avrebbe potuto servire di appoggio alla rivoltella. Chiunque entrava rimaneva disorientato per qualche momento nella penombra, e così era accaduto anche a lui. Non appena entrato, non era riuscito a capire per un attimo se nel bar si trovassero uno o due clienti, in quanto la coppia era strettamente avvinta sul divano accanto all'ingresso dalla strada. Ordinò un whisky scozzese, ma lo lasciò intatto e, seduto sulla balconata, tenne d'occhio entrambi gli ingressi. Di lì a poco un uomo entrò, non riusciva a scorgerne il viso; fu la mano che accarezzava la tasca con la pipa a consentirgli di riconoscere Carter. «Carter.» L'uomo si avvicinò. «Andiamo» disse Wormold.

«Beva prima il whisky; ne ordino uno anch'io per tenerle compagnia.»

«Ho già bevuto troppo, Carter. Ho bisogno di un po' d'aria fresca. Prenderemo un whisky in qualche altro locale.» Carter si mise a sedere. «Mi dica dove si propone di condurmi.»

«In una qualsiasi tra una dozzina di case di tolleranza. Sono tutte uguali, Carter. Una decina di donne tra le quali scegliere. Organizzeranno una sfilata per lei. Su, venga, andiamo. Si riempiono di gente dopo mezzanotte.» Carter disse con voce ansiosa: «Prima devo bere qualcosa. Non posso andare a uno spettacolo del genere senza aver bevuto».

«Sta aspettando qualcuno, vero, Carter?»

«No, perché?»

«Mi sembrava… da come tiene d'occhio la porta…»

«Non conosco anima viva in questa città. Gliel'ho detto.»

«Eccetto il dottor Braun.»

«Ah, già, certo, il dottor Braun. Ma non è il tipo di compagno da condurre in una casa, le pare?»

«Dopo di lei, Carter.» Carter si mosse con riluttanza. Apparve chiaro che cercava un pretesto per rimanere. Mormorò: «Voglio solo lasciar detto qualcosa al portiere. Aspetto una telefonata».

«Del dottor Braun?»

«Sì.» Esitò. «Sembra una scortesia uscire prima che telefoni. Non può aspettare cinque minuti, Wormold?»

«Dica che all'una sarà di ritorno… a meno che non decida di fare la nottata.»

«Sarebbe meglio aspettare.»

«Allora andrò senza di lei. All'inferno, Carter, credevo che volesse visitare la città.» Si allontanò a passi rapidi. La sua macchina era parcheggiata al lato della strada. Non si voltò mai indietro ma udì i passi dell'altro seguirlo. Carter non voleva perdere lui più di quanto egli volesse perdere Carter. «Che caratterino h-ha, Wormold.»

«Mi scusi. Mi succede così quando bevo.»

«Spero che lei non abbia bevuto tanto da non poter guidare.» «Sarebbe meglio, Carter, se guidasse lei.» Pensò: "Questo gli impedirà di tenere le mani in tasca". «Prima strada a destra, poi prima a sinistra, Carter.» Uscirono sul lungomare, un piroscafo snello e bianco stava uscendo dal porto, qualche crociera turistica che aveva per meta Kingston o Port au Prince. Si vedevano le coppie appoggiate al parapetto, romantiche nel chiaro di luna, e un'orchestra sonava un vecchio motivo di successo: "Avrei potuto danzare tutta la notte". «Che nostalgia della patria» disse Carter.

«Di Nottwich?»

«Sì.»

«Non c'è il mare a Nottwich.»

«I battelli fluviali mi sembravano grandi come quel piroscafo, quando ero bambino.» Un assassino non ha alcun diritto di soffrire di nostalgia; un assassino dovrebbe essere una macchina, e anch'io son diventato una macchina, pensò Wormold, assicurandosi di avere in tasca il fazzoletto che al momento opportuno gli sarebbe servito a cancellare le impronte digitali. Ma come scegliere quel momento? In quale viuzza laterale, o su quale soglia? E se l'altro avesse sparato per primo…? «I suoi amici sono russi, Carter? Tedeschi? Americani?»

«Quali amici?» E si limitò a soggiungere: «Non ho amici».

«Nessuno?»

«Nessuno.»

«Di nuovo a sinistra, Carter, poi a destra.» Stavano percorrendo ora, a passo d'uomo, una stretta viuzza con una serie di club notturni; le orchestre si facevano udire sotto terra, simili allo spettro del padre di Amleto, o a quella musica sotto le pietre di pavimentazione di Alessandria, quando il dio Ercole abbandonò Antonio. Due uomini con la livrea di un club notturno li invitarono a gran voce, in concorrenza l'uno con l'altro, dal lato opposto della strada. Wormold disse: «Fermiamoci. Ho un gran bisogno di bere qualcosa prima di andare avanti».

«Sono case di tolleranza, queste?»

«No. Ci andremo dopo in una casa.» Pensò, se Carter, togliendo le mani dal volante, avesse impugnato la rivoltella, sarebbe stato così semplice sparare. Carter disse: «Conosce questo locale?».

«No. Ma conosco questo motivo.» Era strano che sonassero proprio quello… "Sol con la buccia esistono le mele, io sono folle…". Fuori erano esposte fotografie a colori di donne nude e all'ingresso del club notturno Esperanto un'insegna al neon annunciava "Striptease". Scalini dipinti a righe, come pigiami da pochi soldi, li condussero in uno scantinato reso nebuloso dal fumo degli Avana. Sembrava un posto adatto quanto un altro a un'esecuzione. Ma prima voleva bere qualcosa. «Mi preceda lei, Carter.» Carter esitava. Aprì la bocca e si dibatté alle prese con una "h"; Wormold non lo aveva mai udito stentare tanto. «H-h-h-h-o l'impressione…»

«Quale impressione?»

«Niente.» Si misero a sedere e guardarono lo spogliarello e bevvero entrambi un brandy con seltz. Una ragazza passava da un tavolino all'altro liberandosi degli indumenti. Incominciò con i guanti. Uno spettatore li prese con rassegnazione, come se si fosse trattato della posta da smistare. Poi ella voltò le spalle a Carter e gli disse di slacciarle il bustino di pizzo nero. Carter annaspò invano con i ganci, facendosi rosso, mentre la ragazza rideva e si dimenava al contatto delle sue dita. Carter disse: «Mi scusi, non riesco a trovare…». Intorno alla pista uomini incupiti sedevano ai tavolini osservando Carter. Nessuno sorrideva. «Lei non ha fatto molta pratica a Nottwich, Carter. Lasci fare a me.»

«Vuole lasciarmi in pace?» Finalmente riuscì a slacciare il bustino e la ragazza gli arruffò i radi capelli e passò oltre. Lui se li rimise a posto con un piccolo pettine che aveva in tasca. «Non mi piace questo locale» disse. «E' timido con le donne, Carter.» Ma come si poteva sparare a un uomo del quale era così facile ridere? «Non mi piacciono gli scherzi di mano» disse Carter.

Salirono le scale. La tasca di Carter era rigonfia e pesante sull'anca. Naturalmente poteva essere la pipa. Sedette al volante e brontolò. «Uno spettacolo del genere lo si può vedere ovunque. Sgualdrinelle che si svestono.»

«Non ha collaborato molto.»

«Credevo che ci fosse una chiusura lampo.»

«Il fatto è che io non potevo fare a meno di bere qualcosa.»

«Schifoso anche il brandy. Non mi meraviglierei se fosse drogato.»

«Il suo whisky era più che drogato, Carter.» Tentava di attizzare la propria ira e di non ricordare la sua goffa vittima intenta ad annaspare con il bustino e ad arrossire della propria incapacità. «Che cosa ha detto?»

«Fermi qui.» a Perché?»

«Voleva essere condotto in una casa di tolleranza. Questa è una casa di tolleranza.»

«Ma non si vede anima viva.»

«Sono tutte chiuse come questa, con le imposte accostate. Scenda e suoni il campanello.»

«Che cosa intendeva dire a proposito del whisky?»

«Lasci perdere, adesso. Scenda e suoni.» Era un posto adatto quanto una cantina (anche i muri nudi vengono spesso utilizzati allo stesso scopo): una grigia facciata e una viuzza nella quale non passava nessuno, tranne che per ignobili motivi. Carter tolse adagio le gambe di sotto al volante e Wormold gli guardò attentamente le mani, le mani incapaci. E' un duello leale, pensò, è più abituato ad uccidere di me, abbiamo quasi le stesse probabilità; non sono neppure ben sicuro di avere la rivoltella carica. Ha molte più probabilità di cavarsela di quante ne abbia mai avute Hasselbacher. Carter si fermò quando già aveva la mano sullo sportello. Disse: «Forse sarebbe meglio… qualche altra notte. Vede, io…»

«Lei ha paura, Carter.»

«Non sono mai stato in una casa di tolleranza. A essere sincero, Wormold, non ho un gran bisogno di donne.»

«Deve condurre un'esistenza piuttosto solitaria.»

«Posso fare a meno di loro» esclamò l'altro in tono di sfida. «L'uomo può ambire a cose più importanti…»

«Allora perché voleva andare in una casa di tolleranza?» Una volta di più stupì Wormold con la pura verità. «Cerco di desiderarle, ma quando arrivo al punto…» Esitò sull'orlo della confessione, poi spiccò il salto. «Non funziona, Wormold. Non riesco a fare quello che vogliono.»

«Scenda dall'automobile.» Devo decidermi, pensò Wormold, prima che la confessione continui. Ad ogni secondo che passava l'uomo stava diventando umano, un proprio simile che si poteva compatire o consolare, ma non uccidere. Chi mai poteva sapere quali motivi si celassero dietro ad ogni atto di violenza? Impugnò la rivoltella di Segura. «Cosa?»

«Scenda.» Carter rimase in piedi contro la porta del bordello, con un'espressione di imbronciata protesta, più che di paura. Temeva le donne, non la violenza. Disse: «Sta commettendo un errore. Fu Braun a darmi il whisky. Io conto poco».

«Non mi importa del whisky. Ma è stato lei a uccidere Hasselbacher, vero?» Di nuovo Carter sorprese Wormold con la verità. V'era un che di sincero in quell'uomo. «H-h-h-ho eseguito degli ordini, Wormold. Io…» Aveva manovrato in modo da arrivare con il gomito al campanello, e a questo punto si appoggiò all'indietro e nelle profondità della casa il campanello squillò e squillò, chiamando le prostitute al lavoro. «Non c'è alcun rancore tra noi, Wormold. Lei era diventato troppo pericoloso, ecco tutto. Non siamo che semplici soldati, lei ed io.»

«Io pericoloso? Quanto dovete essere stupidi. Non ho nessun agente, Carter.»

«Oh, sì, li h-h-h-ha. Quelle costruzioni sulle montagne. Abbiamo copie dei suoi disegni.»

«Parti di un aspirapolvere.» Si domandò chi glieli avesse procurati: Lopez? Oppure il corriere di Hawthorne? O qualcuno del Consolato? Carter portò la mano alla tasca e Wormold sparò. Carter emise una specie di guaito. Disse: «Per poco non mi ha ammazzato» e tolse di tasca la mano stretta intorno alla pipa spezzata. «La mia Dunhill» disse. «Mi ha rotto la Dunhill.»

«La fortuna dei principianti» disse Wormold. Si era preparato a uccidere, ma gli fu impossibile sparare ancora. La porta alle spalle di Carter incominciò ad aprirsi. Si udì la musica di un disco. «Lì dentro si occuperanno di lei. Può darsi che adesso abbia bisogno di una donna, Carter.»

«Buffone.» Quanto aveva ragione, Carter. Wormold posò la pistola accanto a sé e si mise al volante. Di colpo si sentì felice. Avrebbe potuto uccidere un uomo. Ma aveva dimostrato a se stesso di non far parte di coloro che giudicano; non aveva alcuna vocazione per la violenza. Poi Carter sparò.

Capitolo sesto.

Disse a Beatrice: «Mi ero chinato in avanti per accendere il motore.

E'~ stato questo a salvarmi, immagino. Naturalmente, aveva il diritto di sparare a sua volta; era un vero e proprio duello. Ma il terzo colpo è toccato a me».

«E poi che cosa è accaduto?»

«Ho avuto il tempo di partire con la macchina prima di vomitare.»

«Di vomitare?»

«Credo che se avessi combattuto in guerra mi sarebbe parsa una cosa meno grave uccidere un uomo. Povero Carter.»

«Ma perché aveva pietà di lui?»

«Era un uomo. Avevo saputo molte cose sul suo conto. Non riusciva neppure a slacciare un bustino di donna; le donne gli facevano paura. Era innamorato della propria pipa e da bambino i battelli fluviali, in patria, gli sembravano piroscafi. Forse era romantico. I romantici di solito si spaventano, quando la realtà non corrisponde alle loro aspettative, non è così? E si aspettano troppo, tutti quanti.»

«Poi che cosa ha fatto?»

«Ho cancellato le impronte digitali dalla pistola e l'ho rimessa al suo posto. Naturalmente, Segura si accorgerà che sono stati sparati due colpi; ma non credo che pretenderà la restituzione dei proiettili. Gli riuscirebbe un po' difficile spiegare la situazione. Dormiva ancora quando sono tornato. Rabbrividisco pensando all'emicrania che avrà in questo momento. Anche a me duole la testa. Ma ho tentato di applicare i suoi insegnamenti per quanto concerne le fotografie.»

«Quali fotografie?»

«Aveva un elenco di agenti stranieri da consegnare al capo della polizia. L'ho fotografato e gliel'ho rimesso in tasca. Mi fa piacere pensare di aver trasmesso almeno un rapporto rispondente al vero, prima di dimettermi.»

«Avrebbe dovuto aspettare me.»

«Come potevo? Stava per destarsi da un momento all'altro. Ma questa faccenda delle microfotografie non è uno scherzo.»

«E perché, in nome del cielo, ha fatto una microfotografia?»

«Perché non possiamo fidarci di nessuno dei corrieri di Kingston. I colleghi di Carter - di chiunque possa trattarsi - hanno le copie dei miei disegni, il che significa un agente che fa il doppio gioco. Forse è proprio il suo amico che traffica in stupefacenti. Pertanto ho fatto una fotografia, come mi ha insegnato lei, l'ho incollata dietro un francobollo e ho spedito una serie assortita di cinquecento francobolli inglesi, come d'accordo in caso di pericolo.»

«Dovremo specificare con un telegramma qual è il francobollo.»

«Qual è il francobollo?»

«Non pretenderà che esaminino cinquecento francobolli, vero, per trovare un puntino nero?»

«Non ci avevo pensato. Che asino.»

«Deve pur sapere qual è il francobollo…»

«Non mi è venuto in mente di guardarlo. Mi pare che fosse uno di quelli della serie di Giorgio Quinto, ed era rosso… o verde.»

«Be', è già qualcosa. Ricorda qualche nome dell'elenco?»

«No. Non v'era il tempo di leggerlo. Sa bene che sono uno sciocco in questo gioco, Beatrice.»

«No. Gli sciocchi sono loro.»

«Mi domando chi si farà vivo per primo, Il dottor Braun… o Segura…?» Ma non fu nessuno dei due.

 

L'altezzoso impiegato del Consolato entrò nel negozio il giorno dopo, alle cinque del pomeriggio. Si tenne rigido tra gli aspirapolvere come un turista scandalizzato in un museo di oggetti fallici. Disse a Wormold che l'ambasciatore voleva parlargli. «Va bene domattina?» Wormold stava lavorando all'ultimo rapporto, la morte di Carter e le sue dimissioni. «No, non va bene. Ha telefonato da casa sua. Deve recarsi immediatamente laggiù.»

«Non sono un suo dipendente» disse Wormold. «Davvero?» Wormold tornò in macchina nel quartiere Vedado, tra i bianchi villini e le buganvillee dei ricchi; sembrava che fosse passato molto tempo dalla sua visita al professor Sanchez. Si lasciò indietro la casa; quali litigi continuavano a risuonare tra le pareti di quel villino di bambola? Ebbe l'impressione che, in casa dell'ambasciatore, tutti lo aspettassero e che il vestibolo e le scale fossero stati accuratamente sgombrati dagli spettatori. Al primo piano una signora gli voltò le spalle e si chiuse in una stanza; pensò che fosse la consorte dell'ambasciatore. Due fanciulli sbirciarono per un attimo attraverso la balaustrata del secondo piano e corsero via con un ticchettio di piccoli tacchi sul pavimento piastrellato. Il maggiordomo lo introdusse nel salotto, che era vuoto, e furtivamente chiuse la porta alle sue spalle. Di là delle alte finestre Wormold vedeva un lungo prato verde e alti alberi tropicali. Anche laggiù qualcuno si stava allontanando in fretta. L'ambiente era come molti salotti di ambasciate, un misto di grossi mobili ereditati dai precedenti occupanti e di soprammobili personali acquistati in altre sedi. Parve a Wormold di poter ricostruire un passato diplomatico a Teheran (una pipa dalla strana forma, una piastrella), ad Atene (una o due icone), ma lo lasciò momentaneamente perplesso una maschera africana… forse Monrovia? L'ambasciatore entrò; era un uomo alto, freddo, con la cravatta del Reggimento delle Guardie e un aspetto quale sarebbe piaciuto ad Hawthorne avere. Disse: «Si accomodi, Wormold. Una sigaretta?».

«No, la ringrazio, signor ambasciatore.»

«Constaterà che quella poltrona è più comoda. Ed ora non stiamo a menare il can per l'aia, Wormold. Lei si trova in difficoltà.»

«Sì.»

«Naturalmente non so nulla - assolutamente nulla - di quello che lei sta facendo qui.»

«Vendo aspirapolvere, signore.» L'ambasciatore lo fissò con non celato disgusto. «Aspirapolvere? Non mi riferivo ad essi.» Lo sguardo di lui passò da Wormold alla pipa persiana, all'icona greca, alla maschera della Liberia. Erano come un'autobiografia nella quale l'Autore, per consolarsi, abbia scritto soltanto dei suoi giorni più belli. Disse: «Ieri mattina il capitano Segura si è fatto ricevere da me. Badi, io non so in qual modo la polizia abbia avuto queste informazioni, la cosa non mi riguarda; comunque il capitano mi ha detto che lei ha trasmesso in Inghilterra un gran numero di rapporti infondati. Io non so a chi lei li abbia trasmessi; anche questo non mi riguarda. Il capitano ha detto, invero, che lei ha intascato denaro e finto di disporre di fonti di informazioni che non esistono, né più né meno. Ho ritenuto mio dovere informare immediatamente il Foreign Office. Presumo che lei riceverà l'ordine di tornare in patria e riferire… non so a chi, questo genere di cose non mi concerne affatto». Wormold vide due testoline far capolino dietro uno degli alti alberi. Guardò i fanciulli, e i fanciulli guardarono lui, con simpatia, gli parve. Mormorò: «Dica?».

«Ho avuto l'impressione che il capitano Segura la ritenga responsabile di molte situazioni imbarazzanti. Credo che se lei rifiutasse di tornare in patria potrebbe venire a trovarsi in gravi difficoltà con le autorità locali e naturalmente, tenuto conto delle circostanze, io non potrei aiutarla in alcun modo. Proprio in alcun modo. Il capitano Segura la sospetta persino di aver falsificato non so quale documento che, a quanto egli dice, lei affermerebbe di aver trovato in suo possesso. Tutta questa storia per me è disgustosa, Wormold; non so dirle fino a che punto. Le fonti legali di informazioni all'estero sono le Ambasciate. Vi sono gli addetti, a tale scopo. Questo cosiddetto servizio segreto è un fastidio per ogni ambasciatore.»

«Sissignore.»

«Io non so se lei abbia saputo - i giornali non hanno pubblicato la notizia - ma l'altra notte un inglese è stato assassinato. Il capitano Segura ha lasciato capire che lei non sarebbe estraneo alla cosa.»

«L'ho veduto una volta a un banchetto, signore.»

«Farebbe bene a tornare in patria, Wormold, con il primo aereo possibile - quanto prima partirà tanto meglio sarà per me - e a parlare della cosa con i suoi superiori… di chiunque possa trattarsi.»

«Sissignore.»

 

L'aereo della K.L.M. doveva partire alle tre e mezzo del mattino, diretto ad Amsterdam, via Montreal. Wormold non desiderava affatto passare per Kingston, dove Hawthorne poteva aver ricevuto l'ordine di andargli incontro. L'ufficio era stato chiuso dopo un ultimo dispaccio e Rudy e la sua valigia avevano come destinazione la Giamaica. I libri-codice erano stati bruciati con l'aiuto dei fogli di celluloide. Beatrice doveva partire con Rudy. Gli aspirapolvere erano stati affidati a Lopez. Wormold aveva messo in una cassa tutti gli oggetti personali ai quali teneva, dando ordine di spedirli per mare. Il cavallo era stato venduto… al capitano Segura. Beatrice lo aiutò a riempire la cassa. L'ultimo oggetto fu la statua di Santa Serafina. «Milly dev'essere molto triste» disse Beatrice.

«Si è mirabilmente rassegnata. Dice, come Sir Humphrey Gilbert, che Dio le è vicino in Inghilterra quanto a Cuba.»

«Gilbert non ha detto esattamente così.» Rimaneva una pila di carte non segrete da bruciare. Beatrice osservò: «Che numero enorme di fotografie aveva conservato…

"tutte di lei"».

«Avevo l'impressione che strappare una fotografia fosse un poco come uccidere una persona. Naturalmente, ora so che è tutt'altra cosa.»

«Che cos'è questo astuccio rosso?»

«Una volta mi regalò un paio di polsini. Mi furono rubati, ma ho tenuto l'astuccio. Non so perché. In un certo senso sono lieto di liberarmi di tutta questa roba.»

«La fine di una vita.»

«Di due vite.»

«E questo cos'è?»

«Un vecchio programma.»

«Non tanto vecchio. E' del Tropicana. Posso tenerlo io?»

«E' troppo giovane per conservare cose del genere» disse Wormold. «Finiscono con l'occupare troppo spazio. Ben presto uno si accorge che non gli rimane più posto per vivere tra gli scatoloni delle vecchie cose e dei ricordi.»

«Correrò il rischio. Fu una serata meravigliosa.» Milly e Wormold l'accompagnarono all'aeroporto. Rudy scomparve di soppiatto, seguendo l'uomo con l'enorme valigia. Era un pomeriggio caldo e la gente beveva "daiquiri". Da quando il capitano Segura aveva chiesto la mano di Milly la governante era scomparsa, ma dopo la sua scomparsa la bambina che Wormold sperava di rivedere, la bambina che aveva appiccato il fuoco a Thomas Earl Parkman Junior, non era tornata. Si sarebbe detto che Milly fosse diventata più grande di entrambi i personaggi contemporaneamente. Con un tatto da adulta disse: «Voglio comprare qualche rivista a Beatrice» e voltate le spalle, curiosò intorno a una edicola. «Sono spiacente» disse Wormold. «Dirò loro, quando sarò arrivato, che lei non sa nulla. Mi domando dove la manderanno la prossima volta.»

«Nel Golfo Persico, forse. A Basra.»

«Perché proprio nel Golfo Persico?»

«E' la loro idea del Purgatorio. Redenzione attraverso il sudore e le lacrime. La "Pulizia Rapida" ha per caso un'agenzia a Basra?»

«Temo che la "Pulizia Rapida" mi licenzierà.»

«Che cosa farà?»

«Grazie al povero Raul ho quanto basta per un anno di collegio di Milly in Svizzera. Poi non so.»

«Potrebbe aprire uno di quei negozi di scherzi e burle… sa, il pollice sporco di sangue, e l'inchiostro versato, e la mosca sulla zolletta di zucchero. Come sono orribili le partenze. La prego, non aspetti più.»

«La rivedrò?»

«Cercherò di non andare a Basra. Farò del mio meglio per rimanere all'ufficio del personale, con Angelica e Ethel e la signorina Jenkinson. Nei giorni calmi esco alle sei; potremmo trovarci alla Tavola Calda, per uno spuntino economico, e poi andare al cinema. E' un'esistenza squallida, come l'UNESCO e gli scrittori moderni riuniti in conferenza, no? E' stato divertente qui con lei.»

«Sì.»

«Ora vada.» Si avvicinò all'edicola e trovò Milly. «Andiamo» disse. «Ma Beatrice… non le ho portato le riviste.»

«Non le vuole.»

«Non l'ho salutata.»

«Troppo tardi. Le hanno già vistato il passaporto. La rivedrai a Londra. Forse.»

 

Sembrava che tutto il tempo libero rimasto loro dovesse essere trascorso negli aeroporti. Ora dovevano volare con la K.L.M. ed erano le tre del mattino, e i riflessi delle luci al neon e dei fari d'atterraggio tingevano il cielo di rosa, e questa volta toccava al capitano Segura congedarsi. Egli si sforzava di far sembrare il più possibile privata quell'occasione ufficiale, ma era pur sempre, un poco, qualcosa di simile a una espulsione. In tono di rimprovero Segura disse: «E' stato lei a costringermi a questo».

«I suoi sistemi sono meno violenti di quelli di Carter o del dottor Braun. Come si regolerà con il dottor Braun?»

«Ritiene necessario fare ritorno in Svizzera, per una questione concernente gli strumenti di precisione.»

«Con un posto prenotato per Mosca?»

«Non necessariamente. Forse per Bonn. O per Washington. O anche per Bucarest. Non lo so. Di chiunque si tratti, saranno contenti, credo, dei suoi disegni.»

«I miei disegni?»

«Delle costruzioni nella provincia di Oriente. Inoltre, si attribuirà il merito di essersi sbarazzato di un agente pericoloso.»

«Cioè di me?»

«Sì. Cuba sarà un po' più tranquilla senza loro due. Ma Milly mi mancherà.»

«Milly non l'avrebbe mai sposata, Segura. I portasigarette fatti con pelle umana proprio non le piacciono.»

«Ha mai saputo di chi è quella pelle?»

«No.»

«Di un funzionario della polizia che torturò a morte mio padre. Sa, era un pover'uomo. Apparteneva alla classe dei torturabili.» Milly li raggiunse, con il "Time", "Life", "Paris Match" e "Quick". Erano quasi le tre e un quarto e si vedeva una fascia grigia nel cielo, sopra la pista illuminata dai riflettori, dov'era incominciata la falsa alba. I piloti si diressero verso l'apparecchio e l'assistente di volo li seguì. Wormold li riconobbe; si erano trovati al Tropicana con Beatrice alcune settimane prima. Un altoparlante annunciò in spagnolo e in inglese la partenza dell'apparecchio 396 per Montreal e Amsterdam. «Ho un dono per tutti e due» disse Segura. Diede loro due pacchetti.

Li aprirono mentre l'aereo sorvolava l'Avana; la fila di luci sul lungomare scomparve e il mare si abbassò come un sipario su tutto il loro passato. Il pacchetto di Wormold conteneva una bottiglietta in miniatura di Grant's Standfast, insieme a un proiettile esploso da una pistola della polizia. Il pacchetto di Milly conteneva un piccolo ferro da cavallo d'argento con le sue iniziali. «Perché quel proiettile?» domandò Milly.

«Oh, uno scherzo, piuttosto di dubbio gusto. Cionondimeno, non era una cattiva persona» disse Wormold. «Ma non andava bene come marito» rispose l'adulta Milly.

EPILOGO A LONDRA.

Lo avevano guardato incuriositi quando si era presentato, poi lo avevano fatto entrare in un ascensore, e, non senza un certo stupore da parte sua, era disceso invece di salire. Ora sedeva nel lungo corridoio dello scantinato osservando una luce rossa sopra una porta. Sarebbe potuto entrare, gli avevano detto, quando la luce fosse passata al verde, ma non prima. Persone che non badavano affatto alla luce rossa entrarono e uscirono; alcune avevano documenti, altre borse, e uno dei visitatori indossava l'uniforme di colonnello. Nessuno lo guardava; sentì che li metteva in imbarazzo. Lo ignoravano come si ignora un uomo che abbia un difetto fisico. Ma presumibilmente non perché era zoppo. Hawthorne uscì dall'ascensore e percorse il corridoio. Aveva un aspetto trasandato, come chi abbia dormito vestito; forse aveva viaggiato per tutta la notte sull'aereo della Giamaica. Anch'egli avrebbe ignorato Wormold se non fosse stato Wormold a rivolgergli la parola. «Salve, Hawthorne.»

«Oh, lei, Wormold.»

«Beatrice è arrivata sana e salva?»

«Sì, certo.»

«Dov'è, Hawthorne?»

«Non ne ho idea.»

«Che cosa succede qui? Sembra una corte marziale.»

«E' una corte marziale» disse Hawthorne, gelido, ed entrò nella stanza con la luce rossa. L'orologio segnava le 11,25. Era stato convocato per le undici. Si domandò se avrebbero potuto fargli qualcosa oltre a licenziarlo, il che, con ogni probabilità, era già stato fatto. Presumibilmente, stavano decidendo proprio questo. Ben difficilmente avrebbero potuto porlo in stato d'accusa, in base alla legge sui segreti di Stato. In fondo, aveva inventato segreti, non li aveva rivelati. Era presumibile che potessero ostacolarlo se avesse tentato di trovare un impiego all'estero, e alla sua età non gli sarebbe stato facile trovare un impiego in patria. Ciononostante non aveva la minima intenzione di restituire loro il denaro. Serviva a Milly e sentiva di esserselo meritato, come bersaglio del veleno e della pallottola di Carter. Alle 11,35 il colonnello uscì; sembrava acceso in viso e infuriato nel dirigersi a gran passi verso l'ascensore. Quello è un giudice che chiede il capestro, pensò Wormold. Subito dopo uscì un uomo in giacca sportiva; aveva occhi azzurri molto infossati e non gli occorreva l'uniforme per avere l'aspetto del marinaio. Guardò Wormold come per caso e subito distolse gli occhi con l'aria dell'uomo integerrimo. «Mi aspetti, colonnello!» gridò e si allontanò nel corridoio con un dondolamento lievissimo, come se si fosse trovato sul ponte durante una tempesta. Toccò infine a Hawthorne, intento a conversare con un uomo giovanissimo, ed ecco, Wormold trattenne a un tratto il respiro perché la luce era verde e Beatrice si trovava sulla soglia. «Deve entrare» ella disse.

«Qual è il verdetto?»

«Non posso parlare con lei adesso. Dove alloggia?» Glielo disse. «Verrò alle sei. Se posso.»

«Devo essere fucilato all'alba?»

«Non si preoccupi. Ora entri. Non gli piace che lo si faccia aspettare.»

«E di lei che sarà?» Ella rispose: «Jakarta».

«Dov'è?»

«Alla fine del mondo» disse Beatrice. «Più lontano di Basra. Entri, la prego.» Un uomo con un monocolo nero sedeva, solo, dietro la scrivania. Disse: «Si accomodi, Wormold».

«Preferisco rimanere in piedi.»

«Oh, è una citazione, vero?»

«Una citazione?»

«Sono sicuro di avere udito la frase in qualche commedia… filodrammatici. Moltissimi anni fa, naturalmente.» Wormold si mise a sedere. Disse: «Non ha alcun diritto di mandarla a Jakarta».

«Di mandare a Jakarta chi?»

«Beatrice.»

«Chi è? Oh, quella sua segretaria. Come odio questi nomi di battesimo. Dovrà parlarne alla signorina Jenkinson; è lei a occuparsi delle segretarie, non io, grazie al cielo»

«Beatrice non è stata responsabile di nulla.»

«Di nulla? Ascolti, Wormold, abbiamo deciso di abolire il nostro centro all'Avana, ed ora si pone il problema: che fare di lei?» Il momento era giunto. Ricordando l'espressione del colonnello ch'era stato uno dei suoi giudici, Wormold sentì di doversi aspettare qualcosa di poco piacevole. Il capo si tolse il monocolo nero e l'occhio celeste da bambino stupì Wormold. Il capo disse: «Abbiamo pensato che, tenuto conto delle circostanze, la sistemazione migliore per lei consisterebbe nel rimanere in patria e nel far parte dei quadri dei nostri istruttori. Darebbe lezioni, lei capisce. Come si dirige un centro spionistico all'estero. Questo genere di cose». Parve inghiottire qualcosa di molto sgradevole. Soggiunse: «Naturalmente, come siamo soliti fare quando uno dei nostri agenti cessa il servizio in un centro all'estero, la proporremo per una decorazione. Penso che nel suo caso - lei non è rimasto laggiù molto a lungo - ci sarebbe difficile proporre qualcosa di più dell'O.B.E.» (vedi nota 3).

 

Si salutarono cerimoniosi in una foresta di sedie color verde-argento; era un modesto albergo, il Pendennis, nelle vicinanze di Gower Street. «Non credo di poterle offrire qualcosa di forte» disse Wormold. «Le bevande alcooliche sono escluse in questo albergo.»

«Allora perché ha preso alloggio qui?»

«Ci venivo da ragazzo con i miei genitori. Non mi ero mai accorto della faccenda dell'antialcoolismo, la cosa mi lasciava del tutto indifferente, allora. Senta, Beatrice, ché cosa è accaduto? Sono impazziti tutti quanti?»

«Ce l'hanno a morte con noi due. Pensano ch'io avrei dovuto scoprire quel che accadeva. Il capo aveva indetto una vera e propria riunione; erano presenti tutti i suoi ufficiali di collegamento… con il Ministero della Guerra, con l'Ammiragliato, con il Ministero dell'Aviazione. Avevano tutti i suoi rapporti e li hanno esaminati uno per uno. L'infiltrazione comunista nel Governo… nessuno si è opposto all'invio di un memorandum al Foreign Office per smentire la notizia. V'erano i rapporti economici, e si sono accordati nel senso di smentire anche quelli. Solo il Ministero del Commercio se ne sarebbe interessato. Nessuno si è fatto realmente saltare la mosca al naso finché non si è dovuto affrontare la questione dei rapporti militari. Ce n'era uno sul malcontento nella marina, e un altro sulle basi segrete per i rifornimenti ai sommergibili. Il comandante ha detto: "Questi devono contenere qualcosa di vero". «Io ho fatto osservare: "Provate a identificare la fonte: non esiste".

«"Passeremo per veri idioti" ha detto il comandante. "Saranno contenti come pasque nel servizio segreto della Marina." «Ma tutto questo è niente in confronto alla loro rabbia quando si è parlato delle costruzioni.»

«Avevano realmente creduto a quei disegni?»

«Se la sono presa allora con il povero Henry.»

«Vorrei che non lo chiamasse Henry.»

«Lo hanno accusato anzitutto di non aver mai riferito che lei vendeva aspirapolvere, ma di averla presentata come una sorta di commerciante in grande stile. Il capo si è astenuto dall'infierire contro di lui. Sembrava imbarazzato, non so per quale ragione, e in ogni modo Henry Hawthorne, voglio dire - ha mostrato la scheda, sulla quale risultavano tutti i particolari. Naturalmente, la scheda non era mai uscita dall'ufficio della signorina Jenkinson. Poi hanno detto che esaminando i disegni Hawthorne avrebbe dovuto riconoscere le parti di un aspirapolvere. Lui ha replicato di averle riconosciute, ma, ha soggiunto, non v'è motivo per cui il "principio" del funzionamento di un aspirapolvere non possa essere applicato a un'arma. Dopodiché, hanno davvero preteso la sua testa, tutti tranne il capo. Vi sono stati momenti in cui mi è parso che non gli sfuggisse il lato comico della situazione. Ha detto loro: "Quel che dobbiamo fare è molto semplice. Dobbiamo comunicare all'Ammiragliato, al Ministero della Guerra e al Ministero dell'Aviazione, che tutti i rapporti pervenuti dall'Avana negli ultimi sei mesi sono completamente infondati".»

«Ma Beatrice, mi hanno offerto un impiego!»

«La cosa si spiega facilmente. Il comandante è stato il primo a cedere; forse in mare si impara ad essere lungimiranti. Ha detto che, per quanto concerneva l'Ammiragliato, sarebbe stata la fine del servizio segreto. In avvenire si sarebbero fidati soltanto del controspionaggio navale. Allora il colonnello ha fatto osservare: "Se dico una cosa simile al Ministero della Guerra, possiamo anche far le valigie". Sono venuti a trovarsi in un vicolo cieco finché il capo non ha dato un suggerimento: forse la soluzione più semplice era quella di comunicare ancora un rapporto di 59200/5: che, cioè, le costruzioni, risultate inefficaci, avevano dovuto essere smantellate. Rimaneva, naturalmente, lei. Il capo ha detto di ritenere che lei si sia fatto un'esperienza preziosa, la quale dovrebbe essere sfruttata dal servizio segreto anziché dalla stampa popolare. Troppa gente, in questi ultimi tempi, ha scritto i ricordi della propria attività nel servizio segreto. Qualcuno ha accennato alla legge sui segreti di Stato, ma il capo ha ritenuto che non fosse applicabile al suo caso. Avrebbe dovuto vederli, quando è stata sottratta loro la vittima.

Naturalmente, se la sono presa con me, ma io non avevo la minima intenzione di lasciarmi interrogare da quella banda. E così mi sono sfogata.»

«Che cosa ha detto, in nome del cielo?»

«Ho detto loro che se anche avessi scoperto ogni cosa, non l'avrei fermata. Ho detto che lei agiva per qualcosa di importante, non per l'idea che si fa qualcuno d'una guerra mondiale la quale potrebbe non scoppiare mai. Quell'idiota vestito da colonnello ha detto non so più cosa a proposito della "patria". Allora gli ho domandato: "Che cos'è secondo lei la 'patria'? Una bandiera inventata da non so chi cento anni fa? Il Concilio dei vescovi che discute sul divorzio e i deputati che inveiscono gli uni contro gli altri nell'aula del Parlamento? O forse il Congresso delle Trade Unions, e le ferrovie inglesi, e le cooperative? Probabilmente - se si dà qualche volta la pena di pensare - lei la identifica con il suo reggimento… ma Wormold ed io non abbiamo un reggimento". Hanno tentato di interrompermi e allora ho detto: "Oh, dimenticavo. C'è qualcosa di più grande della patria, no? Ce lo avete insegnato voi stessi, con la Società delle Nazioni, e il Patto Atlantico, la NATO, l'ONU e la SEATO. Ma per la maggioranza degli uomini queste sigle non significano più delle altre, come U.S.A. e U.R.S.S. E gli uomini non vi credono più quando affermate di volere la pace, la giustizia e la libertà. Quale libertà? Voi non pensate che a far carriera". Ho soggiunto che potevo capire gli ufficiali francesi i quali, nel 1940, pensarono alle proprie famiglie e non anteposero ad esse la carriera. La patria è più una famiglia che un sistema parlamentare.»

«Dio mio, ha detto tutto questo?»

«Sì, è stato un vero e proprio discorso.»

«E crede davvero a quel che ha detto?»

«Non proprio a tutto… Non ci hanno lasciato molto in cui credere, no? Neppure l'incredulità. Io non riesco a credere in nulla che sia più vasto d'una famigliola, in nulla che sia più vago di un essere umano.»

«Di un essere umano qualsiasi?» Beatrice si allontanò rapida, senza rispondere, tra le sedie color verde-argento ed egli si accorse che si era commossa, parlando, sin quasi alle lacrime. Dieci anni prima l'avrebbe seguita, ma i quarant'anni sono il periodo della malinconica prudenza. La osservò, mentre si allontanava nella squallida sala, e pensò: "tesoro" è un modo di dire, tra noi si levano quattordici anni, e Milly… non si dovrebbe mai far nulla che possa ferire i nostri figli o offendere una fede non condivisa. Beatrice era arrivata alla porta quando lui la raggiunse. Disse: «Ho consultato la voce Jakarta in tutte le enciclopedie. Non può andare laggiù, è un posto terribile».

«Non mi rimane altra scelta. Ho cercato di rimanere all'ufficio personale.»

«Le avrebbe fatto piacere?»

«Avremmo potuto incontrarci alla tavola calda, qualche volta, e andare al cinema.»

«Un'esistenza orribile… sono parole sue.»

«Lei ne avrebbe fatto parte.»

«Beatrice, c'è una differenza di quattordici anni, tra noi.»

«Che diavolo importa? Io lo so cos'è a preoccuparla, in realtà. Non si tratta della sua età, si tratta di Milly.»

«Deve pur capire che suo padre è un essere umano.»

«Mi disse una volta che se io l'avessi amata la cosa sarebbe stata inammissibile.»

«Deve essere ammissibile. Non posso voler bene a senso unico.»

«Non sarà facile dirglielo.»

«Potrà non essere facile rimanere con me dopo qualche anno.» Beatrice disse: «Tesoro mio, non preoccuparti più di questo. Non ti capiterà due volte di essere abbandonato». Mentre si baciavano, Milly entrò reggendo il voluminoso cestino da lavoro di un'anziana dama. Aveva un'aria particolarmente virtuosa; con ogni probabilità si era ripromessa di compiere una serie di buone azioni. L'anziana dama li vide per prima e strinse il braccio di Milly. «Venga via, cara» disse. «Che idea, mettersi dove tutti possono vederli!»

«Non ha importanza» disse Milly. «E' solo mio padre.» L'anziana dama domandò: «Quella signora è sua madre?».

«No. E' la segretaria del babbo.»

«Mi dia il cestino» disse in tono indignato l'anziana dama. «Bene» mormorò Beatrice «è fatta.» Wormold disse: «Sono spiacente, Milly».

«Oh» fece Milly «sarebbe ora che imparasse qualche cosina sulla vita.»

«Non pensavo a quell'anziana signora. So che questo non ti sembrerà un vero matrimonio…»

«Sono contenta che tu prenda moglie. All'Avana l'avevo scambiata per una semplice relazione. Naturalmente, in fondo è la stessa cosa, visto che siete già sposati tutti e due, ma in qualche modo avrà un che di più dignitoso. Babbo, sai dirmi dov'è Tattersall, quel famoso negozio di selle?»

«A Knightsbridge, credo, ma sarà chiuso.»

«Volevo solo fare una passeggiata esplorativa da quelle parti.»

«Insomma, non ti dispiace, Milly?»

«Oh, ai pagani quasi tutto è concesso, e voi siete pagani. Beati voi. Tornerò per l'ora di cena.»

«Dunque, vedi» disse Beatrice «è andato tutto per il meglio, in fin dei conti.»

«Già. Sono riuscito a lavorarmela abbastanza bene, non ti pare? In alcune cose ho una certa abilità. A proposito… quel rapporto sugli agenti nemici… ne saranno soddisfatti, senza dubbio.»

«Non proprio. Sai, tesoro, in laboratorio hanno dovuto immergere ogni francobollo per un'ora e mezzo nell'acqua, cercando il puntino nero. Credo che lo abbiano trovato sul quattrocentottantesimo francobollo, e una volta ingrandita la microfotografia… be', non si vedeva un bel niente. O hai sovraesposto il film, oppure hai utilizzato il microscopio dalla parte sbagliata.»

«E ciononostante mi conferiscono l'O.B.E.?»

«Sì.»

«E mi dànno un impiego?»

«Dubito che tu possa conservarlo a lungo.»

«Non ne ho l'intenzione Beatrice, quando hai incominciato a pensare di essere…» Ella gli mise la mano sulla spalla e lo costrinse a spostarsi, strascicando i piedi, tra le squallide sedie. Poi incominciò a cantare, un po' stonata, come se avesse dovuto correre a lungo per raggiungerlo. "Intorno a te hai uomini sapienti Della famiglia vecchi confidenti. Convinti sono che il globo è rotondo…

Semi han le arance e a questo mondo Sol con la buccia esistono le mele, Io sono folle…" «Come ci guadagneremo da vivere?» domandò Wormold.

«Tu ed io riusciremo a trovare il modo.»

«Siamo in tre» disse Wormold, ed ella intuì la difficoltà fondamentale del loro avvenire… che lui non sarebbe mai stato abbastanza folle.

NOTE.

1: A.O: "Accountant Officer", il funzionario addetto all'amministrazione. (N. d. T.)

2: Il gioco di parole si perde, inevitabilmente, nella traduzione italiana. "Dulles", infatti significa "morto". (N. d. T.)

3: O.B.E.: "Order of British Empire". (N. d. T.)

Indice

PARTE PRIMA. 1

Capitolo primo. 1

Capitolo secondo. 6

Capitolo terzo. 11

Capitolo quarto. 19

INTERLUDIO A LONDRA. 26

PARTE SECONDA. 31

Capitolo primo. 31

Capitolo secondo. 35

Capitolo terzo. 39

PARTE TERZA. 47

Capitolo primo. 47

Capitolo secondo. 52

Capitolo terzo. 59

PARTE QUARTA. 68

Capitolo primo. 68

Capitolo secondo. 83

INTERLUDIO A LONDRA. 86

PARTE QUINTA. 88

Capitolo primo. 88

Capitolo secondo. 93

Capitolo terzo. 99

Capitolo quarto. 106

Capitolo quinto. 115

Capitolo sesto. 123

EPILOGO A LONDRA. 128

NOTE. 132