2.
Quando Fenoglio entrò, il ragazzo era già lí. Si teneva a una spalliera svedese ed eseguiva dei piegamenti, molto blandi, sulle gambe.
– Buongiorno, – disse educatamente vedendo Fenoglio. Aveva una bella faccia da attor giovane: un po’ emaciato, leggere occhiaie, uno sguardo in bilico fra la timidezza e l’arroganza. Non doveva avere piú di ventidue, ventitre anni.
– Buongiorno, – rispose Fenoglio. – Sei tu la nuova vittima di Bruna? – Mentre parlava il tono gli suonò strano e falso, e si chiese perché.
– Sí, Bruna. Mi segue da una settimana, prima venivo in un altro orario.
Fu in quel momento che Fenoglio notò il libro. Vicino alla spalliera, abbandonata sul materassino, c’era una vecchia edizione di Un anno sull’Altipiano, di Emilio Lussu.
– È tuo quello? – disse Fenoglio indicando con il dito.
Il ragazzo assunse una strana espressione, quasi di scusa. La bocca si curvò leggermente, parve tremare in un atteggiamento – del tutto incongruo rispetto all’ordinarietà della domanda – di inguaribile tristezza. Cosí intensa, anche se solo per qualche secondo, che Fenoglio ebbe l’impressione di esserne risucchiato.
– Me lo ha consigliato un amico.
– Ti piace?
La piega di tristezza aleggiò ancora per un istante e scomparve.
– Mi piace molto. In sostanza mi sembra un libro sull’imbecillità e sui danni che può provocare.
Fenoglio annuí.
– L’imbecillità, hai ragione. Sai cosa diceva su questo argomento Alexandre Dumas? Il padre.
Stava per precisare chi era Dumas, non era scontato che un ragazzo di quell’età lo conoscesse, ma non fu necessario.
– Dumas… ho letto tutto, da piccolo. Mi piacevano le storie di vendetta, ero fissato con Il conte di Montecristo.
– Ecco, Dumas diceva: preferisco i mascalzoni agli imbecilli, perché a volte si concedono una pausa.
Il ragazzo sorrise, di un sorriso lento e consapevole, quasi nella mente gli fosse apparsa una personificazione di quell’aforisma.
– Lei lo ha letto? – domandò, toccando la copertina del romanzo di Lussu.
– Piú volte. Ce n’è un altro suo che forse è addirittura migliore: Marcia su Roma e dintorni. La storia dell’avvento del fascismo con tutte le mediocrità, le vigliaccherie, le miserie, i voltafaccia. Lo so che sto per dire una banalità, ma è un libro che sembra scritto oggi per raccontare cosa succede ora in questo Paese.
In quel momento arrivò Bruna e Fenoglio avvertí la consueta fitta di lieve disagio, che provava ogni volta che la vedeva. Pensò che la vita ha degli strani cicli. Quel leggero imbarazzo era lo stesso che provava da ragazzino – forse a dieci, undici anni – quando incontrava la signora Molteni, che abitava al piano di sotto nel suo stesso palazzo. Era una bella donna, giovane, sempre vestita bene e in modo che le sue forme non passassero inosservate.
Il piccolo Pietro diventava rosso incrociandola, e a volte addirittura cambiava strada per timore che lei se ne accorgesse. Quando la donna era con il marito – un uomo alto e robusto, dall’aria compiaciuta e ottusa – all’imbarazzo si mescolava una cosa che allora non avrebbe saputo nominare. Un misto di desiderio indistinto, percezione di inadeguatezza e spirito di rivalità. In pratica, pura e semplice gelosia, ma era troppo presto per maneggiare una parola come quella.
Bruna gli provocava lo stesso senso di inaccessibilità che ai tempi gli suscitava la signora Molteni.
– Avete già fatto conoscenza? – disse la fisioterapista. – Bene, perché starete qui insieme almeno per le prossime due settimane.
– Chiacchieravamo di libri, – disse Fenoglio, cercando di apparire spigliato e, ancora una volta, avendo la sensazione di non riuscirci.
Bruna assegnò gli esercizi, controllò che entrambi li eseguissero nel modo corretto e disse che si allontanava per assistere altri pazienti.
– Torno fra una mezz’ora. Sorvegliatevi a vicenda, cosí non barate.
Andò via senza aspettare eventuali risposte, lasciando una sottile scia di profumo; quel profumo cosí fresco e cosí apparentemente innocuo.
– Perché sei qui? Che ti è successo? – chiese Fenoglio mentre, appoggiando una mano alla spalliera svedese, iniziava a fare su e giú con la gamba, piegandola e cercando di portare il ginocchio piú in alto possibile. Anche il ragazzo aveva cominciato il suo esercizio, disteso sul materassino, con una banda appesantita intorno alla caviglia.
– Un brutto incidente con la macchina. Mi dicono che sono fortunato a poterlo raccontare, ma io non ho niente da raccontare perché non ricordo niente –. Parve indugiare qualche istante, quasi temesse che restituire la domanda potesse essere indelicato.
– E lei? – disse infine.
Senza nemmeno rendersene conto Fenoglio scosse la testa, come se ancora non si capacitasse di ciò che era successo. Che, in estrema sintesi, consisteva negli anni che passavano.
– Quando uno invecchia le ossa diventano piú fragili e tutto si complica. Per non farla troppo lunga: severa artrosi dell’anca, con decorso quasi fulmineo. Un paio di anni fa non avevo praticamente problemi e il mese scorso mi sono dovuto operare perché ormai ero quasi zoppo e la vergogna di zoppicare è diventata piú forte della vergogna di farsi mettere una protesi –. Sempre senza rendersene conto fece un gesto con la mano, come per scacciare qualcosa che gli dava fastidio.
– Cosa c’è di vergognoso in un’operazione? – chiese l’altro.
– Nulla, in teoria. Ma sai, per quanto pensiamo di essere superiori a certi meccanismi, questi ci condizionano. Possiamo essere abbastanza lucidi da osservarli in noi stessi eppure incapaci di contrastarli davvero.
– Non sono sicuro di seguirla.
– Hai ragione, dico cose confuse perché non riesco a dirle con chiarezza nemmeno a me stesso. Allora: la protesi dell’anca, salvi i casi come il tuo, quando dipende da un incidente grave, è un intervento che fanno gli anziani, i vecchi. In realtà non sono persone tanto piú grandi di me, ma sono anziani. Ammettere di avere la protesi dell’anca significa ammettere di essere anziani. Hai l’artrosi, e l’artrosi è «roba da vecchi», anche se non è proprio vero: capita che ce l’abbiano pure dei trentenni e che pure loro debbano subire questo intervento. Ma insomma gli schemi ci condizionano moltissimo, anche se crediamo di esserne immuni.
– Lei credeva di esserne immune?
Semplice e diretto. Quel ragazzo gli piaceva.
– Credevo di essere immune –. Dopo un’ulteriore pausa, quasi che quella domanda cosí elementare e in qualche modo cosí ovvia, avesse spalancato una porta mimetizzata su una parete che sembrava bianca e liscia, aggiunse: – Credevo di essere immune da molte cose.
Il ragazzo parve esaminare ed elaborare la risposta che aveva ricevuto. Come per assicurarsi che non gli sfuggisse un pezzo importante di significato.
– Sa che se l’avessi incontrata da bambino, a sei, sette anni, avrei detto che era uno sceriffo?
– In che senso?
– La faccia. Da bambino avevo la fissazione dei film western e degli sceriffi. C’erano alcune fisionomie che mi suggerivano l’idea dello sceriffo. Facce da uomini che mi ricordavano i personaggi dei western. Un meccanico, proprio vicino casa, aveva quel tipo di faccia. Avevo preso l’abitudine di salutarlo, forse perché mio padre gli aveva portato la macchina a riparare o forse semplicemente perché abitavamo vicini, e io ero convinto di conoscere uno sceriffo. Lei ha quel tipo di faccia.
Tornarono entrambi ai rispettivi esercizi e per qualche minuto ci fu solo il rumore del respiro, i leggeri gemiti dello sforzo quando ognuno arrivava alle ultime ripetizioni.
– Immagino sia seccante accorgersi che gli anni passano, – disse poi il ragazzo. – In effetti è anche seccante frantumarsi le articolazioni come è capitato a me. Fra l’altro sembra che io non avessi nessuna colpa. Almeno cosí mi dicono; le ripeto: io non ricordo niente. Se non altro non sarò piú costretto a giocare a calcio. Non sono mai stato bravo; ci andavo perché gli amici organizzavano e non sapevo dire di no. Giocare a calcio mi sembrava parte dei doveri di un giovane maschio. Ora potrò sottrarmi a questo rituale senza che nessuno sollevi dei dubbi sul mio orientamento sessuale. Ho una scusa inattaccabile: anca ricostruita, evitare gli sport traumatici. Che sollievo.
Gli elementi divergenti erano una delle ossessioni di Fenoglio.
Ci sono vari modi di guardare il mondo e gli altri. Il piú diffuso consiste nell’assegnare delle etichette e attenersi rigorosamente a esse. Il meccanismo ha una sua micidiale semplicità. Assegniamo l’etichetta e, da quel preciso momento, la utilizziamo per osservare l’oggetto etichettato. Diventa uno strumento di selezione degli stimoli che arrivano alla nostra mente e, addirittura, ai nostri sensi. Vediamo, percepiamo ciò che corrisponde all’etichetta e scartiamo quello che la contraddice.
Da quando – molto presto – Fenoglio si era reso conto del meccanismo, aveva cercato di contrastarlo andando a caccia delle divergenze. Cioè non di quello che conferma, ma di quello che contraddice lo schema iniziale.
Il ragazzo aveva effettuato uno scarto improvviso e molto interessante. Il primo impatto era stato quello della smorfia di tristezza. L’etichetta diceva: persona infelice, forse in gran parte senza nemmeno averne coscienza.
Adesso, d’un tratto, tirava fuori quella nota di ironia tagliente e molto consapevole.
– Come ti chiami?
– Giulio, – rispose il ragazzo. – Giulio Crollalanza –. Dopo un attimo di esitazione si alzò dal materassino e tese la mano a Fenoglio.
– Pietro Fenoglio, – disse il maresciallo, separandosi dalla spalliera e tendendogli la sua.
– Fenoglio come lo scrittore?
– Sí. Non siamo parenti. Anche tu come lo scrittore.
– In che senso?
– Crollalanza è la traduzione di Shakespeare, piú o meno.
Il ragazzo rimase serio per un po’. Controllava mentalmente. Poi il suo volto si distese in un’espressione di stupore.
– È incredibile, è il mio nome e non ci avevo mai fatto caso.
– Capita. I particolari che ci sfuggono piú facilmente sono quelli che abbiamo sotto il naso. Cosa fai, Giulio, studi?
Ecco di nuovo, per una frazione di secondo, la piega dolorosa.
– Dovrei laurearmi quest’anno, sí.
– In cosa?
– Giurisprudenza. Mi mancano due esami e la tesi.
– Anch’io dovrei laurearmi, – disse Fenoglio, e un istante dopo si chiese per quale motivo avesse fatto quella battuta. – Scusa, una stupidaggine. Sono un maresciallo dei carabinieri, prima di arruolarmi studiavo Lettere a Torino, la mia città, e cominciando a lavorare, molti anni fa, ho smesso. Ho sempre detto che mi sarei laureato quando fossi andato in pensione. Ora il momento si avvicina, e in realtà non so se davvero ne ho voglia.
– Lei non sembra un carabiniere. Quando va in pensione?
– L’anno prossimo. Sedici mesi a partire da oggi.
– E cosa farà dopo?
Questo era per il problema. Non lo sapeva. Per lunghi anni – erano stati davvero lunghi? – si era detto che senza l’impegno del lavoro con i suoi tempi imprevedibili e incontrollabili, senza le notti passate in caserma, o in giro per sopralluoghi, o a preparare l’arresto di qualcuno, avrebbe potuto fare tutto quello che gli piaceva. Leggere, andare ai concerti, viaggiare. Magari, appunto, iscriversi di nuovo all’università e laurearsi. E adesso, invece dell’impazienza, avvertiva lo sgomento e distoglieva lo sguardo.
– Non lo so. Me lo sto chiedendo, ma non trovo una risposta soddisfacente.
Il ragazzo parve riflettere su una possibile ulteriore domanda. Fenoglio pensò che non era sicuro di volerla ascoltare.
– E tu cosa farai dopo la laurea?
– Neppure io lo so, cosa farò dopo.
– Quando ti sei iscritto all’università cosa pensavi che avresti fatto?
Il ragazzo era seduto sul materassino. Si strinse nelle spalle senza dire nulla.
– Perché ti sei iscritto a Giurisprudenza, allora?
– Io avrei scelto Lettere o Filosofia. I miei genitori hanno scatenato una guerra nucleare su questa idea e alla fine ho lasciato perdere. Tanto per chiarire, mio padre fa l’avvocato e in famiglia contano che io segua la sua strada.
– E tu sei di opinione diversa.
– Sí. Ho le idee abbastanza chiare su quello che non voglio fare; l’avvocato in generale è fra le prime cose della lista. L’avvocato nello studio di mio padre è la prima cosa della lista.
Le parole del ragazzo rimasero sospese nell’aria. Entrambi ripresero a fare i rispettivi esercizi e per qualche minuto, nella stanza della fisioterapia, regnò il silenzio. Poi Giulio domandò:
– Come è successo che da studente di Lettere è diventato carabiniere?
In quel momento rientrò Bruna.
– Ero sicura che avreste chiacchierato e battuto la fiacca. Adesso vi sorveglio, non vogliamo tenervi qui a fingere di fare fisioterapia per i prossimi due anni.