1

«Sono qui» dico. Senza alzare gli occhi dalle mie mani che stringono la borsa di tela verde. «Che cosa vuole che le racconti?»

«Puoi darmi del tu».

Alzo appena gli occhi, sino alla sua gonna. Che è di tessuto di cotone, marrone e nera. Un tessuto etnico. Dall’orlo spunta il suo piede. Nudo. «Va bene» dico. E torno a fissare le mie mani. «Devo cominciare da quando ero piccola? Che cosa ho sognato questa notte?»

«Dimmi quello che vuoi. Qualunque cosa che hai voglia di dirmi». Parla senza muoversi, anche se io non la guardo.

Quando sono entrata nella stanza lei era già seduta sui cuscini, in terra, sopra un tappeto, con le spalle al muro. La finestra, con le tende tirate, dietro di lei. Non si è alzata, mi ha salutato con un cenno della mano. Forse ha sorriso. La stanza è completamente in ombra. Venendo dalla luce, non sono riuscita a vederla.

Non l’ho neppure guardata.

Con un solo gesto della mano mi ha salutata e mi ha indicato dove sedermi: accanto a lei, un po’ scostata. Le spalle contro il muro. Le gambe allungate sul tappeto, scomode. Le mani aggrappate alla borsa. Mi sono slacciata il giubbotto di pelle, mi sono tolta il berretto e ho scosso i capelli. Umidi, perché fuori piove.

Mi ero preparata, avevo letto qualcosa sulle sedute psicoterapeutiche. Ma se non fosse stato per le insistenze di Luciana, che mi ha preso anche l’appuntamento, non ci sarei venuta. Non mi piace raccontare la mia vita. Non mi piace la mia vita.

Ho attraversato la città, dalla redazione che è in periferia sino al centro storico: una palazzina Liberty rosso corallo con i cornicioni bianco avorio.

È un qualsiasi giorno di pioggia, uggioso. Con le solite code ai semafori, la stessa impazienza. Il tergicristallo che si sposta sul vetro con un rumore di gomma dura che gratta, perché la pioggia non è sufficiente ad ammorbidire il movimento e io non ho più detergente nel serbatoio.

Mentre guido, sbirciando ogni tanto l’orologio del cruscotto perché non voglio arrivare in ritardo, non la prima volta almeno, penso a quello che le avrei detto. Avrei cominciato da quando ero bambina. No, da quando mia madre ci aveva lasciati, me e mio padre, per un altro uomo. Le avrei parlato di nonna, che è morta dopo che mio padre se ne era andato e ci aveva piantato da sole, a sbrigarcela con me che crescevo e volevo studiare. Poi, Lorenzo.

Lorenzo, maledizione. Lorenzo che mi ha lasciata, due settimane fa. Dopo cinque anni.

«Lui mi ha lasciata. Cinque anni insieme. Poi è arrivato a casa e mi ha detto che la cosa non funzionava più, doveva pensarci. Mentre faceva la valigia. Cinque anni, gli dico. Che cosa non funziona più? Lui alza le spalle e chiude la valigia. Mi dispiace, dice. Non me la sento più. Mi dispiace».

Faccio una pausa, aspetto una reazione che non arriva. Sbuffo. «Ho finalmente voglia di dirgli che niente ha mai funzionato. Lui che non paga niente, vivendo in casa mia. A letto, lui che non si ferma neppure a chiedermi se va bene. Con gli amici, che sono soltanto suoi e io li conosco appena. Ho voglia di dirgli, adesso glielo dico…»

«Glielo hai detto?»

Scuoto appena la testa. E lei sorride. Non la guardo, ma so che sorride. «C’è poco da ridere» dico. Scontenta.

«Non sto ridendo. Supponevo che non gli avresti detto quello che pensavi. Scusa. Perché non l’hai fatto?»

Alzo una spalla. «Aveva chiuso la porta, clic… e se era andato. Come tutti».

«Tutti?»

«Sì, a cominciare da mia madre… Se ne vanno tutti e mi piantano. Perché, domando io. Avevo sei anni. Mi ha baciata con le lacrime agli occhi e se ne è andata. Con un altro uomo. Mi ha lasciata a mio padre e a mia nonna». Parlo in fretta, a testa bassa, quasi temendo di dover smettere a un suo segno. Non voglio dire le cose che sto dicendo, ma non riesco a trattenermi. Non le ho mai raccontate a nessuno. «Mio padre se ne è andato, quando avevo quattordici anni. Volevo fare l’università e lui mi ha pagato la scuola, sino in fondo… All’uscita dall’università, quando ho preso la laurea, c’era lui che mi aspettava. Adesso sei grande, devi pensare a te, io ho chiuso. Non l’ho più rivisto. Nonna era morta e vivevo da sola. La casa è mia, me l’ha regalata mio padre. Avevo intanto conosciuto Lorenzo…»

«Quanti anni hai?»

«Trentuno, quasi». Mi fermo un attimo per riprendere fiato. Ha chiesto la mia età, o quanti anni avevo quando ho conosciuto Lorenzo? Alzo una spalla: perché non mi sta a sentire? «Lorenzo è venuto subito a vivere da me, ma ogni tanto tornava a casa da sua madre. A me non sembrava giusto; ma quando glielo dicevo sbuffava e se ne andava per un paio di giorni. Poi tornava. Promesse, grandi servizi da concludere, anche lui è giornalista, esperto in economia… mai visto niente». Perché le racconto queste cose? Con questo astio, come se mi importassero davvero. Non me ne importa niente che Lorenzo se ne sia andato, voglio soltanto sapere perché tutti mi lasciano. Sono venuta da lei per capire: che cosa ho che non va?

Muove il piede da sotto la gonna. È un bel piede, curato. So che ora sta per dirmi qualcosa. Anche la sua voce è bella, scura, morbida. «Perché sei venuta da me?»

«È stata Luciana. Sono andata in studio, io lavoro nella redazione di un mensile, e le ho detto che Lorenzo se ne era andato. Finalmente, ha detto lei. Finalmente un corno, dico io. Ora sono sola: perché tutti mi piantano? E allora? Mi chiede Luciana. Perché lo dici a me? Vallo a raccontare alla dottoressa D’Urso…» E finalmente la guardo in faccia. È più grande di me, deve avere circa quarant’anni. Ha una ciocca bianca a destra, sulla fronte, e i capelli tirati indietro. Neri e lucidi, come se fossero laccati. Gli occhi scuri, il viso in penombra, non vedo altro.

«Noi abbiamo pubblicato una tua intervista, il mese scorso. Sette pagine sulla tua casa, l’hai visto?»

Mi risponde con un lieve cenno del capo, e sorride. Quando sorride è bellissima, come nelle foto. «Se l’è ricordato Luciana, che tu eri una psicoterapeuta… è così che si dice? Ha telefonato… ecco, è così. Io forse non ci avrei mai pensato».

«Credi che tornerai?»

Alzo una spalla. «Perché no? Ho raccontato più cose a te in mezz’ora che a Lorenzo in tutta la nostra vita insieme. Perché no? Quando?» Mi sento improvvisamente meglio.

«Va bene alla stessa ora di oggi?» Sono quasi le otto e sono arrivata alle sette. Dico di sì. «Allora, martedì e venerdì alle sette. Ora il tuo tempo è scaduto». Si alza. È più alta di me. La gonna marrone e nera è invece un caftano che la copre dal collo alle caviglie. Deve essere magra, e ha un bel viso. Serio, interessante. Al collo due grosse collane di ambra. La mano che allunga verso di me è sottile e magra, morbidissima mentre la stringo. «Verrai?» mi chiede ancora.

«Sì, verrò».

«Allora paga qualcosa. Se paghi, so che tornerai».

«Quanto?»

«Quello che vuoi, anche dieci euro. È un pegno». Mi sorride appoggiandosi alla porta che tiene aperta per lasciarmi passare. «Per farti tornare».

«A te?» Ho in mano il portafogli e mi sembra di offenderla.

«No, sul tavolino».

«Così?» Ho appoggiato sul piano del tavolino che è accanto alla porta una banconota da 50 euro. «Va bene?»

«Sì, va bene. Tornerai?»

«Sì, certo… Venerdì alle sette».

Quando esco in strada è buio. Cammino verso la macchina, la città mi assorbe, sono nuovamente una qualunque in mezzo a tanti. Penso che se mi volto a guardare, la palazzina rossa in stile Liberty dalla quale sono appena uscita non c’è più. Sparita, come se fosse appartenuta a una vita diversa, a un mondo che non è questo. Io ero in quel mondo, e ora sono qui, davanti alla mia macchina parcheggiata male vicino al marciapiede. Mi volto. La palazzina rossa è ancora lì, una finestra al primo piano è illuminata. Sembra un segnale, qualcosa che mi ricorda quello che ho appena superato. Non ci tornerò più, penso. Sto troppo male. Non capisco che sollievo provi la gente a raccontare le proprie umiliazioni. Mi sento distrutta. Più infelice di prima. Infelice dei miei ricordi che mentre li ho vissuti non mi hanno causato altrettanto male. Non ci tornerò più.

2

Sono tornata. Martedì e venerdì di ogni settimana. Sono passati quattro mesi. Parliamo. Lei non vuole che io le racconti i miei guai. Parlami dei tuoi progetti, mi dice. I tuoi guai lasciateli alle spalle. Guarda avanti.

È quello che ho davanti che mi fa paura. Dietro di me, il mio passato, proprio perché l’ho superato, mi sembra rassicurante. L’ho superato e non sono morta: morirò soltanto nel mio futuro. Sono spaventata e lei lo capisce.

Ogni volta indossa un caftano diverso, alcuni sono preziosi. Ha avuto una madre indiana e un padre italiano, Genova. Mi dice queste cose con voce leggera, rispondendo alle mie domande. Con impazienza, non vuole parlare di sé.

Mentre lavoro in redazione o a casa, penso a lei, seduta con le ginocchia incrociate sotto il suo caftano, con una qualunque donna di fronte che le racconta la propria vita. Mi accorgo di essere gelosa di quelle sconosciute. Voglio che sia soltanto mia.

Una sera, dopo la nostra seduta, mi invita a restare. «Mangiamo qualcosa insieme, ti va?»

Arrossisco di gioia. «Sì, naturalmente. Devo andare a prendere qualcosa?»

«Ma no. Riso al vapore con verdure e un dolce. È tutto pronto di là. Siediti e stai tranquilla». Preme alcuni bottoni su una radio e subito una musica che non conosco mi graffia la pelle, facendomi venire i brividi. «Ti piace?»

«Sì… Chi è?»

«Erik Satie… Aspettami, vado a fare una doccia».

Chiudo gli occhi. Non riesco a essere felice per quell’invito, mi dico che lo fa con tutti per non mangiare da sola. Ora è toccato a me, dopo quattro mesi. Non ha un uomo?

Quando riapro gli occhi la vedo passare nel corridoio, i passi attutiti dal tappeto. È completamente nuda. Richiudo gli occhi, come se l’avessi sorpresa. Mi manca il respiro. Una strana sensazione in mezzo allo stomaco.

«Sono pronta» dice, affacciandosi alla porta. Il caftano bianco, di cotone a più strati, cade leggermente da un lato, alla scollatura, lasciandole libera una spalla. La pelle è bianchissima, tesa sulle ossa fragili. I capezzoli segnano il tessuto. Quando cammina verso la luce, in trasparenza scorgo le gambe. È nuda.

La stanza, che non ho mai visto, è piccola, tinteggiata di rosa salmone, con pochi mobili graziosi. Molte candele accese, sul davanzale della finestra, sui mobili, in terra. Profumo di incenso e di cannella. In mezzo alla stanza un tavolo quadrato, apparecchiato per due, e due sgabelli senza spalliera. Cuscini, anche contro il muro. Un mézzere indiano sul tavolo, due ciotole di porcellana blu e verde, bicchieri dallo stelo lungo e sottile.

«Ti piace?»

«Sì, è tutto molto… esotico». E rido, come una stupida. Conosco la sua casa: un fotografo della rivista dove lavoro l’ha fotografata per il servizio, io l’ho impaginato e Luciana ha scritto le didascalie. Glielo dico e lei sorride. «È molto particolare» aggiungo.

Si siede su un cuscino. «Preferisci lo sgabello?» No, ormai mi siedo come lei, anche durante i nostri incontri. Lei non usa il lettino, ma soltanto grandi cuscini contro la parete. Si siede voltando le spalle alla finestra, per essere in ombra, e io di fianco, per non guardarla in faccia.

Ora mi siedo sul cuscino, come lei. «Così» dico. I jeans mi tirano in mezzo alle gambe e mi muovo sui fianchi per mettermi comoda.

«Toglili, non vedi che ti stringono?»

«No, non importa». Sotto indosso un paio di mutandine elastiche e i calzerotti al ginocchio, mi sentirei ridicola.

Mangiamo chiacchierando. Lei parla, ma non dice niente di sé. Vuole sapere del mio lavoro, di che cosa mi occupo.

«Arredamento, soprattutto. Ville e giardini… Le case di quelli che contano. Mi piace, perché spesso mi tocca viaggiare…»

«Moda?» domanda.

Scuoto la testa, Luciana si occupa di moda. Ma spesso lavoriamo insieme. Non voglio parlare del mio lavoro, ho fretta di sapere di lei.

«Sei sposata?» domando. È una domanda indiscreta, ma non mi importa, voglio saperlo.

Scuote il capo. Mi guarda come se mi rimproverasse. «No. Sono sola da quando è morta mia madre, otto anni fa. Mio padre ci aveva lasciate da molto tempo. Gli uomini…» E sospira. Alza il bicchiere verso di me: il vino bianco è profumato, leggermente frizzante.

Quando mi alzo per andarmene è quasi mezzanotte. Mi gira la testa, ma è soltanto una sensazione.

«Grazie» dico. Mi sento goffa. Capisco che dovrei fare qualcosa, ma non so che cosa. «È stato bello, davvero».

«Sono contenta. Lo rifaremo, se vuoi». Non si è alzata. Appoggiandosi a un gomito si è allungata sul cuscino rosso rubino. Una macchia bianca, stupenda, su quel rosso vivo. Deglutisco impacciata. «Ciao, chiudi tu la porta». Mi fa un cenno con la mano e si lascia cadere all’indietro.

Non voglio andare via. «Devo aiutarti?» domando. La cosa più stupida che mi è venuta in mente.

«No, vai… vai, ora».

Fuori dall’uscio mi appoggio al muro delle scale. Cerco di non pensare alle mie sensazioni. Non voglio capire che avrei voglia di tornare indietro. Da lei.

A casa cerco la rivista, riguardo il servizio, le stanze della casa che non conosco. Il bagno con la vasca a livello del pavimento e il tatami in terra per il relax. La serra, un corridoio a vetrate che unisce la camera da letto al salotto, con piante esotiche, alcune gigantesche. Il letto: un materasso in terra con trapunte e cuscini di seta colorata in diversi toni di rosso e arancio, e il baldacchino, tra ferri dorati che si intrecciano a tessuti leggeri di seta. Tutto è bianco o rosso arancio, rosso rosa, rosa cupo. Giallo, giallo arancio. Non esistono altri colori, anche sulle pareti, nei quadri: l’unica variante è il verde cupo e minaccioso delle piante, dovunque, a gruppi invadenti.

Il salotto dove siamo state, dove abbiamo cenato. Nel servizio sembra più grande, più impersonale. I cuscini di seta rossa, su quei cuscini c’è lei; anche nella fotografia indossa un caftano bianco, lo stesso. Sorride.

Un languore in mezzo allo stomaco che non voglio definire.

3

Il venerdì seguente sono impacciata. Parlo con una certa fatica, guardando continuamente l’orologio.

«Hai un impegno?» mi chiede.

«No, nessuno… non so perché lo faccio. Oggi non quaglio…»

«Perché usi così spesso un vocabolario tanto squallido? Quaglio» ripete con una smorfia. «Possibile che tu sia felice di parlare come una ragazzina di terza media? Sei laureata, sei giornalista… perché lo fai?»

È questo che deve fare un’analista? Sgridarti perché non riesci a respirare normalmente davanti a lei? Glielo chiedo arrabbiata.

«Non ti è mai successo?»

«No. Ma ora sì».

«Sai perché?» Scuoto la testa. «Ti è successo altre volte, con altre persone?» Scuoto nuovamente la testa. Se alzo gli occhi e la guardo mi sentirò male, penso. «Prova a ricordare… quando eri bambina o ragazzina… non ti è mai successo?»

Sto per rispondere di no un’altra volta, poi mi ricordo di Carla. «Sì, una volta, forse. Una mia compagna alle medie. Lei aveva un anno più di me. Mi ha messo le mani sul seno, al gabinetto. Mi ha strizzato i capezzoli. Ci siamo baciate. Ogni tanto ci trovavamo al gabinetto e facevamo questa cosa… Lei mi metteva una mano tra le gambe. Mi vergognavo, ma non riuscivo a pensare che a questo: lei con la sua mano tra le mie gambe. Io che la baciavo. Da ragazzine, avevo dodici o tredici anni. È così che ho cominciato a masturbarmi…»

«Non me ne avevi mai parlato».

«Non mi è mai venuto in mente. Mi è sempre piaciuto più di tutto il resto…»

«Vuoi parlarne?»

Scuoto la testa con violenza perché capisca che il discorso mi imbarazza. «No, non ho più niente da dire».

«Sei sicura? Quando è stata la prima volta?»

«La prima volta è stato con un amico di mio padre, era venuto a casa e io ero sola, avevo diciassette anni. Non mi ha violentata, se è questo che pensi. Sono stata io. Volevo vedere come era fatto un uomo. Gli ho messo una mano tra le gambe, gli ho quasi tolto i pantaloni. Lui è stato bravo. Dopo qualche volta che lo facevamo in quel modo, si è fermato da me a dormire. È successo. Al mattino mi ha regalato un paio di scarpe con il tacco e mi ha detto che gli avevo dato qualcosa che non avrei più potuto dare a nessun altro. Mi ha ringraziata e non l’ho più rivisto. Dopo di lui… vediamo: due ragazzi della mia età. Con uno andavo al cinema di giorno, ci sbaciucchiavamo. Con l’altro, studiavamo insieme e dopo si fermava da me, a letto, sino all’una di notte. Non sentivo niente, era inesperto ma gentile. Non mi faceva male…» La guardo, sono furiosa con lei perché mi ha fatto dire queste cose. «È questo che volevi sapere?» le chiedo sgarbatamente.

«Le hai dette. Significa che avevi voglia di raccontarle. E dopo? Questo Lorenzo mi pare che sia arrivato dopo, eri già all’università».

Mi chiedo come fa a ricordarsi tutto quello che le dico. Non prende appunti, non ha neppure un registratore. «Sì, ero già al terzo anno. Davvero, non mi ricordo. Qualche ragazzo, una volta al mare… Sono stata tanto tempo senza pensarci, non mi importava. Non ho mai avuto una relazione seria. Penso di non esserci portata».

«Sciocchezze…» Lo dice sottovoce, tra le labbra.

«Fare l’amore, avere un rapporto completo non mi piace un gran che…»

«Questo è più comprensibile».

Si alza. Ora è in piedi davanti a me. Guardo l’orologio, non è ancora scaduto il mio tempo. Sorpresa, mi alzo anch’io. Lo spazio che mi lascia tra sé e il cuscino è poco, devo sfiorarla con il corpo. Trattengo il fiato.

«È ora?» chiedo. Sapendo che non è vero.

«È così?» Mi appoggia le mani sul seno, le muove appena e ho i brividi. «Così?» Scende con la mano tra le mie gambe. Sento le sue dita sotto la stoffa dei pantaloni. «Così?» Prende una delle mie mani e l’appoggia sul suo seno: è nuda. Sotto il caftano viola è nuda. Sento il calore della sua pelle, il suo capezzolo appuntito che si irrigidisce. Allunga verso di me il viso, è poco più alta di me, e la sua bocca è sopra la mia. «Così?»

Ci baciamo. Dapprima con dolcezza, poi sempre più furiosamente. Mi sembra di non aver mai baciato nessuno in quel modo. La sua bocca è fresca, sa di menta. La stringo tra le braccia, la tocco, le passo le mani sulla schiena, sulle natiche, tra le gambe. Lei è avvinghiata a me e geme, come se le facessi male. Sento le sue mani sul mio corpo, vorrei dirigerle sui punti in cui sto bruciando, ma aspetto.

A un tratto mi stacco, quasi perdo l’equilibrio. «È una lezione, fa parte dell’analisi?» domando con rabbia.

Mi guarda e sorride. «Sei sicura?» Torna a baciarmi sul collo. «Io ti amo, sciocchina, non capisci? Sei come me, neppure a te piacciono gli uomini. Ti voglio, non senti? E tu vuoi me… Mi hai voluta dal primo giorno. Io ci ho messo più tempo, volevo essere sicura di amarti. Baciami… ti prego, baciami». Solleva con le mani il caftano, è nuda. Nuda davanti a me, in jeans e maglietta. Si sdraia sui cuscini. «Che cosa aspetti? È quello che ti piace… ti prego».

Non ho più i jeans e la maglietta, soltanto le mutandine di cotone. Mi toglie anche quelle. Imparo da lei a fare l’amore come piace a me.

Quella notte dormiamo insieme.

«Lo fai sempre con le tue pazienti?»

«Mai fatto».

«Come posso crederti, se con me è stato così facile?»

«Non così facile come credi. Comunque tu mi piaci, con te ho provato una sensazione molto forte. Mi piaci e ti amo».

«Quando te ne sei accorta?»

«Di essere così? Da ragazzina. Da subito, non ho mai provato con un uomo. I ragazzi mi facevano schifo. Ne ho visto uno nudo, che si masturbava davanti a me, e ho vomitato. Mi piacevano le ragazzine. Anch’io, come la tua compagna di scuola, ne ho istruite parecchie. Alcune di loro mi si appiccicavano addosso perché non avevano il coraggio di farlo con i ragazzi. Ma non mi piacevano. Volevo ragazze che fossero come me, non è così facile. Ho avuto una sola relazione seria, anni fa, subito dopo la morte di mia madre. È durata quasi sei anni».

«L’amavi?»

«Sì. L’ho amata e le ho dedicato la parte migliore di me per tutto quel tempo. Non riuscivo a lavorare per starle addosso. Ero gelosa. Lei andava anche con gli uomini, oltre che con me. Mi faceva impazzire. Negava, la spudorata. Le piacevano gli uomini, ma le piacevo anch’io. Quando l’ho scoperta, l’ho buttata fuori di casa. Ho sofferto la sua mancanza, almeno per due anni. Due anni di astinenza quasi completa. Poi… poi sei arrivata tu. Per questo sono stata prudente con te. Volevo essere sicura».

«Pensi ancora a lei?» Scuote il capo, girandosi mi bacia sulla spalla. «Com’era?»

«Piccola, minuta. Carina. Una gatta spaventata, quando è venuta da me la prima volta. Dopo, è diventata una iena. Mi ha rubato cose che le avrei regalato, se me le avesse chieste. Mentiva. Bugie, sei anni di bugie. E di dolore».

«Soffri ancora?»

Ride. Le si formano piccole rughe intorno agli occhi. «Non sarei qui con te, se ne soffrissi ancora. L’ho cercata tante volte, quando mi sembrava di non poter resistere senza di lei. Poi a poco a poco è finita. Sepolta, davvero. Ti prego, non essere gelosa di una cosa che non esiste più. Tu, amore, l’hai cancellata».

«Facevi l’amore con lei come lo fai con me?»

Ride ancora e mi passa una mano tra le gambe. «Meglio, tesoro. Meglio di così. Quando ci conosceremo sarà bellissimo e mai sarà stato più bello. Ora dobbiamo cominciare a conoscerci… a te piace?»

«Sì… sì. Non sono mai stata così felice. Sei stupenda. Non smetterei mai di far l’amore con te. Ti prego, aiutami. Voglio che tu sia felice, che tu non abbia rimpianti. Aiutami a farti felice come lo sono io. E anche di più».

Si è stretta contro di me. Mi circonda il corpo con le gambe e con le braccia. «Avanti, allora… che cosa aspetti?»

Facciamo l’amore un’altra volta prima di addormentarci.

Due volte la settimana vado da lei. Facciamo l’amore, mangiamo, dormiamo insieme. Al mattino me ne vado e per due giorni sto male, senza vederla. Non risponde al telefono. Divento pazza.

«Si può sapere perché non rispondi al telefono? Ti lascio messaggi in segreteria, perché non mi richiami?»

«Perché sto lavorando…»

«Tutto il giorno? Anche di sera? Anche di notte?»

«Di sera sono stanca e di notte dormo». Ha l’aria annoiata. Si allunga sui cuscini e sembra davvero stanca. «Perché discuti?»

«Perché ti amo e sono gelosa».

«Ho te, che cosa posso volere di più… Avanti, non fare capricci. Amami, invece, non ne posso più, ti desidero… ti prego». Si passa le mani sul corpo e mi si annebbia la vista.

La spoglio, delicatamente, come piace a lei. Una cosa per volta. Passandole le mani sulle spalle, sul seno, sul ventre, sulle cosce. Poi la bocca, la lingua. Geme, asseconda con il corpo le mie carezze. Mi strappa la camicia, mi allarga il tessuto sulle spalle e vuole il mio seno in bocca. Mi morde. Poi reclama la sua parte.

Quando la stringo tra le braccia e la sento gridare, perdo la testa. «Sì, amore… amore mio. Ti amo, ti amo… sei mia». Si dice così anche tra donne? La possedevo, accarezzandola soltanto? La possedevo, perché l’amavo? O il possesso è un’altra cosa, virile, carnale? Io volevo che fosse mia.

Forse non godo con la stessa intensità, non sono capace di dirle quello che voglio. Mi accontento. A volte non riesco ad arrivare sino in fondo.

«Non mentirmi, hai capito? Io posso stare su di te anche un’ora, ma non mentirmi».

Non mento, mi è soltanto difficile lasciarmi andare completamente alle sue carezze. Ho sempre il timore che lei si affatichi, di non piacerle abbastanza. Quando mi capita di essere completamente felice, allora sorride. Sa che è vero.

«Hai visto? Sei una sciocca a farti dei problemi, perché non godi sempre in questo modo? Mi fai felice».

Una volta, mentre mi rivesto per tornare a casa, mi chiede se voglio andare a vivere con lei. «Vuoi?»

«No, preferisco di no».

«Perché? La mia casa non ti piace?»

«Certo. È sicuramente migliore della mia. Ma preferisco non staccarmi dalle mie cose, qui non potrei portarle. Ho quasi duemila libri, dove li metteresti? La camera di nonna, la mia. Ho anche uno studio, con il computer e altri strumenti che mi servono per il lavoro. Non sempre vado in redazione; a volte lavoro a casa sino a tardi. Correggo testi, ne scrivo, impagino… Non ti piacerebbe».

«Mi piacerebbe avere qui te. Sapere che non mi tradisci».

«Con il computer». E rido. La bacio per riconoscenza: sono felice che mi abbia chiesto di vivere con lei, anche se non ne sarei capace. Non saprei dividere la mia vita, i miei gesti quotidiani, con un’altra persona. Neppure con lei, con i suoi vizi, le sue manie. La sua presenza straordinaria. Neppure con lei, anche se l’amo da morire.

Qual è il mio ruolo, nella nostra coppia? Lei è più grande di me, è anche più alta e magra. Più mascolina fisicamente, se dovessi usare un’immagine consueta per descriverla. Eppure mi tratta come se lei fosse una ragazzina innamorata e io il suo uomo. Più giovane. Forse addirittura più femminile di lei. Ho un gran seno, mentre il suo è piccolo, mi sta in una mano. Ho un po’ di carne intorno ai fianchi, anche se sono magra, mentre lei ha un bacino stretto, da ragazzo. Gambe lunghe e magre. Io la proteggo. Io l’amo. Lei si lascia proteggere. Dice di amarmi, ma forse si lascia amare con voluttà. Le piaccio fisicamente, di questo sono sicura. Mi ha insegnato come farla felice e io l’accontento. Stiamo bene, insieme.

4

Stiamo insieme da quasi tre mesi, quando arriva l’estate.

«Dove vai in vacanza?» mi chiede.

«Ai tuoi piedi».

«No, sii seria: dove trascorri le vacanze?»

«Dove capita, non ho mai un progetto preciso. Ho fatto molti viaggi in estate… Ma ora sto con te, perché dovrei andare in giro per il mondo se ci sei tu?»

«Io vado in India, dai miei parenti. Ci sto un mese tra luglio e agosto».

«Io, a luglio, lavoro. Il giornale chiude soltanto in agosto per due settimane, ci diamo i turni. Le mie vacanze vanno da fine luglio alla terza settimana di agosto. Come vedi, fai in tempo a tornare e a trovarmi qui. Dove vuoi andare, dopo?»

«Dove vuoi tu… organizza tu, dove vuoi. Un’isola, dove potremo fare l’amore sulla spiaggia, di notte e di giorno. Soltanto noi due. Dove vuoi, tesoro. Ma intanto staremo lontane un mese…» Una smorfia, come se ci fosse costretta.

«Non per merito mio. Hai proprio bisogno di andare in India per tanto tempo? Non bastano due settimane?» Scuote la testa. Quando siamo sole, scioglie i capelli: sono lunghi, con qualche capello bianco e la ciocca candida sulla fronte, come una freccia di luce in un viso pallidissimo in cui emergono soltanto gli occhi, inquietanti. «Allora, staremo lontane un mese. E faremo qualche patto».

«Per esempio?» Ride. Ride raramente e quando lo fa sembra giovanissima. Ride e arriccia il naso, che è affilato, leggermente curvo: come quello di sua madre, che è fotografata e esposta in salotto in una cornice d’argento.

«Giura che non mi tradirai…»

«Io lo giuro, ma tu?»

«Stiamo parlando di te. Giura».

Fa una smorfia, ma continua a ridere. «Ho giurato. I miei vivono in un villaggio vicino a Jaipur, non c’è molto da vedere. Pochi turisti e la gente del luogo mi conosce da quando ero bambina. Tu, invece…» Si avvicina al mio corpo, si rannicchia tra le mie gambe: come fa a diventare così piccola da starmi tutta tra le braccia? «Tu…»

«Io ti aspetterò. Pazza di gelosia, ma ti aspetterò. Mi chiamerai qualche volta?»

«Sì, naturalmente. Anche tu potrai farlo. Lo farai?»

La bacio. Mollemente si apre alle mie carezze, si libera del lenzuolo che le avvolge le spalle. Si offre totalmente al mio amore. «Aspetta… aspetta, non muoverti ora. Così, ti prego… non così in fretta…»

Io l’assecondo. Sono pazza di lei. Così innamorata da credere che neppure per lei ci possa essere altro, oltre noi due.

Il mese che lei trascorre in India per me è un tormento. L’ho chiamata un paio di volte e non l’ho mai trovata. Mi richiama dopo qualche giorno per raccontarmi che è stata a un santuario, a una mostra, a far visita a parenti lontani da casa. Promette di richiamarmi il giorno dopo; non lo fa: e io impazzisco.

«Perché non ti trovo mai, quando ti chiamo?» le grido al telefono, esasperata.

«Tesoro, non sono a casa mia, abbi pazienza. Ti chiamo io. Domani, va bene? Ti chiamo domani… mi ami?»

Ripenso a quello che mi ha detto della donna con cui ha avuto una relazione. Le piacevano anche gli uomini e la tradiva: anche a lei piacciono gli uomini e mi tradisce? Mente a me come l’altra aveva mentito a lei? Con chi è in vacanza? Davvero è in casa di parenti e le dispiace usare il telefono? Perché non ha un cellulare come tutte le persone di questo mondo?

«Lo odio, è una schiavitù che detesto. Ti prego, amore… non ne ho bisogno». Ne ho bisogno io. Mi illudo di poterla controllare.

Un mese è lungo, c’è tempo per pensare. Per riconoscersi infelici e per ribellarsi alla propria infelicità. Nella lontananza è facile convincersi di esserne capaci.

Penso continuamente a lei nelle situazioni più terribili, sono stanca di odiarla. Esasperata dal dubbio, mi dimentico di quanto ne sono innamorata.

Andando all’aeroporto a riceverla di ritorno dall’India, mi sono preparata un discorso da farle. Parola per parola. Prima la bacio, poi la guardo negli occhi e le dico che questa storia non può continuare. Glielo spiego razionalmente: sono gelosa e non mi piace. Tu vuoi la tua vita, io ho la mia. Grazie, è stato bello. Mi hai insegnato molte cose, anche questo. Per una volta, sono io a lasciare qualcuno che amo. Forse la terapia mi ha fatto bene, mi ha guarita.

Eccola, è lei. La riconosco dal caftano viola e arancio. In testa ha un foulard di seta degli stessi colori. Mi ha visto e mi sorride. Da lontano. E il mio cuore cessa di battere.

Le stringo le mani convulsamente, non oso baciarla. Lo fa lei, con disinvoltura. Mi accarezza.

«Mi sei mancata… Ti amo».

«Ti amo anch’io» le dico. Fermo la macchina al bordo della strada, infilo la mano nella manica del caftano: è nuda. Le sfioro il seno che subito risponde alla mia carezza. «Ho voglia di fare l’amore…»

«Facciamolo qui, ora».

«Qui?»

«Sì, qui, ora. Ti prego». Con le mani raccoglie il caftano sopra le ginocchia. «Ti prego, non ne posso più». L’accarezzo, ogni tanto guardando la strada e le macchine che passano. È quasi l’imbrunire. Accendo i fari e mi chino a baciarla.

Grida, inarcando la schiena. Ancora. Ancora. Indolente, abbassa il caftano a ricoprirsi. «E tu?» mi domanda a occhi chiusi.

«A casa, amore. Abbiamo tutta la notte».

5

Per due settimane siamo state insieme su un’isola greca. È agosto, in giro c’è molta gente; ma l’agenzia alla quale mi sono rivolta mi ha trovato in affitto una casa con una piccola spiaggia che ci ripara dagli altri. La sera, dopo cena, mi siedo sulla spiaggia, la schiena appoggiata al muro di pietra della casa, le gambe divaricate. Lei si siede tra le mie gambe e mi prende le mani.

«Mi sento così sicura tra le tue braccia».

«Perché non sei felice?»

«Sì, che sono felice. Perché mi fai domande come questa? Non mi sento troppo bene, è tutto».

«Un dottore?»

«No, mal di pancia…»

«Oh, quello!» Rido. «Devi avere pazienza con quello».

«Non per molto, oramai… sono vecchia».

«Non dire sciocchezze. Quanti anni hai?» Non me l’ha mai detto.

«Perché ti importa?»

«Non mi importa, ma ne stiamo parlando».

«Non mi piace dire la mia età».

«Non dirla. Non mi sembrava un segreto, tra noi».

Un attimo di silenzio. «Quarantanove» dice. Aspetta evidentemente una mia reazione. Non riesco a parlare perché sono stupita: non ho mai pensato che fosse tanto più grande di me. «Sono tanti?» chiede.

«Sono i tuoi». La bacio sulla tempia. «Non sei vecchia, sei bellissima».

«Sono vecchia. Non mi piace invecchiare. Mi amerai anche quando sarò vecchia?»

«Sì, ti amerò sempre e comunque. Sarai una splendida vecchia e io continuerò a essere gelosa di te».

Si rannicchia tra le mie braccia, con la testa sul mio seno. Lo scopre e lo bacia. In un momento di delirio vorrei poterla allattare.

6

In redazione non è cambiato niente, malgrado sia cambiata io. Ho sempre indossato pantaloni e camicia o jeans e giacca, come ora. Altre lo fanno, tranne Giovanna che porta minigonne mozzafiato. L’altro giorno le ho detto ridendo che prima o poi troverà qualcuno che le toccherà il sedere. Ha riso.

«Vuoi provarci tu?»

L’ha detto per rispondere al mio scherzo, oppure ha capito?

A volte porto anche una cravatta, allacciata molle oltre il colletto della camicia. L’ha voluto lei.

«Perché devo travestirmi da uomo?»

«Che cosa dici, ma non guardi i giornali? È l’ultima moda. E quella pubblicità alla televisione: mon petit garçon…» Canticchia, allacciandomi la cravatta. Mi chiama mon petit garçon. O mon choux. Il mio ruolo l’ha deciso lei.

Io la chiamo per nome: Malina. È così che si chiama. Malina.

Luciana mi trova migliorata. «Davvero, stai meglio di prima. Vedi che avevo ragione? Ti sei liberata di quel rompiballe e stai meglio di prima. Vai ancora dalla D’Urso?»

Le rispondo senza guardarla. «Sì, due volte la settimana».

«È bella come nelle foto del giornale?»

Alzo una spalla, fingendomi intenta al mio lavoro al computer. «Si siede con le spalle alla finestra, la vedo poco. È vecchia» aggiungo. E mi sento un verme.

«Nelle foto era bellissima, te la ricordi?»

Dico di no.

A casa ho portato due riviste e ho ritagliato tutte le pagine di quel servizio: le ho appese in camera da letto e vicino al mio tavolo di lavoro. Conosco a memoria quelle foto. Il suo viso intenso, mentre osserva la luce di una candela. Il caftano bianco che le lascia libero il collo, i capelli sciolti, dietro le orecchie, i lunghi orecchini di perle. Ogni angolo di quella casa, che poi ho ritrovato senza riconoscerla.

«La casa, l’hai vista?»

«No, soltanto il salottino delle visite».

«Ti ricordi il bagno? Alla giapponese, la doppia vasca a livello del pavimento e attorno i tatami, come li chiamano loro. Grande come un salotto: ci sei mai stata?»

La guardo con una smorfia. «Perché?» In quella vasca doppia e su quei cuscini abbiamo fatto l’amore tante volte.

«Dille che devi andare in bagno e guardalo».

«Se è come dici, avrà un bagno per i pazienti, magari un bagno di servizio».

«Già, è probabile. Ha una serra in casa, l’hai vista?»

«Ti ho detto di no». Le rispondo cercando di mantenere un tono di voce gentile, ma continuando a lavorare al computer, senza alzare la testa.

«Una serra tra la camera da letto e il salotto: peccato che non te la mostri, ha piante esotiche molto rare. Ho fatto io le didascalie».

In quella serra, la prima volta, mi ha raccontato della sua relazione passata. È l’unica stanza della sua casa che non mi piace; mi disorienta con il suo disordine, tanto è affollata di piante, mostri verdi, contorti, alti sino al soffitto e ricadenti dalle pareti in rami fragili e foglie. Malina passa molto tempo in quella serra. Non con me.

«Non l’ho mai vista».

Luciana si appoggia al tavolo e mi squadra. Perché arrossisco? «Guardami un po’…» Alzo la testa e deglutisco. «Carina quella cravatta, ti sta bene».

«Già. Tanto per cambiare».

«Tu puoi portarla, sei il tipo giusto. Te l’ha regalata Armani?»

«Non mi ricordo, forse sì». Forse no.

Quando usciamo insieme, Malina vuole che mi vesta bene. Lei indossa uno dei suoi caftani, i capelli legati da una sciarpa di seta; io in pantaloni e giacca nera, camicia bianca e cravatta. Ho tagliato i capelli: corti, tutti uguali. La nuova pettinatura, che ha voluto lei, mi sta bene e mi ringiovanisce. Se lei è stanca, insieme sembriamo madre e figlia. Ma io l’amo ugualmente e non mi importa.

7

Ora viene a casa mia, qualche volta. Senza preavviso, per sorprendermi. Dice di essere gelosa, riesco a non crederci e a perdonarle quelle invasioni nel mio territorio privato. La prima volta è arrivata di sera, poco prima dell’ora di cena. Suona il campanello. Io alzo la testa e istintivamente guardo l’ora: le sette e dieci, non aspetto nessuno. Sto lavorando all’impaginazione di un servizio, in jeans e canottiera. Con la matita tra i denti apro la porta. È lei. Indossa un caftano rosso arancio e in testa ha una sciarpa dello stesso colore. Mi fissa, la testa leggermente piegata da un lato. Le labbra tese in un sorriso.

«Sei tu?» domando.

Lei alza il mento. «No, sono Cleopatra, non vedi?» Ride. «Posso entrare o facciamo salotto sul pianerottolo?»

«Sì, scusa, entra. Non ti aspettavo». Le mostro la maglietta. «Stavo lavorando».

«Ceniamo e poi me ne vado».

«Temo… sì, possiamo uscire, naturalmente. Non ho niente in casa che somigli a una cena».

Lei evita di guardarsi attorno; l’anticamera è buia, l’unica luce arriva dalla porta a vetri del mio studio. «Mon choux, ho io la nostra cena… In quel sacchetto, davanti alla porta. Prendilo, avanti… Come nei film: cena cinese, ti piace?»

Raccolgo il sacchetto, do un’occhiata all’interno e sorrido. Pranzo, candele e fiori: non ha dimenticato niente.

«La cucina è lì» dico.

«Sì, dopo. Mi fai vedere questa tana?»

«Certo, è tutta qui. Questo era il salotto di nonna, non ho cambiato niente».

Apro la porta per farla entrare.

«Si vede» dice. Con una sola occhiata ha distrutto il mio salotto. Gira di colpo le spalle verso di me. «Non mi hai neppure salutata, bell’accoglienza».

«Stavo lavorando, non ti aspettavo».

«Ho voluto farti una sorpresa».

«Non amo le sorprese». Le prendo una mano. «Scusa… Avrei voluto avere la casa più in ordine, io… con una camicia pulita, una doccia… Così non mi piace».

«Devo andarmene?» Raccoglie la sciarpa che intanto si è tolta dalla testa e si avvia verso la porta. «Devo andarmene?»

«No». Non deve diventare una tragedia, ma voglio che capisca anche il mio punto di vista. Rido, muovendo le mani verso di lei. «Ricominciamo, vuoi?» La bacio. «Mi è concessa una doccia?»

«Vai, mon choux. Fai presto, ti prego».

Torno dalla doccia in vestaglia e calzoni di seta, un suo regalo. Lei ha preparato in salotto. In terra ha ammucchiato molti cuscini sul tappeto e su due vassoi ha preparato la nostra cena. Candele accese, in un posacenere due bacchette di incenso. Che differenza c’è, ora, tra la sua casa e la mia?

Ceniamo ridendo, è di buonumore. Si alza per sparecchiare e io la fermo, prendendole un polso. «Buona» le dico. «Ho tutta la notte». Mi alzo per baciarla, ma lei mi allontana con un gesto affettuoso. «Che c’è?»

«Niente, tesoro. Ritorno a casa. Io sono stanca e tu devi lavorare».

«Ho tempo» dico. Non è vero, devo consegnare quel lavoro domattina in redazione. Ma posso alzarmi presto. «Vieni, rimettiti qui».

«No». E scuote la testa, i capelli si muovono come un’onda scura sul suo collo esile. «Non farò mai l’amore con te in un posto dove sei stata con un altro».

«Davvero? Stravagante come idea: dove facciamo l’amore di solito? Dove l’hai fatto con altri, se non sbaglio».

«Non è vero. Non ti accorgi di niente». La sua voce è stizzosa, come se fosse sul punto di piangere: non l’ho mai vista così. «Ho cambiato il letto, e anche i cuscini del salotto… niente in casa mia è come era prima. Non te ne sei neppure accorta».

«No, mi dispiace. Non ci ho fatto caso. Cambierò il letto, hai ragione». L’accompagno alla porta. «Vuoi che venga con te?»

«No, non stasera, sono stanca. Vieni domani, al solito?»

«Sì, grazie per questa sera, è stata una buona idea. Spero che tu ne abbia spesso». Le prendo il mento tra due dita e la guardo negli occhi. «Ne avrai ancora, per me?»

«Sempre, amore. Buonanotte».

«Grazie, buonanotte anche a te».

8

Da quella sera, la mia casa è totalmente cambiata. E non per merito mio. Sembra la brutta copia della casa di Malina. Al posto del letto di nonna, nel quale ho dormito negli ultimi quindici anni, è arrivato un letto basso, di legno chiaro, con le doghe di legno e due strani materassi, senza cuscini. Sul letto, due piumoni in fodere rosso-arancio. In salotto i divani sono stati sostituiti da due tappeti, che lei chiama ostinatamente Kilim, certo più moderni e gradevoli dei vecchi persiani di casa, e da molti cuscini dai toni quieti, dal terra di Siena al ruggine, dal senape al curry. Le definizioni dei colori sono sue. Arriva a casa con due cuscini nuovi e mi chiede: «Non trovi che siano intonati? Un curry e un senape… sono riposanti, non trovi?»

Soltanto nel mio studio non è cambiato niente, off limits a qualunque intrusione. Il tuo santuario, è così che lo chiama. Ci sono i miei libri, i miei computer, i proiettori, lo schermo per gli ingrandimenti, le pareti affollate di foto appese ai fili con mollette della biancheria. È entrata una volta, forse una volta sola; ha guardato le foto di un servizio di moda, ha storto il naso.

Sfoglia sul tavolo alcune foto di interni di un attico di New York che devo impaginare. Minimalista, essenziale, bianco e nero: a me piace. Mi è piaciuto dal primo momento in cui ho avuto tra le mani quelle foto.

Lei scuote la testa. «Queste case sono tutte uguali, ti rendi conto?»

Perché ha sempre un giudizio negativo su tutto quello che non le appartiene?

«Non sono tutte uguali. Ogni casa risponde a chi la abita. Puoi camuffarti finché vuoi, puoi ordinare la casa a un arredatore, a un architetto, ma prima o poi scopri la vera natura di chi la abita. A me piacciono le case, le case non mentono».

«La mia che cosa ti dice, signora psicologa?» Ha le mani sui fianchi e la testa piegata da un lato. Poiché non rispondo, mi incalza: «Allora?»

«Allora… mi dice che hai gusto, che sei originale, che non ti piacciono i maschi…»

«Ma toh! Da che cosa lo capisci?»

«Scherzavo».

Mi guarda seria. «No, tu non scherzi mai. Anche questo mi piace di te: ridi, giochi, ma tutto sul serio». Mi accarezza la fronte. «Non prendere tutto sul serio, amore mio. Ti farai del male».

9

Avrei dovuto darle retta.

È un pomeriggio che non sarà mai più come un pomeriggio qualsiasi.

Rientro a casa con una borsa piena di foto e di cartelle dattiloscritte: devo impaginare la parte centrale della rivista, rivedere i testi, scegliere le foto. Tutto deve essere pronto entro domattina alle otto per recuperare una sostituzione decisa all’ultimo momento. Cerco le chiavi di casa, in tasca, e non mi accorgo della donna che è seduta sugli ultimi scalini, davanti alla mia porta. La urto involontariamente con la borsa.

«Scusi» dico. Scansandola.

«Lei è l’amica di Malina?»

Per la frazione di un secondo resto immobile a fissare la mia porta socchiusa. Deglutisco. «È la mia analista» dico.

«Sì… io sono Norma».

La sua voce è leggermente afona, volgare. Mi giro lentamente verso di lei, e intanto decido se dirle che so chi è. La guardo, stringendo leggermente gli occhi. È piccola, minuta, bruna, graziosa. Molto truccata, con una minigonna di pelle e stivali di vernice lucida sopra il ginocchio. Mi colpisce il colore della sua pelle, dorata come ambra matura. In terra ha posato una borsa grande, di tessuto nero, gonfia. Si alza aggrappandosi alla ringhiera.

«Sono Norma» ripete. «So che Malina le ha parlato di me».

«Allora?»

«Posso entrare? Sono stanchissima… mi scusi».

Mi scanso per lasciarla passare. Si guarda attorno, evidentemente riconosce la mano di Malina. «Carino, qui» dice. Appoggia la borsa, che deve essere pesante, sulla panca in anticamera. «C’è un bagno?» domanda.

«Sì, quella porta a destra». E le indico il bagno di servizio. «Faccia pure. Forse c’è un asciugamano pulito».

Entro nel mio studio, appoggio sul tavolo le carte e mi siedo al computer. Ora le dico di andarsene, penso.

Mi arriva alle spalle e mi colpisce il suo profumo: è il profumo di Malina.

«Non vuole più vedermi» mi dice.

«Che cosa posso fare per lei?» domando, impostando il computer sulla pagina che mi interessa. «Mi scusi, ma sono molto occupata, devo finire questo lavoro entro domattina. Non so che cosa dirle… io non c’entro nelle vostre cose».

«Sono anche le tue». Si siede sull’unica sedia disponibile e accavalla le gambe. Non ha intenzione di andarsene. «Dovrebbe interessare anche te, mi pare». Perché mi dà del tu? Io non la conosco e non voglio parlarle. «Quest’estate, quando siamo state insieme a Jaipur…»

Alzo la testa di scatto. «Dove?» domando. Non riesco a nascondere di essere sorpresa e irritata.

Norma se ne accorge e sorride. «Ti ha raccontato la storiella dei parenti? Ero io, la parente. Eravamo insieme. Voleva stare con me, mi dispiace. Ero sicura che non te l’avrebbe detto».

Devo restare calma. Mi giro verso di lei e la guardo fingendo pazienza. «Quando eravate insieme a Jaipur, stava dicendo… che cosa voleva dire?»

«Mi ha giurato che vi sareste lasciate, che la vostra storia era finita».

«Forse è vero: gliel’ha chiesto?»

«Balle. Dice sempre un sacco di balle. Siete state insieme in Grecia, vi vedete anche ora…»

«So che cosa sto facendo e che cosa ho fatto: perché dovrebbe interessare lei?»

«Perché mi ha detto di piantare tutto, di andare a vivere con lei…» La sua voce piagnucolosa mi irrita. Le giro nuovamente le spalle e mi rimetto al computer. «Ora non vuole più vedermi, così mi ha detto».

«Malina è padrona di disporre della sua vita e dei suoi amori, perché è venuta qui?»

«Perché la conosco. So che cosa vuole…»

Mi giro nuovamente verso di lei. Un attimo, per guardarla. Mi stupisco di non provare niente, voglio soltanto che se ne vada. «Bene, è affar suo. Io non posso aiutarla» dico. Così duramente che mi stupisco della mia voce.

«Sì, invece… Io…» Si alza dalla sedia. Per un attimo resta immobile, poi, con un mezzo giro su se stessa, si affloscia e cade lentamente in terra, senza nessun rumore.

«Ehi, che cosa…» Mi chino su di lei, la guardo da vicino. È pallidissima, le occhiaie scure e profonde, color violetto. Le labbra esangui. È drogata, penso. Le do due schiaffetti sulle guance, le slaccio la cintura di cuoio, due bottoni della camicetta, le allento la gonna. Le aggiusto un cuscino sotto la testa. Lei apre gli occhi, sono arrossati come se avesse pianto.

«Senta, come va?»

«Scusa… meglio, grazie. Un po’ d’acqua… è possibile?»

«Ti sei drogata?»

«No, sei pazza? Malina mi avrebbe ammazzata. L’acqua, per favore».

Beve. La sistemo sul mio letto, chiudo la finestra. «Stai qui, io devo lavorare. Non posso darti retta; ma se hai bisogno, chiamami».

«Sì, grazie… Scusami, forse è fame. Non mangio da due giorni: sono in giro da due giorni e mi sono dimenticata di mangiare».

«Porca miseria! Non ho quasi niente in casa, biscotti, un tè… Dopo ti devo lasciare, non posso perdere tempo».

Prendiamo il tè insieme, sedute sul mio letto. Ride, e quando ride è bellissima. Ha occhi neri, grandi; le ciglia scure le disegnano la palpebra come una matita. Soltanto la bocca è truccata, ma si toglie il rossetto con il tovagliolino di carta e ora sembra giovanissima.

«Quanti anni hai?»

«Ventiquattro, perché?»

«Curiosità». Bevo un sorso di tè e penso a Malina a letto con questa ragazza. Sei anni insieme, due anni di separazione, ora… «Avevi sedici anni» dico. Non è una domanda.

«Quindici. L’ho conosciuta al mare. Mi ha presa subito con sé. È stata la prima volta di tutto. Ero magra, sembravo un ragazzino, senza seno… Neanche le mestruazioni. Ho imparato tutto da lei, era come impazzita intorno al mio corpo. E io sembravo forsennata… È lei che mi ha sverginata, mi ha detto che ero sua e che non sarei mai stata di nessun altro. Non sai che cosa abbiamo fatto. Sono partita con lei. Io sono di Lecce, alla mia famiglia non importava. Ho detto che venivo a servizio, mandavo i soldi. Mi piaceva quello che facevamo insieme. Dopo è diventata pesante… gelosa, ossessiva. A volte non ne potevo più, ma ci tornavo. Ero… le voglio bene, insomma. Mi piace, è brava, sa quello che deve fare… Io le voglio bene, certo».

«Che cosa facevi a casa, quando lei lavorava?»

«Leggevo. Mi dava un sacco di libri da leggere. Mi piaceva, ho imparato un sacco di cose».

«Davvero eri a Jaipur con Malina?» le chiedo. Non sono irritata con lei, che cosa c’entra? Lei non mi ha fatto promesse. Con Malina, con lei mi risentirò. Questa volta sono io a uscirne da sola, perché è chiaro che non la perdonerò. È questo che Malina voleva dimostrarmi? Che si può? Sono stupita di non soffrirne.

«Sì, davvero. Malina è bugiarda, te ne accorgerai. Ma ottiene sempre quello che vuole».

«E che cosa vuole, ora?»

Norma si è rannicchiata su un fianco, dalla scollatura le vedo il seno: sotto la camicetta è senza biancheria. Mi guarda e il suo sguardo è cupo e trasparente al tempo stesso.

«Che noi due ci incontrassimo». La sua voce è quieta, sommessa. Un sussurro impastato di sonno.

«Perché?»

«Perché siamo di sua proprietà».

Rido, alzandomi. «No, si sbaglia. Io non sono in vendita». Mi ricordo che cosa mi ha detto Norma, entrando in casa. «Perché non vuole più vederti?» Spero che mi risponda che Malina le ha confessato di essere innamorata di me. La risposta invece mi disorienta.

«Mi ha detto di venire a vivere da te. È lei che mi ha dato il tuo indirizzo. Vai da lei, mi ha detto. Ti prego».

«Mi dispiace, non dispone della mia casa né della mia vita. Mi dispiace, ma domani dovrai andartene anche da qui». Sulla porta mi fermo a guardarla. «Se hai bisogno, bussa sul muro. Il mio studio è oltre quella parete. Ciao, dormi».

Lavoro. Ogni tanto mi sorprendo a pensare a Norma, nel mio letto. A Malina, che mi ha mentito. A Malina che voleva che conoscessi Norma. Perché?

Verso le nove, il lavoro è quasi terminato, entro in camera con un vassoio: ho trovato cracker e prosciutto, una bottiglia di vino, qualche pezzetto di formaggio e una crostata di marmellata, che la donna delle pulizie mi compra per la colazione del mattino.

Norma si sveglia. È completamente nuda. Si copre con il lenzuolo e mi sorride.

«Grazie, hai finito?»

«Non ancora, ma quasi».

Il vassoio tra noi due. Mangiando, il lenzuolo le cade e le scopre il seno. Perfetto, con le mammelle oblunghe, all’orientale, la pelle quasi trasparente con il disegno delle piccole vene azzurre che l’attraversano, e i capezzoli larghi, scuri. La guardo senza imbarazzo.

Mangia a piccoli bocconi. Ride e parla.

«Ti piace Malina?»

«Dobbiamo proprio parlare di lei?»

«No, di te. Mi ha detto come fate l’amore… Sei stata con un uomo, prima. Ti piaceva?»

«Non tanto».

«Sei capitata male. Gli uomini, quando sono bravi a letto, sono fantastici. Non c’è donna che li batta… È che sono rari. Su dieci… beh, che ci sanno fare ne trovi uno o due. Se sei fortunata».

«E con le donne?»

Ride, scoprendosi. «La media è molto più alta. Malina è fantastica, non trovi?»

Continuo a non volerle rispondere su questo argomento. «Come fai, con gli uomini e con le donne? Sono sensazioni uguali?»

«Dovresti saperlo anche tu».

«No, non mi piaceva. Degli uomini so soltanto questo: non mi piaceva. Per te invece sono sensazioni uguali?»

«Sì, quando ti va bene, va bene e basta. Con gli uomini è una cosa, con le donne un’altra… ma il risultato è lo stesso, se è fantastico. Malina… a lei piace guardare: lo sapevi?»

«Guardare che cosa?» Raccolgo i resti della cena sul vassoio e mi alzo. Ho fatto quella domanda, ma preferisco non aspettare la risposta. Che invece mi arriva e mi colpisce in pieno stomaco.

«Me che faccio l’amore con un uomo».

«Ma smettila». Chiudo la porta in fretta, aiutandomi con il piede, e corro in cucina. Ho la nausea. Una gran voglia di vomitare. Bevo d’un fiato un bicchiere di latte freddo e mi asciugo il sudore.

Malina. Norma e un uomo. Mi mordo le labbra. Ha scelto me perché ero già stata con un uomo, è questo? Voleva stare a guardare anche me con un uomo? Vorrei prendere la macchina, correre da lei e trattarla male. Chiederle perché. Perché di tutto.

Non posso muovermi, devo finire il lavoro.

Sono quasi le due di notte quando finalmente invio alla redazione il lavoro terminato. Un buon lavoro. Sono riuscita a concentrarmi e a non pensare.

Ci penso ora, mentre sono sotto la doccia, mentre mi stringo sul corpo bagnato l’accappatoio che mi ha regalato Malina, con le mie iniziali.

Perché.

Che cosa voleva da me. Che cosa vuole ora, con Norma. Liberarsi di tutte e due?

Penso a Norma con un certo divertimento. È bella, piccola, dolce. Quello sguardo leggermente strabico, senza sottintesi, il seno perfetto, la pelle lieve come una schiuma leggera.

Aveva quindici anni, una ragazzina probabilmente innocente. Con un corpo ancora acerbo: era questo che le piaceva? Quindici anni, quasi uno stupro. Il pensiero mi eccita invece di irritarmi.

Norma. Quella sua risata a cascatella, i denti regolari, perfetti, la lingua rossa che le spunta tra le labbra, quando parla.

Norma.

È nel mio letto. Nuda. Sveglia. Allunga una mano verso di me. Mi slaccia la cintura dell’accappatoio. Passa la sua mano calda sulla mia pelle fredda. Prende la mia mano.

Mi convince che sa tutto di me, Malina deve essere stata prodiga di dettagli. Si muove attorno al mio corpo con sicurezza. Mi offre di sé un piacere crescente, una dolcezza che non immaginavo. Gode tra le mie braccia aiutandomi a farla godere.

Preme con il suo corpo contro il mio, la testa sulla mia spalla. Ansima, un po’ sudata, con un buon odore di donna pulita.

«Tutto bene?» chiede.

«Sì, tutto bene. E tu?»

«Fantastico. Adesso capisco perché Malina è così legata a te».

«Ti pare?» Rido, eccitata. Mi rendo conto di aver tradito Malina e di esserne soddisfatta. Prima che la sveglia suoni, facciamo nuovamente l’amore.

«Quando torni?»

La guardo sbalordita. «Stai dicendomi che ti fermi a casa mia?»

«Non so dove andare. Malina non mi vuole».

«Ma io non posso. Lavoro… poi devo sistemare questa cosa con Malina. Non le permetto di decidere della mia vita». Norma sorride e io non ci bado. «Qualche giorno, Norma, non di più. Cerca una soluzione, hai capito? Davvero, ho i miei impegni. Parlerò con Malina, stasera. Quello che è successo tra noi… cerca di capire, ero irritata, è stata quasi una conseguenza… Non prendertela, ma non voglio che duri, hai capito?» Fa di sì con la testa, imbronciata; ma non sembra delusa. Come se si aspettasse la mia reazione, o che non fosse importante. «Devo parlare con Malina. Voglio capire… Mi deve almeno una spiegazione, non credi?»

Norma mi guarda assonnata. «Quando torni?»

«Non per colazione, mi fermo in redazione. E alle sette mi aspetta Malina. Passerò prima da casa. Ti lascio le chiavi, se devi uscire per fare la spesa. Comprati qualcosa da mangiare, hai soldi?» Muove la testa per dirmi di sì. «Bene, non stare a letto tutto il giorno, hai capito? Mangia. Ci vediamo verso le sei, mi stai a sentire? E non portarmi uomini in casa, hai capito? Non mi piacciono».

«Buuum!» Ride. Mi chino e la bacio.

Torno a casa alle sei: il lavoro andava bene, in redazione erano tutti soddisfatti. Ho ottenuto di poter uscire prima.

La casa è in ordine, il letto rifatto. Norma è sdraiata sui cuscini in salotto, le candele accese, il tè nella teiera, tre tazze.

«Aspettiamo qualcuno?»

«Sì, Malina. Sta venendo qua».

Mi spoglio e dal bagno le grido: «Ma che bella sorpresa! È stata una tua idea?»

«No. Sua».

Torno in salotto, mi sono cambiata. Norma mi bacia sul collo, dietro l’orecchio.

«Stai buona, non mi pare il momento. Hai pensato a quello che le dirai?»

«E tu?»

«Io, sì».

«Io, no. Tanto parlerà soltanto lei. A ciascuno dirà quello che è giusto fare o non fare, prenderà le decisioni per tutti…»

«Non ci contare. Io non appartengo al branco, sono un cavallo sciolto. Non mi piace quando mi dicono quello che devo fare».

«Lei te lo dirà e tu lo farai».

«Vedremo».

Malina entra in salotto, non l’abbiamo sentita arrivare. Ha le chiavi di casa, cammina sui tappeti con le sue babbucce ricamate, senza rumore. Indossa un caftano nero, ed è la prima volta. In testa ha un fazzoletto chiaro, annodato sul collo, da un lato, e fermato con una grande peonia di seta dello stesso colore.

«Siete qui» dice.

Io mi alzo e la guardo. «No. Siamo in piazza del Duomo». Il mio tono duro non la sorprende. «Vuoi dare una spiegazione a questa sceneggiata? Che cosa pensi, di poter fare quello che vuoi anche con me?»

Lei mi guarda, non ha neppure sfiorato con lo sguardo Norma, che è rimasta immobile adagiata sui cuscini. «Vi siete conosciute» dice. «Avete fatto l’amore?»

«Sì. Era questo che volevi? Sì, abbiamo fatto l’amore e neppure troppo male. Adesso, ti prego: prendiamo il tè da persone civili, salutiamoci e chiudiamo questa commedia. Non mi sembra neppure troppo edificante».

«Mi dispiace, mon choux… scusa». Si toglie il foulard dalla testa e si lascia cadere sui cuscini, incrociando le gambe. «Ciao» dice, rivolta a Norma.

«Ciao».

«Hai fatto l’amore con lei?»

«Sì…»

Sospira e allunga le braccia per raccogliere tra le mani la tazza di tè che Norma le porge. Mi guarda, sembra sofferente. Forse non si aspettava di vedermi così decisa. Non poteva immaginare che io avrei acconsentito a fare l’amore con Norma, a tradirla con lei. Sono soddisfatta di me. Ora devo soltanto concludere.

«Norma si fermerà da me qualche giorno, poi troverà un’altra sistemazione…»

«Ti piace?»

«Non è questo il punto. Posso fare a meno di te e di lei. Non sa dove andare, qui c’è un letto. Ma tra qualche giorno deve trovarsi una sistemazione, io devo lavorare e non voglio pensare anche a lei. Pensaci tu, in fondo è con lei che sei andata in vacanza, è lei l’amore che non riesci a dimenticare, lei la donna che ti piace guardare, mentre fa l’amore con un uomo…» Mi fermo con un nodo alla gola. «Perché?» domando. La guardo con occhi sbarrati. «Perché tante bugie? Che cosa volevi da me?»

Malina scuote la testa. Norma beve il suo tè senza alzare gli occhi. Io sola sembro viva in quella stanza. Un’eroina sconfitta.

«Mi dispiace, scusa… le spiegazioni che vorresti non posso dartele… Non importa, mi dispiace. Sei stata… sei molto importante per me».

«Come no?»

«Ora sei irritata…»

«Ti sbagli, sono calmissima. E meravigliata di me, di come mi sento. Voglio soltanto uscire in fretta da questo pasticcio. Non riesco a capire e non me ne importa».

«Non è vero. Ti importa. Tu vuoi sempre capire. Tu vuoi assolutamente capire tutti i perché. Questi ti sfuggono e io non posso aiutarti. Non ora. Se Norma è un problema per te…»

Voglio essere cattiva sino in fondo. «Molto piacevole, ammetto. Non è questo che volevi? Che ci incontrassimo e facessimo l’amore? L’hai ottenuto. Tutto secondo i tuoi programmi. Sarai soddisfatta».

«No, ma tu non puoi capire. Norma può venire da me».

Questo no, questo mi fa soffrire all’improvviso. Un dolore acuto in mezzo allo stomaco. Non posso pensare a loro due, insieme, nel nostro letto. Loro due che fanno l’amore, ora so come.

«No». È quasi un grido. «Norma può restare con me». Malina si è alzata. «Norma può restare con me» ripeto. Il tono della mia voce mi spaventa.

«Come vuoi». Mi accarezza una spalla. «Ti rivedrò?»

«Non ora».

Non l’accompagno alla porta. Sento lo scatto della maniglia, so che è uscita. Non sono altrettanto sicura che non la rivedrò più.

«Sarai contenta» grido a Norma.

«Non te la prendere con me, hai capito? Ha combinato tutto lei».

«Ma perché? Che cosa vuole?»

«Chiediglielo. Fa la misteriosa, mi secca. Ecco, cosa ti dico: mi seccate tutte e due. Io sono un pupazzetto in mezzo a voi. Non so perché vi chiamano diverse: siete uguali agli uomini, fate le stesse cose. Un uomo e una donna… beh, fanno le stesse cazzate che fate voi due… Chi vi capisce?»

Le prendo le spalle e la scuoto leggermente, non voglio farle male. Voglio che capisca che sono seria. «Due giorni. Ti do due giorni per cercare un posto dove andare e te ne vai. Hai capito? Due giorni».

«Ho capito». Sbuffa, raccogliendo da terra la sua borsa, che sembra sempre piena, pronta al trasloco. «Dove dormo?» chiede.

«Nel letto. Io dormo di là, nel mio studio: devo ancora finire un lavoro». Non è vero, ma nel mio studio c’è una branda che ho salvato: era il letto in cui dormiva mio padre, quando veniva a trovare nonna. «Buonanotte» dico a bassa voce. Non mi importa che lo senta, mi importa dirlo. Per me. Significa che non dormiremo insieme.

Norma si alza, trascinando la borsa. «Ciao» dice. Canticchia, mentre si chiude nel bagno.

Ora mi sembra brutta e volgare. Non so come ho fatto a perdere la testa.

Malina ha detto che io voglio sempre sapere i perché delle cose, ed è vero. Voglio sapere perché sono andata a letto con Norma. Io amo Malina. Mi secca essere stata ingannata, mi fa soffrire, ma ne sono innamorata. Mi piace tutto di lei, non soltanto il nostro modo di fare l’amore. Di Norma non mi piace quasi niente. È soltanto brava a letto.

No, neppure questo è vero. Sono io. Dipende soltanto da me. Di Norma non ho soggezione. Con lei non ho pudore. Con lei sono egoista, non mi importa quasi niente di quello che prova: è lì per me. Con Malina non ci riesco. Mi occupo e mi preoccupo di lei. Voglio con tutta me stessa che lei sia felice, che non rimpianga niente. Voglio essere tutto. Trascuro me stessa e quello che provo, esaltandomi soltanto in lei.

In questo ha ragione Norma: perché ci chiamano diverse? Siamo la fotocopia delle coppie normali. Abbiamo soltanto qualche problema in più.

10

Due mesi e mezzo. Norma è rimasta in casa mia due mesi e mezzo. Non so che cosa faccia di giorno, mentre io sono in redazione. Forse legge i libri della mia biblioteca. Impara. La sera la trovo sdraiata davanti alla televisione. Si anima quando mi sente rientrare, ride, parla. Non ascolto quello che dice: apro la doccia e mi concentro sul mio corpo. Voglio soltanto che se ne vada.

Alla donna che viene due volte la settimana a fare le pulizie ho detto che è mia cugina. Ha sorriso, non ci ha creduto. Una cugina che dorme con me nel mio letto.

«La signorina gira sempre per casa nuda» mi ha detto. Non risentita, ma soltanto perché io lo sapessi.

Quando non viene la donna, la sera trovo il letto rifatto. Persino, è successo qualche volta, la pentola sul fuoco per la pasta. E il sugo pronto.

«Ti piace?»

Dico di sì, la ringrazio. Ma continuo a sperare che se ne vada.

Non so se telefona o vede Malina. Io non l’ho più sentita. Mi manca.

Due mesi e mezzo, è quasi Natale.

Un pomeriggio Norma mi chiama in redazione.

«Ti lascio le chiavi in portineria… Grazie, sai? Vado via, ho trovato una sistemazione».

Forse vorrebbe che le chiedessi quale. Io vorrei soltanto sapere se va da Malina, ma mi trattengo perché un dolore acuto mi colpisce dietro la nuca, come una martellata. «Va bene» rispondo.

«Posso telefonarti qualche volta?»

«Sì, certo, a casa».

«Ciao, allora».

«Ciao».

È quasi Natale. In redazione stiamo preparando il numero di marzo dell’anno successivo. Il Natale è già passato tra le mie mani, è come se l’avessi già vissuto. Tovaglie rosse, alberi, rami con pigne dorate, pacchetti, interviste su dove passeranno il Natale persone di cui a me non importa niente. Il numero è già in edicola. Ho pubblicato una foto di Malina che avevamo in archivio e mi sono inventata la risposta. So che non la leggerà.

Voglio vederla.

Chiamo il suo numero e riappendo. Una, due volte. Alla terza attendo la risposta.

«Sei tu?» domanda. Ha una voce lontana.

«Come fai a sapere che sono io?» rispondo. E finalmente rido sollevata.

«Perché aspetto questa telefonata da due mesi… no, di più. Di più… Grazie per la foto».

«L’hai vista?»

«Sì, non andrò in Africa per Natale».

«Ci sei stata l’anno scorso. Me lo hai detto».

«Sì, l’anno scorso. È passato soltanto un anno e mi sembra un’eternità».

«Come stai? Ho voglia di vederti».

«Anch’io». È un sussurro. «Norma se ne è andata?» Non attende risposta, lo sa. «Quando?»

«Quando, che cosa?»

«Quando posso vederti».

«Anche subito. Ti aspetto… Io non sto molto bene, mi scuserai…»

«Sei malata?»

«Un po’… soltanto un po’, mon petit garçon». Questa volta è lei a ridere sottovoce. «Dammi tempo… diciamo un’ora? Mi dai un’ora per prepararmi?» Civetta con me, come un tempo.

«Sì, tra un’ora. Da te?»

«Sì, da me».

Un’ora. Per una doccia, per cambiarmi. Per vestirmi come piace a lei, da due mesi non uso le cravatte che mi ha regalato, la giacca, il gilet sbottonato. Mi vesto come piace a lei. Compro un mazzo rarissimo di peonie di serra, un sacchetto di praline al cioccolato. Il giubbotto di pelle, in testa il berretto con la visiera alzata sulla fronte.

Un’ora. È passata un’ora e suono alla sua porta.

La porta è socchiusa.

«Vieni, mon choux, vieni…» È in salotto, semisdraiata sui cuscini, il tavolo apparecchiato. «Peonie a Natale» esclama, allungando il collo verso di me per baciarmi. «Peonie a Natale, che splendore! Mettile nell’acqua, ti dispiace? Non devono appassire… non così presto. Scusa se non mi alzo. Tu lascia giubbotto e berretto di là, conosci la strada… Vai, torna presto».

Mi siedo accanto a lei, fisso il suo caftano rosa e giallo per non guardarla in faccia.

«Allora?» chiedo. «Di che malattia si tratta?» Spero che mi risponda con una battuta scherzosa del tipo: è mal d’amore. Avremmo riso.

«Tumore» dice invece. È seria. «Tumore al cervello, non possono operarmi».

Perché? Perché lei ha un cancro al cervello? Un cancro. Chiudo gli occhi. «Un cancro?» chiedo spaventata. «Ma che cosa dici? Chi ti ha visitata? Come fai a dirlo?»

Mi risponde. Cerca di convincermi di aver consultato i migliori specialisti, negli ospedali e nelle cliniche più accreditate. Anche in Francia.

«In America?» domando. Sembra il gioco dei quattro cantoni.

«In Italia abbiamo i migliori. È così, l’ho capito e mi sto rassegnando all’idea».

Io, no. «Quale idea?»

«Che ora sono qui. Che sto quasi bene. Che tu sei qui. Che ora vorrei cenare, ti prego».

Ceniamo e io la tratto con premura eccessiva. Arrivo addirittura a metterle tra le labbra una pralina al cioccolato.

«Ancora una» la prego, sforzandola. «Ti sono sempre piaciute, avanti. Ancora una…»

Malina si lascia viziare, ride con riconoscenza. Si sdraia mollemente sui cuscini, a braccia larghe: sembra in croce, e volto la faccia da un’altra parte per non guardarla. In cucina riassetto i nostri piatti, accendo sotto la teiera per prepararle la tisana alla menta. Arrivo con il vassoio e le due tazze, Malina ha gli occhi chiusi.

«Ti va la tisana?»

«Sì, grazie… te ne sei ricordata».

Mi siedo nuovamente accanto a lei. «Chi ti cura?» domando. Ora sto prendendo in mano la situazione. «Hai qualcuno, durante il giorno?»

«Certo, Floria, la donna… Tutti i giorni, va via alle sei, qualche volta anche più tardi».

«Bene». Mi sembra una soluzione. «Ti curi?»

«Sì, sì… certo che mi curo. Avanti, smettila… Ho dovuto dirtelo, perché ne avrò per poco… Forse io e quelle peonie sfioriremo insieme».

«Non dire sciocchezze, che cosa significa poco? Un anno, dieci anni…»

«Forse entro la fine del mese mi ricovereranno un’altra volta, forse sarà l’ultima… Tutto è forse, che cosa posso farci?» Mi accarezza la fronte, sento le sue dita gelate. «Sono contenta che tu sia qui… Tornerai con Norma?»

«No di certo. Mi annoiava».

Malina sorride. «Mi sarebbe piaciuto che foste andate d’accordo, non sareste state sole quando io non ci sarò più… Ma ti capisco, Norma è prevedibile, perciò è abbastanza noiosa».

Si sbaglia, naturalmente. Per il mestiere che fa conosce poco le persone che ama.

11

Norma mi telefona due giorni dopo. È sotto casa mia e chiede se può salire.

«Ho un minuto, sto facendo la doccia e dopo devo uscire» rispondo. Devo correre da Malina, ci vado tutte le sere, ceno con lei. Dormo con lei, non nel suo letto, ma accanto. Aspetto che si addormenti tenendole la mano.

Norma arriva vestita come la prima volta, in più ha una pelliccia sintetica che le arriva appena alle ginocchia.

«Ciao» dice, sedendosi sull’unica sedia dello studio. Sembra stanca. «Stai bene?»

«Sì… ho una brutta notizia da darti».

«La so. Malina è malata. Lo so da due mesi… Quando abitavo da te, il pomeriggio andavo da lei, a tenerle compagnia. Anche quando era in ospedale».

«Perché non me l’hai detto?»

«Non volevi parlare di lei».

«Ma questo era più importante delle nostre storie, sei una scema!» Vorrei picchiarla. Guardo l’orologio. «Avanti, devo uscire» dico avviandomi verso la porta.

«Sono incinta».

Mi fermo di colpo e chiudo gli occhi. Questa sarebbe la ragazza prevedibile?

«Bel colpo». Non trovo niente di meglio da dire. Sono senza fiato.

«Già. Bel colpo».

Mi giro lentamente. «Sei sicura?» Mi dice di sì, muovendo la testa con l’aria di chi non ha dubbi. «Che cosa vuoi fare?»

«Lo chiedo a te: che cosa devo fare?»

«A me? Non sono mica io quella che aspetta un figlio. Vuoi abortire? Puoi». Scuote la testa. «Vuoi tenerlo? Lui è d’accordo?»

«Figuriamoci! È sposato e non vuole rogne del genere. Posso spillargli dei soldi, ma certo non questo. Lui, proprio no».

«Che cosa significa, Norma, per l’amor del cielo! Lui proprio no: chi, allora?»

«Ho un tale carino, che è contento di essere padre».

«Del figlio di un altro? Tu sei pazza!»

«Lui non lo sa. Lui crede che sia suo. Andavo con tutt’e due, ma questo non sapeva dell’altro».

«Mentre eri a casa mia». In quel momento mi sembra la cosa più importante da stabilire: come ha potuto farmi anche questo? «Venivi con me, con loro… ma di che razza sei?»

Fa spallucce e ride. «Esuberante. Razza esuberante. Anche Malina, quando non stava come uno straccio. Le faceva passare i dolori».

«Tu sei ninfomane, altro che storie. Con Malina… è malata, sta morendo… Come hai potuto?»

«Chiedilo a lei. Con me non stava morendo. Allora?» domanda.

«Allora, che cosa? Tieniti il figlio, sposa il tuo ganzo citrullo, spilla soldi a quell’altro in cambio del tuo silenzio e va’ a farti fottere lontano da me. E da Malina, hai capito? Hai capito?»

«Se Malina me lo chiede».

«Non te lo chiederà. Hai capito?»

«Allora diglielo tu. Che aspetto un figlio, che mi sistemo, mi sposo… Se poi lei guarisce e io… insomma, quando mi vorrà, dopo il figlio… vedremo». Parla a singhiozzo, perché l’ho presa per le spalle e la scuoto, da staccarle la testa dal collo. La spingo verso la porta, con le due mani e tutta la rabbia che ho in corpo. È sul pianerottolo, ma prima che chiuda la porta sento che chiede: «Non mi fai gli auguri?»

«Stronza!» E le sbatto la porta in faccia.

Malina. Sono frastornata, non riesco a pensare a niente che non sia quel dolore in mezzo allo stomaco. La rabbia mi ha abbandonata di colpo e sono stanchissima, come se avessi compiuto uno sforzo. Non ho voglia di pensare. Di ascoltare spiegazioni, altre bugie. Non ho voglia di andare da lei. Questo girotondo di donne e di uomini, di letti e di figli mi disgusta.

Mi siedo sulla branda del mio studio, le ginocchia larghe, i gomiti appoggiati alle ginocchia, le mani a penzoloni, la testa china in avanti con il mento che tocca lo sterno. Sono sfinita. Io ero una donna tranquilla: che cosa mi sta succedendo? La mia vita non era interessante, ma quieta, normale. Lorenzo era un uomo, forse anche intelligente. Nella sua normalità persino sopportabile in confronto a quanto sto vivendo ora. Io non voglio questa vita, non mi piace.

Mi siedo, cerco di comportarmi come se fossi calma. Al telefono Malina è comprensiva.

«Sì… scusa… certo, hai ragione».

«Mi dispiace, non sono fatta per queste cose. Mi dispiace soprattutto perché capita ora, che tu sei malata. Non me la sento».

«Sì, ti capisco, certo. Mi dispiace… Veniva a trovarmi…»

«Non mi devi nessuna spiegazione, non importa. Non me la sento più. Aspetta un figlio, lo sapevi?»

«No, questo no». La sua voce si è alterata. «Da chi?»

«Non lo so e non mi interessa. Si sposa, si sistema. Sino al prossimo incrocio. Voleva che te lo dicessi».

«Va bene». Sembra depressa.

«Ciao, Malina. Qualche volta ti telefonerò per avere tue notizie. Curati, mi raccomando».

«Sì, grazie. Pensa a te, ti prego…» Una lunga pausa durante la quale nessuna delle due ha il coraggio di riagganciare per prima. «Ti ho molto amata» dice. «Ti prego di crederci».

«Sì… anch’io».

So invece che non è più vero.

Con gesti lenti, quasi con scrupolo, tolgo dalle pareti del mio studio le pagine del giornale con le fotografie di Malina e della sua casa. Senza guardarle ne faccio un cartoccio che getto nel cestino. Sono improvvisamente stanca. Malata, esattamente come ero quando sono andata la prima volta da lei. Disorientata. Delusa.

Ho quasi trentadue anni e sono sola.

12

In redazione circola voce che hanno deciso di nominarmi caporedattore. Tengo a quel posto, so di meritarlo. Le mie responsabilità sono cresciute. Senza che nessuno lo abbia deciso ufficialmente, gran parte del lavoro ora dipende da me. A volte resto in redazione sino alle dieci di sera, o lavoro a casa anche tutta la notte. Quando il giornale è in chiusura, c’è sempre un intervento urgente che affidano a me. Luciana è caporedattore del suo settore, è lei che mi ha dato la notizia.

«Sei contenta? Te lo meriti, caporedattore al posto del Maffurri».

«Mi dispiace per lui, dove lo mettono?»

Ride. «In un cassetto, spero. Con lui non si riesce a lavorare, non ha mai un’idea. Tutta la parte arredamento è sulle tue spalle, caspita! Che aiuto ti dà?»

«Poco, sinceramente. Le due gemelle Kessler dove vanno?» Abbiamo soprannominato in quel modo due redattrici anziane, grasse e bruttine, che lavorano sempre insieme, come se fossero cucite una all’altra.

«Forse si ritirano. Mi piacerebbe che venisse da noi il Locatelli, quel redattore della cronaca che sta giù, al primo piano. È un ragazzo sveglio, intelligente. Ho fatto due servizi con lui, in gamba. Lo conosci?»

«Di vista».

«Bene, fatalona: se sale da noi è mio. Non ti sognare!»

La guardo ridendo. Non sa niente di me. Non si è accorta di niente. Da domani indosserò qualche volta una gonna, magari sopra il ginocchio, e tirerò fuori anche le scarpe con due dita di tacco. Una volta, come donna, ero carina. I capelli stanno ricrescendo, li terrò lunghi. Il parrucchiere mi ha proposto di fare qualche méche, davanti, per coprire l’attaccatura che indurisce la linea della fronte: così mi ha detto. Colpi di luce, perché no? In fondo, sono ancora in vendita.

13

Sono a casa, sono le quattro del pomeriggio e sto finendo un lavoro urgente. Suona il telefono, è Norma. Ho voglia di riagganciare.

«No, senti» mi previene. «Devi venire, Malina sta morendo…»

«Dove? Dove sei?»

«In clinica». Mi dice il nome della clinica e l’indirizzo. Dall’ultima volta in cui ho visto Malina sono passate sei settimane, siamo nell’anno nuovo. Le ho telefonato a Natale, mi ha detto che andava via, dai suoi parenti. Ho finto di crederle per avere la scusa di non richiamarla. È trascorso un altro mese.

Riaggancio, spengo il computer e guardo l’ora. Se vado e torno in fretta, prima che la redazione chiuda riesco a finire il lavoro. Prendo al volo la borsa e corro in garage. Quando sono finalmente al volante e sto dirigendomi verso la parte della città in cui si trova la clinica, riesco a pensare: Malina sta morendo.

Malina sta morendo.

È pallida come la federa del cuscino sul quale appoggia la testa, quasi senza lasciare impronta. Mi guarda con gli occhi socchiusi, ma so che non mi vede. Non mi riconosce. Respira a fatica. Di Malina, della donna che ho amato non è rimasto più niente. Un viso pallido, emaciato, un fazzoletto rosa legato intorno alla testa, la fronte aggrottata nello sforzo di respirare. Le mani, le sue belle mani, distese sul lenzuolo: bianche, di cera. Sembrano già pronte per essere incrociate sul petto.

Respira a fatica. Infermieri e dottori si avvicendano intorno al suo letto, le sistemano i tubicini che la tengono in vita.

Norma è seduta su una poltrona ai piedi del letto. Piange.

«Tu come stai?» le chiedo.

«Bene, bene… tiro avanti. Mi sposo in aprile».

«Auguri».

Mi osserva: la gonna corta, il golfino aderente sotto il cappotto di pelle. «Sei buffa vestita così» dice. E sembra un complimento. «Ieri ha chiesto di te, ha detto di dirti che le peonie erano sfiorite, tu avresti capito».

«Sì…»

«Non ha sofferto, non tanto…» Si alza di scatto e mi prende la mano, gli occhi sbarrati. «Guarda» dice. Un piccolo grido soffocato.

L’infermiera e il dottore stanno togliendo i tubicini, spengono la macchina. Il dottore si avvicina a Norma. «Mi dispiace» dice. «Abbiamo fatto il possibile, ma era tutto inutile, lo sapeva anche lei. Una donna straordinaria, mi dispiace… Davvero».

«Grazie, dottore».

Io sono rimasta in piedi a fissare Malina. È morta. Cerco di pensarlo concretamente, ma non ci riesco. È morta. Mi avvicino e la bacio sulla fronte che ha un cattivo odore di disinfettante.

«Addio» mormoro. Poi mi giro verso Norma, che sembra impietrita. «Posso fare qualcosa?» domando. Ho fretta di andarmene.

«No, aveva disposto tutto. Per il funerale, vuole essere cremata. Ha scelto lei. È tutto a posto. Mi ha lasciato la sua casa e quello che c’è dentro… A te… ecco, voleva che tu avessi questo». Mi porge un anello di ambra, molto vistoso, ovale, bellissimo. Malina lo portava sempre, era il suo preferito. Forse quel dono ha un significato.

«A me?» domando, infilandolo nel medio della mano sinistra. È della mia misura.

«Sì, è per te. Voleva che lo avessi tu. Ai suoi parenti ha mandato dei soldi, a me tutto il resto, diceva che ne avrei avuto bisogno». Sorride. Ha gli occhi rossi. «Invece no, lui è ricco, ma va bene lo stesso, così non arrivo al matrimonio come una barbona. La sua casa mi piace, forse andrò a vivere lì, quando sarò sposata. Speriamo che lo voglia anche lui».

«Sì, speriamo». Guardo per l’ultima volta il viso di Malina. È vero, la morte ti fa bella. A me non è rimasto più niente.

A casa mi rimetto al computer. Da una settimana sono stata nominata caporedattore, tengo a quel posto, so di averlo meritato. Devo assolutamente finire quel lavoro.

Sulla mia mano sinistra spicca l’anello di Malina, mentre faccio scorrere velocemente le dita sui tasti.

Lavoro meccanicamente. Ogni tanto mi fermo per ritrovare nella memoria il viso di Malina. Non è il viso che ho conosciuto e neppure quello della sua morte. È il viso che aveva nelle fotografie dell’album che mi ha mostrato tante volte. Sedute una accanto all’altra, l’album aperto in mezzo a noi. Lo sfogliavamo insieme. Lei bambina in braccio a una donna indiana, con il neo rosso in mezzo alle sopracciglia. Sua madre. Lei, vestita di bianco, con piccoli nastri colorati intorno al corpetto e alla scollatura, al funerale di sua nonna. Lei ritta a cavallo accanto a un uomo bruno, con i baffi: suo padre. In costume da bagno al mare. Con un bolero di pelliccia sul caftano accanto al portone di un palazzo orientale. Lei, pallida e bellissima. Il suo corpo avvolto nel caftano. Il suo corpo avvolto nel lenzuolo. Il suo corpo avvolto dalle fiamme. Cremato. Un brivido, smettere di lavorare, smettere di pensare. Il suo corpo bruciato, in cenere. L’aveva detto anche a me che voleva essere cremata.

Non pensavo, mentre ne parlavamo, che sarebbe successo e che mi avrebbe fatto tanto male. Ora mi sembra insopportabile pensare che niente del suo corpo esisterà più, in nessun luogo. Cenere.

14

Qualche settimana dopo il funerale mi arriva la partecipazione di nozze di Norma. L’istinto è di gettarla nel primo cassonetto che incontro, invece la porto in casa e la espongo, aperta, sul mobile della cucina. Perché la donna delle pulizie si convinca di aver sbagliato sul nostro conto.

Mentre sto per uscire, mi rincorre. «Ha visto, signorina? Sua cugina si sposa».

«Sì. Aspetta un figlio».

«Toh, un figlio…»

Un’occhiata alla partecipazione che la donna mi sventola davanti agli occhi e scoppio a ridere: il futuro sposo si chiama Leonida, neanche a farlo apposta.

«È un uomo» dico. Lei mi guarda senza capire. «Lo chiamano Leo». E scendo le scale di corsa con uno strano bruciore in mezzo allo stomaco.

Non penso spesso a Malina. Qualche volta. Neppure quando mi tolgo o rimetto l’anello che mi ha lasciato.

Se mi capita, lo faccio con rabbia. Con dolore rinnovato: come se tutto mi stesse accadendo in quel momento. Le bugie, il tradimento, l’abbandono. Mi ricordo di lei che era bella. Il suo profumo, i suoi gesti. Lei nuda. Lei tra le mie braccia in Grecia, davanti a quel mare biancoazzurro. Lei che sta morendo, è fredda e ha sulla fronte un disgustoso odore di disinfettante.

La sua casa. Che ora è la casa di Norma.

L’ha amata dunque sino a questo punto. Gliel’ho chiesto, una di quelle sere quando andavo a trovarla, e lei era malata. «L’hai sempre perdonata, anche quando ti tradiva».

«Volevo che fosse felice».

«E tu?»

«Io… ero felice se lei lo era».

Un’altra razza. Io l’avrei ammazzata con le mie mani.

Era davvero felice o tanto più fragile da subire per amore?

È facile porre domande ai morti, non ci sono risposte.

15

Il direttore del giornale è una donna, si chiama Angela, ma lei preferisce farsi chiamare Angie. Ci conosciamo da parecchi anni, insieme lavoravamo per un’altra testata dello stesso editore. Quando è stata nominata direttore della nostra rivista, ha chiamato Luciana e me, perché la seguissimo. Luciana è caporedattore del settore moda; io, da poco, del fascicolo arredamento, il più importante della rivista.

Angie ha una cinquantina d’anni, anche se nessuno saprà mai la sua età vera; ha i capelli rosso henné tagliati a spazzola, una corporatura abbondante in statura e in peso. Veste con ostentazione di colori e sfoggia molti gioielli vistosi: porta anelli in tutte le dita delle due mani. Nel suo lavoro è brava, ha metodo e obiettivi chiari.

Mentre passo davanti alla porta aperta del suo ufficio, mi fa cenno di entrare e di chiudere la porta.

«Complotto?» domando. E resto in piedi. «Che cosa c’è?»

«Hai conosciuto la nuova vicedirettrice?»

«L’ho soltanto vista. Com’è?»

«Viene dal quotidiano, deve adeguarsi e abbassare un po’ la cresta. Ma è in gamba, farà presto. Si chiama Stefania Conci… scrive bene, mi piace».

«Perché non una di noi?»

«Perché siete già fin troppo impegnate. Chi ci metto al posto tuo o di Luciana? Una da fuori, un periodo di tirocinio e poi ne parliamo». Ride, aggiustandosi un paio di anelli con l’indice e il pollice dell’altra mano. «Tu, come va?»

«Bene, direi. Che cosa mi devo aspettare da questo colloquio a porte chiuse?»

«E piantala, sei sospettosa. Niente. Anche Stefania ha detto che sei brava, le piace il tuo lavoro… Anzi, perché non vai a dare una mano a Alfio?»

«Perché? Alfio se la cava benissimo: che cosa c’entro io con l’impaginazione del giornale? Il grafico è lui».

«Sì, ma tu hai occhio… lui non ce la fa, lo vedi anche tu. Il tuo fascicolo è sempre il meglio impaginato della rivista. Vorremmo dare una veste nuova».

«No, senti». Mi siedo e punto i gomiti sulla scrivania. «Non mi prendere in giro. Mi mandate giù alla grafica, non ci riesco e mi sbattete fuori… È questo?»

«Ma no, che cosa vai a pensare? Stefania dice che il tuo aiuto sarebbe importante per il numero di aprile. C’è la Pasqua… tu hai finito il tuo pezzo?»

«Sì, mi manca poco. C’è la contessa che non riesce a farmi la tavola di Pasqua, maledizione. Devo portarle le uova di struzzo e gli addobbi per montarle la tavola. Poi è finito, due settimane e testi e foto sono a posto».

«Lo vedi? Gli altri sono indietro. Alfio con te lavora bene».

«Con me lavora bene perché io sono puntuale. Nessuno qui gli dà il materiale in tempo, sono sempre in ritardo».

«Qualche volta capita».

«Qualche volta: qui capita sempre. Io lavoro anche a casa, la sera, se occorre. Perché le altre principesse non fanno altrettanto? Sono sempre in ritardo e Alfio si trova tutto il lavoro ammucchiato in pochi giorni. Dai la sveglia alle mie colleghe, fammi un piacere».

«Sì, vedremo anche questo… però. Fai la brava, avanti».

«Uffa, sempre quello che vuoi tu». Sbuffo e mi alzo. «Non è un sistema per mettermi alla porta, vero?»

«Giuro, sei pazza? Senza di te questa rivista crolla… avanti, che lo sai, furbina!» Mi squadra dalla testa ai piedi e mi sorride. «Stai bene vestita così. Finalmente ti si vedono le gambe».

«Qualche volta. I pantaloni sono più comodi».

Ride, ma capisco che sta inseguendo un pensiero trasversale. «Lo sai che cosa mi ha chiesto Stefania? Se sei lesbica».

«Perché? Ostruzionismo verso gli omosessuali?» In redazione ce ne sono due: dichiarati. E sono simpatici a tutti.

«Ma no, non ti conosce. Ti vede sempre in pantaloni, cravatta, gilet…»

«Dille di guardare qualche rivista, Armani sarebbe stupefatto di essere così poco seguito dalla stampa che conta». Apro la porta, so che non replicherà. «Dille di stare tranquilla: mi rimetterò i pantaloni, ma non l’assalirò. Ciao».

«Chiudi la porta, mascalzona!» Fa un gesto con la mano per trattenermi e io mi fermo sull’uscio. «A proposito…»

A proposito di che?

«È morta la dottoressa D’Urso, lo sapevi?» Aspetta una risposta che non arriva. «Dobbiamo scrivere qualcosa? Le avevamo fatto un servizio di sette pagine».

«Perché? Non era un eroe nazionale e neppure l’amante di un cantante rock. È morta, peccato: ma noi che cosa c’entriamo?»

«Sì, hai ragione. Lo penso anch’io. Era un’idea di Luciana».

«Idea scema». E questa volta mi chiudo la porta alle spalle.

16

Da alcune settimane ho una relazione platonica con un fotografo americano. Greg è venuto in Italia, richiesto da un’agenzia di pubblicità, e Angie lo ha prenotato per un servizio di moda e tre servizi di architettura, con me. Castelli piemontesi, per i numeri di settembre, ottobre e novembre.

Greg Mc Louge ha cinquant’anni, è alto, biondo, con gli occhi azzurri. Capelli lunghi e barba. La famiglia di suo padre era irlandese emigrata in America durante la prima guerra mondiale, sua madre era americana. Lui vive nel New Jersey con una moglie, che sta lasciando, e due figli già grandi.

Mi piace stare con lui. Lavora in silenzio; prima di scattare mi chiede se voglio controllare l’inquadratura, mi sorride. È bravissimo; ma questo lo sapevo, avevo già visto alcuni suoi servizi pubblicati anche in Italia.

La sera, dopo il lavoro, stiamo insieme. Mangiamo in piccole trattorie della zona, dormiamo in camere separate presso un agriturismo discreto. Parliamo e ascoltiamo musica. La macchina parcheggiata vicino al luogo dove lavoriamo, la radio accesa a tutto volume. Gli piace la stessa musica che piace a me.

«Che cosa è successo con tua moglie?»

Sorride; giurerei che è arrossito se la parte del viso che la barba lascia scoperta non fosse scottata dal sole. «Se vuoi parlarne».

«Sì, non c’è molto da dire. Troppo lavoro». Sua moglie è Eva Rothing, una delle più famose fotografe di moda di Elle. «Forse anche un po’ di rivalità professionale, ognuno si sente migliore dell’altro».

«Chi vince tra voi due?»

«Lei. Ha cachet più alti dei miei». Ride, e scopre piccoli denti regolari, un po’ ingialliti dalla nicotina. «Marito e moglie non dovrebbero mai fare lo stesso lavoro, e mai in concorrenza. Alla fine, la lotta ti distrugge». Mi prende una mano, gioca con il mio anello. «E tu? Sola?»

«Sì, una storia durata cinque anni. Non ne valeva la pena».

«Era uno sciocco e un presuntuoso».

Lo guardo ridendo. «Che ne sai?» Lorenzo curava la rubrica della Borsa per un quotidiano, ora dirige il più prestigioso mensile economico italiano, ha fatto carriera.

Quando il servizio è terminato, mentre aspettiamo che ci consegnino i fotogrammi stampati, torniamo in città: lui in albergo, io a casa. Ceniamo insieme, qualche volta a casa. Gli preparo gli spaghetti che mi faceva Norma, in uno stipetto della cucina ho trovato i barattoli dei suoi sughi: due minuti e la pasta è pronta.

Dopo cena, cercando di tradurre come posso, leggo ad alta voce alcune poesie di Montale. Gli piacciono, lo commuovono. Non ho mai visto un uomo commuoversi per un verso di poesia, Greg lo fa senza vergognarsi. Ascoltiamo Mozart, non mi capitava da anni.

In redazione, quando tra un servizio e l’altro torno alla mia scrivania, mi assediano di domande. Com’è?

«Come volete che sia? È un uomo e fa il fotografo».

«È molto carino…» Il giudizio è di Comencini, il redattore di cronaca rosa che vive con Aldo Franchi, l’altro cronista che si occupa delle mostre d’arte.

Luciana lo ammonisce ridendo. «Tu lascialo perdere, hai capito? Altrimenti lo dico a Aldo». E a me: «Ci sei già stata a letto?»

«Luciana, non mi sfinire. Sei fissata».

«Io lo avrei fatto se me lo avesse chiesto».

«Bene, non me l’ha chiesto».

«Ma il servizio non è ancora finito. Se ci vai, racconti: chiaro?»

Quella sera lo osservo, mentre mangia seduto all’altro capo del tavolo, davanti a me. Potrei andare a letto con lui? Fare l’amore? Perché non me lo ha chiesto?

Gli americani sono timidi. Sono timida, in questo senso, anch’io. Non saprei mai prendere l’iniziativa. Anche con Malina, è stata lei. Norma. Lorenzo. Gli altri. Io ho sempre detto soltanto di sì. Allungo una mano verso di lui, me la prende e sorride. È evidente che ha capito il messaggio, ma la sua risposta è no. Spesso, la sera dopo mangiato, camminiamo. Mi piace camminare con lui. È alto: nonostante due dita di tacco gli arrivo al collo. Ci sfioriamo camminando; se attraversiamo una strada a volte mi appoggia una mano sul braccio per trattenermi. Mi protegge. E parliamo.

Mi piace la sua voce e le cose che racconta. I suoi viaggi, i servizi, il rapporto straordinario che ha con la natura e con gli animali. Ridiamo. Fermandoci all’improvviso scoppiamo a ridere: perché ridiamo? Forse il mio inglese che a volte si inceppa. Quando ride, i suoi occhi diventano acquosi, così azzurri da sembrare trasparenti. Mi ha fotografata durante i nostri servizi.

«No, non sprecare pellicola: noi non possiamo apparire nei servizi».

«Queste le faccio per te. Per me… un ricordo di questo lavoro. Io lo faccio sempre». Alfio, che per alcuni giorni ci ha seguito, ci fotografa insieme. Vesto sempre in jeans e maglione, i capelli spettinati, gli occhiali scuri. «Sorridi, avanti». Sorrido.

Le foto che mi regala sono belle. Greg e io: stiamo bene insieme. Siamo persino belli, con il suo braccio intorno alle mie spalle, la mia testa reclinata da un lato, a sfiorare la sua barba. E io sorrido, sorrido sempre.

Queste sono le prime foto con le quali mi confronto. C’è anche un mio primo piano, quasi di profilo. Non mi sono accorta mentre mi fotografava, e ho lo sguardo triste, i capelli in disordine, le labbra socchiuse.

«Sei riuscita bene, guarda… sei bella».

«No, che cosa dici? Sei tu un grande fotografo, ecco cos’è». Arrossisco e rido di piacere. « Sembro più vecchia».

Malina. Quanti anni hai? Perché vuoi saperlo?

Anche Greg mi fa la stessa domanda. «Quanti anni hai?»

«Trentadue… alla fine di quest’anno. Sono vecchia».

Malina. Mi amerai anche quando sarò vecchia?

«Sciocchezze, sei giovane, hai tutta la vita davanti… Ho l’impressione che tu non diventerai mai vecchia, sei piena di energia… Sino a cento anni».

Alzo il bicchiere verso di lui. Mi amerai anche quando sarò vecchia? «Non mettiamo limiti alla provvidenza divina: perché sino a cento, io voglio di più».

Malina. Le tue peonie e io appassiremo insieme…

«D’accordo. Li festeggeremo insieme».

Anche tu non diventerai mai vecchio. Vorrei poterti dire che ti amerò anche da vecchio, perché anche tu sarai fantastico. Vorrei poterti dire che ti amo. Ma non è te che amo, mentre ti parlo, mentre lascio che tu mi prenda la mano e mi sorrida. Non è te che amo. Scusami.

Greg, arrivando una mattina in redazione ci consegna i servizi stampati con le foto già scelte e ingrandite. Tutti gli sono intorno e lo soffocano di domande. Lui è gentile, quieto, di poche parole. Davanti agli altri mi tratta in modo formale. Saluta tutti con un ampio gesto del braccio, abbraccia Alfio. A me stringe la mano e mi ringrazia.

«Ciao» dico. Perché arrossisco?

«Ciao». Mi volta le spalle e si allontana, con il suo passo dinoccolato, da cowboy, il berretto sulla fronte, i jeans sbiaditi e il giaccone di camoscio con le frange. Non ha niente di originale, è soltanto alto e bello. Eppure mi piace.

Mi ricorda Malina.

Continuo a fissare il punto del corridoio dove è sparito, riuscendo a pensare soltanto a questo: somiglia a Malina.

«Ti sei incantata? Il tuo eroe è sparito, bella di mamma!» Giovanna, la mia assistente, mi mette il piano di lavoro sotto gli occhi. «Andiamo avanti? Questo è il timone del terzo pezzo: sei pagine e la copertina».

«Sì, certo, scusa… Pensavo a quel poveraccio che ora torna in America per firmare il divorzio. Temo che sia soltanto lei a volerlo. Lui ne soffre».

Luciana, che ha la scrivania di fronte alla mia, ha un gesto melodrammatico, mentre si abbandona sulla sedia a braccia larghe. «Ne conoscessi uno che quando ti vuole scopare non tira fuori la storia della moglie cattiva. Ma perché non sono capaci di farlo e basta?»

«E se non lo fanno?»

«Non l’ha fatto?»

«No. Non l’ha fatto. Punto. Chiuso».

Punto, chiuso: non è vero.

Perché mi ricorda Malina? Bello, gentile come lei. Delicato, come era lei durante i primi giorni del nostro rapporto e in altri momenti speciali. Elegante, come lei, nel vestito sempre uguale: jeans e maglione, come erano uguali i suoi caftani. Le mani, belle e strane, con la peluria rossiccia, le unghie trasparenti e il grande anello a sigillo al mignolo.

«L’anello del college».

«Bello, ti sta bene».

«Anche tu, il tuo anello».

L’anello di Malina.

Ora che è tornato in America, mi diverto a ricordare le nostre parole, tutte le cose che ci siamo detti, la mia voce che traduceva Montale, il mio poeta del cuore. Rimetto la musica di Mozart con nostalgia. Mi manca. Mi manca il suo modo franco, senza sottintesi, di guardarmi negli occhi. E di sorridermi: come se tutto quello che facevamo non avesse alternative.

Se me lo avesse chiesto avrei fatto l’amore con lui? Dopo Malina? Dopo Norma? Che donna sarei stata?

Gli sono grata di non avermelo chiesto.

Impagino il servizio che abbiamo scattato insieme: le foto sono bellissime. In alcune, scattate da Alfio, c’è Greg in primo piano e il castello come sfondo, lui con la macchina fotografica contro un cielo nero e blu, striato di rosso. I suoi capelli svolazzano oltre il berretto che non li trattiene, schegge dorate nel sole. Le foto sono perfette, incisive, e rivelano sensazioni che non mi sembrava di cogliere mentre stavamo lavorando. Le guardo, le riconosco, le faccio scivolare sulla pagina, al computer. Alfio segue il mio lavoro, annuisce: capisce quello che voglio, piace anche a lui.

Alla chiusura alzo le braccia e mi stiro allungando la schiena. «Bel lavoro» dico.

«Sì, bel lavoro. Questa è la copertina?» Annuisco e gli mando un bacio sulla punta delle labbra. Sono felice che condivida la mia scelta. Per una volta, non sono sola a decidere. In quella copertina, Greg, di spalle, con il sole sulla schiena e i capelli, sta fotografando un castello, alto e solenne in mezzo alle querce. Il cielo, appena un lembo in un angolo della foto, è striato dalla scia di un aereo. Il verde cupo della boscaglia, illuminato a sprazzi dal sole tra il fogliame, è liquido come acqua. C’è, in quella foto, la sensazione del silenzio. Una felicità che io ho provato.

Greg, dopo aver scattato la foto del castello, si è voltato e mi ha sorriso. Io ero lontana, in mezzo a un prato più a valle, accanto alle macchine. Ho alzato le braccia. Da quanto tempo non avevo la sensazione di appartenere a qualcuno?

17

Da quanto tempo non ho la sensazione di appartenere a qualcuno?

Un giorno, tornando da scuola, trovo mio padre in camera che sta facendo una valigia. Nonna, in cucina, piange.

«Che cosa succede? Avete litigato?» Discutevano spesso, ma nonna amava mio padre e lui la sopportava: nonna era spesso noiosa, forse già malata.

«Tuo padre se ne va».

«Dove va? Dove vai?» grido verso di lui, dalla cucina.

Mio padre si siede sul letto, mi chiama, mi prende le mani. Ha il viso scuro, impacciato. Sembra rimpicciolito. Nella realtà, è alto e robusto, la statura e il colore dei capelli li ho presi da lui. Le sue mani sono grandi, da manovale. Ha sempre guidato camion; quando ero piccola a volte portava anche me, da un posto all’altro. «Vado a vivere in un’altra città».

«Veniamo con te?»

Scuote la testa. Ormai è quasi calvo e i pochi capelli rimasti sono diventati grigi. «No. Avrò un’altra famiglia». Lo dice senza guardarmi. «Ma a te e a nonna penserò sempre, hai capito? Non devi preoccuparti, hai capito?»

Ho capito.

«La casa è tua. Io pago tutte le spese, non devi preoccuparti, l’ho detto anche a nonna ma lei si è messa a piangere… Tutti i mesi vi mando qualcosa che deve servirvi per mangiare e per quello che occorre. Alle altre spese penso io. Hai capito?»

Ho capito.

«Penserò sempre a voi. Vi telefono, e tu mi dici come vanno le cose. Hai capito?»

Ho capito.

«Ti voglio bene, sai… Non dar retta a nonna, lei fa tragedie. Io vi voglio bene, mi prenderò sempre cura di voi due. Ti voglio bene, hai capito?»

No, non ho capito. Ma non piango.

Ho quattordici anni.

18

Ogni mese, in portineria, ci arriva una busta da parte di mio padre. Con i soldi. Non ci manca niente. Tutto è come prima, se soltanto nonna smettesse di sospirare e di lamentarsi.

Io esco la mattina per andare a scuola e sento la voce di nonna che mi grida: «Mangia, perché non fai colazione?» Sono già sulle scale, corro per non perdere l’autobus, e sento ancora la sua voce che grida.

A mezzogiorno la pastasciutta e la verdura cotta, a cena minestra e formaggio o uova. Il menu, estate e inverno, non cambia mai. In estate nel pomeriggio andiamo al parco, sotto gli alberi, perché fa fresco. Non andiamo più al mare, anche se mio padre ci ha mandato i soldi. Nonna non vuole andare al mare. Il parco ci basta. Con i soldi, la sera andiamo al cinema all’aperto.

La mia scuola va bene. Ho in generale buoni voti, e i professori mi dicono che devo continuare a studiare, anche dopo la maturità. Ci penserò, forse mio padre non vuole.

Viene a trovarci, qualche volta. Porta dei dolci, a me un regalo che forse non sceglie lui: calze, T-shirt, un paio di scarpe che mi stanno strette. Arriva di sera, mangia con noi, chiacchiera, fa domande, ride. Di sé non racconta niente. Va tutto bene, dice. Sembra sempre allegro. Dorme nella branda, in una stanza che è rimasta vuota. Nonna gli sistema il letto con la cura e lo scrupolo di un’amante: lenzuola pulite, asciugamani, telo per la doccia, acqua sul comodino. Come quando mio padre era giovane, se ne ricorda ancora. Mio padre passa lì la notte e al mattino, prima dell’alba, riparte. Nonna gli prepara la colazione e anche qualcosa da mangiare in viaggio. Lo abbraccia e piange: è sicura ogni volta di non rivederlo più.

Un pomeriggio, tornando dalla lezione di ginnastica, trovo nonna a letto.

«Sei malata?»

Ha gli occhi sbarrati, si porta una mano alla gola. Non parla. A gesti mi dice che in frigorifero c’è qualcosa da mangiare. Sta male. A metà pomeriggio mi spavento. Chiamo la portiera e insieme telefoniamo al pronto soccorso.

In ospedale ci sta quasi tre mesi.

Non tutti i giorni, ma spesso, vado a trovarla. L’hanno sistemata in una stanza a otto letti, il suo è l’ultimo vicino alla finestra. Non parla. Se è l’ora del pasto, l’aiuto a mangiare la pastina in brodo, la purea di patate con il prosciutto cotto. O il formaggino molle, che mangiava anche a casa. Le hanno tolto la dentiera e il suo viso ha cambiato fisionomia, non sembra più la stessa. Mi sorride soltanto con gli occhi, vergognandosi della sua bocca. A cenni mi chiede di portarle da casa un altro tovagliolo pulito, una camicia da notte. Dura, perentoria. Irritata.

Non parla, e i suoi occhi sono vacui, ma non assenti. Mi scruta. Vuole vedere se mi cambio, se sono pulita. Strapazza con le dita deformate dall’artrosi un bottone lento del mio cappotto. Forse immagina che qualcuno pensi a me; ma non abbastanza, non come avrebbe fatto lei.

Ho sedici anni.

Io non ho il numero del telefono di mio padre, non me l’ha dato. È lui che ci chiama per avere notizie, lo fa abbastanza spesso. Quando telefona, gli dico che nonna è in ospedale. So che è andato a trovarla. Ci va qualche volta, le porta dei fiori, delle paste che nonna non può mangiare. Ci va di mattina, quando io sono a scuola. Arrivo nel pomeriggio, vedo le paste: e le mangio io. Se chiedo a nonna come sta mio padre, chiude gli occhi e resta muta. Ostile, contro tutti.

Quando nonna muore, lo trovo già all’ospedale. Ha una fascetta nera al risvolto della giacca, gli occhiali scuri, il viso buffo: perché è diventato grasso. La sua faccia sembra una palla lucida. Che piange.

Ci abbracciamo.

Dopo il funerale – ha pensato lui a tutto – ci incamminiamo insieme verso casa.

«Che cosa vuoi fare?»

Alzo le spalle. Temo che mi proponga di andare a vivere con lui. «Resto qui» dico.

«Da sola? Magari trovi una compagna di scuola, un’amica… puoi dividere l’appartamento».

«No, non importa. Me la cavo».

«La scuola?»

«Bene, grazie».

«Davvero ce la farai da sola? Hai sedici anni».

«Quasi diciassette».

«Io continuerò a mandarti i soldi, hai capito?»

Ho capito.

«Ti manca qualcosa?»

Come faccio a rispondergli che forse mi manca lui e anche nonna. Scuoto la testa e ho voglia di piangere. Ci abbracciamo un’altra volta.

Alla maturità, mi telefona per congratularsi: una maturità al massimo dei voti. È stato a scuola e ha visto il tabellone. Mi dice di essersi sentito orgoglioso di essere mio padre.

«Grazie… senti, devo dirti una cosa».

«Sì».

«Vorrei continuare a studiare. Se puoi».

«Sì, che cosa?»

«Ho fatto un esame di ammissione e sono stata accettata… alla Bocconi, papà».

«Alla Bocconi?» Ride. Forse se avessi detto la Statale non avrebbe riso. Ma la Bocconi gli piace. «Ti hanno presa alla Bocconi? Ma senti… Hai una bella testa, figlia mia, la Bocconi è difficile… che cosa vuoi studiare alla Bocconi?»

Non lo so. Non so neppure perché ho scelto la Bocconi. Mi sembrava più importante delle altre università, anche di Padova o di Urbino, anche del Politecnico: le avevo valutate tutte. Mi sembrava che i ragazzi della Bocconi fossero meglio degli altri. Volevo essere come loro.

«Economia e commercio… mi indirizzano loro, secondo le mie capacità».

«Che scuola, ragazzi! Va bene, vai all’università. Una figlia laureata, ma pensa un po’. Dammi il telefono di questa Bocconi, una segreteria: mi accordo per le tasse».

«Ho una borsa di studio, papà».

«Mi diranno tutto loro, tu non ci pensare. Ti porto sino alla laurea, hai capito?»

Ho capito.

«Tu stai bene? Va tutto bene? Ti sei organizzata?»

«Sì a tutto, stai tranquillo. Tu stai bene?»

Negli ultimi due anni mi sono organizzata. Ora che non c’è più nonna, mi alzo con la sveglia e mangio pane e latte, anche con la marmellata. A mezzogiorno, nel tragitto da scuola a casa compro una pizza, mangio quella. E una tavoletta di cioccolata. La sera, uova o prosciutto con il pane. Una scatoletta di tonno. Formaggio, il formaggino molle che piaceva a nonna. In due anni, non ho mai mangiato una minestra o un pezzo di carne. La pastasciutta qualche volta, quando la portiera mi vede rientrare e mi rincorre sulle scale con la ciotola in mano.

«Ho fatto il ragù, avanti, mangia questa pasta, è ancora calda… Per noi era troppa».

Una volta la settimana, il sabato, sale in casa a fare pulizia. Lava la mia biancheria e stira lo stretto necessario: mai gli asciugamani o le lenzuola, mai la mia biancheria. Soltanto le camicette, che metto di rado. So che mio padre le manda qualcosa ogni mese, perché mi dia un’occhiata.

«Il tuo è un buon padre… anche se è lontano, ci pensa a te. Si preoccupa».

Il mio buon padre è contento di me perché all’università vado bene. Studio. Sono sola e non ho altro da fare, se non avessi i miei libri mi annoierei.

La portiera mi aggiusta le calze, mi attacca i bottoni. «Impara, neh?»

Ma io non imparo. In casa non faccio niente; trascorro intere giornate sui miei libri. A Natale mio padre mi ha regalato un televisore nuovo, ora ne ho due: uno in camera, perché dormo nel letto che era stato di nonna, e uno in salotto. La televisione mi annoia, mi divertono i miei libri. Mi piace andare in biblioteca, ci passo ore a consultare altri libri. Voglio sorprendere professori e compagni per quello che so più degli altri. Questo mi piace.

La migliore di tutti, come quando ero al liceo.

«Avanti, vieni fuori tu». Uscivo dal banco, andavo alla lavagna, tracciavo con il gesso le cifre, le equazioni, le radici quadrate… il risultato. Con l’espressione colpevole di chi è costretto a far fare brutta figura agli altri, ma dentro ero felice. Studiare mi diverte anche per questo: mi sento importante, con i miei vecchi jeans e le maglie, che cambio di rado. Il professore di filosofia, che pure mi apprezzava, diceva che a volte ero colta da «eccessi di orgoglio». I miei compagni mi guardavano come se non fossi una di loro.

Sono la migliore del mio corso anche all’università.

«Ma non scopi mai?»

Non so perché sono così ansiosi che io mi trovi un ragazzo. Ne ho avuti, un paio. Venivano da me per studiare e poi finiva in un altro modo. Non mi piaceva. Preferisco essere sola, studiare da sola: passo gli esami con i punteggi più alti. E mio padre è contento. Mi telefona e mi dice che è contento.

19

Un mattino, uscendo di casa per andare all’università, oltre il vetro della portineria scorgo una donna che parla con la portiera. Solo un’occhiata, ma ho la sensazione che stiano parlando di me. Quando in strada mi volto, la donna è sul portone e continua a guardarmi. È alta, magra, vestita di scuro, con i capelli raccolti in una calottina di feltro guarnita da una piuma. Porta gli occhiali e mi fissa. Io affretto il passo; non so il motivo, ma mi sento minacciata da quello sguardo.

«Era tua madre» mi dice la portiera, quando torno. «Povera donna, ha pianto tanto… Non ti riconosceva neppure, ho dovuto dirglielo io che eri tu. Quanti anni avevi? Lei non se lo ricordava».

«Ero in prima elementare, me lo ricordo perché dopo ho avuto la scarlattina e sono rimasta a casa… Anch’io non me la ricordo più. Torna?»

«No». E scuote la testa, più per pietà che per diniego. «Deve ripartire… Vive in Argentina, lo sapevi? Povera donna, che magone aveva…» Tira su col naso, è commossa dal dolore di mia madre che non mi vede da tredici anni e non ha neppure voluto salutarmi. «Ti ha lasciato questa».

Una calligrafia greve, stentata, ha scritto il mio nome su una busta.

«Grazie». È una busta pesante, come se contenesse una lettera di molti fogli. So che non ho voglia di leggerla.

«Un viaggio, lei con suo marito e i suoi figli… Ne ha tre, mi ha detto. Ma ti ricorda sempre… Le ho detto che sei una brava ragazza … e anche di tuo padre. L’ho lasciata partire tranquilla, ho fatto bene, no?»

«Sì».

Sulle scale, con i denti, strappo la busta. Contiene un solo foglio, poche righe: dalla tua mamma che ti ama sempre. E molte banconote americane piegate in quattro. Mi dice che sono i suoi risparmi e di non dirlo a mio padre.

Ho diciannove anni. Posso farlo. Entro nella banca sotto casa, il direttore mi conosce da quando ero bambina e ci andavo con mio padre o con nonna, a ritirare la pensione. Appoggio sul banco, ancora ripiegate, le banconote americane: dollari.

«Dove li hai presi?» Gli mostro la lettera, che guarda con un sospiro: nella lettera c’è anche la cifra, che corrisponde. «Sì, capisco. Tua madre… Sono tanti soldini, sai? Stai attenta a come li spendi. Vuoi aprire un conto?» Sì, voglio aprire un conto e avere un libretto degli assegni, una carta di credito, qualunque cosa abbiano le persone adulte.

Quando mi telefona, dico a mio padre con orgoglio di avere aperto un conto in banca, gli dico il numero: così può inviarmi i soldi ogni mese addirittura sul mio conto corrente invece di lasciarmi la busta in portineria.

«Ma brava, ecco! Vedi, a studiare? Ti manderò qualcosina… eh? Così arrotondi il tuo conto… Non sprecarli, hai capito? I soldi costano fatica, anche a te che studi. Non sprecarli, hai capito?»

Ho capito. Ma quell’estate vado dodici giorni al mare, a Varazze, in una pensione vicino alla ferrovia. Poi, due giorni a Firenze: per vedere i monumenti e i musei. Ho ripreso a studiare inglese con un professore, tre sere la settimana, dalle otto alle undici. Faccio progressi; sto organizzandomi per andare a Londra, alla pari, la prossima estate. Il mio conto in banca lo controllo ogni mese: resiste, malgrado queste spese non previste. Risparmio sui pantaloni e sulle scarpe, ma non sui libri e sullo studio.

Durante il terzo anno di università, rispondo a un concorso indetto da un giornale economico che circola in ateneo: si chiede di risolvere un problema di matematica. Il primo premio è un computer con tutti gli accessori di «ultima generazione». Quel premio mi attira, da mesi aspetto un’occasione per avere un computer, magari di seconda mano; molti dei miei compagni ne hanno uno e io li invidio. Studio le particolarità del computer descritte dal concorso che ne illustra le funzioni: c’è tutto, mi dico. Manco soltanto io alla tastiera. Con entusiasmo e un po’ di timore, cerco la soluzione, la espongo con chiarezza. Provo e riprovo, per esserne sicura. La mia perplessità nasce dal fatto che il problema mi sembra facile e logico, quasi un gioco di quelli che ci assegnavano alle medie per stabilire il quoziente di intelligenza. Quando mi decido finalmente a inviare la soluzione sono un po’ scoraggiata, sicura che non ce l’avrei mai fatta.

Non ho mai vinto niente. Alle fiere, papà mi comprava anche tre biglietti per farmi vincere un giocattolo: non ho mai vinto niente. Lo guardavo sconsolata e lui mi prendeva la mano, per restituirmi fiducia. Mi sono convinta di non avere fortuna.

È passato un mese, nessuno ha risposto alla mia lettera. A volte do un’occhiata alla cassetta delle lettere, mentre passo: non c’è mai una busta che non sia di pubblicità, o un avviso della banca con l’estratto conto. Fingo di non pensarci. Di dimenticarmene. Invece quel computer è entrato nella mia fantasia. Arrivo a calcolare quanto mi costerebbe a rate. Quanto mio padre sarebbe disposto a darmi, come anticipo. Come chiederglielo.

Una mattina, invece, è la portiera a corrermi incontro con la busta. «Ehi, è per te… ma non guardi nella cassetta? È lì da ieri… Avanti, è quella busta che aspettavi?»

«Non lo so, stai calma». Lo so, invece. La busta porta l’intestazione del giornale.

Può essere un sì, hai vinto; oppure un grazie, sei stata gentile a concorrere, purtroppo… Strappo la busta, apro il foglio. Mi tremano le mani. È sì: ho vinto!

Su oltre settecento risposte, il primo premio tocca proprio a me: non soltanto la soluzione è esatta, ma il percorso seguito per arrivare alla soluzione è ineccepibile, questo è scritto sulla motivazione che mi consegnano alla premiazione. Il mio primo computer, a schermo grande, con scanner e stampante a colori, Internet, fax, posta elettronica… Il mio primo computer, che cambierà la mia vita.

Al tavolo della giuria, quando nel salone dell’ateneo mi consegnano il diploma e il premio, c’è un giovanotto alto, bruno, molto disinvolto. Mi bacia sulle guance. Collabora con un giornale economico, che è lo sponsor del premio; l’idea del concorso e del rebus è sua: è contento che a vincere sia una studentessa della Bocconi, dà prestigio al giornale. Lo dice, alzandomi il braccio verso l’auditorio composto in gran parte dai miei compagni, che applaudono e battono i piedi come se avessi vinto una partita di calcio. Io rido, ma vorrei non esserci. Tutti gli altri componenti la giuria sono seduti dietro il tavolo: mi stringono la mano; uno, il più anziano, applaude e si complimenta. A casa, già il giorno seguente, mi consegneranno il computer che ho vinto, che ora è ai piedi del tavolo in una serie di scatoloni attraversati dal marchio e dagli striscioni con il titolo del giornale. Con il tecnico, verrà anche il giovanotto.

«Come ti chiami?» chiedo. Tanto per saperlo.

«Lorenzo».

20

Dall’America e dall’Australia Greg mi scrive. Sono lettere sentimentali. Mi dice di aver trovato le poesie di Montale tradotte e di leggerle ogni sera, ricordando le mie traduzioni. Eri brava, scrive. Lo so. Sceglievo parole di altri poeti inglesi o americani per farmi aiutare. Un gioco difficile, a volte era lui stesso ad aiutarmi. Prova a dirlo così…

«Dove hai imparato l’inglese?»

«A Londra». Si sorprende. «Ogni estate, durante il liceo e il primo anno di università: alla pari».

«Lavare i piatti e il resto?»

«Non lavavo i piatti. Riordinavo le stanze, facevo i letti, aiutavo la signora a portare la spesa. Aveva quattro figli. Questo il primo anno, dopo ho badato soltanto ai bambini. Ma ho cambiato famiglia, anche due famiglie nella stessa stagione… Mi piaceva. Durante il pomeriggio lavoravo e al mattino frequentavo i corsi di inglese alla British. È così che ho imparato». Se avessi voluto, con un corso di specializzazione avrei potuto fare la traduttrice simultanea nelle conferenze. Ma non mi interessava.

Attraverso Lorenzo ho conosciuto Angie e Luciana. Mi assegnavano piccoli servizi di economia domestica, recupero di materiale e di notizie.

«Hai un computer?» mi hanno chiesto al primo colloquio. Ho risposto di sì con orgoglio. «Puoi spedirci il pezzo per domattina?» Potevo. «Puoi andare con il fotografo…» Se era di pomeriggio, andavo. Così ho iniziato a lavorare.

«Sei laureata?» Greg ride, perché in America le donne laureate si danno molte arie.

«Anche da noi».

«Tu, no. In cosa sei laureata?»

«In Economia e Management».

«Una laurea da uomini».

«Io…» Mi fermo. Cerco una risposta. Eccola: «Io sono un uomo di sesso femminile».

«Sei che cosa?» Ride a bocca larga, si toglie gli occhiali e si stropiccia gli occhi. Non so che cosa ci sia di tanto divertente, ma ride e tossisce.

«Una donna senza titolo» dico. «E non ti strozzare… Che cosa ci trovi da ridere?»

«Perché tu… tu sei un fenomeno».

A Greg sembro un fenomeno, ma non sembro una donna.

Forse Lorenzo mi giudicava una donna, al principio.

Quando ho discusso la tesi, Lorenzo era in aula. È stato il primo a congratularsi con me, dopo i professori che mi avevano esaminato. Nel cortile, fuori dall’aula, c’era mio padre.

Mi ha abbracciato asciugandosi gli occhi.

«C’ero anch’io… Non ho capito niente, sentivo poco… ma i professori facevano sempre di sì con la testa, capivo che stavi facendo un figurone… Brava, sai? Accidenti, che laurea… e sei mia figlia, capisci? Un camionista, e una figlia con la laurea. Al cento per cento… come si dice? Accidenti, se sono orgoglioso. Anche di me, sai?»

Lorenzo ci guarda. Mio padre gli fa un cenno con il capo. «È Lorenzo» ho detto.

«Era in aula, l’ho visto. Ho capito, sai?» Gli ha voltato le spalle. «Quando ti sposi?»

«No, no… abbiamo tempo…»

«Io, no. Ma tu sei una signorina… Insomma, quando ti sposi me lo dici, vero?» Gioca con un pacchetto che sparisce nella sua mano. «Questo è per te» dice. «Sai, non è molto, ma ho pensato… Insomma, aprilo, guarda». È un orologio da polso. «Ti piace? Non è d’oro, ma è di marca… Ti piace?»

«Sì, papà, grazie. Ne avevo bisogno. Questo…» Mi tolgo il mio Swatch da poco. «È vecchio, funziona male». Non è vero, ma devo dargli questa soddisfazione. Lascio che mi allacci al polso l’orologio nuovo. «È bello. Grazie». È bello, un po’ maschile, con il bracciale d’acciaio come piace a me.

«È stata lei a sceglierlo. Lo ha visto sulla rivista dove lavori al braccio di un’attrice famosa. Una pubblicità, e l’ha cercato. Se era sulla tua rivista, che è una rivista di lusso, voleva dire che andava bene, così ha detto. Davvero ti piace?»

«Sì, papà. Davvero. Conosci la rivista alla quale collaboro?» Sono stupita, non ne abbiamo mai parlato.

«Certo, eccome. La compera ogni mese, legge il tuo pezzo e poi me lo lascia aperto sul tavolo, con gli occhiali. Già, tu non la conosci. Una brava donna, davvero. Sono stato fortunato con lei».

«Avete figli?»

«No». Sembra scandalizzato. «No, gliel’ho detto subito. Io una figlia ce l’ho. Solo quella. E lei ha detto di sì, si è sacrificata. Una brava donna. E tua madre? Sai niente di lei?»

«Sì, vive in Argentina e ha tre figli».

«L’hai vista? Ti scrive?»

«No. La portiera. Credo che si siano parlate». Non gli dirò altro, non vale la pena.

«Non sa che ha una figlia laureata, ma come fa? Affari suoi, è sempre stata strana… Senti, io ora… noi abbiamo comperato una casetta in Liguria. L’abbiamo intestata a un suo nipote, figlio di sua sorella, con l’usufrutto. Tu una casa ce l’hai, e lei mi ha aiutato tanto… Dirigente postale, una pensione governativa, altro che la mia! Ma adesso stiamo bene, è là che andiamo a vivere. Senti… questo è il mio indirizzo… il telefono, ho anche un cellulare… Se ti sposi, mi chiami, hai capito? Brava, sai? Brava, la mia zuccona! E se vuoi venire in campagna, sai dove mi trovo. Sono tuo padre, hai capito?»

Ho capito. Lo abbraccio di nuovo. «Grazie. Grazie di tutto».

«Ora ho finito. Ora sono tranquillo. Ti ho portato alla laurea, ora devi pensarci tu. Che lavoro farai?»

«Credo che continuerò con la rivista. Mi piace. Ora mi assumono, ho fatto anche gli esami di giornalismo».

«Che mestiere è?» Sembra deluso. «Con la tua laurea puoi dirigere un’impresa, magari governativa, non sai come li trattano… Pensaci, non fare sciocchezze. Hai capito?»

Ho capito, ma non l’ho ascoltato.

Con Lorenzo siamo andati in redazione: spumante e un vassoio di paste per tutti. Applaudono, mi abbracciano. Luciana piange. Angie ha un regalo per me, e tutta la redazione si è tassata per comperarmi una pianta che è vicina al mio tavolo.

«Lavorerai qui, ti piace?»

Sì, mi piace. Sono felice, commossa. E finalmente mi rendo conto che l’università è finita e che io sono libera. Abbraccio Lorenzo e scoppio a piangere. È la tensione.

Mentre raccontavo a Greg queste cose, mi commuovevo. Era la ragazza di allora che mi commuoveva, la sua ansia di riconoscersi.

Greg mi aveva ascoltata in silenzio, senza ridere.

Nelle sue lettere ora mi scrive di quella sera, del mio racconto e di quanto le mie parole lo abbiano emozionato. Mi parla di me, di come stavamo insieme. Non dice di essere innamorato. Non mi scrive di sua moglie, penso che ormai abbiano divorziato. Non so dove vive. Gli rispondo su Internet, al suo sito: poche parole, mai sentimentali. Temo che qualcuno possa leggere i miei messaggi e non voglio creargli problemi. Se potessi, gli scriverei di tornare.

Mi manca. Mi manca il profumo della sua colonia discreta che rimaneva in casa, quando se ne andava. Montale, Mozart, il profumo del dopobarba, l’odore del tabacco delle sue sigarette americane. L’odore di cuoio dei suoi stivali, della sua giacca con le frange.

Lui usciva, chiudevo la porta alle sue spalle, e tutto questo restava con me. Non ero sola. Durante le settimane del suo soggiorno in Italia non mi sono mai sentita sola.

A letto sono sola. Cerco di immaginarlo accanto a me, in questo letto.

Chiudo gli occhi. In questo letto, accanto a me, vedo Malina. Le sue mani, sul mio corpo. Cerco sul cuscino il suo profumo di caprifoglio. La sua voce.

Le mani, sul mio corpo.

Le mani di Malina.

Il mio corpo risponde alle mie mani.

Malina. Un urlo, una fitta dietro la nuca, il respiro torna normale: e il sogno si dilegua.

In questo letto sono sola.

21

È nata la bambina di Norma. La partecipazione è arrivata da tre settimane, con la cicogna e il fagottino rosa nel becco, accanto al nome: Malina. L’ha chiamata Malina.

In farmacia acquisto uno di quegli oggetti di cui sembra che i neonati non possano fare a meno.

«Un pacchetto regalo?»

«Sì, per favore. È una bambina».

La casa è lì, ancora la stessa casa. C’è un albero, sul marciapiede, un po’ spostato rispetto al portone. Sono sicura che sia sempre stato lì, eppure non me ne sono mai accorta. Lo vedo ora, per la prima volta; ha grandi foglie, tra il rosso e il verde. Piccoli fiori bianchi senza profumo. È primavera, e la casa è sempre lì, dove è sempre stata. Dove l’ho ritrovata in estate, in inverno, con il sole e con la pioggia. Senza vederla, per l’ansia di entrare in quel portone di ottone e vetri, di correre verso la sua porta, entrare, stringerla tra le braccia. Amarla. Mille e mille volte. Amarla.

Entro camminando sulla passatoia rossa. Respiro profondamente per non inciampare nei miei piedi.

Il portiere mi riconosce e mi saluta. Mi fa il viso lungo, addolorato. Forse vorrebbe dirmi qualcosa, ma io affretto il passo verso le scale. Come allora salgo a piedi, due piani.

Sulla porta ora c’è il nome del marito di Norma. La targhetta lucida è stata cambiata.

Vorrei fermarmi, tornare indietro. Ma la porta si apre, Norma mi ha vista dalla finestra. Mi sta aspettando.

È leggermente ingrassata. Indossa uno dei caftani di Malina e le sta male, la ingolfa: per lei è troppo lungo. Mi bacia sulle guance.

«Come stai?»

«Bene. Ma tu… È andato tutto bene?»

«Sì, sì… entra, avanti. Sai, abbiamo fatto qualche cambiamento».

Nel salotto invece dei cuscini ci sono due divani di pelle bianca e una bergère a fiorami. Il tavolo, in cristallo e legno laccato, con sedie laccate in bianco e oro, è dove Malina apparecchiava il piccolo tavolo quadrato. Per noi due. C’è anche una libreria, con pochi libri e molti ninnoli di porcellana. Sull’ultimo ripiano, due candelieri e una zuppiera al centro, come un altarino. C’è anche una fotografia di Malina, quella che il giornale ha pubblicato nel servizio, in una cornice d’argento.

«Leo ha una fabbrica di mobili… così è più comodo. Ti piace?»

Dico di sì, con un nodo alla gola. Mi mostra i tappeti, veri persiani, di famiglia.

«Andate d’accordo?» Perché mi interessa?

«Sì, è molto buono… La sua famiglia mi adora, forse pensavano che non si sarebbe mai sposato. Non è bello… ha anche un difetto all’udito, è sordo da un orecchio, da bambino, un tuffo. Porta l’apparecchio, ma non si vede… Guarda che cosa mi hanno regalato, quando è nata la bambina». Mi mostra la mano sinistra: per quello che capisco, il brillante è considerevole. «Questa è la nostra camera». Un letto di legno massiccio con baldacchino e tende di pizzo. Una toilette con specchi, bottiglie e altri pizzi. Il televisore in un angolo. Una pianta che arriva al soffitto. «La serra e il bagno li abbiamo lasciati com’erano, vuoi vederli?» Rispondo di no con tale energia che Norma mi guarda sorpresa. «Ci pensi ancora?»

«Ma no».

«La bambina… vieni, ha la sua cameretta, è carina». La bambina o la camera? È il salottino dove Malina riceveva i pazienti. Pareti, tende, mobili: tutto rosa, come la culla. La bambina è grassottella, dorme. Non saprei dire se è bella, non ho esperienza di neonati. Una ragazza, che era seduta in un angolo con un lavoro a maglia tra le mani, si è alzata. «Lei è Silvana, mi aiuta con la bambina… La sua tata: hanno voluto che non mi stancassi». Ci sorridiamo. «Vieni, andiamo in salotto. Marghe ci ha preparato il tè».

Marghe è la cameriera, viene la mattina e se ne va dopo cena. «Mi viziano» dice ancora Norma.

Il tè è pronto sul tavolino in mezzo alle poltrone, nella teiera d’argento con tazze di porcellana. Marghe in divisa blu e grembiulino bianco inamidato ci serve in silenzio. Anche noi non riusciamo a parlare. Quando esce dalla stanza, Norma soffia tra le labbra come se avesse trattenuto il respiro.

«Questa era la cameriera di Leo, a casa sua. Viene da noi, ma non è contenta. È gelosa di me, forse avrebbe voluto sposarlo lei… Pasticci, forse ci è andata anche a letto. Chi se ne frega, ora è qui e Leo la fa filare».

«Andate d’accordo?» Sorrido con aria materna. «Fai la brava, ora?»

«Sì, mi conviene. E poi… quello che volevo, ora ce l’ho. Se Malina fosse ancora viva, non so, forse non mi avrebbe mai lasciata in pace. Ma è morta, me la sono tolta dalla testa. Quello che ho mi piace… anche il parto, niente di speciale. Vuole un maschio, va bene. Tra un anno, due… vedremo di fare il maschio. Intanto ho un conto in banca, mando soldi a casa mia… Non mi manca niente. Anche una pelliccia di zibellino, era di mia suocera e l’ha data a me. Nuova. Lui mi adora, dovresti vederlo».

Non so perché ma tutto quello che dice mi irrita. Ho il desiderio di farle del male, di offenderla. «Il caftano di Malina ti sta male, è troppo lungo per te» dico. Rifiuto i biscotti fatti in casa da Marghe e anche un’altra tazza di tè. «Accorcialo».

«L’ho messo oggi per te». Ride. Non ha più problemi, ma è ancora sciocca. «Non sai quanti ne aveva, un armadio pieno. Ho tenuto i più belli, gli altri li ho dati a un mercatino dell’usato… me li hanno anche pagati. Cuscini, tende, mobili… Una casa piena di cianfrusaglie. Anzi, aspetta… c’è una cosa che voglio darti, l’ho tenuta… aspetta che mi ricordo dove l’ho nascosta». Fruga in un mobile finto Ottocento a ribaltina, che non avevo notato. «Era qui, sono sicura».

«Lascia stare, non importa». Mi alzo e guardo l’ora. «Devo andare, un’altra volta».