II.
Così ci abituammo: Matrjona a me ed io a lei, e si viveva con dimestichezza. Essa non mi infastidiva con domande. Era tanto priva di curiosità donnesca oppure c’era in lei tanta delicatezza che non mi aveva mai chiesto se ero sposato. Tutte le donne di Tal’novo la importunavano per sapere di me. Lei rispondeva:
— Se vi fa di bisogno, chiedeteglielo voi. Io so soltanto che viene di lontano.
E quando in seguito io stesso le dissi che avevo trascorso molto tempo in prigione, essa si limitò ad annuire col capo, in silenzio, come se lo avesse sospettato anche prima.
Anch’io vedevo la Matrjona d’allora, una povera vecchia smarrita, e non riaprivo il suo passato, e non sospettavo neppure che in esso ci fosse alcunché da cercare.
Sapevo che Matrjona s’era sposata ancor prima della rivoluzione, e subito era entrata in quell’isba dove adesso abitavamo, e subito s’era messa a sfaccendare in cucina (cioè non erano vive né la suocera, né la cognata maggiore non sposata, e fin dalla prima mattina dopo le nozze Matrjona si mise alla stufa). Sapevo che aveva avuto sei figli e uno dopo l’altro erano morti tutti assai presto sì che mai due erano stati vivi in pari tempo. Poi c’era stata una figlia adottiva, Kira. Il marito di Matrjona non era ritornato dall’ultima guerra. Non c’era stato neppure l’annuncio della morte. I compaesani che erano della sua stessa compagnia dicevano che era stato fatto prigioniero o che era morto, ma non se n’era trovato il corpo. Negli otto anni successivi alla guerra anche Matrjona s’era convinta che lui non era più vivo. Ed era bene che pensasse così. Anche se fosse stato vivo, si sarebbe trovato in qualche parte del Brasile o dell’Australia, sposato. E il villaggio di Tal’novo e la lingua russa si sarebbero cancellati dalla sua memoria…
Una volta, tornando dalla scuola, trovai nella nostra isba un ospite. Un vecchio alto, nero di pelo, era seduto, il berretto sulle ginocchia, sopra la seggiola che Matrjona gli aveva messo in mezzo alla stanza, vicino alla stufa olandese. Tutto il suo volto era coperto di folti peli neri, non tocchi quasi dalla canizie: con la barba nera, piena si fondevano i baffi folti, neri sì che la bocca si vedeva appena; e le ininterrotte fedine nere, mostrando appena le orecchie, si alzavano verso le nere ciocche che pendevano dal sincipite; e le larghe sopracciglia nere si gettavano come ponti l’una incontro all’altra. E soltanto la fronte trapassava come una calva cupola nel vasto cocuzzolo calvo. Da tutto il sembiante del vecchio traspariva un senso di saggezza e dignità. Sedeva diritto, con le mani incrociate sul bastone, il bastone poggiato a piombo sul pavimento, sedeva in posizione di paziente attesa e si vedeva che chiacchierava poco con Matrjona, indaffarata oltre il tramezzo.
Quando arrivai, voltò pacatamente verso di me la testa maestosa e mi disse all’improvviso:
— Mio caro!… Vi vedo male. Il mio figliolo studia con voi. Grigor’ev Antoška…
Poi avrebbe potuto anche tacere… Nonostante tutto il mio impulso ad aiutare quel venerabile vecchio, sapevo già e respingevo tutte le inutili parole che avrebbe detto adesso. Grigor’ev Antoška era un ragazzotto grasso e rubicondo dell’ottava G, con un muso sazio e soddisfatto come quello di un gatto dopo una scorpacciata. Sembrava che a scuola venisse per riposare, se ne stava seduto dietro il banco e sorrideva pigramente. A casa non faceva mai i compiti. Ma, ciò che più conta, lottando per l’alto grado di rendimento per il quale erano celebri le scuole del nostro distretto, della nostra provincia e delle province vicine, di anno in anno lo promuovevano, e lui capiva benissimo che, per quanto gli insegnanti lo minacciassero, alla fin d’anno lo avrebbero promosso lo stesso e perciò poteva fare a meno di studiare. Ci prendeva semplicemente in giro. Faceva l’ottava, ma non sapeva le frazioni e non distingueva i vari tipi di triangolo. Nei primi trimestri si era trovato preso nella morsa dei miei «due», e la stessa sorte lo attendeva nel terzo.
Ma a questo vecchio semicieco, che di Antoška poteva essere il nonno più che il padre e che era venuto a pregarmi umilmente, come potevo dire adesso che, anno dopo anno, la scuola lo aveva ingannato e che io non potevo più continuare a ingannarlo, altrimenti avrei rovinato tutta la classe, e io stesso sarei diventato un burattino e avrei dovuto sputare su tutto il mio lavoro e la mia qualifica?
Gli andavo spiegando pazientemente che suo figlio era molto indietro negli studi e che a scuola e a casa egli mentiva, che bisognava guardargli più spesso il diario e occuparsi di lui con forza da entrambe le parti.
— Con più forza non si può, — mi assicurò l’ospite. — Lo picchio ogni settimana. E ho la mano pesante, io.
Mentre parlavamo ricordai che una volta anche Matrjona aveva intercesso per Antoška Grigor’ev, ma io non le avevo chiesto se era suo parente e avevo rifiutato. Anche adesso Matrjona stava sulla porta della cucina come una muta supplicante. E quando Faddej Mironovič se ne andò con l’accordo che sarebbe ripassato per avere notizie, io chiesi:
— Non capisco, Matrjona Vasil’evna, che parente è per voi Antoška?
— Figlio di mio cognato, — rispose Matrjona asciuttamente e andò a mungere la capra.
Compresi che quel vecchio nero e insistente era il fratello di suo marito disperso.
Trascorse una lunga serata e Matrjona non ritornò più sull’argomento. Soltanto a sera tarda, quando m’ero dimenticato del vecchio e lavoravo nel silenzio dell’isba tra il fruscio degli scarafaggi e il tic-tac della pendola, Matrjona a un tratto disse dal suo angolo buio:
— Io, Ignatič, per poco, un tempo, non l’ho sposato.
M’ero dimenticato anche di Matrjona, che era lì, e non la sentivo. Ma con tanto turbamento essa disse quelle parole nel buio, quasi che il vecchio fosse ancora lì a pregarla.
Per tutta la sera Matrjona non doveva aver fatto che pensare a questo.
Si alzò dal suo misero giaciglio di stracci e avanzò adagio verso di me, come se seguisse le sue proprie parole. Io mi gettai indietro e per la prima volta vidi Matrjona in un modo del tutto nuovo.
La nostra stanza, ingombra di un bosco di ficus, non aveva luce centrale. La lampada da tavolo illuminava soltanto i miei quaderni e, diffusa per tutta la stanza, agli occhi staccatisi dalla luce appariva una penombra con una sfumatura rosata. Da essa emergeva Matrjona. E le sue guance non mi sembravano gialle, come sempre, ma anch’esse rosate.
— Si fidanzò con me per primo… prima di Efim… Era il suo fratello maggiore… Io avevo diciannove anni, Faddej ventitre… Allora vivevano in questa casa. Era la loro casa. Costruita da loro padre.
Senza volerlo mi guardai intorno. Quella vecchia casa grigia e mezzo fradicia d’un tratto, attraverso la pelle verde slavato della tappezzeria, sotto la quale correvano i topi, mi si presentò con le giovani travi piallate non ancora scurite dal tempo e l’odore gaio della pece.
— E voi…? E allora?…
— Quell’estate… andavamo nel bosco, — sussurrò essa. — Dove adesso ci sono le stalle dei cavalli c’era un bosco, poi l’hanno tagliato… Per poco non mi sposai, Ignatič. Poi cominciò la guerra coi tedeschi. Faddej fu richiamato.
Disse questo e mi s’accese dinanzi azzurro, bianco e giallo il luglio del quattordici: un cielo ancora pacifico, le nubi fluttuanti e la gente infervorata a raccogliere le messi mature. Me li immaginavo accanto: un gigante nero come la pece, con la falce sulla spalla e lei, rubiconda, che abbraccia un covone. E un canto, un canto sotto il cielo, di quelli che adesso, con le macchine, non si cantano più.
— Andò in guerra e scomparve. Per tre anni vissi tutta chiusa in me e aspettai. Non una notizia…
Avvolto da uno stinto fazzoletto da vecchia, mi guardava, nei morbidi, indiretti riflessi della lampada, il volto rotondo di Matrjona — come liberato dalle rughe, dal trascurato vestito quotidiano — spaventato, verginale, davanti alla scelta terribile.
Sì. Sì… Capivo… Cadevano le foglie, scendeva la neve, e poi si scioglieva. Di nuovo aravano, di nuovo seminavano, di nuovo mietevano. E di nuovo cadevano le foglie, e di nuovo scendeva la neve. Una rivoluzione. Un’altra rivoluzione. E il mondo intero si capovolse.
— La loro madre morì e Efim si fidanzò con me. Volevi venire nella nostra isba, diceva, e vienici. Efim aveva un anno meno di me. Da noi si dice: la furba si sposa dopo l’Intercessione, la stupida dopo san Pietro. Avevano bisogno di braccia. Dissi di sì… A san Pietro ci sposammo, a san Nicola tornò Faddej… dall’Ungheria, dov’era prigioniero.
Matrjona chiuse gli occhi.
Io tacevo.
Si voltò verso la porta come verso una cosa viva:
— Stava lì sulla soglia. Come gridavo! Mi gettai ai suoi piedi! Non si poteva fare niente… Se non fosse mio fratello, dice lui, vi ammazzerei tutti e due!
Sussultai. Quel suo spasimo o paura mi faceva immaginare al vivo Faddej ritto, lì, sulla porta buia, mentre alzava la scure sopra Matrjona.
Ma essa si calmò, si appoggiò alla spalliera della seggiola che aveva davanti e riprese a raccontare, cantilenando:
— Ohi, ohi, ohi, povera anima! Quante ragazze da marito c’erano nel villaggio, ma lui non prendeva moglie. Disse: cercherò una col tuo nome, una seconda Matrjona. E da Lipovka si portò una Matrjona, si costruì un’isba separata, dove ci abitano ancora adesso. Tu ogni giorno ci passi vicino, quando vai alla scuola.
Ecco che cos’era successo! Adesso capii di aver visto più volte quella seconda Matrjona. Non mi piaceva: veniva sempre dalla mia Matrjona a lagnarsi che il marito la picchiava e che era un avaraccio e che la sfruttava a sangue, e piangeva a lungo e la sua voce era sempre piena di lacrime.
Ma risultava che la mia Matrjona non aveva proprio di che rammaricarsi: Faddej picchiava la sua Matrjona tutta la vita e teneva la casa in un pugno di ferro.
— Lui non mi picchiò nemmeno una volta, — raccontava di Efim. — In strada correva a fare a pugni con gli uomini, ma me nemmeno una volta… Cioè una volta sì: avevo litigato con la cognata e lui mi spaccò un cucchiaio di legno in fronte. Saltai su da dietro il tavolo: «Che vi vada il boccone di traverso, parassiti!» E andai nel bosco. Non mi toccò più.
Neanche Faddej aveva di che rammaricarsi: la seconda Matrjona gli aveva partorito sei figli (tra i quali Antoška, il più piccolo, il mio scolaro) ed erano tutti in vita, mentre i figli di Matrjona e Efim non erano sopravvissuti: erano morti tutti prima dei tre mesi, senza che avessero una malattia.
— Una figlia soltanto, Elena, venne al mondo, la lavammo ch’era viva e subito morì. Così non si dovette lavarla da morta… Lo sposalizio fu il giorno di san Pietro e a san Pietro sotterrammo il sesto bambino, Aleksandr.
E tutto il paese decise che Matrjona aveva il malocchio.
— Ho il malocchio, io! — diceva anche adesso Matrjona con convinzione. — Mi portarono una volta da una ex monaca a curarmi, mi fece venire la tosse e aspettava che il malocchio mi saltasse fuori come una rana. Invece niente…
E gli anni passarono come acqua che corre… Nel quarantuno non richiamarono Faddej perché era cieco, ma richiamarono Efim. E come era successo al fratello maggiore durante la prima guerra, nella seconda scomparve senza notizia quello minore. Ma questo non tornò più. Marciva e invecchiava l’isba un tempo rumorosa e adesso deserta, e in essa invecchiava la derelitta Matrjona.
Ed essa chiese allora alla seconda, avvilita Matrjona — particella del suo grembo (o sangue di Faddej?) — la loro figlia minore Kira.
L’aveva allevata dieci anni come sua, in luogo dei suoi figli che erano morti. E poco prima che arrivassi l’aveva data in sposa a un giovane macchinista di Cerasti. Solo di lì le veniva aiuto: a volte dello zucchero, a volte del lardo, quando ammazzavano il maiale.
Soffrendo dei suoi mali e sentendo la morte vicina, Matrjona espresse la sua volontà: dopo la sua morte le travi della dipendenza connessa sotto un unico tetto con l’isba toccavano in eredità a Kira. Dell’isba non disse nulla. Anche le tre sorelle ci avevano messo gli occhi addosso.
Quella sera Matrjona mi si palesò tutta. E, come succede, il nesso e il senso della sua vita, che mi erano appena divenuti visibili, in quegli stessi giorni si misero in movimento. Da Cerasti venne Kira, il vecchio Faddej s’impensierì: a Cerasti per ottenere e conservare l’appezzamento di terra i giovani sposi dovevano costruire qualcosa. La dipendenza di Matrjona era proprio quello che ci voleva. Altro non si poteva costruire, il legname non si trovava da nessuna parte. E non tanto Kira e suo marito, quanto il vecchio Faddej s’era messo in testa di prendersi quell’appezzamento a Cerasti.
Allora cominciò a venire sovente da noi, venne una volta, poi un’altra, con Matrjona parlava in tono ammonitore ed esigeva che essa desse la dipendenza adesso, mentre era ancora in vita. Durante queste visite Faddej non mi sembrò uno di quei vegliardi, curvi sul bastone, che crollano al primo colpo o alla prima parola brusca. Aggobbito dalla lombaggine, ma pur sempre prestante, a più di sessant’anni padrone ancora d’una capigliatura d’un nero denso e giovane, egli sapeva insistere con fervore.
Matrjona non dormì per due notti. Non era facile per lei decidersi. Non le rincresceva della dipendenza che stava lì senza far nulla, come in generale a Matrjona non rincresceva né del lavoro né della roba sua. E poi la dipendenza l’aveva lasciata ugualmente in eredità a Kira. Ma l’atterriva l’idea di cominciare a distruggere il tetto sotto il quale era vissuta quarant’anni. Anch’io, pigionale, provavo un senso di dolore al pensiero che avrebbero cominciato a togliere le assi e a svellere le travi della casa. E per Matrjona questo era la fine di tutta la sua vita.
Ma chi insisteva sapeva che la sua casa poteva essere sfatta anche durante la sua vita.
E Faddej venne coi figli e i generi un mattino di febbraio e cinque scuri si misero a battere, stridevano e scricchiolavano le assi strappate. Gli occhi di Faddej avevano un solerte luccichio. Benché la sua schiena non si raddrizzasse tutta, egli si arrampicava con agilità anche sotto le capriate e s’affaccendava in basso vivamente, dando sulla voce agli aiutanti. Quell’isba l’aveva costruita lui, quand’era un giovanotto, insieme col padre; la dipendenza l’avevano fatta per lui, il figlio maggiore, affinché vi si stabilisse con la moglie. E adesso la sfaceva pezzo per pezzo, furiosamente, per portarla via da quella corte estranea.
Dopo aver contrassegnato con delle cifre le teste delle travi e le assi del soffitto, la dipendenza fu disfatta con la cantina e l’isba con l’andito accorciato fu chiusa con una parete d’assi provvisoria. Nella parete lasciarono delle fessure, e tutto indicava che chi aveva distrutto non sapeva costruire e non supponeva che Matrjona sarebbe vissuta lì ancora per molto tempo.
Mentre gli uomini rompevano, le donne preparavano per il giorno del trasporto la vodka clandestina: la vodka vera sarebbe costata troppo. Kira aveva portato dalla provincia di Mosca un pud di zucchero, Matrjona Vasil’evna col favor della notte portò lo zucchero e i bottiglioni al distillatore.
Quando le travi furono accatastate davanti al portone, il cognato macchinista andò a Čerusti a prendere il trattore.
Ma quel giorno scoppiò la tormenta. Essa infuriò e mulinò due giorni interi e coprì la strada sotto immani mucchi di neve. Poi, appena la strada cominciò ad essere battuta da qualche autocarro, di colpo la temperatura salì, in un sol giorno la neve dimoiò, ci furono nebbie umide, gorgogliavano i ruscelli che si erano aperti una via nella neve, e la gamba nello stivale sprofondava nel fango fino al ginocchio.
Per due settimane il trattore non potè trasportare la dipendenza disfatta! In queste due settimane Matrjona andò come smarrita. Provava pena soprattutto perché erano venute le sue tre sorelle, le avevano detto concordemente che era una stupida a dare la dipendenza e, dopo aver dichiarato che non volevano più vederla, se ne erano andate.
In quegli stessi giorni il gatto zoppo sparì di casa e non ritornò più. Una disgrazia dopo l’altra. Anche questo depresse Matrjona.
Finalmente la strada dimoiata fu presa dal gelo. Venne una giornata di sole e l’animo si rallegrò. Matrjona fece un bel sogno la notte prima. Al mattino seppe che volevo fotografare una donna seduta a un vecchio telaio (ve n’erano ancora in due isbe e vi tessevano rozze stuoie), e sorrise timidamente:
— Aspetta un paio di giorni, Ignatic. Mando via la dipendenza e poi prendo il mio telaio, che è ancora intatto, e allora mi fai la fotografia. Sul serio!
L’attraeva l’idea di farsi fotografare all’antica. Il sole rosso e gelido inondava d’una luce lievemente rosata la finestrella ghiacciata dell’antiporto, adesso accorciato, e il riverbero scaldava il volto di Matrjona. Ha sempre il volto buono chi è in pace con la propria coscienza.
Innanzi il crepuscolo, tornando da scuola, vidi del movimento presso la nostra casa. Una grossa slitta nuova da trattore era già carica di travi, ma molte non vi avevano ancora trovato posto e la famiglia del vecchio Faddej e gli uomini invitati ad aiutare finirono per farne un’altra, improvvisata. Tutti lavoravano come forsennati, con l’accanimento che si dimostra quando c’è odore di molto denaro o si aspetta un lauto trattamento. Si davano sulla voce l’un l’altro, disputavano.
La disputa verteva sul traino delle slitte: separatamente o assieme? Un figlio di Faddej, uno zoppo, e il genero macchinista spiegavano che non si poteva trainare tutt’e due le slitte in una sola volta, il trattore non ce l’avrebbe fatta. Il trattorista, invece, un marcantonio presuntuoso, grosso di faccia, diceva con voce rauca che il guidatore era lui e le cose le sapeva meglio e avrebbe trainato le slitte insieme. Il suo calcolo era chiaro: secondo il contratto il macchinista gli pagava il trasporto della dipendenza, ma non i viaggi. Due viaggi in una notte — ognuno di venticinque chilometri, più un ritorno — non li avrebbe mai fatti. E al mattino doveva essere col trattore alla rimessa donde lo aveva preso di straforo per quel lavoro extra.
Il vecchio Faddej non ne poteva più dalla voglia di portarsi via quel giorno tutta la dipendenza, e fece cenno ai suoi di cedere. La seconda slitta, messa insieme in fretta e furia, venne attaccata all’altra, robusta.
Matrjona correva in mezzo agli uomini, si dava da fare e aiutava a rotolare le travi sulla slitta. Notai allora che essa indossava il mio giaccone imbottito e aveva già imbrattato le maniche col fango diaccio delle travi, e glielo dissi, malcontento. Quel giaccone per me era un ricordo, mi aveva scaldato negli anni duri.
Era la prima volta che m’arrabbiavo con Matrjona Vasil’evna.
— Ohi, ohi, ohi, povera anima! — disse, interdetta. — L’ho preso di corsa e m’ero scordata che è tuo. Scusa, Ignatič —. Si tolse il giaccone e lo appese ad asciugare.
Finirono di caricare, e tutti quelli che avevano lavorato, una decina d’uomini, passarono vicino al mio tavolo strepitando, e si tuffarono sotto la tenda dentro la cucina. Di lì giunse un sordo batter di bicchieri, a volte il tintinnare d’un bottiglione, e le voci diventavano sempre più forti e le spacconate più aggressive. Più di tutti smargiassava il trattorista. Un odore greve d’alcool fluì sino a me. Ma bevvero per poco: il buio li costringeva ad affrettarsi. Cominciarono a uscire. Soddisfatto, con un volto feroce, uscì il trattorista. Ad accompagnare le slitte fino a Čerusti andarono il genero macchinista, il figlio zoppo di Faddej e ancora un nipote. Gli altri si dispersero per le case. Faddej, agitando il bastone, rincorreva qualcuno, s’affrettava a spiegare qualcosa. Il figlio zoppo si trattenne presso il mio tavolo per accendere la sigaretta e d’un tratto disse che voleva bene alla zia Matrjona, e che lui si era sposato da poco e gli era nato un figlio appena appena. Lo chiamarono e uscì. Oltre la finestra si mise a ringhiare il trattore.
Ultima saltò in fretta da dietro il tramezzo Matrjona. Scuoteva preoccupata la testa dietro quelli ch’erano usciti. Si era infilato il giaccone e gettato addosso lo scialle. Sulla porta mi disse:
— Perché non ne hanno presi due? Se un trattore non ce la faceva, l’altro l’avrebbe aiutato. Adesso cosa succederà, lo sa solo Dio!…
E corse via dietro agli altri.
Dopo la bevuta, le dispute e l’andirivieni, l’isba, raffreddata dal frequente aprirsi della porta, assunse un’aria particolarmente tranquilla e abbandonata. Oltre le finestre era già buio fondo. Mi infilai anch’io il giaccone e mi misi a correggere i quaderni. Il trattore s’era taciuto in lontananza.
Passò un’ora, poi un’altra. E un’altra ancora. Matrjona non tornava, ma io non mi stupivo: dopo aver accompagnato le slitte, doveva essere andata dalla sua Maša.
Passò un’altr’ora. E un’altra. Non soltanto il buio, ma un silenzio fondo era sceso sul villaggio. Non potevo capire allora perché ci fosse quel silenzio: perché, risultò poi, per tutta la sera neppure un treno era passato sulla linea a mezza versta da noi. La mia radio taceva, ed io notai che i topi ruzzavano come mai: sempre più impudenti, sempre più chiassosi correvano sotto la tappezzeria, raspando e squittendo.
Mi destai. Era mezzanotte passata, e Matrjona non tornava.
D’un tratto udii delle voci alte nel villaggio. Erano ancora lontane, ma qualcosa mi fece pensare che venivano da noi. E davvero, di lì a poco una brusca bussata echeggiò dal portone. Una voce estranea, imperiosa gridava che aprissero. Uscii con la lampadina elettrica nell’oscurità fitta. Il villaggio dormiva tutto, le finestre non erano illuminate e la neve nell’ultima settimana s’era squagliata e neppure essa riluceva più. Girai il rampino inferiore e aprii. Verso l’isba avanzarono quattro uomini incappottati. Fa una bruttissima impressione quando di notte viene da te, parlando forte, gente incappottata.
Alla luce vidi però che due indossavano il cappotto dei ferrovieri. Il più vecchio, un uomo grasso, con una faccia come quella del trattorista, chiese:
— Dov’è la padrona?
— Non so.
— Il trattore con le slitte è partito di qui?
— Sì.
— Hanno bevuto prima di andare via?
Tutti e quattro strizzavano gli occhi, guardando intorno nella penombra della lampada da tavolo. Credetti che avessero arrestato o volessero arrestare qualcuno.
— Ma cosa è successo?
— Rispondete alle domande!
— Ma…
— Erano ubriachi quando sono andati via?
— Hanno bevuto qui?
Avevano ammazzato qualcuno? Oppure era proibito trasportare la dipendenza? Insistevano molto con me. Ma una cosa era chiara: che per l’alcool clandestino potevano metter dentro Matrjona.
Indietreggiai verso l’uscio della cucina e lo sbarrai con la mia persona.
— Non ho notato. Non si vedeva nulla.
(E davvero, non avevo visto nulla, ma solo sentito).
E con un gesto smarrito indicai l’ambiente dell’isba: la placida luce della lampada sopra i libri e i quaderni; la massa dei ficus spaventati; la severa branda da eremita. Non c’era traccia di gozzoviglia.
Anche loro avevano già notato con dispetto che lì non c’era stata baldoria alcuna. E si girarono verso l’uscita, dicendo tra loro che, allora, la sbronza non se l’erano presa in quell’isba, ma che sarebbe stato bene dire che s’erano sbronzati. Li accompagnai e cercai di sapere che cosa fosse successo. E solo sul cancelletto uno brontolò:
— Li ha fatti a pezzi tutti. Chi li mette assieme più, adesso?
E un altro aggiunse:
— Ma questo è niente. Per poco il diretto numero ventuno non è deragliato. Allora sì!
E se ne andarono in fretta.
Tornai nell’isba, sbalordito. Chi era stato fatto a pezzi? E Matrjona dov’era?
Scostai la tenda ed andai in cucina. Il puzzo dell’alcool mi colpì. Era un’inerte ecatombe d’oggetti: sgabelli ammucchiati e una panca, bottiglie vuote rovesciate e una non finita, bicchieri, un’aringa lasciata a metà, cipolle e del lardo tagliuzzato.
Tutto era morto. E soltanto gli scarafaggi si muovevano tranquillamente sul campo di battaglia.
Avevano detto qualcosa del diretto numero ventuno. Perché?… Forse bisognava mostrare loro tutto? Cominciavo già a dubitare. Ma che cos’era quella maniera maledetta di non dare una spiegazione a chi non fosse un funzionario?
Ad un tratto cigolò il nostro cancelletto. Uscii in fretta nell’andito:
— Matrjona Vasil’evna?
La porta che dava sul cortile si apri. Barcollando, stringendosi le mani, entrò la sua amica Maša:
— Matrjona… la nostra Matrjona, Ignatič…
La feci sedere e, tra le lacrime, essa raccontò.
Al passaggio a livello c’era una montagnola con un imbocco ripido. Le sbarre mancavano. Il trattore era passato con la prima slitta, ma il cavo si era rotto, e la seconda slitta, quella fatta coi mezzi propri, era rimasta incagliata sulle rotaie e aveva cominciato a sfasciarsi: per la seconda slitta Faddej non aveva dato legno buono. Dopo aver tirato un po’ la prima slitta, tornarono a prendere la seconda; aggiustavano il cavo il trattorista e il figlio di Faddej, lo zoppo, e lì, tra il trattore e la slitta, andò a finire anche Matrjona. Di che aiuto poteva essere agli uomini? Si immischiava eternamente nelle faccende maschili. Una volta un cavallo per poco non l’aveva buttata nel lago, in un buco aperto nel ghiaccio per attingere l’acqua. Perché poi era andata a quel passaggio a livello maledetto? Aveva dato la roba ed era a posto col debito… Il macchinista guardava sempre che da Cerasti non sopraggiungesse il treno, i suoi fanali si sarebbero visti di lontano, ma dall’altra parte, dalla nostra stazione, avanzavano due locomotive agganciate: facevano marcia indietro e non avevano fanali. Perché non avessero fanali non si sa, ma quando la locomotiva fa marcia indietro, al macchinista dal tender si sparge negli occhi la polvere di carbone e la visibilità è cattiva. Le locomotive piombarono addosso ai tre che si trovavano tra il trattore e la slitta e li schiacciarono. Il trattore si rovinò, la slitta andò in schegge, le rotaie si impennarono e le locomotive si rovesciarono entrambe su un fianco.
— Ma come hanno fatto a non sentire le locomotive?
— Il trattore col motore acceso urlava.
— E i cadaveri?
— Non ci si può avvicinare. Li hanno piantonati.
— Ho sentito parlare del diretto… Non è successo qualcosa?…
— Il diretto delle dieci attraversa la nostra stazione senza fermarsi e fila nella direzione del passaggio a livello. Ma quando le locomotive si sono rovesciate, i due macchinisti sono usciti salvi, sono saltati giù e sono corsi indietro, agitando le braccia, sulle rotaie, e hanno fatto in tempo a fermare il treno… Anche il nipote è rimasto stroppiato da una trave. Adesso s’è nascosto da Klavka perché non si sappia che al passaggio a livello c’era anche lui. Sennò lo tirano in ballo come testimone!… Chi non sa le cose dorme sulla stufa, e chi le sa lo tirano con la fune… Il marito di Kira non s’è fatto un graffio. Voleva impiccarsi e l’hanno tolto dal cappio. Per colpa mia, dice, sono morti la zia e il fratello. Adesso è andato da solo a denunziarsi. Ma mica in prigione lo mettono: al manicomio. Ah, Matrjona, Matrjonuska!…
Matrjona non c’era più. Era stata uccisa, quella cara persona. E l’ultimo giorno io l’avevo rimproverata per il giaccone.
La donna rossa e gialla del manifesto sorrideva gioiosa.
Zia Maša era ancora seduta e piangeva. Poi si alzò per andare. E d’un tratto chiese:
— Ignatič! Tu ricordi… Matrjona aveva una maglia grigia… Lei l’aveva destinata dopo la morte alla mia Tanja, vero?
E mi guardava piena di speranza, nella penombra: possibile che me ne fossi dimenticato?
Ma io ricordai.
— È vero.
— Senti, me la lasci prendere adesso? Al mattino arrivano tutti i parenti, e io non l’avrò più.
E di nuovo mi guardò piena di implorazione e di speranza, la sua semisecolare amica, l’unica che in tutto il paese avesse amato sinceramente Matrjona…
Bisognava fare così.
— Certo… prendete… — confermai.
Essa apri il piccolo baule, prese la maglia, se la infilò sotto la falda della veste e uscì…
I topi erano presi da una sorta di follia e si muovevano scompigliatamente lungo le pareti, e sotto le loro schiene la tappezzeria verde si sollevava in onde quasi visibili.
Al mattino mi attendeva la scuola. Erano le due passate. C’era una via d’uscita: chiudersi a chiave e andare a letto.
Chiudere, perché Matrjona non sarebbe venuta.
Mi misi a letto, senza spegnere la luce. I topi squittivano, gemevano quasi, e correvano, correvano. La mia testa stanca e sconnessa non poteva staccarsi da un affanno involontario: come se Matrjona si agitasse, invisibile, e si congedasse dalla sua isba.
E d’un tratto, nella penombra, vicino alla porta d’ingresso, sulla soglia, mi parve di scorgere il giovane Faddej, nero di pelo, con la scure levata:
— Se non fosse mio fratello, vi ammazzerei tutt’e due!
Per quarant’anni quella sua minaccia era rimasta in un canto, come una vecchia ascia, e aveva colpito tuttavia…
All’alba le donne portarono dal passaggio a livello, su una slitta, sotto un sacco sporco gettato addosso, tutto ciò che era rimasto di Matrjona. Tolsero il sacco per lavare le membra. Era tutta una poltiglia: non c’erano né le gambe, né metà del tronco, né il braccio sinistro. Una donna disse:
— Il Signore le ha lasciato il braccio destro. Lassù pregherà Dio…
E tutta la moltitudine dei ficus, che Matrjona amava tanto che una volta, svegliatasi di notte nel fumo, si era gettata non a salvare l’isba ma a rovesciare i ficus per terra (perché non soffocassero) — i ficus furono portati fuori dell’isba. Pulirono bene il pavimento. Il torbido specchio di Matrjona fu coperto da un ampio asciugamano di vecchia fattura casalinga. Tolsero dalla parete gli inutili manifesti. Smossero il mio tavolo. E vicino alle finestre, sotto le immagini, sopra degli sgabelli deposero la bara messa insieme alla buona.
Nella bara giaceva Matrjona. Un lenzuolo pulito copriva il corpo mancante, deturpato, e la testa era avvolta da un fazzoletto bianco: il volto era rimasto intatto, tranquillo, più vivo che morto.
Quelli del villaggio venivano a guardare. Le donne conducevano anche i bambini piccoli a gettare uno sguardo alla morta. E se cominciava un lamento, tutte le donne, benché fossero entrate nell’isba per una futile curiosità, facevano eco dalla porta e dalle pareti, quasi l’accompagnassero in coro. Gli uomini invece stavano ritti, in silenzio, senza berretto.
Il lamento doveva essere condotto dalle parenti. Nel pianto notai un freddo ordine calcolato, stabilito da tempo immemorabile. Quelle che erano parenti alla lontana si accostavano alla bara per un poco e quando le erano appresso si lamentavano sottovoce. Quelle che si consideravano più prossime alla defunta cominciavano il pianto fin dalla soglia e, quando raggiungevano la bara, si chinavano a lamentarsi sul volto della morta. Ogni lamentatrice aveva la sua melodia originale. Ed esprimeva suoi propri pensieri e sentimenti.
Appresi allora che il pianto sulla defunta non era semplicemente un pianto, ma una sorta di politica. Accorsero le tre sorelle di Matrjona, si presero l’isba, la capra e la stufa, chiusero a chiave il baule, dalla fodera del paltò scucirono i duecento rubli per i funerali, e a tutti i venuti ripetevano che loro erano le uniche parenti di Matrjona. E sulla bara piangevano così:
— Ah, njan‘ka-njan‘ka! Ah, Ijol’ka-ljol’ka! Oh tu nostra unica! Potevi vivere in pace! Ti avremmo carezzata! Ti ha ucciso la tua casa! Ti ha rovinata, maledetta! Perché l’hai disfatta? Perché non ci hai dato retta?
I pianti delle sorelle erano pianti d’accusa contro i parenti del marito: non bisognava forzare Matrjona a disfare la dipendenza. (E il senso riposto era: la dipendenza ve la siete presa, ma l’isba non ve la daremo!)
I parenti del marito — le cognate di Matrjona, le sorelle di Efim e Faddej, e anche varie nipoti — venivano a piangere così:
— Ah, zietta-zietta! Non ti sei riguardata! E loro adesso ce l’hanno con noi! Oh tu nostra amata, la colpa è tutta tua! La casa qui non c’entra. Perché sei andata dove la morte ti aspettava? Nessuno ti aveva chiamata! Sei morta come non pensavi! Perché non ci hai dato retta?
(Da tutti questi lamenti risaltava una risposta: della sua morte non abbiamo colpa; quanto all’isba ne parleremo!)
Ma la «seconda» Matrjona, quella rozza, larga di viso — la Matrjona sostituta che Faddej un tempo si era preso soltanto per il nome — forviava da quella politica e urlava ingenuamente, sgolandosi sulla bara:
— O sorellina mia! Davvero sei arrabbiata con me? Ohi! Noi parlavamo e parlavamo insieme! Perdonami, poveretta! Ohi! Sei andata dalla tua mamma e di certo verrai a prendermi! Ohi!
A questo «ohi» era come se esalasse tutto il suo fiato, e batteva, batteva il petto sulla parete della bara. E quando il suo pianto oltrepassava le norme cerimoniali, le donne, quasi riconoscendo che il pianto era pienamente riuscito, dicevano tutte insieme:
— Smetti! Smetti!
Matrjona smetteva, ma poi cominciava di nuovo e singhiozzava ancor più freneticamente. Si mosse allora da un angolo una vecchia antica e, mettendo a Matrjona una mano sulla spalla, disse severa:
— Al mondo ci sono due misteri: come son nato non ricordo, come morirò non lo so.
E subito Matrjona tacque, e tutte tacquero e si fece un silenzio fondo. Ma anche quella vecchia, che era assai più vecchia di tutte le vecchie lì presenti e sembrava estranea persino a Matrjona, dopo un po’ pianse:
— Oh tu, mia tribolata! Oh tu, mia Vasil’evna! Oh, come sono stanca di accompagnarvi tutte!
E non già secondo il rito, ma con un semplice pianto del nostro secolo, che di lacrime non è povero, singhiozzava l’infelice figlia adottiva di Matrjona, quella Kira di Čerusti per la quale avevano disfatto e trasportato la dipendenza. I suoi riccioli artificiali s’erano arruffati miseramente. Gli occhi erano rossi, come iniettati di sangue. Essa non s’accorgeva che lo scialle le scivolava via, al gelo, oppure si metteva il paltò senza infilare una manica. Fuori di sé, essa andava dalla bara della madre adottiva in una casa alla bara del fratello nell’altra, e si temeva per la sua ragione poiché dovevano processarle il marito.
Risultava che suo marito era colpevole doppiamente: egli non soltanto aveva trasportato la dipendenza, ma era anche un ferroviere, conosceva bene le regole dei passaggi a livello incustoditi e avrebbe dovuto andare alla stazione ad avvertire del passaggio del trattore. Quella notte nel diretto degli Urali la vita d’un migliaio di persone, pacificamente addormentate sulle cuccette nella penombra delle lampadine, avrebbe dovuto spezzarsi. Per l’avidità di pochi uomini: prendere un pezzo di terra o non fare un secondo viaggio col trattore.
Per una casa sulla quale era caduta la maledizione fin da quando le mani di Faddej s’erano levate a disfarla.
Del resto il trattorista era già sfuggito al tribunale degli uomini. E la direzione delle ferrovie era colpevole del fatto che un passaggio a livello frequentato fosse senza custodia e che le due locomotive andassero senza fanali. Per questo in un primo tempo tutti cercarono di gettar la colpa sull’ubriachezza e poi di non dar corso al processo.
Le rotaie e la massicciata erano tanto rovinate che per tre giorni, finché le bare restarono nelle case, i treni non passarono e furono deviati lungo un altro ramo. Tutto il venerdì, il sabato e la domenica — dalla fine dell’inchiesta sino ai funerali — al passaggio a livello si lavorò giorno e notte a riattare la strada. Gli operai gelavano e per scaldarsi e, di notte, per far luce, accendevano dei falò con le assi e le travi gratuite della seconda slitta sparse accanto al passaggio.
La prima slitta invece stava poco discosto, carica, intatta.
E proprio questo fatto — che una slitta aspettasse, allettante, col cavo pronto, e l’altra si potesse ancora strappare dal fuoco — proprio questo tormentò l’animo di Faddej tutto il venerdì e il sabato. Sua figlia era uscita di senno, al genero sovrastava un processo, nella sua propria casa giaceva il figlio da lui ucciso e nella stessa via la donna da lui uccisa, che un tempo egli aveva amato. Faddej solo per poco si trattenne presso le bare, stringendosi la barba. La sua fronte alta era offuscata da un gravoso pensiero, ma il pensiero era: salvare le travi dal fuoco e dalle mene delle sorelle di Matrjona.
Pensando agli abitanti di Tal’novo, compresi che come Faddej ce n’era più d’uno nel villaggio.
Che stranamente la lingua chiama beni, del popolo o miei, i nostri averi. E perderli è ritenuto davanti agli uomini ontoso e sciocco.
Faddej, senza sedersi un momento, si slanciava ora al villaggio ora alla stazione, da un capoccia all’altro, e con la sua schiena piegata, appoggiandosi al bastone, chiedeva a tutti di aver considerazione della sua vecchiezza e di permettere che gli restituissero la dipendenza.
Qualcuno gli diede il permesso. E Faddej radunò i suoi figli, generi e nipoti scampati, si procurò i cavalli al kolchoz e dall’altra parte del passaggio a livello distrutto, per una via indiretta, passando attraverso tre villaggi, trasportò i resti della dipendenza nella propria corte. Finì il lavoro nella notte dal sabato alla domenica.
La domenica mattina ci furono i funerali. Le due bare s’incontrarono nel centro del villaggio, i parenti discussero quale bara dovesse stare davanti. Poi le misero accanto su una slitta larga, la zia e il nipote, e sotto il cielo fosco, sulla crosta di neve ghiacciata di nuovo madida in quel febbraio, trasportarono le salme al camposanto della chiesa, a due villaggi da noi. C’era un tempo ventoso, sconfortante, e il prete e il diacono aspettavano in chiesa e non andarono a Tal’novo incontro al corteo.
Fino al confine del villaggio la gente andò lentamente e cantò in coro. Poi restò indietro.
Fino al mattino della domenica non cessò l’affaccendarsi delle donne nella nostra isba: una vecchia presso la bara biascicava il salterio, le sorelle di Matrjona andavano su e giù accanto alla stufa russa con l’uchvat71, la bocca della stufa era rovente per i pezzi di torba infocati, di quelli che Matrjona aveva portato nel sacco da una lontana palude. Con della farina cattiva prepararono insipidi pasticcini.
La domenica, quando si tornò dal funerale, e si era oramai sulla sera, ci si radunò per il pranzo funebre. I tavoli, disposti in modo da formarne uno solo lungo, occupavano anche il posto dove la mattina c’era stata la bara. Dapprima si stette tutti in piedi intorno al tavolo e un vecchio, il marito della cognata, lesse il Padre nostro. Poi versarono a tutti sul fondo della scodella un po’ di miele sciolto nell’acqua. Lo sorbimmo col cucchiaio, senza niente, in memoria dell’anima della defunta. Poi si mangiò qualcosa e si bevve vodka, e le conversazioni si fecero più animate. Prima del kisel’72 tutti si alzarono e cantarono Memoria eterna (me lo avevano spiegato che la cantano sempre prima del kisel‘). Poi bevvero di nuovo. E parlavano sempre più forte, non di Matrjona oramai. Il marito della cognata si vantava:
— Avete notato, ortodossi, che la messa funebre oggi l’hanno celebrata adagio? È perché il padre Michail mi ha visto. Sa che l’uffizio lo conosco, io. Altrimenti si sarebbero sbrigati in un amen.
Finalmente la cena terminò. Si alzarono tutti di nuovo. Cantarono È degna. E di nuovo ripeterono tre volte: memoria eterna! memoria eterna! memoria eterna! Ma le voci erano rauche, discordi, i volti ebbri, e nessuno in questa memoria eterna riponeva alcun senso.
Poi la più parte degli ospiti se ne andò, restarono i più intimi, tirarono fuori le sigarette, si misero a fumare, risonarono il riso e gli scherzi. Il discorso cadde sul marito disperso di Matrjona e il marito della cognata, battendosi il petto, andava dimostrando a me e al calzolaio, marito d’una sorella di Matrjona:
— È morto, Efim, è morto! Come potrebbe non tornare? Anche se sapessi che in patria mi aspetta la forca, io tornerei lo stesso!
Il calzolaio annuiva in segno di assenso. Era stato un disertore e non aveva abbandonato la patria: durante tutta la guerra era stato nascosto nel ripostiglio in casa della madre.
In alto sulla stufa sedeva, rimasta a pernottare, la vecchia severa e silenziosa, la più anziana delle anziane. Guardava dall’alto, senza parlare, riprovando quella gioventù, di cinquanta o sessant’anni, così indecorosamente animata.
E soltanto l’infelice figlia adottiva, che era cresciuta tra quelle pareti, era andata dietro il tramezzo e piangeva.
Faddej non venne al pranzo funebre di Matrjona forse perché partecipava a quello del figlio. Ma nei giorni seguenti venne due volte ostilmente in quell’isba a trattare con le sorelle di Matrjona e col calzolaio disertore.
Si discuteva dell’isba: apparteneva alla sorella o alla figlia adottiva? Si arrivò al punto che volevano rivolgersi al tribunale, ma si conciliarono, ragionando che il tribunale non avrebbe dato la casa né agli uni né agli altri, ma al soviet agricolo. L’affare fu conchiuso. Una sorella si prese la capra, il calzolaio e la moglie l’isba, e a conto della parte di Faddej, poiché «ogni trave se l’era lisciata con le proprie mani», andò la dipendenza che già s’era portata via, e in più gli cedettero la rimessa dove stava la capra e tutta la palizzata interna, tra la corte e l’orto.
E di nuovo, superando acciacchi e malanni, si animò e ringiovanì quell’insaziabile vecchio. Radunò di nuovo i figli e i generi scampati, smontarono la rimessa e la palizzata, e da solo trasportava le travi sullo slittino, soltanto verso la fine aiutato dal suo Antoška, quello dell’ottava G, che adesso non faceva il pigro.
L’isba di Matrjona fu chiusa fino alla primavera ed io mi trasferii presso una sua cognata, poco distante. Questa cognata poi per varie ragioni ricordava spesso Matrjona e mi illuminò la morta da un nuovo lato:
— Efim non le voleva bene. Diceva: a me piace vestirmi da signore, a lei invece in qualche modo, da paesana. E dal momento che lei non abbisognava di niente, tutti i soldi superflui lui prese a berseli. Una volta che andammo in città per qualche lavoro, lui laggiù si fece una ganza e da Matrjona non voleva più tornare.
Tutti i suoi giudizi su Matrjona erano di disapprovazione: era sporca; non si curava delle masserizie; non era economa; non teneva neppure il maiale, non le piaceva allevarlo, chi sa perché; e, stupida, aiutava gli estranei senza compenso (e il motivo stesso di ricordare Matrjona venne meno: non c’era nessuno da chiamare per l’aratura dell’orto).
Persino della cordialità e semplicità di Matrjona, che la cognata le riconosceva, essa parlava con sprezzante commiserazione.
E soltanto allora — da questi giudizi di disapprovazione della cognata — mi emerse dinnanzi l’immagine di una Matrjona che non avevo compreso, persino vivendo a fianco a fianco con lei.
Davvero! Ogni isba aveva il suo maiale! Ma lei non lo aveva. Che cosa c’è di più facile che allevare un porcellino avido, che al mondo altro non riconosce se non il cibo! Fargli il pastone tre volte al giorno, vivere per lui, e poi scannarlo e avere il lardo.
Ma lei non lo aveva…
Non si curava delle masserizie… Non s’affannava a comperare le cose e poi custodirle più della propria vita.
Non si curava dei bei vestiti. Dei vestiti che abbelliscono i mostri e i ribaldi.
Non compresa e abbandonata persino dal marito, estranea alle sorelle e alle cognate, ridicola, pronta a lavorare stupidamente per gli altri senza compenso, essa, che aveva sepolto i sei figli ma non l’indole sua socievole, non aveva accumulato averi per il giorno della morte. La capra color bianco sporco, il gatto zoppo, i ficus…
Le eravamo vissuti tutti accanto e non avevamo compreso che era lei il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio.
Né la città.
Né tutta la terra nostra.