Un buon metodo per valutare l’intelligenza di un pensiero potrebbe essere quello di sottoporre a un attento esame lo stato di salute fisica e mentale di chi lo ha elaborato, visto che dovrebbe essere lui in primo luogo a trarre vantaggio dalla propria acutezza. Questo giustifica un interesse per la vita oltre che per l’opera di uno scrittore?

 

Sainte-Beuve, stimato critico del diciannovesimo secolo, ci avrebbe dato volentieri una mano:

 

Finché, su uno scrittore, non ci saremo posti un certo numero di quesiti, e non avremo dato a essi una risposta, sia pure per noi soli e a bassa voce, non potremo essere sicuri di tenerlo tutt’intero, quand’anche tali quesiti possono sembrare i più lontani dalla natura dei suoi scritti. «Che cosa pensava in fatto di religione? Come reagiva allo spettacolo della natura? Qual era il suo regime di vita, la sua esistenza di tutti i giorni? E, infine, qual era il suo vizio o il suo punto debole?» Nessuna risposta a queste domande è senza importanza.

 

E il più delle volte le risposte sono sorprendenti. Per quanto brillante, per quanto saggia sia l’opera di un artista, sembra che la sua vita debba necessariamente mostrare una straordinaria e incongrua successione di scompiglio, infelicità e stupidità.

 

Questo spiega perché Proust abbandonò la tesi di Sainte-Beuve e sostenne con forza che ciò che contava erano i libri e non la vita. («È vero che ci sono persone superiori ai propri libri, ma questo perché i loro libri non sono Libri.») Balzac può essere stato maleducato, Stendhal noioso nella conversazione e Baudelaire ossessivo, ma perché questo dovrebbe influire sul nostro modo di leggerne le opere, che non presentano nessuno dei difetti dei loro autori?

 

L’argomento è perfettamente logico e persuasivo, e non è difficile capire perché a Proust stesse tanto a cuore. Mentre la sua scrittura era logica, coerente, spesso placida, persino assennata, egli conduceva una vita di spaventose sofferenze fisiche e psicologiche. Così, se è chiaro il motivo per cui qualcuno potrebbe essere interessato a sviluppare un approccio proustiano verso la vita, molto più difficile è capire perché mai una persona sana dovrebbe nutrire il desiderio di condurre una vita come quella di Proust.

 

È possibile che un tale grado di sofferenza non susciti almeno qualche sospetto? E che Proust sia stato veramente così saggio, che abbia avuto qualcosa di fondato da dirci, e tuttavia abbia condotto una vita così difficile e atipica? Possono i fatti essere così lontani dalle parole di Sainte-Beuve?

 

Certo è che la vita era per Proust una continua, durissima prova, e i suoi problemi psicologici alquanto complessi.

 

– Il problema di una madre ebrea

La situazione familiare di Proust costituiva un vero caso limite. «Per lei avevo sempre quattro anni», diceva Marcel di Madame Proust, altrimenti conosciuta come chère petite Maman.

«Non diceva mai ma mère o mon père, ma sempre e solo Papa e Maman col tono di un ragazzino emozionato, e gli spuntavano le lacrime non appena pronunciate queste sillabe, mentre dalla gola gli veniva il suono fioco di un singhiozzo trattenuto», ricordava l’amico di Proust Marcel Plantevignes.

Madame Proust amava suo figlio con un’intensità che avrebbe fatto vergognare il più ardente degli amanti, e questo affetto determinò, o perlomeno aggravò drammaticamente, la disposizione del suo figlio maggiore verso la debolezza. Era convinta che non ci fosse niente che Marcel potesse fare bene senza di lei e così vissero insieme dalla nascita di lui fino alla morte di lei, quando Proust aveva trentaquattro anni. In ogni caso, ciò che più angosciava la madre era che Marcel riuscisse a sopravvivere nel mondo una volta che lei se ne fosse andata. «Mia madre voleva vivere per non lasciarmi nello stato di angoscia in cui, sapeva, mi sarei trovato», spiegò dopo la morte di lei; «tutta la nostra vita è stata un continuo addestramento: lei mi insegnava come fare il giorno in cui mi avrebbe lasciato... E io, da parte mia, cercavo di persuaderla che avrei potuto benissimo vivere senza di lei.»

Anche se a fin di bene, l’apprensione di Madame Proust nei confronti del figlio non era troppo diversa da una prepotente intromissione. All’età di ventiquattro anni, in uno dei rari momenti in cui i due erano separati, Marcel scrisse per dirle che dormiva piuttosto bene (la qualità del suo sonno, le sue feci e il suo appetito erano un argomento ricorrente nella loro corrispondenza). Ma Maman si lamentava della sua mancanza di precisione: «Mio caro, il tuo ’ho dormito così tanto’ continua a non dirmi niente o quasi niente di significativo. Ti chiedo e richiedo: Sei andato a dormire alle... Ti sei svegliato alle...».

Marcel di solito era felice di esaudire il desiderio della madre di controllare lo stato delle sue funzioni corporee (lei e Sainte-Beuve avrebbero avuto tanto di cui parlare). Di tanto in tanto era Marcel a offrire spunti per una riflessione allargata all’ambito familiare: «Chiedi a papà che cosa significa provare quando si fa la pipì una sensazione di bruciore che ti costringe a interromperti, poi a ricominciare, cinque o sei volte in un quarto d’ora. Dal momento che sto bevendo oceani di birra, forse dipende da questo», diceva in una lettera a sua madre; a quell’epoca, Mammina aveva cinquantatré anni, papà sessantotto e Marcel trentuno.

In risposta a un questionario che gli chiedeva Cos’è per voi l’infelicità, Proust dichiarò: «Essere separato da Mammina». Quando la notte non riusciva a dormire le scriveva delle lettere che poi le faceva trovare al mattino davanti alla porta della sua camera da letto. «Mia cara piccola Mammina», dice in una di queste, «ti scrivo due righe mentre mi è impossibile dormire, per dirti che sto pensando a te.»

Nonostante questa fitta corrispondenza, c’erano fra loro, com’era prevedibile, delle tensioni di fondo. Marcel intuiva il desiderio di sua madre che lui restasse malato e dipendente piuttosto che sano e ben pisciante: «La verità è che non appena sto meglio, poiché il genere di vita che mi fa stare bene ti irrita, demolisci tutto finché sto male di nuovo», scrisse in uno dei rari, ma significativi, momenti di ribellione contro il desiderio di Madame Proust di continuare quel loro rapporto infermiera-paziente. «È triste non poter avere allo stesso tempo affetto e salute.»

 

– Desideri imbarazzanti

Poi, per Marcel, venne la lenta presa di coscienza di non essere come gli altri ragazzi. «Nessuno sa fin dall’inizio d’essere invertito, o poeta, o snob, o cattivo. Il collegiale che, imparando dei versi d’amore o guardando delle immagini oscene si stringeva a un compagno, pensava di non far altro, così, che comunicare con lui in uno stesso desiderio della donna. Come potrebbe non credersi uguale a tutti gli altri, dal momento che la sostanza di ciò che prova la riconosce in Madame de Lafayette, Racine, Baudelaire, Walter Scott?»

Tuttavia, Proust si rese conto pian piano che l’idea di passare una notte con la Diana Vernon di Scott non possedeva per lui nessuna delle attrattive offerte dallo strusciarsi con un compagno di scuola: presa di coscienza assai difficile nella Francia di quell’epoca, e con una madre che continuava a sperare che suo figlio si sposasse e chiedeva agli amici di portare qualche giovane donna ogni volta che andavano a teatro o al ristorante con Marcel.

 

– Problematici primi approcci

Magari lei avesse speso tutte le sue energie nell’invitare l’altro sesso, visto che non era facile trovare dei giovani altrettanto delusi da Diana Vernon! «Mi credi sfibrato ed esausto. Ti sbagli», disse Proust a Daniel Halévy, un compagno di classe di sedici anni, carino ma recalcitrante. «Se sei delizioso, se hai degli occhi incantevoli [...] se il tuo corpo e la tua mente [...] sono così agili e così teneri che sento di potermi mescolare più intimamente ai tuoi pensieri sedendoti in grembo [...] non c’è niente in tutto ciò che mi faccia meritare le tue parole sprezzanti.»

Vedendosi respinto, Proust cercò di giustificare il suo desiderio con eruditi ricorsi alla storia della filosofia occidentale. «Sono felice di dire che ho amici molto intelligenti, e di squisita statura morale, che un tempo si sono divertiti con i ragazzi», informò Daniel. «Questo all’inizio della loro giovinezza. Più tardi tornarono alle donne [...] Vorrei parlarti di due maestri di consumata saggezza, che in tutta la loro vita colsero solo il fiore: Socrate e Montaigne. Essi concedono agli uomini nella loro prima giovinezza di ’divertirsi’, in modo da conoscere qualcosa di tutti i piaceri e liberare la loro tenerezza in eccesso. Ritenevano che queste amicizie al contempo sensuali e intellettuali fossero più adatte, per un giovane con un acuto senso della bellezza e coi ’sensi’ desti, delle tresche con donne stupide e corrotte.»

Ciononostante, il suo ottuso compagno continuò a dare la caccia alle donne stupide e corrotte.

 

– Romantico pessimismo

«L’amore è un male incurabile.» «Nell’amore c’è una sofferenza continua.» «Quelli che amano e quelli che sono felici non sono le stesse persone.»

Anche il più accanito avversario di Sainte-Beuve potrebbe sospettare che, su questo aspetto dell’opera proustiana, la sofferta esperienza personale dell’autore qualche influenza l’abbia avuta. Il romantico pessimismo di Proust era almeno in parte basato sulla combinazione di un intenso bisogno d’amore e una tragicomica goffaggine nel procurarselo. «La mia unica consolazione quando sono veramente triste è di amare ed essere amato», dichiarò confessando di avere «il bisogno di essere amato; o meglio, un bisogno di essere coccolato e viziato più che di essere ammirato.» Ma un’adolescenza piena di sfortunate quanto incaute passioni per dei compagni di scuola portò a un’età adulta non meno infelice. Ci fu una serie di cotte per giovanotti che non lo ricambiavano. Nella stazione balneare di Cabourg nel 1911, Proust confidò la sua frustrazione al giovane Albert Nahmias: «Se solo potessi cambiare sesso ed età, assumere le sembianze di una donna giovane e carina per poterti abbracciare con tutto il cuore». Visse un breve periodo di felicità con Alfred Agostinelli, un taxista che si trasferì con la moglie nell’appartamento di Proust; purtroppo Alfred trovò una morte prematura in un incidente aereo al largo di Antibes, e da quel momento in poi per Proust non ci furono coinvolgimenti emotivi altrettanto profondi; di qui l’infittirsi delle sue riflessioni sull’impossibilità di separare amore e sofferenza.

 

– Una mancata carriera teatrale

La critica psicobiografica ha preso talvolta degli abbagli; sembra però che Proust avesse realmente delle difficoltà emotive di fondo dovute alla mancata integrazione della sfera amorosa con quella sessuale. Lo dimostrerebbe anche la proposta per una commedia spedita a Reynaldo Hahn nel 1906. Questa era la trama:

 

Marito e moglie: si adorano; lui in particolare ha un affetto immenso, santo, puro (e, manco a dirlo, casto) per lei. Ma quest’uomo è un sadico e ha rapporti con delle puttane insieme alle quali trova piacere a sporcare i propri sentimenti. E alla fine, poiché il sadico ha bisogno ogni volta di qualcosa di più forte, arriva a sporcare anche l’immagine di sua moglie parlando con queste puttane, chiedendo loro di dire cose orribili su di lei e dicendole lui stesso (salvo sentirsene nauseato solo cinque minuti dopo) [...] Una volta, sua moglie entra nella stanza senza che lui se ne accorga. Lei non può credere alle sue orecchie e ai suoi occhi, sviene. Poi lascia il marito. Lui la supplica, niente da fare. Le puttane vogliono tornare, ma adesso lui non potrebbe più sopportare il suo sadismo, e dopo un ultimo tentativo di riconquistare la moglie, si uccide.

 

Sfortunatamente, nessun teatro parigino si mostrò interessato.

 

– L’incomprensione degli amici

Problema comune a tutti i geni. Quando Dalla parte di Swann fu pronto, Proust ne spedì delle copie ai suoi amici, molti dei quali ebbero difficoltà ad aprire il pacco.

«Be’, mio caro Louis, hai letto il mio libro?» ricordava Proust di aver chiesto all’aristocratico playboy Louis d’Albufera.

«Letto il tuo libro? Hai scritto un libro?» rispose il suo amico sorpreso.

«Sì, certo, Louis, e te ne ho anche mandata una copia.»

«Ah, mio piccolo Marcel, se me l’hai mandato, l’avrò certamente letto. Solo non ero sicuro di averlo ricevuto.»

Madame de Caillavet dimostrò una maggior riconoscenza e scrisse all’autore calde parole di gratitudine per il suo regalo. «Rileggo continuamente il brano della prima comunione», gli disse, «perché io ho provato lo stesso panico, la stessa disillusione.» Era un pensiero commovente da parte di Madame de Caillavet; avrebbe potuto essere ancora più gentile se si fosse preoccupata di leggere il libro e avesse notato che non si parlava di alcuna cerimonia religiosa.

Proust concluse: «La gente non parla mai senza sbagliarsi del mio libro pubblicato solo qualche mese fa, dimostrando di averlo dimenticato o di non averlo mai letto».

 

– Il suo livello di autostima a trent’anni

«Senza piaceri, obiettivi, impegni o ambizioni, una vita ormai finita e con la consapevolezza del dolore che provoco ai miei genitori, non posso certo esser felice.»

 

Ed ecco un elenco delle malattie che affliggevano Proust:

 

– Asma

Gli attacchi iniziano quando Proust ha dieci anni e continuano per tutta la vita. Sono particolarmente violenti, durano più di un’ora, e sono almeno dieci in un giorno. Poiché capitano più frequentemente di giorno, Proust vive di notte; va a dormire alle sette del mattino e si sveglia alle quattro o alle cinque del pomeriggio. Spesso gli è impossibile uscire, soprattutto d’estate, e quando deve farlo, è solo dentro un taxi sigillato. Le finestre e le tende del suo appartamento sono perennemente chiuse: non vede mai il sole, non respira mai aria fresca, non fa moto.

 

– La sua dieta

A poco a poco si trova costretto a fare un solo, inutile, pesante pasto al giorno, che gli deve essere servito almeno otto ore prima di quando va a letto. Descrivendo una sua cena standard a un medico, Proust racconta minuziosamente di due uova con salsa alla panna, un’ala di pollo arrosto, tre croissant, un piatto di patatine fritte, un po’ d’uva, del caffè e una bottiglia di birra.

 

– Problemi intestinali

«Vado spesso – e male – al gabinetto», dice allo stesso dottore: e non c’è da stupirsene. Soffre di una stitichezza quasi permanente, che può alleviare solo ogni due settimane con un forte lassativo che di solito provoca dei crampi allo stomaco. Come si è accennato, neanche urinare gli è più facile, e quando riesce, ha forti bruciori; le analisi mostrano un eccesso di urea e di acido urico: «Chiedere pietà al nostro corpo è come parlare a una piovra, per la quale le nostre parole non possono avere più significato del suono delle maree».

 

– Mutande

Bisogna che queste siano ben strette attorno allo stomaco perché Proust si possa addormentare; e devono essere fermate da una spilla particolare; una mattina lo scrittore la perse nel bagno e rimase sveglio tutto il giorno.

 

– Pelle ipersensibile

Non può usare saponi, creme o colonia. Deve lavarsi con asciugamani fini inumiditi, poi asciugarsi dandosi dei colpetti con del lino fresco (un bagno richiede in media venti asciugamani che, Proust precisa, devono essere portati all’unica lavanderia dove si usa il detersivo giusto: è la blanchisserie Lavigne, che fa anche il bucato di Jean Cocteau). Trova che i vestiti vecchi per lui siano meglio di quelli nuovi, e sviluppa un profondo attaccamento per le vecchie sciarpe e i vecchi fazzoletti.

 

– I topi

Proust ne ha il terrore e, quando Parigi viene bombardata nel 1918, confessa di essere più spaventato dai topi che dai cannoni.

 

– Il freddo

Lo sente sempre. Anche in piena estate indossa un cappotto e quattro maglioni se è costretto a uscire di casa. Alle cene, di solito, tiene su il cappotto. Tuttavia, le persone che lo salutano si sorprendono di sentire quanto siano fredde le sue mani. Temendo gli effetti del fumo, non permette che la sua stanza sia riscaldata adeguatamente, e si scalda per lo più con boule e golfini. Perciò ha spesso dei raffreddori e, in particolare, il naso che cola. Alla fine di una lettera a Reynaldo Hahn, dice di essersi pulito il naso ottantatré volte dall’inizio della lettera. La lettera è lunga tre pagine.

 

– Sensibilità all’altitudine

Tornando a Parigi dopo aver fatto visita a suo zio a Versailles, Proust prova un malessere e non riesce a salire le scale che portano al suo appartamento. In una lettera a suo zio, egli poi attribuisce il problema al cambiamento di altitudine. Versailles è a ottantatré metri sopra il livello di Parigi.

 

– Tosse

Tossisce molto forte. Parlando di un attacco di cui fu vittima nel 1917 Proust racconta: «I vicini avranno pensato che stesse tuonando o che avessi comperato un organo da chiesa o un cane, oppure che in seguito a qualche legame immorale (e puramente immaginario) con una signora, avessi generato un bambino con la pertosse, tanto spasmodico era il mio abbaiare».

 

– I viaggi

Sensibile a ogni cambiamento delle sue abitudini quotidiane, Proust soffre di nostalgia e teme che ogni viaggio lo uccida. Quando, di rado, si trova lontano da casa, per i primi giorni si sente triste come certi animali quando viene la notte (non è chiaro quali animali abbia in mente). Vorrebbe vivere su uno yacht per potersi spostare senza dover uscire dal letto. Una volta, osò fare a Madame Straus, felicemente sposata, una proposta di questo genere: «Le piacerebbe se affittassimo una barca su cui non ci fosse il minimo rumore, per vedere tutte le più belle città dell’universo sfilarci davanti lungo la costa senza dover lasciare il nostro letto (i nostri letti)?». La proposta non venne accolta.

 

– I letti

Proust ama il suo, ci passa la maggior parte del tempo e lo usa come scrivania e ufficio. Il letto fornisce una difesa dal crudele mondo esterno? «Quando si è tristi, è piacevole giacere al caldo nel proprio letto, e lì, alla fine di tutte le fatiche e gli sforzi, magari anche con la testa sotto le coperte, abbandonarsi ai lamenti, come rami al vento autunnale.»

 

– Vicini rumorosi

Proust ne era ossessionato. La vita in un condominio parigino è infernale, soprattutto quando qualcuno al piano di sopra sta facendo un po’ di esercizi musicali: «C’è qualcosa la cui capacità di esasperarci non sarà mai uguagliata da nessun essere umano: ed è un pianoforte».

L’esasperazione per poco non lo uccide quando, nell’aprile del 1907, incominciano a ristrutturare l’appartamento accanto al suo. Gli operai – si lamenta con Madame Straus – arrivano alle sette del mattino, «insistono nel manifestare il loro buon umore mattutino dando feroci martellate e raspando con le loro seghe dietro il mio letto, smettono per mezz’ora, e poi ricominciano a dare feroci martellate così che non posso tornare a dormire [...] Sono al limite, e il mio dottore mi consiglia di andare via perché nelle condizioni in cui mi trovo non posso più sopportare tutto questo». Ma soprattutto, «(mi scusi signora!) stanno installando un lavabo e un gabinetto nel suo bagno che confina col muro della mia camera da letto» e come se non bastasse «c’è un altro signore che sta traslocando al quarto piano facendo un rumore tale che posso sentire tutto come se fosse nella mia camera da letto». Finisce col chiamare mucca la sua vicina, e quando gli operai modificano le dimensioni del suo gabinetto per ben tre volte, egli insinua che è per adattarlo al suo enorme didietro. Il rumore è tale, conclude, che il lavoro di ristrutturazione deve essere di dimensioni faraoniche e, dice a Madame Straus, che è un’appassionata egittologa: «Una dozzina di operai ogni giorno che martella con tale foga e per così tanti mesi deve aver eretto una piramide altrettanto maestosa di quella di Cheope, e i passanti si stupiranno di vederla sorgere tra i magazzini Printemps e Saint-Augustin». Ma non si vede nessuna piramide lì.

 

– Altre indisposizioni di vario genere

«Si pensa che le persone che sono sempre malate non abbiano mai anche le malattie più comuni», dice Proust a Lucien Daudet, «e invece sì.» In questa categoria Proust include l’influenza, il raffreddore, la vista cattiva, difficoltà a deglutire, il mal di denti, i gomiti doloranti e le vertigini.

 

– L’incredulità degli altri

Proust deve spesso sopportare le penose insinuazioni di chi non crede che sia così malato come vuol far sembrare. Allo scoppio della Prima guerra mondiale viene chiamato dall’esercito per la visita medica. Sebbene sia rimasto a letto più o meno dal 1903, è terrorizzato all’idea che le sue condizioni di salute non vengano opportunamente valutate ritrovandosi da un giorno all’altro a combattere nelle trincee. La prospettiva allieta invece il suo agente di cambio, Lionel Hauser, che per scherzo gli confessa di non aver abbandonato la speranza di vedere un giorno una Croix de Guerre sul suo petto. Proust prende invece la cosa molto male: «Sai bene che nel mio stato di salute morirei nel giro di quarantotto ore». Non viene arruolato.

Qualche anno dopo la guerra, un critico accusa Proust di non essere che un bellimbusto da salotto e di indulgere alla pigrizia rimanendo a letto tutto il giorno sognando di candelabri e grandiosi soffitti, per poi lasciare la sua stanza solo alle sei di sera diretto a qualche festa con dei parvenu che non compreranno mai i suoi libri. Adirato, Proust ribatte dicendo di essere un invalido, un uomo fisicamente incapace di alzarsi dal letto, alle sei di sera come alle sei di mattina, e di essere troppo malato anche solo per camminare per la stanza (o per aprire la finestra, aggiunge), figuriamoci poi andare a una festa. Tuttavia, pochi mesi più tardi arriva – sia pure barcollante – fino a teatro.

 

– La morte

Ogni volta che informa gli altri sulla sua salute, Proust non perde l’occasione di dichiarare che sta per morire; e lo fa con ferma convinzione e assoluta regolarità, soprattutto nel corso degli ultimi sedici anni di vita. Dice di vivere abitualmente «sospeso tra caffeina, aspirina, asma, angina pectoris e, insomma, di essere tra la vita e la morte sei giorni su sette».

 

Era un caso eccezionale di ipocondria? Il suo agente di cambio, Lionel Hauser, la pensava così, e alla fine decise di essere sincero con lui come nessun altro aveva mai osato: «Permettimi di dirti che sebbene tu ti stia avvicinando alla cinquantina, sei rimasto quello che eri da quando ti ho conosciuto, e cioè un bambino viziato. Oh, so che protesterai cercando di dimostrarmi come uno più uno fa due che lungi dall’essere viziato sei sempre stato un martire, una vittima dell’incomprensione, ma questo è più per colpa tua che per colpa degli altri». Se era sempre stato così malato, affermava Hauser, dipendeva dall’essere rimasto a letto tutta la vita con le tende chiuse rifiutando i due elementi fondamentali per una buona salute: il sole e l’aria fresca. In ogni caso, con l’Europa immersa nel caos dopo la Prima guerra mondiale, Hauser esortò Proust a prendere un po’ le distanze dai suoi acciacchi fisici: «Dovrai ammettere che la tua salute, anche se così precaria, è molto migliore di quella dell’Europa».

Malgrado un simile spiegamento di forza retorica, Proust riuscì a morire l’anno seguente.

 

Marcel forse esagerava? Lo stesso virus può mettere una persona a letto per una settimana e manifestarsi in un altro solo come una leggera sonnolenza dopo pranzo. Di fronte a qualcuno che si contorce dal dolore per essersi graffiato un dito, un’alternativa alla condanna del suo comportamento teatrale è di immaginare che questo graffio può essere per la creatura dalla pelle delicata non meno doloroso di quanto sarebbe per noi un colpo di machete, e che quindi non possiamo permetterci di giudicare la legittimità del dolore di qualcuno semplicemente sulla base del dolore che avremmo provato noi nella stessa situazione.

 

Proust aveva certamente la pelle delicata; Léon Daudet diceva anzi che era nato senza pelle. Che si possano avere difficoltà ad addormentarsi dopo un pasto abbondante è comprensibile. Il processo digestivo tiene il corpo impegnato, il cibo appesantisce lo stomaco e sembra più comodo stare seduti che non sdraiati. Ma nel caso di Proust anche la più piccola particella di cibo o di liquido era sufficiente a impedire il sonno. Una volta informò un medico di poter bere un quarto di bicchiere di acqua di Vichy prima di andare a letto, ma non un bicchiere intero, che gli avrebbe provocato insopportabili dolori di stomaco impedendogli di dormire. Così come la principessa le cui notti erano rovinate da un pisello, l’autore aveva la sciagura di possedere una soprannaturale sensibilità ai movimenti di ogni millilitro d’acqua nel suo succo intestinale.

 

Ma basterà confrontare il caso di Proust con quello di suo fratello, Robert, di due anni più giovane, chirurgo come il padre, autore di un apprezzato studio sulla Chirurgia dei genitali femminili e con la complessione fisica di un bue. Mentre Marcel poteva morire per una corrente d’aria, Robert era indistruttibile. Una volta, a diciannove anni, stava andando in tandem a Reuil, un paese sulla Senna a pochi chilometri a nord di Parigi. A un incrocio, cadde e scivolò sotto le ruote di un carro carico di cinque tonnellate di carbone. Il carro gli passò sopra e lui fu portato di corsa in ospedale, dove sua madre si precipitò in preda al panico; ma Robert ebbe una ripresa eccezionalmente rapida, e non riportò nessuno dei danni permanenti paventati dai medici. Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, il bue, ormai adulto e chirurgo, fu mandato in un ospedale da campo a Étain vicino a Verdun, dove viveva in una tenda e lavorava in condizioni spossanti e antigieniche. Un giorno una granata atterrò sull’ospedale e le schegge si sparpagliarono intorno al tavolo dove Robert stava operando un soldato. Sebbene anche lui fosse stato ferito, il dottor Proust con una mano sola spostò il suo paziente nel vicino dormitorio e continuò l’operazione su una barella. Qualche anno più tardi ebbe un incidente automobilistico: il suo autista fu preso da un colpo di sonno e il veicolo si scontrò con un’ambulanza. Robert fu gettato contro un tramezzo di legno, si fratturò il cranio, ma ancor prima che la sua famiglia avesse il tempo di essere informata e di allarmarsi, le sue condizioni migliorarono e di lì a poco avrebbe ripreso una vita normale e attiva.

 

E allora chi vorreste essere, Robert o Marcel? I vantaggi, nel primo caso, possono essere così formulati: immensa energia fisica, attitudine al tennis e alla canoa, abilità chirurgiche (Robert era celebrato per le sue prostatectomie, o, come venivano chiamate nei circoli medici francesi, proustatectomie), successo economico, una bellissima figlia, Suzy (che lo zio Marcel adorava e viziava al punto che una volta stava per comprarle un fenicottero quando lei da piccola espresse il vago desiderio di averne uno). E Marcel? Era privo di energia fisica, non sapeva giocare a tennis né andare in canoa, non faceva soldi, non aveva bambini, non era stimato, se non verso la fine della sua vita, e poi si sentiva troppo malato per trarre piacere da essa (appassionato ricercatore di similitudini tratte dal campo semantico della malattia, si paragonava a un uomo afflitto da una febbre troppo alta per godersi un perfetto soufflé).

 

Tuttavia, in una cosa Robert sembrava venire dopo il fratello: la sua capacità di prestare attenzione al mondo circostante. Robert non si dimostrava molto reattivo né di fronte a una finestra aperta su una giornata piena di pollini, né a cinque tonnellate di carbone che lo investivano: avrebbe potuto viaggiare dall’Everest a Gerico e accorgersi appena del cambiamento d’altitudine, o dormire su cinque lattine di piselli senza sospettare che ci fosse qualcosa di insolito sotto il materasso.

 

Sebbene questa ottusità sensoriale possa talvolta riuscire gradita, soprattutto quando uno sta compiendo un’operazione chirurgica durante un bombardamento, vale la pena sottolineare che il fatto di sentire le cose (il che di solito significa sentirle dolorosamente) è in certa misura collegato con l’acquisizione della conoscenza. Una caviglia slogata ci istruisce velocemente su come distribuire il peso del corpo, il singhiozzo ci costringe a prestare attenzione e ad adattarci ad aspetti per noi sconosciuti del sistema respiratorio, essere piantati da un’amante è un’ottima maniera per fare conoscenza coi meccanismi della dipendenza emotiva.

 

Infatti, secondo Proust, non possiamo dire di aver imparato davvero fino a quando non proviamo dolore, fino a quando qualcosa non va nel modo in cui noi avevamo desiderato che andasse:

 

Solo la malattia ci fa notare e capire e ci permette di scomporre i meccanismi che, altrimenti, non conosceremmo. Un uomo che ogni sera piomba come un masso sul suo letto e non vive più sino al momento di svegliarsi e di alzarsi, un uomo siffatto penserà mai di fare, se non delle grandi scoperte, perlomeno delle piccole osservazioni sul sonno? A malapena sa di dormire. Un po’ d’insonnia non guasta per apprezzare il sonno, per proiettare una qualche luce in quella notte. Una memoria esente da pecche non può stimolare con efficacia allo studio dei fenomeni della memoria.

 

Anche se ovviamente possiamo usare la nostra intelligenza senza bisogno di provare dolore, l’idea di Proust è che diventiamo veramente curiosi solo quando siamo afflitti. Soffriamo, quindi pensiamo, e facciamo così perché pensare ci aiuta a capire le origini del dolore, a definirne l’entità e a riconciliarci con la sua esistenza.

 

Perciò le idee che non sono originate dalla sofferenza mancano di un’importante motivazione. Per Proust, l’attività mentale sembra essere divisa in due categorie: ci sono quelli che possono essere chiamati pensieri indolori, che non sono provocati da alcun disagio in particolare, e nascono semplicemente da un desiderio disinteressato di scoprire come funziona il sonno o perché gli esseri umani dimenticano; e i pensieri dolorosi, che sorgono da una penosa incapacità di dormire o di ricordare un nome: ed è quest’ultima categoria che Proust non a caso privilegia.

 

Proust ci dice, per esempio, che sono due i metodi con cui una persona può acquisire la saggezza, senza dolore attraverso un insegnante o dolorosamente attraverso la vita, e afferma che la categoria dolorosa è di gran lunga preferibile. Questa affermazione è messa in bocca al personaggio del pittore Elstir, che offre al narratore l’occasione per esporre una serie di argomenti sull’utilità di commettere certi errori:

 

Non c’è uomo, per quanto saggio, che in un certo periodo della sua giovinezza non abbia pronunciato parole, o addirittura condotto una vita, il cui ricordo gli risulti sgradevole e che vorrebbe poter cancellare. Ma non deve assolutamente rammaricarsene, perché non può nutrire alcuna certezza d’essere diventato un saggio, nella misura in cui ciò è possibile, se non è passato attraverso tutte le incarnazioni odiose o ridicole che devono precedere quest’ultima incarnazione. So che ci sono dei giovani [...] ai quali i precettori hanno insegnato, sin dal collegio, la nobiltà dell’intelletto e l’eleganza morale. Costoro, forse, non hanno nulla da estirpare dalla loro vita, potrebbero pubblicare e sottoscrivere tutto ciò che hanno detto, ma sono spiriti poveri, discepoli esausti di maestri pedanti, e la loro saggezza è negativa e sterile. La saggezza non la si riceve, bisogna scoprirla da soli al termine di un itinerario che nessuno può compiere per noi, nessuno può risparmiarci.

 

Perché non si può? Perché questo viaggio doloroso è così indispensabile all’acquisizione della vera saggezza? Elstir non lo dice, ma anche questo può essere sufficiente a definire la relazione tra il grado di dolore che una persona prova e la profondità di pensiero che ne può derivare. È come se la mente fosse un organo schizzinoso che si rifiuta di trattenere le verità sgradevoli a meno che non vi sia costretta in situazioni di forza maggiore. «La felicità fa bene al corpo», ci dice Proust, «ma è il dolore che sviluppa la forza della mente.» Le sofferenze ci fanno fare una specie di ginnastica mentale che avremmo evitato in tempi più felici. Infatti, se lo sviluppo delle nostre capacità mentali è un’autentica priorità, ne deriva che sarebbe molto meglio per noi essere infelici, e andare alla ricerca di storie d’amore tormentate invece di leggere Platone o Spinoza.

 

Una donna di cui abbiamo bisogno, che ci fa soffrire, trae da noi una serie di sentimenti ben più profondi, ben più vitali di un uomo eccezionale che desta il nostro interesse.

 

Forse è normale rimanere ignoranti quando le cose ci vanno bene. Se una macchina funziona bene, quale interesse avremmo a scoprire il suo complesso funzionamento interno? Con un’amante fedele, perché dovremmo occuparci delle dinamiche della slealtà umana? Cosa potrebbe spingerci a indagare le umiliazioni del vivere associato quando non conosciamo che il rispetto? Solo se siamo immersi nel dolore abbiamo l’incentivo proustiano ad affrontare delle verità difficili mentre ci lamentiamo sotto le coperte, come rami al vento autunnale.

 

Questo può spiegare la diffidenza di Proust nei confronti dei medici. I medici sono in una posizione imbarazzante secondo la teoria proustiana della conoscenza, perché sono persone che affermano di capire il funzionamento del corpo anche se la loro conoscenza non ha avuto origine da alcuna sofferenza del loro corpo. Hanno semplicemente seguito per anni dei corsi di medicina.

 

Era questa pretesa che irritava il sempre sofferente Proust, una pretesa tanto più infondata date le basi traballanti delle conoscenze mediche di quell’epoca. Da bambino era stato mandato da un certo dottor Martin, che sosteneva di aver scoperto una cura risolutiva contro l’asma. Questa consisteva nel cauterizzare certi tessuti nasali in una seduta che durò due ore. «Puoi andare in campagna adesso», disse sicuro il dottor Martin al giovane Proust dopo avergli inflitto questa dolorosa operazione, «è impossibile che ti torni il raffreddore da fieno.» Ma, naturalmente, non appena si avvicinò a un lillà in fiore, Proust fu assalito da un attacco d’asma così violento e prolungato che le mani e i piedi gli si fecero violacei e si temette per la sua vita.

 

I medici nel romanzo di Proust non ispirano maggior fiducia. Quando la nonna del narratore si ammala, la sua famiglia preoccupata chiama un celebre medico, il dottor du Boulbon. Sebbene la nonna soffra tremendamente, du Boulbon esegue un rapido esame prima di affermare di aver trovato la soluzione perfetta:

 

«Starete bene, signora, quando – un giorno lontano o vicino, e dipende da voi che sia oggi stesso – capirete di non avere niente, e riprenderete la vostra vita normale. M’avete detto che non mangiate, che non uscite?»

«Ma, signore, ho un po’ di febbre.»

«Non in questo momento, comunque. E poi, che scusa! Non sapete che lasciamo all’aria aperta, e sovralimentiamo, dei tubercolotici con la febbre fino a 39º?»

 

Incapace di resistere agli argomenti di questo eminente uomo di medicina, la nonna si sforza di uscire dal letto, prende con sé suo nipote e si apre a fatica la strada verso gli Champs-Elysées per cercare l’aria fresca. Naturalmente la passeggiata la uccide.

 

Un proustiano convinto dovrebbe andare dal medico? Marcel, figlio e fratello di chirurghi, finì col pronunciare un verdetto ambiguo, oltre che sorprendente per la sua generosità, sulla professione:

 

Credere nella medicina sarebbe il massimo della follia, se non credere in essa non fosse una follia ancora più grande.

 

La logica proustiana tuttavia consiglierebbe di scovare dei medici afflitti essi stessi di frequente da gravi malattie.

 

È ormai evidente che la gravità delle disgrazie di Proust non può che confermare la validità delle sue idee. Difatti, è proprio l’enormità della sua sofferenza che noi dovremmo prendere come prova della sua acutezza. È quando sentiamo che l’amante di Proust morì in un incidente aereo al largo della costa di Antibes, che Stendhal sopportò una serie di strazianti passioni non corrisposte e che Nietzsche era reietto dalla società e deriso dagli scolaretti che possiamo essere certi di aver scoperto delle valide autorità intellettuali. Non è la persona soddisfatta o brillante ad aver lasciato molte testimonianze profonde di cosa significa essere vivo. Sembra che questa conoscenza sia stata di solito il privilegio e la sola benedizione riservati agli individui profondamente infelici.

 

Tuttavia, prima di aderire in modo acritico al culto romantico della sofferenza, bisognerebbe aggiungere che la sofferenza da sola non è mai stata sufficiente. Sfortunatamente è più facile perdere un’amante che non arrivare in fondo alla Recherche, provare un desiderio non corrisposto che non scrivere Dell’amore, essere un tipo impopolare che non l’autore della Nascita della tragedia. Molti sifilitici infelici invece di scrivere i loro Fiori del male si sparano. Forse ciò che si può affermare con certezza sulla sofferenza è che apre all’intelligenza e all’immaginazione delle possibilità cui possiamo anche rinunciare, come avviene il più delle volte.

 

Come possiamo evitare l’una e l’altra cosa? Come possiamo imparare a soffrire con più successo anche se la creazione di un capolavoro non rientra nelle nostre ambizioni? Sebbene i filosofi si occupino per tradizione della ricerca della felicità, sembra che sia molto più saggio cercare dei modi per essere adeguatamente e produttivamente infelici. L’ostinazione con cui l’infelicità si presenta nella vita suggerisce come sia più utile lo sviluppo di un metodo pratico per affrontarla invece di inseguire l’utopia di una felicità impossibile. Proust, veterano del dolore, lo sapeva bene:

 

L’intera arte del vivere consiste nel trarre vantaggio dalle persone che ci fanno soffrire.

 

Che cosa implicherebbe quest’arte del vivere? Per un proustiano, lo scopo è quello di raggiungere una migliore comprensione della realtà. Il dolore ci lascia stupiti: non riusciamo a capire perché siamo stati abbandonati in amore o esclusi da una lista di invitati, perché non riusciamo a dormire la notte o non possiamo andare per i prati in primavera senza che i pollini ci disturbino. Trovare le cause di queste pene non ci libera per magia dal dolore, ma può essere il primo passo verso una ripresa. Oltre ad assicurarci che non siamo i soli a giacere sotto il peso della sciagura, comprenderla aiuta a circoscrivere i confini della nostra sofferenza:

 

Le idee sono i succedanei dei dolori; nel momento in cui questi si trasformano in idee, perdono una parte della loro azione nociva sul nostro cuore.

 

Troppo spesso però il dolore non riesce a trasformarsi in idee, e noi, anziché acquisire una conoscenza più profonda della realtà finiamo col nutrire illusioni che non ci saremmo fatti neppure se non avessimo conosciuto un solo giorno di sofferenza in tutta la vita. Il romanzo di Proust è pieno di quelli che potremmo chiamare cattivi sofferenti, povere anime tradite in amore, o escluse dalle feste, che soffrono di complessi di inferiorità intellettuale o sociale ma che non imparano niente dai mali che le affliggono perché troppo occupate a elaborare una serie di rovinosi meccanismi di difesa, in un’altalena fra arroganza e delusione, crudeltà e durezza, disprezzo e rabbia.

 

Senza far torto a nessuno, si potrebbe estrarre dal romanzo una serie di questi cattivi sofferenti, in modo da vedere cosa li affligge, prendere atto dell’inadeguatezza delle loro difese, e suggerire, a vantaggio di tutti, qualche blando rimedio terapeutico.

Paziente n. 1

Madame Verdurin: è l’animatrice borghese di un salotto che si raduna per discutere di arte e politica, e che lei chiama il suo «piccolo clan». Profondamente innamorata dell’arte, soffre il mal di testa quando la bellezza della musica la sopraffà, e una volta si sloga la mascella per il troppo ridere.

 

Il suo problema: Madame Verdurin ha dedicato la sua vita a salire i gradini della scala sociale, ma è ignorata da coloro che più desidera conoscere. Non è sulla lista degli invitati delle migliori casate aristocratiche, non sarebbe la benvenuta nel salotto della duchessa di Guermantes, il suo stesso salotto è frequentato solo dai membri della sua stessa classe sociale e il presidente della repubblica francese non l’ha mai invitata a pranzo all’Eliseo – benché abbia invitato Charles Swann, un uomo che la Verdurin non considera socialmente più elevato di lei.

 

Come affronta il problema: cercando di non far trapelare i segni della sua frustrazione. Asserisce con apparente convinzione che chiunque si rifiuti di invitarla o di venire nel suo salotto è solo una «noia». Anche il presidente, Jules Grévy, è una noia.

 

Ma questa parola, noia, non manca di una sua perversa efficacia, perché con essa Madame Verdurin indica tutti coloro che rientrano per lei nella categoria dei grandi personaggi. Queste figure la eccitano talmente e tuttavia sono così inaccessibili che tutto quello che può fare è camuffare la sua delusione da indifferenza, senza neppure riuscire troppo convincente.

Quando Swann si lascia sfuggire al salotto Verdurin di andare a pranzo con il presidente Grévy, l’invidia che suscita negli ospiti è palpabile, e così egli si affretta a porvi rimedio:

 

«Vi assicuro che quelle colazioni non hanno nulla di divertente, inoltre sono molto semplici, non si è mai più di otto a tavola».

 

Qualcun altro avrebbe potuto riconoscere nell’osservazione di Swann un atto di cortesia, ma Madame Verdurin è troppo afflitta per non trovarvi la conferma che non vale la pena avere ciò che lei stessa non ha:

 

«Ah, vi credo, devono essere tutt’altro che divertenti quelle colazioni, avete un bel coraggio ad andarci [...] Pare che [il presidente] sia sordo come una campana, e che mangi con le mani».

 

Una soluzione migliore: perché Madame Verdurin soffre tanto? Perché ciò che ci manca vale sempre di più di quanto già abbiamo, e perché sono sempre di più le persone che non ci invitano rispetto a quelle che ci invitano. La categoria delle cose che hanno valore per noi sarà quindi radicalmente stravolta se dobbiamo bollare di continuo come noioso tutto quello che non abbiamo solo perché non l’abbiamo.

Sarebbe molto più onesto pensare che il presidente non vuole incontrarci ma che questa non è una buona ragione per essere meno interessati a lui. Madame Verdurin potrebbe invece approfittare per capire secondo quali meccanismi le persone sono escluse dai circoli sociali, potrebbe far luce sulla sua frustrazione, riconoscerla direttamente, persino lanciare a Swann una frecciatina chiedendogli di tornare con un menu con la firma del Presidente, e in questo modo diventare così affascinante che alla fine le arriverebbe un invito all’Eliseo.

Paziente n. 2

Françoise: cucina per la famiglia del narratore, preparando meravigliose gelatine di manzo e asparagi. È anche nota per la sua testardaggine, la sua crudeltà verso il personale di cucina e la sua lealtà verso i suoi padroni.

 

Problema: non ha una grande cultura e non ha mai ricevuto una vera educazione. La sua conoscenza delle questioni mondiali è scarsa e conosce male gli avvenimenti politici e dinastici del suo tempo.

 

Come affronta il problema: Françoise ha imparato a far credere di sapere tutto. In breve, è una sapientona e sul suo viso compare un’espressione di panico ogni volta che viene informata su qualcosa di cui non ha la minima idea; poi però recupera il controllo di sé:

 

Françoise non voleva mai mostrarsi stupita. Se qualcuno avesse detto in sua presenza che l’arciduca Rodolfo, di cui lei non aveva mai sospettato l’esistenza, non era morto come si dava ormai per certo, ma era ancora vivo, Françoise avrebbe commentato: «Già», come se lo sapesse da un pezzo.

 

Nella letteratura psicoanalitica c’è il caso di una donna che si sente svenire ogni volta che si siede in una biblioteca. Circondata dai libri prova un senso di nausea che scompare solo quando si allontana da essi. Non è, come si potrebbe supporre, che questa donna abbia un’avversione per i libri; lei anzi li vuole e vuole il sapere che contengono così intensamente che desidera poter leggere tutto quello che c’è sugli scaffali in un sol colpo, e poiché questo è impossibile non le resta che sottrarsi alla coscienza insopportabile della sua ignoranza fuggendo gli ambienti in cui si trovano i libri.

Uno dei presupposti per acquisire un buon livello di informazione sta nel rassegnarsi alla propria ignoranza pensando che essa non è un dato ineliminabile della nostra coscienza e che, in ogni caso, non è un indice delle nostre qualità personali.

Comunque, la nostra sapientona dispera ormai di poter acquisire la conoscenza attraverso mezzi legittimi, e forse non c’è da stupirsi per un personaggio come Françoise, che ha passato una vita a cucinare gelatine di manzo e asparagi per dei padroni spaventosamente colti, che hanno tutta la mattina per leggere il giornale come si deve e amano vagare per casa citando Racine e Madame de Sévigné (i cui racconti, magari, Françoise dice di aver letto).

 

Una soluzione migliore: sebbene la reazione di Françoise possa essere attribuita a un sincero desiderio di conoscenza, la vera condizione dell’arciduca Rodolfo sfortunatamente rimarrà per lei un mistero finché non accetterà la momentanea e dolorosa umiliazione di dover chiedere chi diavolo sia costui.

Paziente n. 3

Alfred Bloch: compagno di scuola del narratore; intellettuale, borghese, ebreo, il suo aspetto è paragonato a quello del sultano Maometto ii nel ritratto del Bellini.

 

Il suo problema: fa spesso gaffe e figuracce in occasioni importanti.

 

Come affronta il problema: Bloch agisce con estrema naturalezza nelle situazioni in cui ogni altro povero mortale si profonderebbe nelle più umili scuse, tra la vergogna e l’imbarazzo.

La famiglia del narratore lo invita a cena, dove arriva con un’ora e mezzo di ritardo, ricoperto di fango dalla testa ai piedi a causa di un improvviso acquazzone. Potrebbe scusarsi del ritardo e di presentarsi coperto di fango e invece si lancia in un discorso in cui esprime il suo disprezzo per le convenzioni che impongono di arrivare puliti e puntuali agli appuntamenti:

 

«Non mi lascio mai influenzare dalle perturbazioni dell’atmosfera né dalle divisioni convenzionali del tempo. Ripristinerei volentieri l’uso della pipa d’oppio e del kriss malese, ma ignoro quegli strumenti infinitamente più perniciosi e d’altronde piattamente borghesi che sono l’ombrello e l’orologio».

 

Non è che Bloch non voglia piacere. Semplicemente non può tollerare una situazione in cui ha cercato di piacere e tuttavia non ci è riuscito. È molto più facile, allora, offendere o almeno fingere di avere il controllo della situazione. Se non si può essere puntuali per cena e si è bagnati fradici, perché non volgere i danni del tempo e della meteorologia a proprio vantaggio, dichiarando di aver voluto fare proprio ciò che ci è stato rimproverato?

 

Una soluzione migliore: un orologio, un ombrello; spiacenti.

Paziente n. 4

Fa solo un’apparizione fugace nel romanzo. Non sappiamo di che colore siano i suoi occhi, come si vesta o quale sia il suo nome completo. È conosciuta solo come la madre dell’amica di Albertine: Andrée.

 

Problema: come Madame Verdurin, la madre di Andrée si preoccupa unicamente della sua posizione sociale. Vorrebbe essere invitata a cena dalle persone giuste, ma questo non succede mai. Quando sua figlia adolescente porta a casa Albertine, quest’ultima dice candidamente di aver trascorso molte delle vacanze con la famiglia di uno dei governatori della Banca di Francia e la cosa colpisce la madre di Andrée, che non è mai stata onorata da un invito nella loro grande casa ma lo vorrebbe tanto.

 

Come affronta il problema:

 

Ogni sera, a pranzo, assumendo un contegno sprezzante o indifferente, [la madre di Andrée] ascoltava deliziata i racconti di Albertine sulle vicende svoltesi al castello durante il suo soggiorno, sulle persone che vi erano state invitate, e che la signora conosceva quasi tutte di vista o di nome. Il pensiero stesso di conoscerle solo in quel modo, cioè di non conoscerle affatto [...] insinuava nella madre di Andrée una punta di malinconia mentre interrogava Albertine sul loro conto con aria altezzosa e distratta, a fior di labbra; e avrebbe potuto lasciarla incerta e inquieta sull’importanza della propria posizione se non si fosse rassicurata da sola, e reinserita nella «realtà della vita», dicendo al maggiordomo: «Riferite al cuoco che i piselli non sono abbastanza mantecati». In questo modo ritrovava la sua serenità.

 

Lo chef responsabile di questa serenità e dei piselli compare nel romanzo ancora meno della sua padrona. Dovremmo chiamarlo Gérard o Joel? Viene dalla Britannia o dalla Linguadoca? Ha lavorato come secondo cuoco alla Tour d’Argent o al Café Voltaire? Ma la questione è un’altra: perché se un governatore della Banca di Francia non ha invitato la sua padrona in vacanza deve essere il povero cuoco a farne le spese? Perché una scodella dei suoi innocenti piselli deve portare con sé la colpa di un mancato invito alla grande casa del governatore?

 

La duchessa di Guermantes ritrova la serenità in un modo ugualmente ingiusto e gratuito. Ha un marito infedele, una vita matrimoniale insoddisfacente e un domestico di nome Poullein che è molto innamorato di una giovane donna. Poiché questa donna lavora come cameriera presso un’altra casa e i suoi giorni liberi coincidono raramente con quelli di Poullein, i due amanti si vedono di rado. Poco prima di questi incontri ardentemente desiderati, un certo M. de Grouchy viene a cena dalla duchessa. Durante il pasto, de Grouchy, appassionato cacciatore, si offre di mandare alla padrona di casa sei coppie di fagiani che ha ucciso nella sua proprietà di campagna. La duchessa lo ringrazia, ma insiste che data la generosità del dono manderà il suo domestico, Poullein, a prendere i fagiani, per non disturbare ulteriormente M. de Grouchy e il suo personale. Gli ospiti suoi commensali sono molto colpiti dalla premura della duchessa. Quello che non possono sapere è che lei ha agito in questo modo solo per una ragione: mandare a monte l’appuntamento di Poullein con la sua amata, e sopportare meglio il turbamento provocatole da quello spettacolo di una felicità amorosa che a lei era stata negata.

 

Una soluzione migliore: aver pietà di garzoni, cuochi, domestici e piselli.

Paziente n. 5

Charles Swann: l’uomo invitato a pranzare con il presidente, amico del principe di Galles e habitué dei salotti più eleganti. È bello, ricco, intelligente, un po’ ingenuo e molto innamorato.

 

Il suo problema: Swann riceve una lettera anonima che dice che la sua innamorata, Odette, è stata in passato l’amante di molti uomini, e che ha spesso frequentato i bordelli. Sconvolto, Swann si chiede chi possa avergli spedito una lettera con delle rivelazioni così dolorose per lui e nota che la lettera contiene dei particolari che solo una persona molto vicina a lui potrebbe conoscere.

 

Come affronta il problema: cercando il colpevole, Swann prende in considerazione a turno ognuno dei suoi amici; M. de Charlus, M. des Laumes, M. d’Orsan, ma non può credere che questa lettera venga da qualcuno di loro. Poi, incapace di sospettare di uno in particolare, Swann incomincia a pensare in modo più obiettivo, e decide che tutti quelli che lui conosce potrebbero in realtà aver scritto la lettera. Che cosa deve pensare? Come dovrebbe giudicare i suoi amici? La lettera è per Swann un invito a cercare di comprendere più a fondo le persone:

 

Quella lettera anonima provava ch’egli conosceva un essere capace di scelleratezza, ma non c’era ragione di credere che tale scelleratezza fosse nascosta nel tufo, inaccessibile a chiunque, del carattere dell’uomo sensibile piuttosto che dell’uomo freddo, dell’artista piuttosto che del borghese, del gran signore piuttosto che del domestico. Che criterio adottare per giudicare la gente? In sostanza, fra le persone che conosceva non ce n’era più una sola che gli sembrasse incapace di un’infamia. Non doveva più frequentare nessuno? La mente gli si annebbiò; si passò due o tre volte le mani sulla fronte, strofinò col fazzoletto le lenti del pince-nez... E continuò a stringere la mano a tutti gli amici dei quali aveva sospettato, con la riserva puramente formale che potessero aver tentato di ridurlo alla disperazione.

 

Una soluzione migliore: la lettera ha fatto soffrire Swann, ma la sofferenza non l’ha portato a una maggior consapevolezza. Può aver perso uno strato della sua ingenuità sentimentale, e ora sa che nel comportamento dei suoi amici possono esserci dei lati oscuri, ma non ha trovato il modo di individuarli né di capirne le ragioni. La sua mente si è annebbiata, lui si è pulito gli occhiali e si è lasciato sfuggire quella che, per Proust, è la cosa più interessante nel tradimento e nella gelosia: la loro capacità di generare la motivazione intellettuale necessaria a indagare ciò che ci viene nascosto.

Certo, a volte possiamo sospettare degli altri, ma è solo quando siamo innamorati che sentiamo l’urgenza di spingere fino in fondo la nostra indagine.

 

Tra i poteri della gelosia c’è quello di rivelarci quanto la realtà dei fatti esteriori e i sentimenti dell’animo siano qualcosa di sconosciuto che si presta a mille supposizioni. Crediamo di sapere esattamente le cose e quel che pensa la gente per la semplice ragione che non ce ne importa. Ma non appena abbiamo, come hanno i gelosi, il desiderio di sapere, davanti a noi c’è un caleidoscopio vertiginoso nel quale non distinguiamo più niente.

 

Swann può anche sapere in linea teorica che la vita è piena di contrasti, ma nel caso delle persone che conosce, crede che quegli aspetti della loro vita che non gli sono familiari debbano essere identici agli aspetti che invece conosce. Capisce che cosa gli è nascosto alla luce di ciò che gli appare, e quindi non capisce niente di Odette, visto che è difficile accettare l’idea che una donna in apparenza così rispettabile quando è con lui possa essere la stessa persona che una volta frequentava i bordelli. Allo stesso modo, non capisce niente dei suoi amici, perché gli è difficile pensare che qualcuno con cui ha intrattenuto amabili conversazioni a pranzo possa, all’ora di cena, avergli indirizzato una lettera così offensiva e piena di volgari insinuazioni sul passato di Odette.

La lezione? Rispondere ai comportamenti inaspettati e offensivi degli altri con qualcosa di più di una semplice strofinata agli occhiali, e cogliere l’occasione per allargare la nostra comprensione anche se, come Proust ci ammonisce, «nello scoprire la vera vita degli altri, l’universo reale sotto l’universo apparente, ci si offrono tante sorprese quante ne comporta il visitare una casa dall’aspetto banale il cui interno sia colmo di tesori, di arnesi da scasso o di cadaveri».

 

Al confronto, il modo in cui Proust reagisce alla propria sofferenza non può che sembrarci ammirevole.

Sebbene per l’asma egli rischiasse la vita stando in campagna e diventasse cianotico solo alla vista di un lillà in fiore, si guardava bene dal seguire l’esempio di Madame Verdurin magari sostenendo stizzito che i fiori sono noiosi o proclamando i vantaggi di trascorrere un anno in una stanza con le imposte chiuse.

Nella sua cultura c’erano incredibili lacune, ma lui non disdegnava di colmarle. «Chi ha scritto I fratelli Karamazov?» chiese a Lucien Daudet (all’età di ventisette anni). «La Life of Johnson (sic) di Boswelle (sic) è stata tradotta? E qual è l’opera migliore di Dickens? (non ho mai letto niente di lui).»

E neppure ci sono prove che abbia mai cercato di rifarsi sui domestici delle sue frustrazioni. Ormai abilissimo nel trasformare il dolore in idee, nonostante la disastrosa situazione della sua vita sentimentale, quando Odilon Albaret, l’autista preferito di Proust, sposò la donna che sarebbe diventata in seguito la sua cameriera, lui riuscì a rispondere con un telegramma di felicitazioni, e lo fece solo con un breve attimo di autocommiserazione e un modestissimo tentativo di colpevolizzarli, come appare dal corsivo:

 

Le mie più vive congratulazioni. Non vi scrivo altro perché ho preso l’influenza e sono stanco ma porgo tanti auguri di felicità a voi e alla vostra famiglia.

 

Morale? Accettare le lezioni di buon senso che ci sono offerte in codice dalle varie tossi, allergie, gaffe sociali e tradimenti emotivi a vantaggio della nostra serenità guardandosi dall’ingratitudine di chi dà la colpa ai piselli, alla noia, all’ora o al tempo.