Episodio #7, Capitolo 2

Guerra, dicembre 213 a.C.

L’inaspettata comparsa della flottiglia di Ippocrate scatenò in città un entusiasmo che reputai francamente eccessivo. Voglio dire, il frumento scaricato dalle stive delle due navi da carico consisteva in una dozzina di medimni, a dir tanto; non colmava neppure il fondo del granaio di Ortigia, ormai desolatamente vuoto. E il numero di armati giunti in rinforzo, contando anche i siracusani liberati dai ceppi romani, non compensava certo le perdite che avevamo subìto in tutti quei mesi di assedio.

Quanto alle grandi vittorie sbandierate da Ippocrate, fu subito chiaro che si trattava di semplici scaramucce. Il fratello del tiranno non aveva mai affrontato il grosso dell’esercito di Marcello, ben trincerato sulle sponde del Ciane; al più doveva aver sorpreso reparti isolati di legionari in marcia, o sparute scorte di salmerie nemiche. Malcone lo evinse, senza possibilità di dubbio, dai racconti riferiti dai suoi connazionali sbarcati con Ippocrate. Anche Epicide, al di là della gioia che certo provava per aver riabbracciato il congiunto, non poteva illudersi che le cose stessero diversamente.

Ciò nonostante il tiranno decretò che il ritorno da “trionfatore” di Ippocrate meritava una grande celebrazione. Ordinò agli schiavi di trascinare nell’agorà gli orci di vino delle cantine reali e li distribuì generosamente alla popolazione. Poi aprì lui stesso le danze. I festeggiamenti durarono tutta la notte.

«È una follia» protestai con Malcone osservando contrariato, dalla torre del Lakkion, la folla in tripudio «sembra che abbiamo già vinto, e che ci resti solo da avvertirne i romani.»

«Hai ragione, Dinostrato» concesse il gigante cartaginese. «Tuttavia capisco Epicide. Vuole restituire alla tua gente ciò che l’assedio più le ha tolto.»

«L’euforia?» azzardai confuso.

Malcone scosse la testa.

«La speranza.»



Nei giorni successivi, in effetti, mi sorpresi a cogliere per i vicoli e sui moli la stessa aria eccitata, quel misto di baldanza infantile e spensierata ambizione, che aleggiava a Palazzo allorché Geronimo - lo ricordavo come fosse ieri - si apprestava a partire per la guerra che aveva appena dichiarato.

Anche allora tutti i dubbi e le opinioni contrarie erano stati spazzati via da una ventata di cieca sconsideratezza. Del resto, all’annuncio dell’accordo coi cartaginesi Geronimo aveva sfoggiato una spietatezza folle con chi aveva osato porgli obiezioni, e un’imbarazzante generosità con chi lo aveva plaudito, Peristione tra tutti. Così, uno dopo l’altro, tutti i maggiorenti di Siracusa si erano accodati al giovane sovrano, gareggiando nel magnificarne la risoluzione in una sorta di olimpiade della piaggeria. Finanche gli aristocratici più legati a Roma, Gorgia in testa, si erano prostrati ai piedi di Geronimo, giurandogli fedeltà e inneggiando ai meravigliosi destini che attendevano la nuova Siracusa alleata di Annibale.

Epicide e Ippocrate si erano compiaciuti del successo della missione diplomatica; forse neppure loro avevano previsto un tale trionfo. Tuttavia avevano anche rimarcato le penose condizioni in cui versavano le nostre truppe; già infiacchito da un cinquantennio di pace, l’esercito siracusano aveva subito il colpo di grazia dalle ultime nomine “politiche” imposte da Geronimo.

 

I due inviati di Cartagine si erano impegnati a procurare armi di fattura moderna, logistica, sostegno di corpi ausiliari scelti, e soprattutto a insegnare agli opliti siracusani come fronteggiare le tattiche romane. Geronimo, impressionato dall’autorevolezza del loro discorrere e dai racconti di come i due fratelli s’erano battuti al fianco di Annibale, li aveva nominati entrambi generali. Poi era partito con una piccola scorta verso la vicina Leontini, ove intendeva reclutare altre truppe.

Da quella città non era più tornato. Non da vivo.

Aveva diciassette anni.

La mia impressione, dicevo, era che il ritorno di Ippocrate ci avesse fatti ripiombare nella demenza collettiva di quei giorni. Nell’agorà e intorno a Palazzo coglievo un gran fermento. Nei templi ardeva l’incenso. Gli uomini lucidavano scudi e pettorali, i tamburi di guerra rullavano.

«Ippocrate ha convinto suo fratello ad attaccare» mi confidò una sera Malcone, presentatosi di sorpresa alla villa.

«Attaccare?» feci eco, incredulo «vuoi dire affrontare le legioni in campo aperto? È una pazzia!»

Il gigante punico annuì con severità.

«Non ti do torto, Dinostrato; è un azzardo. Ma penso anche che sia l’ultima occasione che gli dèi ci concedono per spezzare l’assedio.»

«Perché dici questo?» replicai. «E lascia perdere gli dèi!»

Malcone si strinse nelle spalle. I suoi capelli crespi, mi avvidi, si erano ingrigiti sulle tempie. Sembrava infinitamente stanco. Indossava la panoplia, segno che veniva direttamente da un consiglio di guerra.

«Annibale non varcherà mai lo Stretto» dichiarò. «Chi si ostina a sperare il contrario è un illuso. Possiamo contare solo su noi stessi. Se attendiamo ancora, le nostre forze non potranno che indebolirsi. Oggi, tra le truppe giunte con Ippocrate e le milizie della città, credo che possiamo mettere insieme seimila lance. Domani… chissà.»

«Ai romani non può essere sfuggito l’arrivo della flotta» obiettai, mentre l’angoscia mi cresceva dentro «sai bene che la città è piena di spie. Senz’altro si aspetteranno un attacco al loro campo.»

«Non li affronteremo sul Ciane» precisò Malcone. «Il piano di Ippocrate è più complesso.»

«Che significa?»

Lui scosse la testa.

«Mi spiace, Dinostrato; ho giurato su Melqart di mantenere il segreto. Già temo di averti confidato troppo.»

Aggrottai la fronte, contrariato.

«Se non puoi rivelarmi nulla, allora perché sei qui?»

Malcone mi si avvicinò, ridusse la voce a un sussurro.

«Già da tempo la notte mi reca brutti sogni, Dinostrato. Ho visioni inesplicabili, che mi inquietano.»

Mi pose una mano sulla spalla. Strinse.

«C’è qualcosa che voglio tu faccia per me, Dinostrato. Desidero chiedertelo da tanto, ma finora ho sempre indugiato. Adesso però sento che devo farlo, prima di partire per una battaglia di cui temo l’esito.»

Sussultai. Le parole del cartaginese, ambigue, mi suscitavano lo stesso turbamento che avevo provato quella volta sulla spiaggia, quando Malcone mi si era rivolto con un’intimità che avevo giudicato eccessiva, inappropriata.

Il suo tono era il medesimo di allora, e mi imbarazzava allo stesso modo. Mi chiesi se, quando avevo risposto alla sua domanda “C’è una donna che ami, Dinostrato?”, io avessi dato una risposta che lo aveva indotto a fraintendere.

«Aspetta, Malcone» azzardai «credo che ci sia un equivoco…»

«No» rispose lui slacciandosi il pettorale «ormai ho deciso.»

Indietreggiai arrossendo furiosamente. Malcone frugò sotto il corpetto, ne trasse un borsello e un papiro strettamente arrotolato. Mi porse entrambi gli oggetti.

«Prendili, Dinostrato.»

«Cosa? Che…?» balbettai interdetto.

«Lo scontro che incombe» mormorò Malcone «sarà la battaglia, temo, in cui io morirò. Ma tu, Dinostrato, tu non sei un guerriero. Sei discepolo di un maestro molto anziano; entrambi sappiamo che non dovrai servirlo a lungo. Quando la guerra terminerà, che Siracusa trionfi o si assoggetti ai romani, tu sarai un uomo libero. E allora, questa è la preghiera che io ti rivolgo, potrai decidere di partire per Kart Hadasht.»

«Per Cartagine?» ripetei confuso.

Lui annuì.

«Ti imploro di portare a Ilissa le mie ultime volontà, e di consegnarle l’oro che ho raccolto, per lei e i nostri figli, in questi anni di guerra.»

Il suo sguardo si velò di malinconia.

«Non c’è nessuno, tra i miei compagni d’armi, cui io possa chiederlo. I pochi di cui mi fido, Haruk ad esempio, combatteranno al mio fianco. Non credo mi sopravvivranno. Melqart mi è testimone; a te, Dinostrato, ho salvato la vita due volte. Ti conosco abbastanza per sapere che onorerai il debito.»

Tacque. Io mi sentii sollevato, ma anche avvilito per quanto, nella mia immensa stupidità, avevo creduto di capire. La richiesta di Malcone era nobile, pura come acqua di fonte. Come avevo potuto travisare?

«Allora?» insistette lui, forse stupito del mio silenzio. «Posso contare su di te, Dinostrato?»

Mi schiarii la gola, gli strinsi la mano con tutta la forza che avevo.

«Custodirò l’oro di tua moglie mentre sarai in battaglia, Malcone. Ma vedrai che sarai tu stesso a portarlo a Cartagine, e a riabbracciarla. Quanto al sopravviverti e al divenire un uomo libero» aggiunsi sospirando «vorrei poter nutrire, per il mio futuro, la fiducia che sembri avere tu.»

«Che vuoi dire?»

Gli narrai brevemente dei miei annosi scontri con Peristione, del solenne voto di uccidermi che egli aveva pronunciato, della brutta sorpresa che mi aveva fatto ricomparendo, redivivo e libero, sulla nave di Ippocrate.

«Parli del guercio?» azzardò lui «il reduce di Leontini?»

«Peristione» confermai «nipote del maestro Archimede.»

«L’ho conosciuto oggi» commentò Malcone. «Un aristocratico borioso e arrogante. Stupido come un ciocco di castagno. Uno di quegli uomini pieni di sé che ascoltano solo la propria voce.»

«Lui» approvai.

«Non capisco perché Ippocrate gli dia retta. Forse con quella benda sull’occhio gli ricorda Annibale. Non devi preoccuparti di lui, Dinostrato.»

«Davvero?»

Il gigante punico assentì gravemente.

«Ippocrate gli ha affidato il comando della mia colonna. Combatteremo fianco a fianco. Non posso parlarti del piano di battaglia, Dinostrato, ma ti assicuro che il nostro ruolo è tra i più rischiosi. Credo che né io né lui torneremo vivi a Siracusa.»

Lo fissai con un groppo in gola.

«Questo dovrebbe rallegrarmi?»

Malcone mi batté nuovamente la mano sulla spalla.

«Sono onorato di averti conosciuto, Dinostrato servo di Archimede. Se non dovessimo più incontrarci, ricorda il nostro patto» strinse i lacci del pettorale e indossò l’elmo puntuto della fanteria punica. «Ora è tempo che vada. Gli dèi ti proteggano… amico.»

E scomparve. Fuori, nubi minacciose avevano coperto le stelle. Lontani, bassi a occidente, i lampi di Zeus violavano maestosi l’oscurità della notte.



Non era ancora l’alba quando Ipsicle giunse a destarmi.

«In piedi, Dinostrato!» mi scosse.

«Cosa c’è questa volta, fratello?» protestai.

«Lo vedrai» tagliò corto lui. «Muoviti, non c’è molto tempo!»

Mi rassegnai a seguirlo. Per fortuna mi ero assopito con le vesti ancora indosso; Ipsicle mi concesse a stento il tempo di calzare i sandali. Raggiungemmo le Porte di Kamarina in gran fretta; rischiai seriamente di spezzarmi una gamba, correndo in quel modo alla sola luce della fiaccola.

Il temporale era molto vicino; il brontolio dei tuoni copriva ogni altro rumore, compreso - me ne resi conto con sorpresa, solo più tardi capii che si trattava di una scelta consapevole - il tintinnio delle armi e delle corazze dei guerrieri che marciando in formazione serrata superavano le Porte diretti verso le campagne.

Feci per chiedere spiegazioni, ma Ipsicle mi tappò risolutamente la bocca con una mano talmente lurida e odorosa di caprino che ebbi un urto di nausea.

«Meglio non farci vedere» sussurrò. «Saliamo sui bastioni.»

Acconsentii. C’inerpicammo sugli spalti, scrutammo oltre le mura. Le prime gocce di pioggia, gelide, mi sfiorarono il viso. Gli armati che avevo appena veduto, mi resi conto, erano solo gli ultimi di una lunga colonna che avanzando pesantemente si snodava verso l’orizzonte ammantato di tenebra. I fuochi del piccolo presidio romano ardevano contro lo sfondo nero delle colline.

Trasecolai che le sentinelle nemiche non stessero suonando i corni per mettere in allarme i loro compagni sul Ciane. Ipsicle sembrò intuire la mia perplessità, perché fece scorrere un dito sulla gola a simulare una lama.

«Ci hanno pensato i Topi» asserì. «Il contributo di Policasta al piano di battaglia.»

Inarcai un sopracciglio, scettico.

«Vuoi farmi credere che tu sai cos’ha in mente Ippocrate?»

«Per i Topi non ci sono segreti» si vantò Ipsicle.

Lo fissai indispettito. Lui mi fece attendere a lungo, insolente, con un fare da teatrante consumato.

«Prendono la pista delle colline, non vedi?» sussurrò alla fine. «Se riescono a tenere un passo sostenuto, giungeranno ad Akrai all’alba. Lassù riprenderanno le forze, si procureranno acqua e viveri, e a giorno fatto scenderanno in pianura dall’altra parte, ad Akrillai.»

Non capivo.

«Perché?»

«Ippocrate ha rivelato che da qualche tempo Marcello non si trova al campo d’assedio, bensì ad Akragas, scortato da parte delle sue truppe.»

«Ad Akragas?» ripetei.

«C’è una fazione contraria ai romani, lì» spiegò mio fratello «Ippocrate li ha fomentati per mesi, dice. Marcello è dovuto accorrere a rafforzare la guarnigione, o sarebbe scoppiata una rivolta. Ormai, però, il console sarà stato avvertito che a Siracusa è sbarcata una flotta cartaginese, perciò avrà certamente deciso di rientrare. Ippocrate intende sorprenderlo sulla via del ritorno. Ha definito il suo piano “una battaglia annibalica”. Suppongo voglia dire “un’imboscata”.»

Mi morsi le labbra, perplesso. Mi chiesi cosa, in quel cumulo di assurdità, costituisse effettivamente la strategia del nostro polemarca, e quanto fosse invece frutto delle millanterie di mio fratello.

Tornai a rivolgere l’attenzione al nostro esercito. Gli ultimi guerrieri della retroguardia stavano sfilando sotto i miei occhi. Gli opliti portavano lo scudo legato dietro alla schiena e gli schinieri alti al ginocchio, come si usava per le lunghe marce. Molti erano senza elmo e con un armamento approssimativo, segno che Ippocrate aveva forzato un reclutamento anche tra i popolani. Erano tutti appiedati, ma ciò non mi sorprendeva; nessun cavallo, a Siracusa, era sopravvissuto ai mesi di assedio, e quei pochi giunti con la flotta erano certamente appannaggio degli aristocratici che da giorni sgomitavano per farsi belli dinanzi a Ippocrate.

Sperai di intravedere Malcone. Nulla da fare; l’oscurità era così fitta che già a pochi passi dalle mura i guerrieri erano ridotti a ombre a stento distinguibili. Immaginai che Ippocrate avesse disposto, in testa alla colonna, guide che conoscessero alla perfezione i sentieri delle colline, tuttavia mi chiesi come sarebbero riusciti a mantenere la formazione, proseguendo in quella lunga marcia notturna.

Poi mi avvidi delle lunghe funi che gli uomini stringevano in pugno, grazie alle quali potevano seguire il compagno che li precedeva anche senza vederlo.

«Zeus mi fulmini!» commentai stupito «quella è un’idea del maestro.»

«Cosa?» fece Ipsicle.

«Il principio di sincronizzazione» mormorai, ripetendo la definizione che avevo udito da Archimede. «Il maestro l’aveva usato nei suoi “automata”. Corde tese a far sì che ogni elemento meccanico compia i suoi movimenti in accordo con gli altri. Ricordo che aveva studiato come applicare il principio anche ai lavori di squadra. Credo pensasse all’impiego nei cantieri navali, o nei campi per il raccolto. Sapevo che ne aveva parlato con re Gerone, ma non pensavo che…»

«Hermes m’accechi se capisco di cosa stai blaterando» replicò Ipsicle sputando oltre il parapetto. «Comunque sia, è meglio rientrare. Lo spettacolo è finito, inutile restare qui a inzupparci il culo.»

Lanciai un’ultima occhiata all’orizzonte. Le tenebre avevano inghiottito ogni cosa. I battenti delle Porte stavano per essere serrati. Tutto era nelle mani degli dèi, adesso.

Mi volsi verso Ipsicle. Assentii.

«Rientriamo.»



Prima di mezzogiorno tornò il sole. L’aria, ripulita dalla pioggia, era profumata, inebriante come un buon vino. Quando Archimede decretò che intendeva uscire, fui lieto di assecondarlo; da troppi giorni non levava il naso dai suoi papiri.

Proposi una lunga passeggiata. Lui accettò. Gli coprii le spalle con una clamide color giacinto, gli porsi il bastone e lo condussi, sostando di tanto in tanto affinché riprendesse fiato, verso l’Epipoli.

Giungemmo alle Porte di Kamarina nel tardo pomeriggio. Lo aiutai a scalare i gradini. Archimede una volta era troppo orgoglioso per accettarlo, ma ormai consentiva senza proteste che io lo sorreggessi. Sedemmo sugli stessi spalti ove, la notte prima, avevo assistito con Ipsicle alla partenza dell’esercito. Non eravamo soli; il presunto “piano segreto di Ippocrate” aveva evidentemente smesso di essere tale. Molti siracusani, soprattutto donne, forse spose o madri dei guerrieri partiti, attendevano, sguardo fisso all’orizzonte, nuove dalla battaglia che certo doveva infuriare oltre le colline.

Tra quelle donne, mi avvidi, serpeggiava un acuto senso d’angoscia, ma anche la solidarietà che spesso nasce tra chi condivide la medesima apprensione; il poco cibo veniva diviso, un orcio d’acqua circolava di mano in mano. Ai bambini che rabbrividivano alle folate gelide dal nord non mancavano le offerte di un lembo di mantello e di un sorriso.

Qualcuno riconobbe Archimede. Una vecchia dalla bocca sdentata si accostò al maestro e gli porse un tozzo di pane. Lui osservò il dono con curiosità, quasi non riuscisse a cogliere il significato del gesto. Io restituii compitamente il cibo.

«Sei gentile» ringraziai la donna «ma certo ne hai bisogno più tu del maestro. I numi te ne renderanno merito.»

Lei si allontanò titubante. Io cercai inutilmente un viso conosciuto tra le sentinelle nei posti di guardia. Mi sarebbe piaciuto trovare Frixos, chiedergli qualche notizia. Ma scorgevo solo ragazzini, volti glabri a me ignoti su corpi ossuti, curvi sotto il peso delle armi e della responsabilità; supposi che i veterani fossero tutti partiti con Malcone e i mercenari punici.

Al tramonto Archimede mi notificò che desiderava rientrare alla villa.

«Non ancora, padrone» lo pregai. «Può darsi che Ippocrate mandi un messaggero, un araldo, un…»

«Devo tornare al mio trattato, Dinostrato» rimarcò lui, sorpreso che contestassi la sua decisione.

Io mirai affranto le donne che ci circondavano. La maggior parte di loro, indovinai, era lì dall’alba, e non sarebbe tornata a casa prima di aver conosciuto il destino del padre, del figlio, del marito.

«Non vi capisco, padrone» protestai, additandogli la scena e sperando che cogliesse la trepidazione di quell’attesa. «Davvero, per voi, l’esito della battaglia non ha importanza?»

«Inconfutabilmente» asserì Archimede piccato. «Noto con rammarico che stai violando il tuo giuramento. Hai promesso di non nominarmi più la guerra, rammenti?»

«Lo ricordo, maestro» ammisi «però, perdonatemi, voi non…»

Esitai.

«Voi cosa?» esortò il maestro.

Abbassai la voce.

«Trovo ingiusto che trattiate con noncuranza chi in questo momento si sta battendo per la salvezza della città.»

Archimede scrollò le spalle con aria stanca.

«Che devo dirti, Dinostrato? Li terrei in ben altra considerazione se si battessero per scopi meno futili.»

«Futili?» feci eco stupefatto. «Che dite, maestro?»

«Dico ciò che penso» insistette lui. «Per generazioni questa città ha sacrificato i giovani più valorosi in guerre e guerre contro i cartaginesi. Ora versa il sangue migliore per sostenere la stessa Cartagine contro Roma. Domani chissà; re e tiranni sceglieranno altri nemici, e immoleranno contro di loro i nostri figli ciarlando d’onore, di gloria e di altre futilità» scosse la testa. «Sono solo stragi insensate, Dinostrato, sprechi di risorse e ingegni che avrebbero potuto essere spesi, piuttosto, per migliorare le nostre vite.»

Mi resi conto, allarmato, che le donne che ci attorniavano si erano fatte attente. Rabbrividii; locuzioni come “sprecar sangue” e “stragi insensate” erano quanto di peggio Archimede potesse pronunciare in loro presenza. Avrei voluto suggerirgli di tacere, ma ormai il danno era fatto.

La vecchia sdentata gettò il pezzo di pane che stava sbocconcellando e si erse con aria oltraggiata.

«Maestro, so chi siete e vi rispetto. Ma lì fuori ho due figli in armi e, per Artemide, nessun uomo che ozia al riparo delle mura può permettersi di insultarli.»

Altre donne le si affiancarono, rumoreggiando e ostentando dissenso verso Archimede. Cogliendo il loro livore, quasi palpabile, mi sovvenne il ricordo delle vedove di Troia cantate da Omero.

Archimede, come mi aspettavo, le ignorò sovranamente. Mi affrettai a intervenire.

«Il mio padrone non intendeva offendere nessuno» assicurai «e in questo assedio non ha certo “oziato protetto dalle mura”. Al contrario, Siracusa ha ottenuto mirabili vittorie grazie alla forza del suo genio; tutti in città lo sanno.»

Tra le “vedove di Troia” alcune si rabbonirono, e di questo mi compiacqui. Altre, tra cui l’anziana sdentata, continuarono a palesare ostilità. Pensai che forse, citando espressamente l’Artiglio e le catapulte di precisione ideate dal maestro, avrei potuto convincerle. Ma Archimede sembrò leggermi nel pensiero; d’improvviso mi afferrò un braccio. Sorpreso dall’inaspettata forza della sua stretta, ammutolii.

«Mi rattristi molto, Dinostrato.»

«Che dite, padrone?» balbettai disorientato «perché?»

«Pensi di onorarmi così? Vantando il tempo che ho sperperato ideando congegni bellici? A tal punto hai frainteso i miei insegnamenti? Non posso crederci.»

Arrossii furiosamente.

«No, maestro. Avete ragione, io…»

«Devi farmi una promessa, Dinostrato» tagliò corto. «Sento di essere al termine della mia parabola, e odio il pensiero che i posteri mi giudichino un costruttore di macchine di morte. Giurami che sulla mia lapide farai incidere un epitaffio che rammenti i veri traguardi che ho raggiunto.»

Deglutii. Era la seconda volta in poche ore che qualcuno mi affidava le sue ultime volontà. Il peso del Fato incombente mi piegava le ginocchia. Dubitavo che le mie spalle fossero sufficienti a reggere un simile fardello, ma non potevo rifiutare al mio maestro ciò che avevo concesso a Malcone.

«Io… farò quel che chiedete, padrone» annuii «lo prometto.»

Lui arcuò le labbra in un accenno di sorriso.

«Adesso spiegalo a queste donne.»

Sussultai.

«Cosa?»

«Hai parlato di “mirabili vittorie”, Dinostrato. Di certo hanno creduto ti riferissi a questo stupido assedio. Spiega che hanno frainteso. Chiarisci a cosa ho realmente consacrato la mia intera esistenza. Di’ qual è stato il mio vero, unico, inconfutabile obiettivo.»

Sgranai gli occhi, incredulo. Davvero Archimede pretendeva che io illustrassi postulati di geometria piana e teoremi di calcolo numerico a una torma di popolane inferocite?

Poi capii. Il maestro mi stava mettendo alla prova. Forse per l’ultima volta. Come se in quel momento, sugli spalti ventosi delle mura di Dionisio, si celebrasse l’esame conclusivo di una lunga serie di lezioni iniziate ben tredici anni prima, quando altro non ero che un fanciullo.

La vecchia sdentata e le altre attendevano, livide.

Mi schiarii la gola.

«Il maestro ha dedicato la sua ricerca a svelare le Leggi che regolano la Natura» scandii «ma non l’ha fatto per mera sete di conoscenza, sebbene già questo valesse lo sforzo. Il suo scopo era dimostrare agli uomini che esistono Verità Universali, regole cui gli stessi dèi devono sottomettersi. Persino Zeus, se rapportasse la lunghezza e il diametro del circolo, non potrebbe che giungere al numero che il maestro ha battezzato “π”.»

Alzai la voce.

«È questo, il grande traguardo del mio padrone: far comprendere agli uomini che l’arbitrio dei potenti, le pretese dei tiranni, la spocchia dei nobili, la superbia dei re, di fronte alle Leggi Naturali sono nulla. La consapevolezza delle Verità Matematiche Uniche ed Eterne, dice il maestro, rende gli uomini uguali sotto il cielo.»

Tacqui. E in quel momento udii Archimede mormorare la sentenza che, capii, attendevo da tutta una vita.

«Credo di non avere più nulla da insegnarti, Dinostrato.»

La vecchia puntò un dito ossuto contro di me con fare accusatorio. Nonostante il senso di appagamento, tiepido come le ceneri di un banchetto, che il giudizio del padrone aveva suscitato in me, sussultai. Di certo le mie parole dovevano esserle suonate oscure; forse il mio sermone, lungi dal chetarla, aveva accresciuto la sua collera. Poi mi resi conto che lei e le altre donne fissavano qualcosa alle mie spalle.

«Laggiù! Guardate!»

Mi voltai. A occidente, contro le colline, distinsi un soffio di fumo. D’improvviso, di comune accordo, la discussione tra il maestro e le popolane fu accantonata. Ci precipitammo al parapetto, tutti insieme, come un’ondata che si frange sugli scogli. Mi sporsi, aguzzai lo sguardo.

«Uno… no, due cavalieri!» decretò la vecchia.

«Vengono da questa parte» echeggiò qualcuno.

«Romani?»

«No.»

«Sembrano nostri.»

«Che le sentinelle aprano le porte!»

Discesi d’impeto i gradini, aiutai i ragazzini che montavano di guardia a smuovere i cardini di bronzo. Fui tra i primi ad affacciarmi dall’apertura.

I due guerrieri a cavallo erano vicini, adesso; le condizioni in cui versavano mi fecero rammentare i giorni precedenti l’assedio, i fuggiaschi rientrati in città con la notizia della prima sconfitta inflittaci dai romani. Ora come allora, nessuno incombeva alle calcagna degli scampati; i nostri nemici sembravano saper bene che un annuncio funesto può ferire l’avversario quanto la più tagliente delle lame.

Più che smontare, i nuovi arrivati caddero dalla groppa delle loro cavalcature. Uno era coperto di mota e sangue rappreso. Si abbatté di schiena sulla polvere e giacque disteso, esanime. Le donne accorsero, s’inginocchiarono al suo fianco, gli slacciarono la corazza, gemettero alla vista delle ferite.

L’altro sembrava messo meglio, ma neppure lui si reggeva in piedi. Lasciò andare le armi e s’accasciò. Fui io a raggiungerlo, lo sostenni, l’aiutai a sedersi sui gradini. La sua gamba destra, violacea, sanguinava copiosamente. Il guerriero si tolse l’elmo. Scorsi la cicatrice sulla guancia, la benda sull’occhio.

Era Peristione.

«Vino!» mi ingiunse con voce impastata, di certo senza riconoscermi.

Io lo fissai stralunato.

«Cosa?»

Lui storse la bocca in una smorfia a metà strada tra il dolore e il disprezzo per la mia tarda comprensione.

«Acqua, allora!» comandò.

La vecchia mi porse l’orcio. Io lo consegnai a Peristione. Lui bevve con avidità, poi versò quanto rimaneva sul viso sozzo di fango. Scrollò il capo schizzando sporcizia tutto intorno. I guardiani delle Porte tornarono di vedetta, nell’eventualità che altri scampati comparissero all’orizzonte.

«Cos’è accaduto?» azzardò la vecchia.

«Siamo stati sconfitti?» fecero eco le donne più giovani.

«Che ne è degli altri?»

«Dov’è il nobile Ippocrate?»

«Hai notizie del mio sposo?»

«E del mio? Si chiama…»

Palesemente irritato, Peristione intimò che tacessero. Vidi che la sua mano cercava l’arma di cui si era liberato pochi istanti prima. Mi affrettai, non visto, ad allontanarla con un calcio.

«Lasciate che si riprenda!» l’ordine di Archimede sovrastò il vocio delle postulanti «e tu, Dinostrato, controlla le sue ferite.»

Peristione sembrò riconoscere la voce dello zio. Il suo sguardo guercio cadde su di me. Realizzò chi ero, scoprì i denti nell’antico astio.

«Avanti, ragazzo prodigio» provocò, vedendo che esitavo «cura la mia gamba. Ti assicuro che ne terrò conto, quando ti ucciderò come ho promesso.»

Deglutii. Sedetti nella polvere. Lo schiniere di Peristione era a pezzi. Lo sollevai cautamente, estraendo i frammenti che si erano conficcati sotto pelle. Inumidii un panno, detersi il sangue raggrumato.

Sopra il ginocchio la carne era violacea, ma l’osso sembrava integro. Doveva essere stato colpito di piatto, conclusi, giacché le ferite erano più estese che profonde.

«Allora?» si informò Archimede.

«Camminerà» decretai. «Occorre solo fermare il sangue.»

Una donna si lacerò la veste, ne ricavò strisce di tessuto, me le offrì. Io le avvolsi intorno alla gamba di Peristione, ben strette, in modo che gli dessero anche sostegno.

Lui mi spinse lontano con malagrazia, tentò di sollevarsi, digrignò i denti, si rimise in piedi.

«Come medico sei un cane, ragazzo prodigio» ghignò sarcastico. «Del resto lo era anche la tua amichetta, quella che avrebbe dovuto salvarmi l’occhio. Almeno, però, di lei potevo servirmi come femmina da monta. Ma questo tu lo ricordi, vero?»

Più che la sua crudeltà, a colpirmi furono, di nuovo, le sue maligne doti di memoria. Nonostante gli anni e gli eventi, Peristione ricordava perfettamente le mie debolezze, e soprattutto come sfruttarle per ferirmi. Mi ero illuso di aver incatenato il dolore di quella tragedia come Prometeo sulla vetta del Caucaso; ma a Peristione erano bastate poche, brevi parole per liberarlo.

Il ricordo di Psiche, improvviso, violento, mi colmò d’angoscia. Pensai alla favola che aveva segnato così tanto le nostre vite; come la sua omonima del mito, la donna che amavo aveva varcato lo Stige per recare a Persefone il dono di Afrodite. Ma io, che con lei mi ero illuso di poter emulare Eros, non ero riuscito a salvarla.

I miei occhi si riempirono di lacrime. Tacqui, sconfitto.

Peristione si sorresse alla parete scabra delle mura, azzardò qualche passo. Di nuovo le donne lo circondarono implorando notizie dei propri congiunti. Lui le respinse ancora, sempre più infastidito.

«Fatemi largo!» ringhiò. «Devo correre a Palazzo, riferire a Epicide che gli dèi ci sono stati avversi e che suo fratello ha perduto la battaglia.»

«Nobile signore» insistette la vecchia sdentata «i nostri uomini? Dove sono?»

Lui la respinse brutalmente.

«Vi ripeto che devo presentarmi al tiranno! Come osate importunarmi coi vostri stupidi parenti? Vi basti sapere questo; se entro stanotte non saranno tornati, considerateli concime per i campi di Akrillai.»

Le donne sussultarono, terree in volto. Peristione fece per allontanarsi, poi ci ripensò e fischiò all’indirizzo del suo cavallo. Ma l’animale, spossato e schiumante dalle froge, non diede segno di volerlo raggiungere. Peristione impugnò il frustino, lo agitò minaccioso.

Mi resi conto che in tutto quel tempo non aveva degnato di uno sguardo il compagno ferito, che giaceva a terra ancora privo di sensi. Lo riconobbi; era uno dei cortigiani “storici” di Peristione. Più volte lo avevo veduto alla villa di Archimede, impegnato nella scorta o nella servile adulazione verso il nipote del maestro. L’altezzosità con cui Peristione l’ignorava mi suonò insopportabile. Sentii che dentro di me qualcosa, finalmente, si rompeva.

«Non ti curi mai di chi ti lasci dietro, vero?» lo apostrofai con durezza.

Peristione si voltò, sorpreso dal tono aspro della mia accusa.

«Parli con me, schiavo?»

«Hai ragione, non dovrei stupirmi di come bistratti i tuoi seguaci, di come disprezzi queste donne che si affliggono per la sorte dei loro mariti» biasimai. «Come potrei, dal momento che hai trattato allo stesso modo tua madre Teonia? Non ti sei neppure presentato al suo rito funebre; ti sei limitato a derubarla da morta. Quanto a Psiche, anche con lei hai agito come l’ultimo degli infami. L’hai usata, umiliata, derisa e poi abbandonata. E lei era…» la voce mi si spezzò «lei era…»

Peristione gettò indietro la testa e rise. Un verso selvaggio, quasi inumano, che fece arretrare le donne che ancora lo circondavano. Tra noi due si fece il vuoto. Io strinsi i pugni, rabbioso.

Lui tornò a canzonarmi.

«Se vuoi dirmi che era mia sorella, schiavo, risparmia il fiato; hanno annoiato anche me con questa fola. Può darsi che fosse figlia di Agenore, d’accordo. Ma questo cosa cambia? Sua madre era una serva, e ciò la rendeva comunque inferiore. So che c’è chi si illude del contrario, ma gli dèi sanno ben distinguere i puri di sangue dai bastardi; i primi sono destinati a comandare, gli altri a sottomettersi o a perire.»

Chiuse la sentenza scoccando uno sguardo eloquente ad Archimede. Anche tu sei figlio di serva, era la condanna muta che si leggeva nel suo unico occhio, non l’ho mai dimenticato.

Il maestro corrugò la fronte. Capii che era troppo anche per lui.

«Adesso, Dinostrato» mormorò. «È il momento. Diglielo.»

Trasecolai rendendomi conto che Archimede, in modi a me misteriosi, sapeva. Forse - riflettei - aveva sempre saputo, prima ancora che Tirteo mi confidasse il segreto che ardeva nelle mie viscere da più di tre anni.

«Digli cosa?» intimò Peristione, squadrandomi dall’alto in basso.

Io presi un gran respiro. E mi liberai del fardello.

«Hai torto, Peristione» scandii lentamente «Psiche era figlia di Agenore, è vero, ma non era tua sorella. Non lo era perché tu non sei frutto del matrimonio di Teonia, ma dell’amore di tua madre verso un altro uomo. Per usare le tue parole, Peristione, tu sei solo un bastardo.»

Lui trasalì. Il suo viso perse ogni traccia di colore.

«Tu… tu sei pazzo, schiavo» balbettò «come osi?»

«Dinostrato ha enunciato una verità inconfutabile, Peristione» interloquì Archimede. «Del resto basta guardarti; Agenore era basso, minuto, curvo. Tu invece sei alto, robusto, hai gambe lunghe e ginocchia irregolari. Sei identico al tuo vero padre. Tirteo.»

«L’uomo che ha servito tua madre Teonia per tutta la vita» aggiunsi io «che l’ha sempre amata restando nell’ombra.»

Peristione barcollò, si artigliò il petto come se avesse ricevuto un colpo di lancia all’altezza del cuore. Aprì la bocca, non riuscì a emettere un solo suono.

«È singolare, Dinostrato, non trovi?» commentò serenamente Archimede, carezzandosi la barba. «Trattiamo le nostre donne come oggetti, ci arroghiamo il diritto di possederle e di venderle in cambio di una dote, le segreghiamo nei ginecei, non ne ascoltiamo l’opinione nelle assemblee, a volte non concediamo loro neppure di sedere al nostro desco… eppure, in ultima analisi, sono le donne a detenere il vero Potere. Nel mistero dei loro ventri, stabiliscono la nostra nascita e il nostro destino, decidendo se fare di noi un nobile di sangue puro o un figlio di servo.»

Sorrise.

«Lo sai, Dinostrato? In fondo credo sia giusto così.»

Sul viso di Peristione, l’incredulità stava lasciando posto a un’ira assoluta, titanica, incontenibile.

«Non ci credo!» ruggì all’indirizzo di Archimede. «Tu mi stai ingannando, vecchio! Mi hai sempre avversato, per invidia, per paura, per negare la mia eredità! E ora ti illudi di infangare la mia reputazione con questa calunnia! Non ci riuscirai!»

Il maestro rimase in silenzio, subendo la sfuriata di Peristione con un’espressione mite appena velata da un accenno di tristezza. Decisi d’intervenire.

«Sbagli anche in questo, Peristione. Tuo zio non ha mai fatto differenza tra nobili e plebei, nessuno può saperlo meglio di me. Conosceva la verità, ma ti ha ugualmente trattato come suo pari, tentando sempre di insegnarti e di proteggerti. Anche il tuo vero padre, lasciami dire, se avesse saputo ti avrebbe amato e colmato di doni. Certo più di Agenore, che ti ha lasciato in retaggio solo un cuore colmo di vanità e di superbia.»

Peristione sgranò gli occhi. Capii che le implicazioni di quanto io e Archimede gli avevamo rivelato lo stavano trafiggendo, una dopo l’altra, come frecce avvelenate. Intuii che in passato, forse, doveva aver avuto qualche sospetto su Teonia e Tirteo, un’intuizione che certo aveva negato a se stesso con la forza della pura volontà. Finché, oggi, la Verità gli si era palesata invincibile. Schiantandolo.

Peristione raccolse la lancia, me la puntò contro.

«Mi hai insultato per l’ultima volta, schiavo» sibilò. «Ho atteso anche troppo, è ora che io ti spedisca a calci oltre lo Stige. E mi raccomando: quando v’incontrerai quella cagna di mia madre, sputale addosso da parte mia.»

Arretrai. Mi guardai intorno nervosamente. Non avevo nulla di cui farmi scudo. La punta triangolare dell’arma avanzava inesorabile.

«Avresti fatto meglio a usare la tua lancia contro i romani, nobile Peristione» tuonò alle mie spalle una voce dall’accento straniero «invece di fuggire protetto dai tuoi lacchè.»

Mi voltai. Malcone avanzava a stento, il grande corpo tatuato coperto di polvere e di ferite.

Non ero mai stato così lieto di vederlo. Montava un cavallo dai finimenti romani, certo catturato sul campo di battaglia. Alle sue spalle, altri cartaginesi superstiti rientravano alla spicciolata dalle Porte di Kamarina. I segni della sconfitta erano crudelmente incisi su tutti loro.

«Sei sorpreso di vedermi ancora vivo?» accusò il gigante punico «dopo averci abbandonati, coi tuoi cavalieri, alle prime avvisaglie di disfatta? Pur sapendo cosa poteva accaderci, laggiù da soli?»

«Osi accusarmi di codardia?» balbettò Peristione. «Ho fatto tutto ciò che ho potuto! Gli dèi lo sanno!»

«Questo lo deciderà Epicide» ribatté il massiccio cartaginese «dopo che gli avrò narrato gli eventi della battaglia. Gli interesserà scoprire chi, con la sua fuga precipitosa, ha determinato il crollo del fianco destro.»

Il nipote di Archimede esitò. Gli altri guerrieri raggiunsero Malcone, si disposero ai suoi fianchi. Tutti insieme fronteggiarono Peristione con aria torva.

«Epicide saprà bene a chi credere» minacciò quest’ultimo. «Tra un vero siracusano e una teppa di mercenari, non avrà dubbi.»

«Epicide è nato a Kart Hadasht, nobile Peristione, lo hai dimenticato? Ha combattuto con Annibale, per lui “mercenario” non è certo un’offesa. Quanto a te…» Malcone ammiccò «se ho inteso bene, non sei in condizione di vantarti di nessuna “purezza” di nascita. O sbaglio?»

Peristione avvampò. Arretrando scompostamente, incespicando quasi nella sua stessa lancia, raggiunse finalmente il suo cavallo. Si issò sulla groppa dell’animale mugolando dal dolore e dalla rabbia.

«Vi odio» ringhiò «vi odio tutti. Vi siete accordati contro di me. Come cani immondi, invidiosi, che azzannano il leone illudendosi che il branco li renda forti. Ma non vi servirà a nulla, sappiatelo. È sempre il leone, alla fine, a vincere.»

Spronò il cavallo in direzione del Palazzo. E scomparve.

«Avevi ragione tu, Dinostrato» commentò cupamente Malcone, calcandosi di nuovo l’elmo cartaginese sui capelli crespi «quell’uomo è un pericolo. Dev’essere fermato.»





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“Il Matematico che sfidò Roma” sono già disponibili

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