CAPITOLO 8

 

Luca, poveretto, non ci stava né meglio né peggio; faceva il suo dovere laggiù, come l'aveva fatto a casa sua, e si contentava. Non scriveva spesso, è vero - i francobolli costavano venti centesimi - né aveva ancora mandato il ritratto, perché da ragazzo lo canzonavano che aveva le orecchie d'asino; e invece di tanto in tanto metteva nella lettera qualche biglietto da cinque lire, che trovava modo di buscarsi servendo gli ufficiali.

Il nonno aveva detto: «Prima deve maritarsi la Mena». Ancora non ne parlava, ma ci pensava sempre, e adesso che tenevano nel canterano qualcosuccia per pagare il debito, aveva fatto il conto che colla salatura delle acciughe si sarebbe pagato Piedipapera, e la casa restava libera per la dote della nipote. Perciò erano stati qualche volta a chiacchierare sottovoce con padron Fortunato, sulla riva, mentre aspettavano la paranza, o seduti al sole davanti la chiesa, quando non c'era gente. Padron Fortunato non voleva far torto alla sua parola, se la ragazza aveva la dote, tanto più che suo figlio Brasi gli dava sempre dei grattacapi, a correre dietro le ragazze che non avevano nulla, come un baccalà che era.

- «L'uomo per la parola, e il bue per le corna», tornava a ripetere.

Mena aveva spesso il cuore nero mentre tesseva, perché le ragazze hanno il naso fine, ed ora che il nonno era sempre a confabulare con compare Fortunato, e in casa si parlava spesso dei Cipolla, ci aveva sempre la stessa cosa davanti agli occhi, come quel cristiano di compar Alfio fosse incollato sui panconi del telaio, colle immagini dei santi. Una sera aspettò sino a tardi per veder tornare compare Alfio insieme al carro dell'asino, colle mani sotto il grembiale, perché faceva freddo e tutte le porte erano chiuse, e per la stradicciuola non si vedeva anima viva; così gli diede la buona notte dall'uscio.

- Che ve ne andate alla Bicocca al primo del mese? gli disse finalmente.

- Ancora no; ci ho più di cento carichi di vino per la Santuzza. Dopo ci penserà Dio. - Ella non sapeva più che dire, intanto che compar Alfio si affaccendava nel cortile a staccare l'asino, e ad appendere gli arnesi al piuolo, e portava la lanterna di qua e di là. - Se ve ne andate alla Bicocca chi sa quando ci vedremo più! disse infine Mena che le mancava la voce.

- O perché? Ve ne andate anche voi?

La poveretta stette un pezzetto senza rispondere, sebbene fosse buio e nessuno potesse vederla in viso. Di tanto in tanto si udivano i vicini parlar dietro gli usci chiusi, e piangere i bambini, e il rumore delle scodelle, dove stavano cenando, sicché nessuno poteva udire. - Ora dei denari che ci vogliono per Piedipapera ne abbiamo la metà, e alla salatura delle acciughe pagheremo anche il resto.

Alfio a quel discorso lasciò l'asino in mezzo al cortile, e venne sulla strada. - Allora vi maritano dopo Pasqua?

Mena non rispose. - Ve l'avevo detto io! aggiunse compare Alfio. - Li ho visti parlare io padron 'Ntoni con padron Cipolla.

- Sarà come vuole Dio! disse poi Mena. A me non importava di maritarmi, purché mi avessero lasciata stare qui.

- Che bella cosa, aggiunse Mosca, quando uno è ricco come il figlio di padron Cipolla, che può prendersi la moglie che vuole, e può stare dove gli piace!

- Buona notte, compare Alfio; disse poi Mena, dopo essere stata un altro pezzetto a guardare la lanterna appesa al rastrello, e l'asino che andava abboccando le ortiche pel muricciolo. Compare Alfio diede la buona notte anche lui, e se ne tornò a mettere l'asino nella stalla.

- Quella sfacciata di Sant'Agata, brontolava la Vespa, la quale era a tutte l'ore dai Piedipapera, col pretesto di farsi prestare dei ferri da calza, o per venire a regalare qualche pugno di fave che aveva raccolto nella chiusa, - quella sfacciata di Sant'Agata è sempre a stuzzicare compare Mosca. Non gli lascia un momento per grattarsi il capo! Vergogna! - e brontolava ancora per la strada, mentre Piedipapera chiudeva l'uscio, tirandole dietro tanto di lingua. - La Vespa è infuriata come fossimo in luglio! sghignazzava compare Tino.

- A lei che gliene importa? chiese comare Grazia.

- Gliene importa perché ce l'ha con tutti quelli che si maritano, e ora sta covando cogli occhi Alfio Mosca.

- Tu dovresti dirglielo, che a me non mi piace di tenere il candeliere. Come se non si vedesse che sta qui per compar Alfio, e poi la Zuppidda va spargendo che noi ci troviamo il nostro conto a fare questo mestiere.

- La Zuppidda farebbe meglio a grattarsi la sua testa, perché ci è da grattare! Con quella porcheria di tirarsi in casa 'Ntoni di padron 'Ntoni, mentre il vecchio e tutti fanno il diavolo, e non ne vogliono sapere. Chiudi la finestra. Oggi sono stato mezz'ora a godermi la commedia che facevano 'Ntoni con la Barbara, che mi dolgono ancora le reni dallo stare chinato dietro il muro, per sentire quello che dicevano. 'Ntoni era scappato dalla Provvidenza, col pretesto di andare a pigliare la fiocina grande pei cefali; e le diceva: - Se il nonno non vuole, come faremo? - Faremo che scapperemo insieme, e poi quando la cosa è fatta dovranno pensarci loro a maritarci, e saranno costretti a dir di sì per forza, rispondeva lei; e sua madre era lì dietro ad ascoltare, ci giuocherei tutt'e due questi occhi! Bella la parte che rappresenta quella strega! Ora voglio far ridere tutto il paese. Don Silvestro come gliela raccontai, disse che scommetteva di fare cascare la Barbara coi suoi piedi, come una pera matura. Non ci mettere il saliscendi all'uscio, perché aspetto Rocco Spatu che deve venire a parlarmi.

Don Silvestro, per far cascare comare Barbara coi suoi piedi ne aveva almanaccata una, che il frate il quale dà i numeri del lotto, non l'avrebbe trovata. - Voglio levarmi davanti, aveva detto, tutti quelli che cercano di prendermi la Barbara. Quando non avrà più nessuno da sposare, allora dovranno pregarmi loro, e farò i patti grassi, come s'usa alla fiera, quando i compratori sono scarsi.

Fra quelli che cercavano di prendersi la Barbara c'era stato Vanni Pizzuto, allorché andava a far la barba a mastro Turi che aveva la sciatica, ed anche don Michele, il quale si annoiava a passeggiare colla pistola appesa alla pancia, senza far nulla, quando non era dietro il banco della Santuzza, e faceva l'occhietto alle belle ragazze, per ingannare il tempo. La Barbara da principio aveva risposto all'occhietto; ma poi, dopo che sua madre le aveva detto che quelli eran tutti mangiapani a ufo, più birri che altro, e i forestieri vanno frustati, gli aveva sbattuta la finestra sul naso, così baffuto e col berretto gallonato com'era, e don Michele se n'era mangiato il fegato, e per dispetto seguitava a passare e ripassare per la via, attorcigliandosi i baffi, e col berretto sugli occhi. La domenica poi si metteva il cappello colla piuma, e andava a scaricarle un'occhiataccia dalla bottega di Vanni Pizzuto, mentre la ragazza andava a messa colla mamma. Don Silvestro prese ad andare a farsi radere anche lui, fra quelli che aspettavano la messa, e a scaldarsi al braciere per l'acqua calda, e scambiare le barzellette. - Quella Barbara gli lascia addosso gli occhi a 'Ntoni Malavoglia, andava dicendo. Volete scommettere dodici tarì che se la piglia lui? Lo vedete che s'è messo ad aspettarla, colle mani nelle tasche?

Vanni Pizzuto allora lasciò don Michele colla saponata sulla faccia, e si affacciò all'uscio:

- Che pezzo di ragazza, per la madonna! E come cammina col naso nella mantellina, che pare un fuso! Pensare poi che deve papparsela quel cetriolo di 'Ntoni Malavoglia!

- Se Piedipapera vuol essere pagato, 'Ntoni non se la pappa; ve lo dico io. I Malavoglia avranno altro da grattarsi, se Piedipapera si piglia la casa del nespolo.

Vanni Pizzuto tornò a prendere pel naso don Michele. - Eh? che ne dite, don Michele? Anche voi le avete fatto il cascamorto. Ma quella è una ragazza che fa mangiare agro di limone.

Don Michele non diceva nulla, si spazzolava, si arricciava i baffi, e si metteva il cappello davanti allo specchio. - Ci vuol altro che cappelli colla penna per quella lì! sogghignava Pizzuto.

Finalmente una volta don Michele disse:

- Santo diavolone! se non fosse pel cappello colla penna, gli farei tenere la candela io, a quel ragazzaccio di Malavoglia. Don Silvestro ebbe la premura di andare a raccontare ogni cosa a 'Ntoni, e che don Michele il brigadiere, era un uomo il quale non si lasciava posare le mosche sul naso; e doveva avercela con lui.

- Io gli rido sul mostaccio, a don Michele il brigadiere! rispose 'Ntoni. Lo so perché ce l'ha con me; ma per stavolta può pulirsi la bocca, e farebbe meglio a non sciuparsi le scarpe per passare e ripassare davanti alla Zuppidda, col berretto gallonato, come se ci avesse la corona in capo; che la gente se ne impipa di lui e del suo berretto.

E se lo incontrava lo guardava bene in faccia, ammiccando gli occhi, come deve fare un giovanotto di fegato che è stato soldato, e non si lascia portar via il suo berretto in mezzo alla folla. Don Michele continuava a passare dalla straduccia per puntiglio, per non darla vinta a lui, ché se lo sarebbe mangiato come il pane, se non fosse stato pel cappello colla penna.

- Si mangiano! diceva Vanni Pizzuto a tutti coloro che andavano a farsi radere la barba, o venivano a comprare dei sigari, o delle lenze, o degli ami da pescare, o dei bottoni d'osso di quelli da cinque un grano. - Don Michele e 'Ntoni Malavoglia un giorno o l'altro si mangiano come il pane! È quel benedetto cappello colla penna che gli lega le mani a don Michele. Egli pagherebbe qualche cosa a Piedipapera se glielo levasse davanti, quel cetriolo di 'Ntoni. - Tanto che il figlio della Locca, il quale era sempre a gironzare tutto il giorno, colle braccia penzoloni, allorché li incontrava si metteva loro alle calcagna, per vedere come finiva.

Piedipapera, quando andava a farsi la barba, e sentiva che don Michele gli avrebbe dato qualche cosa per levargli davanti gli occhi 'Ntoni Malavoglia, si gonfiava come un gallo d'India, ché così lo tenevano da conto nel paese.

Vanni Pizzuto tornava a dirgli: - Il brigadiere pagherebbe qualunque cosa per avere in pugno i Malavoglia come li tenete voi. O perché gliel'avete fatta passar liscia quella storia dei pugni che vi ha dato 'Ntoni?

Piedipapera alzava le spalle e seguitava a scaldarsi le mani sul braciere. Don Silvestro si metteva a ridere e rispondeva per lui:

- A mastro Vanni gli piacerebbe levar le castagne dal fuoco collo zampino di Piedipapera. Già sapete che comare Venera non vuole né forestieri né berretti gallonati; così quando si sarebbe levato d'attorno 'Ntoni Malavoglia, resterebbe lui solo a far l'asino alla ragazza.

Vanni Pizzuto non disse nulla, ma ci pensò su tutta la notte.

- Non sarebbe poi una cosa sbagliata! ruminava fra di sé; tutto sta a prendere Piedipapera per il collo, e in un giorno buono.

Il giorno buono venne a proposito, che una sera Rocco Spatu non si era fatto vivo, Piedipapera era venuto due o tre volte, ad ora tarda, a chieder di lui, colla faccia bianca e gli occhi stravolti, e le guardie doganali s'erano viste correre di qua e di là, tutte in faccende, col naso a terra come cani da caccia, e don Michele insieme a loro colla pistola sulla pancia, e i calzoni infilati negli stivali. - Voi potreste fargli un gran servizio a don Michele, col levargli davanti 'Ntoni Malavoglia - tornò a dire Pizzuto a compare Tino, mentre costui per comprare un sigaro andava a cacciarsi nell'angolo più oscuro della botteguccia. Gli rendereste un famoso servizio, e ve lo fareste amico per davvero!

- Magari! sospirò Piedipapera, ché gli mancava il fiato quella sera, e non aggiunse altro.

Nella notte si udirono delle fucilate verso il Rotolo, e lungo tutta la spiaggia, che pareva la caccia alle quaglie. - Altro che quaglie! mormoravano i pescatori rizzandosi sul letto ad ascoltare. E' son quaglie a due piedi, di quelle che portano lo zucchero e il caffè, e i fazzoletti di seta di contrabbando. Don Michele ier sera andava per la strada coi calzoni dentro gli stivali e la pistola sulla pancia!

Piedipapera stava nella bottega di Pizzuto a bere il bicchierino, prima dell'alba, che c'era ancora il lanternino davanti all'uscio; ma stavolta aveva la faccia di un cane che ha rotta la pentola; non diceva le solite barzellette, e domandava a questo e a quello cos'era stato quel diavolio, e se si erano visti Rocco Spatu e Cinghialenta, e si sberrettava con don Michele, il quale aveva gli occhi gonfii e gli stivali polverosi, e voleva pagargli per forza il bicchierino. Ma don Michele era già stato all'osteria, dove la Santuzza gli diceva, mescendogliene di quel buono:

- Dove siete stato a rischiar la pelle, santo cristiano? Non lo sapete che se chiudete gli occhi voi, vi portate nella fossa anche degli altri?

- E il mio dovere dove lo lasciate? Se li coglievo colla pasta in mano stanotte c'era un bel guadagno per noi, sangue di un cane!

- Se vogliono farvi credere che egli era massaro Filippo, che tentava di far entrare il suo vino di contrabbando, non ci credete, per quest'abito benedetto di Maria che ci ho sul petto, indegnamente! Tutte bugie di gente senza coscienza, che si danna l'anima a volere il male del prossimo.

- No, lo so cos'era! erano tutti fazzoletti di seta, e zucchero e caffè, più di mille lire di roba, corpo della madonna! che mi son sgusciati di mano come anguille; ma li ho sott'occhio tutti quelli della combriccola, e un'altra volta non mi scapperanno!

Piedipapera poi gli diceva: - Bevetelo un bicchierino, don Michele, che vi farà bene allo stomaco, col sonno che avete perso.

Don Michele era di cattivo umore e sbuffava.

- Giacché vi dice di prenderlo, prendetelo, aggiungeva Vanni Pizzuto. Se compare Tino paga lui vuol dire che ne ha da spendere. Denari ne ha, il furbaccio! tanto che ha comprato il debito dei Malavoglia; ed ora lo pagano a bastonate.

Don Michele si lasciò tirare a ridere un po'.

- Sangue di Giuda! esclamò Piedipapera, battendo il pugno sul banco, e fingeva di mettersi in collera davvero. A Roma non voglio mandarlo, quel ragazzaccio di 'Ntoni, a fare penitenza!

- Bravo! appoggiò Pizzuto. - Io non me la sarei lasciata passare liscia di certo. Eh? don Michele?

Don Michele approvò con un grugnito. - Ci penserò a ridurre come si deve 'Ntoni e tutta la sua parentela! minacciava Piedipapera. - Non voglio farmi ridere sul naso da tutto il paese. Potete star tranquillo, don Michele!

E se ne partì zoppicando e bestemmiando come se non ci vedesse più dagli occhi, mentre andava dicendo fra di sé «Convien tenerseli amici tutti, questi birri qui!»; e ruminando come potesse fare a tenerseli amici andò all'osteria, dove lo zio Santoro gli disse che non s'erano visti né Rocco Spatu né Cinghialenta, e passò dalla cugina Anna, la quale poveretta non aveva dormito, e stava sulla porta guardando di qua e di là, colla faccia pallida. Lì davanti incontrò pure la Vespa, la quale veniva a vedere se comare Grazia ci avesse un po' di lievito, per caso.

- Ho incontrato or ora compare Mosca; disse allora lui per far quattro chiacchiere. - Era senza il carro, e scommetto che andava a ronzare nella sciara, dietro l'orto della Sant'Agata. «Amare la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio».

- Bella santa da attaccarsi al muro, quella Mena! cominciò a sbraitare la Vespa, la vogliono dare a Brasi Cipolla, e seguita a civettare con questo e con quello! - Puh! che porcheria!

- Lasciatela fare! lasciatela fare! così gli altri conosceranno che roba è, e apriranno gli occhi. Ma non lo sa compare Mosca che vogliono darle Brasi Cipolla?

- Sapete come sono gli uomini, se c'è una fraschetta che li guarda, le corrono tutti dietro per divertirsi. Ma poi, quando vogliono far sul serio, cercano una come m'intendo io.

- Compare Mosca dovrebbe prendere una come voi.

- Io non ci penso per ora a maritarmi; ma certo che da me si troverebbe quel che ci vuole. A buon conto il mio pezzo di chiusa ce l'ho, e nessuno ci tiene le unghie addosso, come la casa del nespolo, che se soffia la tramontana se la porta via. Questa sarebbe da vedere, se soffia la tramontana!

- Lasciate fare! lasciate fare! che non è sempre bel tempo, e il vento se le porta all'aria le frasche. Oggi ho da parlare con vostro zio Campana di legno, per quell'affare che sapete.

Campana di legno era proprio ben disposto per parlare di quell'affare che non finiva più, «e le cose lunghe diventano serpi». Padron 'Ntoni gli cantava sempre che i Malavoglia erano galantuomini, e avrebbero pagato, ma ei voleva poi vedere di dove li avrebbero scavati i denari. Già nel paese si sapeva quel che possedeva ciascuno, fino all'ultimo centesimo, e quei galantuomini dei Malavoglia, magari a vendersi l'anima al turco, non avrebbero potuto pagare nemmeno la metà, di lì a Pasqua; e per prendersi la casa del nespolo ce ne voleva della carta bollata, e delle altre spese, questo lo sapeva, e avevano ragione don Giammaria e lo speziale quando parlavano del governo ladro; lui, com'è vero che si chiamava zio Crocifisso, ce l'aveva non solo con quelli che mettevano le tasse, ma anche con quelli che non le volevano, e mettevano talmente in subbuglio il paese che un galantuomo non era più sicuro di starsene in casa sua colla sua roba, e quando erano venuti a domandargli se voleva fare il sindaco, egli aveva risposto: - Bravo! e i miei affari chi me li fa? Io bado ai fatti miei. - Intanto padron 'Ntoni pensava a maritare la nipote, che l'avevano visto andare attorno con compare Cipolla - l'aveva visto lo zio Santoro - e aveva visto anche Piedipapera che faceva il mezzano alla Vespa, e serviva di comodino a quello spiantato di Alfio Mosca, il quale voleva arraffarsi la sua chiusa. - Ve lo dico io che ve l'arraffa! gli gridava Piedipapera nell'orecchio per persuaderlo. - Avete un bel strillare e fare il diavolo per la casa. Vostra nipote è cotta come una pera per colui, e gli sta sempre alle calcagna. Io non posso mica chiuderle l'uscio sul muso, quando viene a far quattro chiacchiere con mia moglie, per riguardo vostro, che infine è sempre vostra nipote e sangue vostro.

- Bel riguardo che mi avete! Così mi fate perdere la chiusa, col riguardo!

- Sicuro che la perdete! Se la Malavoglia si marita con Brasi Cipolla, compare Mosca non avrà più che fare, e si prende la Vespa e la chiusa, per mettersi il cuore in pace.

- Che se la pigli anche il diavolo! esclamò alfine lo zio Crocifisso stordito dalle chiacchiere di compare Tino. - A me non me ne importa nulla; son più i peccati che mi ha fatto fare, quella scomunicata, che altro. Io voglio la roba mia, che l'ho fatta col sangue mio come il sangue di Gesù Cristo che c'è nel calice della messa, e par roba rubata, che tutti fanno a chi piglia piglia, compare Alfio, la Vespa e i Malavoglia. Ora incomincio la lite e mi piglio la casa.

- Voi siete il padrone. Se dite di far la lite la faccio subito.

- Ancora no. Aspettiamo a Pasqua; «l'uomo per la parola e il bue per le corna»; ma voglio esser pagato sino all'ultimo centesimo, e non darò più retta a nessuno per accordare dilazioni.

La Pasqua infatti era vicina. Le colline erano tornate a vestirsi di verde, e i fichidindia erano di nuovo in fiore. Le ragazze avevano seminato il basilico alla finestra, e ci si venivano a posare le farfalle bianche; fin le povere ginestre della sciara avevano il loro fiorellino pallido. La mattina, sui tetti, fumavano le tegole verdi e gialle, e i passeri vi facevano gazzarra sino al tramonto.

Anche la casa del nespolo sembrava avesse un'aria di festa; il cortile era spazzato, gli arnesi in bell'ordine lungo il muricciuolo e appesi ai piuoli, l'orto tutto verde di cavoli e di lattughe, e la camera aperta e piena di sole che sembrava contenta anch'essa, e ogni cosa diceva che la Pasqua si avvicinava. I vecchi si mettevano sull'uscio verso mezzogiorno, e le ragazze cantavano al lavatoio. I carri tornavano a passare nella notte, e la sera si udiva un'altra volta il brusio della gente che chiacchierava nella stradicciuola.

- Comare Mena la fanno sposa, si diceva. Sua madre ha tutta la roba del corredo per le mani.

Era passato del tempo, e il tempo si porta via le cose brutte come le cose buone. Adesso comare Maruzza era tutta in faccende a tagliare e cucire della roba, e Mena non domandava nemmeno per chi servisse; e una sera le avevano condotto in casa Brasi Cipolla, con padron Fortunato suo padre, e tutto il parentado. - Qui ci è compare Cipolla che è venuto a farvi una visita; disse padron 'Ntoni, facendoli entrare, come se nessuno ne sapesse niente, mentre nella cucina c'era preparato il vino ed i ceci abbrustoliti, e i ragazzi e le donne avevano i vestiti della festa. Mena sembrava davvero Sant'Agata, con quella veste nuova e quel fazzoletto nero in testa, talché Brasi non le levava gli occhi d'addosso, come il basilisco, e stava appollaiato sulla scranna, colle mani fra le gambe, che se le fregava di tanto in tanto di nascosto dalla contentezza. - È venuto con suo figlio Brasi, il quale adesso si è fatto grande - seguitava padron 'Ntoni.

- Sicuro, i ragazzi crescono, e ci spingono per le spalle nella fossa, rispose padron Fortunato.

- Ora bevete un bicchier di vino che è di quello buono, aggiunse la Longa, e questi ceci qui li ha abbrustoliti mia figlia. Mi dispiace che non sapevo niente, e non vi ho fatto trovare cose degne del vostro merito.

- Eravamo qui vicino di passaggio, rispose padron Cipolla, ed abbiamo detto: andiamo a vedere comare Maruzza.

Brasi si riempì le tasche di ceci, guardando la ragazza, e dopo i monelli diedero il sacco al tondo, che invano la Nunziata colla bambina in collo cercava di trattenerli, parlando basso come se fosse in chiesa. I vecchi in questo tempo si erano messi a discorrer fra di loro, sotto il nespolo, colle comari che facevano cerchio e cantavano le lodi della ragazza, com'era brava massaia, che teneva quella casa meglio di uno specchio. «La figliuola com'è avvezzata, e la stoppa com'è filata».

- Anche la vostra nipote è cresciuta, osservò padron Fortunato - e sarebbe tempo di maritarla.

- Se il Signore le manda un buon partito noi non vogliamo altro, rispose padron 'Ntoni.

- «Matrimonii e vescovadi dal cielo sono destinati» aggiunse comare la Longa.

- «A buon cavallo non gli manca sella» - conchiuse padron Fortunato; ad una ragazza come vostra nipote un buon partito non può mancare.

Mena stava seduta accanto al giovanotto, com'è l'uso, ma non alzava gli occhi dal grembiule, e Brasi si lamentava con suo padre, quando se ne andarono, che ella non gli avesse offerto il piatto con i ceci.

- Che ne volevi ancora! gli diè sulla voce padron Fortunato, quando furono lontani; se non si sentiva rosicare altri che te, come ci fosse un mulo davanti a un sacco d'orzo! Guarda che ti sei lasciato cascare il vino sui calzoni, Giufà! e mi hai rovinato un vestito nuovo!

Padron 'Ntoni tutto contento si fregava le mani, e diceva alla nuora:

- Non mi par vero d'essere in porto, coll'aiuto di Dio! La Mena non avrà nulla da desiderare, ed ora aggiusteremo tutte le altre nostre cosucce e potrete dire «Lasciò detto il povero nonno, il riso con i guai vanno a vicenda».

Quel sabato, verso sera, la Nunziata venne a prendere un pugno di fave per i suoi bambini e disse: - Compare Alfio se ne va domani. Sta levando tutta la sua roba.

Mena si fece bianca e smise di tessere.

Nella casa di compar Alfio c'era il lume, e ogni cosa sottosopra. Egli venne a picchiare all'uscio poco dopo, e aveva la faccia in un certo modo anche lui, e faceva e disfaceva dei nodi alla frusta che teneva in mano.

- Sono venuto a salutarvi tutti, comare Maruzza, padron 'Ntoni, i ragazzi, e anche voi, comare Mena. Il vino di Aci Catena è finito. Ora la Santuzza ha preso quello di massaro Filippo. Vado alla Bicocca, dove c'è da fare col mio asino.

Mena non diceva nulla; sua madre sola aprì la bocca per rispondere: - Volete aspettarlo padron 'Ntoni? che avrà piacere di salutarvi.

Compar Alfio allora si mise a sedere in punta alla scranna, colla frusta in mano, e guardava intorno, dalla parte dove non era comare Mena.

- Ora quando tornate? domandò la Longa.

- Chi lo sa quando tornerò? Io vado dove mi porta il mio asino. Finché dura il lavoro vi starò; ma vorrei tornar presto qui, se c'è da buscarmi il pane.

- Guardatevi la salute, compare Alfio. Alla Bicocca mi hanno detto che la gente muore come le mosche, dalla malaria.

Alfio si strinse nelle spalle, e disse che non poteva farci nulla. - Io non vorrei andarmene, ripeteva, guardando la candela. E voi non mi dite nulla, comare Mena?

La ragazza aprì la bocca due o tre volte per dire qualche cosa, ma il cuore non le resse.

- Anche voi ve ne andate dal vicinato, ora che vi maritano, aggiunse Alfio. Il mondo è fatto come uno stallatico, che chi viene e chi se ne va, e a poco a poco tutti cambiano di posto, e ogni cosa non sembra più quella. - Così dicendo si fregava le mani e rideva, ma colle labbra e non col cuore.

- Le ragazze, disse la Longa, vanno come Dio le ha destinate. Ora son sempre allegre e senza pensieri, e com'entrano nel mondo cominciano a conoscere i guai e i dispiaceri.

Compar Alfio, dopo che furono tornati a casa padron 'Ntoni e i ragazzi, e li ebbe salutati, non sapeva risolversi a partire, e rimaneva sulla soglia, colla frusta sotto l'ascella, a stringere la mano a questo e a quello, anche a comare Maruzza, e ripeteva, come si suol fare quando uno se ne va lontano, e non si sa bene se ci si rivede più: - Perdonatemi se ho mancato qualche volta. - La sola che non gli strinse la mano fu Sant'Agata, la quale stava rincantucciata vicino al telaio. Ma le ragazze si sa che devono fare così.

Era una bella sera di primavera, col chiaro di luna per le strade e nel cortile, la gente davanti agli usci, e le ragazze che passeggiavano cantando e tenendosi abbracciate. Mena uscì anche lei a braccetto della Nunziata, ché in casa si sentiva soffocare.

- Ora non si vedrà più il lume di compar Alfio, alla sera, disse Nunziata, e la casa rimarrà chiusa.

Compar Alfio aveva caricato buona parte delle sue cosuccie sul carro, e insaccava quel po' di paglia che rimaneva nella mangiatoia, intanto che cuocevano quelle quattro fave della minestra.

- Partirete prima di giorno, compar Alfio? gli domandò Nunziata sulla porta del cortile.

- Sì, vado lontano, e quella povera bestia bisogna che si riposi un po' nella giornata.

Mena non diceva nulla, e stava appoggiata allo stipite a guardar il carro carico, la casa vuota, il letto mezzo disfatto, e la pentola che bolliva l'ultima volta sul focolare.

- Siete là anche voi, comare Mena? - esclamò Alfio appena la vide, e lasciò quello che stava facendo.

Ella disse di sì col capo, e Nunziata intanto era corsa a schiumare la pentola che riversava, da quella brava massaia che era.

- Così son contento, che posso dirvi addio anche a voi! disse Alfio.

- Sono venuta a salutarvi, - disse lei, e ci aveva il pianto nella gola. - Perché ci andate alla Bicocca se vi è la malaria?

Alfio si mise a ridere, anche questa volta a malincuore, come quando era andato a dirle addio. - O bella! perché ci vado? e voi perché vi maritate con Brasi Cipolla? Si fa quel che si può, comare Mena. Se avessi potuto fare quel che volevo io, lo sapete cosa avrei fatto!… - Ella lo guardava e lo guardava, cogli occhi lucenti. - Sarei rimasto qui, che fino i muri mi conoscono, e so dove metter le mani, tanto che potrei andar a governare l'asino di notte, anche al buio; e vi avrei sposata io, comare Mena, ché in cuore vi ci ho da un pezzo, e vi porto meco alla Bicocca, e dappertutto ove andrò. Ma questi oramai sono discorsi inutili, e bisogna fare quel che si può. Anche il mio asino va dove lo faccio andare.

- Ora addio, concluse Mena; anch'io ci ho come una spina qui dentro… ed ora che vedrò sempre quella finestra chiusa, mi parrà d'avere chiuso anche il cuore, e d'averci chiusa sopra quella finestra, pesante come una porta di palmento. Ma così vuol Dio. Ora vi saluto e me ne vado.

La poveretta piangeva cheta cheta, colla mano sugli occhi, e se ne andò insieme alla Nunziata a pianger sotto il nespolo, al chiaro di luna.

 

CAPITOLO 9

 

Né i Malavoglia, né alcun altro in paese sapevano di quel che stavano almanaccando Piedipapera collo zio Crocifisso. Il giorno di Pasqua padron 'Ntoni prese quelle cento lire che ci erano nel canterano, e si mise il giubbone nuovo per andare a portarle allo zio Crocifisso.

- Che son tutte qui? disse costui.

- Tutte non ci possono essere, zio Crocifisso; voi lo sapete quel che ci vuole a far cento lire. Ma «meglio poco che nulla» e «chi dà acconto non è cattivo pagatore». Ora viene l'estate, e coll'aiuto di Dio pagheremo ogni cosa.

- A me perché venite a contarmela? Sapete che non c'entro, ed è affare di compare Piedipapera.

- È tutta una cosa, perché il debito mi pare di avercelo sempre con voi, quando vi vedo. A voi compare Tino non vi dirà di no, per aspettare sino alla Madonna dell'Ognina.

- Queste qui non bastano per le spese! ripeteva Campana di legno, facendo saltare i denari nella mano. Andate a dirglielo voi se vuole aspettarvi; perché non è più affar mio.

Piedipapera cominciò a bestemmiare e a buttare il berretto per terra, al solito suo, dicendo che non aveva pane da mangiare, e non poteva aspettare nemmeno sino all'Ascensione.

- Sentite, compare Tino, gli diceva padron 'Ntoni colle mani giunte come dinanzi al Signore Iddio, se non mi volete aspettare sino a san Giovanni, ora che sto per maritare mia nipote, è meglio che mi date un colpo di coltello addirittura.

- Santo diavolone! gridò compare Tino, mi fate fare quello che non posso, maledetto sia il giorno e il minuto in cui mi misi in quest'imbroglio! e se ne andò stracciando il berretto vecchio.

Padron 'Ntoni tornò a casa ancora pallido, e disse alla nuora: - Ce l'ho tirato, ma ho dovuto pregarlo come Dio, - e tremava ancora il poveretto. Però era contento che padron Cipolla non ne sapesse nulla, e il matrimonio della nipote non andasse in fumo.

La sera dell'Ascensione, mentre i ragazzi saltavano attorno ai falò, le comari si erano riunite di nuovo dinanzi al ballatoio dei Malavoglia, ed era venuta anche comare Venera la Zuppidda a sentir quello che si diceva, e a dir la sua. Oramai come padron 'Ntoni maritava la nipote, e la Provvidenza s'era rimessa in gambe, tutti tornavano a far buon viso ai Malavoglia, che non sapevano nulla di quel che ci aveva nello stomaco Piedipapera, nemmeno comare Grazia, sua moglie, la quale chiacchierava con comare Maruzza quasi suo marito non ci avesse niente di male nello stomaco. 'Ntoni andava ogni sera a far quattro chiacchiere colla Barbara e le aveva confidato che il nonno aveva detto: Prima deve maritarsi la Mena. - E dopo vengo io! - conchiuse 'Ntoni. La Barbara perciò aveva mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico, tutto ornato di garofani, e con un bel nastro rosso, che era l'invito di farsi comari; e tutti le facevano festa a Sant'Agata, persino sua madre s'era levata il fazzoletto nero, perché dove ci sono sposi è di malaugurio portare il lutto; e avevano scritto anche a Luca, per dargli la notizia che Mena si maritava.

Ella sola, poveretta, non sembrava allegra come gli altri, e pareva che il cuore le parlasse e le facesse vedere ogni cosa in nero, mentre i campi erano tutti seminati di stelline d'oro e d'argento, e i ragazzi infilavano le ghirlande per l'Ascensione, ed ella stessa era salita sulla scala per aiutare sua madre ad appendere le ghirlande all'uscio e alle finestre.

Mentre tutte le porte eran fiorite, soltanto quella di compar Alfio, nera e sgangherata, stava sempre chiusa, e non c'era più nessuno che appendesse i fiori dell'Ascensione.

- Quella civetta di Sant'Agata! andava dicendo la Vespa colla schiuma alla bocca, tanto ha detto e tanto ha fatto che ha mandato via del paese compar Alfio!

Intanto a Sant'Agata le avevano messa la veste nuova, e aspettavano la festa di san Giovanni per toglierle la spadina d'argento dalle trecce, e spartirle i capelli sulla fronte, prima d'andare in chiesa, sicché ognuna al vederla passare diceva: - Beata lei!

La mamma invece, poveretta, si sentiva dentro tutta in festa, perché la sua ragazza andava in una casa dove non le sarebbe mancato nulla, e intanto ella era sempre in faccende a tagliare e cucire. Padron 'Ntoni voleva vedere anche lui, quando tornava a casa la sera, e teneva la tela e la matassa del cotone, e ogni volta che andava alla città portava qualche cosuccia. Il cuore tornava ad aprirsi col bel tempo, i ragazzi guadagnavano tutti, chi più chi meno, e la Provvidenza si buscava il pane anch'essa, e facevano il conto che coll'aiuto di Dio a san Giovanni si sarebbero cavati d'imbarazzo. Padron Cipolla allora stava delle sere intere seduto sugli scalini della chiesa con padron 'Ntoni, a discorrere di quel che aveva fatto la Provvidenza. Brasi girandolava sempre per la straduccia dei Malavoglia, col vestito nuovo; e poco dopo si seppe per tutto il paese che quella domenica comare Grazia Piedipapera andava lei a spartire i capelli della sposa, e a levarle la spadina d'argento, perché Brasi Cipolla era orfano della madre, e i Malavoglia avevano invitato apposta la Piedipapera per ingraziarsi suo marito; e avevano anche invitato lo zio Crocifisso, e tutto il vicinato, e tutti gli amici e parenti, senza risparmio.

- Io non ci vengo! borbottava lo zio Crocifisso a compare Tino, colle spalle all'olmo della piazza. Ho mangiato troppa bile e non voglio dannarmi l'anima. Andateci voi che non ve ne importa niente, e non si tratta della roba vostra. Ancora c'è tempo per mandare l'usciere; l'ha detto l'avvocato.

- Voi siete il padrone, e farò come dite voi. Adesso non ve ne importa più perché Alfio Mosca se ne è andato. Ma vedrete che appena si marita Mena, egli torna qui e si piglia vostra nipote.

Comare Venera la Zuppidda faceva il diavolo perché avevano invitato comare Grazia a pettinare la sposa, mentre sarebbe toccato a lei, che stava per diventare parente dei Malavoglia, e la sua figliuola s'era fatta comare di basilico con la Mena, tanto che aveva fatto cucire alla Barbara in fretta e furia la veste nuova, ché non se lo aspettava quell'affronto. 'Ntoni ebbe un bel pregarla e scongiurarla di non attaccarsi a quel pelo, e lasciar correre. Comare Venera, tutta pettinata, e colle mani intrise di farina, che s'era messa apposta ad impastare il pane, per far veder che non le importava più d'andare al convito dei Malavoglia, rispondeva:

- Avete voluto la Piedipapera? tenetevela! O lei o io! Tutte e due al mondo non possiamo starci. I Malavoglia lo sapevano bene di aver preferito comare Grazia per amore di quei denari che dovevano a suo marito. Adesso erano tutti una cosa con compare Tino, dopo che padron Cipolla gli aveva fatto fare la pace con 'Ntoni di padron 'Ntoni nell'osteria della Santuzza, per quell'affare dei pugni.

- Gli leccano le scarpe perché gli devono quei soldi della casa! andava borbottando la Zuppidda.

- Anche a mio marito gli devono più di cinquanta lire per la Provvidenza. Domani voglio farmeli dare.

- Lasciate stare, mamma! lasciate stare! supplicava la Barbara. Ma anch'ella aveva tanto di muso, perché non aveva potuto mettere la veste nuova, e quasi quasi si pentiva dei soldi spesi pel basilico che aveva mandato a comare Mena; e 'Ntoni il quale era venuto a prenderle, lo rimandarono mogio mogio, che il giubbone nuovo gli cascava di dosso. Madre e figlia poi stavano a guardare dal cortile, mentre infornavano il pane, la babilonia che c'era in casa dei Malavoglia, tanto che le voci e le risate si udivano fin là, per farle arrabbiare maggiormente. La casa del nespolo era piena di gente, come quando era morto compare Bastianazzo; e Mena, senza spadina d'argento e coi capelli spartiti sulla fronte, pareva tutt'altra, talché tutte le comari le facevano ressa intorno, e non si sarebbe sentita una cannonata dal cicaleccio e dalla festa. Piedipapera sembrava che facesse il solletico alle donne, tante ne diceva, mentre l'avvocato stava preparando le carte, giacché a mandare l'usciere c'era tempo, aveva detto lo zio Crocifisso; persino padron Cipolla si lasciò andare a dir delle barzellette, alle quali rideva soltanto suo figlio Brasi; e tutti parlavano in una volta, mentre i monelli si disputavano le fave e le castagne fra le gambe della gente. La stessa Longa, poveretta, aveva dimenticato i suoi guai dalla contentezza; e padron 'Ntoni, seduto sul muricciuolo, diceva di sì col capo, e rideva tutto solo.

- Bada a non dar da bere ai tuoi calzoni, come l'altra volta, che non hanno sete, diceva al figlio compare Cipolla; e diceva pure che si sentiva in gamba meglio della sposa e voleva ballare la fasola con lei.

- Allora io non ho più nulla da far qui, e me ne posso andare! rispondeva Brasi il quale voleva dire le sue barzellette anche lui, e gli seccava che lo lasciavano in un cantuccio come un minchione, e non gli dava retta nemmeno comare Mena.

- La festa si fa per comare Mena, diceva la Nunziata, ma essa non è contenta come tutti gli altri.

Allora la cugina Anna finse che le scappasse di mano il boccale, nel quale c'era ancora più di un quartuccio di vino, e cominciò a gridare:

- Allegria! allegria! «Dove ci sono i cocci ci son feste», e il vino che si spande è di buon augurio.

- Un altro po' me lo versava sui calzoni anche questa volta! brontolò Brasi, il quale dacché gli era accaduta quella disgrazia sul vestito stava guardingo.

Piedipapera s'era messo a cavalcioni sul muro, col bicchiere fra le gambe, che sembrava il padrone, per quell'usciere che poteva mandare, e disse: - All'osteria non c'è nemmeno Rocco Spatu, oggi tutta l'allegria è qui, e pare di essere dalla Santuzza.

- Qui è meglio assai! osservò il figlio della Locca, il quale era venuto in coda alla folla, e l'avevano fatto entrare per dare da bere anche a lui. Dalla Santuzza se ci andate senza denari non vi danno niente.

Piedipapera dal muro stava guardando un piccolo crocchio di persone che discorrevano fra di loro vicino alla fontana, colla faccia seria come se fosse per cascare il mondo. Alla spezieria c'erano i soliti sfaccendati, che si dicevano le orazioni, col giornale in mano, o si piantavano le mani sulla faccia, chiacchierando, quasi volessero accapigliarsi; e don Giammaria rideva e ci tirava su una presa, che si vedeva di là il piacere che gli faceva.

- O perché non sono venuti il vicario e don Silvestro? domandò Piedipapera.

- Gliel'ho detto anche a loro, ma vuol dire che hanno da fare, rispose padron 'Ntoni.

- Son là, alla spezieria, che sembra ci sia quello dei numeri del lotto. O cosa diavolo è successo?

Una vecchia andava strillando per la piazza, e si strappava i capelli, quasi le avessero portata la malanuova; e davanti alla bottega di Pizzuto c'era folla come quando casca un asino sotto il carico, e tutti si affollano a vedere cos'è stato, talché anche le donnicciuole guardavano da lontano colla bocca aperta senza osare d'accostarsi.

- Io, per me, vado a vedere cos'è successo; disse Piedipapera, e scese dal muro adagio adagio.

In quel crocchio, invece dell'asino caduto, c'erano due soldati di marina, col sacco in spalla e le teste fasciate, che tornavano in congedo. Intanto si erano fermati dal barbiere a farsi dare un bicchierino d'erbabianca. Raccontavano che si era combattuta una gran battaglia di mare, e si erano annegati dei bastimenti grandi come Aci Trezza, carichi zeppi di soldati; insomma un mondo di cose che parevano quelli che raccontano la storia d'Orlando e dei paladini di Francia alla Marina di Catania, e la gente stava ad ascoltare colle orecchie tese, fitta come le mosche.

- Il figlio di Maruzza la Longa ci era anche lui sul Re d'Italia, osservò don Silvestro, il quale si era accostato per sentire.

- Ora vado a dirlo a mia moglie! saltò su mastro Turi Zuppiddu, così si persuaderà ad andarci da comare Maruzza, ché i musi lunghi non mi piacciono, fra vicini ed amici.

Ma intanto la Longa non ne sapeva nulla, poveraccia! e rideva ed era in festa coi parenti e gli amici.

Il soldato non finiva di chiacchierare con quelli che volevano ascoltarlo, giocando colle braccia come un predicatore. - Sì, c'erano anche dei siciliani; ce n'erano di tutti i paesi. Del resto, sapete, quando suona la generale nelle batterie, non si sente più né sciavossia, e le carabine le fanno parlar tutti allo stesso modo. Bravi giovanotti tutti! e con del fegato sotto la camicia. Sentite, quando si è visto quello che hanno veduto questi occhi, e come ci stavano quei ragazzi a fare il loro dovere, per la Madonna! questo cappello qui lo si può portare sull'orecchio!

Il giovanotto aveva gli occhi lustri, ma diceva che non era nulla, ed era perché aveva bevuto. - Si chiamava il Re d'Italia, un bastimento come non ce n'erano altri, colla corazza, vuol dire come chi dicesse voi altre donne che avete il busto, e questo busto fosse di ferro, che potrebbero spararvi addosso una cannonata senza farvi nulla. È andato a fondo in un momento, e non l'abbiamo visto più, in mezzo al fumo, un fumo come se ci fossero state venti fornaci di mattone, lo sapete?

- A Catania c'era una casa del diavolo! aggiunse lo speziale. - La gente si affollava attorno a quelli che leggevano i giornali, che pareva una festa.

- I giornali son tutte menzogne stampate! sentenziò don Giammaria.

- Dicono che è stato un brutto affare; abbiamo perso una gran battaglia, disse don Silvestro.

Padron Cipolla era accorso anche lui a vedere cos'era quella folla.

- Voi ci credete? sogghignò egli alfine. Son chiacchiere per chiappare il soldo del giornale.

- Se lo dicono tutti che abbiamo perso!

- Che cosa? disse lo zio Crocifisso mettendosi la mano dietro l'orecchio.

- Una battaglia.

- Chi l'ha persa?

- Io, voi, tutti insomma, l'Italia; disse lo speziale.

- Io non ho perso nulla! rispose Campana di legno stringendosi nelle spalle; adesso è affare di compare Piedipapera e ci penserà lui; e guardava la casa del nespolo, dove facevano baldoria.

- Sapete com'è? conchiuse padron Cipolla, è come quando il comune di Aci Trezza litigava pel territorio col Comune di Aci Castello. Cosa ve n'entrava in tasca, a voi e a me?

- Ve n'entra! esclamò lo speziale tutto rosso. Ve n'entra… che siete tante bestie!…

- Il guaio è per tante povere mamme! s'arrischiò a dire qualcheduno; lo zio Crocifisso che non era mamma alzò le spalle.

- Ve lo dico io in due parole com'è, raccontava intanto l'altro soldato. È come all'osteria, allorché ci si scalda la testa, e volano i piatti e i bicchieri in mezzo al fumo ed alle grida. L'avete visto? Tale e quale! Dapprincipio, quando state sull'impagliettatura colla carabina in pugno, in quel gran silenzio, non sentite altro che il rumore della macchina, e vi pare che quel punf! punf! ve lo facciano dentro lo stomaco: null'altro. Poi, alla prima cannonata, e come incomincia il parapiglia, vi vien voglia di ballare anche voi, che non vi terrebbero le catene, come quando suona il violino all'osteria, dopo che avete mangiato e bevuto, e allungate la carabina dappertutto dove vedete un po' di cristiano, in mezzo al fumo. In terra è tutt'altra cosa. Un bersagliere che tornava con noi a Messina ci diceva che non si può stare al pinf panf delle fucilate senza sentirsi pizzicar le gambe dalla voglia di buttarsi avanti a testa bassa. Ma i bersaglieri non sono marinari, e non sanno come si fa a stare nel sartiame col piede fermo sulla corda e la mano sicura al grilletto, malgrado il rollio del bastimento, e mentre i compagni vi fioccano d'attorno come pere fradicie.

- Per la madonna! esclamò Rocco Spatu. Avrei voluto esserci anch'io a far quattro pugni!

Tutti gli altri stavano ad ascoltare con tanto d'occhi aperti. L'altro giovanotto poi raccontò pure in qual modo era saltata in aria la Palestro, - la quale ardeva come una catasta di legna, quando ci passò vicino, e le fiamme salivano alte sino alla penna di trinchetto. Tutti al loro posto però, quei ragazzi, nelle batterie o sul bastingaggio. Il nostro comandante domandò se avevano bisogno di nulla. - No, grazie tante, risposero. Poi passò a babordo e non si vide più.

- Questa di morire arrostito non mi piacerebbe, conchiuse Spatu; ma pei pugni ci sto. E la Santuzza come tornò all'osteria gli disse: - Chiamateli qua, quei poveretti, che devono aver sete, dopo tanta strada che hanno fatto, e ci vuole un bicchiere di vino schietto. Quel Pizzuto avvelena la gente colla sua erbabianca, e non va a confessarsene. Certuni la coscienza l'hanno dietro le spalle, poveretti loro!

- A me mi sembrano tanti pazzi, costoro! diceva padron Cipolla soffiandosi il naso adagio adagio. Che vi fareste ammazzare voi quando il re vi dicesse: fatti ammazzare per conto mio?

- Poveracci, non ci hanno colpa! osservava don Silvestro. Devono farlo per forza, perché dietro ogni soldato ci sta un caporale col fucile carico, e non ha a far altro che star a vedere se il soldato vuol scappare, e se il soldato vuol scappare il caporale gli tira addosso peggio di un beccafico.

- Ah! così va bene! Ma è una bricconata bell'e buona!

Tutta la sera si rise e si bevette nel cortile dei Malavoglia, con un bel chiaro di luna; e sul tardi poi, quando tutti erano stanchi, e ruminavano lentamente le fave abbrustolite, e alcuni anche cantarellavano sottovoce, colle spalle al muro, vennero a raccontare la storia che avevano portato in paese i due congedati. Padron Fortunato se n'era andato di buon'ora, e aveva condotto via Brasi col vestito nuovo.

- Quei poveri Malavoglia, diceva incontrando sulla piazza Campana di legno, Dio gliela mandi buona! Hanno la iettatura addosso!

Lo zio Crocifisso stava zitto e si grattava la testa. Lui non c'entrava più, se n'era lavate le mani. Ora era affare di Piedipapera; ma gli dispiaceva, in coscienza.

Il giorno dopo cominciò a correre la voce che nel mare verso Trieste ci era stato un combattimento tra i bastimenti nostri e quelli dei nemici, che nessuno sapeva nemmeno chi fossero, ed era morta molta gente; chi raccontava la cosa in un modo e chi in un altro, a pezzi e bocconi, masticando le parole. Le vicine venivano colle mani sotto il grembiule a domandare se comare Maruzza ci avesse il suo Luca laggiù, e stavano a guardarla con tanto d'occhi prima d'andarsene. La povera donna cominciava a star sempre sulla porta, come ogni volta che succedeva una disgrazia, voltando la testa di qua e di là, da un capo all'altro della via, quasi aspettasse più presto del solito il suocero e i ragazzi dal mare. Le vicine le domandavano pure se Luca avesse scritto, o era molto che non riceveva lettera di lui. - Davvero ella non ci aveva pensato alla lettera; e tutta la notte non poté chiudere occhio, e aveva sempre la testa là, nel mare verso Trieste, dov'era successa quella ruina; e vedeva sempre suo figlio, pallido e immobile, che la guardava con certi occhioni sbarrati e lucenti, e diceva sempre di sì, come quando l'avevano mandato a fare il soldato - talché sentiva anche lei una sete, un'arsura da non dirsi. - In mezzo a tutte le storie che correvano pel villaggio, e che erano venuti a raccontargliele, le era rimasto in mente di uno di quei marinari, che l'avevano pescato dopo dodici ore, quando stavano per mangiarselo i pescicani, e in mezzo a tutta quell'acqua moriva di sete. Allora la Longa, come pensava a quell'uomo che moriva di sete in mezzo a tutta quell'acqua, non poteva stare dall'andare ad attaccarsi alla brocca, quasi ce l'avesse avuta dentro di sé quell'arsura, e nel buio spalancava gli occhi, dove ci aveva sempre stampato quel cristiano.

Coll'andare dei giorni però, nessuno parlava più di quello che era successo; ma come la Longa non vedeva spuntare la lettera, non aveva testa né di lavorare né di stare in casa; era sempre in giro a chiacchierare di porta in porta, quasi andasse cercando quel che voleva sapere. - Avete visto una gatta quando ha perso i suoi gattini? dicevano le vicine. La lettera non veniva però. Anche padron 'Ntoni non s'imbarcava più e stava sempre attaccato alle gonnelle della nuora come un cagnolino. Alcuni gli dicevano: - Andate a Catania che è paese grosso, e qualcosa sapranno dirvi.

Nel paese grosso il povero vecchio si sentiva perso peggio del trovarsi in mare di notte, e senza sapere dove drizzare il timone. Infine gli fecero la carità di dirgli che andasse dal capitano del porto, giacché le notizie doveva saperle lui. Colà, dopo averlo rimandato per un pezzo da Erode a Pilato, si misero a sfogliare certi libracci e a cercare col dito sulla lista dei morti. Allorché arrivarono ad un nome, la Longa che non aveva ben udito, perché le fischiavano gli orecchi, e ascoltava bianca come quelle cartacce, sdrucciolò pian piano per terra, mezzo morta.

- Son più di quaranta giorni - conchiuse l'impiegato, chiudendo il registro. Fu a Lissa; che non lo sapevate ancora?

La Longa la portarono a casa su di un carro, e fu malata per alcuni giorni. D'allora in poi fu presa di una gran devozione per l'Addolorata che c'è sull'altare della chiesetta, e le pareva che quel corpo lungo e disteso sulle ginocchia della madre colle costole nere e i ginocchi rossi di sangue, fosse il ritratto del suo Luca, e si sentiva fitte nel cuore tutte quelle spade d'argento che ci aveva la Madonna. Ogni sera le donnicciuole, quando andavano a prendersi la benedizione, e compare Cirino faceva risuonare le chiavi prima di chiudere, la vedevano sempre lì, a quel posto, accasciata sui ginocchi, e la chiamavano anche lei la madre addolorata.

- Ha ragione - dicevano nel paese. - Luca sarebbe tornato fra breve, e i suoi trenta soldi al giorno se li sarebbe guadagnati. «A nave rotta ogni vento è contrario».

- Avete visto padron 'Ntoni? aggiungeva Piedipapera; dopo la disgrazia di suo nipote sembra un gufo tale e quale. - Adesso la casa del nespolo fa acqua davvero da tutte le parti, come una scarpa rotta, e ogni galantuomo bisogna che pensi ai suoi interessi.

La Zuppidda era sempre con tanto di muso, e borbottava che ora tutta la famiglia rimaneva sulle braccia di 'Ntoni! Questa volta una ragazza ci penserà prima di pigliarselo per marito.

- Cosa ci hai con quel povero giovane? domandava mastro Turi.

- Voi tacete, ché non sapete nulla; gli gridava la moglie. I pasticci non mi piacciono! Andate a lavorare che non sono affari vostri - e lo mandava fuori dell'uscio colle braccia penzoloni e quella malabestia di dieci rotoli in mano.

Barbara, seduta sul parapetto del terrazzo, a strappare le foglioline secche dei garofani, colla bocca stretta anche lei, faceva cascare nel discorso che «maritati e muli vogliono star soli» e che «fra suocera e nuora ci si sta in malora».

- Quando Mena si sarà maritata, rispondeva 'Ntoni, il nonno ci darà la camera di sopra.

- Io non ci sono avvezza a star nella camera di sopra, come i colombi! tagliava corto la Barbara; tanto che suo padre, ch'era suo padre! diceva a 'Ntoni, guardandosi attorno, mentre se ne andavano per la straduccia: - Verrà tutta sua madre, la Barbara; pensa a non farti mettere il basto da principio, se no ti succede come a me.

Però comare Venera aveva dichiarato: - Prima che mia figlia vada a dormire nella stanza dei colombi bisogna sapere a chi resta la casa, e voglio stare a vedere dove finisce questo affare dei lupini.

Andava a finire che Piedipapera stavolta voleva essere pagato, santo diavolone! San Giovanni era arrivato, e i Malavoglia tornavano a parlare di dare degli acconti, perché non avevano tutti i denari, e speravano di raggranellare la somma alla raccolta delle ulive. Lui se l'era levati di bocca quei soldi, e non aveva pane da mangiare, com'è vero Dio! non poteva campare di vento sino alla raccolta delle ulive.

- A me mi dispiace, padron 'Ntoni; gli aveva detto: ma che volete? Bisogna che pensi ai miei interessi. San Giuseppe prima fece la sua barba e poi quella di tutti gli altri.

- Presto compie l'anno! aggiungeva lo zio Crocifisso, quand'era solo a brontolare con compare Tino - e non si è visto un grano d'interessi - quelle duecento lire basteranno appena per le spese. Vedrete che al tempo delle ulive vi diranno di aspettarli sino a Natale, e poi sino a Pasqua. Così vanno in rovina le case. Ma io la roba mia l'ho fatta col sudore della fronte. Adesso uno è in paradiso, l'altro vuole la Zuppidda; non possono menare innanzi quella barca rotta, e cercano di maritare la ragazza. Costoro non pensano ad altro che a maritarsi; hanno la rabbia, come mia nipote la Vespa. Adesso che Mena si marita, vedrete che compare Mosca torna qui, per chiapparsi la chiusa della Vespa.

In conclusione se la prendevano coll'avvocato, il quale non finiva mai di scrivere le sue carte prima di mandare l'usciere.

- Ci sarà stato padron 'Ntoni a dirgli di andare adagio; soggiungeva Piedipapera; con un rotolo di pesce se ne comprano dieci di avvocati.

Stavolta egli l'aveva rotta sul serio coi Malavoglia, perché la Zuppidda era andata a togliere la roba di comare Grazia dalla sponda del lavatoio, e ci aveva messa la sua: di quelle soperchierie che fanno montare la mosca al naso; la Zuppidda si fidava perché le dava di spalla quel cetriolo di 'Ntoni Malavoglia, il quale faceva il bravaccio. Una manica di carogne, quei Malavoglia, e non voleva vederli più nel battesimo porco che quell'altro porco di don Giammaria gli aveva messo in fronte.

Le carte bollate allora cominciarono a piovere, e Piedipapera diceva che l'avvocato non doveva esser rimasto contento del regalo di padron 'Ntoni per lasciarsi comprare, e questo provava che razza di stitici essi fossero; se ci era da fidarsi quando promettevano che avrebbero pagato. Padron 'Ntoni tornò a correre dal segretario e dall'avvocato Scipioni; ma questi gli rideva sul naso, e gli diceva che «chi è minchione se ne sta a casa», che non doveva lasciarvi mettere la mano alla nuora, e poiché aveva fatto il pasticcio se lo mangiasse. «Guai a chi casca per chiamare aiuto!».

- Sentite a me, gli suggerì don Silvestro, piuttosto dategli la casa, se no se ne va in spese perfino la Provvidenza e i capelli che ci avete in testa; e ci perdete anche le vostre giornate, coll'andare e venire dall'avvocato.

- Se ci date la casa colle buone, gli diceva Piedipapera, vi lasceremo la Provvidenza, che potrete sempre guadagnarvi il pane, e resterete padroni, e non verrà l'usciere colla carta bollata.

Compare Tino non aveva fiele in corpo, e andava a parlare a padron 'Ntoni come se non fosse fatto suo, passandogli il braccio attorno al collo, e gli diceva: - Scusatemi, fratello mio, a me mi dispiace più di voi, di cacciarvi fuori dalla vostra casa, ma che volete? sono un povero diavolo; quelle cinquecento lire me le son levate dalla bocca, e san Giuseppe prima fece la sua barba. Fossi ricco come lo zio Crocifisso non ve ne parlerei nemmeno, in coscienza mia!

Il povero vecchio non aveva il coraggio di dire alla nuora che dovevano andarsene colle buone dalla casa del nespolo, dopo tanto tempo che ci erano stati, e pareva che fosse come andarsene dal paese, espatriare, o come quelli che erano partiti per ritornare, e non erano tornati più, che ancora c'era lì il letto di Luca, e il chiodo dove Bastianazzo appendeva il giubbone. Ma infine bisognava sgomberare con tutte quelle povere masserizie, e levarle dal loro posto, che ognuna lasciava il segno dov'era stata, e la casa senza di esse non sembrava più quella. La roba la trasportarono di notte, nella casuccia del beccaio che avevano presa in affitto, come se non si sapesse in paese che la casa del nespolo oramai era di Piedipapera, e loro dovevano sgomberarla, ma almeno nessuno li vedeva colla roba in collo.

Quando il vecchio staccava un chiodo, o toglieva da un cantuccio un deschetto che soleva star lì di casa, faceva una scrollatina di capo. Poi si misero a sedere sui pagliericci ch'erano ammonticchiati nel mezzo della camera, per riposarsi un po', e guardavano di qua e di là se avessero dimenticato qualche cosa; però il nonno si alzò tosto ed uscì nel cortile, all'aria aperta.

Ma anche lì c'era della paglia sparsa per ogni dove, dei cocci di stoviglie, delle nasse sfasciate, e in un canto il nespolo, e la vite in pampini sull'uscio. - Andiamo via! diceva egli. Andiamo via, ragazzi. Tanto, oggi o domani!… e non si muoveva.

Maruzza guardava la porta del cortile dalla quale erano usciti Luca e Bastianazzo, e la stradicciuola per la quale il figlio suo se ne era andato coi calzoni rimboccati, mentre pioveva, e non l'aveva visto più sotto il paracqua d'incerata. Anche la finestra di compare Alfio Mosca era chiusa, e la vite pendeva dal muro del cortile che ognuno passando ci dava una strappata. Ciascuno aveva qualche cosa da guardare in quella casa, e il vecchio, nell'andarsene posò di nascosto la mano sulla porta sconquassata, dove lo zio Crocifisso aveva detto che ci sarebbero voluti due chiodi e un bel pezzo di legno.

Lo zio Crocifisso era venuto a dare un'occhiata insieme a Piedipapera, e parlavano a voce alta nelle stanze vuote, dove le parole si udivano come se fossero in chiesa. Compare Tino non aveva potuto durarla a campare d'aria sino a quel giorno, e aveva dovuto rivendere ogni cosa allo zio Crocifisso, per riavere i suoi denari.

- Che volete, compare Malavoglia? gli diceva passandogli il braccio attorno al collo. Lo sapete che sono un povero diavolo, e cinquecento lire mi fanno! Se voi foste stato ricco ve l'avrei venduta a voi. - Ma padron 'Ntoni non poteva soffrire di andare così per la casa, col braccio di Piedipapera al collo. Ora lo zio Crocifisso ci era venuto col falegname e col muratore, e ogni sorta di gente che scorrazzavano di qua e di là per le stanze come fossero in piazza, e dicevano: - Qui ci vogliono dei mattoni, qui ci vuole un travicello nuovo, qui c'è da rifare l'imposta, - come se fossero i padroni; e dicevano anche che si doveva imbiancarla per farla sembrare tutt'altra.

Lo zio Crocifisso andava scopando coi piedi la paglia e i cocci, e raccolse anche da terra un pezzo di cappello che era stato di Bastianazzo, e lo buttò nell'orto, dove avrebbe servito all'ingrasso. Il nespolo intanto stormiva ancora, adagio adagio, e le ghirlande di margherite, ormai vizze, erano tuttora appese all'uscio e le finestre, come ce le avevano messe a Pasqua delle Rose.

La Vespa era venuta a vedere anche lei, colla calzetta al collo, e frugava per ogni dove, ora che era roba di suo zio. - Il «sangue non è acqua» - andava dicendo forte, perché udisse anche il sordo. A me mi sta nel cuore la roba di mio zio, come a lui deve stare a cuore la mia chiusa. Lo zio Crocifisso lasciava dire e non udiva, ora che dirimpetto si vedeva la porta di compare Alfio con tanto di catenaccio. - Adesso che alla porta di compare Alfio c'è il catenaccio, vi metterete il cuore in pace, e lo crederete che non penso a lui! diceva la Vespa all'orecchio dello zio Crocifisso.

- Io ci ho il cuore in pace! rispondeva lui: sta tranquilla.

D'allora in poi i Malavoglia non osarono mostrarsi per le strade né in chiesa la domenica, e andavano sino ad Aci Castello per la messa, e nessuno li salutava più, nemmeno padron Cipolla, il quale andava dicendo: - Questa partaccia a me non la doveva fare padron 'Ntoni. Questo si chiama gabbare il prossimo, se ci aveva fatto mettere la mano di sua nuora nel debito dei lupini!

- Tale e quale come dice mia moglie! aggiungeva mastro Zuppiddu. Dice che dei Malavoglia adesso non ne vogliono nemmeno i cani.

Però quello scimunito di Brasi pestava i piedi e voleva la Mena, che gliel'avevano promessa, come fa un ragazzo davanti alle baracche dei balocchi alla fiera.

- Ti pare che io l'abbia rubata la tua roba, bietolone! gli gridava il babbo, per andarla a buttare con chi non ha niente!

Gli avevano ripreso persino il vestito nuovo a Brasi, ed ei si sfogava ad andare a stanare le lucertole nella sciara, o a mettersi a cavalcioni sul muricciuolo del lavatoio, e giurava di non far più nulla, neanche se l'ammazzavano, ora che non volevano dargli la moglie, e gli avevano ripreso persino il vestito nuovo delle nozze; per fortuna la Mena non poteva vederlo più così vestito com'era, perché i Malavoglia stavano sempre colla porta chiusa ancor essi, poveretti, nella casuccia del beccaio che avevano presa in affitto, nella strada del Nero, vicino ai Zuppiddi, e se accadeva di vederli da lontano, Brasi correva a nascondersi dietro il muro, o tra i fichidindia.

La cugina Anna che scopriva ogni cosa dal greto dove era a stendere la tela, diceva con comare Grazia: - Ora quella povera Sant'Agata resta in casa, peggio di una casseruola appesa al muro, tale e quale come le mie figliuole che non hanno dote.

- Poveretta! rispondeva comare Grazia, e le avevano perfino spartito i capelli!

Mena però era tranquilla, e s'era rimessa la spadina d'argento nelle trecce da se stessa, senza dir nulla. Adesso aveva tanto da fare nella casa nuova dove bisognava mettere ogni cosa a un altro posto, e non si vedeva più il nespolo e la porta della cugina Anna e della Nunziata. Sua madre la covava cogli occhi, mentre lavorava accanto a lei, e l'accarezzava col tono della voce, quando le diceva: - dammi la forbice, o, tienmi la matassa - che se la sentiva nelle viscere, la sua figliuola, ora che tutti le voltavano le spalle; ma la ragazza cantava come uno stornello, perché aveva diciotto anni, e a quell'età se il cielo è azzurro vi ride negli occhi, e gli uccelli vi cantano nel cuore. Per altro il cuore non ce lo aveva mai avuto per quel cristiano, lo disse all'orecchio della mamma, mentre ordivano la trama. La madre era la sola che le aveva letto in cuore, e che ci avesse lasciata cascare una buona parola in quell'angustia. - Almeno se ci fosse compar Alfio, non ci avrebbe voltate le spalle anche lui. Ma quando sarà il tempo del vino nuovo tornerà qui.

Le comari, poverette, non avevano voltate le spalle ai Malavoglia. Ma la cugina Anna era sempre in faccende, con tutto quello che aveva da fare per tirare innanzi con le sue figliuole, che le erano rimaste in casa peggio di casseruole appese, e comare Piedipapera si vergognava di farsi vedere per quel tiro che compare Tino aveva fatto ai poveri Malavoglia. Ella aveva il cuore buono, la gnà Grazia, e non diceva come suo marito: - Lasciali stare coloro, che non hanno più né re né regno. Cosa te ne importa? - La sola che si vedesse di tanto in tanto era Nunziata, col piccino in collo, e tutti gli altri dietro; ma anche lei doveva badare ai fatti suoi.

Così va il mondo. - Ciascuno deve badare ai fatti suoi: quello che diceva a 'Ntoni di padron 'Ntoni comare Venera. - Ciascuno deve pensare alla sua barba prima di pensare a quella degli altri. Tuo nonno non ti dà nulla; dunque che obbligo hai verso di loro? Se ti mariti, vuol dire che fai casa da te, e quel che guadagni, lo guadagni per la tua casa. «Cento mani Dio benedisse, ma non tutte in un piatto!».

- Bella cosa, rispondeva 'Ntoni. Ora che i miei parenti sono in mezzo alla strada mi dite di piantarli anch'io! Come se la caverà il nonno a far andare la Provvidenza e a dar da mangiare a tanti, se lo lascio solo?

- Allora sbrigatevela tra voi altri! esclamava la Zuppidda voltandogli le spalle per andare a frugare nei cassetti, o in cucina, buttando in aria ogni cosa per darsi da fare, onde non guardarlo in faccia. Mia figlia io non l'ho rubata! Si potrebbe chiudere gli occhi se non avete nulla, perché siete giovane, e ci avete sempre la salute da lavorare, e siete del mestiere, tanto più che adesso i mariti sono scarsi, con questa leva del diavolo che ci scopa via tutti i giovanotti del paese; ma se devono darvi la dote per papparvela con tutti i vostri, è un'altra cosa! Marito voglio dargliene uno solo alla mia figliuola, e non cinque o sei, e metterle sulle spalle due famiglie.

Barbara nell'altra stanza fingeva di non udire, e seguitava a far girare l'arcolaio lesto lesto. Ma appena 'Ntoni si affacciava sull'uscio chinava gli occhi sui cannelli, e allungava il muso anche lei. Talché il poveraccio si faceva giallo e verde e di cento colori, e non sapeva che fare, perché Barbara lo teneva invischiato come un passerotto, con quegli occhioni neri, e gli diceva poi: - Vuol dire che a me non mi volete bene come ai vostri! e si metteva a piangere nel grembiule quando non c'era la mamma.

- Sacramento! esclamava 'Ntoni, vorrei tornare a fare il soldato! - E si strappava i capelli e si dava dei pugni nella testa, ma non sapeva risolversi a pigliare la risoluzione che ci voleva, da vero cetriolo che era. - Allora, diceva la Zuppidda, «'Ntrua, 'ntrua! ciascuno a casa sua!». E suo marito le ripeteva: - Te l'avevo detto che a me i pasticci non mi piacciono! - Voi andatevene a lavorare! rispondeva lei, che non sapete nulla.

'Ntoni, ogni volta che andava dai Zuppiddi, trovava tanto di grugno, e la gnà Venera gli rinfacciava ogni volta che i Malavoglia avevano invitato la Piedipapera a pettinare la Mena, bella pettinatura che le aveva fatto! per leccare le ciabatte a compare Tino, a motivo di quei quattro soldi della casa; che poi la casa se l'era presa egualmente, e li aveva lasciati in camicia come Gesù Bambino.

- Vi pare che non lo sappia cosa ha detto vostra madre Maruzza in quei tempi in cui portava il naso in su, che la Barbara non era quella che ci voleva per suo figlio 'Ntoni, perché era avvezza come una signorina, e non sapeva quel che ci vuole ad essere una buona moglie di marinaro. Me l'hanno raccontato al lavatoio, comare Mangiacarrubbe e la gnà Cicca.

- Comare Mangiacarrubbe e la gnà Cicca sono due carogne, rispondeva 'Ntoni, e parlano per l'invidia che non ho sposato la Mangiacarrubbe.

- Per me pigliatevela pure! Bel guadagno che ci fa la Mangiacarrubbe!

- Allora, comare Venera, se mi dite questo è come se mi diceste: in casa mia non ci mettete più piede.

'Ntoni voleva far l'uomo, e non si lasciava vedere per due o tre giorni. Ma la piccola Lia, che non sapeva tutte quelle chiacchiere, continuava a venire a giocare nel cortile di comare Venera, come l'avevano avvezzata, quando la Barbara le dava i fichidindia e le castagne, perché voleva bene a suo fratello 'Ntoni, ed ora non le davano più nulla; la Zuppidda le diceva: - Che vieni a cercare tuo fratello qui? Tua madre ha paura che vogliono rubartelo tuo fratello!

Comare la Vespa veniva anche lei nel cortile dei Zuppiddi, colla calzetta al collo, a dire roba di fuoco degli uomini, che sono peggio dei cani. E la Barbara rinfacciava alla ragazzina: - Lo so che non sono brava massaia come tua sorella! E comare Venera conchiudeva: - Tua madre che fa la lavandaia, invece di stare a ciarlare dei fatti altrui al lavatoio, farebbe bene a dare una risciacquata a quei quattro soldi di vestina che hai indosso.

La bambina molte cose non le capiva; ma quel po' che rispondeva faceva montare la mosca al naso alla Zuppidda, e le faceva dire ch'era sua madre Maruzza che la indettava, e la mandava apposta da quelle parti per stuzzicarle la bile, tanto che finalmente la piccina non ci andò più, e la gnà Venera disse che era meglio, così non venivano in casa a far le spie, che temevano sempre volessero rubarsi quel tesoro di Cetriolo.

Le cose arrivarono al punto che comare Venera e la Longa non si parlavano più, e se si vedevano in chiesa si voltavano la schiena.

- Vedrete che arriveranno a metter fuori le scope! diceva la Mangiacarrubbe gongolando. Non mi chiamo la Mangiacarrubbe se non ci arrivano! Bell'affare che ha fatto la Zuppidda con Cetriolo!

Di solito gli uomini non s'immischiano in quelle liti di donne, se no le questioni s'ingrosserebbero e potrebbero andare a finire a coltellate; invece le comari, dopo che hanno messo fuori la scopa, e si sono voltate le schiene, e si sono sfogate a dirsi improperi, e a strapparsi i capelli, si riconciliano subito, e si abbracciano e si baciano, e si mettono sull'uscio a chiacchierare come prima. 'Ntoni poi, stregato dagli occhi della Barbara, era tornato quatto quatto a piantarsi sotto la finestra, per metter pace, che la gnà Venera voleva buttargli sulla testa la broda delle fave, qualche volta, ed anche la figliuola si stringeva nelle spalle, ora che i Malavoglia non avevano più né re né regno.

E glielo disse anche in faccia, alla fine, onde levarsi d'addosso quella noia, perché quel cristiano stava sempre davanti alla sua porta come un cane, e le avrebbe fatto perdere la fortuna, se mai qualcun altro avesse avuto l'intenzione di passare di là per lei.

- Orbè, compare 'Ntoni, «I pesci del mare son destinati a chi se l'ha da mangiare»; mettiamoci il cuore in pace voi ed io, e non ci pensiamo più.

- Voi potete mettervelo il cuore in pace, comare Barbara, ma per me, «Amare e disamare non sta a chi lo vuol fare».

- Provate, che ci riescirete anche voi. A provare non si perde nulla. Io vi auguro ogni bene e ogni fortuna, ma lasciatemi badare ai fatti miei, ché ho già ventidue anni.

- Io lo sapeva che dovevate dirmi così quando ci hanno preso la casa, ora che tutti ci voltano le spalle.

- Sentite, compare 'Ntoni, mia madre può venire da un momento all'altro, e non è bene che mi trovi qui con voi.

- Sì, sì, è vero; ora che ci hanno tolto la casa del nespolo non è giusto. Egli aveva il cuore grosso, il povero 'Ntoni, e non voleva lasciarla così. Ma ella doveva andare a riempir la brocca alla fontana, e gli disse addio, correndo lesta lesta, e dimenando i fianchi con bel garbo - ché Zuppidda la chiamavano perché il nonno di suo padre s'era rotta la gamba in uno scontro di carri alla festa di Trecastagni, ma Barbara le sue brave gambe ce le aveva tutte e due.

- Addio, comare Barbara! rispose il poveraccio, e così ci mise una pietra su quel che era stato, e se ne tornò a remare come un galeotto, che già quella era una vera galera, dal lunedì al sabato, ed egli era stanco di rompersi l'anima per niente, perché quando non si ha nulla è inutile arrabbattarsi da mattina a sera, e non trovate un cane che vi voglia, per questo egli ne aveva le tasche piene di quella vita; preferiva piuttosto di non far niente davvero, e starsene in letto a fare il malato, come quando era seccato del servizio militare, e il nonno poi non stava a cercare il pelo nell'uovo come il dottore della fregata. - Che hai? gli domandava.

- Nulla ho. Ho che sono un povero diavolo.

- E che vuoi farci se sei un povero diavolo? Bisogna vivere come siamo nati.

Egli si lasciava caricare svogliatamente degli attrezzi meglio di un asino, e lungo la giornata non apriva bocca che per bestemmiare o brontolare: «Chi cade nell'acqua è forza che si bagni». Se suo fratello si metteva a cantare, mentre stavano alla vela:

- Sì, sì, canta pure. Quando sarai vecchio poi abbaierai come il nonno.

- Ad abbaiare adesso non ci guadagni nulla nemmeno; rispondeva il ragazzo.

- Hai ragione, perché la vita è bella!

- Bella o no, non l'abbiamo fatta noi così com'è, conchiudeva il nonno.

La sera mangiava ingrugnato la sua minestra, e la domenica andava a gironzare attorno all'osteria, dove la gente non aveva altro da fare che ridere e spassarsi, senza pensare che il giorno dopo si tornava a fare quel che si era fatto in tutta la settimana; oppure stava delle ore intere seduto sugli scalini della chiesa, col mento in mano, a veder passare la gente, almanaccando su quei mestieri in cui non ci era nulla da fare.

La domenica almeno si godeva quelle cose che si hanno senza quattrini, il sole, lo star colle mani sotto le ascelle a non far nulla, e allora gli seccava anche quella fatica di pensare al suo stato, di desiderare quelle cose che aveva visto da soldato, col ricordo delle quali ingannava il tempo nei giorni di lavoro. Gli piaceva stendersi come una lucertola al sole, e non far altro. E come incontrava i carrettieri che andavano seduti sulle stanghe - Bel mestiere che fanno! borbottava. Vanno in carrozza tutto il giorno! e se vedeva passare qualche povera donnicciuola, che tornava dalla città, curva sotto il carico come un asino stanco, e andava lamentandosi per via, secondo il costume dei vecchi:

- Vorrei farlo io quello che fate voi, sorella mia! le diceva per confortarla. Alla fin fine è come andare a spasso.

 

CAPITOLO 10

 

'Ntoni andava a spasso sul mare tutti i santi giorni, e gli toccava camminare coi remi, logorandosi la schiena. Però quando il mare era cattivo, e voleva inghiottirseli in un boccone, loro, la Provvidenza e ogni cosa, quel ragazzo aveva il cuore più grande del mare.

Il sangue dei Malavoglia! diceva il nonno; e bisognava vederlo alla manovra, coi capelli che gli fischiavano al vento, mentre la barca saltava sui marosi come un cefalo in amore.

La Provvidenza si avventurava spesso al largo, così vecchia e rattoppata com'era, per amore di quel po' di pesca, ora che nel paese c'erano tante barche che spazzavano il mare colla scopa. Anche in quei giorni in cui le nuvole erano basse, verso Agnone, e l'orizzonte tutto irto di punte nere al levante, si vedeva sempre la vela della Provvidenza come un fazzoletto da naso, lontano lontano nel mare color di piombo, e ognuno diceva che quelli di padron 'Ntoni andavano a cercarsi i guai col candeliere.

Padron 'Ntoni rispondeva che andava a cercarsi il pane, e quando i sugheri scomparivano ad uno ad uno, nel mare largo che era verde come l'erba, e le casucce di Trezza sembravano una macchia bianca, tanto erano lontane, e intorno a loro non c'era che acqua, si metteva a chiacchierare coi nipoti dalla contentezza, che poi alla sera la Longa e tutti gli altri li avrebbero aspettati sulla riva, quando vedevano la vela far capolino tra i fariglioni, e sarebbero stati a guardare anche loro la pesca che saltellava nelle nasse e riempiva il fondo della barca come fosse d'argento; e padron 'Ntoni soleva rispondere prima che nessuno avesse aperto bocca - Un quintale, o un quintale e venticinque - che non si sarebbe sbagliato di un rotolo; e poi se ne parlava tutta la sera, mentre le donne pestavano il sale fra i ciottoli, e quando contavano i barilotti ad uno ad uno, e lo zio Crocifisso veniva a vedere quel che avevano fatto, per gettare la sua offerta a occhi chiusi, e Piedipapera gridava e bestemmiava per dire il prezzo giusto, ché allora facevano piacere le grida di Piedipapera, già a questo mondo non bisogna restare in collera colla gente, e la Longa poi si contava a soldo a soldo davanti al suocero i denari che portava Piedipapera nel fazzoletto, e diceva: - Questi sono per la casa! Questi altri sono per la spesa. La Mena aiutava anch'essa a pestare il sale, e a mettere in ordine i barilotti, e ci aveva un'altra volta la veste turchina e la collana di corallo che avevano dovuto dare in pegno allo zio Crocifisso; ora le donne potevano tornare ad andare alla messa del paese, ché se qualche giovinotto gettava gli occhi sulla Mena, gliela stavano facendo, la sua dote.

- Per me, diceva 'Ntoni, menando il remo adagio adagio perché la corrente non li facesse derivare dal cerchio delle reti, mentre il nonno pensava a tutte quelle cose: - per me desidero questo soltanto, che quella carogna della Barbara s'abbia a mangiare i gomiti quando ci avremo il fatto nostro anche noi, e s'abbia a pentire d'avermi chiusa la porta in faccia.

- «Il buon pilota si conosce alle burrasche»; rispondeva il vecchio. Quando saremo un'altra volta quel che siamo sempre stati, ognuno ci farà buon viso, e torneranno ad aprirci la porta.

- Chi non ce l'ha chiusa in faccia, aggiunse Alessi, è stata la Nunziata, ed anche la cugina Anna.

- «Carcere, malattie e necessità, si conosce l'amistà». Per questo il Signore le aiuta, costoro, con tutte quelle bocche che hanno in casa.

- Quando la Nunziata va a far la legna nella sciara, o il fagotto della tela è troppo pesante per lei, l'aiuto anch'io, poveretta, disse Alessi.

- Adesso aiuta a tirare da questa parte, ché san Francesco stavolta ha mandata la grazia di Dio! Il ragazzo tirava e puntava i piedi, e sbuffava che pareva facesse tutto lui. Intanto 'Ntoni cantava, sdraiato sulla pedagna e colle braccia sotto il capo, a veder volare i gabbiani bianchi sul cielo turchino che non finiva mai, e la Provvidenza si dondolava sulle onde verdi, che venivano da lontano fin dove arrivava la vista.

- Che vuol dire che il mare ora è verde, ora è turchino, e un'altra volta è bianco, e poi nero come la sciara, e non è sempre di un colore come dell'acqua che è? chiese Alessi.

- È la volontà di Dio, rispose il nonno, così il marinaio sa quando può mettersi in mare senza timore, e quando è meglio non andarci.

- Quei gabbiani hanno una bella sorte, che volano sempre in alto, e non hanno paura delle ondate se il mare è in tempesta.

- Allora non hanno da mangiare nemmeno loro, povere bestiole.

- Dunque tutti hanno bisogno del bel tempo, tale e quale come la Nunziata che non può andare alla fontana se piove, conchiuse Alessi

- «Buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo», osservò il vecchio!

Ma quando era mal tempo, o che soffiava il maestrale, e i sugheri ballavano sull'acqua tutto il giorno, come se ci fosse chi suonava il violino, o il mare era bianco al pari del latte, o crespo che sembrava che bollisse, e la pioggia si rovesciava sino a sera sulle loro spalle che non ci erano cappotti che bastassero, e il mare friggeva tutto intorno come il pesce nella padella, allora era un altro par di maniche, e 'Ntoni non aveva voglia di cantare, col cappuccio sul naso, e gli toccava vuotare dall'acqua la Provvidenza che non si finiva più, e il nonno badava a ripetere «Mare bianco, scirocco in campo» o «mare crespo, vento fresco» come se fossero là per imparare i proverbi; e con quei benedetti proverbi, mentre la sera stava a guardare il tempo dalla finestra col naso in aria, diceva pure «Quando la luna è rossa fa vento, quando è chiara vuol dire sereno; quando è pallida, pioverà».

- Se lo sapete che pioverà perché torniamo ad andare in mare oggi? gli diceva 'Ntoni. Non era meglio restarci in letto un altro par d'ore?

- «Acqua di cielo, e sardelle alle reti!» rispondeva il vecchio.

'Ntoni si dava l'anima al diavolo, coll'acqua a mezza gamba.

- Stasera, gli diceva il nonno, la Maruzza ci farà trovare una bella fiammata e ci asciugheremo tutti.

E la sera, sull'imbrunire, come la Provvidenza, colla pancia piena di grazia di Dio, tornava a casa, che la vela si gonfiava come la gonnella di donna Rosolina, e i lumi delle case ammiccavano ad uno ad uno dietro i fariglioni neri, e pareva che si chiamassero l'un l'altro, padron 'Ntoni mostrava ai suoi ragazzi il bel fuoco che fiammeggiava nella cucina della Longa, in fondo al cortiletto della straduccia del Nero, che c'era il muro basso e dal mare si vedeva tutta la casa, colle quattro tegole sotto cui si appollaiavano le galline, e il forno dall'altro lato della porta. - Lo vedete che la Longa ce l'ha fatta trovare la fiammata! - diceva tutto giulivo; e la Longa li aspettava sulla riva colle ceste pronte, che quando dovevano riportarsele indietro vuote non avevano voglia di ciarlare, ma invece se le ceste non bastavano, e Alessi doveva correre a casa a prenderne delle altre, il nonno si metteva le mani alla bocca per chiamare - Mena! oh Mena! - E Mena sapeva cosa voleva dire, e venivano tutti in processione, lei, la Lia, ed anche la Nunziata, con tutti i suoi pulcini dietro; allora era una festa, né si badava più al freddo, o alla pioggia, e davanti alla fiammata stavano a chiacchierare sino a tardi della grazia di Dio che aveva mandato san Francesco, e quel che si sarebbe fatto dei denari.

Ma a quel giuoco da disperati si arrischiava la vita per qualche rotolo di pesce, e una volta i Malavoglia furono a un pelo di rimettercela tutti la pelle, per amor del guadagno, come Bastianazzo, mentre erano all'altezza dell'Agnone, verso sera, e il cielo era tanto fosco che non si vedeva più neppure l'Etna, e il vento soffiava a ondate che pareva avesse la parola.

- Brutto tempo! diceva padron 'Ntoni. Il vento oggi gira peggio della testa di una fraschetta, e il mare ha la faccia come quella di Piedipapera quando vuol farvi qualche brutto tiro.

Il mare era del color della sciara, sebbene il sole non fosse ancora tramontato, e di tratto in tratto bolliva tutt'intorno come una pentola.

- Adesso i gabbiani devono essere tutti a dormire; osservò Alessi.

- A quest'ora avrebbero dovuto accendere il faro di Catania, disse 'Ntoni, ma non si vede niente.

- Tieni sempre la sbarra a greco, Alessi, ordinò il nonno, fra mezz'ora non ci si vedrà più peggio di essere in un forno.

- Con questa brutta sera e' sarebbe meglio trovarsi all'osteria della Santuzza.

- O coricato nel tuo letto a dormire, non è vero? rispose il nonno; allora dovevi fare il segretario, come don Silvestro.

Il povero vecchio aveva abbaiato tutto il giorno pei suoi dolori. - È il tempo che muta! diceva lui, lo sento nelle ossa io.

Tutt'a un tratto si era fatto oscuro che non ci si vedeva più neanche a bestemmiare. Soltanto le onde, quando passavano vicino alla Provvidenza, luccicavano come avessero gli occhi e volessero mangiarsela; e nessuno osava dire più una parola, in mezzo al mare che muggiva fin dove c'era acqua.

- Ho in testa, disse a un tratto 'Ntoni, che stasera dovremmo dare al diavolo la pesca che abbiamo fatta.

- Taci! gli disse il nonno, e la sua voce in quel buio li fece diventare tutti piccini piccini sul banco dov'erano.

Si udiva il vento sibilare nella vela della Provvidenza e la fune che suonava come una corda di chitarra. All'improvviso il vento si mise a fischiare al pari della macchina della ferrovia, quando esce dal buco del monte, sopra Trezza, e arrivò un'ondata che non si era vista da dove fosse venuta, la quale fece scricchiolare la Provvidenza come un sacco di noci, e la buttò in aria.

- Giù la vela! giù la vela! gridò padron 'Ntoni. Taglia! taglia subito!

'Ntoni, col coltello fra i denti, s'era abbrancato come un gatto all'antenna, e ritto sulla sponda per far di contrappeso, si lasciò spenzolare sul mare che gli urlava sotto e se lo voleva mangiare.

- Tienti forte! tienti forte! gli gridava il nonno in quel fracasso delle onde che lo volevano strappare di là, e buttavano in aria la Provvidenza e ogni cosa, e facevano piegare la barca tutta di un lato, che dentro ci avevano l'acqua sino ai ginocchi. Taglia! taglia! ripeteva il nonno.

- Sacramento! esclamò 'Ntoni. Se taglio, come faremo poi quando avremo bisogno della vela?

- Non dire sacramento! che ora siamo nelle mani di Dio!

Alessi s'era aggrappato al timone, e all'udire quelle parole del nonno cominciò a strillare - Mamma! mamma mia!

- Taci! gli gridò il fratello col coltello fra i denti. Taci o ti assesto una pedata!

- Fatti la croce, e taci! ripeté il nonno. Sicché il ragazzo non osò fiatare più.

Ad un tratto la vela cadde tutta di un pezzo, tanto era tesa, e 'Ntoni la raccolse in un lampo e l'ammainò stretta.

- Il mestiere lo sai come tuo padre, gli disse il nonno, e sei Malavoglia anche tu.

La barca si raddrizzò e fece prima un gran salto; poi seguitò a far capriole sulle onde.

- Da' qua il timone; ora ci vuole la mano ferma! disse padron 'Ntoni; e malgrado che il ragazzo ci si fosse aggrappato come un gatto anche lui, arrivavano certe ondate che facevano sbattere il petto contro la manovella a tutt'e due.

- Il remo! gridò 'Ntoni, forza nel tuo remo, Alessi! che a mangiare sei buono anche tu. Adesso i remi valgono meglio del timone.

La barca scricchiolava sotto lo sforzo poderoso di quel paio di braccia. E Alessi ritto contro la pedagna, ci dava l'anima sui remi come poteva anche lui.

- Tienti fermo! gli gridò il nonno che appena si sentiva da un capo all'altro della barca, nel fischiare del vento - Tienti fermo, Alessi!

- Sì, nonno, sì! rispose il ragazzo.

- Che hai paura? gli disse 'Ntoni.

- No, rispose il nonno per lui. Soltanto raccomandiamoci a Dio.

- Santo diavolone! esclamò 'Ntoni col petto ansante, qui ci vorrebbero le braccia di ferro come la macchina del vapore. Il mare ci vince.

Il nonno si tacque e stettero ad ascoltare la burrasca.

- La mamma adesso dev'essere sulla riva a vedere se torniamo; disse poi Alessi.

- Ora lascia stare la mamma, aggiunse il nonno, è meglio non ci pensare.

- Adesso dove siamo? domandò 'Ntoni dopo un altro bel pezzo, col fiato ai denti dalla stanchezza.

- Nelle mani di Dio, rispose il nonno.

- Allora lasciatemi piangere, esclamò Alessi che non ne poteva più. E si mise a strillare e a chiamare la mamma ad alta voce, in mezzo al rumore del vento e del mare; né alcuno osò sgridarlo più.

- Hai un bel cantare, ma nessuno ti sente, ed è meglio starti cheto, gli disse infine il fratello con la voce mutata che non si conosceva più nemmen lui. Sta zitto che adesso non è bene far così, né per te, né per gli altri.

- La vela! ordinò padron 'Ntoni; il timone al vento verso greco, e poi alla volontà di Dio.

Il vento contrastava forte alla manovra, ma in cinque minuti la vela fu spiegata, e la Provvidenza cominciò a balzare sulla cima delle onde, piegata da un lato come un uccello ferito. I Malavoglia si tenevano tutti da un lato, afferrati alla sponda; in quel momento nessuno fiatava, perché quando il mare parla in quel modo non si ha coraggio di aprir bocca.

Padron 'Ntoni disse soltanto: - A quest'ora laggiù dicono il rosario per noi.

E non aggiunsero altro, correndo col vento e colle onde, nella notte che era venuta tutt'a un tratto nera come la pece.

- Il fanale del molo, - gridò 'Ntoni, - lo vedete?

- A dritta! gridò padron 'Ntoni, a dritta! Non è il fanale del molo. Andiamo sugli scogli. Serra! serra!

- Non posso serrare! rispose 'Ntoni colla voce soffocata dalla tempesta e dallo sforzo, la scotta è bagnata. Il coltello, Alessi, il coltello.

- Taglia, taglia, presto.

In questo momento s'udì uno schianto: la Provvidenza, che prima si era curvata su di un fianco, si rilevò come una molla, e per poco non sbalzò tutti in mare; l'antenna insieme alla vela cadde sulla barca rotta come un filo di paglia. Allora si udì una voce che gridava: - Ahi! come di uno che stesse per morire.

- Chi è? chi è che grida? domandava 'Ntoni aiutandosi coi denti e col coltello a tagliare le rilinghe della vela, la quale era caduta coll'antenna sulla barca e copriva ogni cosa. Ad un tratto un colpo di vento la strappò netta e se la portò via sibilando. Allora i due fratelli poterono sbrogliare del tutto il troncone dell'antenna e buttarlo in mare. La barca si raddrizzò, ma padron 'Ntoni non si raddrizzò, lui, e non rispondeva più a 'Ntoni che lo chiamava. Ora, quando il mare e il vento gridano insieme, non c'è cosa che faccia più paura del non udirsi rispondere alla voce che chiama. - Nonno, nonno! gridava anche Alessi, e al non udir più nulla, i capelli si rizzarono in capo, come fossero vivi, ai due fratelli. La notte era così nera che non si vedeva da un capo all'altro della Provvidenza, tanto che Alessi non piangeva più dal terrore. Il nonno era disteso in fondo alla barca, colla testa rotta. 'Ntoni finalmente lo trovò tastoni e gli parve che fosse morto, perché non fiatava e non si moveva affatto. La stanga del timone urtava di qua e di là, mentre la barca saltava in aria e si inabissava.

- Ah! san Francesco di Paola! Ah! san Francesco benedetto! strillavano i due ragazzi, ora che non sapevano più che fare.

San Francesco misericordioso li udì, mentre andava per la burrasca in soccorso dei suoi devoti, e stese il suo mantello sotto la Provvidenza, giusto quando stava per spaccarsi come un guscio di noce sullo scoglio dei colombi, sotto la guardiola della dogana. La barca saltò come un puledro sullo scoglio, e venne e cadere in secco, col naso in giù. - Coraggio, coraggio! gridavano loro le guardie dalla riva, e correvano qua e là colle lanterne a gettare delle corde. - Siam qui noi! fatevi animo! - Finalmente una delle corde venne a cadere a traverso della Provvidenza, la quale tremava come una foglia, e batté giusto sulla faccia a 'Ntoni peggio di un colpo di frusta, ma in quel momento gli parve meglio di una carezza.

- A me! a me! gridò afferrando la fune che scorreva rapidamente e gli voleva scivolare dalle mani. Alessi vi si aggrappò anche lui con tutte le sue forze, e così riescirono ad avvolgerla due o tre volte alla sbarra del timone, e le guardie doganali li tirarono a riva.

Padron 'Ntoni però non dava più segno di vita, e allorché accostarono la lanterna si vide che aveva la faccia sporca di sangue, sicché tutti lo credettero morto, e i nipoti si strappavano i capelli. Ma dopo un paio d'ore arrivò correndo don Michele, Rocco Spatu, Vanni Pizzuto, e tutti gli sfaccendati che erano all'osteria quando giunse la notizia, e coll'acqua fresca e le fregagioni gli fecero riaprir gli occhi. Il povero vecchio, come seppe dove si trovava, che ci voleva meno di un'ora per arrivare a Trezza, disse che lo portassero a casa su di una scala.

Maruzza, Mena, e le vicine, che strillavano sulla piazza e si battevano il petto, lo videro arrivare in tal modo, disteso sulla scala, e colla faccia bianca, come un morto.

- Niente! niente! - andava assicurando don Michele in capo alla folla, - una cosa da nulla! - e corse dallo speziale per l'aceto dei sette ladri. Don Franco venne in persona tenendo colle due mani la boccetta, e accorsero anche Piedipapera, comare Grazia, i Zuppiddi, padron Cipolla e tutto il vicinato, nella strada del Nero, ché in quelle occasioni si mette un sasso su ogni quistione, ed era venuta anche la Locca, la quale andava sempre dove c'era folla, quando sentiva del brusio pel paese, di notte o di giorno, quasi non chiudesse più gli occhi, e aspettasse sempre il suo Menico. Sicché la gente si accalcava nella stradicciuola davanti alla casa dei Malavoglia, come se ci fosse il morto, tanto che la cugina Anna dovette chiuder l'uscio sul mostaccio a tutti.

- Lasciatemi entrare! gridava la Nunziata picchiando coi pugni sull'uscio, che era accorsa mezzo svestita. Lasciatemi vedere cos'è successo da comare Maruzza!

- Allora era inutile mandarci per la scala, che dopo non ci lasciano entrare in casa per vedere cos'è! strepitava il figlio della Locca.

La Zuppidda e la Mangiacarrubbe avevano dimenticato tutti gli improperi che si erano detti, e cianciavano davanti alla porta, colle mani sotto il grembiule. - Già quel mestiere lì è fatto in tal modo, e si finisce col lasciarci la pelle. Una che mariti la figlia con gente di mare, diceva la Zuppidda, un giorno o l'altro se la vede tornare a casa vedova, e cogli orfani per giunta, ché se non fosse stato per don Michele, dei Malavoglia quella notte non restava nemmeno la semenza. Il meglio era fare come quelli che non fanno nulla, e si guadagnano la loro giornata egualmente, come don Michele, a mo' d'esempio, il quale era grasso e grosso meglio di un canonico, e andava sempre vestito di panno, e si mangiava mezzo paese, e tutti lo lisciavano; anche lo speziale, il quale voleva mangiarsi il re, gli faceva tanto di cappello, col cappellaccio nero.

- Non è nulla, venne a dire don Franco; gli abbiamo fatta la fasciatura; ma se non viene la febbre, se ne va.

Piedipapera volle andare a vedere anche lui, perché era di casa, e padron Fortunato, e chi d'altri poté entrare, a furia di gomitate.

- La faccia non mi piace niente affatto! sentenziava padron Cipolla scrollando il capo; come vi sentite, compare 'Ntoni?

- Per questo padron Fortunato non gli ha voluto dare il figlio alla Sant'Agata, diceva intanto la Zuppidda, che l'avevano lasciata sulla porta. Ha il naso fine quell'omaccio!

E la Vespa soggiungeva:

- «Chi ha roba in mare non ha nulla». Ci vuole la terra al sole, ci vuole.

- Che notte è venuta pei Malavoglia! esclamava comare Piedipapera.

- Avete visto, che tutte le disgrazie in questa casa arrivano di notte? osservò padron Cipolla, uscendo dalla casa con don Franco e compare Tino.

- Per buscarsi un pezzo di pane, poveretti! aggiungeva comare Grazia.

Per due o tre giorni padron 'Ntoni fu più di là che di qua. La febbre era venuta, come aveva detto lo speziale, ma era venuta così forte che stava per portarsi via il malato. Il poveraccio non si lagnava più, nel suo cantuccio, colla testa fasciata e la barba lunga. Aveva solo una gran sete, e quando Mena o la Longa gli davano da bere afferrava il boccale con le mani tremanti, che pareva volessero rubarglielo.

Don Ciccio veniva la mattina; medicava il ferito, gli tastava il polso, voleva veder la lingua, e poi se ne andava scrollando il capo.

Una notte persino lasciarono accesa la candela, quando don Ciccio aveva dimenato il capo più forte; la Longa ci aveva messo accanto l'immagine della Madonna, e dicevano il rosario davanti al letto del malato, il quale non fiatava più e non voleva nemmeno dell'acqua, e nessuno andò a dormire, tanto che la Lia si rompeva le mascelle dallo sbadigliare, pel gran sonno. Nella casa c'era un silenzio di malaugurio, sicché i carri passando per la strada facevano ballare i bicchieri sulla tavola, e trasalire coloro che stavano a vegliare il malato; così passò anche tutta la giornata, e le vicine stavano sulla porta, cianciando a voce bassa fra di loro, e guardando pel vano dell'uscio cosa succedeva. Verso sera padron 'Ntoni volle veder tutti i suoi ad uno ad uno, cogli occhi spenti, e domandava cosa aveva detto il medico. 'Ntoni era accanto al capezzale e piangeva come un ragazzo, ché il cuore l'aveva buono, quel giovane.

- Non piangere così! gli diceva il nonno. Non piangere. Ora tu sei il capo della casa. Pensa che ci hai tutti gli altri sulle spalle, e fa come ho fatto io.

Le donne si mettevano a gridare colle mani nei capelli, udendolo discorrere a quel modo, persino la piccola Lia, giacché le donne non hanno giudizio in quelle circostanze, e non si accorgevano che il poveretto si turbava in volto al vederle disperarsi, come se stesse per morire. Ma egli continuava con voce fioca: - Non fate tante spese quando non ci sarò più. Il Signore lo sa che non possiamo spendere, e si contenterà del rosario che mi diranno Maruzza e la Mena. Tu, Mena, fai sempre come ha fatto tua madre, che è stata una santa donna, e dei guai ne ha visti anche lei; e ti terrai sotto le ali tua sorella, come fa la chioccia coi suoi pulcini. Finché vi aiuterete l'un l'altro i guai vi parranno meno gravi. Ora 'Ntoni è grande, e presto Alessi sarà in grado di aiutarvi anche lui.

- Non dite così! supplicavano le donne singhiozzando, come se egli avesse voluto andarsene di sua volontà. - Per carità non dite così. Egli scuoteva il capo tristamente, e rispondeva:

- Adesso che vi ho detto quello che volevo dirvi, non me ne importa. Io sono vecchio. Quando non c'è più olio il lume si spegne. Ora voltatemi dall'altra parte che sono stanco.

Più tardi chiamò ancora 'Ntoni, e gli disse:

- Non la vendete la Provvidenza, così vecchia come è, se no sarete costretti ad andare a giornata, e non sapete com'è dura, quando padron Cipolla o lo zio Cola vi dicono: - Non ho bisogno di nessuno per lunedì. - E quest'altra cosa voglio dire a te, 'Ntoni, che quando avrete messo insieme qualche soldo, dovete maritare prima la Mena, e darle uno del mestiere che faceva suo padre, e che sia un buon figliuolo; e voglio dirti anche che quando avrete maritato pure la Lia, se fate dei risparmi metteteli da parte e ricomprate la casa del nespolo. Lo zio Crocifisso ve la venderà, se ci avrà il suo guadagno, perché è stata sempre dei Malavoglia, e di là sono partiti vostro padre e la buon'anima di Luca.

- Sì! nonno! sì! prometteva 'Ntoni piangendo. Alessi ascoltava anche lui, serio serio come fosse già un uomo.

Le donne credevano che il malato avesse il delirio, udendolo chiacchierare e chiacchierare, e gli mettevano delle pezze bagnate sulla fronte. - No, diceva padron 'Ntoni, sono in sensi. Voglio finire tutto quel che devo dirvi prima di andarmene.

Intanto cominciavano ad udirsi i pescatori che si chiamavano da un uscio all'altro, e i carri cominciavano a passare di nuovo per la via. - Fra due ore sarà giorno, disse padron 'Ntoni, e potrete andare a chiamare don Giammaria.

Quei poveretti aspettavano il giorno come il Messia, e andavano ad ogni momento a socchiudere la finestra per veder se spuntasse l'alba. Finalmente la stanzuccia cominciò a farsi bianca, e padron 'Ntoni tornò a dire: - Ora chiamatemi il prete, che voglio confessarmi.

Don Giammaria venne quando il sole era già alto, e tutte le vicine, come udirono il campanello per la stradicciuola del Nero, accorrevano a vedere il viatico che andava dai Malavoglia, ed entravano tutte, perché dove va il Signore non si può chiudere l'uscio in faccia alla gente, tanto che quei poveretti al vedersi la casa piena non osavano nemmeno piangere e disperarsi, mentre don Giammaria borbottava fra i denti, e mastro Cirino gli metteva il cero sotto il naso al malato, giallo e stecchito come un altro cero anche lui.

- E' sembra il patriarca san Giuseppe addirittura, su quel letto e con quella barba lunga! beato lui! esclamava la Santuzza, che piantava i boccali e ogni cosa, e andava sempre dove sentiva il Signore - come una cornacchia! - diceva lo speziale.

Don Ciccio arrivò che c'era ancora il vicario coll'olio santo, tanto che voleva voltare la briglia dell'asinello e tornarsene indietro. - Chi vi ha detto che c'era bisogno del prete? Chi è andato a chiamare il viatico? Quello dobbiamo dirvelo noi altri medici, quando è l'ora; e mi meraviglio del vicario che è venuto senza la polizza del viatico. Ora volete saperlo? non c'è bisogno del viatico. Se sta meglio, vi dico!

- È il miracolo della Madonna Addolorata! esclamava la Longa; la Madonna ci ha fatto il miracolo, perché il Signore ci è stato troppe volte in questa casa! - Ah! Vergine benedetta! esclamava Mena colle mani giunte. Ah! Vergine santa, che ci avete fatta la grazia! - E tutti piangevano dalla consolazione, come se l'infermo fosse già stato in grado di tornare ad imbarcarsi sulla Provvidenza.

Don Ciccio se ne andava borbottando: - Così mi ringraziano! Se campano, la Madonna ha fatto la grazia! Se muoiono, son io che li ammazzo!

Le comari aspettavano sulla porta per veder passare il morto, che dovevano venirselo a prendere da un momento all'altro. - Poveretto! brontolavano anch'esse.

- Quel vecchio ha il cuoio duro; se non batte il naso per terra come i gatti, non muore. State attenti a quel che vi dico oggi - predicava la Zuppidda. - Siamo qui da due giorni ad aspettare: muore, non muore? Vi dico che egli ci sotterrerà tutti. - Le comari fecero le corna. «Lontano sia ché son figlia di Maria!» e la Vespa baciava anche la medaglia che ci aveva sull'abitino. «Sciatara e matara! Tuono dell'aria, e vino solforoso!» La Zuppidda soggiunse: - Voi almeno non avete figli da maritare, come li ho io, che farei gran danno se andassi sotterra. - Le altre ridevano, perché la Vespa non ci aveva che lei stessa da maritare, e non ci arrivava anche. - Quanto a questo, padron 'Ntoni fa più danno di tutti, perché è la colonna della casa, - rispose la cugina Anna. Quel cetriolo di 'Ntoni ora non è più un ragazzo. - Ma tutte si strinsero nelle spalle. - Se muore il vecchio, la vedrete come casca quella casa!

In questa arrivò la Nunziata, lesta lesta, colla brocca sul capo. - Largo! largo! ché aspettano l'acqua da comare Maruzza. E i miei ragazzi se si mettono a giocare mi lasciano la roba in mezzo alla strada.

Lia s'era messa sulla porta, tutta pettoruta a dire alle comari: - Il nonno sta meglio. Ha detto don Ciccio che il nonno per adesso non muore; e non le pareva vero che tutte le comari stessero ad ascoltarla come una donna fatta. Venne anche Alessi e disse alla Nunziata:

- Ora che sei qui, in due salti vado a vedere che n'è della Provvidenza.

- Questo qui ha più giudizio del grande! diceva la cugina Anna.

- A don Michele gli daranno la medaglia per aver buttato la corda alla Provvidenza, diceva lo speziale. E ci è anche la pensione. Così li spendono i denari del popolo!

Piedipapera per difendere don Michele andava dicendo che se l'era meritata, la medaglia e la pensione, per questo si era buttato all'acqua sino a mezza gamba, con tutti gli stivaloni, per salvare la vita ai Malavoglia, vi par poco? tre persone! ed era stato a un pelo di lasciarci il cuoio anche lui, tanto che se ne parlava dappertutto, sicché la domenica, quando si metteva l'uniforme nuovo, le ragazze gli lasciavano gli occhi addosso per veder se ci avesse la medaglia.

- Barbara Zuppidda, ora che si è levato di mente quel ragazzaccio di Malavoglia, non gli volterà più le spalle a don Michele, andava dicendo Piedipapera. L'ho vista io col naso fra le imposte quando egli passa per la strada.

E don Silvestro, sentendo questo, diceva a Vanni Pizzuto:

- Bel guadagno che ci avete fatto, a levarvi d'addosso 'Ntoni di padron 'Ntoni, ora che la Barbara ha messo gli occhi addosso a don Michele!

- Se ce li ha messi li leverà, ché sua madre non può vedere né sbirri, né mangiapane, né forestieri.

- Vedrete, vedrete; la Barbara ha ventitre anni, e se si mette in testa che ad aspettare ancora il marito comincia a far la muffa, se lo piglia, colle buone o colle cattive. Volete scommettere dodici tarì che si parlano dalla finestra? - E tirò fuori il pezzo da cinque lire nuovo.

- Io non voglio scommettere niente! rispose Pizzuto, stringendosi nelle spalle. - A me non me ne importa un corno.

Quelli che stavano a sentire, Piedipapera e Rocco Spatu, si scompisciavano dalle risa. - Ve lo faccio per niente - aggiunse don Silvestro, messo di buon umore; e se ne andò cogli altri a chiacchierare con lo zio Santoro, davanti all'osteria. - Sentite, zio Santoro, volete guadagnarvi dodici tarì? e cavò fuori la moneta nuova, sebbene lo zio Santoro non ci vedesse. - Mastro Vanni Pizzuto vuol scommettere dodici tarì che ora don Michele il brigadiere va a parlare colla Barbara Zuppidda, la sera. Volete buscarveli voi quei dodici tarì?

- O anime sante del purgatorio! esclamò baciando il rosario lo zio Santoro, il quale era stato ad ascoltare tutto intento, cogli occhi spenti; ma egli era inquieto, e muoveva le labbra di qua e di là, come fa delle orecchie un cane da caccia che sente la pedata.

- Sono amici, non temete - aggiunse don Silvestro sghignazzando.

- Sono compare Tino, e Rocco Spatu, aggiunse il cieco dopo essere stato attento un altro po'.

Egli conosceva tutti quelli che passavano, al rumore dei loro passi, fossero colle scarpe o a piedi nudi, e diceva - Voi siete compare Tino, oppure siete compare Cinghialenta. E siccome era sempre là, a dir delle barzellette con questo e con quello, sapeva ciò che accadeva in tutto il paese, e allora per buscarsi quei dodici tarì, come i ragazzi andavano a prendere il vino per la cena, li chiamava - Alessi, o Nunziata, o Lia, - e domandava pure: Dove vai? d'onde vieni? che hai fatto oggi? oppure: L'hai visto don Michele? ci passa dalla strada del Nero?

'Ntoni, poveretto, finché c'era stato bisogno, era corso di qua e di là senza fiato, e s'era strappati i capelli anche lui. Adesso che il nonno stava meglio, girandolava pel paese, colle mani sotto le ascelle, aspettando che potessero portare un'altra volta la Provvidenza da mastro Zuppiddu per rabberciarla; e andava all'osteria a far quattro chiacchiere, giacché non ci aveva un soldo in tasca, e raccontava a questo e a quello come avevano visto la morte cogli occhi, e così passava il tempo, cianciando e sputacchiando. Quando gli pagavano poi qualche bicchiere di vino, se la prendeva con don Michele, che gli aveva rubata l'innamorata e andava ogni sera a parlare colla Barbara, li aveva visti lo zio Santoro, che aveva domandato alla Nunziata se don Michele ci passava per la strada del Nero.

- Ma sangue di Giuda! non mi chiamo 'Ntoni Malavoglia, se non mi taglio questo corno, sangue di Giuda!

La gente ci si divertiva a vedergli mangiare l'anima, e perciò gli pagavano da bere. La Santuzza, mentre risciacquava i bicchieri, si voltava dall'altra parte, per non sentire le bestemmie e le parolacce che dicevano; ma all'udir discorrere di don Michele, si dimenticava anche di questo, e stava ad ascoltare con tanto d'occhi. Era divenuta curiosa anche lei, e stava tutta orecchi quando ne parlavano, e al fratellino della Nunziata, o ad Alessi, allorché venivano pel vino, regalava delle mele e delle mandorle verdi, per sapere chi s'era visto nella strada del Nero. Don Michele giurava e spergiurava che non era vero, e spesso la sera, quando l'osteria era già chiusa, si udiva un casa del diavolo dietro la porta. - Bugiardo! gridava la Santuzza. Assassino! ladro! nemico di Dio!

Tanto che don Michele non si fece più vedere all'osteria, e si contentava di mandare a prendere il vino e berselo nella bottega di Pizzuto, solo col suo fiasco, per amor della pace.

Massaro Filippo, invece di esser contento che si fosse tolto così un altro cane da quell'osso della Santuzza, metteva buone parole e cercava di rappattumarli, che nessuno ci capiva più nulla. Ma era tempo perso. - Non vedete che voga al largo e non si fa più vedere? esclamava la Santuzza. - Questo è segno che la cosa è vera com'è vero Iddio! No! non voglio sentirne parlar più, dovessi chiuder l'osteria, e mettermi a far calzetta!

Massaro Filippo allora si faceva la bocca amara dalla collera, e andava a pregare don Michele come un santo, nel posto delle guardie, o nella bottega di Pizzuto, perché la finisse quella lite con la Santuzza, dopo che erano stati amici! ed ora avrebbero fatto chiacchierare la gente, - e lo abbracciava e lo tirava per la manica. Ma don Michele appuntava i piedi in terra come un mulo, e diceva di no. E chi era là presente, a godersi la scena, osservava che massaro Filippo faceva una bella figura com'è vero Dio! - Massaro Filippo ha bisogno d'aiuto, diceva Pizzuto. Non lo vedete? Quella Santuzza si mangerebbe anche il Crocifisso!

La Santuzza allora un bel giorno si mise la mantellina e andò a confessarsi, sebbene fosse lunedì, e l'osteria fosse piena di gente. La Santuzza andava a confessarsi ogni domenica, e ci stava un'ora col naso alla graticola del confessionario, a risciacquarsi la coscienza, che amava tenerla pulita meglio dei suoi bicchieri. Ma quella volta donna Rosolina, che era gelosa di suo fratello il vicario, e si confessava spesso anche lei per tenerci gli occhi addosso, restò colla bocca aperta, là dov'era ad aspettare ginocchioni, che la Santuzza ci avesse tanta roba nello stomaco, e osservò che suo fratello vicario si soffiò il naso più di cinque volte.

- Cosa aveva oggi Santuzza che non finiva più? domandò perciò a don Giammaria quando furono a tavola.

- Niente, niente, - rispondeva suo fratello stendendo la mano verso il piatto. Ma ella che gli conosceva il debole lasciava il coperchio sulla zuppiera e lo tormentava a furia di domande, sicché infine il poveretto dovette dire che c'era il sigillo della confessione, e sinché fu a tavola rimase col naso sul piatto, e ingozzava i maccheroni come se non avesse visto grazia di Dio da due giorni, tanto che gli andarono in veleno, e borbottava fra di sé perché non lo lasciavano mai quieto. Dopo pranzo prese il cappello e il ferraiuolo, e andò a fare una visita alla Zuppidda. - Ci dev'essere sotto qualche cosa! borbottava dal canto suo donna Rosolina. Ci dev'essere qualche sudiceria fra suor Mariangela e la Zuppidda, sotto il sigillo della confessione. E si mise alla finestra per vedere quanto ci stava suo fratello, nella casa di comare Venera.

La Zuppidda saltò su tutte le furie all'udire quello che le mandava a dire suor Mariangela con don Giammaria, e si mise sul ballatoio a gridare che lei non ne voleva roba degli altri, aprisse bene le orecchie la Santuzza! che se vedeva passare don Michele per la sua strada voleva cavargli gli occhi con la conocchia che teneva in mano, in barba alla pistola che portava sulla pancia, giacché ella non aveva paura né delle pistole né di nessuno, e sua figlia non l'avrebbe data a uno che si mangiava il pane del re e faceva lo sbirro, ed era nel peccato mortale colla Santuzza per giunta, glielo aveva detto don Giammaria sotto sigillo di confessione, ma ella se lo teneva nelle ciabatte, il sigillo della confessione, quando ci andava di mezzo la sua Barbara, - e ne disse tanti e tanti degli improperi, che la Longa e la cugina Anna dovettero chiudere la porta perché non udissero le ragazze; e mastro Turi suo marito, onde non restare indietro, sbraitava anche lui: - Se mi toccano la coda mi fanno fare qualche sproposito, benedetto Dio! Io non ho paura di don Michele, e di massaro Filippo, e di tutta la ciurma della Santuzza!

- State zitto! gli dava sulla voce comare Venera; non avete inteso che massaro Filippo non c'entra più colla Santuzza?

Gli altri invece continuavano a dire che la Santuzza ci aveva massaro Filippo per aiutarla a dire le orazioni, l'aveva visto Piedipapera. - Bravo! Massaro Filippo ha bisogno d'aiuto anche lui! ripeteva Pizzuto. Non l'avete visto che è venuto a pregare e strapregare don Michele per aiutarlo?

Nella spezieria don Franco chiamava la gente apposta per schiamazzare sull'avventura.

- Ve l'avevo detto, non è vero? Tutti così, quei leccasanti! col diavolo sotto le gonnelle! Bel lavoro, eh! due alla volta, per fare il paio! Ora che gli danno la medaglia a don Michele, l'appenderanno insieme a quella di Figlia di Maria che ci ha la Santuzza. - E sporgeva il capo fuori dall'uscio per vedere se ci fosse sua moglie alla finestra di sopra. - Eh! la chiesa e la caserma! Il trono e l'altare! sempre la stessa storia, ve lo dico io!

Egli non aveva paura della sciabola e dell'aspersorio; e se ne infischiava di don Michele, tanto che gli leggeva le corna quando la Signora non era alla finestra, e non poteva udire quello che si diceva nella spezieria; ma donna Rosolina diede una buona lavata di capo a suo fratello, appena venne a sapere che si era messo in quel pasticcio, perché quelli della sciabola bisogna tenerseli amici.

- Amici un corno! rispondeva don Giammaria. Con quelli che ci hanno levato il pan di bocca? Io ho fatto il debito mio. Io non ho bisogno di loro! Son loro piuttosto che hanno bisogno di noi altri.

- Almeno dovreste dire che vi ci ha mandato la Santuzza, sotto sigillo di confessione; sosteneva donna Rosolina; così non l'acchiappereste voi l'inimicizia.

Però in aria misteriosa andava ripetendo che era una cosa sotto sigillo di confessione, a tutte le comari e i vicini che venivano a ronzarle attorno per sapere come s'era venuto a scoprire quell'imbroglio. Piedipapera, dacché aveva sentito dire a don Silvestro che voleva far cadere la Barbara coi suoi piedi, come una pera matura, andava sussurrando: - Questa è tutta manovra di don Silvestro, che vuol far cadere la Zuppidda coi suoi piedi.

E tanto lo disse che arrivò all'orecchio di donna Rosolina, mentre cuoceva la conserva dei pomidoro, colle maniche rimboccate, e si sbracciava a difender don Michele davanti alla gente, perché si sapesse che, loro come loro, non gli volevano male a don Michele, sebbene ei fosse di quei del governo; e diceva che l'uomo è cacciatore, e la Zuppidda doveva pensarci lei a guardarsi la figliuola e se don Michele ci aveva degli altri intrighi cotesto riguardava lui e la sua coscienza.

- Questa è opera di don Silvestro, che vuol la Zuppidda, e ha scommesso dodici tarì che la farà cascare coi suoi piedi; - venne a dirle comare la Vespa, mentre aiutava donna Rosolina a fare la conserva dei pomidoro; ella ci veniva a pregare don Giammaria che facesse entrare gli scrupoli in testa a quel birbante dello zio Crocifisso, il quale ci aveva la testa più dura di un mulo. - Non lo vede che ha i piedi nella fossa? diceva. Che vuol portarsi anche questo scrupolo sulla coscienza?

Ma all'udire la storia di don Silvestro donna Rosolina di botto cambiò registro, e si mise a predicare col mestolo in aria, rossa come la conserva dei pomidoro, contro gli uomini che lusingano le ragazze da marito, e quelle pettegole le quali stanno alla finestra ad uccellarli. Già si sapeva che razza di civetta fosse la Barbara; ma faceva specie che ci cascasse anche uno come don Silvestro, il quale sembrava un uomo di proposito, e nessuno si sarebbe aspettato da lui un tradimento simile; invece poi andava a cercarsi i guai con la Zuppidda e con don Michele, mentre ci aveva la sorte in mano e se la lasciava scappare. - Al giorno d'oggi per conoscere un uomo bisogna mangiare sette salme di sale.

Però don Silvestro si faceva vedere a braccetto con don Michele, e nessuno osava dir parola in faccia a loro di quei discorsi che correvano. Ora donna Rosolina gli sbatteva la finestra sul naso, allorché il segretario stava a guardare in aria dalla porta dello speziale, e non voltava nemmeno il capo quando metteva al sole sul terrazzino la conserva dei pomidori; una volta poi volle andare a confessarsi ad Aci Castello, perché ci aveva un peccato che non poteva dire a suo fratello, e tanto fece che incontrò per caso don Silvestro, giusto mentre tornava dalla vigna.

- Oh! beato chi vi vede! cominciò a dirgli fermandosi a prender fiato, perch'era tutta rossa e scalmanata. Ci avete gran roba pel capo, che non vi ricordate più degli amici antichi.

- Io non ci ho nulla pel capo, donna Rosolina.

- A me mi hanno detto che ce l'avete, ma è una bestialità, che vi farebbe venire il capo grosso davvero.

- Chi ve l'ha detto?

- Lo dice tutto il paese.

- Lasciatelo dire. E poi, volete saperla? io faccio quel che mi piace a me; e se ci avrò la testa pesante ci ho da pensar io.

- Buon prò vi faccia, - rispose donna Rosolina col viso rosso. - Vuol dire che cominciate ad avercela d'adesso, se mi rispondete in questo modo, tanto che non me l'aspettavo, e vi ho avuto sinora per giudizioso; scusate se mi sono sbagliata. Vuol dire che «acqua passata non macina più», e «buon tempo e mal tempo non dura tutto il tempo». Pensateci che il proverbio dice: «Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova», e «chi piglia bellezze piglia corna». Godetevi la Zuppidda in santa pace, perché a me non me ne importa. E per tutto l'oro del mondo non vorrei che si dicesse di me quello che si dice della vostra Zuppidda.

- State tranquilla, donna Rosolina, ché oramai non si può dir più nulla di voi.

- Almeno non si dice che mi mangio mezzo paese; avete inteso don Silvestro?

- Lasciateli dire, donna Rosolina, «chi ha bocca mangia, e chi non mangia se ne muore».

- E non si dice pure quel che si dice di voi, che siete un truffatore! seguitò donna Rosolina, verde come l'aglio. Mi avete inteso, don Silvestro? e di tutti non si può dire la stessa cosa! Quando non vi servono più, poi, datemele quelle venticinque onze che vi ho prestate. Io non li rubo i denari, come certa gente.

- Non dubitate, donna Rosolina, io non l'ho detto che le avete rubate le vostre venticinque onze, e non andrò a dirglielo a vostro fratello don Giammaria. A me non me ne importa di sapere se gliele avete rubate sulla spesa o no; so che non ve le devo io. Mi avevate detto di metterle a frutto, per farvi la dote, se qualcuno vi avesse voluta, ed io li avevo messi in una banca per conto vostro, sotto il mio nome, per non far scoprire la cosa a vostro fratello il quale vi avrebbe domandato di dove vi erano venuti quei denari. Ora la banca è fallita. Che colpa ce ne ho io?

- Imbroglione! gli sputava in faccia donna Rosolina colla schiuma alla bocca. Truffatore! Io non vi avevo dato quei denari per andare a metterli in una banca che falliva. Io ve li avevo dati per tenerci gli occhi addosso come se fosse stata roba vostra!…

- Sì! ho fatto come se fosse stata roba mia! - rispondeva il segretario con la faccia tosta, tanto che donna Rosolina gli voltò le spalle per non crepare dalla rabbia, e se ne tornò a Trezza sudata come una spugna, nell'ora calda, collo scialle sulla schiena. Don Silvestro rimase lì fermo a sogghignare, davanti al muro dell'orto di massaro Filippo, finché ella non ebbe scantonato, e si strinse nelle spalle, borbottando fra di sé: - A me non me ne importa nulla di quel che dicono.

Ed aveva ragione di non curarsi di quel che dicevano. Dicevano che se don Silvestro si era messo in testa di far cascare la Barbara coi suoi piedi, ci sarebbe caduta, tal briccone matricolato egli era! Però gli facevano di berretto, e gli amici gli accennavano col capo, sogghignando, quando andava a chiacchierare nella spezieria. - Siete un bel prepotente! gli diceva don Franco accarezzandolo sulle spalle. - Un vero feudatario! Siete l'uomo fatale, mandato in terra per provare come quattro e quattr'otto che bisogna fare il bucato alla vecchia società. - E allorché veniva 'Ntoni a prendere il medicamento pel nonno: - Tu sei il popolo. Finché sarai paziente come il somaro ti toccheranno le bastonate. - La Signora, che faceva la calzetta dietro il banco, per mutar discorso domandava: - Come sta ora il nonno? 'Ntoni non osava aprir bocca davanti la Signora, e se ne andava brontolando, col bicchiere nelle mani.

Il nonno ora stava meglio, e lo mettevano sull'uscio, al sole, avvolto nel tabarro, e col fazzoletto in testa, che sembrava un morto risuscitato, tanto che la gente andava a vederlo per curiosità; ed il poveraccio chinava il capo a questo e a quello, come un pappagallo, e sorrideva, tutto contento di trovarsi là, nel suo cappotto, accanto all'uscio, con Maruzza che gli filava accanto, il telaio della Mena che si udiva nelle stanze, e le galline che razzolavano nella strada. Ora che non aveva altro da fare aveva imparato a conoscere le galline ad una ad una, e stava a vedere quello che facevano, e passava il tempo ad ascoltare le voci dei vicini, dicendo: - Questa è comare Venera che strapazza suo marito. - Questa è la cugina Anna che torna dal lavatoio. Poi se ne stava a vedere l'ombra delle case che si allungava; e quando non c'era più il sole sulla porta lo mettevano contro il muro dirimpetto, ch'egli somigliava al cane di mastro Turi, il quale cercava il sole, per sdraiarsi.

Infine, cominciò a stare sulle gambe, e lo portarono sulla riva, reggendolo sotto le ascelle, perché gli piaceva dormicchiare accoccolato sui sassi, in faccia alle barche, e diceva che l'odore dell'acqua salata gli faceva bene allo stomaco; e si divertiva a vedere le barche, e sentire com'era andata la giornata per questo e per quello. I compari, mentre attendevano alle loro faccende, gli regalavano qualche parola, e gli dicevano per consolarlo: - Vuol dire che c'è olio ancora alla lucerna, eh, padron 'Ntoni!

La sera, quando tutti i suoi erano in casa, coll'uscio chiuso, mentre la Longa intonava il rosario, se la godeva a vederseli vicini, e li guardava in faccia ad uno ad uno, e guardava i muri della casa, e il cassettone colla statuetta del Buon Pastore, e il deschetto col lume sopra; e ripeteva sempre: - Non mi par vero di essere ancora qui, con voialtri.

La Longa diceva che lo spavento le aveva messo un gran rimescolio nel sangue e nella testa, ed ora le pareva di non averci più davanti agli occhi quei due poveretti che erano morti, e sino a quel giorno le eran rimasti come due spine dentro il petto, tanto che era andata a confessarsene con don Giammaria. Però il confessore le aveva data l'assoluzione, perché coi disgraziati succede così, che una spina scaccia l'altra, e il Signore non vuole ficcarcele tutte in una volta, perché si morirebbe di crepacuore. Le erano morti il figlio e il marito; l'avevano scacciata dalla casa; ma adesso era contenta che fosse riescita a pagare il medico e lo speziale, e non doveva più niente a nessuno.

A poco a poco il nonno era arrivato a dire: - Datemi da fare qualche cosa, così non so starci, senza far nulla. Rattoppava delle reti; e intrecciava delle nasse; poi cominciò ad andare col bastoncello sino al cortile di mastro Turi, a vedere la Provvidenza, e stava lì a godersi il sole. Infine era tornato a imbarcarsi coi ragazzi.

- Tale e quale come i gatti! diceva la Zuppidda; che se non danno il naso per terra son sempre vivi!

La Longa aveva pure messo sulla porta un panchettino, e vendeva arancie, noci, ova sode ed ulive nere.

- State a vedere che a poco a poco arrivano a vendere anche il vino! diceva la Santuzza. Io ci ho piacere, perché son gente col timore di Dio! E padron Cipolla si stringeva nelle spalle quando passava per la strada del Nero, davanti alla casa dei Malavoglia, che volevano fare i negozianti.

Il negozio andava bene perché le uova erano sempre fresche, tanto che la Santuzza, ora che 'Ntoni bazzicava all'osteria, mandava da comare Maruzza a prendere le ulive, quando c'erano dei bevitori che non avevano sete. Così a soldo a soldo avevano pagato mastro Turi Zuppiddu, e avevano rattoppato un'altra volta la Provvidenza, che adesso pareva davvero una ciabatta; eppure si metteva da parte qualche lira. Avevano comprato anche una buona provvista di barilotti, e il sale per le acciughe, se san Francesco mandava la provvidenza, la vela nuova per la barca, e messo un po' di denaro nel canterano. - Facciamo come le formiche, diceva padron 'Ntoni; e ogni giorno contava i denari, e andava a girondolare davanti la casa del nespolo, a guardare in alto, colle mani dietro la schiena. La porta era chiusa, i passeri cinguettavano sul tetto, e la vite si dondolava adagio adagio sulla finestra. Il vecchio si arrampicava sul muro dell'orto, dove ci avevano seminate delle cipolle che facevano come un mare di pennacchi bianchi, e poi correva dietro allo zio Crocifisso, per dirgli cento volte: - Sapete, zio Crocifisso, se giungiamo a metterli insieme, quei denari della casa, dovete venderla a noi, perché è stata sempre dei Malavoglia; «ad ogni uccello il suo nido è bello» e desidero morire dove son nato. «Beato chi muore nel proprio letto». Lo zio Crocifisso grugniva di sì, per non compromettersi; e alla casa ci faceva mettere una tegola nuova, od una cazzolata di calcina al muro del cortile, per far crescere il prezzo.

Lo zio Crocifisso lo rassicurava così: - Non dubitate, non dubitate. La casa è là che non scappa. Basta tenerci gli occhi addosso. Ognuno tiene gli occhi addosso a quel che gli preme. - E una volta aggiunse: - Che non la maritate più la vostra Mena?

- La mariterò quando vorrà Dio! rispose padron 'Ntoni. Per me vorrei maritarla anche domani.

- Io se fossi in voi, gli darei Alfio Mosca, che è un buon ragazzo, onesto e laborioso; e cerca moglie di qua e di là, non ha altro difetto. Ora dicono che tornerà in paese, e par fatto apposta per vostra nipote.

- O se dicevano che volesse pigliarsi vostra nipote la Vespa?

- Anche voi! anche voi! cominciò a gridare Campana di legno. Chi lo dice? Son tutte chiacchiere; vuol papparle la chiusa a mia nipote, ecco cosa vuole! Bella cosa, eh? Che direste voi se la vostra casa la vendessi a un altro?

Piedipapera il quale era sempre lì per la piazza, appena c'erano due che discorrevano, a cercare di buscarsi la senseria, si ficcò nel discorso anche lui. - La Vespa ora ci ha per le mani Brasi Cipolla, dopo che andò in aria il matrimonio della Sant'Agata, li ho visti con questi occhi, che andavano insieme per la viottola del torrente; io ci ero andato a cercare due ciottoli lisci per l'intonaco dell'abbeveratoio che non tiene l'acqua. E gli faceva la smorfiosa, la civetta! colle cocche del fazzoletto sulla bocca, e gli diceva: - Per questa medaglia benedetta che ci ho qui, non è vero niente. Puh! che mi fate stomaco quando mi parlate di quel vecchio barbogio di mio zio! - Parlava di voi, zio Crocifisso; e gli lasciava toccare la medaglia, sapete dove la tiene? Campana di legno faceva il sordo, e dimenava il capo, come Tartaglia. Piedipapera continuava: e Brasi disse: - Allora che facciamo? - Io non lo so quel che volete fare - rispondeva la Vespa, ma se è vero che mi volete bene, in questo stato non mi lascerete, ché quando non vi vedo mi pare che il cuore l'abbia diviso in due, come due spicchi d'arancia, e se vi maritano con qualchedun'altra vi giuro per questa medaglia benedetta che ci ho qui, sentite, che vedrete qualche cosa di grosso nel paese, e mi butterò in mare bella e vestita come sono. Brasi si grattava il capo, e seguitava: - Per me, io vi voglio; ma mio padre poi che farà? - Andiamocene via dal paese, diceva lei, come se fossimo marito e moglie, e quando la frittata sarà fatta, vostro padre dovrà dir di sì per forza. Già non ha altri figliuoli, e la roba non sa a chi lasciarla.

- Che gente, eh! cominciò a strillare lo zio Crocifisso, dimenticandosi che era sordo. Quella strega ha il diavolo che la pizzica sotto la gonnella! E dire che tengono la medaglia della Madonna sul petto! Bisognerà dirlo a padron Fortunato, bisognerà! Siamo galantuomini o no? Se padron Fortunato non sta in guardia, quella strega di mia nipote gli fa il tiro di rubargli il figlio, poveretto!

E correva per la strada come un pazzo.

- Mi raccomando, non dite che li ho visti io! gridava Piedipapera andandogli dietro. Non voglio mettermi in bocca a quella vipera di vostra nipote.

Lo zio Crocifisso in un attimo mise sottosopra tutto il paese, che voleva mandare perfino le guardie e don Michele a mettere sotto custodia la Vespa; la quale, infine, era sua nipote, e doveva pensarci lui; e don Michele era pagato per questo, per guardare gli interessi dei galantuomini. La gente si divertiva a veder padron Cipolla correre di qua e di là anche lui con tanto di lingua fuori, e ci aveva gusto che quel bietolone di suo figlio Brasi fosse andato a cascare nella Vespa, mentre pareva che per lui non fosse buona nemmeno la figlia di Vittorio Emanuele, ché aveva piantato la Malavoglia senza dire: vi saluto!

Mena però non s'era messa il fazzoletto nero, quando Brasi l'aveva piantata; anzi ora tornava a cantare mentre stava al telaio, o aiutava a salare le acciughe, nelle belle sere d'estate. Stavolta san Francesco l'aveva proprio mandata la provvidenza. C'era stata una passata di acciughe come mai se n'erano viste; una ricchezza per tutto il paese; le barche tornavano cariche, colla gente che cantava e sventolava i berretti da lontano, per far segno alle donne che aspettavano coi bambini in collo.

I rigattieri venivano in folla dalla città, a piedi, a cavallo, sui carri, e Piedipapera non aveva tempo di grattarsi il capo. Verso l'avemaria sulla riva c'era una fiera addirittura, e grida e schiamazzi d'ogni genere. Nel cortile dei Malavoglia il lume stava acceso sino a mezzanotte, che pareva una festa. Le ragazze cantavano, e venivano anche le vicine ad aiutare, le figlie della cugina Anna e la Nunziata, perché c'era da guadagnare per tutti, e lungo il muro si vedevano quattro file di barilotti già belli e preparati, coi sassi di sopra.

- Adesso vorrei qui la Zuppidda! esclamava 'Ntoni, seduto sui sassi a far peso anche lui, colle mani sotto le ascelle. - Adesso lo vedrebbe che abbiamo il fatto nostro anche noi, e ce ne infischiamo di don Michele e di don Silvestro!

I rigattieri correvano dietro a padron 'Ntoni coi denari in mano. Piedipapera lo tirava per la manica dicendogli: - Questo è il tempo d'approfittare. Ma padron 'Ntoni teneva duro a rispondere: - Ne parleremo ad Ognissanti; allora le acciughe avranno il loro prezzo. No, non voglio caparra, non voglio legarmi le mani! So io come vanno le cose. - E picchiava i pugni sui barili, dicendo ai nipoti: - Qui c'è la vostra casa e la dote di Mena. «La casa ti abbraccia e ti bacia». San Francesco mi ha fatto la grazia di lasciarmi chiudere gli occhi contento.

Nello stesso tempo avevano fatte tutte le provviste per l'inverno, il grano, le fave, l'olio; e avevano data la caparra a massaro Filippo per quel po' di vino della domenica.

Ora erano tranquilli; suocero e nuora tornavano a contare i danari nella calza, i barilotti schierati nel cortile, e facevano i loro calcoli onde vedere quello che ci mancasse ancora per la casa. La Maruzza conosceva quei denari soldo per soldo, quelli delle arancie e delle uova, quelli che aveva portati Alessi dalla ferrovia, quelli che Mena s'era guadagnati col telaio, e diceva: - Ce n'è di tutti. - Non ve l'avevo detto che per menare il remo bisogna che le cinque dita della mano si aiutino l'un l'altro? rispondeva padron 'Ntoni. - Oramai pochi ce ne mancano. E allora si mettevano in un cantuccio a confabulare colla Longa, e guardavano Sant'Agata, la quale se lo meritava, poveretta, che parlassero di lei «perché non aveva né bocca né volontà» e badava a lavorare, cantando fra di sé come fanno gli uccelli nel nido prima di giorno; e soltanto quando udiva passare i carri, la sera, pensava al carro di compare Alfio Mosca, che andava pel mondo, chi sa dove; e allora smetteva di cantare.

Per tutto il paese non si vedeva altro che della gente colle reti in collo, e donne sedute sulla soglia a pestare i mattoni; e davanti a ogni porta c'era una fila di barilotti, che un cristiano si ricreava il naso a passare per la strada, e un miglio prima di arrivare in paese si sentiva che san Francesco ci aveva mandata la provvidenza; non si parlava d'altro che di sardelle e di salamoia, perfino nella spezieria dove aggiustavano il mondo a modo loro; e don Franco voleva insegnare una maniera nuova di salare le acciughe, che l'aveva letta nei libri. Come gli ridevano in faccia, si metteva a gridare: - Bestie che siete! e volete il progresso! e volete la repubblica! - La gente gli voltava le spalle, e lo piantava lì a strepitare come un pazzo. Da che il mondo è mondo le acciughe si son fatte col sale e coi mattoni pesti.

- Il solito discorso! Così faceva mio nonno! seguitava a gridare loro dietro lo speziale. - Siete asini che vi manca soltanto la coda! Con gente come questa cosa volete fare? e si contentano di mastro Croce Giufà, perché il sindaco è stato sempre lui; e sarebbero capaci di dirci che non vogliono la repubblica perché non l'hanno mai vista! - Questi discorsi poi li ripeteva a don Silvestro, a proposito di certo ragionamento che avevano fatto a quattr'occhi, sebbene don Silvestro non avesse aperto bocca, è vero, ma era stato zitto ad ascoltare. Si sapeva poi che era in rotta colla Betta di mastro Croce, perché il sindaco voleva farlo lei, e suo padre s'era lasciato mettere la gonnella al collo, talché oggi diceva bianco e domani nero, come voleva la Betta. Egli non sapeva dir altro che: - Il sindaco son io, caspitina! - come glielo aveva insegnato a dire sua figlia, la quale appuntava i pugni sui fianchi parlando con don Silvestro, e gli rinfacciava:

- Vi pare che vi lasceranno menar sempre pel naso quel buon uomo di mio padre, per fare gli affari vostri e mangiare a doppio palmento? che perfino donna Rosolina va predicando che vi rosicate tutto il paese! Ma me non mi mangerete, no! ché non ci ho la smania di maritarmi, e bado agli interessi di mio padre.

Don Franco predicava che senza uomini nuovi non si faceva nulla, ed era inutile andare a cercare i pezzi grossi, come padron Cipolla, il quale vi diceva che per grazia di Dio ci aveva il fatto suo, e non aveva bisogno di fare il servitore del pubblico per niente; oppure come massaro Filippo il quale non pensava ad altro che alle sue chiuse e alle sue vigne, e solo ci aveva prestato orecchio quando s'era parlato di levare il dazio sul mosto. - Gente vecchia! - conchiudeva don Franco colla barba in aria. - Gente buona pel tempo della camarilla. Al giorno d'oggi ci vogliono uomini nuovi.

- Adesso manderemo dal fornaciaio per farli fare apposta, - rispondeva don Giammaria.

- Se le cose andassero come dovrebbero andare si nuoterebbe nell'oro! - diceva don Silvestro: non diceva altro.

- Sapete cosa ci vorrebbe? - suggeriva lo speziale sotto voce, e lasciando correre un'occhiata nella retrobottega. - Ci vorrebbe gente come noi!

E dopo aver soffiato loro quel segreto nel buco dell'orecchio, correva in punta di piedi a piantarsi sull'uscio, colla barba in aria, sballottandosi in cima alle gambette colle mani dietro la schiena.

- Brava gente che sarebbe! - borbottava don Giammaria. - A Favignana, o nelle altre galere, ne trovate quanti ne volete, senza mandare dal fornaciaio. Andate a dirlo a compare Tino Piedipapera, o a quell'ubbriacone di Rocco Spatu, che loro ci stanno colle idee del vostro tempo! Io so che mi hanno rubato venticinque onze di casa mia, e in galera, a Favignana, non ci è andato nessuno! Questi sono i tempi e gli uomini nuovi!

In quel momento entrò nella bottega la Signora, colla calza in mano, e lo speziale mandò giù in fretta quello che stava per dire, seguitando a borbottare nella barba, mentre fingeva di guardare la gente che andava alla fontana. Don Silvestro finalmente, vedendo che nessuno fiatava più, disse chiaro e tondo che di uomini nuovi non c'erano altri che 'Ntoni di padron 'Ntoni e Brasi Cipolla, perché lui non aveva suggezione della moglie dello speziale.

- Tu non ti c'immischiare; - rimbrottò allora la Signora a suo marito; questi sono affari che non ti riguardano. - Io non sto parlando; - rispose don Franco lisciandosi la barba.

E il vicario, ora che aveva il disopra, e la moglie di don Franco era là, che ei poteva tirare le sassate dietro il muro, si divertiva a fare arrabbiare lo speziale. - Belli, quei vostri uomini nuovi! Sapete cosa fa Brasi Cipolla, adesso che suo padre va cercandolo per tirargli le orecchie a causa della Vespa? corre a nascondersi di qua e di là come un ragazzaccio. Stanotte ha dormito nella sagrestia; e ieri mia sorella dovette mandargli un piatto di maccheroni, nel pollaio dov'era nascosto, perché quel bietolone non mangiava da ventiquattr'ore, ed era tutto pieno di pollini! E 'Ntoni Malavoglia! altro bell'uomo nuovo! Suo nonno e tutti gli altri sudano e si affannano per tirarsi su un'altra volta; e lui, quando può scappare con un pretesto, va a girandolare pel paese, e davanti all'osteria, tale e quale come Rocco Spatu.

Il sinedrio si sciolse come tutte le altre volte, senza conchiudere nulla, che ognuno restava della sua opinione, e questa volta inoltre c'era lì presente la Signora, talché don Franco non poteva sfogarsi a modo suo.

Don Silvestro rideva come una gallina; e appena si sciolse la conversazione se ne andò anche lui, colle mani dietro la schiena e la testa carica di pensieri. - Non vedi don Silvestro che ha più giudizio di te? - diceva la Signora a suo marito, mentre egli chiudeva la bottega. - Quello è un uomo che ha stomaco, e se ha da dire qualche cosa ce la chiude dentro e non parla più. Tutto il paese sa che ha truffato le venticinque onze a donna Rosolina, ma nessuno va a dirglielo in faccia, a un uomo come quello! Tu poi sarai sempre uno sciocco che non saprai fare gli affari tuoi; uno di quei grulli che abbaiano alla luna! un chiacchierone! - Ma infine cosa ho detto? piagnucolava lo speziale andandole dietro per la scala col lume in mano. - Lo sapeva lei quel che aveva detto? Ei non si azzardava a dire davanti a lei le sue corbellerie senza capo e senza coda. Sapeva solo che don Giammaria se n'era andato facendosi la croce per la piazza, e borbottando: - Bella razza d'uomini nuovi, come quel 'Ntoni Malavoglia là, che va girelloni a quest'ora pel paese!

 

CAPITOLO 11

 

Una volta 'Ntoni Malavoglia, andando gironi pel paese, aveva visto due giovanotti che s'erano imbarcati qualche anno prima a Riposto, a cercar fortuna, e tornavano da Trieste, o da Alessandria d'Egitto, insomma da lontano, e spendevano e spandevano all'osteria meglio di compare Naso, o di padron Cipolla; si mettevano a cavalcioni sul desco; dicevano delle barzellette alle ragazze, e avevano dei fazzoletti di seta in ogni tasca del giubbone; sicché il paese era in rivoluzione per loro.

'Ntoni, quando la sera tornava a casa, non trovava altro che le donne, le quali mutavano la salamoia nei barilotti, e cianciavano in crocchio colle vicine, sedute sui sassi; e intanto ingannavano il tempo a contare storie e indovinelli, buoni pei ragazzi, i quali stavano a sentire con tanto d'occhi intontiti dal sonno. Padron 'Ntoni ascoltava anche lui, tenendo d'occhio lo scolare della salamoia, e approvava col capo quelli che contavano le storie più belle, e i ragazzi che mostravano di aver giudizio come i grandi nello spiegare gli indovinelli.

- La storia buona, disse allora 'Ntoni, è quella dei forestieri che sono arrivati oggi, con dei fazzoletti di seta che non par vero; e i denari non li guardano cogli occhi, quando li tirano fuori dal taschino. Hanno visto mezzo mondo, dice, che Trezza ed Aci Castello messe insieme, sono nulla in paragone. Questo l'ho visto anch'io; e laggiù la gente passa il tempo a scialarsi tutto il giorno, invece di stare a salare le acciughe; e le donne, vestite di seta e cariche di anelli meglio della Madonna dell'Ognina, vanno in giro per le vie a rubarsi i bei marinari.

Le ragazze sgranavano gli occhi, e padron 'Ntoni stava attento anche lui, come quando i ragazzi spiegavano gli indovinelli: - Io, disse Alessi, il quale vuotava adagio adagio i barilotti, e li passava alla Nunziata, - io quando sarò grande, se mi marito voglio sposar te.

- Ancora c'è tempo, rispose Nunziata seria seria.

- Devono essere delle città grandi come Catania; che uno il quale non ci sia avvezzo si perde per le strade; e gli manca il fiato a camminare sempre fra due file di case, senza vedere né mare né campagna.

- E' c'è stato anche il nonno di Cipolla, aggiunse padron 'Ntoni, ed è in quei paesi là che s'è fatto ricco. Ma non è più tornato a Trezza, e mandò solo i denari ai figliuoli.

- Poveretto! disse Maruzza.

- Vediamo se mi indovini quest'altro, disse la Nunziata: Due lucenti, due pungenti, quattro zoccoli e una scopa.

- Il bue! rispose tosto Lia.

- Questo lo sapevi! ché ci sei arrivata subito; esclamò il fratello.

- Vorrei andarci anch'io, come padron Cipolla, a farmi ricco! aggiunse 'Ntoni.

- Lascia stare, lascia stare! gli disse il nonno, contento pei barilotti che vedeva nel cortile. Adesso ci abbiamo le acciughe da salare. Ma la Longa guardò il figliuolo col cuore stretto, e non disse nulla, perché ogni volta che si parlava di partire le venivano davanti agli occhi quelli che non erano tornati più.

E poi soggiunse: - «Né testa, né coda, ch'è meglio ventura».

Le file dei barilotti si allineavano sempre lungo il muro, e padron 'Ntoni, come ne metteva uno al suo posto, coi sassi di sopra, diceva: - E un altro! Questi a Ognissanti son tutti danari.

'Ntoni allora rideva, che pareva padron Fortunato quando gli parlavano della roba degli altri. - Gran denari! borbottava; e tornava a pensare a quei due forestieri che andavano di qua e di là, e si sdraiavano sulle panche dell'osteria, e facevano suonare i soldi nelle tasche. Sua madre lo guardava come se gli leggesse nella testa; né la facevano ridere le barzellette che dicevano nel cortile.

- Chi deve mangiarsi queste sardelle qui, cominciava la cugina Anna, deve essere il figlio di un re di corona, bello come il sole, il quale camminerà un anno, un mese e un giorno, col suo cavallo bianco; finché arriverà a una fontana incantata di latte e di miele; dove scendendo da cavallo per bere troverà il ditale di mia figlia Mara, che ce l'avranno portato le fate, dopo che Mara l'avrà lasciato cascare nella fontana empiendo la brocca; e il figlio del re, col bere che farà nel ditale di Mara, si innamorerà di lei; e camminerà ancora un anno, un mese e un giorno, sinché arriverà a Trezza, e il cavallo bianco lo porterà davanti al lavatoio, dove mia figlia Mara starà sciorinando il bucato; e il figlio del re la sposerà e le metterà in dito l'anello; e poi la farà montare in groppa al cavallo bianco, e se la porterà nel suo regno.

Alessi ascoltava a bocca aperta, che pareva vedesse il figlio del re sul cavallo bianco, a portarsi in groppa la Mara della cugina Anna. - E dove se la porterà? domandò poi la Lia.

- Lontano lontano, nel suo paese di là del mare; d'onde non si torna più.

- Come compar Alfio Mosca, disse la Nunziata. Io non vorrei andarci col figlio del re, se non dovessi tornare più.

- La vostra figlia non ha un soldo di dote, perciò il figlio del re non verrà a sposarla; rispose 'Ntoni; e le volteranno le spalle, come succede alla gente, quando non ha più nulla.

- Per questo mia figlia sta lavorando qui adesso, dopo essere stata tutto il giorno al lavatoio, per farsi la dote. Non è vero, Mara? Almeno se non viene il figlio del re, verrà qualchedun altro. Lo so anch'io che il mondo va così, e non abbiamo diritto di lagnarcene. Voi, perché non vi siete innamorato di mia figlia, invece d'innamorarvi della Barbara che è gialla come il zafferano? perché la Zuppidda aveva il fatto suo; non è vero? E quando la disgrazia vi ha fatto perdere il fatto vostro, a voi altri, è naturale che la Barbara v'avesse a piantare.

- Voi vi accomodate a ogni cosa, rispose 'Ntoni imbronciato, e hanno ragione di chiamarvi Cuor contento.

- E se non fossi Cuor contento, che si cambiano le cose? Quando uno non ha niente, il meglio è di andarsene come fece compare Alfio Mosca.

- Quello che dico io! esclamò 'Ntoni.

- Il peggio, disse infine Mena, è spatriare dal proprio paese, dove fino i sassi vi conoscono, e dev'essere una cosa da rompere il cuore il lasciarseli dietro per la strada. «Beato quell'uccello, che fa il nido al suo paesello».

- Brava Sant'Agata! conchiuse il nonno. Questo si chiama parlare con giudizio.

- Sì! brontolò 'Ntoni, intanto, quando avremo sudato e faticato per farci il nido ci mancherà il panico; e quando arriveremo a ricuperar la casa del nespolo, dovremo continuare a logorarci la vita dal lunedì al sabato; e saremo sempre da capo!

- O tu che non vorresti lavorare più? Cosa vorresti fare? l'avvocato?

- Io non voglio fare l'avvocato! brontolò 'Ntoni, e se ne andò a letto di cattivo umore.

Ma d'allora in poi non pensava ad altro che a quella vita senza pensieri e senza fatica che facevano gli altri; e la sera, per non sentire quelle chiacchiere senza sugo, si metteva sull'uscio colle spalle al muro, a guardare la gente che passava, e digerirsi la sua mala sorte; almeno così si riposava pel giorno dopo, che si tornava da capo a far la stessa cosa, al pari dell'asino di compare Mosca, il quale come vedeva prendere il basto gonfiava la schiena aspettando che lo bardassero! - Carne d'asino! borbottava; ecco cosa siamo! Carne da lavoro! E si vedeva chiaro che era stanco di quella vitaccia, e voleva andarsene a far fortuna, come gli altri; tanto che sua madre, poveretta, l'accarezzava sulle spalle, e l'accarezzava pure col tono della voce, e cogli occhi pieni di lagrime, guardandolo fisso per leggergli dentro e toccargli il cuore. Ma ei diceva di no, che sarebbe stato meglio per lui e per loro; e quando tornava poi sarebbero stati tutti allegri. La povera donna non chiudeva occhio in tutta la notte, e inzuppava di lagrime il guanciale. Infine il nonno se ne accorse, e chiamò il nipote fuori dell'uscio, accanto alla cappelletta, per domandargli cosa avesse.

- Orsù, che c'è di nuovo? dillo a tuo nonno, dillo! - 'Ntoni si stringeva nelle spalle; ma il vecchio seguitava ad accennare di sì col capo, e sputava, e si grattava il capo cercando le parole.

- Sì, sì, qualcosa ce l'hai in testa, ragazzo mio! Qualcosa che non c'era prima. «Chi va coi zoppi, all'anno zoppica».

- C'è che sono un povero diavolo! ecco cosa c'è!

- Bè! che novità! e non lo sapevi? Sei quel che è stato tuo padre, e quel ch'è stato tuo nonno! «Più ricco è in terra chi meno desidera». «Meglio contentarsi che lamentarsi».

- Bella consolazione!

Questa volta il vecchio trovò subito le parole, perché si sentiva il cuore sulle labbra:

- Almeno non lo dire davanti a tua madre.

- Mia madre… Era meglio che non mi avesse partorito, mia madre!

- Sì, accennava padron 'Ntoni, sì! meglio che non t'avesse partorito, se oggi dovevi parlare in tal modo.

'Ntoni per un po' non seppe che dire: - Ebbene! esclamò poi, lo faccio per lei, per voi, e per tutti. Voglio farla ricca, mia madre! ecco cosa voglio. Adesso ci arrabattiamo colla casa e colla dote di Mena; poi crescerà Lia, e un po' che le annate andranno scarse staremo sempre nella miseria. Non voglio più farla questa vita. Voglio cambiar stato, io e tutti voi. Voglio che siamo ricchi, la mamma, voi, Mena, Alessi e tutti.

Padron 'Ntoni spalancò tanto d'occhi, e andava ruminando quelle parole, come per poterle mandar giù. - Ricchi! diceva, ricchi! e che faremo quando saremo ricchi?

'Ntoni si grattò il capo, e si mise a cercare anche lui cosa avrebbero fatto. - Faremo quel che fanno gli altri… Non faremo nulla, non faremo!… Andremo a stare in città, a non far nulla, e a mangiare pasta e carne tutti i giorni.

- Va, va a starci tu in città. Per me io voglio morire dove son nato; - e pensando alla casa dove era nato, e che non era più sua si lasciò cadere la testa sul petto. - Tu sei un ragazzo, e non lo sai!… non lo sai!… Vedrai cos'è quando non potrai più dormire nel tuo letto; e il sole non entrerà più dalla tua finestra!… Lo vedrai! te lo dico io che son vecchio!

Il poveraccio tossiva che pareva soffocasse, col dorso curvo, e dimenava tristamente il capo: - «Ad ogni uccello, suo nido è bello». Vedi quelle passere? le vedi? Hanno fatto il nido sempre colà, e torneranno a farcelo, e non vogliono andarsene.

- Io non sono una passera. Io non sono una bestia come loro! rispondeva 'Ntoni. Io non voglio vivere come un cane alla catena, come l'asino di compare Alfio, o come un mulo da bindolo, sempre a girar la ruota; io non voglio morir di fame in un cantuccio, o finire in bocca ai pescicani.

- Ringrazia Dio piuttosto, che t'ha fatto nascer qui; e guardati dall'andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono. «Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova». Tu hai paura del lavoro, hai paura della povertà; ed io che non ho più né le tue braccia né la tua salute non ho paura, vedi! «Il buon pilota si prova alle burrasche». Tu hai paura di dover guadagnare il pane che mangi; ecco cos'hai! Quando la buon'anima di tuo nonno mi lasciò la Provvidenza e cinque bocche da sfamare, io era più giovane di te, e non aveva paura; ed ho fatto il mio dovere senza brontolare; e lo faccio ancora; e prego Iddio di aiutarmi a farlo sempre sinché ci avrò gli occhi aperti, come l'ha fatto tuo padre, e tuo fratello Luca, benedetto! che non ha avuto paura di andare a fare il suo dovere. Tua madre l'ha fatto anche lei il suo dovere, povera femminuccia, nascosta fra quelle quattro mura; e tu non sai quante lagrime ha pianto, e quante ne piange ora che vuoi andartene; che la mattina tua sorella trova il lenzuolo tutto fradicio! E nondimeno sta zitta e non dice di queste cose che ti vengono in mente; e ha lavorato, e si è aiutata come una povera formica anche lei; non ha fatto altro, tutta la sua vita, prima che le toccasse di piangere tanto, fin da quando ti dava la poppa, e quando non sapevi ancora abbottonarti le brache, che allora non ti era venuta in mente la tentazione di muovere le gambe, e andartene pel mondo come uno zingaro.

In conclusione 'Ntoni si mise a piangere come un bambino, perché in fondo quel ragazzo il cuore ce l'aveva buono come il pane; ma il giorno dopo tornò da capo. La mattina si lasciava caricare svogliatamente degli arnesi, e se ne andava al mare brontolando: - Tale e quale l'asino di compare Alfio! come fa giorno allungo il collo per vedere se vengono a mettermi il basto. - Dopo che avevano buttato le reti, lasciava Alessi a menare il remo adagio adagio per non fare deviare la barca e si metteva le mani sotto le ascelle, a guardare lontano, dove finiva il mare, e c'erano quelle grosse città dove non si faceva altro che spassarsi e non far nulla; o pensava a quei due marinai ch'erano tornati di laggiù, ed ora se n'erano già andati da un pezzo; ma gli pareva che non avessero a far altro che andar gironi pel mondo, da un'osteria all'altra, a spendere i denari che avevano in tasca. La sera, i suoi parenti, dopo aver messo a sesto la barca e gli attrezzi, per non vedergli quel muso lungo, lo lasciavano andare a gironzolare come un cagnaccio, senza un soldo in tasca.

- Che hai, 'Ntoni? gli diceva la Longa guardandolo timidamente nel viso, cogli occhi lustri di lagrime; perché la poveretta indovinava quel che avesse. - Dimmelo a me che son tua madre! Egli non rispondeva; o rispondeva che non aveva niente. E infine glielo disse cosa aveva, che il nonno e tutti gli altri ne volevano la pelle di lui, e non ne poteva più. Voleva andare a cercarsi la fortuna, come tutti gli altri.

Sua madre lo ascoltava, e non aveva coraggio di aprir bocca, cogli occhi pieni di lagrime, tanto gli faceva pena quello che ei diceva, piangendo e pestando i piedi, e strappandosi i capelli. La poveretta avrebbe voluto parlare, e buttargli le braccia al collo, e piangere anche lei per non lasciarselo scappare; ma quando voleva dir qualche cosa, le labbra le tremavano e non poteva proferir parola.

- Senti, disse alfine, tu te ne andrai, se vuoi andartene, ma non mi troverai più; ché ora mi sento vecchia e stanca, e mi pare che non potrei reggere a quest'altra angustia.

'Ntoni cercava di rassicurarla, che sarebbe tornato presto, e carico di denari, e sarebbero stati allegri tutti. Maruzza scuoteva il capo tristamente, guardandolo sempre negli occhi, e diceva di no, di no, che lei non l'avrebbe trovata più.

- Mi sento vecchia! ripeteva, mi sento vecchia! guardami in faccia! Ora non ho più la forza di piangere tanto, come quando mi hanno portato la notizia di tuo padre e di tuo fratello. Se vado al lavatoio, la sera torno a casa stanca che non ne posso più; e prima non era così. No, figlio mio, non son più quella! Allora, quando fu di tuo padre e di tuo fratello, ero più giovane e forte. Il cuore si stanca anche lui, vedi; e se ne va a pezzo a pezzo, come le robe vecchie si disfanno nel bucato. Ora mi manca il coraggio, e ogni cosa mi fa paura; mi pare di bevermi il cuore, come quando l'onda vi passa sulla testa, se siete in mare. Tu vattene, se vuoi; ma prima lasciami chiudere gli occhi.

Ella aveva il viso tutto bagnato; ma non si accorgeva che piangesse, e le pareva di averci davanti agli occhi suo figlio Luca, e suo marito, quando se n'erano andati e non s'erano più visti.

- Così non ti vedrò più! gli diceva. - Ora la casa va vuotandosi a poco a poco; e quando se ne andrà anche quel povero vecchio di tuo nonno, in mano di chi resteranno quei poveri orfanelli? Ah! Maria Addolorata!

Ella se lo teneva abbracciato, colla testa sul petto, quasi il suo ragazzo volesse scapparle subito; e l'andava tastando sulle spalle e per la faccia colle mani tremanti. Allora 'Ntoni non ne poté più, e si mise a baciarla e a parlarle colla bocca nella bocca.

- No! no! non partirò se non volete voi! Guardate! Non mi dite così, non mi dite! Bene, seguiterò a fare come l'asino di compare Mosca, che quando non ne può più di tirare la carretta lo butteranno a crepare in un fosso. Siete contenta ora? Ma non piangete più così! Lo vedete il nonno come si è arrabattato tutta la vita? ed ora che è vecchio si arrabatta ancora come se fosse il primo giorno, a tirarsi fuori dal pantano! Ecco come siamo destinati!

- E tu credi che dei guai non ne abbiano tutti? «Ogni buco ha il suo chiodo, chi l'ha vecchio e chi l'ha nuovo!». Guarda padron Cipolla che corre dietro il suo Brasi, perché non vada a buttare il ben di Dio, pel quale ha sudato e lavorato tutta la vita, nel grembiule della Vespa! E massaro Filippo, così ricco com'è, che guarda il cielo, e recita avemarie per la sua vigna ad ogni nuvola che passa! E lo zio Crocifisso che si leva il pan di bocca per mettere da parte i soldi, ed è sempre a litigare con questo e con quello! E tu credi che quei due marinai forestieri non abbiano i loro guai anche loro? Chi sa se ci troveranno ancora le mamme, quando torneranno alle loro case?… E noi, se arriviamo a ricomprare la casa del nespolo, quando ci avremo il grano nel graticcio, e le fave per l'inverno, e avremo maritata Mena, che cosa ci mancherà? Dopo che io sarò sottoterra, e quel povero vecchio sarà morto anche lui, e Alessi potrà buscarsi il pane, allora vattene dove vuoi. Ma allora non te ne andrai più, te lo dico io! ché lo comprenderai quello che ci avevamo tutti qua dentro il petto, quando ti vedevamo ostinato a voler lasciare la tua casa, eppure si continuava a fare le solite faccende senza dirti nulla! Allora non ti basterà il cuore di lasciare il paese dove sei nato e cresciuto, e dove i tuoi morti saranno sotterrati sotto quel marmo, davanti all'altare dell'Addolorata che si è fatto liscio, tanti ci si sono inginocchiati sopra, la domenica.

'Ntoni, da quel giorno innanzi, non parlò più di diventar ricco, e rinunziò alla partenza, ché la madre lo covava cogli occhi, quando lo vedeva un po' triste, seduto sulla soglia dell'uscio; e la povera donna era davvero così pallida, stanca, e disfatta, quel momento in cui non aveva nulla da fare, e si metteva a sedere anche lei, colle mani in mano, e il dorso diggià curvo come quello del suocero, che stringeva il cuore. Ma non sapeva che doveva partire anche lei quando meno se lo aspettava, per un viaggio nel quale si riposa per sempre, sotto il marmo liscio della chiesa; e doveva lasciarli tutti per via, quelli cui voleva bene, e gli erano attaccati al cuore, che glielo strappavano a pezzetti, ora l'uno e ora l'altro.

A Catania c'era il colèra, sicché ognuno che potesse scappava di qua e di là, pei villaggi e le campagne vicine. Allora a Trezza e ad Ognina, era venuta la provvidenza, con tutti quei forestieri che spendevano. Ma i rigattieri torcevano il muso, se si parlava di vendere una dozzina di barilotti d'acciughe, e dicevano che i denari erano scomparsi, per la paura del colèra. - Che non ne mangia più acciughe la gente? - diceva loro Piedipapera. Ma a padron 'Ntoni, e a chi ne aveva da vendere, per conchiudere il negozio, diceva invece che col colèra la gente non voleva guastarsi lo stomaco con le acciughe, e simili porcherie; piuttosto mangiava pasta e carne; perciò bisognava chiudere gli occhi, ed essere correnti pel prezzo. Questa non ce l'avevano messa nel conto i Malavoglia! Quindi per non andare indietro a mo' dei gamberi, la Longa andava a portare le ova e il pane fresco di qua e di là per le casine dei forestieri, mentre gli uomini erano in mare, e così si faceva qualche soldo. Ma bisognava guardarsi bene dai cattivi incontri, e non accettare nemmeno una presa di tabacco da chi non si conosceva! Andando per la strada bisognava camminare nel bel mezzo, e lontano dai muri, dove si correva rischio di acchiapparsi mille porcherie; e badare di non mettersi a sedere sui sassi, o lungo i muricciuoli. La Longa una volta, mentre tornava da Aci Castello, col paniere al braccio, si sentì così stanca che le gambe le tremavano, e sembrava fossero di piombo. Allora si lasciò vincere dalla tentazione di riposare due minuti su quelle quattro pietre liscie messe in fila all'ombra del caprifico che c'è accanto alla cappelletta, prima d'entrare nel paese; e non si accorse, ma ci pensò dopo, che uno sconosciuto, il quale pareva stanco anche lui, poveraccio, c'era stato seduto pochi momenti prima, e aveva lasciato sui sassi delle gocce di certa sudiceria che sembrava olio. Insomma ci cascò anche lei; prese il colera e tornò a casa che non ne poteva più, gialla come un voto della Madonna, e colle occhiaie nere; talché la Mena che era sola in casa, si mise a piangere al solo vederla, e la Lia corse a cogliere dell'erba santa, e delle foglie di malva. Mena tremava come una fronda, mentre faceva il letto; eppure l'ammalata, seduta sulla scranna, stanca morta, col viso giallo e le occhiaie nere, badava a dirle: - Non è nulla, non vi spaventate: quando mi sarò messa in letto ogni cosa passerà, - e cercava di aiutare anche lei, ma ad ogni momento le mancavano le forze, e tornava a sedersi.

- Vergine santa! balbettava Mena. Vergine santa! E gli uomini che sono in mare! - Lia si sfogava a piangere.

Mentre padron 'Ntoni tornava a casa coi nipoti, e vide l'uscio socchiuso, e il lume dalle imposte, si mise le mani nei capelli. Maruzza era già coricata, con certi occhi, che visti così nel buio, a quell'ora, sembravano vuoti come se la morte se li avesse succhiati, e le labbra nere al pari del carbone. In quel tempo non andavano intorno né medico né speziale dopo il tramonto; e le vicine stesse si sprangavano gli usci, per la paura del colèra, e ci incollavano delle immagini di santi a tutte le fessure. Perciò comare Maruzza non poté avere altro aiuto che dei suoi, poveracci, i quali correvano per la casa come pazzi, al vederla andarsene in tal modo, in quel lettuccio, e non sapevano che fare, e davano della testa nelle pareti. Allora la Longa vedendo che non c'era più speranza, volle che le mettessero sul petto quel soldo di cotone coll'olio santo che aveva comperato a Pasqua, e disse pure che lasciassero la candela accesa, come quando stava per morire padron 'Ntoni, ché voleva vederseli tutti davanti al letto, e saziarsi di guardarli ad uno ad uno con quegli occhi sbarrati che non ci vedevano più. La Lia piangeva in modo da spezzare il cuore; e tutti gli altri, bianchi come un cencio, si guardavano in faccia quasi chiedendosi aiuto l'un l'altro; e si stringevano il petto per non scoppiare a piangere davanti alla moribonda, la quale nondimeno se ne accorgeva bene, sebbene non ci vedesse più, e nell'andarsene le rincresceva di lasciare così desolati quei poveretti. Li andava chiamando per nome ad uno ad uno, colla voce rauca; e voleva alzare la mano, che non la poteva più muovere, per benedirli, come se sapesse di lasciare loro un tesoro. - 'Ntoni! ripeteva, colla voce che già non si sentiva più, 'Ntoni! A te che sei il maggiore raccomando questi orfanelli! - E sentendola parlar così, mentre era ancor viva, tutti gli altri non poterono trattenersi di scoppiare a piangere e singhiozzare.

Così passarono tutta la notte davanti al lettuccio, dove Maruzza non si muoveva più, sin quando la candela cominciò a mancare e si spense anch'essa, e l'alba entrava dalla finestra, pallida come la morta, la quale aveva il viso disfatto e affilato al pari di un coltello, e le labbra nere. Ma pure Mena non si stancava di baciarla nella bocca, e parlarle, come se potesse sentirla. 'Ntoni si picchiava il petto singhiozzando: - O mamma! che ve ne siete andata prima di me! e volevo lasciarvi! - Alessi non se la levò più davanti agli occhi, la sua mamma, con quei capelli bianchi, e quel viso giallo e affilato come un coltello, nemmeno quando arrivò ad avere i capelli bianchi anche lui.

Sul tardi vennero a pigliarsi la Longa in fretta e in furia, e nessuno pensò a fare la visita del morto; che ciascuno pensava alla pelle, e lo stesso don Giammaria rimase sulla soglia, quando spruzzò l'acqua santa coll'aspersorio, tenendo raccolta e sollevata la tonaca di san Francesco, - da vero frate egoista che era! - predicava lo speziale. Lui invece, se gli avessero portato la ricetta del medico per qualche medicina, avrebbe aperto la spezieria anche di notte, che non aveva paura del colèra; e diceva pure che era una minchioneria di credere che il colera lo buttassero per le strade e dietro gli usci. - Segno che è lui che sparge il colèra! - andava soffiando don Giammaria. Per questo nel paese volevano fargli la festa allo speziale; ma lui si metteva a ridere come una gallina, preciso come faceva don Silvestro, e diceva: - Io che sono repubblicano! Se fossi un impiegato, o qualcuno di quelli che fanno i tirapiedi al governo, non direi!… - Ma i Malavoglia rimasero soli, davanti a quel lettuccio vuoto.

Per un pezzo non aprirono più l'uscio, dopo che ne era uscita la Longa. Fortuna che ci avevano in casa le fave, la legna e l'olio, perché padron 'Ntoni aveva fatto come la formica nel buon tempo, se no morivano di fame, e nessuno andava a vedere se erano morti o vivi. Poi, a poco a poco, cominciarono a mettersi il fazzoletto nero al collo, e ad uscire nella strada, come le lumache dopo il temporale, colla faccia pallida e ancora sbalorditi. Le comari da lontano domandavano come fosse accaduta la disgrazia; ché comare Maruzza c'era capitata una delle prime. E quando passava don Michele o qualcun altro di quelli che mangiavano il pane del re, e portavano il berretto col gallone, li guardavano cogli occhi lustri, e correvano a chiudersi in casa. Nel paese era un gran squallore, e per le strade non si vedevano nemmeno le galline; persino mastro Cirino non si faceva più vivo, e lasciava stare di suonare mezzogiorno e l'avemaria, ché mangiava il pane del comune anche lui, per quei dodici tarì al mese che gli davano di bidello comunale, e temeva che gli facessero la festa come tirapiedi del governo.

Adesso don Michele era padrone della strada, dacché Pizzuto, don Silvestro, e tutti gli altri erano andati a rintanarsi come conigli, e non c'era che lui a passeggiare davanti all'uscio chiuso della Zuppidda. Peccato che lo vedessero soltanto i Malavoglia, i quali adesso non avevano più nulla da perdere, e perciò se ne stavano a vedere chi passava, seduti sulla soglia, immobili, e col mento in mano. Don Michele per non perdere la sua gita, guardava la Sant'Agata, ora che tutti gli altri usci erano chiusi; e lo faceva anche per far vedere a quel ragazzaccio di 'Ntoni che lui non aveva paura di nessuno al mondo. E poi la Mena, così pallida, pareva tutta Sant'Agata davvero; e la sorellina, con quel fazzoletto nero, cominciava a farsi una bella ragazzina anche lei.

Alla povera Mena pareva che tutt'a un tratto le fossero caduti venti anni sulla schiena. Adesso faceva colla Lia come la Longa aveva fatto con lei; le pareva di doversela tenere sotto le ali come una chioccia, e di averci tutta la casa sulle spalle. S'era abituata a rimaner sola colla sorellina, quando gli uomini andavano in mare, e a stare con quel lettuccio vuoto sempre dinanzi agli occhi. Se non aveva nulla da fare, si metteva a sedere colle mani in mano, guardando quel lettuccio vuoto, e allora sentiva che la mamma l'aveva lasciata davvero; e quando dicevano nella strada: - È morta la tale; è morta la tal'altra; pensava - Anche così hanno sentito dire - È morta la Longa! - la quale l'aveva lasciata sola con quella povera orfanella che aveva il fazzoletto nero come lei.

La Nunziata, o la cugina Anna, venivano di tanto in tanto, col passo leggero e il viso lungo, senza dir nulla; e si mettevano sulla porta a guardar la strada deserta, colle mani sotto il grembiule. Quelli che tornavano dal mare andavano in fretta, guardinghi, colle reti in collo, e i carri non si fermavano nemmeno all'osteria.

Chissà dove andava il carro di compar Alfio? e se in quel momento moriva di colera buttato dietro una siepe, quel poveretto che non ci aveva nessuno al mondo? Passava anche qualche volta Piedipapera, con una faccia di affamato, guardandosi intorno; o lo zio Crocifisso, che ci aveva la sua roba di qua e di là, e andava a toccare il polso ai suoi debitori, ché se morivano gli rubavano il debito. Il viatico andava anch'esso di fretta, nelle mani di don Giammaria, colla sottana rimboccata, e un ragazzo scalzo che suonava il campanello, perché mastro Cirino non si vedeva più. Quel campanello, nelle strade deserte, dove non passava nemmeno un cane, e perfino don Franco teneva chiusa metà della sua porta, faceva stringere il cuore.

La sola persona che si vedesse andare di qua e di là giorno e notte, era la Locca, coi capelli bianchi e arruffati, che si metteva a sedere davanti alla casa del nespolo, o aspettava le barche alla riva, e nemmeno il colèra la voleva, poveretta.

I forestieri erano fuggiti anch'essi, come gli uccelli quando viene l'inverno; e il pesce non trovava chi lo comprasse. Sicché diceva ciascuno: - Dopo il colèra verrà la fame. Padron 'Ntoni aveva dovuto metter mano ai denari della casa, e li vedeva assottigliare a soldo a soldo. Ma ei non pensava ad altro se non che Maruzza era morta fuori della sua casa, e cotesto non gli poteva uscir di mente. - 'Ntoni come vedeva spendere i denari tentennava il capo anche lui.

Finalmente, quando il colèra finì, e dei denari raccolti con tanto stento ne restarono appena la metà, tornò a dire che così non si poteva durare, a quella vita di fare e disfare; che era meglio di tentare un colpo solo per levarsi dai guai tutti in una volta, e che là, dov'era morta sua madre in mezzo a tutta quella porca miseria, non voleva più starci.

- Non ti rammenti che tua madre ti ha raccomandato la Mena? gli diceva padron 'Ntoni.

- Che aiuto posso darci alla Mena se resto qui? ditelo voi!

Mena lo guardò cogli occhi timidi, ma dove ci si vedeva il cuore, tale e quale come sua madre, e non osava proferir parola. Ma una volta, stringendosi allo stipite dell'uscio, si fece coraggio per dirgli:

- A me non me ne importa dell'aiuto, purché tu non ci lasci soli. Ora che non c'è più la mamma mi sento come un pesce fuori dell'acqua, e non m'importa più di niente. Ma mi dispiace per quell'orfanella che resta senza nessuno al mondo, se tu vai, come la Nunziata quando l'è partito il padre.

- No! diceva 'Ntoni, no! Io non posso aiutarti se non ho nulla. Il proverbio dice «aiutati che t'aiuto». Quando avrò guadagnato dei denari anch'io, allora tornerò, e staremo allegri tutti.

La Lia e Alessi spalancavano gli occhi, e lo guardavano sbigottiti; ma il nonno si lasciava cadere la testa sul petto - Ora non hai più né padre né madre, e puoi fare quello che ti pare e piace, gli disse alfine. - Finché vivrò a quei ragazzi ci penserò io, quando non ci sarò più, il Signore farà il resto.

La Mena, poiché 'Ntoni voleva andarsene a ogni costo, gli metteva in ordine tutta la roba, come avrebbe fatto la mamma, e pensava che laggiù, in paese forestiero, suo fratello non avrebbe avuto più nessuno che pensasse a lui, come compar Alfio Mosca. E mentre gli cuciva le camicie, e gli rattoppava i panni, la testa correva lontano lontano, a tante cose passate, che il cuore ne era tutto gonfio.

- Dalla casa del nespolo non posso passarci più - diceva quando stava a sedere accanto al nonno, - me la sento nella gola, e mi soffoca, dopo tante cose che sono avvenute dacché l'abbiamo lasciata!

E mentre preparava la roba del fratello, piangeva come se non dovesse vederlo più. Infine, quando ogni cosa fu in ordine, il nonno chiamò il suo ragazzo per fargli l'ultima predica, e dargli gli ultimi consigli per quando sarebbe stato solo, che avrebbe dovuto far capitale soltanto della sua testa, e non avrebbe avuti accanto i suoi di casa per dirgli come doveva fare, o per disperarsi insieme; e gli diede anche un po' di denaro, caso mai ne avesse bisogno, e il suo tabarro foderato di pelle, ché oramai lui era vecchio, e non gli serviva più.

I ragazzi vedendo il fratello maggiore affaccendarsi nei preparativi della partenza, gli andavano dietro pian piano per la casa, e non osavano dirgli più nulla, come fosse diggià un estraneo.

- Così se ne è andato mio padre, - disse infine la Nunziata la quale era andata a dirgli addio anche lei, e stava sull'uscio. Nessuno allora parlò più.

Le vicine venivano ad una ad una a salutare compare 'Ntoni, e poi stettero ad aspettarlo sulla strada per vederlo partire. Egli indugiava col fagotto sulle spalle, e le scarpe in mano, come all'ultimo momento gli fossero venute meno il cuore e le gambe tutt'a un tratto. E guardava di qua e di là per stamparsi la casa e il paese, ogni cosa in mente, e aveva la faccia sconvolta come gli altri. Il nonno prese il suo bastone per accompagnarlo sino alla città, e la Mena in un cantuccio piangeva cheta cheta. - Via! diceva 'Ntoni, orsù, via! Vado per tornare alla fin fine! e sono tornato un'altra volta da soldato. - Poi, dopo ch'ebbe baciata Mena e la Lia, e salutate le comari, si mosse per andarsene, e Mena gli corse dietro colle braccia aperte singhiozzando ad alta voce, quasi fuori di sé, e dicendogli: - Ora che dirà la mamma? ora che dirà la mamma? - Come se la mamma avesse potuto vedere e parlare. Ma ripeteva quello che le era rimasto più fitto nella mente, quando 'Ntoni aveva detto un'altra volta di voler andarsene, e aveva vista la mamma piangere ogni notte, che all'indomani trovava il lenzuolo tutto fradicio, nel rifare il letto:

- Addio, 'Ntoni! gli gridò dietro Alessi facendosi coraggio, come il fratello era già lontano; e allora la Lia cominciò a strillare. - Così se n'è andato mio padre, disse infine la Nunziata, la quale era rimasta sulla porta.

'Ntoni si voltò prima di scantonare dalla strada del Nero, cogli occhi lagrimosi anche lui, e fece un saluto colla mano. Mena allora chiuse l'uscio, e andò a sedersi in un angolo insieme alla Lia, la quale piangeva a voce alta. - Ora ne manca un altro della casa! disse lei. E se fossimo nella casa del nespolo parrebbe vuota come una chiesa.

Come se ne andavano ad uno ad uno tutti quelli che le volevano bene, ella si sentiva davvero un pesce fuori dell'acqua. E la Nunziata, là presente, colle sue piccine in collo, tornava a dire: - Così se ne è andato mio padre.

 

CAPITOLO 12

 

Padron 'Ntoni, ora che non gli era rimasto altri che Alessi pel governo della barca, doveva prendere a giornata qualcheduno, o compare Nunzio, che era carico di figliuoli, e aveva la moglie malata, o il figlio della Locca, il quale veniva a piagnucolare dietro l'uscio che sua madre moriva di fame, e lo zio Crocifisso non voleva dargli nulla, perché il colèra l'aveva rovinato, diceva, con tanti che erano morti e gli avevano truffati i denari, talché aveva preso il colèra anche lui, ma non era morto, aggiungeva il figlio della Locca, e scuoteva il capo tristamente. - Adesso ci avremmo da mangiare, io e mia madre e tutto il parentado, se fosse morto. Siamo stati a curarlo due giorni colla Vespa, che pareva avesse ad andarsene da un momento all'altro, ma poi non è morto!

Però, quel che i Malavoglia guadagnavano non bastava spesso a pagare lo zio Nunzio, o il figlio della Locca, e si doveva metter mano a quei soldi raccolti con tanta fatica per la casa del nespolo. Ogni volta che Mena andava a pigliare la calza sotto la materassa, lei e il nonno sospiravano. Il povero figlio della Locca non ci aveva colpa; avrebbe voluto farsi in quattro per guadagnarsi la sua giornata; era il pesce che non voleva farsi prendere. E quando tornavano mogi mogi, sbattendo i remi e colla vela allentata, il figlio della Locca diceva a padron 'Ntoni: - Fatemi spaccar della legna, o legar dei sarmenti; io posso lavorare sino a mezzanotte se credete, come facevo collo zio Crocifisso. Non voglio rubarvela, la giornata.

Allora padron 'Ntoni dopo averci pensato su un pezzo, col cuore stretto, si decise a parlare colla Mena di quel che doveva farsi oramai. Ella era giudiziosa come sua madre, e non c'era altri in casa per parlarne, di tanti che c'erano prima! Il meglio era vendere la Provvidenza, che non rendeva nulla, e si mangiava le giornate di compare Nunzio e del figlio della Locca; se no quei soldi della casa se ne sarebbero andati tutti a poco a poco. La Provvidenza era vecchia e aveva sempre bisogno che ci spendessero dei denari per metterle delle toppe, e farla stare a galla. Più tardi, se tornava 'Ntoni e spirava un po' di fortuna in poppa, come quando avevano messo insieme quei denari della casa, avrebbero comprato un'altra barca nuova, e l'avrebbero chiamata di nuovo la Provvidenza.

La domenica andò sulla piazza a parlarne a Piedipapera, dopo la messa. Compare Tino scrollava le spalle, dimenava il capo, diceva che la Provvidenza era buona da mettere sotto la pentola, e così parlando lo tirava sulla riva; là si vedevano le toppe, sotto la impeciatura nuova, era come certe donnacce che sapeva lui, colle rughe sotto il corsetto; e tornava a darci dei calci nella pancia, col piede zoppo. Del resto il mestiere andava male; piuttosto che comprare, tutti avrebbero voluto vendere le loro barche, e più nuove della Provvidenza. Poi, chi avrebbe potuto comprarla? Padron Cipolla non voleva di quei vecchiumi. Quello era affare dello zio Crocifisso. Ma in quel momento lo zio Crocifisso aveva altro per la testa, con quell'ossessa della Vespa che gli faceva dannare l'anima, correndo dietro a tutti gli uomini che c'erano da maritare nel paese. Infine, per la santa amicizia, sarebbe andato a parlarne allo zio Crocifisso, nel buon momento, se padron 'Ntoni voleva vendere ad ogni costo la Provvidenza per un pezzo di pane; perché egli, Piedipapera, gli faceva fare quello che voleva lui allo zio Crocifisso.

Infatti, quando gliene parlò, tirandolo in disparte verso l'abbeveratoio, lo zio Crocifisso rispondeva a spallate, e dimenava il capo come Peppinino, e voleva scappargli dalle mani. Compare Tino, poveraccio, lo afferrava pel giubbone, perché stesse a sentire per forza; gli dava delle scrollate; lo abbracciava stretto per parlargli nell'orecchio. - Sì, siete una bestia se vi lasciate scappare quell'occasione! per un pezzo di pane! padron 'Ntoni la vende proprio perché non può tirare innanzi, ora che suo nipote l'ha piantato. Ma voi potreste darla in mano a compare Nunzio, o al figlio della Locca, che muoiono di fame, e verrebbero a lavorare per niente. Tutto quello che buscheranno ve lo papperete voi. Siete una bestia, vi dico! La barca è ben conservata, come se fosse nuova. Padron 'Ntoni se ne intendeva quando l'aveva fatta fare. Questo è un affare d'oro, come quello dei lupini, sentite a me!

Ma lo zio Crocifisso non voleva sentir parlare di niente, che quasi quasi gli spuntavano le lagrime, con quella faccia gialla, ora che aveva preso il colèra; e tirava per andarsene, e voleva lasciargli il giubbone nelle mani. - Non me ne importa! ripeteva. Non me ne importa niente. Voi non sapete cosa ci ho qui dentro, compare Tino! Tutti vogliono succhiarmi il sangue come le sanguisughe, e prendersi il fatto mio. Ora v'è anche Pizzuto che corre dietro la Vespa, tutti come cani da caccia!

- E voi prendetevela la Vespa! O infine non è sangue vostro, lei e la sua chiusa? Non sarà una bocca di più, no! che ha le mani benedette quella donna, e non lo perderete il pane che gli darete da mangiare! Ci avrete una serva in casa, senza darle salario, e vi prenderete anche la chiusa. Sentite a me, zio Crocifisso, questo è un altro affare come quello dei lupini!

Padron 'Ntoni intanto aspettava la risposta davanti alla bottega di Pizzuto, e guardava come un'anima del Purgatorio quei due che pareva si azzuffassero, per cercare di indovinare se lo zio Crocifisso diceva di sì. Piedipapera veniva a dirgli quel che aveva potuto ottenere dallo zio Crocifisso, e poi tornava a parlare con lui; e andava e veniva per la piazza come la spola nel telaio, tirandosi dietro la sua gamba storta, finché riescì a metterli d'accordo. - Benone! - diceva a padron 'Ntoni; e allo zio Crocifisso: - Per un pezzo di pane! - così combinò anche la vendita di tutti gli attrezzi, ché i Malavoglia non sapevano che farsene, ora che non possedevano più una tavola sull'acqua; ma a padron 'Ntoni gli parve che gli strappassero le budella dallo stomaco, come si portavano via le nasse, le reti, le fiocine, le canne, e ogni cosa.

- Ci penserò io a trovarvi d'andare a giornata, voi e vostro nipote Alessi, non dubitate; - gli diceva Piedipapera. - Bisogna che vi contentiate di poco, sapete! «Forza di giovane e consiglio di vecchio». Per la mia senseria poi mi rimetto al vostro buon cuore.

«In tempo di carestia pane d'orzo». Rispondeva padron 'Ntoni. «Necessità abbassa nobiltà».

- Va bene, va bene, siamo intesi! conchiuse Piedipapera, e andò davvero a parlarne con padron Cipolla, nella spezieria, dove don Silvestro era riuscito a tirarli un'altra volta, lui, massaro Filippo e qualche altro pesce grosso, per discorrere degli affari del comune, che infine erano denari loro, ed è una minchioneria non contare per nulla nel paese quando si è ricchi, e le tasse si pagano peggio degli altri. - Voi che siete tanto ricco, potreste dargli del pane a quel poveraccio di padron 'Ntoni, - soggiungeva Piedipapera. - A voi non vi farebbe nulla di prenderlo a giornata, con suo nipote Alessi; sapete che ne sa più di ogni altro del mestiere, e si contenterebbe di poco, ché son proprio senza pane. Fareste un affar d'oro, sentite a me, padron Fortunato.

Padron Fortunato, preso così in quel momento, non seppe dir di no; ma dopo che ebbero tirato e stiracchiato un po' sul prezzo; giacché i tempi erano magri, gli uomini non avevano da lavorare, padron Cipolla faceva proprio un atto di carità a prendersi padron 'Ntoni.

- Sì, lo prendo se viene a dirmelo lui! Lo credereste che mi porta il broncio dacché mandai in aria quel matrimonio di mio figlio colla Mena. Eh! bell'affare che ci avrei fatto! Ed hanno il coraggio di portarmi il broncio per giunta!

Don Silvestro, massaro Filippo, ed anche Piedipapera, tutti, s'affrettavano a dire che padron Fortunato aveva ragione. Brasi non gli lasciava più pace, dopo che gli avevano fatto venire il pensiero di maritarlo, e correva dietro a tutte le donne come un gatto in gennaio, ch'era una sollecitudine continua pel povero padre. Ora era entrata in ballo anche la Mangiacarrubbe, la quale s'era messo in testa di pigliarselo lei, Brasi Cipolla, giacché era di chi se lo pigliava; lei almeno era una bella ragazza con tanto di spalle, e non vecchia e spelata come la Vespa. Ma la Vespa aveva la sua chiusa, e la Mangiacarrubbe non ci aveva altro che le sue trecce nere, dicevano gli altri.

La Mangiacarrubbe sapeva quel che doveva fare se si voleva pigliare Brasi Cipolla, ora che suo padre se l'era rimorchiato di nuovo in casa pel colèra, e non andava a nascondersi più nella sciara, o per la chiusa, o dallo speziale e nella sacristia. Ella gli passava davanti lesta lesta, colle scarpette nuove; e passando si faceva urtare nel gomito, in mezzo alla folla che veniva dalla messa; oppure lo aspettava sulla porta, colle mani sul ventre, e il fazzoletto di seta in testa, e gli lasciava andare un'occhiata assassina, di quelle che rubano il cuore, e si voltava ad aggiustarsi le cocche del fazzoletto sul mento per vedere se le veniva dietro; o scappava in casa com'ei compariva in capo alla straduccia, e andava a nascondersi dietro il basilico ch'era sulla finestra, con quegli occhioni neri che se lo mangiavano di nascosto. Ma se Brasi si fermava a guardarla come un bietolone, gli voltava le spalle, col mento sul petto, tutta rossa, e gli occhi bassi, masticandosi la cocca del grembiule, che ognuno se la sarebbe mangiata per pane. Infine, poiché Brasi non sapeva risolversi a mangiarsela per pane, dovette acciuffarlo lei pei capelli, e gli disse: - Sentite, compare Brasi, perché volete togliermi la pace? Io lo so che non sono per voi. Ora è meglio che non ci passiate più di qua, perché più vi vedo e più vorrei vedervi, e oramai son la favola del paese; la Zuppidda si mette sulla porta ogni volta che vi vede passare, e poi va a dirlo a tutti; ma farebbe meglio a tener d'occhi quella civetta di sua figlia Barbara, che l'ha ridotta come una piazza questa strada, tanta la gente che ci tira, e non va a dirlo quante volte passa e ripassa don Michele, per vedere la Barbara alla finestra.

Con queste chiacchiere Brasi non si moveva più dalla straduzza, che non l'avrebbero mandato via neanche a bastonate, ed era sempre là intorno, a gironzolare colle braccia penzoloni, il naso in aria e la bocca aperta, come Giufà. La Mangiacarrubbe dal suo canto stava alla finestra, e cambiava ogni giorno fazzoletti di seta, e collane di vetro, come una regina. - Tutto quello che aveva lo metteva alla finestra - andava dicendo la Zuppidda, e quel bietolone di Brasi prendeva tutto per oro contante, ed era imbestialito, che non aveva paura nemmeno di suo padre, se fosse venuto a prenderlo a scapaccioni. - Questa è la mano di Dio per castigar la superbia di padron Fortunato, - diceva la gente. - Per lui sarebbe stato cento volte meglio dare a suo figlio la Malavoglia, la quale almeno ci aveva quel po' di dote, e non la spendeva in fazzoletti e collane. - Mena invece non ci metteva neppure il naso alla finestra, perché non ci stava bene, adesso che le era morta la mamma, e aveva il fazzoletto nero; e poi doveva anche badare a quella piccina, e farle da mamma, e non aveva chi l'aiutasse nelle faccenduole di casa, tanto che doveva andare anche al lavatoio, e alla fontana, e a portare il pane agli uomini, quando erano a giornata; sicché non era più come Sant'Agata, quando nessuno la vedeva, e stava sempre al telaio. Adesso aveva poco tempo da stare al telaio. Don Michele, dal giorno che la Zuppidda s'era messa a predicare sul ballatoio, colla conocchia in mano, che voleva cavargli gli occhi con quella conocchia, se tornava a bazzicar da quelle parti per la Barbara, passava e ripassava per la strada del Nero dieci volte al giorno, onde mostrare che non aveva paura della Zuppidda né della sua conocchia; e quando arrivava alla casa dei Malavoglia, rallentava il passo e guardava dentro, per vedere le belle ragazze che crescevano nella casa dei Malavoglia.

La sera gli uomini tornando dal mare, trovavano ogni cosa preparata; la pentola che bolliva, e la tovaglia sul desco; oramai quel desco era troppo grande per loro, e ci si perdevano. Chiudevano l'uscio e mangiavano in santa pace. Poi si mettevano a sedere sulla porta, coi ginocchi fra le braccia, e si riposavano della giornata. Almeno non mancava nulla, e non toccavano più i denari della casa. Padron 'Ntoni aveva sempre la casa davanti agli occhi, là vicino, colle finestre chiuse, e il nespolo che si affacciava sul muro del cortile. Maruzza non aveva potuto morire in quella casa; né egli forse vi sarebbe morto; ma i denari ricominciavano a raggranellarsi, e i suoi ragazzi ci sarebbero tornati un giorno, ora che Alessi cominciava a farsi uomo anche lui, ed era un buon figliuolo della pasta dei Malavoglia. Quando poi avrebbero maritato le ragazze e ricomperata la casa, se potevano metter su anche la barca, non avevano più nulla a desiderare, e padron 'Ntoni avrebbe chiuso gli occhi contento.

La Nunziata e la cugina Anna venivano anche loro a sedersi lì accanto sui sassi, a chiacchierare dopo cena con quei poveretti, che erano rimasti soli e derelitti anch'essi, talché sembrava fossero parenti. La Nunziata pareva che fosse a casa sua, e ci conduceva i suoi piccini, come la chioccia. Alessi, seduto accanto a lei le diceva: - O che l'hai finita oggi la tua tela? - oppure: - Lunedì ci andrai a vendemmiare da massaro Filippo? Ora che viene il tempo delle ulive avrai sempre da buscartela la tua giornata, anche se non hai roba da lavare; e potrai condurvi il tuo fratellino, che ora glieli daranno due soldi al giorno. - La Nunziata, seria seria, gli raccontava tutti i suoi progetti, e gli domandava dei consigli, e ragionavano insieme in disparte, come se avessero già i capelli bianchi. - Hanno imparato presto perché hanno visti guai assai! diceva padron 'Ntoni: il giudizio viene colle disgrazie. - Alessi, coi ginocchi fra le braccia, al pari del nonno anche lui, domandava alla Nunziata:

- Mi vorrai per marito quando sarò grande?

- Ancora c'è tempo; rispondeva lei.

- Sì, c'è tempo, ma è meglio pensarci adesso, così saprò quel che devo fare. Prima bisogna maritare la Mena, e la Lia, quando sarà grande anche lei. Lia comincia a volere le vesti lunghe e i fazzoletti colle rose, e tu pure ci hai i tuoi ragazzi da situare. Bisogna arrivare a comprare la barca; la barca poi ci aiuterà a comprare la casa. Il nonno vorrebbe avere un'altra volta quella del nespolo, e anche a me mi piacerebbe, ché saprei dove andare a occhi chiusi, o di notte, senza battere il naso; e c'è il cortile grande per gli attrezzi, e in due salti s'è al mare. Poi, quando le mie sorelle saranno maritate, il nonno verrà a stare con noi, e lo metteremo nella stanza grande del cortile, che c'entra il sole; così, quando non potrà più venire sul mare, povero vecchio, se ne starà accanto all'uscio nel cortile, e nell'estate ci avrà lì vicino il nespolo per fargli ombra. Noi prenderemo la camera dell'orto, ti piace? e ci avrai accanto la cucina; così avrai ogni cosa sotto la mano, non è vero? Quando tornerà mio fratello 'Ntoni gliela daremo a lui, e noi andremo a stare sul solaio. Tu non avrai che a scendere la scaletta per essere in cucina o nell'orto.

- In cucina vuol essere rifatto il focolare, disse Nunziata. L'ultima volta che ci cuocevo la minestra, quando la povera comare Maruzza non aveva animo di far nulla, la pentola bisognava tenerla su coi sassi.

- Sì, lo so! rispondeva Alessi, col mento sulle mani, e approvando colla testa. Aveva gli occhi incantati, quasi vedesse la Nunziata davanti al focolare, e la mamma che si disperava accanto al letto. - Anche tu potresti andare al buio per la casa del nespolo, tante volte ci sei stata. La mamma diceva sempre che sei una buona ragazza.

- Ora ci hanno messo le cipolle nell'orto, e son venute grosse come arancie.

- Che ti piacciono a te le cipolle?

- Per forza mi piacciono. Aiutano a mangiare il pane e costano poco. Quando non abbiamo denari per la minestra ne mangiamo sempre coi miei piccini.

- Per questo se ne vendono tante. Allo zio Crocifisso non gliene importa di aver cavoli e lattughe, perché ci ha l'altro orto di casa sua, e l'ha messo tutto a cipolle. Ma noi ci metteremo pure i broccoli, e i cavolfiori… Buoni, eh?

La ragazzetta, accoccolata sulla soglia, coi ginocchi fra le braccia, guardava lontano anche lei; e poi si mise a cantare, mentre Alessi stava ad ascoltare, tutto intento. Infine disse:

- Ma ancora c'è tempo.

- Sì, affermò Alessi; prima bisogna maritare la Mena, ed anche la Lia, e situare i tuoi piccini. Ma è meglio pensarci adesso.

- Quando canta la Nunziata, disse Mena affacciandosi sull'uscio, è segno che il giorno dopo farà bel tempo e potrà andare al lavatoio. - La cugina Anna era nello stesso caso, perché la sua chiusa e la sua vigna erano il lavatoio, e la sua festa era quando aveva della roba per le mani, tanto più ora che suo figlio Rocco faceva festa all'osteria da un lunedì all'altro, per smaltire il malumore che gli aveva ficcato in corpo quella civetta della Mangiacarrubbe.

- Ogni male non viene per nuocere - le diceva padron 'Ntoni. - Forse in tal modo metterà giudizio, il vostro Rocco. Anche al mio 'Ntoni gli gioverà stare lontano da casa sua; così quando tornerà, e sarà stanco di girare il mondo, ogni cosa gli sembrerà buona, e non si lamenterà più di tutto; e se arriviamo un'altra volta ad aver delle barche sull'acqua, e a mettere i nostri letti laggiù, in quella casa, vedrete che bello starsi a riposare su quell'uscio, la sera quando si torna a casa stanchi, e che la giornata è andata bene; e veder il lume in quella camera dove l'avete visto tante volte, e ci avete visto tutte le facce care che avete avuto al mondo. Ma ora tanti se ne sono andati, ad uno ad uno, che non tornano più, e la camera è buia e colla porta chiusa, come se quelli che se ne sono andati avessero portato la chiave in tasca per sempre.

- 'Ntoni non doveva andarsene! soggiunse il vecchio dopo un pezzetto. Doveva saperlo che son vecchio, e se muoio io quei ragazzi non hanno più nessuno.

- Se compreremo la casa del nespolo mentre egli è lontano, non gli parrà vero quando tornerà, disse Mena, e verrà a cercarci qui.

Padron 'Ntoni scosse il capo tristamente.

- Ma ancora c'è tempo! disse infine anche lui, come la Nunziata; e la cugina Anna soggiunse:

- Se 'Ntoni torna ricco la comprerà lui la casa.

Padron 'Ntoni non rispondeva nulla; ma tutto il paese sapeva che 'Ntoni doveva tornare ricco, dopo tanto tempo ch'era andato a cercare fortuna, e molti già lo invidiavano, e volevano lasciar ogni cosa e andarsene a caccia della fortuna, come lui. Infine non avevano torto, perché non lasciavano altro che delle donnicciuole a piagnucolare; e solo chi non gli bastava l'animo di lasciare la sua donnicciuola, era quella bestia del figlio della Locca, che aveva quella sorta di madre che sapete, e Rocco Spatu, il quale ce l'aveva alla taverna l'animo.

Ma per fortuna delle donnicciuole, tutt'a un tratto, si venne a sapere che era tornato 'Ntoni di padron 'Ntoni, di notte, con un bastimento catanese, e che si vergognava di farsi vedere senza scarpe. Se fosse stato vero che tornava ricco, i danari non avrebbe avuto dove metterli, tanto era lacero e pezzente. Ma il nonno e i fratelli gli fecero festa ugualmente, come se fosse venuto carico di denari, e le sorelle gli si appesero al collo, ridendo e piangendo, che 'Ntoni non conosceva più la Lia, tanto s'era fatta grande, e gli dicevano: - Ora non ci lascerai più, non è vero?

Il nonno si soffiava il naso anche lui, e brontolava: - Adesso posso morire tranquillo, ora che quei ragazzi non rimarranno più soli e in mezzo a una strada.

Ma per otto giorni 'Ntoni non ebbe il coraggio di metter piede nella strada. Come lo vedevano tutti gli ridevano sul naso, e Piedipapera andava dicendo: - Avete visto le ricchezze che ha portato 'Ntoni di padron 'Ntoni? - E quelli che ci avevano messo un po' di tempo a fare il fagotto, colle scarpe e le camicie, prima di avventurarsi a quella minchioneria di lasciare il paese, si tenevano la pancia dal ridere.

Quando uno non riesce ad acchiappare la fortuna è un minchione, questo si sa. Don Silvestro, lo zio Crocifisso, padron Cipolla, e massaro Filippo non erano minchioni, e tutti facevano loro festa, perché quelli che non hanno niente stanno a guardare a bocca aperta i ricchi e i fortunati, e lavorano per loro, come l'asino di compare Mosca, per un pugno di paglia, invece di tirar calci, e mettersi sotto i piedi il carretto, e sdraiarsi sull'erba colle zampe in aria. Aveva ragione lo speziale che bisognava dare un calcio al mondo come era fatto adesso, e rifarlo da capo. Anche lui, colla sua barbona, che predicava di cominciar da capo, era di quelli che avevano acchiappato la fortuna, e la teneva negli scarabattoli, e si godeva il ben di Dio stando sulla porta della bottega, a chiacchierare con questo o con quell'altro, e quando aveva pestato quel po' d'acqua sporca nel mortaio, aveva fatto il suo lavoro. Che bel mestiere gli aveva insegnato suo padre a colui di far denari coll'acqua delle cisterne! Ma a 'Ntoni suo nonno gli aveva insegnato il mestiere di rompersi le braccia e la schiena tutto il giorno, e arrischiare la pelle, e morir di fame, e non aver mai un giorno da sdraiarsi al sole come l'asino di Mosca. Un ladro di mestiere che si mangiava l'anima, per la madonna! e ne aveva fino al naso, che preferiva fare come Rocco Spatu, il quale almeno non faceva nulla. Già adesso non gliene importava più della Zuppidda e della Sara di comare Tudda, e di tutte le ragazze del mondo. Esse non cercano che di pescare un marito il quale lavori peggio di un cane per dar loro da mangiare, e comprarle dei fazzoletti di seta, quando si mettono sull'uscio la domenica, colle mani sulla pancia piena. Piuttosto voleva starci lui, colle mani sulla pancia, la domenica e il lunedì, ed anche gli altri giorni, giacché è inutile affaticarsi per nulla.

Così 'Ntoni faceva il predicatore, come lo speziale; almeno aveva imparato questo nel viaggio, ed ora aveva aperto gli occhi, come i gattini dopo i quaranta giorni che son nati. «La gallina che cammina torna a casa colla pancia piena». Se non altro egli se l'era riempita di giudizio, la pancia, e andava a raccontare quello che aveva imparato sulla piazza, nella bottega di Pizzuto, ed anche all'osteria della Santuzza. Ora non vi andava più di nascosto all'osteria della Santuzza, che s'era fatto grande, e il nonno non gli avrebbe tirato le orecchie, alla fin fine; ed egli avrebbe saputo rispondere il fatto suo se gli rimproveravano di andare a cercarsi quel po' di bene che poteva.

Il nonno, poveraccio, invece di prenderlo per le orecchie, lo prendeva colle buone. - Vedi, gli diceva, ora che sei qua tu ci arriveremo presto a fare i denari della casa, - gli cantava sempre la canzone della casa. - Lo zio Crocifisso ha detto che non la darà ad altri. Tua madre, poveretta, non ha potuto morirci, lei! Sulla casa potremo anche dare la dote a Mena. Poi, coll'aiuto di Dio, metteremo su un'altra barca; perché, devo dirtelo, alla mia età l'è dura andare a giornata, e vedersi comandare a bacchetta, quando si è stati padroni. Anche voi altri siete nati padroni. Vuoi che compriamo prima la barca coi denari della casa? Ora sei grande, e devi dirla anche tu la tua parola, perché devi avere più giudizio di me, che son vecchio. Cosa vuoi fare?

Nulla voleva fare, lui! Che gliene importava della barca e della casa? Poi veniva un'altra malannata, un altro colèra, un altro guajo, e si mangiava la casa e la barca, e si tornava di nuovo a fare come le formiche. Bella cosa! E poi quando si aveva la casa e la barca, che non si lavorava più? o si mangiava pasta e carne tutti i giorni? Mentre laggiù, dov'era stato lui, c'era della gente che andava sempre in carrozza, ecco quello che faceva. Gente appetto dei quali don Franco ed il segretario lavoravano come tanti asini a sporcar cartacce, e a pestare l'acqua sporca nel mortaio. Almeno voleva sapere perché al mondo ci doveva essere della gente che se la gode senza far nulla, e nasce colla fortuna nei capelli, e degli altri che non hanno niente, e tirano la carretta coi denti per tutta la vita?

Poi quella storia d'andare a giornata non gli andava affatto, a lui ch'era nato padrone, l'aveva detto anche il nonno. Vedersi comandare a bacchetta, da gente che erano venuti su dal nulla, che tutti lo sapevano, in paese, come avevano fatto i loro denari a soldo a soldo, sudando ed affaticandosi! A giornata ci andava proprio perché il nonno ve lo conduceva, e non gli bastava ancora l'anima di dir di no. Ma quando il soprastante gli stava addosso come un cane, e gli gridava dalla poppa: - Oh! laggiù, ragazzo! che facciamo? gli veniva voglia di dargli del remo sulla testa, e preferiva starsene ad aggiustare le nasse, e rifare le maglie delle reti, seduto sulla riva, colle gambe distese, e la schiena appoggiata ai sassi; che allora se pure stava un momento colle mani sotto le ascelle nessuno gli diceva nulla.

Là veniva anche a stirarsi le braccia Rocco Spatu, e Vanni Pizzuto, quando non aveva che fare, fra una barba e l'altra, ed anche Piedipapera, che era il suo mestiere di chiacchierare con questo e con quello per cercare le senserie. E si discorreva di ciò che succedeva in paese, di quello che donna Rosolina aveva raccontato a suo fratello, sotto il sigillo della confessione, quando era stato il tempo del colèra, che don Silvestro le aveva truffato le 25 onze, e non poteva andare dal giudice, perché le 25 onze donna Rosolina le aveva rubate a suo fratello il vicario, e si sarebbe saputo il motivo per cui aveva dato in mano a don Silvestro quel denaro, per sua vergogna.

- Poi, osservò Pizzuto, donde l'erano venute le 25 onze a donna Rosolina? «Roba rubata non dura».

- Almeno erano sempre nella casa, diceva Spatu; se mia madre avesse 12 tarì, e glieli prendessi, che passerei per ladro?

Di ladro in ladro vennero a parlare dello zio Crocifisso, il quale aveva perso più di 30 onze, dicevano, con tanta gente che era morta di colèra, e gli erano rimasti i pegni. Ora Campana di legno, per non saper che fare di tutti quegli anelli e di tutti quegli orecchini rimastigli in pegno, si maritava con la Vespa; la cosa era certa, che l'avevano visto persino andare a farsi scrivere al municipio, presente don Silvestro. - Non è vero che se la piglia per gli orecchini, diceva Piedipapera, il quale poteva saperlo. Gli orecchini e le collane alla fin fine sono d'oro ed argento colato, e avrebbe potuto andare a venderli alla città; anzi ci avrebbe guadagnato il tanto per tanto sui denari che ha dati. Se la piglia perché la Vespa gli fece vedere e toccare con mano che stava per andare dal notaio, con compare Spatu, ora che la Mangiacarrubbe s'è tirato in casa Brasi Cipolla. Scusate veh! compare Rocco.

- Niente niente, compare Tino; - rispose Rocco Spatu. - A me non me ne importa; perché chi si fida di quelle canaglie di femmine, è un porco. Per me la mia innamorata è la Santuzza, che mi fa credenza quando voglio; e ne vuol due delle Mangiacarrubbe nella sua bilancia! con quel petto, eh? compare Tino!

- «Ostessa bella conto caro!» disse Pizzuto sputacchiando.

- Cercano il marito per farsi mantenere da lui! aggiunse 'Ntoni. Tutte le stesse! - E Piedipapera seguitò: - Lo zio Crocifisso allora corse trafelato dal notaio, che aveva il fiato ai denti. Così se la piglia la Vespa.

- Bella sorte eh! quella della Mangiacarrubbe! esclamò 'Ntoni.

- Brasi Cipolla, da qui a cent'anni che muore suo padre, se Dio vuole, sarà ricco come un maiale, disse Spatu.

- Adesso suo padre fa il diavolo, ma col tempo chinerà il capo. Non ha altri figli, e non gli resta altro che maritarsi, se non vuole che la sua roba se la goda la Mangiacarrubbe alla sua barba.

- Io ci ho gusto, conchiuse 'Ntoni. - La Mangiacarrubbe non ha niente. O perché padron Cipolla deve essere ricco soltanto lui?

Qui prese parte al discorso lo speziale, il quale veniva a fumare la sua pipa sulla riva, dopo desinare, e pestava l'acqua nel mortaio che così il mondo non andava bene, e bisognava buttare in aria ogni cosa, e rifar da capo. Ma con quella gente lì, era proprio come pestar l'acqua nel mortaio. Il solo che ne capisse qualche cosa era 'Ntoni, che aveva visto il mondo, e aveva aperto un po' gli occhi come i gattini; da soldato gli avevano insegnato a leggere, perciò andava anche lui sulla porta della spezieria, a sentire quello che diceva il giornale, e a chiacchierare collo speziale, il quale era un buon diavolaccio con tutti, e non aveva pel capo i fumi di sua moglie, la quale lo sgridava: - O tu perché t'immischi negli affari che non ti riguardano?

- Le donne bisogna lasciarle dire, e far le cose di nascosto; diceva don Franco appena la Signora se ne saliva nella stanza. Lui non aveva difficoltà di starsene in sinedrio anche con quelli senza scarpe, purché non mettessero i piedi sui regoli delle scranne; e spiegava loro parola per parola quello che diceva il giornale, mettendoci il dito, che il mondo avrebbe dovuto andare come era scritto là.

Don Franco, arrivando sul greto quando gli amici tenevano quei discorsi, ammiccava a 'Ntoni Malavoglia, il quale rimendava le maglie delle reti colle gambe distese e la schiena appoggiata ai sassi, e gli faceva dei cenni col capo, scuotendo la barbona in aria. - Eh! bella giustizia che certuni abbiano a rompersi la schiena contro i sassi, e degli altri stiano colla pancia al sole, a fumar la pipa, mentre gli uomini dovrebbero essere tutti fratelli, l'ha detto Gesù, il più gran rivoluzionario che ci sia stato, e i suoi preti al giorno d'oggi fanno i birri e le spie! Non lo sapevano che l'affare di don Michele colla Santuzza l'aveva scoperto don Giammaria, nella confessione?

- Altro che don Michele! La Santuzza ci ha massaro Filippo; e don Michele ronza sempre per la via del Nero, senza nessuna paura di comare Zuppidda e della sua conocchia! Lui ci ha la pistola.

- Tutte e due vi dico! Coteste che si confessano ogni domenica hanno il sacco grande da metterci i peccati; per questo la Santuzza porta la medaglia sul petto! per coprire le porcherie che ci stan sotto.

- Don Michele perde il tempo colla Zuppidda; il segretario ha detto che vuol farla cascare coi suoi piedi come una pera matura.

- Ma sì! Intanto don Michele si diverte colla Barbara, e con le altre che stanno nella via. - Lo so io - e ammiccava di soppiatto a 'Ntoni. - Non ha niente da fare, e ogni giorno ha i suoi quattro tarì di soldo.

- Quello che dico sempre! ripeteva lo speziale tirandosi la barba. - Tutto il sistema è così; pagar degli sfaccendati per non far niente, e farci le corna, a noi che li paghiamo! ecco che cos'è. Della gente che ha quattro tarì al giorno per stare a passeggiare sotto le finestre della Zuppidda; e don Giammaria che si pappa la lira al giorno per confessare la Santuzza, e sentire le porcherie che gli racconta; e don Silvestro che… so io! e mastro Cirino che è pagato per romperci gli stivali colle sue campane, ma i lumi poi non li accende, e si mette in tasca l'olio, ché lì, al municipio poi, ci son altre porcherie! in fede mia! E volevano far casa nuova di tutti nella baracca, ma poi si sono intesi un'altra volta, don Silvestro e gli altri, e non ne hanno parlato più… Tale e quale come quegli altri ladri del parlamento, che chiacchierano e chiacchierano fra di loro; ma ne sapete niente di quel che dicono? Fanno la schiuma alla bocca, e sembra che vogliano prendersi pei capelli di momento in momento, ma poi ridono sotto il naso dei minchioni che ci credono. Tutte vesciche pel popolo che paga i ladri e i ruffiani, e gli sbirri come don Michele.

- Che bella cosa, disse 'Ntoni, quattro tarì al giorno per andare a passeggiare di qua e di là. Io vorrei essere guardia doganale.

- Ecco! ecco! esclamò don Franco cogli occhi che gli schizzavano dalla testa. - Vedete la conseguenza del sistema! La conseguenza è che tutti diventano canaglia. Non vi offendete, compare 'Ntoni. «Il pesce puzza dalla testa». Anch'io sarei come voi, se non avessi studiato, e non avessi quel mestiere da guadagnarmi il pane.

Infatti dicevano che era un bel mestiere quello che gli aveva insegnato suo padre allo speziale, di pestare nel mortaio, e di far denari coll'acqua sporca; mentre c'era gente che doveva cuocersi le corna al sole, e cavarsi gli occhi colle maglie delle reti, e prendersi il granchio alle gambe e alla schiena per guadagnarsi dieci soldi; e così lasciarono le reti e le chiacchiere, e se ne tornarono all'osteria sputacchiando per la strada.