Decise di ripercorrere il caso dall’inizio, a partire dalla scena del crimine. Fece scorrere sullo schermo i verbali del sopralluogo e dei rilievi della Scientifica. Esaminò le foto, lesse i commenti a margine del dirigente tecnico, e di nuovo ebbe la sensazione che quel suicidio fosse troppo perfetto. Tutto era al suo posto, come se qualcuno avesse ripulito la scena o l’avesse orchestrata ad arte: per quanto si sforzasse di trovare una stonatura, un’anomalia, Strega continuava a sbattere contro la brutale evidenza di un suicidio.
"Stai sbagliando approccio" si disse dopo la seconda birra e quasi un’ora spesa a cercare l’elemento che riteneva gli stesse sfuggendo. "Stai guardando la scena come uno sbirro, e questo sta limitando la tua visuale. Prova a guardare il tutto da un’altra prospettiva. Non cercare il dettaglio che stona, ma quello che manca".
Rilesse l’elenco degli oggetti repertati dai tecnici, divisi per ambiente, e quando esaminò gli effetti personali trovati nel bagno si diede dell’idiota per essersene accorto soltanto in quel momento. Gli operatori avevano trovato un pettine e un tubetto di dentifricio in un bicchiere di plastica a fianco del lavandino. Niente di strano, a parte il piccolo dettaglio che Larocca non aveva un capello.
"Merda. Come può esserci sfuggita una cosa del genere?" si disse socchiudendo gli occhi per la rabbia.
Cercò le fotografie e osservò il pettine dentro il bicchiere.
"Perchè c’è il dentifricio e non lo spazzolino?".
Diede una scorsa ai verbali, ma non lo trovò da nessuna parte. Si sentì formicolare di elettricità . Non uno, ma ben due errori.
Strega guardò l’immagine che aveva trovato di Larocca e la figlia al mare. Il collega era prossimo alla calvizie già all’epoca della foto, quindi aveva poco senso che il pettine fosse suo.
Maja Filipenka-
Fu la prima persona che gli venne in mente. La ragazza era stata fotosegnalata all’epoca dell’arresto per prostituzione; ciò significava che erano stati effettuati i rilievi dattiloscopici.
"Quindi le sue impronte sono nella banca dati dell’AFIS. Devi solo trovare il modo di mettere le mani su quel pettine" si disse.
C’era però un problema: Rizzo e Iovine l’avevano estromesso dall’indagine, indagine che in quel momento poteva essere già stata archiviata dal procuratore. Il dirigente della Scientifica non gli avrebbe mai dato ascolto se Strega gli avesse chiesto un rilievo e una comparazione di impronte sul reperto: non senza una richiesta formale del titolare dell’inchiesta, ovvero il commissario capo Maurizio Iovine, l’ultima persona disposta ad aiutarlo.
Si strofinò le mani nodose in cerca di una via d’uscita. Quando gli sembrò di aver trovato una possibile soluzione le labbra gli si distesero in un sorriso divertito. Rinfoderò il tablet, pagò e uscì dal locale sperando di averci visto giusto.
42.
Quando Maja riprese coscienza vide, a pochi passi da sè, l’uomo che l’aveva sequestrata. Ebbe un moto di stizza, e trasalì. Le cinghie le impedirono qualsiasi movimento.
"Sta’ calma" disse lui. "E non urlare. La sala è insonorizzata".
L’uomo indossava ancora un passamontagna nero. Per un istante le fissò il braccio, e seguendo il suo sguardo la ragazza notò un laccio emostatico e una cannula collegata a un tubicino. Le stava prelevando del sangue.
"Non agitarti" disse.
"Dov’è mio figlio?".
"Al sicuro".
"Dove?".
L’uomo sbuffò e prese uno straccio imbevuto di un narcotico. "Devo metterti di nuovo a dormire?" la minacciò.
Maja scosse la testa. Aveva bisogno di capire cosa stesse accadendo, dove fosse suo figlio. Così decise di collaborare.
"Ora voglio che rispondi ad alcune domande. Sii sincera, perchè mi accorgerò dagli esami se stai mentendo, capito?".
La ragazza annuì.
"Hai mai sofferto di malattie gravi?".
"No".
"Sei mai stata sottoposta a operazioni chirurgiche?".
"No".
"Quando battevi per strada ti drogavi?".
"-".
"Rispondi".
"Mi facevano fumare dell’eroina, sì".
"Ti hanno mai portata in ospedale per una crisi o per qualche problema?"
"No".
"Sei sicura?".
"Perchè tutte queste domande? Dov’è mio figlio?".
Con estrema lentezza l’uomo scelse uno dei bisturi sul tavolino e le dilatò le palpebre con le dita, sfiorandole l’occhio con la punta della lama.
"Ti hanno mai portata in ospedale, sì o no?" ripetè, gelido.
"No!".
"Quand’è stata l’ultima volta che ti sei drogata?".
"Tre anni fa. Forse quattro-".
"I tuoi genitori hanno sofferto di qualche malattia in particolare?".
Di nuovo la ragazza scosse la testa.
L’uomo annuì. Vide che le provette erano piene e con maestria concluse il prelievo, sfilandole l’ago senza che lei nemmeno se ne accorgesse.
"Ti prego- dimmi qualcosa-".
Lui non rispose. Aprì quello che agli occhi di Maja sembrava un frigorifero e vi depose le provette con tappi di colori diversi. Quando tornò verso di lei aveva in mano una fotocamera digitale. Le strappò di dosso la sottile vestaglia e le ordinò di restare immobile.
"Ora ti libererò. Non provare a reagire o a scappare, non ci riusciresti. Sei ancora molto debole".
Era vero: Maja avvertiva un senso di spossatezza continuo. Faceva fatica anche solo a tenere gli occhi aperti.
Una volta slacciate le cinghie la fece alzare e le scattò una serie di foto. Alcune a figura intera e diversi primi piani della cute e di alcune parti specifiche. Poi prese un pennarello e cerchiò alcune zone all’altezza del fegato, dei reni, poi le scattò qualche fotografia all’interno degli occhi, facendola lacrimare.
Dopo qualche minuto annuì soddisfatto e mise via la reflex.
"Ora ti devo fare una domanda molto importante. Se mentirai ucciderò tuo figlio".
Maja si sentì raggelare.
"Oltre al tuo amico poliziotto hai parlato a qualcun altro di questa storia?".
"No".
"Larocca ti ha registrata o ti ha fatto telefonare a qualcuno?".
Maja si domandò se fosse meglio mentirgli, dicendo che qualcun altro sapeva, così che lui fosse meno propenso a farle del male. Ma il timore per la minaccia di rifarsi sul bambino la spinse a essere sincera.
"No, ne ho parlato soltanto con Roberto e Ania".
L’uomo annuì.
"Cosa vuoi farmi?".
"Torna a sederti" le ordinò.
"Dove sono le altre ragazze? Quelle che erano nelle gabbie?".
"Siediti" ripetè lui con tono più deciso.
"Ti prego-".
L’uomo si tolse il copricapo e la squadrò con occhi gelidi. "Ti ricordi di me?".
"Non è possibile-" gemette, riconoscendolo. Crollò sulle ginocchia, sopraffatta dalla consapevolezza che non sarebbe uscita viva da quel posto.
43.
"Che diavolo ci farà in un parco a quest’ora di notte?" si chiese il sovrintendente capo Massimo Repetti osservando Strega scendere dalla Mini intabarrato nel lungo cappotto. Lo seguì con lo sguardo finchè sparì dalla sua vista. Il suo superiore gli aveva ordinato una sorveglianza assoluta sul funzionario della Omicidi. Repetti fu tentato di chiamare il dirigente per chiedergli cosa fare, ma era quasi certo che gli avrebbe vomitato addosso una valanga di improperi, così scese dall’auto e lo seguì.
"A quest’ora qua dentro puoi trovare solo spacciatori. Non credevo che quell’assassino fosse anche un drogato" si disse Repetti addentrandosi nel buio del parco.
Dopo qualche minuto si rese conto di averlo perso. Girò su se stesso, ma Strega pareva essersi dissolto nel nulla.
"Merda" sospirò.
Fece per ritornare sui propri passi quando si sentì stringere alla gola da un avambraccio massiccio, e contemporaneamente avvertì la canna di una pistola che gli veniva premuta contro la tempia.
"Prima che perda la pazienza dimmi solo chi ti ha mandato: Rizzo o Iovine?" disse Strega sollevandolo di qualche centimetro da terra.
44.
Repetti gli aveva scritto di recarsi al parco con la massima urgenza perchè aveva delle informazioni di primaria importanza da condividere. Iovine aveva provato a chiamarlo ma il sovrintendente gli aveva spiegato con un altro SMS che non poteva parlare per non mettere a rischio la copertura. Iovine aveva scosso la testa dicendosi che il sottoposto aveva preso troppo sul serio quell’incarico ed era andato a vestirsi, infuriato per il fatto di dover abbandonare il calore del letto.
Erano almeno dieci minuti che si aggirava inutilmente nel parco. "Dove diavolo è quell’idiota?".
"Sono qui, dottore" disse Repetti alle sue spalle.
Maurizio Iovine si voltò e allargò le braccia in un gesto di stizza. "Si può sapere che cazzo ci faccio qui? Perchè hai abbandonato la sorveglianza?".
Il sovrintendente abbassò lo sguardo.
"Adesso mi sguinzagli dietro anche i tuoi cani da guardia, Iovine? Se l’hai fatto vuol dire che è stato aperto un procedimento a mio carico, spero. E' così, vero?" disse Vito fermandosi a un metro dal dirigente.
Istintivamente Iovine indietreggiò. "Non ho bisogno di-".
"Sì che ne hai bisogno. Di’ al sovrintendente capo Repetti che hai aperto un fascicolo a mio carico autorizzato da qualche magistrato, o quantomeno da Palamara, forza. Digli che non hai messo a repentaglio la sua carriera per una sorveglianza non autorizzata, su".
Iovine avvampò di rabbia.
Vito sorrise. "Come avevo immaginato- Va’ pure, Repetti. Il tuo incarico è sospeso" disse senza voltarsi.
Il sovrintendente capo non si mosse. Era totalmente nel pallone per quanto stava accadendo. Scrutò Iovine con sguardo quasi implorante.
Il dirigente annuì e solo allora Repetti se ne andò.
"A cosa devo l’onore di essere seguito?".
"Sei una testa calda, non hai il minimo rispetto delle procedure. Non avresti dovuto essere coinvolto nelle indagini dall’inizio. Dovevo assicurarmi che non stessi agendo alle spalle del dipartimento".
"E questo secondo te basta per farmi sorvegliare, manco fossi un criminale?".
"Nel tuo caso sì, perchè lo sei".
"Quindi se chiamo Palamara o il magistrato e gli racconto cos’è successo dici che concorderanno con te?" chiese Strega prendendo in mano il telefonino. "Ammetteranno che è lecito utilizzare mezzi e personale per un’indagine non autorizzata?".
Iovine si limitò a guardarlo in cagnesco. "E' quello che tu hai sempre fatto".
"Forse, ma in questo caso stiamo parlando di te, Iovine. Messo alle strette Repetti parlerà , qualsiasi cosa tu gli abbia promesso, perchè ha paura di perdere il lavoro o di un richiamo disciplinare".
"Cosa vuoi? Perchè è di questo che si tratta, no?" ribattè il dirigente.
"Vorrei capire perchè ce l’hai così tanto con me. Da sempre. Anche da prima della storia di Jacopo".
"Ce l’ho con te perchè sei un disonore e un pericolo per la polizia, Strega".
"Sappi che non stai facendo nulla per farmi passare la voglia di sputtanarti".
"-".
"So cosa stai pensando e, credimi, andrò fino in fondo, così magari mi libererò definitivamente di te, che ne pensi?" lo pressò Vito.
"Dimmi che cazzo vuoi" disse Iovine, capendo di essere con le spalle al muro.
"Ci è sfuggito un elemento che potrebbe rivelarsi determinante per capire davvero la dinamica dell’accaduto".
Iovine scoppiò a ridere. "Ecco cosa intendevo- Tu sei ossessionato, Strega. Vedi delitti e congiure dove non ce ne sono. E' per questo che non hai mai fatto carriera e mai ne farai".
"Forse. Ma penso di essermi guadagnato un supplemento d’indagine, non credi?".
"La richiesta di archiviazione è già stata inoltrata al procuratore".
"Ma non è stata ancora vidimata, sbaglio? Rispondi".
"No".
"Ecco. Non ti sto chiedendo nulla d’illegale. Ho solo bisogno di un’autorizzazione per un rilievo di impronte su un reperto che ci è sfuggito".
"Di quale reperto stai parlando?".
"Un pettine. Strano per un calvo possedere un pettine, no? E da quello che so Larocca viveva solo e non aveva una relazione. Con la figlia i rapporti erano pessimi e non andava mai a trovarlo. A chi apparteneva quel pettine allora?".
"E' un dettaglio insignificante, perchè non te ne rendi conto?".
"Hai ragione. Potrebbe essere solo una mia paranoia, ma voglio comunque togliermi ogni dubbio. Si tratta sempre di un collega, uno di noi, non dimentichiamocelo".
"Uno di noi? Tu non sei noi, Strega. Tu lo hai ucciso uno di noi-".
Strega non si scompose. In quel momento gli premeva soltanto ottenere ciò che voleva.
"Voglio che chiami il responsabile di turno alla Scientifica e gli dici che ho bisogno di una rilevazione a casa di Larocca".
"Sono stati apposti i sigilli-".
"Meglio stanotte che domani, col rischio che il procuratore archivi il caso, perchè a quel punto ti farei fare richiesta formale per la riapertura del fascicolo, sappilo".
"-".
"Dammi una mano e mi dimenticherò di questo spiacevole incidente" assicurò Vito.
Iovine lo fissò in tralice per qualche secondo, poi chiamò il laboratorio e dispose che venisse mandato un operatore a casa di Larocca.
"Contento ora?" domandò il dirigente. "Voglio un rapporto e un resoconto dettagliato sulle analisi che verranno effettuate".
"Sarò più che lieto di fartelo avere".
"Ora posso andare finalmente a dormire?".
"Non vuoi accompagnarmi al laghetto a dare da mangiare alle oche?".
"Vaffanculo, Strega".
"Buonanotte anche a te, Iovine".
45.
Strega attese che fossero i due tecnici della Scientifica a togliere i sigilli ed entrare in casa. Nell’ambiente chiuso l’olezzo di morte e carne bruciata aleggiava ancora, dolce e rivoltante allo stesso tempo, contrastato da quello degli agenti chimici utilizzati per i rilievi e da quello, più lieve, della cordite. Una volta accese le luci Strega non potè fare a meno di notare che gli schizzi di sangue erano arrivati a impiastricciare il soffitto, insieme ad altro materiale organico. La morte, in qualsiasi forma si palesasse, ha sempre qualcosa di osceno e ripugnante, pensò.
"L’indagine è ancora aperta, commissario?" domandò l’ispettore capo Mirko Sottile, responsabile della Scientifica, prima di entrare in salone, sottraendolo ai suoi pensieri.
"Sì" rispose Strega.
Sottile distribuì all’altro tecnico e al commissario dei copriscarpe in polietilene e dei guanti monouso. I due operatori indossarono le loro tute e le mascherine.
"Cosa stiamo cercando, dottore?" chiese Sottile.
"C’eri anche tu quando sono stati effettuati i primi rilievi, vero?" domandò Vito.
"Sì" rispose Sottile allarmato. "C’è stato qualche problema?".
Strega li guidò in bagno e indicò il bicchiere di plastica con dentro il pettine e il tubetto di dentifricio.
"Non vedi nulla di strano?" chiese Strega cercando di dare a quelle parole un tono ironico e non accusatorio.
I due si fissarono spaesati. Il fatto che il superiore svettasse sopra le loro teste di almeno una ventina di centimetri non faceva che aumentare il senso di soggezione che provavano, come due bambini sul punto di essere redarguiti dal preside.
"Niente? Da che parte portava la riga dei capelli, Larocca, a destra o a sinistra?" li canzonò. "Oppure in mezzo?".
"Come? Io non-" bofonchiò Sottile.
"Oh, Cristo" disse l’altro operatore. "Il collega era calvo-".
"Esattamente" disse Strega con tono grave. "Abbiamo sbagliato tutti. Noi dell’investigativa in primis. Ma avete sbagliato anche voi a non accorgervene. Forse si tratta solo di un dettaglio, ma a volte sono particolari come questo a mandare a puttane un’indagine".
Sottile annuì. "Sa, commissario, noi pensavamo che-".
Strega lo bloccò con un gesto e gli disse di recuperare i due oggetti e poi di controllare con cura che non ci fossero altri prodotti e impronte che rivelassero una presenza femminile nella casa.
I due aprirono le valigette dei reagenti e si misero al lavoro con estremo scrupolo, come a voler cancellare l’abbaglio che avevano preso nel primo sopralluogo.
Strega comprendeva il loro stato d’animo. I tecnici intervenuti sulla scena del crimine si erano lasciati travolgere dall’evidenza di quella morte. Dando per scontato che Larocca si fosse ucciso la loro attenzione era scemata drasticamente e avevano condotto i rilievi per inerzia, limitandosi a un semplice e poco approfondito lavoro di routine.
Mentre i colleghi esaminavano il bagno Vito, per scrupolo, perlustrò nuovamente il resto della casa. Ricontrollò i medicinali di riserva di Larocca, prestando un’attenzione particolare a quelli acquistabili solo con ricetta medica. Non trovò niente che non fosse già stato incluso nel verbale di sopralluogo, e soprattutto nessuno psicofarmaco.
"Noi abbiamo concluso, dottore" disse Sottile. Stavolta si erano presi più tempo del dovuto per rivoltare l’ambiente da cima a fondo.
"Avete trovato altro?".
"Questo" disse mostrando un piccolo asciugacapelli dentro una bustina trasparente.
Strega scosse la testa, incredulo. "Altro?".
"Solo qualche impronta che all’apparenza non sembra essere dell’ispettore, e un capello spezzato tra i denti del pettine".
"Bene. Ho bisogno che tutte le impronte non appartenenti a Larocca vengano processate nell’AFIS. Dopodichè cercate di risalire al DNA attraverso il capello".
"Il tempo di arrivare in laboratorio e me ne occuperò personalmente, commissario" garantì Sottile. "Mi scusi ancora per questa disattenzione, è che-".
"Cercherò di far passare questa cosa inosservata, ispettore. Ma che non accada più. Non bisogna mai dare nulla per scontato".
"Non succederà più, glielo garantisco".
Strega firmò i moduli per i nuovi rilievi e la presa in carico dei reperti da parte della Scientifica e li congedò.
Tornato in macchina chiamò la sala operativa della questura e si fece mettere in contatto con un collega a cui qualche ora prima aveva chiesto di trovare notizie sull’eventuale domicilio di Maja Filipenka.
"Guardi, commissario, stavo per chiamarla io. Per ora non sono riuscito a trovare nulla. E' come se questa donna da tre anni in qua fosse sparita. C’è la possibilità che non si trovi più in Italia?" chiese l’operatore.
"E' possibile" rispose Strega, ma lo riteneva poco probabile. Sparire totalmente dal radar della polizia e della macchina burocratica dello Stato non era inverosimile, ma nemmeno semplice.
"Grazie comunque" disse Vito chiudendo la conversazione.
"E' sparita dopo aver testimoniato al processo, tre anni fa, ma in un appunto risalente a poco prima della morte Larocca si era ripromesso di chiamarla. A cosa ti fa pensare questo?" si domandò tamburellando sul volante. "Maja deve aver accettato di testimoniare in cambio di una nuova identità e un permesso di soggiorno. Non può che essere andata così".
Si era appuntato il nome del sostituto procuratore che aveva istruito il caso e, sperando in un colpo di fortuna, chiamò in Centrale chiedendo se la dottoressa Federica Merini fosse di turno quella notte.
Non lo era. L’avrebbe cercata la mattina seguente.
Si massaggiò la fronte e sospirò come a voler scacciare l’ansia e la stanchezza accumulate in quella giornata infinita. In quella storia ci stava affondando, gli stava tirando fuori tutto ciò che aveva. Si rese conto che se fosse tornato subito a casa gli elementi emersi nelle ultime ore l’avrebbero trascinato nella solita spirale ossessiva e avrebbe fatto mattina. Aveva bisogno di staccare per qualche ora. Così si rifugiò in un jazz club.
Si stava esibendo un trio strumentale, il locale era pieno. Strega prese una birra e andò a sedersi a un tavolino parecchio lontano dal palco, ma il club tutto sommato aveva una buona acustica. Iniziò a battere il piede al ritmo della batteria e dopo qualche minuto avvertì la tensione defluire.
Terminata la jam session sul palco salì una cantante di colore che attaccò insieme alla band un pezzo di Nina Simone, You Don’t Know What Love Is.
D’improvviso calò un silenzio surreale. La voce ipnotica della ragazza, che aveva iniziato a cantare a occhi chiusi, si conficcò nel cuore degli astanti, che rimasero immobili, in balìa di quel suadente sortilegio.
Anche Strega rimase vittima di quella voce. Istintivamente le sue dita andarono a sfiorare l’orologio, un vecchio Piaget dal chiaro taglio femminile a cui aveva fatto allargare il cinturino per poterlo indossare. Era tutto ciò che gli rimaneva di sua madre, a parte la pelle ambrata e la passione viscerale per la musica. Anche lei era stata una cantante jazz, e la ragazza sul palco gliela ricordava molto. Suo padre, all’epoca primo tenente di vascello della Marina militare, l’aveva conosciuta in un soggiorno a New Orleans per via di un’esercitazione congiunta con la US Navy. L’aveva ascoltata cantare in un locale molto simile a quello in cui Strega si trovava in quel momento, e si era ritrovato in lacrime senza un apparente motivo. Se n’era innamorato e l’aveva corteggiata con i suoi modi da vecchio gentiluomo, seguendola in tutti i jazz club della città per settimane. La sua ostinazione era stata premiata. Oleta, quello era il suo nome, aveva lasciato la Louisiana per seguirlo in Italia. Era stata una decisione coraggiosa da ambo le parti. Per suo padre, che si era scontrato col razzismo di un ambiente conservatore come quello in cui lavorava, e per sua madre, che per amore aveva rinunciato alla musica.
Strega ascoltò il brano fino alla fine, poi abbandonò il locale.
Quei ricordi avevano portato a galla oscure memorie con cui ancora faceva fatica a convivere. Nemmeno la voce carezzevole di quella ragazza era riuscita a scacciarle. Anzi, le aveva rinvigorite.
46.
Strega si svegliò in preda a una sensazione di minaccia. Sofia gli si era addormentata sul petto, rannicchiata su se stessa. Vito sorrise e socchiuse gli occhi per la luce che inondava la casa attraverso la vetrata. Il sole era già alto. Si era dimenticato di programmare la sveglia.
"Merda" pensò.
Accarezzò la gatta con la massima delicatezza per svegliarla nel modo più dolce possibile. Non ci riuscì. Sofia reagì piantandogli gli artigli nel petto. Una delle sue maniere per mettere in chiaro chi comandava in quella casa.
Guardò l’ora: le nove e mezza. Trovò alcune chiamate dal laboratorio della Scientifica. Non aveva minimamente sentito il telefonino vibrare. Diede da mangiare alla gatta e mise la moka sul fornello.
"Uno di questi giorni mi ucciderai, lo sento" le disse.
Sofia gli rivolse un’occhiata altezzosa e riprese a ignorarlo.
Strega aspettò di bere il caffè e richiamò il laboratorio.
"Sono il commissario Strega. Mi avete chiamato mezz’ora fa" disse.
Lo misero in contatto con l’ispettore capo Sottile.
"Dottore, buongiorno. Spero di darle buone notizie. Le impronte trovate sul pettine e sull’asciugacapelli corrispondono con quelle di Maja Filipenka, a detta dell’AFIS".
"Con una percentuale del-?".
"Novantasette per cento- Idem per quelle trovate sul tubetto di dentifricio, sebbene lì sia stato più difficile rilevarle perchè sovrapposte a quelle dell’ispettore".
Strega cantò vittoria tra sè e sè. "Ottimo. Per favore, inoltrami i risultati via mail".
"Lo faccio subito".
"Quindi ora hai la certezza che la ragazza frequentasse casa di Larocca. Ma perchè? E perchè la Muraro ha cercato di tenertelo nascosto?".
Finì il caffè e corse a farsi una doccia. Ripensando alle parole del tecnico si chiese: "Perchè c’era il dentifricio ma non lo spazzolino?".
Tutto era ancora avvolto da una coltre di mistero, ma era sicuro che la partner dell’ispettore sapeva più di quanto desse a vedere.
"E' arrivato il momento di farle sputare la verità " si disse asciugandosi.
47.
La segretaria del sostituto procuratore Merini lo fece attendere fuori dal suo ufficio. Strega ingannò l’attesa dando un’occhiata sul telefonino alle relazioni della Scientifica. Leggendo gli elenchi degli oggetti repertati ebbe conferma che nessuno spazzolino era stato rinvenuto all’interno della casa.
"Questo può significare che se davvero Larocca è stato ucciso, chi l’ha fatto si è premurato di cancellare le tracce della ragazza. Trovando due spazzolini, e non sapendo quale fosse quello della donna, se li è portati via entrambi. Ma perchè? E perchè si è dimenticato del pettine? La fretta di andarsene l’ha tradito?".
"Prego, commissario. La dottoressa la sta aspettando" disse la segretaria interrompendo le sue riflessioni.
Strega entrò e si sorprese della quantità di fascicoli e faldoni che sommergevano tutte le superfici utili dello studio, pavimento compreso.
La Merini si alzò e gli strinse la mano con distacco professionale. Vito sapeva, per averci lavorato in passato, che era un magistrato coscienzioso, assai temuto dagli avvocati della difesa e ben visto dalla polizia giudiziaria perchè inflessibile ma corretto, rispettoso del lavoro degli inquirenti.
"Non ho molto tempo, commissario" esordì. "Ho un’udienza tra quindici minuti".
"Cercherò di essere il più veloce possibile. Sto seguendo il caso di un collega deceduto per un apparente suicidio".
Alla parola "apparente" la procuratrice storse il naso.
"Lo conosceva, perchè avete lavorato insieme qualche anno fa. L’ispettore Roberto Larocca".
Gli occhi della donna sembrarono come accendersi, e di colpo il poliziotto ebbe tutta la sua attenzione. "Sì, ho sentito qualcosa in merito. Voci di corridoio. Speravo che si fossero sbagliati".
"No, purtroppo".
"Incredibile- Mi dispiace".
"Se non vado errato avevate istruito un processo contro una banda di slavi, trafficanti di donne. Eravate riusciti a ottenere diverse condanne pesanti, tutte confermate in appello-".
"Mi ricordo perfettamente. Cosa c’entra questo con la sua visita?".
"Forse nulla, ma ho bisogno di fare chiarezza su alcuni vecchi casi di Larocca".
Il magistrato gli fece cenno di proseguire.
"Al processo giocò un ruolo fondamentale la testimonianza di una ragazza bielorussa vittima della tratta, Maja Filipenka".
La Merini annuì senza distogliere gli occhi da quelli dell’investigatore. Era una di quelle persone che mantiene costante il contatto visivo in un modo tale da incutere quasi fastidio.
"Sulla scena del crimine, insieme alle impronte dell’ispettore sono state rilevate quelle della Filipenka. Era stata messa in stato di fermo e fotosegnalata per prostituzione prima che il reato fosse derubricato. E' per questo che siamo risaliti a lei. Il motivo per cui sono qui è che ho bisogno di rintracciare questa ragazza".
"Perchè?" chiese il magistrato, sulla difensiva.
"Perchè ci sono alcuni dettagli di questo "suicidio" che lo rendono ambiguo. Avrei bisogno di interrogare la Filipenka sui suoi rapporti con Larocca per capire se può aiutarmi a fare luce su alcuni punti oscuri dell’inchiesta. Il problema è che la ragazza da tre anni a questa parte sembra essere svanita nel nulla".
La Merini continuò a fissarlo per qualche secondo senza proferire verbo. Poi alzò la cornetta e chiese alla segretaria di chiamare in tribunale e riferire che avrebbe ritardato di qualche minuto.
"Le indagini su Larocca sono state affidate a lei?" chiese tornando a rivolgersi al poliziotto.
"Sì, di concerto con la Digos, sotto la supervisione del commissario capo Iovine".
La donna si esibì in un sorriso sprezzante. Il dirigente non doveva godere dei suoi favori.
"I suoi superiori sono al corrente di questo fatto della Filipenka?".
"Non ancora".
"E il magistrato titolare delle indagini?".
Strega decise di giocare a viso scoperto. "Nemmeno".
La donna inarcò un sopracciglio. "E le sembra corretto agire in questo modo?".
"No, ma ho scoperto che le impronte appartenevano alla donna soltanto stamattina. I rilievi della Scientifica possono testimoniarlo, e sono venuto prima da lei perchè ho paura che la ragazza possa essere in pericolo di-".
"La sua tesi pecca di astrattezza, commissario. Ho una particolare avversione per le congetture. Possiede o no prove tangibili che possano indicare che la ragazza sia in pericolo?".
La Merini sapeva con chi aveva a che fare; la voce sull’inchiesta interna a cui il commissario era stato sottoposto era circolata per settimane nel loro ambiente, ed era naturale che la procuratrice fosse prevenuta nei suoi confronti. Strega si chiese se fosse stato un errore recarsi lì. Forse avrebbe fatto meglio a indagare per conto proprio. Ora c’era il rischio che la Merini lo ostacolasse.
"Non ho prove tangibili, ma nutro il forte sospetto che qualcuno volesse impedire di mettere in relazione Larocca con la ragazza".
"E perchè mai le avrebbe fatto ritrovare le impronte? Non si sarebbe preso la briga di cancellarle a quel punto?" chiese la donna.
Lo stava mettendo all’angolo con la sua logica ferrea.
"In effetti qualcuno si è premurato di cancellarle, però qualcuna gli è sfuggita. Ma al di là di questo, mi scusi, perchè la ragazza si trovava in casa di Larocca? Vorrei appurarlo".
"Perchè ritiene che io possa saperlo?" ribattè il magistrato. "Voglio dire, perchè è convinto che io sia a conoscenza di cosa ne è stato della ragazza?".
"Perchè credo che la Filipenka sia entrata per un periodo nel servizio di protezione testimoni, e che a un certo punto, quando la minaccia nei suoi confronti si è attenuata, ne sia uscita con una nuova identità e un permesso di soggiorno, se non addirittura la cittadinanza italiana. E' per questo che negli ultimi tre anni si sono perse le sue tracce: perchè ha cambiato nome. Ora, sinceramente il motivo per cui si trovasse in casa di Larocca mi sfugge, ma ho bisogno di saperlo".
"Quindi cosa vuole da me?".
"Vorrei che si mettesse in contatto con la ragazza per sincerarsi prima di tutto che stia bene, e che in secondo luogo mi permettesse di parlarci per cercare di ricostruire le ultime ore di vita dell’ispettore".
La donna picchiettò con le unghie sullo scrittoio come se stesse valutando il da farsi.
"Facciamo così" disse poi. "Mi lasci il suo biglietto da visita. Vedrò cosa posso fare. Se la ragazza dovesse essere in possesso di informazioni utili alla sua indagine non esiterò a contattarla. Per quanto riguarda lei, invece, chiederò formalmente al suo superiore e al collega titolare del fascicolo di essere prontamente aggiornata su qualsiasi sviluppo legato alla Filipenka. Quindi la prego di contattarmi qualora dovesse avere novità , anche le più insignificanti".
"La ringrazio, dottoressa" disse Strega porgendole il bigliettino.
La donna lo prese e lo infilò nell’agenda ministeriale.
"Per quello che vale, l’ispettore Larocca non mi pareva un tipo da togliersi la vita. In queste cose non si può mai dire, ma non mi sembrava proprio".
"Lo ritengo anch’io".
I due si strinsero la mano. Strega lasciò l’ufficio consapevole che la donna avrebbe tenuto fede ai suoi propositi. Aveva volutamente evitato di informarla sulle menzogne dell’ispettrice Muraro e i dubbi che nutriva su di lei: voleva affrontarla a muso duro, senza magistrati di mezzo.
Mentre abbandonava la procura inoltrò a Iovine la mail della Scientifica, per tenerlo buono, e si preparò ad affrontare la Muraro.
48.
Strega era pagato per scoprire la verità . Per questo odiava le menzogne, sebbene fosse consapevole che talvolta sono necessarie. Quando però a mentire era un collega, frapponendosi tra lui e la verità , non sentiva ragioni.
Così decise di inchiodare Sonia Muraro alle proprie responsabilità nel modo peggiore: facendole una scenata davanti a tutti.
Si presentò alla sua scrivania e alla presenza dei suoi collaboratori disse: "Mi hai mentito".
"Scusi?" si schermì lei.
L’ufficio piombò in un silenzio surreale.
"Dammi solo una ragione per cui non dovrei bussare alla porta del tuo dirigente e denunciarti per intralcio alle indagini e favoreggiamento" continuò brusco.
"Che cosa? Cosa diavolo sta dicendo?" disse la poliziotta arrossendo.
"Maja Filipenka. Ti dice qualcosa?".
Sonia Muraro ammutolì.
"Ecco- Perchè mi hai mentito? Chi stai proteggendo?".
La donna abbassò lo sguardo e non fiatò. Vito fece per dirigersi verso l’ufficio del dirigente del commissariato.
"Aspetti!" lo chiamò la Muraro.
"Non ho tempo da perdere, ispettore. Sono appena stato dal sostituto procuratore Merini che è a conoscenza di tutto e mi ha mandato qui per darti una seconda possibilità , prima di passare alle maniere forti. Basta con le stronzate".
Le mani della donna presero a tremare.
"Le dirò tutto, ma andiamo fuori" lo pregò.
"Non tollererò altre bugie, Muraro".
"Le dirò tutto quello che so. Giuro".
Strega lesse nei suoi occhi che l’aveva spaventata abbastanza e la seguì.
49.
"Cosa sa la Merini?" chiese l’ispettrice Muraro fumando in preda alla tensione.
Strega non le rispose. Voleva snervarla, affinchè fosse meno propensa a mentirgli ancora.
"Perchè mi hai detto che non conoscevi la ragazza?".
"Non lo so- Ho fatto una cazzata-" disse la donna guardandosi intorno. Si trovavano nel parcheggio del commissariato. Vito notò che li stavano fissando dalle finestre degli uffici.
"Possiamo spostarci da qui per favore?" gli chiese.
"No" ribattè duro. "Sto ancora aspettando una risposta".
"Conoscevo la ragazza, è vero. Avevo collaborato a un’inchiesta in cui era coinvolta, ma sono passati diversi anni. Avevo dimenticato il suo nome".
Strega scosse la testa. Un’altra menzogna. La Muraro era una di quelle persone facili a leggersi. Le emozioni scorrevano sul suo volto nitide come immagini su uno schermo.
Vito ricordò che sulla scrivania della donna aveva visto la fotografia di un bambino sugli otto anni, sicuramente il figlio. All’anulare portava la fede nuziale. Questo significava che aveva parecchio da perdere.
"Perchè arrivare a compromettere carriera e famiglia? Per cosa poi?" si domandò.
Decise di giocare più duro di quanto avesse previsto. "Hai tre secondi per dirmi la verità prima che chiami la Merini" disse mostrandole il cellulare. "Abbiamo trovato delle impronte in casa. Le abbiamo inserite nell’AFIS ed è spuntato fuori il nome della Filipenka, quindi la sua presenza in casa di Larocca è un dato di fatto".
La Muraro impallidì.
"Questo è bastato affinchè il procuratore capo coinvolgesse anche la dottoressa Merini nell’inchiesta, dato che è stata lei a portare Maja dentro il sistema di protezione testimoni" mentì. "Voleva capire perchè la ragazza fosse nell’abitazione di un poliziotto morto suicida".
Strega aveva giocato d’azzardo. Ma dall’espressione della poliziotta capì che se l’era bevuta.
"Non è possibile" sospirò lei passandosi una mano sul volto contratto dall’angoscia.
"Sai che è una tipa cazzuta. Mi ha detto di metterti in stato di fermo e portarti in questura se mi avessi ancora mentito. E' questo che vuoi? Vuoi portarmi al punto di chiamare una volante e farti trascinare al palazzo come una criminale comune?".
"No-".
"E allora dimmi che cazzo sta succedendo e chi stai coprendo, Muraro. Tu sapevi che Maja era in quella casa, vero?".
"Sapevo che aveva soggiornato in casa di Roberto, ma mesi prima".
"Perchè mai?".
"Ho bisogno di garanzie da parte vostra che le mie dichiarazioni non-".
"Non sei nella posizione di porre condizioni, ispettore. Non farmi perdere la pazienza".
La donna buttò il mozzicone a terra e fissò Strega in quegli occhi nero ossidiana.
"Roberto e Maja avevano una relazione" sputò fuori d’un fiato.
Vito accusò il colpo. Era un’ipotesi che non aveva preso in considerazione. Le fece cenno di proseguire.
"Avevano più di vent’anni di differenza, ma erano sempre stati molto vicini fin dall’inchiesta sulla tratta, e poi dopo, durante il processo, il loro rapporto si era fatto ancora più stretto. All’inizio pensavo che lui rivedesse in lei sua figlia, con cui non era mai riuscito a creare un rapporto. Quindi che fosse solo qualcosa di platonico, una sorta di compensazione sentimentale. Mi sbagliavo".
"Chi altri lo sapeva?".
"Solo io. E l’avevo scoperto, non era stato lui a dirmelo. Ovviamente non voleva che la cosa uscisse fuori, aveva paura di danneggiare la propria reputazione. La relazione non sarebbe stata vista di buon occhio nè dalla procuratrice, che in quel periodo aveva il caso ancora aperto, nè dai nostri superiori. Sa come la pensano su queste cose".
"Quindi avevi deciso di coprirlo".
"Sì, un po’ perchè avevo paura che di riflesso danneggiasse anche me, e poi perchè pensavo che fosse qualcosa di passeggero. Non poteva continuare- e in effetti dopo qualche mese finì, quando lei entrò in regime di protezione".
"Quanto ci è rimasta?".
"Due anni".
"E poi?".
"Si è rifatta una vita normale, con una nuova identità . E' allora che hanno ripreso i contatti".
"Ricordami il suo nuovo nome. Di Maja, intendo".
"Marika Lado".
Strega sfogliò la sua memoria, ma era praticamente certo di non essersi mai imbattuto in quel nome: nè tra le versioni digitali degli atti nè dentro la rubrica telefonica del cellulare di Larocca. Questo era molto strano.
"Continua".
"La ragazza ci aveva aiutato a mandare in galera un sacco di gente. L’indagine era partita dall’omicidio di una slava, trovata morta in una discarica. Ci mettemmo in moto da quello e scoprimmo che altre dieci ragazze dell’Est, tutte vittime di sex trafficking, erano scomparse. La nostra ipotesi investigativa era che fossero state uccise anche loro. Roberto era ossessionato da questo fatto, anche perchè gli schiavisti a cui eravamo risaliti grazie a Maja avevano negato un loro coinvolgimento nella sparizione. Quindi avevamo risolto il caso solo a metà . Avevamo arrestato i responsabili della tratta, ma dopo la condanna tutti si erano dimenticati delle ragazze scomparse".
"Tutti a parte Larocca".
"Esatto. Così credo che abbia riallacciato i rapporti con Maja per continuare a indagare su quella storia".
"Privatamente?".
La Muraro non rispose, consapevole di camminare su un terreno minato.
"Non voglio prendermela con te. Devo solo capire cos’è successo" la rassicurò Vito.
"Sì, indagò per conto suo, per quanto possibile, anche perchè provò a far riaprire il fascicolo. In realtà non era mai stato chiuso ma messo soltanto "in evidenza", però nè dalla procura nè dalla questura glielo permisero. Rigettarono la richiesta perchè non erano emersi nuovi elementi tali da giustificare la riapertura delle indagini".
"Provò a coinvolgerti?".
"Sì, ma gli feci capire che non avevo la minima intenzione di mettermi contro i vertici, e non era una buona idea nemmeno per lui, anche perchè era a un passo dalla pensione. Ma non volle ascoltarmi".
"Così chiese aiuto a Maja".
La poliziotta annuì. "Lei veniva da quel mondo e conosceva molte di quelle ragazze. Inoltre credo si sentisse in debito nei suoi confronti, visto che era stato lui a salvarla e a permetterle di cambiare vita".
"Quando l’hai vista l’ultima volta?".
"Meno di un mese fa".
"Dove?".
"A casa sua".
"Sua di Larocca?".
"No, sua di Maja".
"E c’era anche lui".
"Sì".
"Perchè vi siete visti?".
L’ispettrice Sonia Muraro si fissò la punta delle scarpe per qualche secondo, poi decise di rivelargli tutto quello che sapeva. "Ero andata a trovarla perchè Maja aveva avuto un bambino da poco".
"Un bambino?".
"Già . Marco".
"E chi è il padre?".
Sonia Muraro incrociò di nuovo il suo sguardo.
"Roberto Larocca".
50.
Aveva provato a far desistere Roberto. Aveva cercato di spiegargli che non aveva senso rischiare di mettere a repentaglio tutto ciò che avevano. Era stato lui a salvarla dalla strada, a convincerla a testimoniare, a regalarle una nuova vita offrendole la possibilità di ricominciare, lasciandosi il passato alle spalle. Ma non era riuscito a convincerlo. Nemmeno Marco, il loro bambino, aveva avuto quel potere. Roberto era ossessionato dalla sparizione delle altre ragazze. Diceva che se non avesse fatto qualcosa i sensi di colpa l’avrebbero fatto impazzire.
Alla fine Maja aveva deciso di aiutarlo, più per stanchezza che per una reale convinzione. Così aveva riaffrontato il suo passato, quello che aveva sepolto nei recessi più bui della memoria, nonostante il dolore per la riapertura di quelle ferite.
In quel momento, legata a quel lettino ospedaliero, con il ronzio dei macchinari in sottofondo e la vista inquietante di quelle gabbie vuote, comprese di aver fatto il più grande errore della sua vita.
"Che anche il bambino fosse frutto di un suo calcolo e non di un bisogno d’amore, come continuava a dirmi?" si domandò. Il dubbio che Roberto avesse voluto darle un figlio soltanto per legarla ancora di più a sè e indurla a collaborare con lui aveva iniziato a erodere le sue convinzioni. Lei quel bambino l’aveva voluto per cancellare il passato.
"Lui, invece, perchè tu lo aiutassi a fare luce sul tuo passato" riflettè.
Una lacrima le rigò il viso. Il pensiero di essere stata usata anche da Roberto era insopportabile. L’ossessione che provava per il caso delle ragazze scomparse l’aveva cambiato, rendendolo una persona più oscura e sfuggente.
Chiuse gli occhi e respirò profondamente per cercare di alleviare l’emicrania che non le dava un secondo di tregua. L’uomo che la teneva prigioniera continuava a sedarla, sfibrandola nel fisico e nella mente. La ragazza fluttuava costantemente in uno stato di semincoscienza. Elaborare riflessioni logiche era quasi impossibile.
"Cosa ne sarà di me?" si chiese.
Ma in fondo al suo cuore sapeva benissimo a quale destino stava andando incontro.
Si augurò soltanto che l’assassino di Roberto le permettesse di rivedere suo figlio almeno un’ultima volta.
Sperando che il bimbo potesse sentirla Maja fece appello a tutte le sue forze e prese a cantare nella sala vuota la stessa ninnananna che le cantava sua madre quando era piccola.
Dopo qualche secondo sentì la porta aprirsi e lo vide entrare con una siringa in mano.
Maja socchiuse gli occhi al suono dei suoi passi e continuò a cantare finchè non avvertì la puntura dell’ago sul braccio e quella marea ipnotica che l’assalì di colpo, cristallizzando le sue parole, fino a sommergerla.
"Non fare del male al bambino" sussurrò prima di perdere i sensi.
"Troppo tardi" rispose l’uomo al corpo esanime della ragazza. In quel momento tre uomini con addosso camici da chirurgo entrarono nella stanza.
"Possiamo iniziare?" gli chiesero.
L’uomo diede un’occhiata al suo orologio. Era in ritardo. Fissò Maja per un’ultima volta e poi annuì.
"Voglio un lavoro ben fatto" disse loro prima di abbandonare la sala.
51.
Strega ci mise qualche secondo a incassare anche quel colpo. Sapeva di dover vagliare con attenzione l’attendibilità delle informazioni ricevute, ma era convinto che la poliziotta fosse in buona fede.
"Lui non ha voluto riconoscerlo per i motivi di cui abbiamo parlato prima. Non credo che fosse desiderato".
"Quanti mesi ha il bambino?" domandò il commissario.
"Tre o poco più".
"Come l’hai scoperto?".
"E' stato lui a dirmelo".
"Perchè aveva paura" ragionò Strega. "Temeva che gli potesse accadere qualcosa e voleva che almeno qualcuno ne fosse a conoscenza. Per proteggere il piccolo e la madre, chi meglio del suo partner?, avrà pensato".
"Come aveva preso questa storia del figlio?" chiese Vito.
Sonia scrollò le spalle. "Tutto sommato bene. Solo, credo che si vergognasse un po’".
Si erano rifugiati dentro un bar. Strega aveva tra le mani una tazza di caffè doppio. Mentre Sonia beveva a sorsi leggeri il suo tè Vito ne approfittò per riordinare i pensieri. Un groviglio che ancora non riusciva a sciogliere.
"Che tu sapessi, e per favore dimmi la verità , Larocca aveva un secondo cellulare?".
"No, penso di no".
"Ho fatto analizzare il suo telefonino insieme ai tabulati telefonici e non ho trovato nessuna chiamata sospetta. In rubrica non aveva nè il nominativo di Maja nè quello della sua nuova identità . Il punto è: come faceva a chiamarla?".
"Non lo so. Di certo è strano. Lei cosa pensa?".
"Credo, ora più che mai, che non si sia trattato di un suicidio. Aveva appena avuto un figlio, perchè avrebbe dovuto uccidersi? Per sfuggire alla responsabilità ? Sinceramente non mi sembrava il tipo- E poi c’è un altro dettaglio".
Strega trafficò sul cellulare e lo rivolse verso la poliziotta, mostrandole una foto del bagno dell’abitazione di Larocca.
"Noti qualcosa di anomalo?" le chiese.
"In quel bicchiere c’è un tubetto di dentifricio ma nessuno spazzolino".
"Esatto. Però sul dentifricio oltre alle impronte di Larocca sono presenti anche quelle di Maja".
"Quindi?".
"Io credo che qualcuno abbia inscenato il suicidio e abbia cercato di cancellare qualsiasi traccia della presenza della ragazza. Secondo me ha trovato due spazzolini e non sapendo quale fosse quello di Maja li ha portati via entrambi".
"Perchè?".
"Te l’ho detto, perchè non vuole che il "suicidio" venga messo in relazione con la ragazza. Solo che, forse preso dalla fretta, ha fatto alcuni errori. Si è dimenticato del pettine di Maja, Larocca era calvo, e si è incasinato con questa storia degli spazzolini".
"Ma- ha detto che sul cadavere non sono state trovate lesioni da difesa nè segni di coercizione. Come può averlo costretto a-".
"Non lo so".
"Chi pensa che potrebbe aver fatto una cosa del genere?".
"Ripeto, ancora non lo so. Ma secondo me è andata così. E la stessa persona si è sbarazzata del secondo cellulare di Larocca, quello con cui comunicava con Maja. Tutto questo è frutto di calcolo: e secondo me chiunque sia stato non era alla sua prima volta".
"Un professionista?".
"Molto probabile" rispose Strega.
"Pensa che potrebbe essere coinvolta l’organizzazione che abbiamo sgominato? Hanno voluto vendicarsi?".
La voce della poliziotta tradiva preoccupazione: se avevano colpito Larocca il prossimo bersaglio poteva essere proprio lei, l’altra titolare del caso.
"Io credo di no. E' solo una sensazione ma ho paura che questa non sia opera di una banda criminale. Non è il loro stile".
"Non la seguo".
"Ho paura che Larocca possa aver davvero scoperto qualcosa sulla scomparsa di quelle ragazze, entrando così nel mirino dei veri responsabili delle sparizioni".
La Muraro rimase senza fiato. "Sinceramente mi sembra un’ipotesi molto fantasiosa che poco ha a che fare con-".
"Hai detto che stava indagando autonomamente, giusto? Questa sua indagine avrebbe dovuto produrre un minimo di materiale sia cartaceo che informatico, no? Appunti, annotazioni, qualche immagine".
La Muraro annuì.
"Peccato che io non abbia trovato nulla. Nè in casa nè in ufficio. Ho passato al setaccio il suo laptop, ma anche in quello non ho scovato niente. Come te lo spieghi?".
La poliziotta non fiatò.
"Qualcuno ha inscenato il suo suicidio e ha fatto sparire il cellulare e tutta la documentazione che aveva sul caso, per impedirci di mettere in relazione Larocca con le sparizioni. Un repulisti in grande stile. Ciò significa che anche Maja potrebbe essere in pericolo, capisci? Ho bisogno che mi porti subito da lei" disse Strega.
Sonia impallidì, come se soltanto in quel momento avesse preso coscienza della reale portata di quella minaccia. Balbettò qualcosa d’incomprensibile.
"Calmati, Muraro. Sai dove vive la ragazza?".
"C’è un problema" sospirò.
Vito aggrottò la fronte.
"Dopo che ho saputo di Roberto sono andata nell’appartamento di Maja ma non ho trovato nessuno. Ho provato ad andarci anche nei giorni seguenti ma non mi ha mai risposto. Ho pensato che si fossero rifatti vivi i colleghi del servizio protezione e l’avessero portata via per precauzione. Non ho minimamente pensato che qualcuno potesse averla-".
Strega non sentiva più le sue parole.
Aveva realizzato che era ormai troppo tardi.
52.
Strega non si sorprese di trovare il magistrato fuori dalla casa di Maja. Vide degli uomini in borghese che parlavano con la Merini. Non li aveva mai visti prima.
"Sai chi sono quelli?" chiese alla Muraro accostando.
"Uomini del Servizio centrale di protezione. Ci ho avuto a che fare qualche anno fa".
Vito parcheggiò e spense il motore. "Tu aspettami qui. Ho bisogno di parlarci qualche minuto da solo per spiegarle che hai soltanto cercato di proteggere il tuo partner".
La poliziotta annuì. Il viso era una maschera di tensione. "Grazie".
Strega andò incontro al magistrato, che si staccò dal drappello di poliziotti e lo aspettò a braccia conserte. Il suo sguardo non lasciava presagire condiscendenza.
"Non mi aspettavo di rivederla così presto, commissario".
"Sinceramente nemmeno io, dottoressa. Nessuna traccia della ragazza, vero?".
La donna aggrottò la fronte per poi scuotere la testa. "Come ha scoperto questo posto?".
Vito indicò la Muraro. "L’ispettrice Sonia Muraro, la partner di Larocca. Si ricorda di lei?".
"Certo".
"L’ho interrogata in merito al suo rapporto con Larocca per la mia indagine e sono emersi degli elementi che credo lei debba conoscere".
"Quali elementi? Perchè non mi ha informata telefonicamente?" chiese con una nota aggressiva nella voce.
"Perchè è una cosa delicata di cui volevo parlarle di persona, dottoressa. Non volevo scavalcarla, stia tranquilla. Immaginavo di trovarla qui".
"Forza, allora" lo spronò.
Strega aveva deciso di giocare a carte scoperte con la Merini, aveva bisogno di un alleato in procura in grado di aiutarlo a orientare le indagini nella giusta direzione, non di un nemico. Così le raccontò tutto ciò che aveva scoperto e come le rivelazioni fornitegli dalla Muraro si incastrassero in quel quadro indiziario.
Quando Strega ebbe finito la donna si chiuse in un silenzio assorto. Come a voler dare manforte alle parole del commissario, uno degli uomini uscì dalla casa e richiamò la sua attenzione mostrandole un biberon.
"Merda" sospirò la Merini.
"La ragazza non è sparita di sua sponte, dottoressa. Qualcuno ha preso sia lei che il bambino. Ed è la stessa persona che ha a che fare con la morte di-".
"Venga con me" disse il magistrato prendendolo per un braccio.
Allontanatisi dal gruppetto di poliziotti, la Merini si rivolse a Strega sottovoce. "Allo stato attuale delle cose le sue sono soltanto illazioni. L’unico dato certo è che l’ispettrice Muraro rischia un procedimento disciplinare per essersi tenuta per sè delle informazioni vitali per l’indagine".
"Ma-".
"Stia zitto e ascolti. Da quello che so lei è ancora sotto osservazione, Strega. E questo è palese. Lo dimostra il fatto che deve sottoporsi settimanalmente a dei colloqui con una psicologa e che lei non è a capo dell’inchiesta che, tra l’altro, da quanto so, è in corso di archiviazione. Non pago di questo si sta muovendo in modo assai spregiudicato, giungendo a conclusioni troppo affrettate. Non abbiamo trovato alcuna prova che la ragazza sia stata rapita. Nessuna".
"E dove sarebbe allora?".
"Potrebbe darsi che, avendo saputo del suicidio di Larocca, se ne sia andata in tutta fretta temendo di non avere più protezione".
Strega annuì, come per darle corda. "Possibile. Ma avrebbe potuto chiamare il suo referente nel servizio protezione, no? Sarebbe stato più logico. Cosa che non ha fatto, immagino".
Gli occhi duri del magistrato risposero per lei. "Ascolti bene, perchè le sto per dire quello che faremo. Ho appena diramato un bollettino di ricerca per la ragazza, che adesso correggerò estendendo anche al figlio. Poi chiamerò i suoi superiori e li farò venire qui. Nel mentre interrogherò l’ispettrice Muraro e cercherò di capire se abbia agito in buonafede o meno. Soltanto dopo chiederò al procuratore capo una riunione d’urgenza con i titolari dell’inchiesta sulla morte di Larocca per capire se possiamo dare alla sua interpretazione un fondo di concretezza, e lo spero vivamente per lei, commissario, perchè se dovesse averci fatto perdere del tempo prezioso a rincorrere delle fantasie le cose non si metterebbero bene".
Strega non potè far altro che accettare quella decisione, tuttavia sapeva bene che Iovine e Izzo lo avrebbero silurato, mortificandolo per aver coinvolto nelle indagini la Merini senza prima avvisarli. Non aspettavano altro.
"Rimanga in attesa dei suoi superiori e faccia venire l’ispettrice Muraro".
Vito capì che non aveva senso insistere, così tornò in macchina.
"Vuole farmi il culo, vero?" chiese Sonia.
"Diciamo che l’espressione rende l’idea" disse Strega con una smorfia che avrebbe voluto essere un sorriso. "Attieniti a quanto mi hai detto, e non tirare in ballo i sospetti sulla morte di Roberto. Da quell’orecchio non ci vuole sentire nemmeno lei".
"L’ha sollevata dall’indagine, dottore?".
"Dammi pure del tu, a questo punto. No, non sono ancora fuori, ma lo sarò presto. I miei dirigenti- Diciamo che non godo della loro stima".
"Manderanno avanti le indagini?".
Strega scosse la testa. "Non credo. E anche se lo facessero non riuscirebbero nemmeno a trovarsi il cazzo nelle mutande. Perdona la volgarità ".
Sonia sorrise mesta. "E cosa hai intenzione di fare?".
"Adesso va’ da lei".
Sonia lo fissò ancora per qualche secondo, poi uscì dalla macchina e si diresse verso la Merini, che l’accolse con un sorriso da squalo.
"Stanno soltanto perdendo tempo" si disse Strega, pensando a Maja e al neonato. "Non li troveranno mai".
53.
Rizzo entrò nell’ufficio di Iovine senza bussare. Chiuse la porta e allargò le braccia in un gesto incredulo.
"Stavo per venire a chiamarti" disse Iovine.
"Che cazzo sta succedendo? Non hai detto di averlo destituito dall’indagine?" chiese il dirigente della Digos. "Cos’è questa storia della Merini? Quella è una stronza micidiale".
"Non ne ho idea, e sì, l’avevo destituito, ma ho dovuto dargli ragione su una cosa. In casa di Larocca c’era un’altra persona, una donna".
"Sarà stata una che si scopava. Si è fissato con questa storia che il suicidio sia in realtà un omicidio mascherato, ti rendi conto?".
Il commissario capo scosse la testa con un sorriso sprezzante.
"Strega è una testa di cazzo ingestibile, Iovine. Ci farà finire nei guai".
"Lo so".
"E allora? Non eravamo d’accordo di metterlo in panchina?".
"Certo. Ed è così che andrà . Con questa storia della Merini mi ha saltato a piè pari, servendoci su un piatto d’argento un pretesto per fotterlo".
Rizzo annuì. "E' un assassino, ha ucciso un collega. Non dovrebbe nemmeno essere in servizio".
"E' solo questione di tempo, te l’ho detto. Tu aiutami a prendere il posto di Palamara e vedrai che Strega non sarà più un nostro problema".
L’uomo della Digos aprì la porta. "Voglio chiudere questa storia il prima possibile" disse. "Larocca merita un funerale e di riposare in pace".
"E' quello che voglio anch’io" rispose il collega dandogli una pacca sulla spalla. "Forza, andiamo a sentire cosa vuole quella stronza della Merini".
54.
Strega disattese gli ordini della PM. Mentre lei interrogava la Muraro lui fece il classico "porta a porta" rivolgendo domande ai vicini di casa della ragazza. Il complesso abitativo era composto da una trentina di appartamenti, tutti modesti, anonimi, tipici di quel quartiere dormitorio. Un buon posto per nascondere un collaboratore di giustizia, riflettè.
Dopo mezz’ora di scampanellate a vuoto e persone che non avevano la minima idea di chi fosse Maja, la fortuna gli sorrise.
"Buongiorno. Sono della polizia, avrei bisogno di farle qualche domanda" disse qualificandosi all’uomo di mezz’età che gli aveva aperto.
"Buongiorno, prego".
"Conosce questa donna?" chiese mostrandogli la foto segnaletica.
"Sì. Abita qui, credo al 24 A o forse B, comunque giù al primo piano. Però non ha più quel colore di capelli".
"Non è più bionda?".
"No. Li porta neri ora, e più corti. Ha fatto qualcosa?".
"Nulla di grave. La stiamo solo cercando per farle qualche domanda. Quand’è stata l’ultima volta che l’ha vista?".
"Circa una settimana fa. Purtroppo sono a casa per questa" disse mostrando la gamba destra ingessata fin sopra il ginocchio. "Ho un sacco di tempo libero e passo parecchio tempo alla finestra. Sì, credo che fosse una settimana fa, non di più".
"Era sola?".
"No. Aveva il bimbo con sè, ed è venuta a prenderla un uomo. E' andata via con lui".
"Potrebbe descrivermelo?".
"Calvo, sulla cinquantina. Faccia anonima".
"L’aveva visto altre volte in giro?".
"Sì, veniva ogni tanto a trovare la ragazza. Ci ho fatto caso perchè mi sono sempre chiesto se fosse libera. E' davvero una bella ragazza".
Vito aprì la galleria immagini sul cellulare. "Per caso è questa la persona con cui l’ha vista andar via?" domandò mostrandogli una foto di Larocca.
"Esattamente. Proprio lui".
"E ha notato qualcosa di strano? Un po’ di tensione, qualche litigio? Qualcosa di anomalo, insomma?".
"Mi pare di no. La ragazza aveva un bagaglio leggero, ed è entrata nell’auto dell’uomo. Nulla di particolare".
"Da quel giorno è sicuro di non averla più vista?".
"Sì, ne sono certo".
Di sotto due auto col lampeggiante acceso accostarono e ne scesero Rizzo e Iovine con i rispettivi sottoposti. Iovine si guardò intorno come per cercarlo. Quando lo vide sul ballatoio gli fece cenno di scendere subito.
"Fine dei giochi" pensò Strega.
Si appuntò il nominativo del testimone e lo ringraziò. Mentre scendeva riflettè sull’informazione acquisita. Era quasi certo che Larocca non avesse portato la ragazza a casa sua. Dai verbali redatti dagli ispettori sui colloqui preliminari con i vicini del poliziotto non era emerso nessun riferimento a una presenza femminile a casa dell’ispettore negli ultimi tempi.
"Forse aveva ricevuto qualche minaccia e l’ha portata in un luogo sicuro" pensò. "Casa sua non lo era abbastanza".
"Eccola, la trave portante della questura. Si può sapere che cazzo sta succedendo? Non ti avevamo dato ordini precisi?" lo attaccò Rizzo.
"La storia è più complessa di quello che sembrava all’inizio" si difese il commissario.
"Perchè cazzo abbiamo dovuto sapere cosa stava succedendo dalla Merini e non da te? Vuoi avere la cortesia di spiegarmelo?" rincarò la dose Iovine.
"In casa di Larocca sono state trovate impronte di una donna. Tale Maja Filipenka. Ha cambiato nome dopo essere entrata nel Sistema di protezione testimoni. E' stata una schiava sessuale, e Larocca l’ha salvata dalla tratta, usando la sua testimonianza per sgominare una banda di schiavisti".
"E questo che cazzo c’entra col caso?" sbottò l’uomo della Digos.
"C’entra parecchio, perchè Larocca e questa ragazza avevano una relazione. E un figlio".
"Un figlio?" quasi gridò Iovine. "Mi stai prendendo per il culo?".
"No. E in più la ragazza è sparita nel nulla da circa una settimana. Strano, no?".
"Come diavolo hai scoperto queste cose?" chiese Iovine, mentre Rizzo continuava a fissarlo con ribrezzo.
Vito stava per entrare nel dettaglio quando la Merini li raggiunse insieme alla Muraro.
"Ben arrivati, signori" esordì la Merini, stringendo la mano ai due dirigenti. "Possiamo scambiare due parole in privato?" chiese a Rizzo e Iovine.
I due annuirono.
"Tu rimani qui. Con te abbiamo appena iniziato" sussurrò il dirigente della Digos a Strega.
I tre entrarono nell’abitazione della ragazza.
"Com’è andata?" chiese Strega alla poliziotta.
"Mi ha strapazzata per bene, ma non credo che voglia incriminarmi".
"E' già qualcosa".
"Sono i tuoi superiori, vero?" chiese Sonia. "Conosco solo Iovine, quello-".
"Quello impomatato, sì. Ora è il vicario del vicequestore alla Mobile. L’altro è un dirigente della Digos. Lo stesso che ha investigato sulla storia del mio partner".
"Devono volerti molto bene dagli sguardi che ti lanciano".
"Già , e non perdono occasione per dimostrarmelo".
"Novità sulla ragazza?".
"Che io sappia no. Ho interrogato i vicini, però. Tienitelo per te: un inquilino del terzo piano mi ha detto di aver visto Maja e il bambino andare via con un uomo una settimana fa. Gli ho mostrato la foto di Larocca e ha detto che senza dubbio si trattava di lui".
"Roberto ha preso Maja e il bimbo con sè una settimana fa?".
"Così dice il testimone".
"E dove li ha portati? A casa sua?".
"Non credo. Da qualche altra parte".
"Che casino- La Merini ci vuole tutti in procura per decidere come procedere".
"Quando?".
"Credo ora. L’ho sentita telefonare al magistrato titolare dell’inchiesta sulla morte di Roberto per convocarlo in procura. Dovremo relazionare al procuratore capo su tutto quello che sappiamo, poi lui deciderà come muoversi e a chi affidare le indagini".
"Odio queste puttanate da burocrati. Dovremmo metterci subito a cercarla anzichè rinchiuderci in un ufficio a litigare".
"Povera Maja. Pensi che lei e il bambino stiano bene?".
Strega la fissò per qualche secondo, poi distolse lo sguardo. Non se la sentiva di dirle che le probabilità che fossero ancora vivi erano di poco superiori allo zero.
"Eccoli" svicolò indicando il terzetto.
"Senti, prima che succeda chissà cosa, ci tenevo a dirti che ho evitato di parlarti di Maja soltanto perchè volevo davvero proteggere Roberto" disse Sonia.
Strega lesse nei suoi occhi che gli stava dicendo la verità .
"Lo so. Probabilmente al tuo posto avrei fatto la stessa cosa".
"Bene, speriamo che sia breve e indolore" disse la Muraro.
Strega era certo che sarebbe stato esattamente l’opposto.
55.
Espletate le presentazioni e le formalità introduttive, il procuratore capo Andrea Maria Scurati venne messo a conoscenza dei fatti in ordine cronologico dai due magistrati che a suo tempo si erano occupati dell’indagine, la Merini e il PM Orbetello, i quali finirono per infervorarsi nella difesa dei rispettivi ruoli nell’indagine.
"Datevi una calmata tutti e due. Questa non è una requisitoria" intervenne duro Scurati dopo nemmeno dieci minuti. "Sentiamo cosa dice la polizia giudiziaria".
La palla passò a Rizzo e Iovine, che cercarono di difendere il proprio operato tratteggiando uno scenario investigativo impeccabile a livello formale e procedurale, sebbene il procuratore avesse inarcato più volte le sopracciglia durante il resoconto.
Quando i due dirigenti ebbero concluso l’esposizione Scurati scosse la testa e li fissò tutti come se fossero una banda di rapinatori incalliti.
"Signori, non vedo l’ora di leggere gli atti con cui cercherete di dare rilevanza processuale a questi fatti" li canzonò.
Rizzo, Iovine e Orbetello arrossirono. La Merini era un blocco di ghiaccio.
"Dottor Strega, a quanto pare tutto gira intorno a lei. Ora, non voglio entrare nel merito delle vostre scelte investigative, ma lasciatemi dire che vi siete mossi in un modo, diciamo così, ambiguo, per usare un eufemismo".
"In realtà è proprio il caso in sè a essere ambiguo, dottore" ribattè Strega attirandosi le occhiate fiammeggianti dei superiori.
"Si spieghi meglio".
Vito valutò quanto esporsi. Era consapevole che quella decisione avrebbe potuto avere pesanti ripercussioni sull’inchiesta. Optò per una versione dei fatti depurata da qualsiasi valutazione personale, mise in evidenza le contraddizioni del caso, le anomalie e le ombre, ma senza palesare i suoi sospetti sul fatto che si trattasse di un suicidio inscenato ad arte.
Scurati lo ascoltò senza interromperlo nemmeno una volta. Sembrava intenzionato a capire fin dove Vito volesse spingersi con quel discorso.
"Ha finito?" chiese alla fine con un’espressione scettica.
"Sì, dottore".
"Lei era la partner dell’ispettore Larocca, ho capito bene?" domandò Scurati alla Muraro.
"Esattamente, dottore".
"Commissario Strega, ho bisogno di porre alcune domande personali sull’operato dell’ispettrice Muraro. Le chiedo la cortesia di aspettarci fuori per qualche minuto".
Quella richiesta colse Strega alla sprovvista, ma si alzò e lasciò l’ufficio del procuratore.
Dopo una decina di minuti la Merini lo raggiunse nell’anticamera dell’ufficio.
Istintivamente Strega si alzò.
"Allora, Scurati ha predisposto la riapertura dell’inchiesta sulla morte di Larocca e un avvicendamento nella titolarità del fascicolo. O meglio: entrambi i casi sono stati assegnati a me, con una contitolarità del collega su quello di Larocca".
"Questo significa che si è convinto che i casi sono collegati?".
"Ho faticato un po’ ma alla fine ce l’ho fatta".
"Complimenti, è già qualcosa".
La donna annuì, eppure un’ombra le oscurava il viso. "Purtroppo non sono riuscita a persuadere nè lui nè i suoi superiori della bontà del suo operato, commissario".
Strega socchiuse gli occhi. Il cuore prese a martellargli nelle orecchie.
"Non so come mai ce l’abbiano così tanto con lei, ma i suoi superiori hanno preteso che venga sollevato dall’indagine per violazione delle regole di procedura e incompatibilità con il caso. Ritengono che stia lavorando sotto un’esagerata spinta emozionale, insomma, che si sia fatto coinvolgere troppo".
"Figli di puttana" pensò Strega.
"Guardi, io sono intervenuta in sua tutela e ho difeso il suo lavoro agli occhi del procuratore capo, quindi lei non subirà nessun procedimento di qualsivoglia tipo, questo glielo posso assicurare. Ma Scurati ha disposto che sia sollevato dalle indagini e assegnato ad altro incarico".
"Grazie comunque per avermi difeso".
"Mi dispiace, dottore. Non so se la sua tesi sia corretta, ma da parte mia ce la metterò tutta per scoprire cosa sia successo veramente. Gliel’assicuro".
"Hanno intenzione di mortificarmi in seduta plenaria o posso andare?".
Le sue parole le strapparono un sorriso. "Può andare. Ora discuteremo su come dividerci le competenze e impostare la ricerca della Filipenka- So che è deluso, ma poteva andare peggio, mettiamola così".
"La Muraro resta lì?".
"Sì. Tutti vogliamo capire qualcosa di più sulla relazione di Larocca con la Filipenka".
"Ha solo cercato di proteggere il suo partner".
"Lo so, è una brava poliziotta. Cercherò di far sì che non ci siano conseguenze per lei". Il magistrato gli porse la mano. "Per quanto breve, è stato un piacere lavorare con lei, commissario. La terrò aggiornata su tutti gli sviluppi".
"Grazie" rispose Vito cercando di dosare la forza della stretta.
"Avrei bisogno che mi facesse avere tutto il materiale sul caso".
"Le spedisco ogni cosa appena arrivo in ufficio" la rassicurò Strega. Era sul punto di metterla a parte di quanto rivelato dal vicino di Maja, ma all’ultimo decise di tenere quell’informazione per sè.
Salutò la donna e lasciò la procura. Mentre stava entrando in macchina sentì il telefonino vibrare. Un messaggio da Iovine.
"Rinchiuditi in ufficio e non muoverti finchè non torno. Con te ho appena iniziato".
Strega scosse la testa e decise di adottare una linea morbida.
"Fottiti" gli rispose.
Mise in moto e guidò verso la questura in preda allo sconforto.
56.
Strega tenne fede all’impegno preso con il sostituto procuratore. Giunto in ufficio le inoltrò copia dei verbali e degli atti dell’indagine. Provò a leggere i documenti che gli aveva affibbiato Iovine ma desistette dopo qualche minuto. Non riusciva a concentrarsi. Tutto lo riportava alla morte del poliziotto e alla sparizione della ragazza. La rivelazione che ci fosse di mezzo anche un bambino aveva decuplicato il suo senso di responsabilità . Non si trattava più soltanto di fare luce sulla morte di un collega, ma di impedire che una ragazza e suo figlio facessero la stessa fine.
Venendo meno agli ordini dei superiori aprì il quaderno nero con tutti gli appunti sul caso. Per trovare Maja e il bimbo doveva capire chi aveva ucciso Larocca. Ricomponendo per l’ennesima volta la dinamica dell’omicidio realizzò che l’ispettore doveva aver aperto la porta al suo assassino per farlo entrare.
"Quindi lo conosceva o in qualche modo si fidava di questa persona" si disse. "Diversamente non si spiega perchè non abbiamo trovato segni di effrazione sulla porta".
Ciò che Vito non riusciva a comprendere era chi potesse essere stato, e perchè. Se c’entravano le ragazze significava che Larocca si era maledettamente avvicinato alla verità . Forse aveva addirittura scoperto i responsabili delle sparizioni, che avevano deciso di fermarlo prima che parlasse.
"Questo spiegherebbe perchè abbiano cancellato le tracce di Maja e se la siano presa anche con lei. Non volevano che gli inquirenti cogliessero il legame tra Larocca e la vecchia indagine sulle slave scomparse".
Strega scrisse su un foglio "secondo cellulare" e lo cerchiò diverse volte: era convinto che fosse il solo elemento in grado di disincagliare il caso. Era logico pensare che l’assassino, o gli assassini, se ne fossero impossessati e che quasi certamente se n’erano già sbarazzati: sapevano che Larocca lo aveva utilizzato per comunicare con Maja e non potevano correre il rischio che la polizia scoprisse quel nesso.
"Larocca non aveva dato a nessuno quel numero. Forse lo utilizzava soltanto per chiamare Maja- Come diavolo puoi fare a trovarlo?" si chiese.
Sentì fare breccia in lui un senso di frustrazione che conosceva fin troppo bene.
Prima di essere esonerato dal servizio operativo aveva lavorato su più di cinquanta casi di omicidio. Ne aveva risolti parecchi, ma non tutti. Uno in particolare lo angustiava ancora: all’epoca Strega era stato assegnato alla Omicidi soltanto da qualche mese e, ancora ubriaco di tutti i corsi di specializzazione in criminologia e analisi comportamentale, pensava di avere tutte le certezze in mano, di essere uno dei migliori nonostante l’inesperienza e la giovane età . I suoi superiori, per metterlo alla prova, gli avevano affidato un caso rognoso: l’omicidio particolarmente violento di un’avvocatessa. Il suo sospettato principale era il marito. Vito era intimamente convinto che fosse lui il colpevole. Gliel’aveva letto negli occhi mentre lo interrogava. Quella sicurezza gli aveva dato alla testa, sebbene non fosse ancora supportata dagli esami e dai riscontri della Scientifica. Pensando di averlo in pugno aveva cercato di estorcere all’uomo una confessione, persuaso di essere in grado di spezzare il suo alibi e la maschera di maritino disperato. Si era sbagliato. Affiancato dal proprio avvocato, il sospettato aveva ribattuto colpo su colpo, e quella che avrebbe dovuto essere una confessione si era trasformata in un bagno di sangue per Strega. Il GIP, messo sotto pressione dal legale dell’uomo, non aveva convalidato il fermo e l’indiziato era stato rimesso in libertà a causa della fragilità dell’impianto probatorio. Nelle ore successive al rilascio l’uomo aveva ucciso altre due donne, concludendo un piano criminale che era totalmente sfuggito all’investigatore. Prima che Vito venisse a conoscenza dei due nuovi omicidi erano arrivati i risultati della Scientifica che inchiodavano l’uomo per l’assassinio della moglie. Successivamente Strega era riuscito a incastrarlo per tutti e tre i delitti e al momento il bastardo stava marcendo in galera, ma quel suo errore di presunzione aveva decretato la morte di due donne. Se avesse agito con maggiore freddezza, se non si fosse fatto prendere dalla fretta e dall’urgenza di dimostrare le proprie capacità , quasi sicuramente quelle donne sarebbero state ancora vive. Quel caso lo aveva cambiato nel profondo. L’aveva reso un investigatore molto più cauto e ossessionato dai dettagli, tormentato dalla paura di sbagliare e di lasciare in libertà degli assassini.
Vinto da un moto di stizza, con una manata spazzò via tutti i documenti sulla scrivania, attirandosi le occhiate critiche dei colleghi.
"Merda" pensò recuperando il quaderno da terra e afferrando il soprabito. Dentro quell’ufficio gli mancava l’aria. Uscì di fretta, roso dal timore che presto avrebbe avuto altre morti sulla coscienza.
57.
Jessica non si aspettava quella sorpresa. Salutò i compagni e si avvicinò al poliziotto.
"Cosa ci fai qui?" gli chiese col sorriso sulle labbra.
"Sono venuto ad arrestarti" disse lui, appoggiato alla vecchia Mini.
Jessica gli diede un pugno sullo stomaco e lui rise.
"Ho chiamato tua nonna. Le ho chiesto se potevi mangiare con me".
"Wow! Sushi a volontà ?".
"Quello che preferisci".
La ragazzina sorrise e lo abbracciò. Strega guidò verso un buon ristorante giapponese mentre lei lo intratteneva con pettegolezzi su compagni e insegnanti.
Vito aveva deciso di passare la pausa pranzo con lei per staccare: aveva la mente congestionata dal caso e sentiva la necessità di pensare ad altro. Jessica, con la sua spontaneità e freschezza, era in grado di riportarlo con i piedi per terra.
"Scommetto che hai provato a invitare anche mia nonna, vero?" gli chiese mentre le teneva aperta la porta del ristorante.
"Già , ma ha declinato con ribrezzo, facendomi tutta una tirata sulla pericolosità del pesce crudo".
Jessica scoppiò a ridere. "Non mi sorprende".
Vito rimase colpito da come la ragazzina, appena si avvicinò un cameriere, domandò la password del wi-fi prima ancora che chiedergli il menù. La cura dell’identità virtuale rasentava ormai la nevrosi ossessiva, nei ragazzini così come negli adulti. Osservando la giovane connettersi a internet grazie alla rete del ristorante, Strega fu colpito dal ricordo del caso degli adolescenti assassini. Scacciò quell’oscura memoria concentrandosi sul menù.
Quando anche Jessica ebbe ordinato le chiese se ci fosse qualcosa di interessante al cinema. Aveva voglia di mettere il cervello a riposo, per quanto possibile.
"Aspetta. Fammi cercare il nostro cinema che ti dico la programmazione".
Mentre il cameriere stava servendo loro da bere, il cellulare nella tasca del commissario prese a vibrare. Il numero aveva il prefisso di Roma.
"Credo sia una chiamata di lavoro. Perdonami".
Lei gli fece l’occhiolino, rituffandosi nella ricerca.
Strega rispose e si allontanò verso l’entrata del locale.
"Dottor Strega?".
"Sono io. Chi parla?".
"Buongiorno, sono il primo dirigente Raffaele Belladonna, il direttore dell’Unità di analisi del crimine violento".
Vito sentì un brivido di tensione.
"L’offerta di lavoro a Roma, dannazione" si ricordò.
Uscì dal ristorante e si maledì per non aver risposto alla lettera che gli aveva inviato il direttore.
"La disturbo?".
"No, si figuri, dottore. Anzi, le devo chiedere scusa per non averle risposto, sono stato molto preso da un caso".
"Meglio così. Ho avuto paura che non l’avesse ricevuta".
"Sì, certo. L’ho ricevuta, e la ringrazio per l’offerta".
"Ha avuto modo di rifletterci su?".
"Ci sto riflettendo".
"Guardi, sarò molto sincero con lei. Spero davvero che accetti. Io e la mia squadra abbiamo seguito con attenzione il suo lavoro in questi anni e, come credo lei saprà , utilizziamo il suo trattato come libro di testo nel corso di psicologia applicata all’analisi criminale".
"La ringrazio" rispose il commissario, imbarazzato.
"L’Unità sarebbe sicuramente arricchita da una sua collaborazione".
"Guardi, mi fa davvero molto piacere che abbiate pensato a me".
"Non la sento molto entusiasta, però".
"Lo sono, invece, mi creda. Quello è stato il mio ambito di studio, quindi mi farebbe sicuramente piacere approfondirlo".
"Se pensa di guadagnare meno, le assicuro che il trattamento economico sarà commisurato al prestigio dell’incarico".
"Ne sono certo, ma non è una questione di soldi, dottore. E' che sono alle prese con un’indagine che mi piacerebbe chiudere prima di pensare seriamente alla vostra offerta. La mia coscienza mi rimorderebbe se la lasciassi insoluta".
Belladonna rimase in silenzio per qualche secondo. "E' al lavoro su un omicidio?" chiese poi.
"Sì".
"Guardi, di sicuro sa che noi usufruiamo di un sistema di supporto informatico, il SASC, che contiene tutti i fascicoli e le specifiche degli omicidi avvenuti su tutto il territorio nazionale".
"Certo, il Sistema per l’analisi della scena del crimine. Lo conosco bene. Mi è capitato di utilizzarlo più volte".
"Lo immaginavo. Stiamo lavorando a una nuova versione del programma, al momento ancora in fase sperimentale, che è molto più evoluta della precedente. Le ho allegato le credenziali d’accesso se vuole farsi un’idea. Adesso il software è molto più interattivo, e grazie all’avanzamento nella digitalizzazione degli archivi contiene molto più materiale, sia fotografico che documentario: verbali stilati dagli inquirenti, rilievi della Scientifica, e così via. Viene costantemente aggiornato con dati, rapporti, informative e note personali di tutti gli investigatori delle sezioni Omicidi del Paese. Mi creda, è uno strumento straordinario, ci stiamo investendo un mucchio di soldi".
"Sì, ne ho sentito parlare parecchio".
"Vorremmo che lei curasse anche una parte integrativa del programma, quella relativa all’analisi criminologica. Ci butti un occhio, magari può esserle utile per il suo caso".
"Certo. Lo farò volentieri".
"Commissario, qui a Roma abbiamo bisogno della sua esperienza nella profilazione criminale. Non vorrei apparire inopportuno o sminuire il suo lavoro, ma lì dov’è- io credo che lei sia sprecato".
Questa volta fu Vito a rimanere in silenzio. Non poteva dargli torto. Ma non era nemmeno in grado di accettare. Non ancora. Aveva un lavoro da chiudere prima di pensare al proprio futuro.
"Dottor Belladonna, la ringrazio davvero per la stima e per questa generosa offerta. Mi creda, ne sono davvero onorato".
"Dia un’opportunità al programma allora, e l’aspetto a Roma anche solo per un colloquio conoscitivo informale".
"Sarà un piacere".
Strega lo ringraziò e chiuse la comunicazione. Per quasi un minuto rimase a osservare il fluire del traffico. Avvolto nelle spire dell’indagine, si era totalmente dimenticato di quella proposta.
Tornò dentro e si scusò con Jessica. Il cibo era già sul tavolo ma lei l’aveva aspettato.
"Lavoro?".
"Già ".
"Se devi andare lo capisco. Posso tornare in bus".
Le sorrise. "No, stai tranquilla. Non ti lascerei nemmeno se mi chiamasse il capo della polizia".
"Scemo- Buon appetito".
"Buon appetito".
Vito si rese conto che la fame gli era passata, ma si sforzò comunque di mangiare, per non far rimanere male Jessica. Il suggerimento di Belladonna di utilizzare il programma per il caso di Larocca gli si era conficcato nella mente e non voleva saperne di lasciarlo. Voleva bene a Jessica, adorava parlarci e stare con lei, ma per tutto il tempo non pensò più ad altro che al momento in cui avrebbe utilizzato il SASC per analizzare la scena del crimine del caso Larocca.
58.
Per quanto simili, due omicidi non possono mai essere identici. Ogni delitto è un caso a sè stante. Ma conoscere la modalità con cui quelle morti violente sono avvenute, ripercorrere la strategia investigativa che ne ha decretato la risoluzione o che invece non ha permesso di arrivare alla conclusione del caso, consente all’investigatore di studiare i precedenti e le casistiche in grado di agevolare le proprie indagini.
La versione beta del Sistema per l’analisi della scena del crimine era stata creata per questo. Poteva collegare e fornire informazioni su tutti i casi di crimini violenti registrati in archivio confrontando – attraverso modus operandi, balistica, corpi di reato e una vasta gamma di chiavi di ricerca – casi analoghi a quello su cui l’investigatore stava indagando. Essendo integrato al Sistema centrale informativo della polizia scientifica, all’AFIS e all’IBIS, agli archivi della polizia e ad altri database interforze e giudiziari, il SASC costituiva un supporto utilissimo per la risoluzione dei delitti.
Tornato in ufficio Strega entrò nella versione online del software utilizzando le credenziali dategli dal direttore dell’UACV. Non nutriva particolari speranze, ma decise comunque di fare un tentativo.
In effetti la nuova versione del programma era molto più dettagliata. Si potevano inserire più dati personali legati alla vittima, non soltanto fisici ma inerenti al mestiere, alla presenza o meno di disturbi psicologici, tratteggiando un’analisi vittimologica molto particolareggiata.
Vito immise nel modulo di comparazione tutti i dati relativi alla morte di Larocca, inserendo nelle chiavi di ricerca il fatto che fosse un poliziotto, che la causa della morte era un sospetto suicidio, la presenza di un biglietto d’addio, l’arma utilizzata, e restringendo la ricerca alla loro città negli ultimi sette anni.
La risposta del sistema gli fece venire la pelle d’oca.
"Non ci credo-" sussurrò osservando lo schermo, che riportava sette suicidi di poliziotti, tre avvenuti nella sua questura, uno in quella di un’altra provincia e tre in altrettanti commissariati di zona. Tre ispettori, un assistente capo e un agente scelto.
Strega lesse le schede quasi in apnea. Contando Larocca e Di Giulio, il suo partner, le morti salivano a nove in meno di sette anni.
"Non è possibile" pensò quando realizzò che i tre ispettori morti suicidi, con le stesse modalità di Larocca, appartenevano alla sua stessa sezione.
La terza.
La Omicidi.
59.
Gli occhi si erano arrossati per tutte le ore passate davanti allo schermo. Strega li sciacquò, cercando di lenire il dolore pulsante. Guardò l’ora sul Piaget. Quasi le dieci e mezza di sera.
"Non può essere una coincidenza" riflettè fissando il volto contratto dalla tensione nello specchio del bagno. "Tre ispettori della Omicidi in sette anni. Quattro contando Larocca, e cinque includendo Jacopo".
Il commissario aveva timore anche solo a pensarlo, ma la prima soluzione che gli si era affacciata alla mente era anche la più verosimile: un serial killer di poliziotti. Di investigatori, per la precisione.
Dopo aver letto e riletto il materiale sul SASC si era convinto che almeno in un caso si fosse trattato di suicidio. Quello andava quindi escluso dalla rosa delle morti sospette. Ma sulle altre due, quelle dell’ispettore Nicola Innocenti e dell’ispettore capo Fabrizio Ronchi, tutto lo portava a credere che si fosse trattato di omicidi fatti passare per suicidi. Esattamente come era accaduto per Larocca. Entrambe le indagini erano state chiuse sbrigativamente, senza troppi accertamenti. Un altro punto in comune.
Quando la sala si era svuotata per il cambio turno aveva utilizzato la password di Palamara per entrare nell’archivio informatico accessibile solo agli alti dirigenti del dipartimento, scaricando tutto ciò che aveva trovato sui due ispettori a partire dagli atti d’indagine sui loro decessi, fino alle relazioni di servizio e ai casi di cui si erano occupati in passato. Era stato lì che il commissario si era sentito raggelare.
L’ispettore Innocenti si era sparato in bocca sei anni prima. Ronchi l’aveva imitato due anni dopo. Ma un’altra cosa, oltre alla modalità con cui si erano tolti la vita, li accomunava: prima di farla finita avevano entrambi lavorato su casi molto simili, per non dire identici: la sparizione di alcune ragazze slave. Come Larocca. Indagini che successivamente erano state archiviate per mancanza di prove.
Strega tornò alla scrivania del suo ufficio. Le mani gli tremavano per l’adrenalina in circolo e i troppi caffè.
"Si stavano avvicinando alla verità e li hanno fatti fuori. Tutti e tre" continuava a ripetersi. "E nessuno se n’è accorto, cazzo. Nessuno".
Cancellò la cronologia e tutte le tracce informatiche possibili. Lasciò l’ufficio con un dubbio che continuava a martellargli il cervello.
C’era soltanto un modo per venirne a capo.
Una volta in macchina compose il numero di Teresa Brusca, una ex collega. Anche lei aveva pagato per essergli stata amica. Nonostante Teresa avesse risolto col suo aiuto il caso del "Burattinaio", qualche mese prima dall’alto avevano deciso di punirla per aver coinvolto Strega nelle indagini. E come al solito la punizione era stata fatta passare per una promozione: la Brusca era stata trasferita alla Catturandi di Palermo, una grande soddisfazione personale e professionale per una siciliana d’origine. In realtà Strega sapeva che l’avevano trasferita soltanto per fargli terra bruciata intorno, per isolarlo ancora di più. Un altro piccolo regalo di Rizzo, Iovine e tutti i dirigenti che aveva contro.
"Non ci credo: Vito Strega che mi chiama! Cos’è successo? Sta finendo il mondo? O hai finalmente realizzato che non puoi fare a meno di me?".
Strega sorrise. "No, tu meriti un uomo molto migliore di me".
"Ruffiano come sempre".
"Come stai, Teresa?".
"Chiusa in macchina da sei ore a gelarmi il culo per un appostamento inutile".
"Ti disturbo o puoi parlare?".
"Il mio collega sta dormendo. Per la precisione russando. Quindi possiamo parlare senza problemi- Tu, invece? Ancora fermo in esilio col disbrigo di scartoffie e corsi di aggiornamento?".
"Più o meno. Mi hanno fatto riassaporare la strada per qualche giorno, per poi risbattermi in ufficio".
"Cosa ci fai ancora lì, Vito? Chiedi un trasferimento e manda affanculo Iovine e quegli altri idioti. Vieni qui che c’è sempre sole e si mangia da Dio".
"Ci sto pensando seriamente, credimi".
Parlarono ancora qualche minuto del più e del meno, finchè il commissario le rivelò il motivo per cui l’aveva chiamata.
"Teresa, senti, sto rimettendo a posto le carte della morte di Jacopo".
Jacopo Di Giulio faceva coppia con Teresa prima dell’incidente. Entrambi avevano lavorato nel team investigativo guidato da Strega, che all’epoca era il loro supervisore.
"Come mai?".
"Roba di routine, tranquilla. Niente che possa mettermi nei guai".
"Raccontala a un’altra".
Vito sorrise. "Ascolta, c’è una cosa che non ti ho mai chiesto. Prima della sua morte, sai per caso se Jacopo stesse lavorando a qualcosa autonomamente?".
"Cosa intendi? Qualcosa di illegale?".
"No, no. Qualche caso, che so, personale. Qualcosa legato a qualche suo informatore, o a qualche suo conoscente".
"-".
"Teresa?".
"Sono qui, ci sto pensando".
"Riflettici bene. E' importante".
"Mi pare di no, a parte-".
"A parte cosa?".
"Non lo so, non era un caso vero e proprio. Più una cosa che non mi è mai tornata, e poi a dire il vero non ci ho pensato più dopo che- Insomma, dopo".
"Di che si tratta?".
"Avevamo ricevuto una notitia criminis, come direbbe Iovine, da parte di una ragazza di strada. Una russa".
Strega sentì il cuore pompare più forte. "Va’ avanti".
"Era convinta che una sua "collega" fosse sparita. Addirittura uccisa, ma non era stato rinvenuto nè il corpo nè altro che potesse far pensare a un omicidio. Ero comunque dell’idea di parlartene per valutare se aprire un fascicolo, ma Jacopo mi disse di aspettare, che non era il caso di coinvolgerti e farti perdere tempo per nulla. Voleva prima verificare".
"Verificare?".
"Già . Mi proposi di aiutarlo, ma insistette per fare da solo- Qualche giorno dopo, quando gli chiesi se avesse novità , mi disse che la prostituta russa si era sbagliata. La collega aveva semplicemente lasciato il Paese".
"E ti sembrava sincero?".
"Ora che mi ci fai pensare, no. Anzi, cercò di svicolare".
"Perchè non me ne parlasti?".
"Non lo so, forse sul momento non mi sembrava così importante- Lo è?".
"E tutto questo accadeva quando?".
"Mah- non più di un mese prima dalla sua morte".
"Cristo" pensò Strega.
"Va tutto bene, Vito?".
"Sì, tutto ok. Grazie per avermelo raccontato".
"Figurati. Grazie a te per avermi strappata alla noia. Ho finito i giga sul cellulare e non riesco ad agganciarmi a nessun wi-fi".
La parola wi-fi mise Strega in allarme, ma non riuscì ad afferrarne il motivo.
"Lieto di averti tenuto compagnia" le disse.
"Ti manco almeno un po’?".
Sapeva che Teresa era innamorata di lui ma Vito non la ricambiava. Anzi, aveva considerato il trasferimento un bene per entrambi. Alla lunga quell’amore non corrisposto avrebbe finito per rovinare il loro rapporto.
"Per niente. Si sta così bene senza te tra i piedi".
"Stronzo!".
Strega ridacchiò e le assicurò che l’avrebbe richiamata presto. Le diede la buonanotte e chiuse. Appena ebbe riposto il telefono una sensazione oscura lo pervase.
"Jacopo si è ammazzato a un metro da me. Si è sparato con la mia pistola, l’ho visto con i miei occhi. Come può essere collegato a questa storia?".
Si fissò le mani. Tremavano ancora più di prima.
"Il dettaglio della ragazza scomparsa- non può essere un caso- E se anche lui fosse in qualche modo invischiato in quella storia?" riflettè.
Digitò un altro numero e rimase in attesa.
"Pronto? Strega?" disse Sonia Muraro.
"Puoi parlare?".
"Io- sì- Aspetta un secondo- Dimmi".
"Novità su Maja e il bambino?".
"Che io sappia no. La Merini mi ha messo dentro la squadra di ricerca. Sono appena rientrata a casa ma finora non si è mosso nulla".
"Capisco".
"Hai una voce strana. Sicuro che vada tutto bene?".
"No- Senti, mi dispiace rovinarti la serata, ma ho bisogno di vederti. Devo capire se ho scoperto qualcosa o se sto uscendo completamente fuori di testa-".
60.
Sofia aveva lanciato un’occhiata indagatrice alla poliziotta, l’aveva giudicata di scarso interesse e se n’era andata. Strega aveva sorriso assistendo alla scena e aveva continuato a osservare la Muraro leggere i documenti sui "suicidi" dei colleghi. Dal suo abbigliamento e dai capelli sciolti, quando invece solitamente li teneva legati in un’acconciatura ben studiata, si capiva che era uscita di casa di fretta. Indossava jeans neri elasticizzati, un giubbotto di pelle e una maglietta di cotone marrone. Strega non potè fare a meno di notare che non portava il reggiseno. Distolse lo sguardo dalla collega e mandò giù quel che restava della birra, fissando la città attraverso la vetrata.
"Dove hai trovato questo materiale?" gli chiese dopo qualche minuto.
"Nell’archivio digitale del sistema centrale".
"Non è riservato agli alti dirigenti?".
"In teoria, sì".
La Muraro scosse la testa. "Incredibile-".
"Allora? Sono impazzito o no?" le domandò.
"Non lo so" disse lei alzandosi e incrociando le braccia. "Di sicuro tutto questo è inquietante".
"Esatto. Come lo è pensare che molto probabilmente da sette anni e forse più c’è in giro un assassino di poliziotti".
"Devi parlarne con qualcuno, quantomeno provarci".
"Pensi che sarebbero disposti ad ascoltarmi? Non credo".
"Cosa vuoi fare allora?".
"Non lo so- Non ho prove. Non ho nulla di concreto che possa avvalorare questa pista, ma sono convinto che si tratti di questo. E' tutto legato alla scomparsa di quelle ragazze. Ne sono certo".
"Quindi anche Roberto-".
"Sì".
"Perchè non me ne ha mai parlato? Se aveva scoperto qualcosa, perchè non mi ha coinvolta?".
"Bella domanda" disse Strega.
Sonia fece un passo in avanti e lo squadrò più da vicino.
"Perchè ho la sensazione che tu mi stia tenendo nascosto qualcosa?".
"Posso fidarmi di te?" le chiese.
"Voglio solo trovare Maja e il bambino prima che sia troppo tardi. Se sono qui vuol dire che puoi fidarti".
"Vieni" le disse.
Le mostrò sul computer i verbali relativi ai suicidi dei due poliziotti. Li rimpicciolì e vi affiancò il rapporto sulla morte di Larocca.
"Noti qualcos’altro in comune oltre al modo in cui si sono tolti la vita?".
La Muraro studiò meglio la schermata, ma non colse nulla.
Strega le indicò un nome. "Che mi dici di questo?".
L’ispettrice Muraro impallidì.
"Non puoi pensare che- Sul serio, sarebbe davvero da pazzi, Strega".
"Lo so, ma se solo per assurdo provassi a osservare tutto da quell’angolo prospettico, non potresti negare che così tornerebbe ogni cosa. Mi sbaglio?".
Sonia scosse leggermente la testa. "Santo Cielo" sussurrò.
"E' per questo che Larocca non poteva parlartene, capisci ora?".
"Cazzo, sì".
"Guarda bene" disse mostrandole un altro documento riservato. "E' stato questo a farmi capire che ero sulla strada giusta".
Sonia esplose in una risata nervosa, carica di tensione. "Anche se fosse davvero così, nessuno ti crederà -".
"Lo so. Ma c’è dell’altro".
"Cosa ci può essere ancora?".
Strega aprì un altro documento: era il rapporto di chiusura delle indagini su Jacopo Di Giulio.
"Questo era il mio partner- Sonia, quello che ti sto per dire non deve uscire da questa stanza, va bene?".
"Ok".
"Soltanto oggi ho scoperto che, poco prima che morisse, un’informatrice aveva messo Jacopo sulla pista della sparizione di alcune ragazze slave".
"Che cosa?!".
"Aspetta. Qualche settimana dopo è morto. E lo sai come?".
"Sì, cioè- ho sentito che-".
Vito scosse la testa.
"No, non è andata in quel modo. Si è ucciso davanti ai miei occhi".
61.
Credono di essere più furbi di me. Di potermi fermare. L’ho capito mentre li osservavo ronzare fuori dalla casa della ragazza. Non pensavo che sarebbero stati in grado di risalire a lei. Forse li ho sottostimati. Ma ormai è del tutto irrilevante. Per quanto impegno e risorse possano dedicare alla sua ricerca non la troveranno mai, così come non hanno mai ritrovato Ania e tutte le altre.
Indosso la tuta ignifuga e la maschera antincendio ed entro nella sala con le due taniche di benzina. Mi guardo intorno. Mi ero affezionato a questo posto. Ci ho investito tanto tempo e denaro per renderlo idoneo alle mie esigenze. Ma sarebbe troppo rischioso continuare. Si sono avvicinati già più di quanto avessi previsto e non posso permettere che scoprano anche questo luogo. Devo prendermi una vacanza, lasciare che le acque si quietino.
Svito i tappi dei fusti di carburante e inizio a versarlo sui lettini, sulle gabbie, sul pavimento, sui macchinari, finchè non ne rimane nemmeno una goccia.
Do fuoco allo straccio impregnato d’olio e lo lancio al centro della sala, chiudendo la porta prima che tocchi terra. Sento il boato delle fiamme dietro la porta tagliafuoco. L’incendio andrà avanti per ore e ore senza che nessuno possa accorgersene, divorando ogni traccia della mia presenza.
Mentre mi spoglio ascolto l’ipnotico rigurgito delle vampe.
Quando sto per andarmene sento qualcosa che mi fa accapponare la pelle.
"Impossibile" sussurro.
Appoggio l’orecchio alla porta e socchiudo gli occhi per ascoltare meglio.
Tra le fiamme mi pare di distinguere la dolce ninnananna della ragazza. Apro gli occhi di scatto e mi do dell’idiota per essermi fatto suggestionare.
Infilo la tuta in una sacca sportiva e mi lascio per sempre quell’inferno alle spalle. Eppure, una volta fuori, mi pare ancora di udire il canto della ragazza.
"E' solo uno scherzo della tua mente, sta’ tranquillo".
Entro in macchina, ma la ninnananna si fa ancora più forte.
Mi tappo le orecchie, ma non serve a niente.
Quel canto è dentro la mia testa.
62.
Strega le raccontò tutto. Scavò dentro di sè, riesumando tutte le motivazioni che l’avevano spinto a mentire pur di difendere il sottoposto.
Non fu facile. Ma lei doveva sapere, se davvero voleva portarla dalla sua parte.
Quando ebbe finito Sonia lo fissò con un misto di sgomento e pietà .
"Hai fatto davvero una cosa del genere?" gli chiese con un filo di voce.
"Sì".
"Perchè?".
"Perchè era quello che andava fatto" disse. "Siamo poliziotti e ci copriamo le spalle a vicenda".
Lei gli prese una mano tra le sue e strinse con dolcezza. Quel gesto esprimeva tutte le parole che non era in grado di dirgli.
"Sonia, ascoltami: non ti ho raccontato questa cosa per impietosirti o per convincerti della mia buonafede, ma solo perchè anche la morte di Jacopo rientra nello schema di questi omicidi. La domanda è: cosa può aver scoperto di così terrificante da indurlo a spararsi?".
"A questo punto la domanda non è solo cosa avesse scoperto, ma anche chi".
Vito annuì. "Esattamente".
"Io- davvero non so cosa dire. Mi aspettavo qualcosa di strano ma non avrei mai pensato che si potesse trattare di una cosa simile" disse quasi in un sospiro Sonia.
Strega si sentiva in colpa per averla trascinata in quella trama di sospetti, dubbi, sangue e paura, ma aveva dovuto farlo perchè anche lei stava correndo gli stessi rischi e sarebbe stato meglio che ne prendesse atto da subito.
"Che cosa possiamo fare?".
"Tutto ciò che possa impedirci di avere la ragazza e il bambino sulla coscienza" disse lui.
"Ma da dove possiamo partire? Dalla banda di schiavisti?".
"Non credo- Ho come l’impressione che abbiano poco a che fare con le sparizioni. Loro avevano bisogno di quelle ragazze, perchè ucciderle? L’assassino, perchè mi sto convincendo sempre di più che non si tratti di una banda, è stato bravo a scaricare tutti i sospetti su di loro, e mentre voi li mettevate dentro-".
"Lui continuava a uccidere".
"Ho paura di sì. A un certo punto Larocca se ne dev’essere accorto e ha ripreso a indagare chiedendo l’aiuto di Maja. Così facendo è diventato scomodo".
"E torniamo al punto di partenza: come possiamo arrivare a Maja?".
"Tutto ruota intorno al secondo cellulare di Larocca" disse Strega. "Se riuscissimo a scoprire qual è il numero potremmo risalire a quello usato da Maja, e quindi ricostruire i loro movimenti prima e dopo la morte di Roberto, e successivamente alla sparizione della ragazza".
"Te l’ho già detto: non ho mai avuto percezione che Roberto avesse un secondo telefonino, e non ho idea di come potremmo risalirci" disse Sonia.
"Io sono fuori dal caso, ma tu sei ancora dentro".
"Non proprio. Sono solo nella squadra di ricerca".
"E' già qualcosa".
"Cosa vuoi che faccia?".
Vito ci pensò per qualche secondo, poi le chiese: "In quanti vi state occupando dell’indagine sulla ragazza?".
"Io, altri due ispettori della terza sezione, più almeno tre uomini del servizio di protezione".
"A chi ha affidato il caso la Merini?".
"Al tuo capo, Iovine".
"Maledizione! Ciò significa che non posso aiutarti. Però ho notato diverse telecamere a circuito chiuso nella strada dove abitava Maja. Una banca e diversi negozi. Devi farti dare l’autorizzazione dalla Merini per acquisire i video, se non l’hanno già fatto. Credo che sia stata tenuta sotto controllo".
"Ci proverò".
"Idem per casa di Larocca. Io non sono stato in grado di farmi dare un mandato, ma tu devi provarci. La presenza in casa della ragazza è data per certa ormai, quindi puoi sfruttare questo per persuadere la Merini".
"Ok. Pensi che troveremo qualcosa?".
"Non lo so. E' probabile, però. Chi sta dietro a questi omicidi non improvvisa, studia le vittime prima di agire. Quindi non è assurdo che possa aver fatto qualche appostamento per analizzare i movimenti di entrambi".
"Ok. Sarà la prima cosa che chiederò domattina. Anzi, se vuoi posso mandarle una mail ora, per risparmiare tempo. Hai per caso il wi-fi qui?".
Alla parola wi-fi Strega si sentì soverchiare da una sensazione di epifania. Questa volta riuscì a comprendere cosa il suo inconscio gli stesse suggerendo, e si maledì per non essersene reso conto prima.
"Merda" sussurrò.
"Che c’è?".
"Ho fatto un errore madornale".
Sonia lo fissò frugare tra i documenti sopra la scrivania. Notò che stava scorrendo dei tabulati telefonici.
"Che succede?".
"Ormai quando qualcuno entra a casa tua una delle prime cose che ti chiede è la password del wi-fi, no? Come hai appena fatto tu".
"Sì".
"Questo mi ha fatto pensare che se Larocca aveva un secondo cellulare è molto probabile che avesse registrato la password del router di casa per usufruire della rete- e dato che ha ospitato anche Maja-".
"Merda. Dalla connessione possiamo risalire ai numeri dei telefonini".
"Esattamente. E se l’assassino si è portato via i loro cellulari possiamo arrivare al percorso che ha fatto attraverso le posizioni delle celle a cui gli apparecchi si sono agganciati lungo la rete. Ma non solo".
"Cosa vuoi dire?".
"Se l’assassino aveva attiva sul suo cellulare la ricerca di reti wi-fi-".
"Il suo telefono potrebbe aver cercato di connettersi in automatico alla rete di casa di Roberto".
Strega sorrise. "Il che ci permetterebbe di risalire dall’indirizzo IP al cellulare del figlio di puttana".
"E' una cosa possibile?".
"Diciamo che non è impossibile. Bisognerebbe avere le apparecchiature giuste e una buona dose di fortuna".
"Ok, incrociamo le dita allora- Cosa stai cercando adesso?".
"Speravo che i tecnici della Postale avessero controllato anche il router di casa di Larocca, ma non l’hanno fatto. Questo significa che dobbiamo parlarne con la Merini e farci rilasciare un decreto d’urgenza per poter coinvolgere il gestore telefonico".
"Aspetta, non ti seguo più".
"Per quanto ne sappiamo abbiamo davanti un rapimento, giusto?".
"Be’, è quello che temiamo, e anche la Merini ne è consapevole".
"Se troviamo il bastardo troviamo anche Maja. Ma non c’è tempo da perdere, bisogna coinvolgere personale più competente e con più mezzi dei colleghi della Postale. Il fatto che ci sia la concreta possibilità di avere a che fare con un sequestro ci mette su una corsia preferenziale".
"A chi stavi pensando?".
"Agli investigatori del Centro nazionale anticrimine informatico. Loro hanno più esperienza in queste cose e sono sicuramente in grado di farlo in tempi brevi. Ma dobbiamo passare per la Merini".
"E quindi saltare Iovine?".
Strega annuì. "Se vogliamo avere qualche possibilità in più di trovare la ragazza e il bimbo vivi, sì. Non possiamo farci bloccare dalla burocrazia, dobbiamo muoverci ora".
"Stai dicendo di buttarla giù dal letto?".
"E' una sua testimone a cui aveva garantito protezione, ed è stata rapita. Credo che sia abbastanza coinvolta in questa storia da farcela passare".
"Ma tu- i tuoi superiori-".
"Sono il mio ultimo problema in questo momento. Dobbiamo pensare a Maja e al bambino, al diavolo il resto".
"Questa storia non le piacerà " disse Sonia, titubante.
"Ci puoi giurare. Ma la colpa non è nostra" disse Strega componendo il numero del magistrato.
63.
Strega ci aveva visto giusto: la Merini aveva deciso di dar loro fiducia, coinvolgendo gli specialisti informatici di Roma. Aveva autorizzato anche l’acquisizione delle registrazioni video delle telecamere situate nei pressi della casa di Larocca, oltre a quella di Maja, ordinando alla squadra investigativa di buttare giù dal letto i proprietari dei negozi provvisti di apparecchi di videosorveglianza in quelle aree per visionare il prima possibile le registrazioni.
"Speriamo che non sia troppo tardi" disse la donna dando un’occhiata al materiale portato dal commissario. Erano soli nel suo ufficio in procura. Sonia Muraro era stata mandata insieme agli altri a recuperare i video dopo quella riunione improvvisata nel cuore della notte.
"Questa cosa-" disse indicando i fogli. "E' da pazzi".
"Concordo. Ma non può negare che ci sia un legame tra queste morti. E il legame sono le ragazze scomparse" disse Strega. "Le carte non mentono".
Il sostituto procuratore Merini inchiodò i suoi occhi gelidi in quelli del commissario e annuì, consapevole che l’uomo stava dicendo la verità . "Ho sentito il vicequestore aggiunto Palamara, come mi aveva chiesto. Ha garantito per lei, ma ciò non cambia la sua situazione. Se le cose dovessero mettersi male sarà lei a pagare, commissario, e pagherà fino all’ultimo centesimo".
"Ne sono cosciente, dottoressa. Mi assumo le responsabilità di un mio eventuale errore".
"Un serial killer di poliziotti- Da non crederci" disse scuotendo la testa, ma firmò comunque l’autorizzazione per la sorveglianza e gli appostamenti richiesti da Strega. "Sa perchè lo sto facendo?" gli domandò porgendogli il documento.
Vito lo prese e scosse la testa.
"Perchè quando interrogammo la Filipenka, io e l’ispettore Larocca, a un certo punto, mentre l’ascoltavamo atterriti- beh, Larocca si mise a piangere. Era un uomo tutto d’un pezzo, uno sbirro all’antica, ma si commosse quando venne a conoscenza degli orrori che aveva vissuto quella povera ragazza. Lo sto facendo per lui. Perchè era una brava persona, e se qualcuno è responsabile della sua morte-".
"Quel qualcuno pagherà , dottoressa. Mi creda".
"Forse la vera pazza sono io che do credito alle sue fantasie, commissario. Ma tra un anno potrei andare in pensione, e non voglio avere il cadavere di un bambino e di sua madre sulla coscienza".
"Nemmeno io".
"Vada allora. Io rimango qui in attesa di novità dalla Postale di Roma. Voi iniziate pure la sorveglianza, e tenetemi costantemente aggiornata".
"La prego di fare lo stesso".
"Appena arriveranno i responsi sui cellulari glielo farò sapere".
"Grazie, dottoressa".
"Aspetti a ringraziarmi, Strega. La notte è ancora lunga".
Il commissario lasciò l’ufficio del magistrato e, una volta dentro la sua auto, scansionò l’autorizzazione e la inviò attraverso il cellulare agli uomini della squadra investigativa che la Merini gli aveva messo a disposizione. Poi compose il numero della Muraro e rimase in attesa.
"Strega?".
"Novità ?".
"Non ancora, ma abbiamo tirato giù dal letto tutti i negozianti. E' solo una questione di ore- Tu?".
"Sono appena uscito dall’ufficio della Merini. Ha approvato la sorveglianza".
"Quindi siamo in ballo".
"Già . Chiamami appena hai dei riscontri. Finchè non mi dai qualcosa di solido non posso fare nulla- E mi raccomando, Muraro: sta’ attenta".
"Certo. Ti chiamo appena ho novità ".
Strega chiuse la conversazione e mise in moto. Mentre con la mente ripercorreva dall’inizio tutti i passi dell’indagine, maledicendosi per non aver colto quel dettaglio prima, mise su When The Hurt Is Over di Mighty Sam McClain. La musica lo aiutava a concentrarsi. Non poteva abbandonarsi alle recriminazioni o all’angoscia di non essersi mosso abbastanza in fretta da salvare due innocenti. Doveva rimanere lucido, ora più che mai.
Quando giunse a destinazione, spense il motore e l’autoradio e rimase in attesa davanti alla casa del suo dirigente diretto.
Il vicario di Palamara.
Il commissario capo Maurizio Iovine.
64.
Ora che ho eliminato tutte le tracce dovrei essere tranquillo. E invece non riesco a dormire. Ogni volta che chiudo gli occhi sento la nenia della bielorussa trapanarmi il cervello.
"Che mi abbia lanciato una maledizione?" mi chiedo, salvo poi darmi dell’idiota. Quella voce è solo uno scherzo della mia mente innescato dallo stress e dal timore di non essere riuscito a cancellare tutti gli indizi che potrebbero portare a me. Tutto qui.
Mi alzo ed entro nella stanza di mio figlio. Rimango sulla soglia a osservarlo dormire. Lui è all’oscuro di tutto. A volte mi chiedo come potrebbe reagire se scoprisse chi è davvero suo padre.
"Non ha senso preoccuparsi, perchè nessuno lo scoprirà mai. Sei stato troppo bravo".
Scuoto la testa. E' proprio questo a preoccuparmi. La smisurata sicurezza nelle mie capacità potrebbe avermi indotto a commettere qualche leggerezza. E' così che gli assassini vengono catturati. Ritengono di essere diventati superiori a tutto e a tutti, perdono qualsiasi legame con la realtà .
Vado nel mio studio e mi lascio cadere sulla sedia. La tensione delle ultime settimane si sta facendo sentire tutta insieme. Se non fosse per quella maledetta voce sono certo che cadrei in un sonno tombale.
Prendo una bottiglia di cognac e mi verso una dose generosa. Di quelle che fossilizzano i ricordi rendendoli inermi. Alzo il bicchiere e brindo ai poliziotti che ho ucciso. La loro unica colpa è stata quella di essere troppo bravi e rigorosi. Apro uno dei cassetti della scrivania e fisso la Beretta e il tesserino identificativo.
"Avreste dovuto lasciarmi stare e guardare da un’altra parte, fare finta di niente" sussurro. "E invece non siete riusciti a farvi i cazzi vostri".
Butto giù il cognac e me ne verso un altro. Lascio scorrere le dita sulla placca dorata del distintivo. Mi rendo conto che dovrei provare vergogna, sensi di colpa, ma non avverto niente di tutto ciò. Ho solo portato a termine quello che andava fatto.
Il secondo bicchiere mi distende i nervi e allenta il senso di oppressione. Anche il canto della ragazza perde di vigore. La fiducia in me stesso si risana. Le immagini dei cadaveri svaniscono, risucchiate dal riflusso del mio piano criminale. Ritrovo la sicurezza perduta e sorrido. "Sì. Sono stato troppo bravo" mormoro al buio. "Non mi prenderanno mai-".
65.
Strega non aveva neppure minimamente concepito l’eventualità che potesse essere uno di loro. Tuttavia, alla luce di quella scoperta, tornava tutto. Il fatto che i poliziotti si fossero tenuti quel segreto per loro senza coinvolgere i colleghi. Le scene del crimine perfettamente ripulite. La possibilità di accedere a informazioni private.
"Avresti dovuto capirlo subito" si accusò in preda alle ondate d’odio che gli montavano dentro. "Soltanto un poliziotto avrebbe potuto ordire un piano del genere e portarlo a termine".
Tra meno di un’ora avrebbe albeggiato. Il suo appostamento andava avanti da più di cinque ore. Non sentiva più la stanchezza, soltanto la voglia di chiudere quella faccenda una volta per tutte. L’istinto gli diceva di andare da lui e fargli sputare fuori la verità , fargli confessare dove si trovavano Maja e il bambino. Ma non poteva farlo. Non ancora.
Il telefono vibrò nella sua tasca. Sonia Muraro.
"Dimmi" rispose.
"Abbiamo cinque momenti diversi in cui si è appostato fuori dalla casa di Larocca, e due riscontri per un punto da cui poteva vedere l’appartamento di Maja".
Strega socchiuse gli occhi e sospirò. Ci aveva visto giusto. "Siete certi che sia lui?" domandò.
"Purtroppo no. Ovviamente è stato abbastanza furbo da rendersi irriconoscibile. Ha sempre un cappuccio in testa e i guanti".
"Figlio di puttana- Non c’è proprio alcun dettaglio a cui potersi aggrappare?".
"L’unica cosa particolare è che a un certo punto per usare il cellulare si toglie il guanto destro e si intravede quella che sembra una fede, ma non credo sia abbastanza".
"A quando risalgono le riprese?".
"A due giorni prima del suicidio. Un’altra a tre giorni prima. Quelle di Maja, invece, a una settimana prima della morte di Roberto. Non abbiamo nulla con cui poterlo incastrare. Cosa facciamo?".
"Porta tutto dalla Merini e aspettiamo i risultati della Postale" disse il commissario.
"Tu sei ancora lì?".
"Sì, e da qui non mi schiodo. Vorrei andare a parlarci ora, ma con il poco che abbiamo in mano in questo momento non servirebbe a niente. Farei soltanto il suo gioco".
"Va bene. Confidiamo nei colleghi allora".
Strega chiuse la comunicazione e vide due messaggi di un numero che lo aveva cercato mentre era impegnato con la Muraro. Era quello del sostituto procuratore Merini. La richiamò.
"Strega?".
"Sì, dottoressa. Ero al telefono con l’ispettrice Muraro".
"Aveva ragione lei, Strega. Dagli indirizzi IP siamo risaliti ai numeri dei due cellulari ombra di Larocca e di Maja, ma non solo. Ne stiamo seguendo le tracce. I tecnici sono ottimisti".
"Ovviamente sono spenti, vero?".
"Dal giorno della morte dell’ispettore".
"La Muraro e gli altri hanno trovato delle riprese video che collocano qualcuno fuori da entrambe le abitazioni nei giorni precedenti alle sparizioni, ma non si vede mai in volto".
La donna rimase in silenzio.
"E' abbastanza, dottoressa?".
"Non ancora, Strega. Stiamo tracciando lo storico dei suoi spostamenti. E' questione di poche ore, forse meno. Deve avere ancora un po’ di pazienza".
"Mi tenga aggiornato".
Vito fece rimbalzare lo sguardo dal telefonino alla casa di Iovine. Decise che non poteva aspettare oltre. C’erano delle vite in ballo.
Uscì dall’auto e raggiunse la porta d’ingresso. Suonò il campanello a oltranza per poi bussare con violenza alla porta.
Una volta aperto, Iovine, riconoscendolo, assunse un’aria sgomenta. D’istinto arretrò, spaventato dallo sguardo spiritato del collega.
"Tu? Cosa diavolo ci fai a-".
Strega lo ghermì per un braccio e lo spinse dentro. "Noi due dobbiamo parlare, commissario capo".
66.
Maurizio Rizzo non avrebbe rinunciato a fare colazione con suo figlio per niente al mondo. Per via del suo incarico dirigenziale alla Digos passava troppo poco tempo con lui, e spesso capitava che tornasse a casa così tardi la sera che Manuel era già addormentato. Per questo la colazione era diventata il loro spazio privilegiato, un sacro rituale familiare.
Quando il campanello di casa squillò, interrompendo la loro conversazione, Rizzo aggrottò la fronte e fissò l’orologio. Erano le sei e mezza appena.
"Chi diavolo è a quest’ora?" si disse, per poi ricordarsi della maxi operazione in corso contro politici e ʼndranghetisti. "Merda, devono aver arrestato qualcuno di grosso".
Fece per alzarsi da tavola ma il bambino lo anticipò.
"Posso aprire io, papà ?".
Scambiò uno sguardo con la moglie, che annuì sorridendo. "Sì, ma chiedi prima chi è. Penso che sia qualche collega di papà " rispose arruffandogli i capelli biondo cenere.
Rizzo si alzò e posò un bacio su una guancia della moglie, prima di versarsi un altro po’ di caffè. "C’è un’operazione grossa in corso. Tra poco saremo senza governatore".
"Ah sì?".
"Già ".
"Non ci si può proprio fidare più di nessuno" disse la donna.
"Non dirlo a me".
Il poliziotto sentì il bambino dire qualcosa e poi la porta chiudersi.
"Questo vuol dire che ti rivedremo tra un mese?" lo canzonò la moglie.
"Buongiorno, Rizzo" disse Vito Strega entrando in cucina, accompagnato dal bambino. "Signora, perdoni l’orario".
67
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Strega lanciò un’ultima occhiata al figlio di Rizzo. Era biondo con due occhi di un celeste slavato. Era talmente chiaro di carnagione da non sembrare nemmeno italiano. Non aveva preso da nessuno dei genitori: Rizzo e sua moglie erano entrambi mori, gli occhi scuri, l’aspetto indiscutibilmente mediterraneo.
"Non ha preso da te" disse al dirigente. "Quanti anni ha?".
"Quasi nove" rispose Rizzo accarezzando la frangia del figlio.
"Possiamo scambiare due parole in privato?".
Rizzo gli fece cenno di seguirlo. "Cosa diavolo vuoi, Strega? Che cazzo sei venuto a fare a casa mia a quest’ora?" chiese una volta chiusa la porta del salone. "Se avessi saputo che si trattava di te non ti avrei nemmeno aperto la porta".
"Sarei entrato comunque".
Rizzo lo fissò con un’espressione di smarrimento. "Cosa diavolo vorrebbe dire questo? Muoviti, voglio accompagnare mio figlio a scuola. Dimmi che cazzo vuoi e vattene".
"Forse è meglio se oggi ci pensa tua moglie ad accompagnarlo. Così inizia ad abituarsi".
"Che cosa?!".
"Dobbiamo parlare di queste" disse Strega mostrandogli sul cellulare dei fermo immagine che gli aveva inviato Sonia Muraro.
Rizzo prese in mano il telefonino e sbiancò.
"Immagino che tu abbia una spiegazione, vero?".
L’uomo della Digos rimase impietrito. Si lasciò cadere su una poltrona e, con lo sguardo perso nel vuoto, prese ad accarezzarsi la fede.
La portava alla mano destra.
68.
Strega si aspettava una reazione violenta, ma il dirigente lo sorprese scoppiando a ridere.
"E' uno scherzo?" disse rialzandosi e ritrovando il controllo.
"Pensi di essere così bravo, Rizzo? Solo perchè l’hai scampata per tutti questi anni?".
"Che cazzo dici, esci da casa mia, tu non-".
"Hai fatto un errore quando sei andato a casa di Larocca. Ti sei dimenticato di spegnere il cellulare. Peggio: non hai disattivato la ricerca delle reti wi-fi, e il tuo telefonino ha provato ad allacciarsi al router di Larocca nell’ora precedente alla sua morte. Sai come sono queste diavolerie tecnologiche: lasciano sempre una traccia".
Continuavano a fronteggiarsi in piedi, in mezzo al salone. Strega incombeva sul collega, cercando di trattenersi. L’istinto era quello di prenderlo a pugni, ma non l’avrebbe fatto col figlio a qualche metro di distanza.
"Li hai uccisi tu. Tutti. Nicola Innocenti, Fabrizio Ronchi, Larocca, e in qualche modo sei coinvolto anche nella morte di Jacopo Di Giulio".
Rizzo scosse la testa, un sorriso viscido a stendergli le labbra.
"Voglio soltanto capire perchè li hai uccisi, anche se credo di saperlo".
"Tu non sai proprio un cazzo!".
"Invece credo di aver intuito quasi tutto, e ora che ho visto tuo figlio il quadro mi è ancora più chiaro. E' lui la chiave".
Rizzo fece partire un diretto che Strega scansò con velocità felina dandogli una spinta che lo spedì a terra.
"Siediti" disse Vito. La sua voce era come cambiata. Rizzo se ne accorse e le sue mani presero a tremare.
"Non osare mettere mio figlio in-".
"Rilassati. Ora parliamo con calma, perchè altrimenti appena esco da questa casa non vado in questura, ma dalla stampa. Racconterò ogni cosa, seminerò dubbi e prove, e a quel punto nessuno potrà continuare a ignorarti. Ti rivolteranno da capo a piedi e scopriranno tutto".
"Ma tutto cosa?!" quasi gridò il dirigente.
"Dove li hai portati?".
"Non so di cosa tu stia parlando".
Strega lo squadrò con freddezza per qualche secondo, poi iniziò a parlare. "Prima di entrare alla Digos hai lavorato per molto tempo alla seconda sezione: Prostituzione e criminalità diffusa extracomunitaria. Vuoi sapere quello che penso? Credo che tu e tua moglie non potevate avere figli e che questo stesse rovinando il vostro rapporto. Così hai rapito quel bambino, o l’hai portato via a qualche prostituta. Sbaglio?".
Rizzo aveva preso a sudare. Si rialzò. Fremeva di rabbia e incredulità . Strega gli indicò la poltrona.
"Siediti, altrimenti torno in cucina e dico tutto al bambino. Perchè se gli faccio prendere un campione di DNA scoprirò che non è vostro figlio, sbaglio?".
Il dirigente era in piena crisi. Faceva rimbalzare lo sguardo dalla porta al commissario, come se fosse sul punto di provare a scappare.
"Siediti" ripetè Strega, questa volta con tono più pacato.
Si sedettero l’uno di fronte all’altro.
"Quando ho iniziato a dubitare di te sono andato a indagare a ritroso. Circa otto anni fa hai preso un’aspettativa di quasi un anno. Quando sei tornato avevi come per magia un figlio. Coincidenza? Non credo".
"Come hai-".
"Aspetta, non è ancora il tuo momento. Sapevi come muoverti e a chi portarlo via, perchè la strada era il tuo ambiente di lavoro. Forse avevi preso addirittura degli accordi o, peggio ancora, l’avevi comprato. A quel punto, quando sei tornato, hanno iniziato a ricattarti. Mi sbaglio?".
Rizzo non fiatò.
"Devono averti chiesto qualcosa, qualcosa d’illegale, e tu sei stato costretto a farlo, per amore del bambino e della tua famiglia. Ma dopo il primo "reato" non c’è stato modo di tornare indietro".
"Tu parli senza la minima cognizione di-".
"Ho fatto analizzare lo storico delle tue chiamate. Ci sono telefonate da numeri di pregiudicati slavi. Non molte, ma ci sono" bluffò Strega. "Perchè degli schiavisti e dei personaggi legati al mondo della prostituzione chiamano il cellulare privato di un dirigente della Digos, me lo spieghi?".
Rizzo tacque.
"Innocenti, Ronchi, Larocca- Sai cos’hanno in comune tutti quanti, al di là della morte violenta? Due cose. Prima di togliersi la vita stavano indagando su casi legati alla scomparsa di ragazze russe e bielorusse. Tutti. Ho controllato le loro schede e i rapporti dell’epoca. E sai qual è la seconda? Che le indagini sui loro "suicidi" sono state affidate dalla prima all’ultima alla Digos, e in particolare a te. Sei stato tu a indagare e in seguito ad archiviare le loro morti come suicidi. Ho letto gli atti e ho visto le tue firme. Troppe coincidenze, non credi?".
Rizzo scosse la testa divertito. "Hai finito?" gli chiese con tono derisorio.
"Non ancora. E' per questo che tutti loro non ne hanno parlato con nessuno. Erano bravi investigatori e hanno capito che tutto portava a te. C’eri tu dietro le sparizioni, Dio solo sa perchè. Ma li avrebbero presi per pazzi se ti avessero accusato senza prove solide. E proprio per la tua posizione sei stato in grado di fermarli e metterli a tacere prima che fosse troppo tardi".
Rizzo continuava a scuotere la testa, divertito.
"Tutto è filato liscio fino al caso Larocca. Lì hai fatto un po’ di casino: ti sei dimenticato il pettine nel bagno, e questo mi ha portato a identificare Maja Filipenka. Da quel momento non hai potuto fare più niente. Sentendoti braccato hai cercato di fermarmi, e questo spiega perchè volevi archiviare il caso a tutti i costi. Avevi paura che scoprissi che eri stato tu".
"Stronzate".
"Stronzate, eh? Quindi mi autorizzi a fare un prelievo a tuo figlio?".
"Fottiti".
"No, fottiti tu. Inizia a parlare o esco da questa casa e ti metto tutti contro. Saranno costretti a indagare e ti inchioderanno, perchè è vero, sei stato bravo, ma hai comunque fatto degli errori".
"Quali errori?".
"Le immagini riprese dalle videocamere a circuito chiuso".
"Non dimostrano niente".
"Vogliamo parlare dei tuoi tabulati telefonici?".
"Tutte prove circostanziali, Strega. Inammissibili in tribunale, ed è per questo che sei venuto qui, da solo, e non sei in procura: perchè non hai nulla in mano. A parte una marea di illazioni che non puoi dimostrare. Il tuo impianto accusatorio si regge sul nulla. L’unico risultato che otterresti è che ti denuncerei per diffamazione, prima di toglierti il distintivo e pisciarci sopra".
"Perchè allora non mi fai fare un tampone al bambino?".
"Ho ascoltato le tue puttanate anche per troppo tempo" disse Rizzo alzandosi. "Fuori da casa mia, e considerati già sotto procedimento disciplinare. Chiederò la tua testa per queste accuse infamanti".
Strega rimase seduto. "Perfetto. Perchè non chiami una volante e mi fai portare via? Lo sai perchè? Perchè non puoi" disse mostrandogli una piccola bustina di plastica di quelle utilizzate dalla Scientifica per repertare le prove biologiche.
"Tuo figlio Manuel aveva un capello sulla maglietta. Gliel’ho preso. Non ho più bisogno del tampone, Rizzo. Mi sono servito da solo".
"Tu, brutto pezzo di merda-".
"Stammi bene a sentire, Rizzo: o inizi a parlare, ora, subito, oppure le cose si mettono davvero male, perchè appena aprirai quella porta dirò a tua moglie cos’hai fatto per proteggere la vostra famiglia. Tutte le persone che hai ucciso, tra cui tre colleghi".
Rizzo si bloccò. Sembrava combattuto, in preda a un conflitto interiore che gli impediva di prendere una decisione.
Strega capì che doveva affondare un altro colpo e lo fece: "Mi sono dimenticato di verbalizzare che durante la perizia calligrafica ho chiesto a Martinelli una perizia grafologica. Sai qual è stato il responso? Larocca ha scritto il biglietto d’addio sotto dettatura. E' così, vero? Come hai fatto a convincerlo a spararsi?".
"Cosa vuoi?".
"Voglio che mi dica dove sono Maja e il bambino. Siamo ancora in tempo per salvarli. Sono disposto a darti qualche ora di vantaggio per scappare. Ma mi devi dire dove sono".
"Mettiamo anche che fossi disposto a crederti, sai bene che è troppo tardi per loro. Chiunque li abbia presi non ha di sicuro lasciato tracce".
La porta si aprì e fece capolino la moglie di Rizzo.
"Tutto bene, Maurizio?" domandò.
"Sì, lasciaci soli per favore".
"No, signora. Rimanga un secondo" intervenne Strega.
La donna fece rimbalzare lo sguardo dal marito allo sconosciuto.
"Va’, Annarita-".
"Lei sa dove suo marito ha preso vostro figlio?".
La donna sembrò paralizzarsi.
"Strega!".
"Sa che quello che avete fatto è illegale?" disse Vito estraendo le manette.
La donna prese a tremare. Cercò di articolare qualcosa, ma dalla bocca le venne fuori soltanto un gemito incomprensibile. Quella reazione fu più eloquente di una confessione.
"Se non posso arrestare te, Rizzo" disse Strega rivolto al superiore, "arresto tua moglie per sequestro di persona. Che dici?".
"Di cosa sta parlando, Maurizio?" disse la donna.
"Strega, non fare cazzate!".
"Sto parlando del fatto che vi siete resi complici di aver rapito un bambino, signora, e l’avete cresciuto come vostro. E questo è solo il primo di tanti gravi reati di cui suo marito si è macchiato. Ora si volti, per favore" disse avvicinandosi a lei, aprendo le manette.
"Papà ?" disse il bambino spuntando a fianco della madre, gli occhi ingigantiti dalla paura.
Strega fissò il dirigente con sguardo interrogativo. La prossima mossa toccava a lui. Gli dispiaceva essere arrivato a tanto, coinvolgendo il piccolo, ma c’era la vita di Maja e suo figlio in gioco.
"Va bene, Strega. Hai vinto tu" disse Rizzo. "Mettile via. Ti dirò tutto, ma mi devi promettere che loro ne staranno fuori".
"Maurizio-" sussurrò la donna, abbracciando il figlio.
"Lasciaci soli, Annarita. Andrà tutto bene, tranquilla".
Strega annuì e chiuse la porta del salone. "Ora parla".
Nonostante non fossero nemmeno le sette del mattino, Rizzo prese da una vetrina una bottiglia e un bicchiere e si versò una generosa dose di cognac, mandandola giù in due sorsi decisi. Poi cominciò il suo tetro racconto.
69.
Rizzo rimase in silenzio per diversi secondi, poi gli fece una domanda che mai Strega si sarebbe aspettato.
"Dimmi soltanto una cosa. Tu hai ucciso Jacopo, vero?".
"No- Perchè?".
"Ho insistito per indagare io sul vostro "incidente", perchè ero sicuro che l’avessi fatto".
"Che motivi avrei mai avuto per doverlo ammazzare?".
"Pensavo che avessi scoperto tutto".
"Scoperto cosa?".
"Jacopo Di Giulio era in affari con me".
Strega lo fissò basito. "Di cosa diavolo stai parlando?".
"Il tuo partner era sporco, Strega. Aveva scoperto il mio ruolo nelle sparizioni delle ragazze, ma anzichè denunciarmi aveva preteso di entrare nell’affare".
"Quale affare?".
Rizzo si versò un altro bicchiere e lo trangugiò in poche sorsate. "La mia famiglia-".
"Ti ho già detto che la terrò fuori. In quali affari eravate coinvolti?".
"Portai via quello che sarebbe diventato mio figlio a una tossica serba. Pagai per averlo, promettendo protezione agli schiavisti che controllavano quella zona e quelle ragazze. Lavorando nella seconda sezione li conoscevo tutti, quei pezzi di merda- Mia moglie era sull’orlo della depressione. Anzi, ci era dentro fino al collo, e io ero sul punto di seguirla a ruota. Il fatto di non avere figli ci stava facendo ammalare. Le parlai di questa occasione che mi era capitata tra le mani e decidemmo di farlo".
"Continua".
"Se non l’avessimo preso il piccolo sarebbe morto di lì a poco. Tu non puoi avere nemmeno la minima idea di tutta la merda e la miseria umana che ho visto in quegli anni. Comunque, al mio ritorno quei bastardi iniziarono a ricattarmi, coinvolgendomi in alcune operazioni sporche".
"Nello specifico?".
"All’inizio dovevo soltanto coprirli e garantire loro protezione nelle strade. In cambio volevo salvare i bambini che quelle ragazze avevano. Bambini innocenti, che spesso pagavano per colpa delle madri, distrutte dalla droga e dalla vita da puttane".
"E cosa ne facevi?".
"Li facevo portare in Svizzera da contatti fidati e venivano affidati a buone famiglie e ad alcune suore compiacenti. Davo loro una seconda possibilità . Consideralo pure illegale e immorale, ma li salvavo".
"Vuoi darmi da bere che sei un buon samaritano, Rizzo?".
"E tu vuoi che prosegua o no?".
Strega scosse la testa ma lo lasciò parlare.
"Fu una mossa ingenua, perchè dopo quegli stessi bastardi che coprivo mi costrinsero a vendere quei bambini. Mi infilarono in un traffico di neonati".
Strega abbassò lo sguardo, schifato.
"La cosa funzionava, e garantiva parecchi soldi. Quei figli di puttana a quel punto hanno detto: "Se possiamo vendere dei bambini perchè non vendiamo anche le madri?". E così hanno iniziato a trafficare in organi umani".
"E tu non potevi più tirarti indietro".
"Era troppo tardi. Mi ricattavano con tutto ciò che avevo fatto per loro, minacciandomi di far saltare fuori la storia di Manuel. Per me è come se fosse davvero mio figlio. Lo è".
"Cosa c’entra Jacopo in tutto questo?".
"Aveva iniziato a indagare sulla scomparsa di alcune ragazze. Quelle che entravano nel mirino degli schiavisti e che finivano per diventare carne in vendita. Era bravo, il tuo partner. Arrivò a me, ma anzichè farmi arrestare mi affrontò e disse che voleva entrare nell’affare, e così facemmo".
Strega strinse i pugni così forte che le nocche schioccarono. "Impossibile. Non era un criminale".
"Non si può mai dire di conoscere davvero qualcuno, vero? Comunque andò così. Voleva fare soldi, e li fece".
"Per quanto tempo?".
"Non tanto, poi morì. Io ero convinto che tu, avendo scoperto in cosa si era infilato, l’avessi fatto fuori. Invece no. E' per questo che ho fatto di tutto per farmi affidare l’inchiesta su di te. Dovevo capire- Se non l’hai ucciso tu com’è morto allora?".
"E' stato un incidente".
"Sarà , ormai non me ne fotte più nulla".
"Come hai fatto a convincere Larocca a spararsi?".
Il poliziotto si versò un altro bicchiere. "E' bastata una foto di suo figlio. Gli ho detto che sapevo dove aveva nascosto la ragazza e il bambino, e che li avrei ammazzati. Se si fosse tolto la vita da solo li avrei risparmiati. Sapeva che a me interessava soltanto non essere scoperto, e così si è sacrificato per il figlio- I figli sono sempre la nostra debolezza".
"Ma hai disatteso la sua promessa e hai sequestrato comunque Maja, vero? Non potevi rischiare".
Rizzò finì il bicchiere e annuì.
"Dove sono?".
"E' troppo tardi. Non li troverai mai".
Detto questo il dirigente della Digos scoppiò a piangere come un bambino.
Strega comprese che non sarebbe più stato in grado di tirargli fuori altro e, rivolto al microfono nascosto sotto la camicia, disse: "Entrate e portate via questo figlio di puttana".
70.
Maurizio Iovine aveva chiesto di poter chiudere di persona le manette ai polsi di Rizzo, che non reagì agli insulti del collega. L’uomo della Digos si chiuse in un mutismo assoluto e non ebbe nemmeno il coraggio di guardare in faccia il vicequestore Palamara e il sostituto procuratore Merini quando passò loro davanti, scortato da due agenti in divisa, mentre le urla e i pianti della moglie e del figlio rendevano quell’arresto ancora più drammatico.
Appena aveva potuto Strega era uscito da quella casa. Là dentro si sentiva soffocare. Nessuno tra loro poteva saperlo, ma Vito aveva appena scoperto di aver sacrificato amore e carriera non per proteggere un collega, ma un criminale. Si era immolato per un assassino.
"Strega".
Vito si voltò. Iovine lo squadrava.
Stentò a credere ai propri occhi quando il dirigente gli tese la mano.
"Complimenti, avevi ragione tu" disse Iovine. Si vedeva che quelle parole dovevano essergli costate care.
Prima di recarsi a casa di Rizzo, Strega era andato da lui per coinvolgerlo nell’operazione. Con la Merini avevano deciso di provare a giocarsi il tutto per tutto pur di salvare Maja. Vito aveva spiegato a Iovine il loro piano e le ultime scoperte sul caso. Il commissario capo sulle prime aveva opposto resistenza, ma quando Strega gli aveva detto che se si fosse sbagliato avrebbe rassegnato le dimissioni, Iovine aveva accettato di mandarlo in casa di Rizzo con un microfono addosso, tentando il tutto per tutto.
Strega apprezzò la correttezza del gesto e gli strinse la mano. "Ciò significa che non ti sei liberato di me" ci tenne a sottolineare Vito.
"Non ancora" disse Iovine con un sorriso luciferino. "Non ancora- Ci vediamo in questura. Vado ad assicurarmi che l’iter venga seguito alla lettera. Ci manca solo che quel bastardo si appigli a qualche svista procedurale".
Vito annuì, anche se non nutriva molte speranze sul fatto che giustizia venisse fatta. Era indubbio che Rizzo avrebbe richiesto l’intervento di un bravo legale e che da quel momento non avrebbe più detto una parola; sarebbe toccato a loro ricostruire tutto, prove alla mano. Nonostante la confessione non sarebbe stato per niente facile giungere a una condanna per tutti i reati che il dirigente aveva commesso.
Il magistrato e Palamara lo raggiunsero fuori, complimentandosi anche loro. Avevano ascoltato tutta la conversazione dentro un furgone senza contrassegni parcheggiato a una ventina di metri da casa di Rizzo.
"Avete registrato tutto?" chiese Vito.
"Sì, non preoccuparti" rispose Palamara.
"Basterà ?".
"Lo faremo bastare. Il problema ora è capire se ha mentito o meno sulla ragazza e il bambino" disse la Merini.
"Ho paura di no. E se non l’ha fatto di persona l’avrà fatto fare a qualcuno della banda di trafficanti" replicò Strega.
"Che casino- Come pensa di muoversi ora, dottoressa?" chiese il vicequestore.
"L’ispettrice Muraro e gli altri della squadra stanno cercando di risalire al luogo in cui ha portato i due ostaggi, attraverso i segnali lasciati dai cellulari. Proveremo anche a interrogarlo, sperando che collabori".
"Non collaborerà " disse Strega.
"Questo non ci esime dal provarci".
I due uomini annuirono, ma sapevano benissimo che Rizzo non avrebbe parlato.
"E' stato davvero in gamba, commissario. Mi dispiace per il suo partner. Spero che quanto ha detto Rizzo su di lui fossero soltanto delle menzogne".
"Lo spero di cuore anch’io, mi creda".
"Sappia che ho intenzione di proporla per un encomio. Anzi, vicequestore, metta pure agli atti la mia richiesta. Mi sembra davvero il minimo per il lavoro svolto dal dottor Strega".
Palamara annuì e sorrise orgoglioso. Vito si limitò a ringraziarla, sebbene fosse poco interessato agli elogi. Nessuna lode sarebbe stata in grado di riportare Maja e il piccolo a casa.
"Ora vado in questura e mi metto in contatto col procuratore capo. Ci vediamo lì, signori?".
"Certo. A più tardi, dottoressa".
Rimasti soli, Palamara si accese una sigaretta e indicò la casa alle loro spalle.
"Sei stato in gamba là dentro. Io non avrei avuto il tuo stesso sangue freddo. Probabilmente gli avrei sparato a metà discorso".
"Non nego che quel pensiero non mi sia passato per la testa".
"Lo posso immaginare- Sei stato coraggioso, Strega, e ti ringrazio per esserti battuto in questo modo per un collega. Ho paura che ora questo ti si ritorcerà contro, però. Ti odieranno per aver gettato altra merda sul dipartimento".
"Mi odiano già , cambierà poco per me".
"Quello che voglio dire" continuò Palamara, "è che comunque andrà , se resterai qui o in qualsiasi posto ti trasferiranno, rimarrai comunque quello che ha ucciso e fatto arrestare dei colleghi. Nessuno si fiderà più di te, anzi, ti ostacoleranno in tutto. Lo capisci questo?".
"Lo so. Però non stiamo parlando di semplici colleghi, ma di un assassino e trafficante di esseri umani. C’è una bella differenza".
"Vallo a spiegare a quelli con cui dovrai lavorare. Ci vorrà del tempo prima che lo capiscano- Comunque non posso più tenerti dentro questa indagine, posto che tu lo sia mai stato".
Vito sorrise mesto. "Non si preoccupi. Sono io che devo ringraziarla, invece. Senza il suo aiuto non avrei mai capito che c’era Rizzo dietro quelle morti".
"Io non ho fatto nulla. Nessuno meriterebbe più di te di chiudere l’inchiesta. Ma ora che è saltata fuori questa storia su Jacopo- dobbiamo vederci chiaro. Molto probabilmente tornerà a galla la storia dell’incidente. Ti interrogheranno di nuovo. Non è da escludere un tuo allontanamento dal servizio operativo, sai come ragionano".
Strega scrollò le spalle. "Io ho la coscienza a posto, dottore. Volevo solo salvare quella ragazza e il figlio, e fare giustizia per Larocca e gli altri. Sinceramente non mi aspettavo un casino del genere".
"Lo so. Adesso va’ a casa a dormire per qualche ora. Ci rivediamo in questura verso mezzogiorno".
"Va bene. Grazie ancora" disse il commissario avviandosi verso la Mini.
"Strega" lo richiamò Palamara.
Vito si voltò verso il superiore.
"Qualsiasi cosa diranno su di te d’ora in avanti, e ne diranno, stanne certo, sappi che per me rimani comunque il miglior poliziotto con cui abbia mai lavorato. Il più scassaminchia sicuramente, ma anche il migliore".
Strega sorrise. "Grazie, dottore".
Il vicequestore Palamara annuì e osservò Strega entrare nell’auto, dicendosi che avrebbe protetto con le unghie e con i denti il suo migliore investigatore.
71.
Avrebbe voluto tornare a casa, buttarsi a letto e risvegliarsi dopo una settimana. Ma non poteva. Doveva sapere se Rizzo gli aveva detto la verità .
Così andò da lei. Calcolò che a quell’ora i bambini dovevano già essere a scuola. Meglio.
Suonò il campanello e aspettò sotto il porticato.
Quando lei aprì la porta Vito non la riconobbe. Aveva perso almeno venti chili. La testa era fasciata in un foulard che a stento nascondeva la calvizie totale. Le ossa del viso sembravano voler bucare la pelle. La morte l’aveva già avvinghiata a sè.
Guardandola, Strega capì.
Lei si limitò a lanciargli un’occhiata di fuoco, poi sussurrò con voce flebile: "Non tornare mai più, bastardo".
Fece per chiudere la porta ma il poliziotto la bloccò con una mano. Dal giorno dell’incidente non si erano più visti nè sentiti. Lo considerava responsabile della morte del marito e aveva preteso che non venisse nemmeno al funerale di Jacopo. Vito aveva provato a telefonare più volte e alla fine aveva desistito. Forse era meglio che lei lo considerasse colpevole, se questo le permetteva di elaborare meglio la morte del marito.
"Non sono qui come amico, ma come poliziotto" disse.
"Cosa vuoi?".
Strega osservò ciò che rimaneva di Monica Langella, la vedova del collega, e si chiese cosa dovesse fare, quanto di quella maledetta storia fosse il caso di rivelarle.
"Allora? Che diavolo vuoi?".
"Cosa ti è successo?" le chiese.
"Leucemia linfoblastica acuta".
"Mi dispiace- Da quando?".
"L’ho scoperto due anni fa".
Strega sentì un brivido freddo pervaderlo. I conti con quanto raccontato da Rizzo tornavano.
"Lui- non me l’aveva mai detto".
"Evidentemente non si fidava. E faceva bene".
"Devo solo capire una cosa, e me lo devi dire perchè il futuro dei tuoi figli è a rischio".
Lei sembrò fissarlo con ancora più odio.
"Jacopo aveva iniziato a portare soldi a casa? In contanti, e intendo molti soldi?".
"Vaffanculo, Vito".
"Me lo devi dire se vuoi che ti aiuti. Perchè tra poco arriveranno i miei colleghi a chiedertelo, e a loro non gliene fotterà niente nè di te nè dei tuoi figli" replicò con un’aggressività che non gli apparteneva. "Tu non hai la minima idea di tutto quello che ho fatto per te e i bambini, Monica. Quindi se non vuoi che ai bambini non rimanga un cazzo rispondi alla mia domanda. Jacopo stava portando soldi a casa dopo aver scoperto che ti eri ammalata?".
La donna annuì, spaventata dalla sua reazione. "Mi fece giurare di non dire nulla a nessuno. Nemmeno a te".
Strega socchiuse gli occhi. Ora aveva la certezza di essersi sacrificato per un collega che aveva oltrepassato il confine, diventando un criminale. Ma alla fine i sensi di colpa per ciò che era diventato l’avevano spinto al suicidio.
"Non ha mai voluto dirmi da dove venivano- Cos’ha fatto?" gli chiese con voce querula.
Vito non rispose.
"Dimmi che cos’ha fatto!" ripetè con le lacrime agli occhi.
"Quello che fanno i padri. Ha cercato di proteggere la sua famiglia" le disse.
Lei lo fissò smarrita.
"Nascondi tutto ciò che ti è rimasto in un luogo sicuro. Ovunque ma non qui, e in nessun altro posto che possa essere riconducibile a te. A casa di un amico, di un parente, ma non qui. Hai capito?".
Monica annuì.
"Verranno a interrogarti e probabilmente perquisiranno la casa. Tu non dire niente, e soprattutto non dire mai che sono venuto ad avvisarti, altrimenti capiranno".
"Ma-".
"Se vuoi che ai bambini rimanga qualcosa fa’ come ti ho detto" disse prima di voltarsi e procedere verso la Mini.
"Cos’ha fatto, Vito?".
Strega si voltò e la fissò per qualche secondo, senza trovare il coraggio di risponderle.
"Buona fortuna, Monica".
Entrò in macchina e se ne andò.
72.
Per alcune persone il buio è una condanna. Per altre una scelta. Dopo tanti anni di indagini su omicidi e crimini efferati, Strega trovava sempre più difficile distinguere tra le due strade. Rizzo e Di Giulio avevano scelto liberamente di abbracciare l’oscurità , o la loro era stata una scelta obbligata, dettata dalle circostanze?
"E per te? Che cos’è il buio? Una scelta di vita o una pena data dal lavoro?" si chiese mentre era in fila allo spaccio.
Aspettò di essere l’ultimo cliente rimasto nel negozio e poi si avvicinò al bottegaio. Si conoscevano da parecchio. Si fidavano l’uno dell’altro.
"E' passato un po’ di tempo dall’ultima volta" disse il vecchio alla cassa.
"Già ".
"Cosa le do?" chiese l’uomo assicurandosi che fossero soli.
"Una bottiglia".
L’altro annuì, sparì nel retrobottega e ne uscì con una busta che conteneva una boccia verde. Quella varietà di assenzio era illegale. Ma quel gigante d’uomo era uno dei suoi migliori clienti, o perlomeno lo era stato in passato.
"Forse ci è ricascato" pensò passandogli la bottiglia priva di etichetta, senza chiedergli nulla. Le domande mal si coniugavano col suo mestiere.
Strega pagò e se ne andò. Guidò verso casa con l’unica intenzione di lavarsi di dosso la sensazione di sporcizia che le parole di Rizzo gli avevano lasciato. La confessione del collega aveva aperto una dolorosa frattura da cui erano traboccate tutte le angosce, le paure e i sensi di colpa che aveva tenuto a bada per troppo tempo. Infine, la consapevolezza di essersi rovinato per proteggere la memoria di un criminale gli aveva dato il colpo di grazia.
Tornato a casa si beò del fatto che Sofia non ci fosse. Spense il cellulare, chiuse tutte le tende, sbarrando il giorno fuori, e quando la notte artificiale inondò l’abitazione prese la fida bottiglia di assenzio e si arrese al buio.
73.
Rizzo non parlò nè con il magistrato nè con gli investigatori. Attese il suo legale e da quel momento fu impossibile estorcergli nient’altro che un "no comment".
Nei giorni seguenti, tramite perquisizioni e indagini patrimoniali che rivelarono un capitale personale ben al di sopra delle possibilità di un dirigente di pubblica sicurezza, il sostituto procuratore Merini riuscì a far convalidare il fermo, e tramite l’analisi dei tabulati telefonici arrivò ai complici stranieri di Rizzo, i quali, messi alle strette, ammisero di essere coinvolti in un traffico di organi a danno di alcune ragazze slave sottratte dalla strada e vendute come carne da macello. Negarono di aver ricattato l’ex dirigente della Digos, lo accusarono invece di essere proprio lui la mente dietro il traffico di organi e neonati, sperando di ottenere una riduzione di pena. L’avvocato di Rizzo dichiarò la totale estraneità del suo cliente ai fatti e negò qualsiasi rapporto tra il suo assistito e quei criminali. Nel frattempo arrivarono i risultati dell’esame del DNA del figlio di Rizzo. Risultò non essere un consanguineo della coppia. Interrogati in merito Rizzo e la moglie si avvalsero della facoltà di non rispondere. Uno degli schiavisti ammise di aver venduto il neonato al poliziotto, otto anni prima, per la somma di cinquemila euro. Manuel venne affidato ai servizi sociali. Rizzo non lo avrebbe rivisto mai più.
Del destino di Maja e di suo figlio non si seppe più nulla. Interpellata al proposito, la banda di schiavisti sostenne di essere totalmente all’oscuro di quel rapimento. Sostennero che l’uomo della Digos aveva agito da solo, senza coinvolgerli.
Tutti, dalla Merini agli investigatori che si stavano occupando del caso, erano convinti che fosse opera sua, ma sapevano bene che l’ex poliziotto non lo avrebbe mai ammesso. Farlo avrebbe significato firmare una condanna all’ergastolo.
Il giorno stesso dell’arresto di Rizzo, Strega chiese un congedo di due settimane per motivi personali. Palamara glielo accordò senza porgli alcuna domanda, limitandosi ad aggiornarlo telefonicamente sull’indagine man mano che emergevano nuovi elementi e capi d’accusa.
Nei giorni seguenti Strega fu convocato in procura e interrogato a lungo in merito all’indagine ma, al di là di quella testimonianza, non fu più coinvolto nel caso.
Qualche giorno più tardi seppe dalla Muraro che i trafficanti avevano riconosciuto nell’ispettore Jacopo Di Giulio un complice di Rizzo, con gravi responsabilità nel commercio di ragazze e neonati. La Merini a quel punto aveva disposto la perquisizione dell’abitazione dell’ispettore, che tuttavia non aveva portato a niente. La vedova era stata convocata in questura come persona informata sui fatti, ma il suo interrogatorio era stato rimandato più volte per gravi motivi di salute. Nel volgere di poche settimane le sue condizioni si aggravarono, e il sostituto procuratore rinunciò definitivamente alla testimonianza della donna.
Il fascicolo sulla morte dell’ispettore Larocca fu riaperto alla luce della confessione di Rizzo. Venne disposta una seconda autopsia che non fece che confermare i risultati della precedente. A quel punto il magistrato dispose il dissequestro della salma, e la figlia del poliziotto potè finalmente organizzare il funerale del genitore, a quasi un mese dalla sua morte. Alla fine della cerimonia Strega si avvicinò e le consegnò la foto che la ritraeva al mare insieme al padre, in quella che sembrava una vita precedente.
Alla vista dell’immagine Manuela scoppiò in lacrime e lo abbracciò, ringraziandolo per aver onorato la promessa che le aveva fatto. Ma nemmeno quello riuscì ad alleviare l’inquietudine di cui Strega si sentiva ostaggio. Il pensiero che l’assassino di tutti quei colleghi fosse stato praticamente a qualche corridoio dal suo, senza che lui se ne fosse mai accorto, non lo abbandonava mai, inchiodandolo a un senso di colpa per il quale non esisteva antidoto.
74.
Stava ritornando verso la Mini quando fu raggiunto dalla voce della Muraro.
"Ti stai lasciando crescere la barba?" gli chiese con un sorriso dopo essersi allontanata dal marito e dal figlio, con cui aveva assistito alla funzione.
"No, è soltanto pigrizia" rispose Strega voltandosi verso di lei.
"Sei stato carino a venire".
Strega scrollò le spalle. "Era davvero il minimo. Per lui e per la figlia".
"Senti, queste settimane sono state parecchio incasinate e non ti ho ancora ringraziato per aver risolto il caso. Se non fosse stato per te- insomma-".
"Ho fatto soltanto il mio lavoro. Piuttosto, su Maja e il bambino è emerso niente?".
Il viso della poliziotta si adombrò. "Nessuna notizia, purtroppo. Stiamo provando a battere la pista del traffico d’organi, ma per ora nulla di nuovo".
Rimasero per qualche secondo in silenzio. Sebbene non avessero il coraggio di ammetterlo nemmeno a se stessi erano consapevoli che non li avrebbero più trovati. Era passato troppo tempo.
"Tuo figlio ti assomiglia" disse lui per stemperare la tensione.
"Dici? E' simpatico. Dovrei godermelo di più".
"Sarebbe un’ottima idea".
"Senti- Ho ascoltato la registrazione di Rizzo. Anche la parte su Di Giulio".
Strega annuì. Sonia era la seconda persona, dopo sua moglie, a cui aveva detto la verità su quella sera.
"Pazzesco, eh? Mi sono sacrificato per un criminale".
"Mi dispiace. Come ti senti?".
"Cerco di non pensarci- Ho scoperto che la moglie è malata".
"Ho sentito, leucemia. Non credo abbia ancora molto da vivere. Hai fatto la cosa giusta, Strega".
"Già , è quello che cerco di ripetermi, ma non ne sono più così sicuro".
"Cosa farai adesso? Ho sentito che sei in congedo".
"Sembra che tu abbia fatto molte domande su di me, Muraro".
"Cosa vuoi che ti dica- ero preoccupata".
"Non devi esserlo. Me la so cavare".
"Su questo non ho dubbi. Ora devo andare. Ci si vede in giro?".
"Certo".
Gli sorrise e tornò dalla sua famiglia. Vito la osservò prendere in braccio il figlio e baciare il marito. In quel momento la invidiò profondamente per avere una vita al di là del lavoro.
Entrò in macchina e prese dalla giacca la lettera dell’UACV di Roma. La rilesse per l’ennesima volta, poi l’appallottolò e se la lanciò alle spalle.
Accese l’autoradio. Otis Clay cantava Don’t Burn the Bridge.
Mentre stava per mettere in moto vide il vicequestore Palamara passare a qualche decina di metri dalla Mini. Attirò la sua attenzione con un colpo di clacson, abbassò il finestrino e attese che si avvicinasse.
"Carina la macchinina. Fanno anche una versione per adulti?" lo derise Palamara posando una mano sul tettuccio.
"Buonasera, capo. In chiesa non mi sono avvicinato perchè non mi andava di salutare il questore e gli altri".
"Me l’ero immaginato. Cosa vuoi, Strega? Hai deciso di ritirarti definitivamente a vita privata e chiuderti in un monastero? Dalla barba parrebbe così".
"Non sono ancora arrivato a quel punto".
"Lieto di saperlo. Che cazzo vuoi allora?".
"Credo di essere pronto per tornare".
"Tempismo perfetto" disse il dirigente sorridendo. "Mi hanno appena chiamato dall’ufficio: duplice omicidio in un appartamento a pochi metri dal Duomo. Dico che te ne occupi tu?".
"Ci ho messo poco a convincerla".
"Sai com’è, con tutti gli investigatori che quel figlio di puttana ha fatto fuori non è che me ne siano rimasti poi così tanti".
Strega scosse la testa per l’umorismo nero del superiore.
"Allora? Dico di mandare Iovine?".
"Sto andando, sto andando-".
"Muoviti perchè ci sono già i carabinieri sulla scena. Dicono che il caso è loro. C’è anche quella tua amica, come si chiama- ".
"Marina La Brava".
"Proprio lei. A proposito, ma siete solo amici o c’è dell’altro?".
"Mi avvalgo della facoltà di non rispondere".
"Fatti sentire appena arrivi sul posto, Casanova". Palamara battè una mano sulla capote e si allontanò ridacchiando.
Strega alzò il volume dell’autoradio. Presagiva già l’eccitazione data dalla caccia e il brivido vitale per essere tornato di nuovo in gioco. Era consapevole che rituffarsi nel buio l’avrebbe fatto stare male. Ma al momento il buio era tutto ciò che gli era rimasto. L’unica cosa che desse un senso alla sua vita.