ALFRED HITCHCOCK.

IL DIARIO DEL MARINAIO

 

 

 

Arnoldo Mondadori Editore.

Traduzione di Luisa Maffi.

Il Giallo dei Ragazzi.

 

 

- Ehi, guardate qua! Un vero kris malese! Tutto eccitato, Bob Andrews indicava agli amici Jupiter Jones e Pete Crenshaw un lungo pugnale dalla lama ondulata.

Pete fece scorrere un dito lungo il filo della lama senza poter trattenere un brivido, mentre Jupiter assumeva un’aria saccente, da ragazzo pieno d’interessi, ma con un’inguaribile tendenza a far troppo pesare sugli altri le sue cognizioni.

- Nei tempi andati - cominciò, subito accolto dagli sbuffi dei due amici - la rotta delle Indie era percorsa da molte navi della California.

Ecco perché diversi oggetti esposti in questo museo provengono dall’Oriente.

I tre ragazzi si trovavano in un piccolo museo turistico situato un po’ fuori della loro città, Rocky Beach, e nei cui locali erano raccolti cimeli di remoti viaggi per mare.

Ora il museo era costretto a chiudere i battenti, e aveva trovato modo di vendere la sua piccola collezione cedendola agli zii di Jupiter, Mathilda e Titus Jones, proprietari della più rinomata bottega di rigattiere di tutta la Costa Occidentale: la Bottega del Recupero.

Alla zia Mathilda spettava la conduzione della bottega, mentre lo zio Titus andava in giro a caccia di occasioni.

Donna massiccia e vigorosa, dalla lingua piuttosto tagliente, la zia era fondamentalmente buona e gentile, ma se appena vedeva qualcuno dei ragazzi in circolazione aveva un solo pensiero: metterli a lavorare.

Jupiter, che viveva con gli zii, cercava sempre di tenersi alla larga da lei: avevano ben altro da fare, lui e i suoi amici, con la loro personale agenzia di investigazioni.

Ma quella mattina, purtroppo, la zia Mathilda aveva bloccato i Tre Investigatori, esigendo il loro aiuto: incastrati, proprio il primo giorno delle vacanze di Natale! Anche adesso la zia non aspetto a farsi sentire: - Taglia la conferenza, Jupiter Jones! Ora come ora non mi interessa sapere da dove viene questa roba, ma dove deve andare: al lavoro, fannulloni, c’è da caricare il furgone! - Sì, zia - rispose Jupiter docilmente.

Sospirando, i ragazzi cominciarono a rimuovere le mercanzie, trasportandole fino al furgone dove aspettava Hans, uno dei due robusti fratelli bavaresi che lavoravano nella bottega.

Nel notare l’espressione dei ragazzi, Hans si mise maliziosamente a fischiettare Jingle Bells.

La zia Mathilda stette un po’ a sorvegliare le operazioni, poi rientrò per stendere l’inventario col signor Acres, proprietario del museo.

Finito l’elenco degli oggetti, la zia tornò dai ragazzi per aiutarli a esaminare certe casse che stavano nel magazzino del museo.

Stavano ancora trafficando nel retro quando si sentì il signor Acres andare incontro a qualcuno che stava entrando, e subito dopo venne un improvviso scoppio di voce adirata.

- Me ne importa proprio un bel niente a chi l’abbia promesso ! - Ma signore, la prego… - venne la voce conciliante di Acres.

- E mio e lo rivoglio immediatamente! - La voce dello sconosciuto era roca e minacciosa.

- Mi spiace, ma ho venduto tutti i pezzi del museo alla Bottega del Recupero e non posso fare eccezioni.

La zia Mathilda e i ragazzi si precipitarono di la e trovarono il signor Acres proteso al di sopra di un cofano orientale in legno di tek, tutto rivestito di pesanti decorazioni in ottone.

L’interlocutore era un individuo di bassa statura, con la faccia cotta dal sole e segnata dalle intemperie.

Aveva occhi infossati, luccicanti, e due profonde cicatrici che solcavano le guance andando a perdersi nella folta barba nera.

Lo sconosciuto indossava un vecchio completo da marinaio della marina mercantile, con il berretto ornato di galloni ormai consunti.

L’uomo fissò minacciosamente il suo antagonista.

- Qui l’eccezione la faccio io,lo vuol capire o no? Il cofano è mio e sono qui per riprendermelo! Anzi l’avverto… Acres era fuori dai gangheri.

- Senta, !ei! Io… io… - Mi chiami pure Jim, Giava Jim: cosi mi chiamano tutti.

Questo cofano l’ho riportato da un lungo viaggio e lo conosco bene: è pericoloso, molto pericoloso, mi capisce? A queste parole i ragazzi ebbero un sussulto.

Accorgendosi improvvisamente della loro presenza, Giava Jim imprecò tra i denti: - Cosa volete, qui, mocciosi? - ringhiò.

- Fuori dai piedi, capito? E la vecchia pure: fuori tutti! Jupiter lanciò uno sguardo di soppiatto alla zia, trattenendo un risolino.

Il volto della donna era diventato di colpo rosso come un peperone.

- Come si permette! - tuonò zia Mathilda.

- Come osa rivolgersi a me in questi termini, mascalzone barbuto! Se non fossi una signora, I’avrci già buttata fuori di qui! Travolto da tanta furia, il marinaio indietreggiò, sempre incalzato dalla donna.

- Guardi, signore, che lei ha preso un granchio - intervenne Acres abbozzando un sorriso.

- Questa signora è la proprietaria della Bottega del Recupero.

Ora il cofano appartiene a lei.

Giava Jim sbatté le palpebre.

- Oh, io… Beh, mi dispiace davvero, signora.

Deve scusarmi: è il mio caratteraccio, non volevo offenderla.

Troppo tempo passato sulle navi in giro per il mondo, ecco cos’è, e adesso che ritrovo finalmente il mio cofano perdo la testa.

L’ira del marinaio sembrava sbollita, e la zia Mathilda si calmò a sua volta con la stessa rapidità con cui si era inalberata poco prima.

Lanciando un’occhiata al cofano che i ragazzi si erano messi a esaminare, chiese: - Ma se questo oggetto le appartiene, come mai si trova qui? - Rubato, signora - rispose pronto Giava Jim.

- Qualche mano lesta me l’ha soffiato dalla nave appena abbiamo attraccato a San Francisco due settimane fa e l’ha venduto a un robivecchi nel porto.

Quando ho rintracciato la bottega, il padrone aveva già mandato qui il cofano, così sono venuto a cercarlo.

- Beh… - cominciò la zia Mathilda.

Bob la interruppe.

Aveva aperto il cofano, e indicava l’interno del coperchio.

- Ma qui c’è inciso un nome: Regina di Argyll.

O il nome della sua nave, signor Jim? - No, ragazzo - rispose il marinaio.

- O un oggetto antico, sarà passato per cinquanta mani nel corso degli anni.

Quel nome c’era già quando l’ho comprato a Singapore.

Intervenne il signor Acres.

- In effetti l’ho ricevuto solo ieri dal mio amico Baskins di San Francisco: ero d’accordo con lui che mi mandasse qualsiasi oggetto di interesse locale per il museo.

Quando ho deciso di vendere tutto mi sono dimenticato di annullare l’ordine.

- Posso pagare un buon prezzo - disse Giava Jim.

- Beh - riprese la zia Mathilda - dal momento che il cofano è suo, direi che lei potrebbe dare al signor Acres la somma che ha speso per averlo, e… D’improvviso nel museo si senti uno strano ronzio.

- Ma cosa… - cominciò Bob, alzando lo sguardo dal cofano.

Uno scatto metallico, un lampo nell’aria… e un corto pugnale acuminato passò con un sibilo vicino all’orecchio di Jupiter, andando a conficcarsi e la parete alle sue spalle.

Per un istante interminabile tutti rimasero di ghiaccio.

Il pugnale vibrava ancora nella parete.

La prima a riscuotersi fu la zia Mathilda: - Sei ferito, Jupiter? - gridò, precipitandosi verso il nipote.

Il ragazzo fece un cenno negativo con la testa, ma dovette lasciarsi cadere su una panca perché gli venivano meno le gambe: il pugnale gli aveva mancato l’orecchio di pochi centimetri.

- Chi è stato? - esclamò il signor Acres girando intorno uno sguardo furente.

- Non guardate tutti me! - si difese subito Giava Jim.

- No… no… non l’ha tirato nessuno - balbettò Bob.

- O schizzato fuori dal cofano! Il signor Acres si avvicinò al cofano per guardarvi dentro.

- Santo cielo! Ma qui c’è uno scomparto segreto! Bob deve aver toccato un meccanismo nascosto che ne ha provocato l’apertura.

- Già - intervenne Bob - il pugnale doveva essere appoggiato su una molla che è scattata all’apertura dello scomparto: un trabocchetto bell’e buono! - Per uccidere chiunque trovi il nascondiglio - continuò Pete.

La zia Mathilda si fece sotto a Giava Jim.

- Se questa è opera sua, io… - Non ho niente a che fare con trabocchetti, io! - interruppe il marinaio con ira.

- O vero - intervenne Jupiter, ormai rinfrancato, ritrovando la parola.

Quindi estrasse il pugnale dal muro per esaminarlo più da vicino.

- O di fattura asiatica, probabilmente delle Indie Orientali: scommetto che questa trappola è stata preparata cent’anni fa dai pirati di quelle parti! - Accidenti! - esclamò Pete.

- Pirati? - ripeté Bob.

Jupiter si era avvicinato al cofano, curvandosi a studiare il meccanismo della molla.

Con aria di trionfo si risollevò per annuire.

- Guardate! La molla e lo scatto sono fatti a mano e tutti arrugginiti.

O senz’altro un vecchio lavoro, forse opera di pirati malesi o giavanesi: una tipica trappola-nascondiglio per oggetti preziosi.

- Pirati giavanesi? - saltò su Eob.

- Ehi, ma il nome Giava Jim… Tutti gli sguardi si appuntarono di nuovo sul marinaio.

- Aspettate - si difese l’uomo.

- Giava Jim non è che un soprannome, me l’hanno appiccicato perché da giovane ho vissuto per un po’ di tempo in quell’isola.

Io coi pirati non c’entro affatto.

- Ma dov’è, poi, Giava? - chiese Pete.

- Confesso che non lo so proprio.

- O una grande isola dell’Indonesia - rispose Jupiter cogliendo al volo l’occasione per dare un saggio della sua scienza.

- L’Indonesia comprende anche Sumatra, Nuova Guinea, Borneo e Celebes: ora è indipendente, ma anticamente era una colonia olandese formata da centinaia di piccoli sultanati, e i sultani erano quasi tutti pirati! - Come Barbanera, dici? - chiese Pete.

- Navi all’arrembaggio, con cannoni, teschio e tibie e tutto il resto? - Non esattamente, Pete.

- Il tono di Jupiter cominciava a diventare un po’ enfatico.

- Quelle erano le insegne dei pirati occidentali: Barbanera, sai, era inglese.

I pirati delle Indie Orientali non avevano grandi navi e bandiere nere, e ben pochi cannoni.

Erano indigeni che si nascondevano fra le centinaia di isole e isolette della regione - lungo i fiumi o in piccoli villaggi - e attaccavano le navi europee o americane abbordandole con sciami di imbarcazioni.

Le navi occidentali raggiungevano quei luoghi remoti per procurarsi pepe e altre spezie, stagno, tè e sete della Cina, e portavano manufatti a titolo di scambio o anche oro e argento per acquistare i prodotti dell’Oriente.

I pirati attaccavano le navi per depredarle dei metalli preziosi e delle armi.

A volte, però, dovevano subire il contrattacco degli occidentali che andavano stanarli dai loro covi, per cui avevano escogitato ogni sorta di trappole difensive, compresi questi cofani-trabocchetto.

- Vuoi dire che i nostri navigatori cercavano di riprendersi ciò che i pirati avevano rubato loro? Pensi quindi che questo cofano provenga da qualche controffensiva, Jupe? - Ne sono sicuro, Bob.

Benché si dica che ancor oggi ci siano piccole bande di pirati nascoste nelle isole.

- Ehi, Jupe, guarda qui! - gridò Pete, intento a frugare nel cofano, mostrando un piccolo oggetto lucente.

Nello scomparto segreto c’era un anello! - Guarda se trovi qualcos’altro - disse Bob.

Ma Giava Jim spinse da parte Pete, curvandosi sul cofano.

- Vediamo subito! No, diavolo, non c’è altro! Jupiter prese l’anello.

Era lavorato a complicati intrecci di tipo orientale in una materia che avrebbe potuto essere oro o argento, con una luccicante pietra rossa nel mezzo.

- O vera, Jupe? - chiese Pete.

- Non so, potrebbe essere: le Indie erano ricchissime d’oro e di pietre preziose, ma si trovava pure una quantità di paccottiglia scambiata dagli europei con gli indigeni, che non erano in grado di distinguere.

Giava Jim si fece avanti per prendere l’anello.

- Vero o falso che sia, questo anello è mio, vero? Il cofano è stato rubato a me, e tutto quello che c’è dentro mi appartiene.

Ditemi un prezzo e la faccenda è chiusa.

- Beh, vediamo - cominciò la zia Mathilda, ma Jupiter la interruppe, parlando rapidamente: - Noi non sappiamo davvero se il cofano è suo, zia.

Non c’è scritto sopra il suo nome: tutto quello che ci risulta sono soltanto le sue affermazioni.

A queste parole il marinaio sembrò uscire dai gangheri.

Così vorresti darmi anche del bugiardo, ragazzo? - Ci porti un atto di vendita - tagliò corto Jupiter - o qualcuno che possa testimoniare dell’acquisto o del fatto che lei aveva il cofano sulla nave.

- Ma se tutti i miei compagni di bordo l’hanno visto! E adesso… - Allora - riprese Jupiter con fermezza - faremo cosi: terremo per una settimana il cofano alla Bottega del Recupero senza venderlo, in attesa che lei ci porti le prove.

Penso proprio che lei possa aspettare qualche giorno.

- Mi sembra un’ottima idea - approvò il signor Acres.

Giava Jim lanciò ai presenti uno sguardo torvo.

- Al diavolo, ne ho abbastanza! Adesso mi riprendo quel che mi appartiene, e non cercate di fermarmi! - Si fece sotto a Jupiter, aggiungendo con voce minacciosa: - Prima di tutto l’anello: sgancia, ragazzo! - Ma Jupiter era stato pronto a indietreggiare in direzione della porta esterna, eludendo la mossa del marinaio.

- Cosa vuol fare, mascalzone? - gridò la zia Mathilda.

- Chiudi il becco, vecchiaccia! - esplose Giava Jim.

In quella una vasta ombra si delineò nel vano della porta e E~ans, il grosso factotum della bottega del Recupero, fece il suo ingresso nel museo.

- Tu con la zia Mathilda non parli in questo tono, capito? - saltò su, apostrofando il marinaio.

- Tu le chiedi subito scusa, vero? - Sta cercando di prendersi quel cofano e l’anello che Jupiter ha in mano! - esclamò Bob.

- Acchiappalo, Hans! - incitò Jupiter.

- Subito - rispose il bavarese balzando in avanti.

Con un’orribile bestemmia, Giava Jim diede uno spintone al signor Acres, mandandolo in direzione di Hans, e si precipitò verso il retro del museo.

- Prendiamolo! - gridò Pete.

a Acres e Hans si urtarons in pieno, andando a rotolare addosso ai ragazzi.

Quando furono riusciti tutti a districarsi, Giava Jim aveva già guadagnato la porta posteriore e messo in moto un’automobile che doveva aver lasciato poco lontano.

Tutto ciò che i ragazzi poterono ancora vedere fu una nuvola di 12 polvere alzata lungo la strada dalla macchina, ormai sparita dietro una collinetta scoscesa.

- Finalmente! - esclamò la zia Mathilda.

- Beh, ragazzi, tornate al lavoro: bisogna finir di caricare il furgone, e ci vorranno due viaggi.

- Accidenti! - fece Bob.

- Vorrei proprio sapere perché ci teneva tanto a quel cofano! - Ah, sperava senz’altro di far un buon affare portandocelo via - rispose la zia Mathilda.

Nel giro di un’ora il furgone fu riempito fino al limite di carico.

Hans e la zia Mathilda salirono nella cabina di guida, mentre i ragazzi si arrampicarono dietro.

Jupiter sembrava pensieroso.

- Signor Acres - chiese lei ha detto che il mercante di San Francisco le ha mandato il cofano perché era di interesse locale? - Proprio cosi.

Il nome che vi è inciso, Regina diArgyll, è il nome di un vascello che affondò al largo di Rocky Beach un centinaio d’anni fa.

Di tanto in tanto il mare restituisce qualche oggetto proveniente dalla nave, ed io lo espongo.

- Ora ricordo - disse Jupiter.

- Quel grande vascello a vele quadrate che urtò una scogliera nel 1870 o giù di lì.

Il furgone si mise in moto, e i ragazzi si sistemarono alla meglio tra la mercanzia.

Jupiter era immerso nei suoi pensieri, cosi Bob e Pete si misero a chiacchierare tra loro, osservando il paesaggio che si lasciavano indietro.

Ad un tratto, però, Pete si fece più attento, e per il resto del tragitto rimase come concentrato su qualcosa.

Quando il furgone imboccò l’ingresso del cortile della Bottega del Recupero, il ragazzo si fece vicino a Jupiter - Ehi,Jupe! Credo che qualcuno ci abbia seguiti! Una Volkswagen verde ci è stata appresso per tutto il percorso, e alla fine ha svoltato proprio in questa strada! I ragazzi saltarono fuori dal furgone e si precipitarono all’ingresso del cortile.

Proprio così! Una Volkswagen verde era ferma dall’altra parte della strada, ma prima che potessero vedere chi stava al volante, la macchina partì di colpo con uno stridio di ruote.

- Caspita! - esclamò Pete.

- Credi che fosse Giava Jim, Jupe? - Può darsi, ma ricordiamoci che era scappato nella direzione opposta.

- Allora forse c’è qualcun altro che vuole il cofano - suggerì Bob.

- O che si interessa al naufragio della Regina di Argyll concluse Jupiter, con occhi che gli brillavano all’idea di un mistero.

- Potrebbe essere un ottimo caso per i Tre Investigatori! Potremmo… - Ecco dove siete, fannulloni! - La zia Mathilda era apparsa alle loro spalle.

- Quel furgone non si scarica mica da solo! Su, datevi da fare.

Senza opporre resistenza, i Tre Investigatori tornarono sui loro passi e si misero al lavoro.

Il mistero del cofano orientale avrebbe dovuto aspettare! Era ormai mezzogiorno quando ebbero finito di scaricare il furgone.

La zia Mathilda rientrò in casa per preparare il pranzo, dando finalmente via libera ai ragazzi di occuparsi del cofano.

- Lo studieremo meglio al Quartier Generale - disse Jupiter.

- Portatelo voi, io ho un’altra cosa da fare, prima.

E corse via, lasciando gli altri due a sbrogliarsela con le loro sole forze.

Brontolando fra i denti, Bob e Pete afferrarono il cofano per le due estremità, e lo trasportarono a fatica fino ai laboratorio di Jupiter, situato in un angolo del cortile.

Di sotto al banco da lavoro cominciava il Tunnel Due, un grosso tubo che, passando in mezzo ai mucchi di ciarpame accumulati nel cortile, conduceva al nascondiglio segretissimo dei Tre Investigatori.

Il nascondiglio era nientemeno che una vecchia roulotte a carrozzane che i ragazzi avev2no rimesso in sesto all’interno, trasformandola in una perfetta agenzia d’investigazioni, con scrivania, macchina da scrivere, registratore, telefono, laboratorio e camera oscura.

All’esterno la roulotte era abilmente mascherata da altri mucchi di rottami, tanto che per guardare di fuori bisognava servirsi di un periscopio, invenzione di Tupiter, come tutta una serie di marchingegni scientifici da perfetto detective.

Ma uno dei migliori ritrovati del Quartier Generale si rivelò, in questo caso, un grosso osiacolo, nel momento in cui Bob e Pete depositarono il cofano vicino al Tunnel Due.

- Il tubo è troppo stretto per farci passare questo maledetto cassone! -emette Pete, scambiando con Bob un’occhiata di desolazione.

- I passaggi sono fatti tutti giusto a misura nostra - osservò Bob scoraggiato.

- Scommetto che ii cofano non entra da nessuna parte.

In quella Jupiter fece capolino dall’imboccatura del Tunnel Due.

Sembrava eccitato, ma gli altri due non ci fecero caso, investendolo subito del loro problema.

- Uhm - rifletté Jupiter, misurando con lo sguardo la stretta apertura del tubo.

- Avrei dovuto pensarci.

Ma chissà che non passi per l’Accesso Numero Tre.

L’Ingresso Tre era la via più diretta al Quartier Generale: una grande porta di quercia con tutta la cornice, poggiata fra due cataste di legname.

Aprendo con una chiave arrugginita, nascosta in una botte fra altri ferrivecchi, ci si trovava in un passaggio che conduceva alla porta lateIlle della roulotte.

- Sarebbe meglio misurare prima l’entrata del Quartier Generale - osservò Bob.

- E dovremo aspettare che non ci sia nessuno in cortile per effettuare il trasporto - aggiunse Jupiter.

- Intanto, ragazzi, vi comunico che la storia di Giava Jim era inventata di sana pianta! - Perbacco, Jupe! - esclamò Pete.

- Come hai fatto a scoprirlo? - Ho telefonato al signor Baskins, quel robivecchi di San Francisco.

Il cofano non l’ha avuto affatto da un marinaio, ma da un mercante di Santa Barbara, che a sua volta l’aveva comprato da una signora sei mesi fa! - Caspita! - commentò Pete.

- Ma allora Giava Jim potrebbe anche non essere un vero marinaio! - Giusta osservazione - approvò Jupiter, facendosi serio.

- Può darsi che si fosse travestito per farci credere di essere un marinaio: a pensarci bene quell’abbigliamento era troppo pesante per la California del Sud, anche se siamo in dicembre.

- Però poteva anche non sapere che avrebbe trovato noi - obiettò Bob - e del resto la mattina e la sera fa freddo, in questo periodo.

- Può darsi che tu abbia ragione: fatto sta che ieri Giava Jim è andato effettivamente alla bottega del signor Baskins, ma gli ha raccontato una storia del tutto diversa! Ha detto che sua sorella aveva venduto il cofano in sua assenza e che lui lo voleva indietro.

Pete era sconcertato.

- Ma perché cambiare tutta la storia .

- Forse perché pensava che quella nuova sarebbe stata piu convincente, e perché non vuole far capire a nessuno i veri motivi del suo interesse per il cofano.

Comunque il suo racconto al signor Baskins prova almeno una cosa Giava Jim sapeva che il cofano era stato venduto da una donna sei mesi fa, ma deve averlo saputo di recente, altrimenti lo avrebbe rintracciato prima.

- Ma perché mai lo interessa tanto? - si chiese Bob.

- In fondo non è altro che un cofano vuoto.

- A parte l’anello - corresse Pete.

- Può darsi che sia di valore.

- Anche ammesso che lo sia, non mi sembra sufficiente ribatté Bob - e Giava Jim non sapeva neanche che ci fosse, lo scomparto segreto, prima che lo trovassimo.

- Può darsi che sapesse genericamente che nel cofano c’era qualcosa.

- Oppure - intervenne Jupiter - il cofano è importante perché proviene dalla Regina diArgyll, forse proprio dal naufragio! E mentre parlava gli brillavano gli occhi in un modo del tutto particolare, segno che era già al lavoro per risolvere il mistero.

Bob-era dubbioso.

- Pensi che Giava Jim si interessi a un naufragio avvenuto più di cent’anni fa, Jupe? - Già, perché mai dovrebbe? - domandò Pete.

- Questo non lo so - ammise Jupiter - però sentite cosa vi dico: a parte il pugnale e l’anello, tutto ciò che il cofano contiene è il nome della nave.

Penso che dovremmo fare un po’ di ricerche sulla Regina di Argyll.

- All’Istituto di Studi Storici dovrebbero saperne qualche cosa - suggerì Bob.

- Che peccato! - esclamò Pete.

- Nel pomeriggio devo andare con mia madre a fare spese natalizie, e poi ho da lavorare in casa con mio padre.

- Ed io - disse Jupiter - devo fare un secondo viaggio col furgone fino al museo.

Non resti che tu, Bob! - Oh, per me va benone - accettò Bob, che del resto si occupava quasi sempre di questo tipo di lavoro durante le indagini svolte dai Tre Investigatori.

In quella si sentì la voce della zia Mathilda che chiamava Jupiter per pranzo, e i tre ragazzi si separarono.

Dopo mangiato, Bob dovette andare a comprare delle nuove decorazioni luminose per l’albero di Natale, così erano le tre passate quando arrivò in bicicletta davanti all’Istituto di Studi Storici di Rocky Beach.

All’ingresso, dietro un banco, stava seduta una signora dai capelli grigi che gli sorrise gentilmente.

- La Regina di Argyll, giovanotto? Ma certo, credo che abbiamo abbondante materiale in merito.

Un terribile naufragio, che però fece parlare di sé solo molti anni dopo: voci a proposito di un tesoro, capisce? - Un tesoro? - ripeté Bob subito interessato.

La signora sorrise di nuovo.

- Sì, oro, gioielli e cose del genere.

Ma non credo che ne sia venuto fuori un granché, giovanotto.

Beh, vado a prenderle il materiale.

Con crescente eccitazione Bob restò in attesa nella sala centrale dell’Istituto.

Poco dopo la signora ricomparve portando un grosso contenitore da archivio.

- Ecco qua disse - ma ho paura che il materiale non sia ancora classificato.

Bob afferrò lo schedario e corse in una delle salette di lettura, che era vuota, sedendosi davanti a un lungo tavolo.

Nell’aprire il classificatore, un’espressione costernata gli si dipinse sul volto: il contenitore era un caos indescrivibile di fogli, opuscoli, libri, articoli ritagliati da giornali e riviste, tutto ammucchiato senza il minimo ordine apparente.

Sfiduciato, Bob stava per prendere il primo articolo, quando senti una voce sopra di lui: - Non finirà mai di leggere tutta questa roba, giovanotto! Trasalendo, il ragazzo alzò lo sguardo e vide un ometto in un abito nero di fattura antiquata, col panciotto e la catena d’oro.

Aveva la faccia tonda e rosea e occhiali senza montatura; guardava Bob sorridendo, e la voce era profonda ma amichevole.

- Sono il professor Shay dell’lstituto di Studi Storici disse.

- La signora Rutherford mi ha detto che lei si interessa della Regina di Argyll: ci piace incoraggiare i giovani a questi studi, cosi se posso darle una mano, risparmiandole un po’ di tempo e di letture, lo farò molto volentieri.

- Lei conosce le vicende della Regina di Argyll? - Non è il mio campo - ammise il professor Shay - e non è da molto tempo che vivo qui, ma se vuole qualche informazione, ho letto ciò che un mio collega sta scrivendo su tutta la faccenda.

Tanto per cominciare, lei cosa ne sa? - So che la Regina di Argyll era un grosso vascello a vele quadre che affondò al largo di Rocky Beach nel 1870, e che in seguito si parlò di un tesoro a bordo di essa.

Il professore si mise a ridere, sedendosi di fronte a Bob.

- Corrono voci di tesori per ogni nave affondata, ragazzo mio.

Però la data è giusta.

La Regina di Argyll era una nave di Glasgow, in Scozia: un tre alberi a velatura completa che commerciava stagno e spezie delle Indie Orientali.

Era il dicembre del 1870: la nave aveva fatto scalo a San Francisco e si di;igeva a sud verso Capo Horn per ritornare in Scozia, quando una tempesta la deviò dalla sua rotta, spingendola contro una scogliera vicino a riva.

La tempesta fu spaventosa, e ben pochi si salvarono.

La maggior parte dei marinai cercarono di porsi in salvo subito, raggiungendo la riva a nuoto, ma furono travolti dalla furia del mare.

Sopravvissero quelli che erano rimasti sulla nave, compreso naturalmente il capitano: per un caso imprevedibile, la nave non affondò suhito, cosicché i naufraghi poterono aspettare che la tempesta si placasse.

- Ma non c’era nessun tesoro? - Non credo, giovanotto.

La Regina di Argyll affondò in acque relativamente poco profonde, e per questo più d’uno esplorò il relitto sia all’epoca sia in tempi successivi, in cerca di un tesoro.

Anche oggi c’è qualcuno che s’immerge in quel punto, ma tutto ciò che se ne è ricavato è una manciata di vecchie monete.

- Il professore scosse la testa.

- No, penso che tutte le dicerie siano state causate da un’altra tragedia che si verificò qualche tempo dopo, e che sembrava connessa con la Regina dirgyll.

- Un’altra tragedia? - esclamò Bob.

- Di cosa si trattava? - Uno dei superstiti, un marinaio scozzese di nome Angus Gunn, si stabilì non lontano da Rocky Beach, ma due anni dopo fu assassinato da quattro individui, giustiziati a loro volta senza che potessero neanche spiegare le ragioni del delitto; però uno dei quattro era il capitano della nave, cosi tutti si convinsero che volesse riprendersi qualcosa che Gunn aveva portato via dalla nave: e perché non un tesoro? Per anni e anni la gente passò al setaccio il relitto, la spiaggia, la terra che Gunn aveva comprato, ma senza successo.

Il bravo marinaio, Angus Gunn teneva un diario che ora è in possesso del nostro Istituto: i discendenti di Gunn, avendo saputo che stiamo lavorando intorno a questa faccenda, hanno pensato che potesse esserci utile.

In precedenza la famiglia ha inutilmente studiato e ristudiato lo scritto in cerca di qualche accenno all’ipotetico tesoro: è certo che se un tesoro c’era, Gunn non ne ha lasciato menzione nel diario.

Bob aggrottò la fronte.

- Si credeva per caso che il tesoro fosse qualcosa proveniente dalle Indie Orientali, dov’era stata la nave? - Beh, si, era proprio questo che si diceva, un tesoro di pirati.

Ma perché me lo chiede, giovanotto? Ne sa forse qualcosa? - Ehm, no, signore - balbettò Bob.

- Era una semplice supposizione.

- Oh, capisco.

- Il professore sorrise.

- Ma perché allora lei s’interessa della Regina di/gylf, se è lecito saperlo? - No, non io, signore… ecco, stiamo facendo una ricerca scolastica durante le vacanze di Natale.

- Ma certo - fece il professore in tono accomodante.

Un’ottima cosa, ragazzo mio.

- Oh, signore, io… potrei vedere il diario di Gunn e il nuovo opuscolo che sta scrivendo il suo collega? Il professor Shay sembrò per un istante ammiccare dietro le lenti.

- Sempre per la vostra ricerca, eh? Senz’altro, giovanotto, e se scoprirà qualcosa di nuovo metteremo il suo nome sull’opuscolo.

Lo studioso salutò Bob e lasciò la stanza.

Poco dopo comparve la signora Rutherford con un breve manoscritto intitolato ll naufragio della Regina di Argyll e con un taccuino rivestito di tela cerata.

Emozionato, Bob si mise a leggere.

Era ormai quasi buio quando Bob fu di ritorno alla Bottega del l~ecupero.

Pedalando lentamente lungo il recinto, svoltò sul retro.

Il recinto del cortile era decorato in modo del tutto insolito: un gruppo di artisti vi aveva dipinto sopra una serie di scene a vivaci colori, e tutto il lato posteriore era occupato da una grandiosa rafflE,~Irazione dell’incendio oi San Francisco del 1906.

In un angolo di questo dipinto compariva un cagnetto, tristemente rivolto a contemplare le fiamme che bruciavano la sua casa: i ragazzi lo avevano battezzato Rover.

Fu proprio questo il punto in cui Bob si fermò e, individuato un buco nel legno corrispondente a un occhio del cane, vi infilò dentro un dito, liberando un paletto all’interno.

Di colpo, tre assi del recinto scattarono verso l’alto, e Bob s’infilò dentro con la bicicletta.

Era la Porta Rossa, un altro dei passaggi segreti dei Tre Investigatori.

Di lì Bob poteva raggiungere direttamente il Quartier Generale strisciando lungo una specie di stretto corridoio in mezzo ai rottami, ma decise di dare prima un’occhiata nel laboratorio di Jupiter.

Stava spingendo la bicicletta verso l’ingresso principale del cortile, quando vide entrare Pete.

- Mio padre mi ha tenuto a lavorare per tutto il pomeriggio! - si lamentò quest’ultimo.

- Che razza di vacanze! Quasi quasi preferirei tornare a scuola.

I due ragazzi si diressero verso il laboratorio, girando intorno ai mucchi di rottami che lo circondavano e lo coprivano alla vista dal resto del cortile.

Jupiter era li, vicino al banco di lavoro su cui aveva installato il cofano per meglio osservarlo alla luce di una lampada.

Bob stava per cominciare il resoconto delle sue ricerche all’Istituto di Studi Storici, quando Jupiter lo interruppe agitando una mano.

- Aspetta un momento - disse con voce eccitata.

- Ho riesaminato il cofano, e guardate cosa ho trovato! Trionfante, tirò su un taccuino rivestito di tela cerata tale e quale quello che Bob aveva visto all’Istituto, solo più sottile.

Bob allungò una mano per prenderlo, ma d’improvviso una voce aspra risuonò all’ingresso del laboratorio: - Datemi quel libro! Davanti a loro, con aria minacciosa, stava Giava Jim.

Pete e Bob rimasero come paralizzati dove si trovavano, ma Jupiter, tenendosi il taccuino s~rettamente premuto contro il petto, balzò indietro, mentre Giava Jim avanzava verso di lui.

- Pete! - gridò Jupiter.

- Piano Numero Uno Giava Jim si voltò di scatto verso gli altri due ragazzi fulminandoli con un’occhiata.

- Niente scherzi, mocciosi Vi avverto! Perforati da quello sguardo tagliente, che sembrava sfidarli a compiere il minimo movimento, Bob e Pete rimasero immobili, trangugiando saliva.

; Il marinaio ebbe un sorriso maligno e si girò di nuovo verso Jupiter.

- E adesso dammi quel libro, ragazzo! - Io non le dò proprio niente, ladro e bugiardo che non è altro! - gridò Jupiter, sgusciando via di lato.

Giava Jim sghignazzò.

- Ladro, dici? Può darsi che io sia molto di peggio, ragazzo, tienilo presente! Voglio quel libro, hai capito? Ma Jupiter continuò a indietreggiare portandosi dietro il marinaio fino in cortile, mentre Bob e Pete seguivano a una certa distanza.

In un angolo c’era un’alta catasta di rottami, e Jupiter fece in modo che Giava Jim venisse a trovarsi di spalle proprio sotto di essa, poi lanciò il segnale: - Ecco, ragazzi! Adesso! Fulmineamente, Bob e Pete tirarono a sé due assi che sporgevano alla base del mucchio.

Il marinaio si girò con una bestemmia… Troppo tardi! Con un fragore d’inferno, il cumulo di rottami precipitò su di lui.

Assi, molle di letti, sedie rotte, rotoli di vecchi stracci, o ,ni sorta di ciarpame sommerse il marinaio, che urlando agitava braccia e gambe nel tentativo di respingere la valanga.

A quella vista, Bob e Pete non poterono trattenersi dal ridere, ma Jupiter non perse un istante.

- Via, ragazzi! gridò.

Inciampando sui rottami sparpagliati, i Tre Investigatori si precipitarono verso l’ufficio della Bottega del Recupero, dove Hans stava sistemando gli ultimi oggetti scaricati dal camion.

Dal cortile giungevano le imprecazioni di Giava Jim, che lottava ancora per liberarsi.

- Hans! - gridò Pete.

- C’è Giava Jim nel cortile! Ha cercato di aggredirci! - Ah si? - rispose il bavarese.

- Andiamo subito a vedere.

Tutti insieme tornarono di corsa verso il laboratorio, ma di colpo si resero conto che il frastuono di rottami rimbalzanti era cessato.

Alla luce del crepuscolo, intravidero una figura che balzava via dallo spiazzo davanti al laboratorio, dirigendosi verso il lato posteriore del recinto - Eccolo, è lui! - gridò Pete.

- Ehi, guardate, ha qualcosa in mano! - aggiunse Bob.

Maledizione, Jupe, è il taccuino! Devi averlo lasciato cadere! - Oh, no - gemette Pete.

Hans sembrava abbastanza tranquillo.

- Lo bloccheremo al recinto, ragazzi.

- Temo proprio di no - ansimò Jupiter.

- Ha raggiunto la Porta Rossa! Deve aver visto qualcuno passare di li.

- Accidenti, è uscito! - gridò Bob.

Gli inseguitori accelerarono al massimo la corsa, ma non Cl fu niente da fare.

Quando sbucarono a loro volta sulla strada Giava Jim era ormai scomparso Stavano guardandosi intorno, scoraggiati, quanto Pete lanciò un grido: - La Volkswagen verde! In fondo alla strada scarsamente illuminata scorsero l’automobile che si allontanava acquistando velocità prima di svoltare l’angolo.

- Ci è sfuggito! - dovette constatare Bob.

- Mi dispiace, ragazzi - commentò Hans - ma l’importante è che non vi sia successo niente.

E adesso scusatemi, devo tornare al lavoro: e quasi ora di cena.

Demoralizzati, i Tre Investigatori tornarono al laboratorio, fermandosi a contemplare lo scompiglio che avevano creato con la loro trappola.

- Ora ci toccherà riammucchiare tutto - osservò Pete - e senza che sia servito a niente: Giava Jim è scappato col taccuino.

- E scappato, sì - convenne Jupiter - ma non con il taccuino.

- Sorridendo trionfante, il ragazzo s’infilò una mano sotto la camicia e ne estrasse un mucchietto di fogli ripiegati.

Era il diario… meno la copertina! - Le pagine erano già mezzo staccate - spiegò il Capo Investigatore.

- Quando ho gridato Piano Numero Uno e Giava Jim si è volto a guardarvi, non ho dovuto far altro che tirarle via del tutto e infilarmele sotto la camicia.

Poi, mentre correvamo, ho lasciato cadere la copertina sotto gli occhi del marinaio: era abbastanza spessa, con quel rivestimento in tela cerata, da passare per l’intero libro, cosi lui l’ha afferrata senza il minimo sospetto! - Evviva, Jupe! - gridò Pete.

- Sei un genio! - Urrah! - fece eco Bob.

- La mano è più rapida dell’occhio - sentenziò il Capo specialmente al buio! Ma a parte gli scherzi, ragazzi, credo che Giava Jim ci abbia fatto sapere qualcosa contro le sue intenzioni.

- Contro le sue intenzioni? - chiese Bob.

- Che cosa, Jupiter? - Che quello che lo interessa non è il cofano per se stesso: avete notato che non se n’è curato per niente, e che non ci ha nemmeno chiesto l’anello? - O vero! - constatò Pete.

- Ha cercato soltanto di prendere il diario! - Già - aggiunse Bob - come se sapesse che era dentro il cofano.

- O per lo meno lo sospettasse - concluse Jupiter.

- Credo proprio che fosse quello il suo obiettivo fin dall’inizio.

-a cosa potrà esserci di cosi interessante in quel taccuino? - si chiese Pete.

Jupiter sventolò i fogli strappati.

- O una specie di giornale di bordo, Pete, un diario degli avvenimenti quotidiani, e… - Un diario? - interruppe Bob.

- Caspita! Ho passato tutto il pomeriggio a leggere il diario di uno dei superstiti della Regina diArgyll! - Il ragazzo cominciò a raccontare quanto era venuto a sapere all’lstituto di Studi Storici Nell‘opuscolo non c’era niente di importante che il professor Shay non mi avesse già detto, e il diario era un banale resoconto di quello che era successo ad Angus Gunn per un periodo di circa due anni.

Parlava del naufragio, di come si fosse salvato raggiungendo la riva con una barca al placarsi della tempesta, e dei suoi vagabondaggi per la California finché non aveva trovato un posto che gli era piaciuto e vi aveva costruito una casa.

- Nessun accenno a un tesoro? - chiese Pete.

Bob scosse la testa.

- E niente riguardo al capitano, o a qualche pericolo, o a qualsiasi cosa che non fosse la costruzione della casa.

Una faccenda del tutto priva di interesse.

Ma Jupiter non era dello stesso parere.

- Per me qualcosa ci deve pur essere.

(~uest’altro giornale di bordo era nascosto in un’intercapedine tra le pareti del cofano: vedete, ci sono dLIe strati, uno esterno più spesso e uno interno più sottile, creai forse per sistemare meglio lo scomparto segreto oppure a scopo di impermeabilizzazione.

Prima, quando esaminavo il cofano, l’ho scosso e ho sentito un rimbombo.

Allora l1O guardato me”lio e mi sono accorto che nella parte interna c’era un’assicella che si distingueva dalle altre: il colore e la venatura del legno erano diversi, come se una volta vi fosse stata fatta una riparazione.

Ho forzato la tavoletta, frugando nell’interstizio fra le due pareti con un gancio: ed ecco cosa ne è saltato fuori! - Caspita! - esclamò Pete.

- Pensi che qualcuno ce l’abbia nascosto? - No, penso che la parete interna fosse rotta, e che il giornale sia scivolato dentro per caso.

Poi qualcuno deve aver riparato il cofano senza accorgersi del diario.

- Ma Giava Jim immaginava che ci fosse - osservò Bob - e lo voleva: chissà perché poi? - Leggi il frontespizio - disse Jupiter, porgendo i fogli all’amico.

Bob si avvicinò alla luce accesa sopra il banco da lavoro e lesse ad alta voce: - Angus Gunn, lago del Fantasma, California, 29 Ottobre 1872.

Ma è lo stesso che ha scritto l’altro giornale! Il superstite della Regina di Argyll! - A che data terminava l’altro diario? - chiese Jupiter.

Bob tirò fuori i suoi appunti.

- Vediamo subito.

Ecco! L’ultimo giorno era il 28 ottobre del 1872! Allora il nuovo giornale fa parte del primo, è una continuazione che nessuno ha mai visto! - Forse parla del tesoro! - esclamò Pete.

Jupiter scosse la testa.

- Mi spiace, ragazzi, niente di tutto questo.

O tale e quale il resoconto che Bob ha già letto: dove Gunn è andato, quello che ha fatto e cose del genere.

- Ma allora perché Giava Jim lo vuole? - si domandò Pete.

- Pensi che sia convinto delle vecchie leggende? - Può darsi che non sia affatto il nuovo diario che lo interessa - osservò Bob.

Jupiter era meditabondo.

- Ehi, Bob, sbaglio o hai detto che solo da poco tempo i discendenti di Gunn hanno ceduto il diario all’Istituto di Studi Storici? - Proprio così, Jupe.

Oh, ma questo significa… - Significa che forse vivono ancora da queste parti! concluse il Capo.

- Venite, ragazzi! Jupiter s’infilò nel Tunnel Due, imitato dagli amici.

Il tunnel terminava sotto una botola nel pavimento del Quartier Generale: i ragazzi si arrampicarono su, e Jupiter andò subito a prendere l’elenco del telefono.

- Ecco qua: signora Gunn, via del Lago del Fantasma numero 4! Prendi la piantina, Bob! Mentre gli altri due preparavano una nuova copertina per il diario, il Capo si mise a studiare la carta della zona di Rocky Beach.

Alia fine annunciò: - Eccol A quasi cinque chilometri di qui, sulle montagne verso est.

- Jupiter fece un risolino.

- Domani, ragazzi, prendiamo le biciclette e andiamo a fare una visitina alla signora Gunn! Il giorno dopo, di buon’ora, i Tre Investigatori partirono in bicicletta da Rocky Beach: la giornata era bella, e ben presto il sole splendente cacciò via il freddo mattutino.

Pedalando energicamente, i ragazzi giunsero alle pendici delle montagne, dove cominciava la via del Lago del Fantasma, e si fermarono un po’ per riposare.

- Ecco qua - disse Pete asciugandosi la fronte.

- La strada va proprio su dritta in mezzo ai monti.

- Dritta e ripida - gemette Jupiter.

- Dovremo spingere le biciclette a mano! Beh, mettiamoci in cammino.

I tre amici si avviarono su per la strada tortuosa, fiancheggiata da alberi ad alto fusto.

Un corso d’acqua a carattere torrentizio, che scorreva poco lontano, spiegava la presenza di vegetazione su quelle montagne per il resto quasi brulle.

- Da dove avranno preso questo nome? - si chiese Bob.

- Lago del Fantasma, voglio dire.

Non ho mai sentito parlare di laghi su questi monti.

Jupiter aggrottò la fronte.

- Già, è un fatto molto strano.

- C’è un bacino di riserva - osservò Pete.

- Ma non si chiama Lago del Fantasma - obiettò Bob - e non Un rumore inequivocabile interruppe la conversazione.

Un’automobile scendeva veloce per la strada: per un po’ i ragazzi ne poterono sentir stridere le ruote in curva prima che apparisse ai loro occhi.

Finalmente la videro arrivare sbandando.

- Ma è la Volkswagen verde! - gridò Pete.

- Allora sarà Giava Jim! - fece eco Bob.

Jupiter reagì con prontezza.

- Svelti, ragazzi, nascondiamoci! D’un sol gesto, i tre lanciarono le biciclette lontano dalla strada e si nascosero in mezzo ai cespugli, un istante prima che il veicolo piombasse su di loro.

L’auto sfrecciò via… per frenare siittando pochi metri dopo! Qualcuno balzò a terra e tornò di corsa verso di loro.

Ehi, voi! Fermi dove siete! Non era Giava Jim, ma un uomo più giovane, magro e piccolo di statura, con capelli neri scomposti e folti baffoni.

Indossava un abito nero.

- Cosa diavolo pensate di fare, mocciosi? - continuò correndo verso di loro con gli occhi che lampeggiavano.

- Via, corriamo! - gridò Pete.

Con un rapido dietro-front, i Tre Investigatori si buttarono a correre lungo il margine della strada, inseguiti dal giovane sconosciuto.

- Ma chi… chi sarà, Jupe? - chiese Bob ansimando, mentre si cacciavano in mezzo agli arbusti del sottobosco.

- Le domande a dopo - tagliò corto Pete - adesso pensiamo a scappare! - Forse, però - intervenne Jupiter - dovremmo fermarci a parlare con quel… Prima che potesse finire, un suono martellante sembrò improvvisamente riempire il bosco: era il galoppo di un cavallo, e subito dopo sul lato destro della strada apparve un cavaliere che scendeva all’impazzata in mezzo agli alberi, con qualcosa che gli lampeggiava in mano.

- Co… cosa… - balbettò Pete.

- Guardate! - gridò Jupiter.

Il cavaliere li sorpassò d’un lampo, precipitandosi verso la Volkswagen.

Lo sconosciuto dell’automobile era già tornato indietro di corsa, e i ragazzi lo videro avviare il motore e ripartire di scatto, lasciandosi dietro una nube di polvere.

Il cavaliere lo inseguì per qualche metro, poi il cavallo fece dietro-front e piombò sui Tre Investigatori, arrestandosi con un’impennata.

Il cavaliere squadrò i ragazzi.

Era basso e tozzo, rosso in faccia e con gli occhi azzurri fiammeggianti.

Indossava una giacca di tweed e pantaloni scozzesi attillatissimi, quasi dipinti sulle gambe.

Ma più che tutto questo i tre amici notarono ciò che l’individuo brandiva nella destra: una lunga e pesante sciabola con guardamano! - Così vi ho pescati, piccoli mascalzoni! - esclamò il cavaliere.

- Badate bene di non muovervi! - Ma … - cominciò a protestare Jupiter.

- Silenziò! - tuonò lo sconosciuto.

- Non so cosa ci faceste qui voi e quel vostro con1pare più vecchio, ma lo saprò fra poco! Pete s’inalberò.

- Noi non c’entriamo con… - Racconterete le vostre storie alla polizia! E adesso marsc ! - Ma signore - azzardò di nuovo Jupiter - noi… - Ho detto marsc! - ordinò fuori di sé il cavaliere, e agitò la sciabola con aria minacciosa, incitando il cavallo verso di loro.

Rassegnati, i ragazzi s’incamminarono passo passo su per la strada in mezzo alle montagne.

Dopo dieci minuti di marcia la strada giungeva in cima a un passo, immergendosi in una valle alberata, chiusa da alte montagne rocciose.

In fondo si stendeva un laghetto, grande appena due volte un campo da football o giù di li, con una piccola isola montuosa nel mezzo.

Sull’isoletta crescevano dei pini, e vi si riconosceva qualcosa come una lanterna da segnalazioni in cima a un lungo palo.

Fra l’isola e la spiaggia erano disposti dei sassi che permettevano la traversata.

Pete spalancò la bocca.

- Allora sarebbe questo il lago? - Niente chiacchiere! - ruggì il cavaliere dietro i ragazzi.

- Spicciatevi a camminare, piuttosto.

I tre malcapitati si affrettarono sotto il sole ormai cocente.

Dopo un po’, Pete bisbigliò: - Altro che lago! E una pozzanghera! Ad una curva, apparve di colpo una casa, posta su un rialzo in vista del laghetto.

Era un grande edificio a tre piani, costruito in pietra grezza: il corpo centrale era formato da una torre merlata, che conferiva alla casa un aspetto insolito, forestiero; ai lati c’erano due ali con abbaini.

Nell’insieme l’edificio dava un’impressione alquanto severa, per nulla mnitigata da un alto groviglio di piante rampicanti.

- Accidenti! - sussurrò Pete - quella casa sembra piuttosto una fortezza! Salendo sulla torre si può sorvegliare il circondario per chilometri! - O davvero una casa molto strana - bisbigliò Jupiter a sua volta.

- Sembra del tutto fuori luogo, qui.

Davanti al portone, il tozzo cavaliere smontò.

- Dentro voi! I tre ragazzi si trovarono in una vasta anticamera rivestita di legno e ornata di arazzi, armi antiche, teste impagliate di alci e di cervi.

Sul pavimento erano stesi dei consunti tappeti orientali, e tutto sembrava altrettanto vecchio e logoro.

Pungolandoli con la spada, lo sconosciuto spinse i ragazzi in una grande sala arredata con vecchi mobili massicci: il fuoco covava in un enorme camino di pietra, ma la stanza era ugualmente gelida.

Di fronte al fuoco sedeva una donna minutae accanto a lei un ragazzo dai capelli rossi, alto circa quanto Bob.

- L’hai preso, Rory! - gridò il ragazzo.

- Non lui, purtroppo - rispose il cavaliere.

- Mi è sfuggito con l’automobile, ma ho acciuffato i suoi compari.

- Ma come - intervenne la donna - sono solo dei ragazzi Rory! Non possono davvero… — Le apparenze ingannano, Flora Gunn! - sentenziò l’interpellato.

- E poi questi sono abbastanza grandi per farne di cotte e di crude.

- Rivolse Ull cenno al ragazzo dai capelli rossi.

- Va’ a telefonare alla polizia, Cluny, cosi sarà finita una volta per tutte con queste violazioni di domicilio! Jupiter drizzò le orecchie.

- Quel tizio in Volkswagen si è introdotto qui in casa vostra? Ha portato via qualcosa? L’uomo si mise a sghignazzare.

- Ah, ah, come se non lo sapeste! - No che non lo sappiamo! - protestò Pete.

- Non avevamo mai visto quel tale prima d’ora, ma conoscevamo la macchina perché con quella stessa qualcuno ci aveva pedinati.

Jupiter cercò di spiegare con calma.

- Stavamo venendo qui per parlare con lei, signora Gunn, quando quel tipo ci ha incrociati in macchina, si è fermato e si è messo a inseguirci: le biciclette sono rimaste giù al margine della strada, e questa è la prova che non eravamo sulla Volkswagen.

Veniamo da Rocky Beach: io mi chiamo Jupiter Jones e questi sono i miei amici Pete Crenshaw e Bob Andrews.

- Dai retta a me, Flora! - saltò su il cavaliere.

- Faresti molto meglio a chiamare la polizia, invece di… - Stai calmo, Rory - tagliò corto la signora Gunn, e si rivolse ai ragazzi.

- Io sono Flora Gunn e questo è mio figlio Cluny; Rory McNab è mio cugino.

Ed ora posso sapere perché stavate venendo da me? - Per via del cofano! - rispose subito Bob.

- I miei zii, clle sono i proprietari della Bottega del Recupero, hanno cornprato un vecchio cofano orientale - spiegò Jupiter.

- Ora, dato che vi è inciso il nome della Regina di Argyll, abbiamo pensato che fosse appartenuto al vostro antenato, Angus Gunn: e siccome dal momento in cui siamo entrati in possesso del cofano sono successe molte cose strane, se ci diceste cosa vi ha portato via quel tizio in Volkswagen forse potremmo capirne qualcosa di pié.

La signora Gunn esitò.

- Beh, a dire il vero non ha preso nulla.

E tutte le volte la stessa storia: qualcuno s’introduce in casa, mette a soqquadro tutto quello che ci è rimasto del bisnonno Angus, e non prende mai niente.

- Niente? - ripeté Pete deluso.

Ma Jupiter aveva colto un altro particolare del discorso.

- Tutte le volte, ha detto, signora Gunn? Perché, quante volte è successo? - Oh, cinque volte nel corso di sei mesi, credo.

Intervenne Cluny: - E tutte le volte frugano in mezzo alla roba del vecchio Angus! Credo proprio che cerchino… - Il tesoro! - esclamò Bob.

- Hai sentito, mamma - riprese pronto Cluny - anche loro pensano che quella gente stia cercando il tesoro! La signora Gunn sorrise.

- La leggenda del tesoro si è dimostrata già da un pezzo del tutto priva di fondamento, ragazzi: Cluny lascia correre troppo la fantasia.

- Può darsi di no, signora - ribatté Jupiter, e si mise a raccontare di Giava Jim e del suo più che evidente interesse per il cofano orientale.

Alla fine mostrò anche l’anello trovato nello scomparto segreto.

La signora Gunn lo prese per esaminarlo.

- L’avete scoperto voi? - chiese.

- Fa’ vedere a me - intervenne Rory.

- Puah! Ottone e fondo di bottiglia! Il vecchio Angus ne aveva una cassa piena di queste cianfrusaglie da scambiare con gli indigeni.

Ma cosa credete? Da cent’anni a questa parte tutti quelli che hanno letto il diario di Angus vi hanno cercato notizie del tesoro, ma senza il minimo risultato.

La signora Gunn sospirò.

- Rory ha ragione, ragazzi.

Il diario del vecchio Angus era l’unica possibile fonte d’indizi, ma nessuno ne ha mai trovati: penso proprio che fossero tutte sciocchezze.

- Già - ammise Jupiter - ma solo perché-tutti hanno letto il diario sbagliato! In silenzio tirò fuori il secondo giornale di bordo e lo porse alla signora Gunn.

- Un altro diario? - esclamò Cluny.

- Ma che razza d’imbroglio è questo? - aggiunse Rory brontolando.

La signora Gunn, che aveva preso in mano il taccuino e lo sfogliava lentamente, scosse la testa.

- Nessun imbroglio, Rory.

La calligrafia è proprio quella del vecchio Angus, e la firma è anche sua, senza alcun dubbio.

Dove l’avete preso? - chiese infine ai ragazzi.

Jupiter spiegò come l’avesse trovato fra le due pareti del cofano.

- Chiunque sia stato a riparare la parete interna, non si è accorto del taccuino che era scivolato nell’interstizio, né tantomeno dello scomparto segreto: altrimenti il trabocchetto sarebbe già scattato.

La signora Gunn annui.

- Sì, adesso mi ricordo di quel cofano.

Lo vendetti anni fa, dopo la morte di mio marito: fui costretta a dar via molte delle cose del vecchio Angus, per sbarcare il lunario.

Anche adesso non nuotiamo nell’oro: questa casa è trol~po costosa da mantenere, e se non fosse per l’aiuto di Rory e per tutti i sacrifici che facciamo, l’avremmo già persa.

- Non perderai mai la casa, Flora - grugni Rory - e non hai bisogno di queste favole di tesori nascosti per mantenerla.

- Il nuovo diario non è una favola, signor McNab - protestò Jupiter.

- Chiamami per nome, ragazzo - disse Rory bruscamente.

Poi, a malincuore, continuò: - Ammettiamo pure che il diario sia autentico, se lo dice Flora: ma questo non prova affatto che la storia del tesoro sia più reale di prima.

- Ma la lettera, Rory! - esclamò Cluny.

- La lettera? - ripeté Jupiter.

Come se non avesse sentito, Rory allungò una mano, stringendo gli occhi.

- Fatemi un po’ vedere quel diario: voglio proprio dargli una scorsa.

Cluny prese il taccuino dalla madre e lo porse a Rory.

Insieme i due si sedettero su una panca di fronte al fuoco e si misero a leggere.

La signora Gunn si rivolse ai ragazzi, annuendo con aria pensosa.

- Sì, se ci fosse stato un altro diario, sarebbe stato senz’altro nel cofano: mio marito mi diceva che suo nonno, il figlio di Angus, aveva trovato il primo proprio li dentro.

Il nonno Gunn era convinto dell’esistenza del tesoro, e che l’indicazione per trovarlo si trovasse nel diario; invece suo figlio, il padre di mio marito, sosteneva che non c’era ombra di indizi e che il tesoro era una favola.

- Perché il figlio di Angus era cossicuro di quel che diceva? - s’informò Bob.

- Beh, sapete, c’è di mezzo una lettera.

Il bisnonno Angus… - s’interruppe con un sorriso.

- Ma forse dovrei cominciare dal principio.

Cosa sapete del vecchio Angus, ragazzi? I Tre Investigatori raccontarono quel che erano venuti a sapere sul naufragio della Regina di Argyll e sull’assassinio di Angus Gunn.

- Così avete letto l’opuscolo che si sta preparando all’Istituto di Studi Storici? - riprese la signora Gunn.

Allora sapete quasi tutta la storia.

Io ho riferito all’Istituto ciò che potevo, tutto quello che avevo appreso da mio marito.

Dopo il naufragio, vagabondando per la California Angus scoprì questa valle, che gli ricordava il suo paese in Scozia, sugli Highlands.

La casa natale dei Gunn sorge sulle rive di una profonda insenatura costiera, chiamata Fiordo del Fantasma, in mezzo alla quale c’è un’isoletta collegata alla riva da una serie di massi - le Orme del Fantasma - proprio come nel nostro laghet~o.

- Allora - esclamò Jupiter - il vecchio Angus costrui questo edificio identico alla sua casa natale! Ecco perché sembra così fuori del normale qui in California! - Proprio così, Jupiter - confermò la signora Gunn.

- La casa dei Gunn in Scozia era stata costruita nel 1352, e veniva chiamata castello perché era più che altro una torre fortificata: c’era bisogno di solide difese, a quell’epoca! Attraverso i secoli - continuò la signora - I’edificio originale fu ingrandito e trasformato fino ad assumere l’aspetto che vedete qui: ci sono ancora dei particolari che ricordano la vecchia casa-fortezza, ma non sarebbe più possibile difenderla facilmente come una volta.

La torre, comunque, si rivelò utile quando, nel diciassettesimo secolo, i Gunn presero il mare: le mogli vi salivano di vedetta, aspettando di veder comparire le navi che riportavano i loro uomini.

- Ma la faccenda della lettera? - chiese Pete impaziente.

- Stabilitosi quaggiù, Angus cominciò a costruire la casa.

Gli ci vollero quasi due anni, dopodiché scrisse alla moglie e al figlio perché lo raggiungessero.

Ma quando, qualche mese dopo, i familiari arrivarono, Angus era morto e cosi pure quelli che lo avevano ucciso.

Nessuno sapeva cosa fosse successo, ma sua moglie Laura trovò una lettera a lei indirizzata, nascosta in uno scaldaletto.

- Un oggetto che praticamente nessun altro, all’infuori della moglie, avrebbe usato! - osservò Jupiter con soddisfazione.

- Anche suo figlio pensò la stessa cosa, quando si diffusero le prime voci sul tesoro - riprese la signora Gunn.

Era sicuro che la lettera fosse in relazione col tesoro, e poiché questa sembrava far riferimento al diario di Angus, passò al vaglio mille volte ciò che il padre aveva scritto: ma non gli riusci mai di trovare una traccia né li né altrove.

- Possiamo vedere la lettera, signora? - chiese Pete con foga.

- Ma certo, ragazzi.

O in camera mia, in un album - Non la tiene insieme con le altre cose del vecchio Angus? - domandò Jupiter.

- No, non l’ho mai fatto - rispose la signora Gunn, alzandosi per andare a prendere l’album.

Appena fu di ritorno, i ragazzi si strinsero intorno a lei per leggere la vecchia pagina ingiallita.

Laura, mia cara, tu sarai qui tra breve, ma io da un po’ di tempo ho paura di essere sorvegliato.

Perciò queste ultime, urgenti parole devo scrivertele nella consapevolezza che altri possano in qualche momento averle sotto gli occhi.

Ricorda che ti amai e ti promisi una vita dorata.

Ricorda ciò cl1e amavo a casa e il segreto delf ordo.

Segui la mia ultima rotta, leggi ciò che i miei giorni hanno costruito per te.

Trova il segreto in uno specchio.

I Tre Investigatori si scambiarono un’occhiata e lessero la lettera daccapo.

- Secondo mio marito - spiegò la signora Gunn - il nonno era convinto che le parole vita dorata si riferissero a un tesoro lasciato per Laura.

Le ultime parole lo indussero a esaminare pezzo per pezzo tutti gli specchi di casa: quando non si trovò nulla, decise che le parole leggi ciò che i miei giorni hanno costruito per te stavano a indicare l’esistenza di un indizio nel diario di Angus.

Ma anche allora non ottenne risultati.

- Perché non aveva il secondo diario - dichiarò Jupiter.

La lettera dice segui la mia ultima rotta: un termine marinaresco inteso in sensoIgurato, per significare <i miei spostamenti.

Angus vuol dire a Laura di leggere il resoconto dei suoi ultimi giorni, e questo deve trovarsi nel secondo diario, che copre gli ultimi due mesi prima della data della lettera.

Cosa fece il vecchio Angus negli ultimi due mesi? Rory sbuffò, abbandonando il taccuino.

- Riguardo a un tesoro non fece proprio niente! Questo diario non è altro che un resoconto di tutti i suoi movimenti per preparare chissà che diavolo di sorpresa per Laura.

- Non ho visto proprio alcuna traccia, gente - ammise Cluny suo malgrado.

- Temo di dover dire anch’io la stessa cosa - confessò Jupiter.

- Ma… Signora Gunn, cos’è che Angus amava a casa, e qual è il segreto del Fiordo del Fantasma~ - Non ho idea di cosa il vecchio amasse a casa - rispose la signora - ma so che il segreto del fiordo è un’antica leggenda scozzese: il fantasma di un antenato dei Gunn appare nelle nebbiose mattinate invernali, ponendosi di vedetta in cima a una rupe scoscesa per sorvegliare l’imboccatura del fiordo.

Si dice che fosse stato ucciso dai Vichinghi nel nono secolo, e che perciò stia di guardia contro una nuova incursione.

E stata questa leggenda a dare il nome al fiordo.

- Una storia di fantasmi in aggiunta alla favola di un tesoro! - scattò Rory.

- Il tesoro non è una favola per Giava Jim! - si risentì Pete.

- E l’uomo della Volkswagen verde? - aggiunse Bob.

- E tutte le intrusioni qui in casa? - fece eco Cluny.

Rory cadde in un silenzio risentito.

- Signora Gunn? - disse Jupiter dopo un momento di riflessione.

- Quanta gente sarà a conoscenza della lettera e del primo diario? - Oh, nel corso degli anni devono averli letti in parecchi.

- Dunque ciò spiegherebbe le intrusioni - concluse Jupiter.

- Giava Jim deve saperne qualcosa e pensare che la lettera si riferisca al diario.

Però c’è un vuoto di due mesi fra l’ultima annotazione nel primo diario e l’assassinio di Angus: Gia~a Jim se ne sarà reso conto e sarà appunto in cerca del secondo diario! - Allora è un altro sciocco illuso! - brontolò Rory.

- Non credo - obiettò Jupiter.

- Guardate cosa dice Angus nella lettera: queste ultime, ulgenti parole devo scrivertele nella consapevolezza che altri possano in qualche momento averle sotto gli occhi.

Vuol dire che escogitò un gioco di parole che secondo lui Laura sola sarebbe stata in grado di interpretare.

Sono convinto che Angus ha nascosto qualche tesoro, che si può trovare risolvendo l’indovinello grazie a un indizio contenuto nel secondo diario! Bob, Pete e Cluny assentirono vigorosamente.

- Può darsi che sia cosi, Jupiter - disse la signora Gunn ma chi può sperare di risolvere l’indovinello se neanche Laura ci riusci? Era stato scritto per lei! - Noi ci riusciremo, signora! - esclamò Bob.

- Di enigmi e di misteri ne abbiamo risolti un’infinità, noi! - aggiunse Pete.

Jupiter si erse in tutta la sua statura.

- Si dà il caso, signora, che risolvere enigmi e misteri sia il nostro mestiere.

Si tolse di tasca un biglietto da visita e lo presentò alla signora Gunn.

Spalancando tanto d’occhi, Cluny lesse al di sopra delle spalle materne: I TRE INVESTIGATORI indagini di qualsiasi tipo ? ? ? Investigatore capo: Secondo investigatore: Ricerche e documentazioni: Jupiter Jones Pete Crenshaw Bob Andrews Rory afferrò il biglietto e si mise a studiarlo, lanciando ai ragazzi occhiate sospettose.

Jupiter lo ignorò.

- Abbiamo il piacere di offrirvi i nostri servigi - disse solennemente.

- Oh, sì, davvero! - confcrmò Pete.

- Dai, mamma - pregò Cluny - lasciali provare, ed io li aiuterò! 43 La signora Gunn sorrise.

- E va bene.

Non vedo possibilità di- pericoli, e se un tesoro dovesse saltar fuori, ragazzi… beh, sapremmo certo cosa farne! - Urrah! - gridarono in coro Bob, Pete e Cluny.

La signora scoppiò a ridere.

- E adesso che ne direste di mettere qualcosa sotto i denti? I cercatori di tesori hanno bisogno di tenersi in forze.

Con un gesto di stizza, Rory lanciò lontano il biglietto da visita.

- E tutto un trucco, Flora! - esclamò.

- Non credo proprio, Rory - obiettò la signora Gunn.

- Allora io di questaaccenda me ne lavo le mani! - troncò l’uomo, lasciando a gran passi la stanza.

Jupiter lo segui con gli occhi, aggrottando la fronte.

Appena ebbero finito di mangiare, Rory usci, borbottando che andava a tagliare qualche ramo di pino lungo la strada, per farne decGrazioni natalizie.

La signora Gunn e i ragazzi tornarono in sala e si misero a studiare attentamente il secondo diario.

- Tanto per cominciare - osservò Jupiter - noterete che il diario non è poi davvero tale: Angus non dice niente dei suoi pensieri o progetti, né descrive realmente qualcosa.

La maggior parte delle annotazioni sono brevi, una riga o due: Oggi lavorato i~1 cortile, Vista un’aquila, e cosi via.

Piuttosto come in un giornale di bordo, nient’altro che i fatti senza spiegazione.

- Ma anche l’altro diario è scritto in questo modo - obiettò Bob.

- Quindi le annotazioni non ci dicono granché - continuò Jupiter.

-a nella lettera Angus invita a seguire la sua rotta e a leggere ciò che i suoi giorni hanno costruito: con ciò vuol dire a Laura di non prestare attenzione a tutto, ma solo a dove è andato e a cosa ha costruito Cluny esaminò il diario.

- Beh, la prima annotazione parla proprio di qualche movimento.

Oggi cominciato a lavorare alla sorpresa per Lallra.

Prima andato a Pover Guici per il legname.

- Allora stava costruendo qualcosa - esclamò Pete.

- Come dice la lettera - annui Jupiter.

- Va’ avanti, Cluny.

Il ragazzo dai capelli rossi voltò diverse pagine.

- Niente per due settimane.

Solo brevi osservazioni.

Visto un falco e roba del genere.

Poi va su un’isola.

- Signora Gunn - disse Jupiter - qual era la sorpresa per Laura? - Non ne ho idea - rispose la signora.

- Forse dei mobili? - Beh, ci penseremo dopo - decise Jupiter.

- Uomini e legname per chiusa di derivazione.

Uhm, una chiusa di derivazione è un sistema idraulico per deviare un corso d’acqua: i minatori ne facevano uso per lavare l’oro.

C’è una miniera qui al Lago del Fantasma, Cluny? - Non mi risulta - rispose il ragazzo.

- Vuoi dire una miniera d’oro? - Forse Angus aveva una miniera segreta! - esclamò Pete.

- Può darsi - concesse Jupiter - ma ho il sospetto che la risposta non la troveremo qui.

Angus diceva di seguire la sua rotta, come se la traccia si trovasse in qualche posto dove lui era andato.

Gente, si va a Powder Gulch! - O lontano? - chiese Pete.

- E appena a un chilometro e mezzo da qui, su per la strada principale - spiegò Cluny.

- Mi meraviglio che tu non la conosca, Pete - osservò Jupiter.

- O ben famosa nella storia di queste parti! Io ho letto tutto in proposito: è… - Giusto! La vecchia città-fantasma! - interruppe Bob.

- U… una città-fantasma? - sussultò Pete.

- Dobbiamo andarci davvero? - Certo che ci andiamo - dichiarò Jupiter alzandosi.

- E ci andiamo subito! Il vecchio cartello con la scritta Powder Gulch )> sorgeva al margine della strada principale, indicando uno stretto e polveroso sentiero laterale.

I quattro ragazzi lanciarono le biciclette in discesa, e dieci minuti dopo sotto i loro occhi appariva la città-fantasma.

Ammutoliti, si fermarono a guardare.

Baracche semidistrutte erano sparse sul fondo di un’arida valletta, mentre lungo l’unica strada si snodava una serie di decrepiti edifici con una facciata illusoria, più alta del fabbricato stesso.

Uno di essi recava l’insegna Saloon; su un altro si distinguevano ancora le lettere dipinte della scritta Emporio e su un terzo si leggeva <Prigione; più in là c’erano anche una fucina e una stalla.

E proprio in fondo alla strada, scavato nel fianco della montagna, ecco il buio ingresso delia miniera d’oro che un tempo era stata ragione di vita della città.

- Powder Gulch - spiegò Jupiter - fu abbandonata nel 1890 quando il filone si esauri, e la valle venne chiusa con una diga per farne un bacino artificiale.

Pete brontolò: - Cosa vuoi che troviamo qui, a distanza di cent’anni? - Non lo so - ammise Jupiter - ma sono sicuro che Angus voleva suggerire a Laura di venire qui.

Potrebbe darsi che un tempo pubblicassero un giornale, e che se ne trovi ancora qualche copia qui attorno.

- Può darsi che ci sia addirittura un vecchio archivio congetturò Bob.

- Su, muoviamoci - sollecitò Jupiter.

Al margine dell’abitato li aspettava però una sorpresa: c’era un cancello sbarrato che li costrinse a fermarsi.

L’intera città-fantasma era circondata da uno steccato! - O tutta recintata! - gridò Cluny.

- E i cartelli sembrano dipinti di fresco! Ci abiterà di nuovo qualcuno? - Mah… Non so davvero - rispose Jupiter.

Per qualche minuto i ragazzi aspettarono in silenzio, aguzzando occhi e orecchi per captare un qualsiasi segno di vita.

Ma Powder Gulch appariva sinistramente deserta.

- Suppongo che dovremo scavalcare il recinto - disse Jupiter alla fine.

Abbandonate le biciclette, i ragazzi si arrampicarono dall’altra parte, ritrovandosi in mezzo alla strada polverosa.

- Pete e Bob - ordinò Jupiter con un certo nervosismo voi due ispezionate gli edifici sul lato sinistro; Cluny ed io ci occupiamo della prigione e della stalla e proseguiamo fino alla miniera.

Guardate se vi riesce di trovare qualche traccia di Angus Gunn e del suo legname per la chiusa.

Bob e Pete annuirono, avviandosi verso l’emporio.

Entrarono in punta di piedi, ma subito dovettero fermarsi per lo stupore.

Il magazzino era ancora come doveva apparire cent’anni prima! Gli scaffali erano carichi di merci; nella penombra dell’ambientei distinguevano barili colmi di farina e di mele secche, articoli di ferramenta, finimenti di cuoio e altri oggetti ammucchiati qua e là.

I due amici si accorsero subito che tutto era pulito e in ordine: gli antiquati fucili appesi al muro luccicavano come nuovi, e sul bancone non c’era un granello di polvere! - Forse c’è davvero qualcuno che vive qui! - disse Bob a bassa voce.

- M-ma… Non una persona dei giorni nostri - balbettò Pete.

- Qui sembra tutto come cent’anni fa! Un emporio per… per fantasmi! Bob annui, trangugiando saliva.

- Già, il magazzino doveva essere proprio cosi, allora.

Come se… come se nessuno se ne fosse mai andato! Perfino… Oh, Pete, guarda! Sul bancone c’è un vecchio libro mastro! I due ragazzi si avvicinarono cautamente.

Il mastro era aperto, e si vedevano le pagine fitte di nomi a fianco di ordini di merce.

Con le mani che gli tremavano, Bob prese a sfogliare il libro cercando la data del 29 ottobre 1872.

Alla fine Pete poté leggere al di sopra delle sue spalle: - Angus Gunn, Lago del Fantasma.

Mc 60 legna per chiusa con supporti; 2 barili farina; 1 barile carne manzo; 4 casse fagioli secchi.

- Pete sbatté le palpebre.

- Accidenti! Aveva comprato viveri per un esercito! - Doveva probabilmente dar da mangiare agli uomini che aveva assunto qui - congetturò Bob.

- Credo che ce ne fossero parecchi.

Vedi qualcos’altroPete? L’altro scosse la testa.

- Non qui dentro.

Perplessi, lasciarono llemporio per entrare nel prossimo edificio, il saloon.

- 11 saloon era il centro della vita comunitaria, allora osservò Bob - un buon posto per incontrare gente e per lasciare messaggi.

E probabile che Angus si sia fermato qui a bere un goccio.

La sala era vasta e buia, con una porta sul fondo che conduceva alle camere da letto.

A sinistra c’era un pianoforte verticale tutto decorato, luccicante come il lungo bancone dietro il quale erano disposte file di bottiglie piene.

Più indietro, su un tavcl rotondo si vedevanc hicchieri ancora pieni a metà e carte distribuite come se fosse stata in corso una partita di poker.

- Pro… proprio come all’emporio - balbettò Pete.

- Si direbbe che i minatori vivano ancora qui e siano solo usciti un momen… Non poté finire la parola.

Un frastuono di voci aveva riempito d’improvviso il saloon! Dal piano cominciò a venire un allegro motivetto del selvaggio Far West… ma non c’era nessuno che lo suonasse! Bicchieri e bottiglie tintinnavano, e la sala era scossa da grida e richiami.

In mezzo alla baraonda, i ragazzi distinsero un rumore proveniente dal tavolo da poker: si girarono da quella parte e… videro una figura indistinta che sembrava sorgere di Iì, e che puntava due pistole contro di loro! - Tremate, stranieri! - urlò una voce irreale.

- Scappiamo, Bob! Un fantasma! - gridò Pete.

Urtandosi l’un l’altro, i due si precipitarono fuori dal saloon e corsero all’impazzata verso la miniera, mentre alle loro spalle si udiva ancora il frastuono della folla invisibile, e il pianoforte continuava a suonare.

L’ingresso della miniera era illuminato e più avanti si scorgevano Jupiter e Clun!~.

Bob e Pete corsero giù per la galleria, che sprofondava nelle viscere della montagna.

- Jupiter, Cluny! - cominciò Pete.

- Siamo stati attaccati da un fantasma, e… - S’interruppe.

I due ragazzi, pallidi e tremanti, stavano immobili con lo sguardo fisso verso il buio fondo della galleria.

Improvvisamente gli altri due colsero dei rumori: acqua sgocciolante, macchinari cigolanti, e subito dopo un selvaggio, quasi folle scoppio di risa.

Ed ecco che nella miniera fu esploso ucolpo di fucile, che sfiorò i ragazzi e andò a perdersi rimbombando alle loro spalle.

- Co… cosa succede, Jupe? - balbettò Bob.

Il Capo trangugiò più volte la saliva prima di riuscire a parlare.

- N-non so, siamo entrati qui e… e ci hanno sparato! Ci… D’un tratto lo videro: nella buia galleria li fissava imbracciando una vecchia carabina.

A non più di sei metri di distanza stava un minatore barbuto dai capelli brizzolati, vestito con una camicia di lana rossa e con pantaloni di daino infilati negli stivali di cuoio! - Sappiamo noi come comportarci con gli intrusi! echeggiò la voce dell’apparizione.

Con una risata malvagia, I’uomo puntò il fucile e prem‚ il grilletto.

Il colpo, sparato ad altezza d’uomo, esplose vicinissimo ai ragazzi, subito seguito da un altro.

Bianco come un lenzuolo, Pete siava ad occhi chiusi, balbettando: - Ci… ci ha colpiti? Finalmente si decise a guardare: gli altri tre erano pallidi non meno di lui, ma incolumi.

- Ci ha mancati! - gridò Bob.

- Vuole… vuole solo spaventarci, gente! - fece Cluny.

- Ma cosa… - cominciò Pete.

L’individuo barbuto sghignazzò di nuovo selvaggiamente, puntando ancora il fucile, e ripeté: - Sappiamo noi come comportarci con gli intrusi! Di nuovo partirono due colpi a tiro diretto.

- Ci ha mancati anche stavolta! - gridò Cluny, e fece un passo avanti fissando il vecchio minatore.

- Cosa vuol fa… - Aspetta, Cluny - interruppe Jupiter.

- State tutti bene attenti! I ragazzi restarono in attesa.

Dopo un lungo minuto, in mezzo al rumore dell’acqua e dei macchinari che ancora risuonava nella miniera, distinsero un leggero scatto e un ronzio: ed ecco che il vecchio minatore tornò a ripetere la sua selvaggia risata, alzando di nuovo il fucile.

- Sappiamo noi come comportarci con gli intrusi! - gridò per la terza volta, e premette ancora il grilletto.

Altri due colpi partirono, mancando il bersaglio.

Jupiter si mise a ridere.

- O un trucco, ragazzi! O un pupazzo meccanico con la voce registrata! E anche i rumori della miniera sono incisi su un nastro! Bob fece un verso strozzato.

- Sono o non sono un idiota? Adesso ricordo! L’ho letto sul giornale, stanno restaurando Powder Gulch per farne una città dei divertimenti! Fantasmi e cavalcate e spettacoli western.

Ecco perché è tutta recintata.

- Ma certo - fece eco Jupiter alquanto smontato - I’ho letto anch’io, qualche tempo fa… Pete si avvicinò al pupazzo per toccarne la faccia.

- Plastica modellata! Ma chi potrebbe dire che non sembra vera? Allora anche il fantasma nel saloon era un trucco! Si vede che in questi giorni stanno sistemando i fantocci.

- Evidentemente - convenne Jupiter.

- Ma noi abbiamo ben altre cose di cui occuparci: avele trovato qualche indizio dei piani di Angus Gunn? Bob raccontò quello che avevano letto sul libro mastro all’emporio.

- Aveva comprato da mangiare per un esercito di uomini - concluse.

- O se non per molta gente - rifletté Jupiter - per un lungo periodo di tempo: qualunque cosa Angus avesse costruito per fare una sorpresa a Laura, credo che si trattasse davvero di un grosso lavoro.

Solo non sappiamo ancora cosa e dove costruì.

- Tirò fuori il diario del marinaio, che aveva portato con sé, e gli diede una scorsa.

Non ci sono notizie utili alia data del 29 ottobre.

- Noi, però - intervenne Pete - non abbiamo guardato nel saloon: chissà che non ci sia qualche messaggio? - Bene, allora torniamo indietro - decise Jupiter chiudendo il diario.

- Poi andremo a cercare in prigione, può darsi che sia rimasto qualche appunto steso dallo sceriffo dell’epoca, e vedremo se si trova l’ufficio di un giornale che fosse stampato qui.

I ragazzi si avviarono per uscire dalla miniera.

Strada facendo, Pete e Bob notarono dei particolari che all’andata erano loro sfuggiti: piantine delle gallerie, vecchi attrezzi e un altro pupazzo, un minatore dalla barba nera con un piccone in mano.

Pete sogghignò.

- Ehi, gente, quei fantocci sono proprio realistici! Quello là col piccone somiglia… Il minatore dalla barba nera lasciò cadcre il piccone, saltò addosso a Jupiter strappandogli di mano il diario e si diede alla fuga.

- Giava Jim! - sussurrò Bob.

Per un istante i ragazzi rimasero paralizzati dalla sorpresa del pupazzo vivente, ma subito dopo Jupiter si riscosse.

- Prendiamolo! Mi ha portato via il diario! I quattro si lanciarono di corsa su per la galleria scarsamente illuminata, sbucando nel caldo sole pomeridiano.

- Eccolo laggiù! - gridò Cluny.

Il marinaio stava scendendo a rotta di collo per la strada principale.

- Fermati, ladro! - urlò Pete.

- Ci sfuggirà! - gemette Cluny.

- Ferma, farabutto! Giava Jim lanciò un’occhiata indietro sghignazzando e prosegui di corsa oltre il saloon… proprio nel momento in cui una figura spettrale si affacciava alla porta, con due pistole in mano.

- Il nostro fantasma! - esclamò Pete.

Alla vista di quella figura minacciosa, Giava Jim lanciò un urlo e scartò di lato… finendo a gambe all’aria in un abbeveratoio.

Il diario gli era volato via di mano, e inutilmente provò a rialzarsi, per ricadere di nuovo indietro.

- O un ladro! - gridò Pete al pupazzo.

- Acchiappalo! Il fantasma lanciò un’occhiata ai ragazzi e si mosse in direzione di Giava Jim, scendendo i gradini della veranda di legno.

Le pistole brillavano riilettendo la luce del sole.

A questo punto Giava Jim ritrovò la sua agilità e d’un balzo si rimise in piedi, dandosela a gambe verso il recinto: in un lampo fu dall’altra parte e si dileguò in mezzo alla bassa e secca vegetazione della valle.

I ragazzi si avvicinarono al fantasma: ma si trattava di un individuo in carne ed ossa, con un vestito nero da cow-boy! Jupiter raccolse il diario che Giava Jim aveva lasciato cadere.

- Non dovreste essereui dentro, ragazzi - disse il< fantasma>.

- Fareste meglio a spiegarmi cos’è tutta questa faccenda e a darmi quel libro, se appartiene alla città.

- No, signore, è nostro - rispose Jupiter.

- Ci dispiace di aver scavalcato il recinto, ma non sapevamo che ci fosse qualcuno e dovevamo fare delle indagini.

- In breve, spiegò quello che stavano cercando di scoprire.

- Certo che ci ha fatto prendere un bello spavento, con tutti i suoi trucchi! Il fantasma fece una risatina.

- Avevo deciso di sperimentare su di voi i miei effetti speciali: sono il guardiano.

- Si sfregò il mento.

- Angus Gunn, avete detto? Forse posso esservi di aiuto.

Ho raccolto tutti i documenti nel mio ufficio: se il vostro Angus Gunn ha fatto qualcosa qui, ne troveremo memoria.

Attraverso il saloon entrarono in un piccolo ufficio.

Il guardiano aprì un armadietto-schedario.

- Tutti i nomi contenuti negli atti sono stati messi in ordine alfabetico con i relativi riferimenti: anche questo faceva parte dei lavori di restauro.

Vediamo cosa Gè sotto Gunn.

Lesse un foglio, scuotendo la testa.

- Solo due notizie: l’acquisto fatto all’emporio, di cui già sapete, e un annuncio di due righe sul giornale di Powder Gulch con un’offerta di lavoro a breve termine per minatori.

Questo è tutto.

- Siamo a un punto morto - si lagnò Pete.

- Ed ora… - Ragazzi!… Cluny Gunn!… Ehi, voi, ragazzi! - Una voce gridava dall’esterno.

- O Rory! - esclamò Cluny.

Uscirono di corsa.

Giù in strada stava Rory McNab con un’altra persona, il professor Shay, con cui Bob aveva parlato all’Istituto di Studi Storici.

Il piccolo professore dalla faccia tonda corse verso di loro.

- Che spavento ci avete fatto prendere, ragazzi! Mi sono -imbattuto nel signor McNab davanti al cancello: mi ha detto che dovevate essere qui dentro e che temeva vi fosse successo qualcosa.

Poi abbiamo trovato le vostre biciclette…

- Scavalcare il recinto! - scattò Rory.

- Lo sapevo che sareste andati a cacciarvi nei pasticci! Per questo vi ho seguiti, per evitare che vi faceste male.

- Nessun danno, signor McNab - assicurò il guardiano.

Casomai il professore potrebbe aver interesse ad ascoltare i commenti dei ragazzi sui nostri effetti speciali! Il professor Shay è il nostro consulente storico, ragazzi: l’Istituto ci dà una mano per i restauri.

- Si, sì, ma più tardi - troncò il professore, con gli occhi che gli luccicavano dietro le lenti.

Fece un cenno di saluto al guardiano e pilotò i ragazzi giù per la strada.

- Cos’è questa storia del secondo diario di Angus Gunn? L’avete trovato? Pensate che ci sia davvero di mezzo un tesoro? Che grande scoperta! Storica, direi! Raccontate, presto! Jupiter spiegò come avesse trovato il secondo diario e come Giava Jim avesse per due volte cercato di impadronirsene.

Il professor Shay divenne tutto rosso.

- Come! - gridò.

- Quel… quel losco individuo! Sta cercando di rubare il tesoro di Angus Gunn? O mostruoso! Capite, potrebbe essere di un valore storico incalcolabile! L’intero bottino di un pirata delle Indie Orientali! Il museo dell’Istituto diventerebbe famoso.

Ma avete trovato qualche indizio, qui? - Beh - rispose Jupiter lentamente - abbiamo appreso che, qualunque sia la cosa che Angus costrui per la moglie, richiese un grosso lavoro.

- Capisco - annuì il professore - ma non è qui che dobbiamo cercare: al Lago del Fantasma! Io conosco bene questa zona e forse posso immaginare ciò che voi non potete.

Caricate le biciclette sulla mia macchina: sarebbe un delitto lasciare il tesoro a quel Giava Jim! Rory lanciò un’occhiata di scherno al professore.

- Ecco un altro pazzo! - esclamò.

- Come? E lei che ne sa, McNab? Io credo proprio che i ragazzi potrebbero aver ragione! Prendete le biciclette giovanotti, si torna al Lago del Fantasma Ora il cancello era aperto.

I ragazzi caricarono le biciclette nel vano posteriore della gran~e familiare del professore, mentre Rory si avviava verso la sua vettura.

Jupiter lo seguì con uno sguardo perplesso.

Era ormai tardo pomeriggio, e i ragazzi avevano seguito il professor Shay metro per metro attraverso tutta la valle e su per le colline.

Avevano contemplato dall’alto il Lago del Fantasma e la sua piccola isola da ogni possibile angolo visuale.

Avevano fatto per ben tre volte il giro della casa.

E non avevano trovato esattamente nulla! Sfiniti, si riunirono sul terrazzo del grande edificio.

Alla luce dell’ultimo sole, la signora Gunn guardava con simpatia il gruppo dei cercatori, mentre Rory fumava la pipa inalberando un sorriso sardonico.

- Niente - disse il professor Shay contrariato.

- Angus Gunn non costruì niente di grande eccetto la casa, e questa è stata setacciata mille volte da allora.

E non c’è traccia di una chiusa o di cose simili.

Rory si mise a ridere.

- Ma siete proprio senza cervello! Anche se il vecchio Angus avesse costruito qualcosa del genere, a quest’ora il legno sarebbe bell’e andato! Percio, ammesso che sia mai esistito un tesoro, cosa che non è, adesso non ne troverete più neanche l’ombra.

- Sì che lo troveremo! – protestò Bob.

- Certo che sì, ragazzi - sostenne con forza la signora Gunn, lanciando a Rory un’occhiata severa.

- Forse il tesoro non sarà un vero tesoro, ma qualcosa troverete senz’altro.

- Ehi, mamrna! - esclamò Cluny.

- Quasi quasi, pero, si direbbe che al tesoro non ci credi neanche tu! Jupiter si era messo a rileggere la lettera di Angus Gunn.

- Se soltanto potessimo sapere qualcosa di più! Sono sicuro che c’è una chiave per risolvere questo enigma, ma è successo tutto tanto tempo fa… Cosa diavolo amava il vecchio Angus a casa sua? La signora Gunn scosse la testa.

- Mentre eravate a Powder Gulch, ho avuto il tempo di rileggere quasi tutte le lettere di Laura: nei suoi scritti parla più volte dell’amore di Angus per la sua terra in Scozia e per il meraviglioso paesaggio del fiordo, ma questo è tutto.

Niente di più specifico.

- C’è quasi da perdere la speranza - commentò ii professor Shay.

- Devo ammettere che il problema sembra insolubile convenne Jupiter con un profondo sospiro.

- Non starai mica per cedere, Jupe? - gemette Cluny.

- Puh! - esclamò Pete.

- Non conosci Jupiter: sta appena per cominciare! La signora Gunn assunse un’aria conciliante.

- Comunque, ragazzi, non vi giudicherei male, se decideste di lasciar perdere.

- Non credo che sia ancora giunto il momento di lasciar perdere - dichiarò Jupiter.

- Il vecchio Angus non dice dove si trova l’indizio, e noi abbiamo fatto appena il primo passo.

E tempo di farne un altro.

Apri il secondo giornale.

- La successiva annotazione interessante è alla data dell’l1 novembre 1872: Oggi presa barca per andare ad isola dei cipressi.

Lì lì per affondare in mare aperto sotto il libeccio, causa carico della barca.

Signore dell’isola accettata mia proposta.

Tornato a casa a mezzogiorno molto soddisfatto.

Lavoro per sorpresa di Laura procede bone.

Poi per una settimana non parla d’altro che dei suoi lavori quotidiani.

- Ehi, Jupe! - intervenne Pete.

- Dice che la sua barca era carica! - Sì - rispose il Capo.

- Forse è l’isola che può darci una risposta.

- Ma che isola sarà? - si chiese Cluny.

- Non ho mai sentito parlare di un’isola dei cipressi da queste parti.

- lo neppure - ammise Jupiter.

- E tu, Pete? Pete era un appassionato velista e conosceva molto bene le acque locali.

- Non credo che sia il suo vero nome, o forse allora non ne aveva uno: deve trattarsi di un’isola molto piccola, perché le isole più grandi hanno tutte nomi diversi.

E sarà anche poco lontano dalla costa, dal momento che Angus andò e tornò in mezza giornata.

In conclusione, penso che dobbiamo cercare un’isoletta coperta di cipressi e probabilmente appartenente a una sola 58 famiglia: qui Angus parla di un signore dell’isola.

- Magnifico! - esclamò Jupiter.

- Allora domani si va alla ricerca! - Vengo anch’io - dichiarò il professor Shay.

- Ho una barca, e possiamo senz’altro servircene, se l’isola non sorge troppo al largo.

Rory scattò in piedi.

- Tesori, fantasmi, isole senza nome e gente morta cent’anni fa! Siete diventati tutti matti! disse, lasciando a gran passi il terrazzo.

La signora Gunn sorrise scuotendo la testa.

- Non fateci troppo caso: Rory è terribilmente irritabile, e non riesce a concepire altro che questioni pratiche, ma è davvero un brav’uomo.

Cluny ed io abbiamo avuto grossi problemi dopo la morte di mio marito, e Rory ci ha tanto aiutati, da quando è venuto qui l’anno scorso.

Credo solo che in questi giorni si sia un po’ stancato per via del viaggio.

- Viaggio? - ripeté bruscamente Jupiter.

- Rory è stato via, signora? - Sì, è andato a Santa Barbara per vendere i nostri avocados.

O stato viare giorni ed è tornato proprio stanotte.

Jupiter si era oscurato in volto.

-a chi è esattamente Rory, signora? - O un lontano cugino di mio marito.

Venne un anno fa dalla Scozia per farmi visita ed è rimasto ad aiutare.

E un uomo orgoglioso e tenace, e non ha accettato alcuna paga: solo vitto e alloggio come membro della famiglia.

Jupiter si alzò, facendo un cenno a Pete e Bob.

- Noi dovremmo andare, signora, s’è fatto tardi.

- Vi porto giù in macchina - si offrì il professor Shay.

Le biciclette erano già nel portabagagli, così partirono subito, ripercorrendo in discesa la strada di montagna.

Avevano quasi raggiunto la strada principale, quando Jupiter saltò su: - Professor Shay, c’è una cosa che mi lascia perplesso: come farà Giava Jim a sapere tante cose sui Gunn, cioè sui due diari e sulla lettera? - Di sicuro non potrei dirlo - rispose il professore.

- La storia del tesoro è conosciuta da tutti, almeno da queste parti: ma Giava Jim non sembra uno della zona.

Forse è un discendente di qualche altro superstite della Regina di Argyll! Magari dello stesso capitano! - Cribbio! - commentò Bob.

- Potrebbe essere una buona spiegazione, Jupe.

- Suppongo di sì - disse il Capo lentamente.

Mancava un’ora alla cena quando il professor Shay lasciò i ragazzi davanti alla Bottega del Recupero.

Senza farsi vedere, i Tre Investigatori s’infilarono nel Tunnel Due per raggiungere il Quartier Generale.

- Senti, Jupe - cominciò Pete - stavo pensando: come possiamo essere sicuri che il vecchio Angus non abbia scavato una miniera al Lago del Fantasma? Una miniera nascosta, voglio dire, segreta! - In effetti non possiamo esserne sicuri, ma per trovarla, allora, avremmo bisogno di un elemento decisivo: e cosa vuoi che abbia a che fare con questa miniera la storia del fantasma in Scozia, cioè ilegleto del fiordo? Intervenne Bob.

- La signora Gunn ci ha detto che il fantasma sta di vedetta in cima al fiordo per avvistare i Vichinghi.

Non potrebbe darsi che il vecchio Angus volesse far capire che bisogna guardare il lago dall’alto? Forse il tesoro è proprio nel lago! - E possibile, Bob - convenne Jupiter - ma avremmo lo stesso bisogno di un indizio qualsiasi per sapere esattamente in che punto.

- Fece una pausa.

- Avete sentito cosa ha detto di Rory la signora Gunn? - Come no! - rispose Pete in tono ironico.

- Gran lavoratore, di validissimo aiuto! - Solo un po’ irascibile - aggiunse Bob.

- Non ce nleravamo accorti, eh? - Ma soprattutto - fece notare Jupiter - è stato via dal Lago del Fantasma per trc giorni, fino alla scorsa no~te! Il che vuol dire,ente, che ieri può essere stato benissimo a Rocky Bezch quando Giava Jim ci ha aggrediti, e prima di ciò al museo, e l’altroieri addirittura a San Francisco! Bob spalancò gli occhi.

- Vuoi dire che potrehbe essere in combutta con Giava Jim per impossessarsi del tesoro? Certo che allora quello là saprebbe tutto del vecchio Angus e della lettera e forse anche degli oggetti che la signora Gunn ha venduto! - Proprio così - concluse Jupiter còn aria decisa.

- Pete, bisogna assolutamente che tu consulti stasera le tue carte nautiche e identifichi l’isola dei cipressi.

Ci troviamo domani alla barca del professor Shay! ~opo cena, Jupiter stava aiutando lo zio Titus e la zia Mathilda a decorare l’albero natalizio 4uando suonò il telefono.

Era Pete.

- L’ho trovata, Jupe! O l’isola di Cabrillo, così chiamata dal nome dei suoi vecchi proprietari.

La famiglia Cabrillo ci abitava ancora nel 1872, e l’isola è effettivamente co~erta di cipressi e sorge appena a un chilometro e mezzo dalla costa: tre chilometri a nord del nostro porto.

- Ottimo lavoro! - si rallegrò Jupiter, e riappese.

Era ormai ora di andare a dormire, e il ragazzo salì in camera sua, ma prima di accendere la luce volle affacciarsi aila finestra per contemplare le luminarie natalizie di Rocky Beach.

Tutto intorno la maggior parte della case brillava di allegre luci colorate, e Jupiter si fermò un po’ a guardare, ma proprio quando stava per ritirarsi la sua attenzione fu attratta da un leggero bagliore improvviso.

Guardò in quella direzione, ed ecco un altro lampo, e un altro ancora.

Jupiter era sconcertato: quella luce intermittente non veniva da nessuna casa! D’un tratto, mentre i lampi continuavano, si rese conto della loro sorgente: il cortile della Bottega, e più precisamente il punto dove sorgeva il Quartier Generale! I lampi provenivano dall’interno della roulotte, attraverso il lucernario! Velocissimo, ma senza rumore, Jupiter scivolò giù per le scale e uscì di casa, avvicinandosi al cancello principale del cortile.

Tutto in ordine: il cancello era chiuso come al solito.

Il ragazzo corse verso l’angolo corrispondente al suo laboratorio, dove c’era un’altra entrata segreta dei Tre Investigatori: due assi staccate in un punto del recinto che era pitturato di verde.

Passando prudentemente attraverso l’Entrata Verde, Jupiter sgusciò nel laboratorio, ma si accorse subito che i lampi erano cessati.

Vicino al Tunnel Due non c’era anima viva: strisciando intorno ai rrlucchi di rottami, si diresse allora verso l’Ingresso Tre.

La vecchia porta di quercia dell’Accesso Numero Tre era stata forzata, e al di là si vedeva la porta della roulotte socchiusa.

All’interno del Quartier Generale, il diario di Angus Gunn era là dove Jupiter l’aveva lasciato, ma aperto in corrispondenza dell’ultima annotazione.

Il ragazzo ebbe così la certezza di quello che era successo: qualcuno si era introdotto nella loro base e aveva provveduto a fotografare il giornale! Assai demoralizzato, Jupiter incastrò di nuovo la porta di quercia al suo posto e tornò lentamente verso casa.

Adesso c’era qualcun altro che conosceva le ultime vicende di Angus Gunn! 10 Una fitta nebbia avvolgeva Rocky Beach quando, la mattina dopo di buon’ora, i Tre Investigatori si diressero in bicicletta verso il porto.

Cluny, tutto infreddolito, stava già aspettando da un po’ vicino alla barca a vela del professor Shay, e li accolse con un sorriso.

- Ci ho pensato su tutta la notte, ragazzi - dichiarò - e sono sicuro che il carico della barca, di cui parla Angus nella lettera, non è altro che il tesoro! Oggi è il gran giorno, lo sento: vedrete che lo troveremo! - Anch’io mi sento ottimista, Cluny - annuì Jupiter.

Potrebbe… Con una frenata brusca la grande familiare del professor Shay si fermò a pochi metri da loro.

L’ometto, rosso in faccia più del solito, saltò fuori e corse verso i ragazzi.

- Scusatemi, sono in ritardo, ma c’è stato un po’ di trambusto da noi, poco fa: un individuo si è introdotto nell’Istituto e ha cercato di impossessarsi dei documenti relativi alla Regina di Argyll! Era un tipo con la barba nera… - Giava Jim! - esclamarono insieme Pete e Bob.

Il professore annuì.

- O quello che ho pensato anch’io, ragazzi.

- Ma perché, poi? - si chiese Cluny.

- Tutti conoscono benissimo la storia della Regina di Argyll.

- A meno che a tutti non sia sfuggito un particolare - osservò Jupiter, e si mise a raccontareuello che era suc cesso la notte precedente al Quartier Generale.

- Ma allora, adesso Giava Jim ha anche lui il diario! - gridò il professore.

- Potrebbe averci preceduto, essere già sull’isola! - Lanciò un’occhiata verso il mare coperto di nebbia.

- Ma si potrà partire con questo tempo? Pete annui.

- La visibilità è sufficiente fino a due chilometri da riva: la nebbia non si infittisce che più in là.

O quasi sempre così da queste parti, e poi la sua barca, professore, è abbastanza grande e robusta.

- Allora sbrighiamoci, ragazzi! - incitò il professore.

Tutti e cinque saltarono sulla barca, un bello scafo a vela di sette metri, e il professore accese il motore ausiliario.

Poco dopo erano fuori del porto, e Pete prese il timone puntando verso nord, mentre gli altri si accalcavano nella cabina: neanche i pesanti impermeabili che indossavano erano sufficienti a proteggerli contro il gelo di quella mattina di dicembre.

- L’isola di Cabrillo - spiegò Pete - rimase innominata fino al 1890, dopodiché ricevette il nome dei suoi proprietari: adesso, comunque, è abbandonata.

C’è un buon approdo nascosto proprio sulla costa che fronteggia la terraferma.

Il vento era scarso, così Pete continuò a usare il motore Finalmerlte lanciò un richiamo agli altri che erano rimasti in cabina: - Eccoci in vista dell’isola, gente! In lontananza,nella nebbia, si intravedeva infatti la piccola isola montuosa.

Via via che si avvicinavano, cominciarono a distinguere i cipressi, e poco dopo un alto camino che sporgeva da dietro una delle due alture dell’isola.

Era un luogo deserto e impervio, abbastanza spettrale in mezzo alla nebbia.

Pete pilotò la barca nell’insenatura nascosta di cui aveva parlato e ormeggiò a un pontile di legno mezzo putrefatto.

Il gruppo si riunì sulla spiaggia, girando lo sguardo intorno a quella terra nuda e rocciosa.

L’unica vegetazione era costituita dai vecchi alti cipressi alquanto stenti e tutti piegati dal vento in posizioni grottesche.

- Cribbio - brontolò Bob - se il vecchio Angus ha sepolto qui il tesoro, dopo cent’anni non sarà rimasta la minima traccia del luogo! Come facciamo a trovarlo? - No, Bob - rispose Jupiter - ci ho pensato tutta la notte: sono certo che Angus non avrebbe sepolto il tesoro.

Anzitutto, sapeva di essere controllato dal capitano della Regina di Argyll, e la terra scavata di fresco si riconosce al primo colpo d’occhio; tanto più che voleva che Laura trovasse il tesoro, e bastano pochi mesi a cancellare ogni traccia di uno scavo.

No, penso che Angus avrebbe casomai nascosto il tesoro da qualche parte, lasciando però un segnale che Laura potesse riconoscere: e un segnale duraturo, perché non poteva prevedere quanto tempo sua moglie avrebbe impiegato a trovarlo! Cluny ebbe un’idea.

- Non potrebbe aver costruito qualcosa qui per Laura? Magari la sorpresa era un pezzo di terra che lui aveva comprato su quest’isola.

- Sì - rispose Jupiter - ci ho pensato anch’io.

Cercheremo qualche costruzione in legno, o comunque qualcosa che si ricolleghi con i Gunn.

- La lettera - osservò Bob - dice di seguire la sua rotta e 65 di leggere ciò che i suoi giorni hanno costruito: queste sono le direttive generiche.

Poi, però, parla del fantasma e di uno specchio: questi potrebbero essere i segnali! - Esattamente! - approvò Jupiter.

- Però il diario dice che Angus fece qualche proposta al signore di quest’isola, magari per ottenere il permesso di nascondere qualcosa qui! Perciò sarà meglio che prima andiamo a vedere là dietro in quella casa col camino: potremmo trovare qualche elemento utile.

Arrampicandosi oltre il passo che separava le due piccole alture, raggiunsero una valletta nascosta quasi sulla sommità della prima collina.

Il camino si levava alto nella valletta… ma la casa che si aspettavano non c’era.

Tutto quello che si vedeva intorno al camino era un massiccio focolare di pietra con la cappa: il resto era nudo terreno roccioso.

- Oh, Jupe! - gemette Pete.

- La casa è andata distrutta! Così partono le nostre speranze di trovare una traccia! - Ehi, guardate là! - gridò improvvisamente Bob.

Della terra fresca contornava una lastra di pietra in mezzo al focolare: la lastra era stata evidentemente smossa da poco e poi ricollocata al suo posto.

- Siamo stati preceduti! - esclamò il professor Shay con disappunto.

- Ma non dev’essere passato molto tempo, a giudicare dall’aspetto di quella terra.

Istintivamente si guardarono intorno, facendo correre lo sguardo lungo le colline rocciose coperte di cipressi contorti.

Ma niente si muoveva se non brandelli di nebbia.

- Vediamo cosa c’è sotto quella pietra - disse Bob, e insieme a Pete sollevò la pesante lastra.

Tutti si sporsero in avantima ai loro occhi non apparve che una buca vuota.

- Niente di niente, ragazzi - constatò Pete - e non credo neanche che ci fosse qualcosa, almeno recentemente: la terra è secce piana, senza segni di alcun genere.

- Ma qualcuno pensava che ci fosse - osservò Jupiter.

Guardate, ha grattato la terra finché non ha trovato la lastra mobile.

- Non c’erano altre imbarcazioni all’approdo - rifletté Pete - ma c’è una spiaggia proprio dietro il promontorio che delirnita l’insenatura.

- Dobbiamo trovare quelli che ci hanno preceduti! - decise il professor Shay.

- Sparpagliamoci e diamo loro la caccia.

Ma siate prudenti: io mi terrò nel mezzo, e se vedete c ualcuno gridate e correte verso di me.

- Fate anche attenzione a ogni possibile segnale - aggiunse Jupiter.

- Che so io, una grotta, o un mucchio di pietre, o un’incisione nella roccia.

Annuendo nervosamente, si sparpagliarono da un la~o all’altro dell’isoletta, con la faccia rivolta a nord.

Mentre avanzavano circospetti nella nebbia sempre più fitta, cominciarono a perdersi di vista l’un l’altro.

All’estremità sinistra, Cluny riusciva ancora a intravedere il solo Pete.

Il ragazzo dai capelli rossi si muoveva lungo il fianco più ripido della collinetta occidentaleavend~ alla sua sinistra un tratto di mare coperto da un banco (~i nebbia fittissima.

Un denso brandello lo avviluppò, nascondendogli del tutto la vista di Pete.

Ancora più innervosito e attento soltanto a cogliere qualche rumore o movimento sospetto, Cluny mise un piede in fallo e cadde all’indietro, scivolando giù fra un grandinare di pietre smosse.

- Uff! - borbottò rialzandosi.

Si guardò intorno… Da un rialzo del terreno, attraverso la nebbia avvolgente, una figura spettrale lo stava fissando.

Un essere dalla schiena curva e gibbosa, con una faccia appuntita, il naso a rostro e un unico, enorme occhio in mezzo alla fronte! - Il fantasma! - urlò Cluny.

- Aiuto! E il fantasma si muoveva verso di lui, allungando le braccia deformi per ghermirlo.

- Aiuto! Aiuto! - gridava Cluny terrorizzato, cercando di farsi piccolo piccolo per sfuggire al fantasma.

In mezzo alla nebbia si sentirono dei passi affrettati: era Pete che correva in direzione del richiamo.

- Che succede? - chiese arrivando tutto affannato.

- L-là, là! - indicò Cluny.

- Il fantasma! Pete fece un verso strozzato e balzò indietro.

Volgendo l’unico occhio, la mostruosa figura lo segui con lo sguardo.

Anche gli altri avevano sentito le grida e arrivarono di corsa.

Ma proprio nel momento in cui gettavano la prima occhiata sulla orribile forma spettrale, una folata di vento diradò la nebbia.

- Ma… ma è un albero! - esclamò Bob sbalordito.

- Un cipresso piegato dal vento! - fece eco il professor Shay.

Il gibboso fantasma altro non era che un tronco incurvato con due rami protesi in avanti come braccia.

L’ef~etto della testa era prodotto da una protuberanza nodosa con un buco nel mezzo che sembrava un occhio: fluttuando, era stata la nebbia a dare l’illusione della mobilità.

Cluny lanciò un fischio di sollievo.

- Fiuu! Ragazzi, se sembrava un fantasma! Jupiter sobbalzò.

- Ehi, gente! Ma è il fantasma! Non vedete? dev’essere il segnale del vecchio Angus! - Il segnale? - ripeté Pete.

- Dici davvero, Jupe? - fece eco Bob.

Il professor Shay strizzò gli occhi dietro le lenti senza montatura.

- Perbacco, ragazzi, credo che Jupiter abbia ragione! Cercate intorno all’albero, il nascondiglio del tesoro potrebbe essere proprio qui! - Io cerco a sinistra! - si fece avanti Cluny.

- Ed io a destra! - dichiarò Bob.

Jupiter s’incaricò di arrampicarsi sull’albero e il professore di guardare tutto in giro alla base del rialzo.

Per un momento Pete rimase solo mentre gli altri si lanGiavano alla ricerca intorno al grottesco tronco d’albero.

Istintivamente il ragazzo gettò uno sguardo a destra e a sinistra, facendosi subito attento.

Guardò meglio, si girò indietro, levò gli occhi alla collina sovrastante.

- Ehi, ragazzi! - chiamò a mezza voce, ma quelli non lo sentirono, o non ci fecero caso.

Stavano smuovendo la terra tutto intorno e sollevando ogni sasso che patessero trovare, mentre il professor Shay saggiava una crepa del terreno con un lungo bastone.

- Ehi, ragazzi - ripeté‚ Pete - non credo che troverete nulla.

Jupiter smise di grattare la terra.

- Come? Perché? - Dacci una mano piuttosto - sollecitò Cluny.

Pete scosse la testa.

- Non credo che Angus si sarebbe servito di quest’albero come segnale del fantasma.

- Ma di cosa stai parlando, Pete? - protestò il professore.

- Perché non ci aiuti a… - Guardate lassù - indicò Pete - lassù per il pendio: sembra di vedere altri due fantasmi! Nella nebbia si intravedevano effettivamente due forme spettrali.

- E là dietro.

- Pete accennò alle sue spalle.

- Altri tre fantasmi.

Man mano che il vento crescente soffiava via la nebbia piU fitta, sempre nuovi <fantasmi apparivano ai loro occhi.

Tutti interruppero il loro lavoro e stettero a gùardare le decine di alberi contorti che coprivano il terreno circostante.

Con un gesto di disappunto, il professor Shay scagliò via il bastone che aveva in mano.

- Maledizione! Tutti i cipressi, visti dalla giusta angolazione, possono sembrare qualche specie di fantasma! Jupiter annui, demoralizzato.

- Pete ha ragione.

Ci sono troppi alberi-fantasma perché il vecchio Angus ne abbia scelto uno solo come segnale.

Oppure… - Oppure cosa, Jupe? - chiese Pete.

- Oppure Angus ha commesso un errore e ne ha effettivamente scelto uno come segnale.

Il che vorrebbe dire star qui mesi e mesi a scavare iniorno a tutti i cipressi, e al limite non riuscire neanche a trovare il tesoro! - Ho proprio paura che siamo sconfitti - commentò con amarezza il professore.

- Solo se il vecchio Angus ha davvero nascosto il tesoro su quest’isola - obiettò Jupiter.

-a… La frase fu interrotta da un’improvvisa pioggia di sassi e ciottoli che precipitò giù dal pendio.

Tutti alzarono gli occhi: la nebbia era stata quasi del tutto spazzata via, cosicché lo sguardo giungeva fino in cima alla collina, dove si stagliava un’altra figura spettrale.

Cluny si mise a ridere.

- Oh, è solo un altro cipresso! Jupiter non era dello stesso parere.

- Sì, ma un albero non può tirare sassi, a meno che… - A meno che si muova! - completò Pete.

- Ehi, ma si muove davvero! - gridò il professor Shay.

Non è un albero-fantasma, è un uomo in carne ed ossa! Ferma, lassù, ferma! Ma la figura sparì dietro la cresta della collina, accompagnata da un suono di passi affrettati.

- Presto, ragazzi! Acchiappiamolo! - incitò il professore, lanciandosi di corsa su per il pendio con gli altri alle calcagna.

Appena in cima videro in lontananza una figura che correva a perdifiato verso destra, come per raggiungere l~approdo facendo il giro dell’isola.

- Deve avere una barca! - gridò il professor Shay ansimante.

- Tagliamogli la strada! Fecero dietro-front e si precipitarono giù per la collina verso l’insenatura.

Pete e Cluny furono subito in Lesta e raggiunsero l’approdo in pochi minuti, ma del fuggitivo neppure l’ombra.

- Lassù - gridò alle loro spalle Jupiter, che dal punto più alto in cui si trovava aveva una maggiore visibilità.

- Lassù a sinistra! Pete e Cluny videro lo sconosciuto sparire dietro un crinale a nord dell’approdo, e si lanciarono all’inseguimento lungo l’insenatura, mentre Bob e il professore tagliavano a mezza costa, precedendo gli altri due di qualche secondo.

Ma era ormai troppo tardi.

Dall’alto del crinale, gli inseguitori videro il fuggitivo avviare il motore di un motoscafo che era stato lasciato al riparo nella piccola baia sottostante.

Battuti! Ma ecco che mentre pilotava il motoscafo per uscire dalla baia l’individuo si girò un attimo indietro, mostrando il volto.

- O l’uomo della Volkswagen verde! - gridò Bob.

Il professor Shay era rimasto di stucco alla vista del giovanotto baffuto dalla selvaggia chioma nera.

- Ma è il giovane Stebbins! Ferma, farabutto! Ma il motoscafo si allontanava sempre più dall’isola.

- Brutto mascalzone! - ruggì il professore.

- Presto, alla mia barca! Rimasto parecchio indietro, Jupiter arrivava proprio in quel momento in cima al crinale, ansimante ed esausto.

Poco agile com’era, nel vedere gli altri che tornavano indietro proprio nella direzione da cui era appena arrivato non poté trattenere un gemito.

- Oh, no! - esclamò, affannato, mettendosi di nuovo al loro seguito.

Gli ormeggi erano già stati sciolti, e il motore avviato quando il poveretto raggiunse la barca del professor Shay, lasciandovisi cadere dentro.

Pete, che era di nuovo al timone, puntò verso il mare aperto.

Il motoscafo era solo qualche centinaio di metri più avanti.

- A tutta forza, Pete! - incitò il professor Shay, agitando il pugno verso il fuggitivo.

- Stebbins, ladro che non sei altro, se ti acciuffo… Ancora ansimante, Jupiter si tirò su a sedere.

-a è l’uomo della Volkswagen verde! Lo conosce, professore? Chi è? - O Stebbins, il mio ex-assistente.

Un giovane laureato dell’università di Ruxton, del tutto privo di mezzi, che avevo preso sotto la mia protezione.

Ma tutto ciò che ne ho ricevuto in cambio è stato l’inganno! Pensate che quel mascalzone ha cercato di vendere alcuni pezzi preziosi rubati al museo.

Così sono stato costretto a denunciarlo: è finito in prigione per un anno.

Ma nel frattempo il motoscafo guadagnava sempre più vantaggio su di loro: ormai era quasi a un chilometro di distanza.

- Non lo raggiungeremo mai - osservò Pete.

- Andiamo troppo piano! Il professor Shay fissava impensierito il motoscafo in fuga.

- Ti domandavi, Jupiter, come Giava Jim potesse sapere tante cose sul tesoro: ecco la risposta! Ora mi ricordo che Stebbins~s’interessava molto della Regina di Argyll e del vecchio Angus Gunn! Dev’essere evaso, o avrà ottenuto il condono, e si è ricacciato subito nei suoi traffici, probabilmente in combutta col vostro Giava Jim.

Perbacco, è un pericolosissimo criminale! - Dev’essere stato lui quello che la notte scorsa ha fotografato il diario al Quartier Generale - dichiarò Bob.

- Sì - convenne Jupiter.

- Ecco perché sapeva dell’isola.

Però non ha trovato niente, altrimenti non sarebbe rimasto in glro a spiarci.

- Così siamo pari - osservò Bob.

- Non abbiamo trovato niente neanche noi.

Queste parole riportarono tutti al pensiero della loro sconfitta, e un velo di silenzio scese sulla barca per tutto il resto della traversata.

Il motoscafo era ormai scomparso, e quando attraccarono a Rocky Beach non c’era traccia né di quello né della Volkswagen verde.

Stebbins si era dileguato.

- Vado subito a denunciare quel farabutto! - esclamò il professor Shay furibondo.

- Dirò alla polizia che si è introdotto nel vostro ufficio, ieri notte.

- Ma io non l’ho visto effettivamente - obiettò Jupiter.

- Però sai lo stesso che è stato lui, ed io, al limite, posso avvertire la polizia di tenerlo d’occhio.

- Che razza di giornata! - commentò Pete.

- Ci siamo lasciati sfuggire un furfante e non abbiamo neanche trovato il tesoro! Il professore scosse la testa.

- Mi dispiace, ragazzi - disse lentamente.

- Questa caccia al tesoro sembra senza speranza.

Forse da allora è passato troppo tempo: cent’anni sono sempre cent’anni… - Devo riconoscere che non si sono fatti molti progressi - convenne Jupiter.

- Oh, no! Non fermiamoci adesso! - esclamò Cluny.

C’è ancora più di un mese di annotazioni, nel diario! - Temo, ragazzi - disse il professor Shay con tristezza che se andrete avanti n~n potrò essere con voi: non devo trascurare il mio lavoro! Ma mi farà molto piacere essere informato se avrete fatto qualche scoperta.

I ragazzi seguirono con lo sguardo il piccolo professore che saliva in macchina e si allontanava.

Cluny si rivolse ai Tre Investigatori con un’espressione di incoraggiamento.

- Ehi, Jupe - incitò Pete - non lasceremo mica perdere, vero? - Andiamo a mangiare ora - rispose Jupiter depresso.

Voglio starmene un po’ a pensare, poi torneremo al Lago del Fantasma per decidere sul da farsi.

- Sospirò.

- C’è qualcosa che mi sfugge, in questo caso.

E, profondamente avviliti, i ragazzi montarono sulle biciclette per tornare a casa.

Bob aveva appena finito di mangiare quando sua madre lo avvertì che c’era Jupiter al telefono.

- Ehi, Bob! - attaccò Jupiter con voce decisa.

- Sono arrivato alla convinzione che eravamo partiti da presupposti completamente sbagliati: ho elaborato una teoria del tutto diversa sugli indovinelli del vecchio Angus! Nel riappendere il ricevitore, poco dopo, Bob aveva sulle labbra un sorrisetto di compiacimento.

Una volta tanto non appariva affatto seccato dai discorsi altisonanti dell’amico: era troppo contento di aver ritrovato il solito vecchio Jupiter, libero da ogni traccia di scoraggiamento.

- Troviamoci con Pete alla Bottega del Recupero - aveva deìto il Capo.

- Ho un piano! Arrivando in bicicletta, Bob vide Jupiter e Pete con Hans, accanto al furgone.

Secondo le istruzioni di Jupe, caricò il suo velocipede sul camioncino e salì a bordo con gli altri; Hans si mise alla guida.

- Ho detto allo zio Titus che la signora Gunn potrebbe avere qualche anticaglia da vendere, il che è vero - spiegò Jupiter senza aggiungere altro.

Pete e Bob sapevano ormai che era inutile fare domande: il Capo non rivelava mai piani e deduzioni finché non gli sembrava il momento opportuno.

Al Lago del Fantasma, Cluny li aspettava impaziente sulla porta di casa.

Jupiter gli chiese subito dov’era sua madre, e il ragazzo dai capelli rossi li condusse sul retro, dove sorgeva un vecchio capanno di pietra e di legno.

La signora Gunn stava rinvasando una bella pianta di ibisco in un grande mastello di legno di sequoia.

- Signora - disse Jupiter bruscamente - tutti noi abbiamo immaginato che il carico sulla barca di Angus fosse qualcosa che lui portava all’isola dei cipressi: ma rileggendo il passaggio, e meditandovi sopra, mi sono convinto che si trattava invece di qualcosa che ne riportava indietro! Ha idea di cosa potesse venire di lì? La signora Gunn sorrise.

- Santo cielo, Jupiter, come posso immaginarlo? Per quanto ne so, dal momento che allora dovevo ancora nascere, Angus potrebbe aver comprato qualsiasi cosa da quel signor Cabrillo.

Jupiter annuì, come se non si fosse realmente aspettato una risposta.

- Ci pensi, comunque, signora.

Intanto ho elaborato una nuova interpretazione del messaggio di An~us: dove dice Segui la mia ultima rotta, leggi ciò che i miei giorni hanno costruito, si riferisce, penso, alle sue ultime vicende nel complesso.

Tutte le cose che ha fatto formeranno un messaggio, se messi insieme come le tessere di un mosaico: perciò ci servono al più presto tutti gli elementi! - Caspita! - esclamò Pete.

- Così si spiegherebbe perché la città-fantasma e l’isola dei cipressi non ci hanno detto nulla! - Qual è allora il nuovo passo da compiere, Jupe? - chiese Cluny.

- I passi sono due - spiegò Jupiter, tirando fuori il diario.

- Il 21 novembre 1872 Angus scriveva: Avvertito da fratclli Ortega cl1e mia ordinazione è~finalmente pronta.

Servira carro piu grande.

E il giorno dopo: Ritornato da Rocky Beach con ordinazione degli Ortega.

Fanno ottimo lavoro, ogni pezzo della misura richiesta - un miracolo in questa nuova rude terra! Poi, fino allo spostamento successivo, ci sono le solite laconiche annotazioni sul lavoro che pro 76 gredisce, più due strani commenti.

- Jupiter alzò gli occhi a guardare gli altri, poi riprese: - 23 novembre: Notati due sconosciuti in zona.

Genle di mare.

E il 24 novembre: Sconosciuti scomparsi.

Per andare a riferire al capitano, suppongo.

- A questo punto, quindi - osservò Bob - era certo di essere sorvegliato.

Jupiter annui.

- Mi sembra quasi di vederlo, amici; solo quaggiù in attesa della moglie e del figlio, incapace di fuggire e forse stanco di fuggire comunque.

Può darsi che avesse il presentimento di non uscirne vivo, cosi decise di nascondere il tesoro, e siccome non c’era piu molto tempo si servì di ciò che stava costruendo per Laura come di un messaggio a lei rivolto.

- Parlavi di un successivo spostamento? - gli ricordò Cluny.

- Sì - rispose Jupiter - il 5 dicembre scriveva: A Santa Barbara per l’ultimo tocco a sorpresa per Laura.

Trovato quello che cercavo e pagato poco perc/z‚ fabbrica recentemente semidistrutta da incendio.

Tragedia di un uomo spesso fortuna di un altro! Mi domando se mentre scriveva queste parole Angus stesse pensando al naufragio e al tesoro.

- Jupiter chiuse il diario.

- Ho fatto ricerche sui fratelli Ortega: erano i proprietari di un noto deposito di pietre e mattoni, a Rocky Beach, perciò il vecchio Angus deve aver comprato un carico o di mattoni o di pietre per la sua costruzione.

Comunque esiste ancora un’Impresa Materiali per l’Edilizia Ortega, e può darsi che abbiano un archivio.

- Andiamoci, allora! - esclamò Cluny.

- Ci andiamo sì - approvò Jupiter - ma ci divideremo per andare anche a Santa Barbara: sappiamo che Stebbins ha fotografato il diarioper cui non bisogna perdere tempo! Bob e Pete andranno all’Impresa Ortega, mentre Cluny ed io andremo a Santa Barbara col furgone.

Se riusciremo a capire che cosa comprò Angus laggiù, può darsi che Cluny sia in grado di darci qualche indicazione più precisa.

- Ma lo zio Titus permetterà che Hans ci conduca, Jupe? - chiese Bob.

- Oh, lo farà… A titolo di cortesia verso la signora Gunn.

- Jupiter ridacchiò.

- Se lei avesse qualche vecchiume da venderci, signora, e pregasse Hans di portare Cluny a Santa Barbara per una commissione urgente… La signora Gunn si mise a ridere.

- Hai la mente un po’ macchinosa, giovanotto, ma accetto lo stesso: ho alcune cosette che a tuo zio potrebbero piacere.

A una sola condizione, però: che voi ragazzi mi portiate questo ibisco davanti casa! Stavo per chiamare Roryma dal momento che siete qui potete aiutarmi voi.

- Con piacere! - rispose Jupiter in fretta.

- Forza, ragazzi! Il mastello con la pianta era molto pesanteper cui lo sistemarono su una specie di barella fatta con due pertiche trovate nel capanno.

Con uno sforzo non indifferente, sollevarono il carico reggendo le quattro estremità dei pali e trasportarono l’ibisco fin davanti la casa.

La stavano sistemando sui gradini dell’ingresso quando si sentì arrivare una macchina a gran velocità: era la familiare del professor Shay.

- Sono venuto a mettervi in guardia, ragazzi - attaccò subito il professore, facendosi loro incontro in tutta fretta.

- Ho denunciato il giovane Stebbins al Comandante Reynolds, e lui è andato a esaminare il suo dossier: quel furfante è stato rilasciato sulla parola sei mesi fa, perciò se si è effettivamente introdotto nel vostro Quartier Generale ha violato la parola! Stebbins, da parte sua, lo saprà benissimo, per cui potrebbe essere molto pericoloso: la sua cattura significherebbe ritorno in prigione.

- Sei mesi fa? - ripeté Pete.

- Ma è da allora che sono incominciate le incursioni quaggiù! - Proprio così - approvò Jupiter.

- Credo che… - S’interruppe, improvvisamente allarmato, annusando l’aria.

Ehi, ma… non sentite un odore strano? Si direbbe… - Fumo! - completò Pete.

- C’è qualcosa che brucia! - Viene da dietro la casa! - gridò Cluny.

Si precipitarono verso l’angolo, ed ecco che ai loro occhi apparve il vecchio capanno invaso dal fumo.

- Oh! - esclamò la signora Gunn.

- Ma come avrà fatto a prendere fuoco? D’un tratto Jupiter cominciò a guars~arsi le mani e a tastarsi le tasche della giacca e dei pantaloni, come sorpreso che fossero vuote.

Gli occhi gli si riempirono di panico.

- Il diario! - gridò disperatamente.

- L’avevo deposto per trasportare l’ibisco! Dev’essere nel capanno! Tutti si precipitarono verso il capanno.

Il fumo diventava sempre più denso, ma da fuori non si vedevano fiamme: la pietra non poteva certo prendere fuoco facilmente.

- Brucia solo il rivestimento interno di legno! - gridò Pete.

Cluny era corso a prendere un estintore e si fece avanti per entrare nel capanno.

Pete e Bob, strappatisi di dosso la giacca, lo seguirono con prudenza.

- Viene tutto dalla catasta di legna da ardere! - notò subito Cluny.

Da fuori gli altri avvertivano il sibilo dell’estintore e il tonfo sordo delle giacche sbattute sulle fiamme per soffocarle.

A poco a poco il fumo diminui e fnalmente si disperse del tutto.

Solo allora gli improvvisati pompieri uscirono dal capanno.

Pete, trionfante, teneva in mano il diario.

- Appena appena bruciacchiato, Jupiter! - esclamò.

- E per pura fortuna, perché era proprio vicino al fuoco! Jupiter prese il taccuino e ne fece scorrere le pagine per essere sicuro che fossero davvero integre.

Ed ecco che si senti qualcuno arrivare di corsa: era Rory, che si avvicinava gridando e puntando un braccio verso il retro del capanno.

- Ehi, svegliatevi, da quella parte! Là dietro, I’ho visto! Vi stava spiando, non più di un minuto fa! - Allora possiamo ancora fermarlo! - esclamò il professor Shay.

Con Rory alla testa, tutti si lanciarono di corsa oltre il capanno, verso il fondo della valle coperto di alberi e di fitti arbusti.

- Eccolo laggiù, nel bosco! - gridò Rory.

- Sta cercando di raggiungere la strada principale! Sparpagliandosi, con un grande scricchiolio di arbusti spezzati, gli inseguitori si tuffarono in mezzo agli alberi.

Il professor Shay si buttò verso destra nel tentativo di precedere l’ignoto incendiario.

Rory si era portato avanti da qualche parte, insieme agli altri mentre Bob e Jupiter, rimasti di retroguardia, si soffermavano a ispezionare il fitto sottobosco ai piedi delle grandi querce dalle foglie grlgio-verdi.

D’un tratto si fece silenzio, come se tutti avessero interrotto la caccia per fermarsi ad ascoltare.

Jupiter e Bob sentirono più avanti una voce borbottare che il fuggitivo si era na.

costo, e ricominciarono a muoversi con cautela.

Non avevano fatto cinquanta passi che in mezzo alla de!lsa vegetazione si sentì di nuovo uno scricchio’io.

- Bob! - bisbigliò Jupiter, scrutando intorno.

Dai cespugli vicini si levò un urlo di battaglia e una figura umana balzò su di lui, mandandolo a rotolare in terra in un groviglio di braccia e di gambe.

- Aiuto! - gridò Jupiter.

- L’ho preso, gente! L’ho preso! - echeggiò una voce nota.

Bob si lasciò sfuggire un gemito.

- Ma Pete, siamo noi! Non vedi che è Jupiter quello che hai atterrato? - Co… come? - balbettò il Capo nell’accorgersi di chi gli stava addosso.

Finalmente Pete si rese conto dell’ab~aglio.

- Santo cielo! Io pensavo… Cioè, voglio dire, avevo sentito… - Levamiti subito di dosso! - ruggì Jupiter, dibattendosi per alzarsi, e rimessosi in piecli si scosse via la polvere dai vestiti.

- Potresti anche guardare, brutto gorilla, prima di buttarti all’assalto! Pete sogghignò.

- Però anche tu hai pensato che io foss, il criminale, è vero o no? - l~agazzi, se eravate comici, tutli e due! - esclamòob ripensando alla scena, e scoppiò a ridere.

L’ilarità aveva contagiato anche Pete e Jupiter, ma ben presto si accorsero che gli altri stavano tornando indietro tutt’altro che di buon umore.

Il professor Shay mandava lampi di furia da dietro le lenti e aveva una faccia quasi comica per la rabbia repressa.

Cluny lo seguiva mogio mogio.

Rory assunse un’espressione sdegnata.

- Andato libero come un fringuello, che il diavolo se lo porti! In cambio, però, l’ho visto bene in faccia: Giava Jim, non poteva essere che lui, da come me l’avete descritto! - Vorrà dire Stebbins - obiettò Shay.

- Ho visto… - Lei è matto! - scattò Rory.

- Se aveva la barba nera e il vestito da marinaio! - Vorrà dire i baffi - insisté il professore.

- Lei si sarà confuso per via dei folti capelli.

- Crede davvero che non avrei riconosciuto Stebbins se fosse stato lui? - Ma… - cominciò il professore, poi sembrò riflettere.

Beh, può anche darsi che mi sia sbagliato, lei poteva vederlo meglio di me.

- Proprio così - tagliò corto Rory.

- Non ne ho il minimo dubbio.

- Allora non c’è tempo da perdere - sollecitò Jupiter.

Se è stato Giava Jim ad appiccare l’incendio per distruggere il diario, ciò può significare una cosa sola: che pensa di sapere tutto quello che gli occorre per trovare il tesoro! Forza, ragazzi, bisogna sbrigarsi! Jupiter in testa, gli inseguitori fecero ritorno alla vecchia casa massiccia, dove li aspettava ansiosa la signora Gunn, insieme a Hans che era sceso dal furgone quando si era accorto del trambusto.

- E scappato, il piromane! - ruggi Rory.

- Se solo fossi uscito di casa un minuto prima, sarei arrivato giusto giusto per acchiapparlo per la collottola! - Ah, lei era in casa, signorcNab? - chiese Jupiter.

- Esattamente, ragazzo.

Avevo sentito puzza di fumo.

- Qui c’è stato un incendio doloso, ragazzi - osservò il professor Shay - bisogna fare la denuncia: io ero venuto solo un momento per mettervi in guardia contro Stebbins, ed ora devo andare, ma mi fermerò al commissariato per denunciare Giava Jim.

- Si, farà bene - convenne subito Rory, assumendo suo malgrado Ull tono amichevole.

- Forse dovrò scusarmi con voi, ragazzi: non che mi sia convinto dell’esistenza del tesoro, ma adesso almeno so che oltre a voi c’è qualcun altro che ci crede.

- Il burbero scozzese scosse la testa.

- Gente pericolosa, direi proprio: roba per la polizia, non per dei ragazzini come voi.

Il professor Shay annui.

- Temo di dover essere d’accordo con McNab, sapete? - Forse… - cominciò la signora Gunn dubbiosa.

Jupiter approfittò subito dell’incertezza.

- Non corriamo alcun rischio, signora.

O ovvio che Giava Jim creda ora di avere tutto ciò che gii serve per trovare il tesoro, e sta di fatto che non ha cercato di colpire noi personalmente; anche Stebbins è fuggito, all’isola dei cipressi.

Quello che vogliono è il tesoro, e quanto di meglio possiamo fare è trovarlo noi per primi! Bob e Pete SO;lO prudenti, e Cluny ed io avremo con noi Hans.

- L’idea continua a non piacermi - insisté Rory.

- Sono sicura che i ragazzi agiranno con responsabilità disse tranquillamente la signora Gunn.

- Sono grandi abbastanza, ormai.

- Grazie, mamma! - esclamò Cluny illuminandosi tutto.

Il professor Shay sorrise.

- Ho fiducia anch’io nel loro giudizio, signora.

Ora devo tornare al mio lavoro, ragazzi, ma tenetemi informato, eh? 82 83 Mentre lo studioso si allontanava nella sua familiare, con riluttanza Rory aiutò Hans a caricare nel camion gli oggetti che la signora Gunn aveva preparato per venderli allo zio Titus, poi si avviò verso la vecchia Ford della cugina.

- Voi avrete del tempo da perdere, ma io no - disse di cattivo umore.

- Il fuoco nel capanno mi ha messo fuori uso il generatore: dovrò farlo riparare.

- E, salito sulla Ford, si diresse verso il retro della casa dicendo che andava a verificare i danni.

Bob e Pete tirarono giù le biciclette dal furgone per tornare a Rocky Beach.

- Tenete gli occhi bene aperti - li ammonì Jupiter prima che si allontanassero.

- Sono gli ultimi atti compiuti dal vecchio Angus! Poi il Capo salì con Cluny sul furgone, e Hans parti alla volta di Santa Barbara.

Jupiter, impaziente, si agitava sul sedile.

- Più presto, Hans, più presto! Dobbiamo arrivare prima noi a Santa Barbara! - Sta’ tranquillo, Jupe - rispose placido Hans - arriviamo comunque in tempo: ad affrettarci troppo, magari non arriviamo per niente.

Jupiter si appoggiò allo schienale, mordendosi le labbra.

Cluny, che stava esaminando il diario di Angus, levò lo sguardo con una espressione confusa.

- Ehi, Jupiter, mi sono appena reso conto che questa annotazione su Santa Barbara non dice esattamente in che punto della città andò il vecchio Angus: come facciamo a sapere da che parte dirigerci, una volta arrivati laggiù? - Santa Barbara è una grande città - brontolò Hans.

- Abbastanza grande per avere un giornale col relativo archivio - fece notare Jupiter con un leggero tono di sufficienza.

- Consultandolo, scopriremo dove andò Angus grazie all’unico elemento preciso che il diario ci fornisce.

- Quale, Jupe? - chiese Cluny.

- Il fatto che comprò qualcosa in un negozio che era stato di recente semidistrutto da un incendio! Nel 1872 Santa Barbara non era ancora tanto grande perché il giornale locale non riportasse una simile notizia! Era pomeriggio inoltrato quando giunsero in vista dei verdeggianti sobborghi di Santa Barbara.

In città, trovarono facilmente la sede del giornale locale: era un edificio di stile moresco, dove furono ricevuti da un usciere che li mandò poi al secondo piano da un certo signor Pidgeon.

Il redattore li accolse sorridente.

- Nel 1872? No, il nostro giornale non esisteva ancora: c’era però un piccolo quotidiano locale, in cui di un incendio, come dite voi, se ne sarà parlato senz’altro.

- Dove possiamo trovarne l’archivio? - chiese Jupiter.

- Beh - rispose il signor Pidgeon - a suo tempo avevamo rilevato l’attività di questo vecchio giornale, e tutta la documentazione passò a noi; ma neanche a farlo apposta, gli atti anteriori al 1900 sono andati perduti in un terremoto.

Jupiter si lasciò sfuggire un gemito.

- Tutti, signore? - Temo di sì - rispose il redattore.

Stette un attimo soprappensiero, poi riprese: - Tuttavia una strada ci potrebbe essere.

Conosco un vecchio giornalista che lavorava per quel quotidiano più di sessant’anni fa: non ne sono sicuro, ma credo che conservasse per hobby le copie del giornale, insomma ha una specie di collezione privata.

- Vive ancora a Santa Barbara? - s’informò subito Jupiter.

- Certamente.

- Il signor Pidgeon aprì una piccola rubrica che aveva sulla scrivania.

- Ecco qui, si chiama Jesse Widmer e abita in via Anacapa 1600.

Sono sicuro che vi accoglierà di buon grado.

Rimontati sul furgone, i tre si diressero verso la lunghissima via Anacapa.

Il numero 1600 corrispondeva a una piccola casetta di mattoni in fondo a un vialetto laterale, dietro un edificio più grande.

Jupiter e Cluny si avviarono in fretta su per il vialetto, lasciando Hans ad aspettarli sul furgone, ma fatti pochi metri si fermarono di colpo.

Da qualche parte era sbattuta una porta, e subito dopo si distinse chiaramente un rumore di passi frettolosi che si allontanavano dal retro della casetta di mattoni.

- Guarda, Jupe! - disse Cluny indicando la porta d’ingresso della casa che era socchiusa.

Mentre i due ragazzi rimanevano in ascolto dall’interno si udì un debole lamento.

- Aiuto! - chiamava una voce.

Poi, più forte: - Aiuto, aiuto! - C’è qualcuno in difficoltà, lì dentro- gridò Jupiter, gettandosi avanti con Cluny.

Hans, che aveva sentito anche lui, saltò fuori dal furgone e seguì i due ragazzi.

La porta della casetta di mattoni si apriva su un piccolo soggiorno molto ordinato, con le pareti coperte di scaffali pieni di libri e decorate da prirne pagine di vecchi giornali messe in cornice.

- Per favore, aiutatemi! Il richiamo veniva da una stanza interna sulla sinistra: seguendo la voce, i ragazzi si trovarono in uno studio, straripante di pacchi di vecchi giornali e di riviste.

Su un tavolino c’era una macchina per scrivere con accanto delle pagine già battute raccolte in una cartella, come se qualcuno stesse scrivendo un libro.

Steso sul pavimento, un uomo anziano perdeva sangue dalla bocca e da una ferita al viso.

Sentendo entrare i ragazzi, volse verso di loro uno sguardo vitreo.

- Accidenti! - esclamò Hans nel sopraggiungere, e subito, con delicatezza, aiutò il vecchio a tirarsi su, facendolo sedere su una poltrona, mentre Cluny andava a prendere un bicchier d’acqua.

- Un individuo con la barba - cominciò il vecchio dopo che ebbe bevuto - con una cicatrice in faccia e una giacca da marinaio.

Chi… chi siete voi? - Giava Jim! - esclamò Cluny prima ancora che il vecchio avesse finito di parlare.

Jupiter spiegò naturalmente chi erano e come erano arrivati lì.

- O stato il signor Pidgeon del giornale locale a mandarci da lei; sempre se lei è Jesse Widmer.

- Sono io - annuì l’anziano giornalista, contraendo il volto per il dolore delle ferite che Hans gli medicava, ma cercando nello stesso tempo di sorridere per sdrammatizzare la situazione Poi riprese: - Giava Jim, avete detto? O l’uomo che mi ha aggredito? - Sì, signore - rispose Jupiter.

- Cosa voleva, signor Widmer? - Oh, è entrato qui dentro senza tante presentazioni né preamboli, e voleva sapere qualcosa di un incendio scoppiato in un negozio della nostra città nel 1872 verso novembre.

Il tesoro della Regina diA~gyll: dite che è questo l’obiettivo di quell’uorno barbuto? Ma c’è davvero, allora, il tesoro? - Anche lei è interessato alla faccenda? - chiese Cluny.

Jesse Widmer annuì.

- Lo sono da molto tempo: ci ho studiato su per anni e ho raccolto una documentazione molto vasta nel mio archivio personale.

- Cosa ha detto a Giava Jim, signor Widmer? - domandò Jupiter.

- Niente, perché non mi ispirava alcuna fiducia.

Cosi lui mi ha colpito in faccia e si è messo a cercare negli schedari: avrà trovato quel che cercava, suppongo, perché è scappato con un ritaglio di giornale in mano.

- Ha portato via un ritaglio? - gemette Jupiter.

- Di cosa parlava? O importantissimo saperlo! Jesse Widmer scosse la testa.

- Non lo so, cosi su due piedi, ma posso scoprirlo, se volete.

- Oh, dice sul serio, signor Widmer? - esclamò Cluny.

Può provarci davvero? - Posso fare anche di più che provarci - rispose il vecchio.

- Ho tutto il mio archivio riprodotto in microfilm.

Vi spiace darmi quella scatola che sta sulla mia scrivania? Cluny andò a prendere la scatola lunga e stretta che Widmer gli aveva indicato.

Il vecchio si mise a frugarvi dentro, eInalmente ne trasse un piccolo contenitore per microfilm.

- Ecco il 1872: inseritelo in quel proiettore.

Jupitcr si sedette davanti al piccolo schermo e cominciò a leggere tutti i ritagli filmati, a cominciare dal settembre del 1872, svolgendo lentamente la pellicola.

- Ecco, qui c’è qualcosa! - esclamò finalmente.

- Al 15 novembre: la ditta Wright e figli, provveditori marittimi, subì un grave incendio che distrusse quasi tutto il loro magazzino.

Dev’essere questo! - Cos’è un provveditore marittimo, Jupe? - chiese Cluny .

- O un commerciante che rifornisce le navi di ogni genere di equipaggiamento, dai viveri alle attrezzature.

- Wright e figli? - ripeté il signor Widmer.

- La ditta funziona tuttoragiù vicino al porto.

- Allora sbrighiamoci! - sollecitò Cluny.

- Prima, però - intervenne Hans - bisogna chiamare un dottore per il signor Widmer.

L’anziano giornalista scosse la testa.

- No, no, sto bene! Non preoccupatevi, penserò io stesso a chiamare il mio dottore: voi cercate di fermare quel furfante barbuto, è la miglior medicina che possiate darmi.

Andate, andate! Jupiter rimase un attimo esitante, ma poi, rendendosi conto che il signor Widmer non correva alcun pericolo, si accomiatò rapidamente con gli altri.

Di nuovo sul furgone, si diressero verso il porto, e dopo qualche ricerca trovarono il negozio, un magazzino vecchio stile con l’insegna Wright e figli, in una stradina laterale non lontano dalla darsena.

Un signore anziano li accolse gentilmente.

- In cosa posso servirvi? - Avete ancora registrazioni di vendite che risalgano al 1872? - chiese bruscamente Cluny.

Jupiter voleva spiegare di cosa si trattava.

- Stiamo cercando di scoprire… Il commerciante lo interruppe con durezza.

- Se siete amici di quel mascalzone con la barba che è stato qui poco fa, farete meglio a togliervi immediatamente di torno! - Non siamo suoi amici - rispose Jupiter, e fece in breve il racconto delle loro ricerche.

- Angus Gunn, eh? - disse l’uomo rabbonito.

- Ahimè, come ho già detto a quel maleducato che è venuto prima, tutta la vecchia documentazione è andata perduta col terremoto.

Jupiter si sentì cadere le braccia.

- Allora non c’è speranza di sapere cosa comprò qui Angus Gunn nel 1872? Il commerciante scosse la testa.

- A meno che… aspettate un momento.

Date pure un’occhiata in giro nel negozio, sarò di ritorno fra dieci minuti al massimo.

L’anziano signore salì una scaletta interna che conduceva a una porta su cui era scritto Privato.

Jupiter, impaziente, rimase ad aspettare davanti al banco, mentre Hans, che al pari dello zio Titus amava enormemente gli oggetti insoliti, si mise a curiosare fra gli articoli marinareschi.

Cluny si era avvicinato alla vetrina del negozio per studiare un modellino di nave, ma d’un tratto una vaga sensazione lo spinse ad alzare gli occhi per guardare di fuori.

- Jupiter! - chiamò subito sottovoce, in tono allarmato.

- Che c’è, Cluny? - chiese il ragazzo accorrendo.

- C’era qualcuno che ci spiava fuori del negozio! Jupiter scorse la strada con gli occhi.

- Dov’era? - Lì all’angolo verso il porto! Appena l’ho guardato ha fatto un salto ed è sparito dietro la casa.

Forse era Giava Jim! Jupiter lanciò un’occhiata all’interno del negozio.

Il proprietario non era ancora ricomparso, e Hans era intento ad osservare un vecchio orologio da nave.

Con un cenno, il Capo invitò Cluny a seguirlo, e uscì dal negozio.

- Cerchiamo di rintracciarlo - disse all’amico.

Tenendosi stretti contro il muro, i due si diressero verso il porto, continuando a guardarsi intorno attentamente.

Giunti all’angolo, fecero capolino con la massima prudenza.

- Jupiter! - chiamò di nuovo Cluny a bassa voce.

- Una Volkswagen verde! La vettura era parcheggiata dall’altra parte dell’ampio viale che costeggiava il fronte del porto.

Sulla spiaggetta sabbiosa che iniziava al di là dell’automobile, un giovanotto baffuto correva verso un vecchio barcone di legno lasciato in secca vicino alla riva.

- Non è Giava Jim, è Stebbins! - esclamò Jupiter, mentre il giovane spariva dietro l’imbarcazione semisepolta dalla sabbia.

Il ragazzo fece in tempo ad accorgersi che Stebbins accennava un movimento delle labbra, come per parlare.

- Ehi, Cluny - soggiunse - là dietro ci dev’essere qualcuno che lo aspettava! - Che sia Giava Jim? - congetturò Cluny.

- Seguimi - ordinò Jupiter con decisione.

Attraversando il viale, si avvicinarono al barcone dal lato nascosto.

- Se quei due sono davvero insieme - spiegò Jupiter - forse riusciremo a sentire cosa dicono e a scoprire i loro piani.

Oltretutto, sarei molto contento di sapere in che modo Giava Jim conoscesse direttamente la pista del signor Widmer.

Accennò a Cluny di non aprir bocca e si mise ad ascoltare con le orecchie tese.

Ma dall’altra parte del barcone non veniva il minimo rumore.

- O troppo lontano - bisbigliò Cluny.

- Accostiamoci di più all’altro lato.

- No - rispose Jupiter - potrebbero vederci.

Li spieremo da sopra, piuttosto.

- E indicò una scaletta di corda che pendeva sul fianco del barcone.

Arrampicarsi non era facile, perché l’imbarcazione stava inclinata, poggiando per il lungo sulla duna antistante la riva.

Jupiter si issò per primo, seguito poi da Cluny.

Tenendosi vicini, tentarono qualche passo attraverso il ponte per raggiungere il fianco opposto… quand’ecco che, in uno squarciarsi di legno putrefatto, l’assito sprofondò e i due piombarono in un buco nero.

- Uffa! - grugnì Jupiter sepolto in qualcosa di molle e di umido.

- Vecchi sacchi - boccheggiò Cluny - siamo caduti su una pila di sacchi! Appena ripreso fiato, si misero in piedi alla meglio sul fondo inclinato e mezzo marcio.

Erano nella stiva del barcone, uno spazio buio e viscido, appena appena illuminato dalla luce che filtrava attraverso le fessure della fiancata sconnessa e dal buco formatosi nel boccaporto giù per il quale erano sprofondati.

Guardando verso l’alto, si resero conto che l’apertura era a più di tre metri sopra le loro teste! - Cerchiamo qualcosa su cui arrampicarci - suggerì Jupiter.

Scivolando continuamente, fecero il giro della stiva: a parte i sacchi era completamente vuota.

Niente casse, o assi, o corde, o scale a pioli.

Qualcosa di vivo guizzò invece in un angolo buio: topi! Cluny lanciò a Jupiter un’occhiata di scoraggiamento.

Non c’è modo di uscirne! - Cerchiamo di nuovo, da un lato all’altro! Tenendosi in bilico sul fondo inclinato, percorsero tutta la stiva fino al fianco rivolto verso il mare.

Jupiter sussultò .

- Cluny, guarda la parete - mormorò.

- C’è un segno lasciato dall’acqua molto in alto: quando… quando si alza la marea questa trappola di stiva viene quasi sommersa! Tornarono indietro di corsa, piantandosi sotto il boccaporto da cui erano precipitati.

- Cominciamo a gridare! - suggerì Cluny.

D’improvviso un’ombra coprì l’apertura, e un volto che conoscevano fece capolino da sopra.

Era un giovane baffuto con una folta chioma scomposta! - Risparmiate il fiato - disse Stebbins con voce ironica.

Non viene quasi mai nessuno da questc parti, in pieno inverno, e dalla strada non vi sentirebbero, in mezzo al traffico.

Ammutoliti, i due ragazzi guardavano in su verso il loro nemico.

Il giovane li fulminò con lo sguardo.

- Voglio proprio scambiare quattro chiacchiere con voi, mocciosi! Era ormai metà pomeriggio quando Bob e Pete, in bicicletta, arrivarono davanti all’Impresaateriali per l’Edilizia Ortega.

Un uomo dalla pe!le scura siava carlcando un camion di mattoni, e, nell~apprendere che i ragazzi volevano fargli delle domande sui vecchi fra;elli OrLega, sorrise tergendosi il sudore dalla fronte.

- Ah, i famosi fratelli Ortega! Le migliori costruziorli in pietra di tutta la California, a quei te~lpi.

Erano il mio bisnonno e suo fratello: io sono Emiliano Ortega.

L’uomo trasse un profondo sospiro.

-nch’io, oggi, faccio le migliori costruzio1n n pietra, ma non le vuole plu nessuno: sono troppo costose! - Allora lei sa tutto dei vecchi fratelli Ortega? - chiese Bob.

- Ma certo! Cosa volete sapere? - Il 22 novembre 1872 i suoi antenati vendettero un carico di qualche cosa ad un certo Angus Gunn: vorremmo sapere di cosa si trattava.

- Accidenti! - esclamò Emiliano Ortega.

- Volete sapere cosa comprò qualcuno nel 1872? Cent’anni fa? - O passato troppo tempo? - si preoccupò Pete.

Bob era già scoraggiato.

- Non può proprio aiutarci? - Cent’anni fa! - ripeté Ortega quasi con orrore.

Poi scoppiò a ridere, ammiccando con gli occhi scuri.

- Ma certo che posso aiutarvi! Gli Ortega tengono l’archivio più completo di tutta la California.

Su, venite con me.

Il signor Ortega li condusse neli’ufficio dell’impresa, dove aprì un vecchio armadio-schedario di legno, frugando verso il fondo in mezzo a fogli ingialliti.

Finalmente sorrise ed estrasse una cartella coperta di polvere, che poggiò sulla scrivania.

- Avete detto 22 novembre 1872, Angus Gunn: vediamo subito cosa… Ecco qua! Angus Gunn, Lago del Fantasma, dietro speciale ordinazione: una tonnellata blocchi granito, pagata in contanti e portata via.

- Una tonnellata di granito? - ripeté Pete.

- Che tipo di granito? Voglio dire, che tipo di blocchi? Ortega scosse la testa.

- Qui non lo dice: parla solo del peso complessivo.

Era un’ordinazione particolare, e a giudicare dal prezzo non si trattava di pietra comune, ma questo è tutto.

- Che razza di ordinazione speciale poteva essere? - volle sapere Bob.

- Cos’era, in effetti, un’ordinazione speciale? Ortega si grattò il mento.

- Beh, si trattava evidentemente di qualcosa di più che la solita pietra ricavata dalla nostra cava: qualcosa di particolare per le dimensioni, o per la forma, o forse per le rifiniture; qualche lavoro compiuto sulla pietra una volta estratta, magari anche solo per dirozzarla.

Ma non mi sembra questo il caso: la pietra dirozzata non costa così cara.

Non avrà forse costruito un marciapiede, il vostro Angus Gunn? - Un marciapiede? - si meravigliò Pete.

- A quei tempi si usava la pietra, per quello scopo, grandi lastre piatte.

- Non ci risulta - rispose Bob.

- Beh, allora potevano essere blocchi di qualsiasi dimensione e forma, grandi o piccoli, per una casa, o per fondamenta, o muretti, o lastricato, o che so io.

Ortega si strinse nelle spalle.

- Ma è proprio importante sapere di che tipo di pietra si trattava? - Sì, signore! - risposero i ragazzi in coro.

L’uomo fece un cenno con la testa.

- Va bene, c’è un numero d’ordine sulla bolletta di vendita: la pietra sarà venuta dalla nostra vecchia cava sulle colline, e forse nell’ufficio che c’è lassù potremo trovare ancora la specifica di quest’ordine.

La cava è praticamente in disuso, ormai, ma ci teniamo ancora un guardiano.

- Caspita! - esclamò Bob.

- Possiamo andarci subito, allora? - Ma certo - rispose il signor Ortega, e spiegò loro come raggiungere la cava.

- Ehi - osservò Pete - ma è solo a quattro chilometri dal Lago del Fantasma: vuol dire che prima passeremo a vedere se Jupe e Cluny sono già di ritorno.

Ma in quello stesso momento Jupe e Cluny erano lì che stavano fissando il volto baffuto di Stebbins.

Il giovanotto dai capelli scomposti si sporgeva dal boccaporto del barcone in cui i due erano sprofondati.

- Non abbiamo nessuna intenzione di parlare con lei! dichiarò Cluny con fermezza.

- Sappiamo bene chi è lei! Il volto di Stebbins sembrò assumere un’espressione allarmata.

- Cosa sapete di me? - Sappiamo che lei è un ladro - rispose Jupiter con forza - e che il professor Shay l’ha mandata in prigione: non solo, ma lei ha violato la libertà ottenuta sulla parola per rubarci il segreto del tesoro di Angus Gunn! - E lo sa anche la polizia! - aggiunse Cluny.

Stebbins alzò la testa per dare un’occhiata in giro, poi tornò a fissare i ragazzi.

- Così il professor Shay vi ha raccontato le mie faccende, eh? E come sarebbe che voi mocciosi lavorate con lui? - E lui che lavora con noi - corresse Jupiter.

- Siamo noi ad aver trovato il secondo giornale, quello che lei è riuscito a fotografare! - Voi avete trovato…? - esitò Stebbins.

- Cosa avete saputo in quel magazzino laggiù? - Crede proprio che glielo diremo? - ribatté Cluny.

- Vada a chiederlo al suo compare, Giava Jim! - sbottò Jupiter.

- Giava Jim? Cosa sapete di lui? - Sappiamo che siete tutti e due a caccia del tesoro! esclamò Cluny.

- Ma non riuscirete a rubarcelo, vi precederemo! - Ci precederete? - saltò su Stebbins.

- Allora non sapete ancora dov’è, e neanche il professor Shay lo sa, vero? Ma credete che Giava Jim lo sappia? Jupiter sogghignò.

- Si direbbe che Giava Jim non le abbia raccontato tutto: non c’è lealtà fra i ladri, Stebbins! - Ladri? - ripeté il giovanotto.

- Se vi ha detto… - s’interruppe, scuotendo la testa.

- No, voi non… - Li osservò per un altro istante, poi riprese: - Voi siete sempre in quattro: dove sono gli altri due? - Le piacerebbe saperlo! - lo schernì Cluny.

Jupiter si mise a ridere.

- Gliel’avevamo detto che vi avremmo preceduti! - Ah, è così? - fece Stebbins, illuminandosi all’improvviso.

- Allora gli altri due stanno seguendo l’ultima traccia, eh? L’Impresa Ortega, ecco dove sono! Grazie, mocciGsi.

- E con un sogghigno, il giovane scomparve.

I ragazzi lo sentirono attraversare in fretta il ponte del barcone, saltar giù e allontanarsi di corsa.

Jupiter si lasciò sfuggire un gemito: aveva rivelato a Stebbins dove si trovavano Bob e Pete! E per di più la marea cominciava a salire inesorabilmente, senza possibilità di scampo.

I due sventurati cominciarono a gridare.

Stava scendendo la sera quando Bob e Pete fecero ritorno al Lago del Fantasma.

La signora Gunn uscì di casa per accoglierli.

- No, ragazzi - rispose a una loro domanda - Jupiter e Cluny non sono ancora tornati.

Dopo che i due ebbero riferito i risultati delle indagini all’Impresa Ortega, la signora assunse un’aria meditabonda.

- Una tonnellata di pietra speciale? Santo cielo, ma per farne cosa? Le fondamenta della casa, forse? - No, signora - osservò Pete - la casa era già stata costruita.

97 - Non le viene in mente qualcos’altro, qui - chiese Bob che sia stato costruito in pietra? La signora Gunn rifletté, poi scosse la testa.

- Nulla di nulla, ragazzi.

- Ma deve pur esserci qualcosa! - insisté Pete.

- Il vecchio Angus deve… In quella si sentì un veicolo arrivare a gran velocità dalla strada principale.

Che fosse il furgone? Subito dopo si resero conto che era invece la Ford della signora Gunn.

La macchina si fermò davanti alla casa e ne saltò giù Rory, portando il piccolo generatore che aveva fatto riparare.

- Non c’è più un cane che faccia dei lavori decenti, al giorno d’oggi - brontolò.

- Mi hanno fatto aspettare tutto il pomeriggio per una stupidaggine simile! - Rory - lo interpellò la signora Gunn - ti viene in mente niente, qui, che sia stato costruito in pietra - tutta una tonnellata di pietra - a parte la casa e il capannone? Rory aggrottò la fronte.

- Pietra? Una tonnellata? Bob e Pete gli ripeterono quello che il signor Ortega aveva detto loro.

- Non mi viene in mente niente - dichiarò Rory.

- Così dite che alla miniera potreste trovare qualche precisazione sulle dimensioni e sulla forma dei blocchi? Bob annuì.

- Ma si sta facendo tardi: non ce la faremo mai, in bicicletta, prima che venga buio.

- Allora vi ci porto io - si offrì Rory.

- Ho un altro viaggio da fare in quella direzione: vi lascerò lungo la strada.

Prendete comunque le biciclette, casomai dovessero servirvi al ritorno.

Così Bob mise il suo velocipede nel portabagagli della Ford e Pete infilò l’altro lungo il sedile posteriore, dopodiché tutti e due saltarono davanti a fianco di Rory che si avviò subito.

C’era ancora un po’ di luce quando giunsero vicino alla cava: Rory li scaricò con le biciclette e proseguì.

La cava era una profonda e ampia fossa, di circa duecento metri di diametro, con un po’ di acqua in fondo: dappertutto affiorava il granito, scintillante alla luce del tramonto.

Il fianco della montagna era stato completamente scavato con una serie di terrazze semicircolari, che sembravano quasi i gradini di un’enorme scalinata: più in là, invece, la fossa digradava più dolcemente con un minor numero di terrazze.

Lì, vicino al fondo, su un ripiano che si appoggiava a una costa più bassa della collina, sorgeva un grosso capannone: i ra~azzi videro una luce accesa all’interno e un calnion parcheggiato poco lontano.

- Il guardiano è ancora lì - esclamò Pete.

Si calarono giù nella cava, scendendo di terrazza in terrazza, ma erano circa a metà strada quando la luce si spense e dal capannone uscì un uomo che salì sul camion.

- Ehi!… Signore!… Ehi! - gridarono i ragazzi.

Ma l’uomo era troppo lontano per sentirli, e subito dopo il rombo del motore coprì del tutto le loro voci.

I due si misero a correre, ma il camion si era ormai avviato per un viottolo: quando arrivarono giù era bell’e andato, e il capannone era chiuso col lucchetto.

- Troppo tardi! - gernette Pete.

Bob si mise a studiare il capannone: le quattro finestre erano provviste di persiane e chiuse dall’esterno con pesanti assi serrate a catenaccio.

- Forse potremmo cercar di entrare e fare le nostre ricerche da soli: tanto, il signor Ortega lo sa che siamo qui.

Pete si avvicinò a una finestra.

- Ehi, guarda, Pob! Questa non ha il catenaccio! - Siamo fortunati - commentò l’altro.

- Su entriamo.

- E si issarono attraverso la finestra.

L’interno del capannone si presentava come un ufficio con vecchi mobili e scaffali: Pete trovò subito lo schedario etichettato <~1870-1900 e lo apr~, sfogliando le pratiche, finché non trovò la cartella contrassegnata <~1872.

La estrasse e andò a sedersi a una scrivania, mentre Bob guardava al di sopra delle sue spalle.

Tutto d’un tratto da fuori venne un lieve rumore di passi.

- Chi è là? - esclamò Bob girandosi di scatto.

L’imposta aperta sbatté con violenza, e i ragazzi sentirono chiaramente l’asse scivolare al suo posto per chiuderla.

Poi i passi si allontanarono.

Prigionieri! Il sole calante faceva penetrare gli ultimi raggi obliqui attraverso il boccaporto sfondato.

Jupiter e Cluny erano diventati rauchi a forza di gridare, ed ora sedevano scoraggiati contro l’umida parete del barcone, dalla parte più rialzata, guardando la marea che saliva inesorabile verso di loro.

- Quanto tempo credi che ci resti? - chiese Cluny con calma.

- Forse un paio d’ore - rispose Jupiter.

- Qualcuno ci troverà, prima di allora.

- Non ci ha sentiti nessuno, fino adesso - obiettò Cluny con voce smorzata.

- Hans starà cercandoci: si sarà accorto già da un pezzo della nostra assenza.

- Ma non può immaginare che siamo in questo barcone! Non verrà mai a cercarci qui.

- Beh, fra un po’ ricominceremo a gridare: vedrai che ci sentiranno.

- Sì, sì, ci sentiranno - annuì Cluny, ma nella sua voce si sentiva il dubbio.

Dopo un po’ Jupiter, invece di mettersi a gridare, sembrò concentrarsi su qualcosa.

- Cluny - chiamò - guarda quell’armadietto laggiù, fissato alla parete: forse possiamo riuscire a staccarlo, visto che il legno è tutto marcio.

Cluny scosse la testa.

- Ma è troppo basso per raggiungere il boccaporto arrampicandocisi sopra.

- Non arrampicandocisi sopra: galleggiandoci sopra, Cluny! Se lo stacchiamo, e galleggia, ci aggrappiamo e aspettiamo che sia la marea a farci raggiungere il boccaporto.

Speranzosi, saltarono in piedi, e sguazzando in mezzo all’acqua montante raggiunsero l’armadietto.

Ma li aspettava una brutta sorpresa: il piccolo mobile era incastrato nella parete della stiva e per di più inchiodato al fondo.

I due ragazzi stavano invano cercando qua!cosa con cui forzare l’armadietto, quando d’improvviso sul ponte risuono un passo pesante: un passo lento e circospetto, come di chi non volesse essere sorpreso.

- Jupiter! - esclamò Cluny.

- C’è qualcuno, lassù! - Sss! - ammonì Jupiter.

- Non sappi~mo chi è, Cluny.

O da un bel po’ che non abbiamo gridato, per cui non può essere qualcuno che ci abbia sentiti e sia venuto a dare un’occhiata.

Cluny annuì nervosamente, ed entrambi trattennero il respiro aguzzando le orecchie.

I pesanti passi procedevano con prudenza attraverso il ponte, in direzione del boccaporto sfondato: d’un tratto si fermarono, e ci fu un momento di silenzio.

Poi una voce profonda chiamò: - Jupiter? Cluny? Era Hans! - Hans! - gridò Jupiter.

- Siamo quaggiù! I due ragazzi si fecero strada in mezzo all’acqua per andare a mettersi sotto l’apertura del boccaporto.

- Tiraci fuori di qui! - invocò Cluny.

- Certo che vi tiro fuori - rispose Hans da sopra.

Aspettate.

Lo sentirono riattraversare il ponte: subito dopo si udì uno squarciarsi di legname, e la scala di corda, prima fissata al fianco del barcone, venne calata attraverso il boccaporto.

Rapidi come scimmie, Jupiter e Cluny si misero in salvo sul ponte.

- Per Giove, Hans, se siamo contenti di vederti! - esclamò Cluny.

- Ho cercato dappertutto quando siete spariti dal negozio - dichiarò Hans solennemente.

- Non avreste dovuto andar via senza di me.

- Come hai fatto a trovarci? - chiese Jupiter.

- Ho guardato lungo le strade, dai gelatai, dappertutto, senza vedervi.

O stato tornando al magazzino che un ragazzo, lì dentro, mi ha detto di avervi visti sulla barca, così sono venuto.

Jupiter aggrottò la fronte.

- Ci ha visti un ragazzo? - Perché non è venuto lui stesso ad aiutarci, allora? - si chiese Cluny.

- Già - commentò Jupiter pensieroso.

- O ancora al negozio? - No - rispose Hans - mi ha mostrato la barca ed è corso via.

Ah, dimenticavo, il signor Wright mi ha lasciato un messaggio per voi: ha parlato col suo vecchissimo padre, e quest’ultimo dice che non c’è modo tramite loro di sapere cosa comprò Angus Gunn nel 1872.

Però c’è la possibilità di scoprirlo al Lago del Fan~asma.

- Che possibilità? - domandò Jupiter con tono impaziente.

- Il vecchio signor Wright dice che tutta la merce venduta dalla ditta a quell’epoca era provvista di una targhetta di ottone con la scritta Wright e figli: dunque a casa non dovete far altro che cercare se c’è qualcosa con la targhetta attaccata sopra.

- Dai, Jupiter - sollecitò Cluny - andiamo a casa a vedere! - E presto, anche - aggiunse Jupiter.

- Mi ero dimenticato di una cosa: Stebbins sa dove sono andatiob e Pete! Potrebbero essere in pericolo.

Luci natalizie risplendevano attraverso le finestre del vecchio edificio quando Hans parcheggiò il camion lungo il viale d’ingresso.

Cluny e Jupiter saltarono giù a razzo e corsero in casa, mentre Hans li segui più lentamente, fermandosi in anticamera per telefonare allo zio Titus.

La signora Gunn era sola nella grande sala, seduta davanti al camino in cui crepitava un gran fuoco a difesa dal gelo notturno.

- Mamma! - esplose Cluny nell’entrare.

- Abbiamo in casa qualche oggetto con una targhetta di ottone contrassegnata <Wright e figli >? - E in breve le spiegò tutta la faccenda.

La signora Gunn inarcò le sopracciglia.

- Cosi non avete potuto sapere di preciso cosa comprò il vecchio Angus? Dunque, una targhetta di ottone, dite… Beh, gran parte degli oggetti che appartenevano ad Angus recano una targhetta del genere: era un’abitudine comune, a quell’epoca.

Però non ricordo di aver mai letto il nome Wright e figli.

- Pensaci bene, mamma, ti prego! - esclamò Cluny.

Intervenne Jupiter.

- Ma Bob e Pete non sono ancora tornati? - SÌ - rispose la signora.

- Sono venuti a dirmi che dagli Ortega il vecchio Angus aveva comprato una tonnellata di blocchi di granito, ma non sapevano che tipo di pietra, né di che dimensioni o di che forma: cosi Rory li ha portati in macchina fino alla vecchia cava degli Ortega ed è proseguito per una commissione, ma… - Ma non si sono ancora visti? - concluse Jupiter, guardando la pendola: erano quasi le sette.

- No - rispose la signora - né loro né Rory, ma… D’improvviso da fuori, lontano dietro la casa, si udi uno strano rumore.

Hans venne anche lui in sala, fermandosi ad ascoltare con gli altri.

Era un suono come di martello, con una cupa risonanza di metallo su pietra.

- Ecco! - sussultò la signora Gunn.

- Stavo proprio per dirvelo, ragazzi: è da più di un’ora che sento questo rumore nella notte.

Ho un po’ paura: cosa può essere? - Si direbbe qualcuno che butti giù un muro - osservò Hans.

- Un muro? - ripeté la signora.

-a nessuno vive così vicino a noi: in quella direzione non c’è altro che… - S’interruppe.

- Nient’altro che cosa, mamma? - sollecitò Cluny.

- Non conosco nulla da quella parte.

- Forse non l’hai mai visto: c’è un vecchio affumicatoio, laggiù, non è mai stato usato da quando tuo padre era bambino.

Me ne ero del tutto dimenticata io stessa.

- Un affumicatoio? - ripeté Jupiter.

- Un affumicatoio di pietra, per caso? - Mah, potrebbe anche darsi, ma non l’ho mai visto bene da vicino perché era tutto coperto di rampicanti.

- Hans! - gridò Jupiter.

- Corri a prendere una lanterna! Alla luce della lampada, la signora Gunn li guidò lungo un vecchio sentiero semicancellato che passava in mezzo a un folto di arbusti.

La notte era fredda per la California del Sud, anche in pieno dicembre, e gli esploratori dovettero marciare per più di un chilometro al gelo.

Alla fine giunsero in vista di una vecchia capanna di legno.

- La baracca degli attrezzi del nonno Gunn, il figlio di Angus - spiegò la signora.

- Ecco perché l’affumicatoio era quaggiù.

- Ma non era stato il vecchio Angus a costruire l’affumicatoio? - s’informò Jupiter.

- Non ne sono sicura, ma penso piuttosto che l’avesse costruito il nonno.

Ecco, dovrebbe essere qua intorno.

E la signora lasciò il sentiero, inoltrandosi in mezzo ai folti arbusti.

Il martellamento era cessato, e subito tutti si accorsero che molte piante erano già state spezzate e calpestate.

Finalmente uscirono sullo spiazzo dell’affumicatoio: nulla, se non un mucchio di pietre!

- L’hanno buttato giù! - constatò la signora Gunn.

- Per cercare il tesoro! - aggiunse Cluny.

- Credo che dobbiamo ringraziare Stebbins per questo lavoro - commentò Jupiter - o forse anche Giava Jim: tutti e due possono essere ritornati da Santa Barbara più di un’ora fa.

D’altra parte, però, come potevano sapere dell’affumicatoio ? Hans aveva scovato lo strumento di quella rovina: un pesante maglio da fabbro.

- Gente - comunicò - il manico è ancora caldo! Rimasero in ascolto, ma non il minimo rumore si levava nella notte.

Jupiter si mise ad osservare da vicino con la lanterna i resti dell’affumicatoio.

- Le pareti erano evidentemente di pietra ben solida - disse lentamente - e dall’aspetto dei mattoni del focolare non direi che sotto ci fosse nascosto qualcosa: solo ragni in abbondanza.

- Si guardò intorno.

- Nessuna traccia diggetti trascinati via.

Cluny stava frugando metodicamente in mezzo alle pietre sparpagliate.

- Ehi, Jupe! Qui c’è una pietra con un’iscrizione! Hans tenne alta la lanterna mentre Jupiter toglieva la polvere dalla pietra e leggeva: - C.

Gunn, 1883.

- Il nonno - spiegò la signora Gunn.

- Anche lui si chiamava Cluny.

Jupiter sogghignò.

- Allora non era stato il vecchio Angus a costruire l’affumicatoio: il tesoro non poteva essere qui dentro.

Torniamo a casa! Già da lontano videro una macchina parcheggiata vicino al furgone di Hans: era la familiare del professor Shay, e sulle scale c’era il professore in persona, tutto blu e tremante di freddo nell’abito leggero.

- Che gelo per la California! - esclamò vedendoli arrivare.

Poi sorrise.

- Sono venuto a sentire cosa avete concluso oggi, ragazzi: su, raccontatemi prestG.

Appena si furono un po’ riconfortati al calore del fuoco che continuava ad ardere in sala, Jupiter riferì allo studioso il risultato delle loro ricerche a Santa Barbara.

- Una targhetta di ottone? - chiese il professore.

- L’avete trovata, qui? - Non ancora - rispose Cluny.

- Ma non abbiamo neanche cercato, a dire il vero.

- Stiamo aspettando Bob e Pete - spiegò Jupiter, e raccontò quello che i due an1ici avevano fatto all’Impresa Ortega e cosa erano andati a cercare alla cava.

- Rory li ha portati in macchina - aggiunse guardando l’orologio con inquietudine - ma non… Aspettate, eccoli di ritorno! La vecchia Ford si era fermata davanti all’ingresso, ma ne scese Rory da solo, e si avviò verso la porta strofinandosi le mani per il freddo.

- Dove sono Bob e Pete’? - chicse subito la signora Gunn.

- Alla cava, dove li ho lasciati, evidentemente - rispose brusco Rory.

Si rivolse a Cluny: - E voi cos’avete concluso con la vostra spedizione di caccia a Santa Barbara? Cluny lo informò in breve.

- Non abbiamo cercato l’o~getto con la targhetta di ottone percll‚ob e Pete non sono ancora tornati, e perché nel frattempo abbiamo scoperto che qualcuno ha abbat~uto il vecchio affumicatoio di pietra.

Rory aggrottò la fronte.

- Affumicatoio? Ah, sì, adesso mi ricordo.

- Guardò l’orologio.

- Così quei due ragazzi non sono ancora tornati? Sarebbero dovuti essere qui già più di un’ora fa.

- Un affumicatoio di pietra? - ripeté il professor Shay allarmato.

- Ma com’è possibile che qualcun altro sapesse del carico di pietre acquistate dal vecchio Angus se non… - Se questo qualcun altro non ha parlato con Pete e con Bob - concluse Cluny.

- O non è andato all’Impresa Ortega - aggiunse Jupiter, e raccontò come si fosse lasciato sfuggire l’informazione con Stebbins.

- Quello che mi preoccupa, ora - continuò con voce cupa - è che tanto lui quanto Giava Jim possano essere anche a conoscenza della vecchia cava: l’uno o l’altro potrebbero aver seguito Bob e Pete laggiù! - Come! - Il professor Shay aveva già un piede fuori della porta.

- Quei due ragazzi possono essere in pericolo… magari feriti e in gravi condizioni! Su, sbrighiamoci! Tutti gli uomini si precipitarono alle macchine, mentre la signora Gunn rimaneva a custodire la casa.

17 Alla fredda luce delle stelle, la sommità della vecchia cava rifletteva un debole bagliore argenteo, mentre tutto il resto scompariva in un’oscurità senza fondo.

Rory si fermò con la macchina nello stesso punto in cui aveva lasciato Bob e Pete: non si vedeva segno della loro presenza da nessuna parte.

- Cerchiamo qualche traccia! - sollecitò Jupiter, e tutti si sparpagliarono intorno alla sommità della cava.

Rory trovò quasi subito le biciclette.

- Proprio dove le avevo depositate - disse con voce cupa.

- Devono essere scesi nella cava, altrimenti le avrebbero prese.

Prudentemente si calarono giù.

La luce delle torce elettriche, producendo ombre enormi, trasformava le terrazze in una specie di scalinata per giganti, mentre l’acqua putrida del fondo mandava riflessi paurosi.

Guardando in basso, il professor Shay ebbe un brivido.

- E se fossero scivolati fino giù? - Non lo dica nemmeno, professore! - gemette Cluny.

Jupiter esaminava le alte pareti di pietra delle terrazze in cerca di qualche segno lasciaeo col gesso, cosi com’era convenuto fra i Tre Investigatori, ma non ne vide traccia.

- Se erano pedinati non lo sapevano - spiegò il Capo - altrimenti avrebbero segnato dei punti interrogativi per indicarmi la loro via di fuga: noi ci portiamo sempre in tasca del gesso, per ogni eventualità.

- Non mi sembra una gran buona cosaJupiter - commentò il professor silay.

- Potrebbe significare che sono stati colti di sorpresa.

Nessuno trovò da replicare a quella pessimistica osservazione.

In silenzio, continuarono la discesa lungo una terrazza a metà strada da} fondo della cava, puntando le torce in tutte le direzioni: ma non si scorgeva altro che terrazze di pietra, vecchi alberi contorti cresciuti nelle spaccature della roccia, e cumuli di massi franati.

Nell’oscurità si intravedeva qualcl1e animaletto sgattaiolare via e due volte un serpente tagliò loro la strada, andando a infilarsi in mezzo ai sassi.

Un grosso uccello si levò pesantemente a volo dagli alberi che cingevano la sommità della cava: un rapace notturno, una civetta in cerca di preda.

Ancora non si vedeva traccia di Bob e Pete, e nella not~e gli unici suoni erano quelli prodotti dag!i animali.

Erano ormai arrivati quasi all’estremità opposta della cava, quand’ecco che un rumore diverso dagli altri li fece restare di botto.

- Ascoltate! - bisbigliò Hans.

Non molto lontano qualcosa aveva prodotto uno stridio metallico.

- Vedete niente? - chiese Cluny a mezza voce.

- No - sussurrò il professor Shay di rimando.

Adesso si sentiva distintamente un rumore di legno sfregato contro legno e metallo.

- Laggiù! - indicò Jupiter.

- C’è un capannone, giù in basso! Nell’eccitazione, la voce gli riuscì più alta di quanto avrebbe voluto: vicino al capannone si sentì un fracasso e qualcuno si mise a correre.

Rory puntò la torcia in quella direzione e colse in pieno la figura di un uomo magro che fuggiva verso una Volkswagen verde parcheggiata poco lontano.

- O Stebbins! - gridò il professor Shay.

- Questa volta dobbiamo riuscire a bloccarlo! - Bob! Pete! - chiamò Jupiter.

Rory s’infuriò.

- Inseguite quel tipo, piuttosto, sciocchi che non siete altro! - Fermati, Stebbins! Alt! - urlò il professore.

Ma il giovanotto aveva raggiunto la sua vettura e vi saltò dentro, allontanandosi a razzo giù per un viottolo di terra battuta, prima ancora che gli inseguitori potessero raggiungere il capannone.

- Andato! - gridò il professor Shay con rabbia.

- Brutto furfante di un imbroglione! Jupiter non si dava troppa pena per la sua fuga: era preoccupato per gli amici.

- Dove sono Bob e Pete, piuttosto~ 110 Che cosa ne avrà fatto Stebbins? - domandò infatti.

Cluny trangugiò saliva, e tutti rimasero in silenzio, mentre Jupiter scrutava nell’oscurità.

- Bob! Pete! - chiamò.

La sua voce echeggiò spettrale nella notte, rimandata dalle alte pareti della cava, ripercuotendosi a lungo.

Ma improvvisamente sembrò che la voce camhiasse suono: Aiuto, Jupe! Siamo qua dentro! Tutti rimasero di ghiaccio.

- Sono loro! - gridò Cluny.

- Qui dentro, Jupe! - vennero di nuovo le voci.

- Guardate! - esclamò il professor Shay.

- Si è illuminato il capannone! Sottili raggi di luce filtravano attraverso le fessure della baracca, delineando i contorni della porta e delle finestre.

Seguito dagli altri, Jupiter si precipitò giù verso la terrazza dove sorgeva il capannone e corse alla porta, cominciando a scuotere il lucchetto per forzarlo.

Da dentro venne la voce di Pete: - La finestra davanti, Jupe! Togli la sbarra alle imposte! Rory fu subito alla finestra e la liberò dall’asse di legno che teneva chiuse le persiane, spalancandole con forza: ed ecco finalmente Bob e Pete, sani e salvi, affacciarsi con un sorriso di sollievo.

- Ragazzi - esclamò Pete - ormai pensavamo di essere incastrati qui per tutta la notte… se non peggio! - C’era qualcuno che cercava di entrare! - spiegò Bob.

Ecco perché avevamo spento le luci: prima ha cercato di forzare il lucchetto, poi si è messo a scardinare le imposte.

- Stebbins, quel farabutto! - sbottò il professor Shay.

- Deve avervi chiuso dentro - decise Rory - e poi sarà tornato indietro sa il diavolo perché, ma noi lo abbiamo spaventato e se l’è data a gambe.

- Su, ora venite fuori, ragazzi - esortò Hans.

Bob scosse la testa.

- No, entrate voi, piuttosto: abbiamo scoperto l’ultimo indizio! Eccitati da questa notizia, i soccorritori si issarono dentro l’uno dopo l’altro: Hans con qualche fatica, dato che passava a malapena attraverso la finestra.

Appena furono tutti riuniti nel piccolo ufficio, Bob e Pete mostrarono loro una cartella aperta sulla scrivania.

Ordine speciale numero 143, lesse Jupiter ad alta voce.

Per A. Gunn, spedire giù al deposito dieci blocchi di pietra da monumento, squadrati e pareggiati.

Granito.

Jupiter alzò lo sguardo, scuotendo la testa con aria confusa.

Dieci blocchi di pietra da monumento? - Tali da assommare a una tonnellata - aggiunse Pete.

Significa cento chili l’uno! Cosa se ne sarà fatto il vecchio Angus di dieci blocchi di quella portata? Vi risulta che abbia costruito qualche specie di monumento? - Ma che monumenti volete che ci siano al Lago del Fantasma! - sbuffò Rory.

- Forse da qualche altra parte? - insisté il professor Shay.

- Un monumento in onore di Laura in qualche città? suggerì Cluny.

- No - ribatté Jupiter lentamente - sono sicuro che la sorpresa per Laura è al Lago del Fantasma, e non altrove.

Il diario non può essere interpretato diversamente, così come Angus lo scrisse: non c’è dubbio che il vecchio tornasse sempre a casa per lavorare alla sorpresa.

- Allora - concluse il professor Shay - qualunque cosa abbia costruito al Lago del Fantasma, dev’essere nascosta! Non può essere altrimenti: nascosta così bene che nessuno è andato mai a sbatterci il naso! - Oppure - obiettò Bob - è talmente in evidenza che non ci facciamo nemmeno caso! Può darsi che l’abbiamo sempre davanti agli occhi, come la lettera rubata di Edgar Allan Poe, e non la vediamo proprio perché è così visibile.

- Ma ci deve pur essere ancora qualcosa che non sappiamo - insisté il professore scoraggiato.

- Io una cosa la so di certo, invece - dichiarò Pete - e cioè che è tardi e che ho una fame da lupo! Andiamo a casa a mangiare, ragazzi.

Tutti scoppiarono a ridere.

- Restate a cena da me - sollecitò Cluny.

- Potete benissimo telefonare ai vostri genitori per avvertirli: mia madre ci preparerà una cenetta coi fiocchi e noi provvederemo a farla fuori! - Questa sì che è un’idea brillante! - approvò il professor Shay con un sorriso.

- Sempre che la signora Gunn non abbia qualcosa in contrario a rifocillare anche un cacciatore di tesori passatello come me.

- Figuriamoci se avrà qualcosa in contrario! - esclamò Cluny.

Così tutti si avviarono, risalendo di terrazza in terrazza fino alla sommità della cava, dov’erano rimasti il furgone e la vecchia Ford.

Bob e Pete caricarono le biciclette nel furgone e tutti e quattro i ragazzi salirono dietro.

Mentre partivano, Pete riprese il discorso: - Eppure un’altra cosa c’è, Jupiter.

Tu avevi detto che forse questo caso era come un mosaico, tutti i pezzi da mettere insieme per trovare la soluzione.

- Fece una pausa, con un sorriso.

- Bene, ora i pezzi li abbiamo tutti, mi sembra: non ci resta che ccmbinarli! La signora Gunn si diede un gran d~a fare, come una chioccia con i suoi pulcini, finché tutti non ebbero finito di mangiare; solo allora permise che si riunissero in sala a discutere.

Il professor Shay cominciò a misurare la stanza a grandi passi.

- Ragazzi - dichiarò - dobbiamo risolvere l’enigma prima che Stebbins e Giava Jim ci soffino il tesoro: ormai è più che evidente che lavorano insieme.

- Non ne abbiamo effettivamente le prove - osservò Jupiter pensieroso.

- Comunque sono d’accordo nel fatto che dobbiamo cercare di risolvere l’enigma, o meglio di comporre il mosaico: adesso abbiamo tutti i pezzi, gli spostamenti di Angus, più la lettera chiave, e sono sicuro che il vecchio aveva escogitato un gioco a incastro che Laura avrebbe saputo risolvere.

- Sì - intervenne Rory - posso anche ammettere che tutto questo sia vero, ma è un gioco progettato per una persona cent’anni fa: voi avete tentato, ragazzi, ma come vi avevo detto fin dall’inizio l’enigma non è più possibile risolverlo, oggi! Cluny si sentì punto sul vivo.

- Parli come se tu non volessi che troviamo il tesoro! - Trovatelo, allora - sbottò Rory risentito - e andate pure ad impiccarvi! Jupiter distese la lettera del vecchio Angus sulle proprie ginocchia e aprì il secondo diario, mentre Bob, Pete e Cluny si raccoglievano intorno a lui.

- Ora - ria~sunse il Capo - conosciamo tutti e quattro gli spostamenti compiuti da Angus nella sua< ultima rotta, quindi i giorni )) che hanno costruito la sorpresa per Laura.

Ciò che dobbiamo fare a questo punto è cercar di capire a che cosa mirano, e come si pongono in relazione col segreto del Lago del Fantasma, cioè la leggenda stessa del fantasma.

E dobbiamo scoprire cosa c’entra uno specchio con questo segreto.

- Già - gemette Pete - non ci resta proprio nient’altro da fare! Jupiter lo ignorò.

- Prima di tutto, Angus si recò a Powder Gulch in cerca di legname da chiusa con supporti e di minatori: un grosso lavoro, avevamo stabilito, dato il quantitativo di provviste di cui si rifornì per nutrire gli uomini.

Secondo, andò all’isola di Cabrillo dove fece qualche proposta al proprietario, e tornò indietro con un carico nella barca, cioè portò qualcosa dall’isola fino qui.

Terzo, comprò dai fratelli Ortega dieci blocchi squadrati di pietra da monumento, da cento chili l’uno, e portò qui anche quelli.

Quarto, comprò qualcosa da Wright e figli a Santa Barbara, come ultimo tocco alla sorpresa per Laura: qualcosa che normalmente serviva per una nave, dato che allora la ditta non vendeva altro, e che recava una targhetta di ottone col nome dei venditori.

Jupiter non aveva neanche finito di parlare che Rory, seduto su una sedia di fronte alla finestra, si mise a ridere ironicamente.

- Mettete tutto insieme - sghignazzò - e ottenete un fantasma di cui non c’è uguale in tutta la regione! Quando l’avrete pescato, il vostro fantasma, ditegli davvero di guardarsi allo specchio! Bob arrossì di rabbia.

- Cribbio! Questo mi sembra proprio… La signora Gunn fissò Rory accigliata e si rivolse a Jupiter.

- Mentre eravate alla cava ho cercato dappertutto, ma in tutta la casa non sono riuscita a trovare alcun oggetto con la targhetta Wright e figli>: non so proprio immaginare di cosa potesse trattarsi.

Jupiter scosse la testa debolrnente.

- Qualunque cosa fosse, sono sicuro che tutti gli o~gettiomprati da Angus debbano essere combinati in una cosa sola, messi insieme in qualche modo per formare la sorpresa per Laura.

Tutto questo ha a che fare con ciò che Angus amava in patria, ma - concluse demoralizzato - cosa diavolo poteva essere? - Qualcosa di molto grande - osservò Cluny - questo è l’unico fatto evidente.

- Cosa se ne fece Angus con tutto quel legname? - si domandò il professor Shay.

- Dov’è quel legname? - E dove mise quella tonnellata di pietre? - aggiunse Bob.

- Voglio dire, dieci blocchi di pietra da monumento sono ben difficill da nascondsre! - E i minatorl a che servivano? - incalzò Cluny.

- Ehi! - esclamò Pete.

- Ma cos’è che i minatori sanno fare meglo di tutto? Jupe, tu dici sempre di pensare alla spiegazlone più semplice: la cosa che i minatori sanno fare meglio è… scavare! Io dico che scavarono un grosso buco usando il legname e le pietre per sostegno! Magari una stanza sotterranea! Il professor Shay interruppe il suo andirivieni per la sala.

- Un grosso buco? Nel terreno, vuoi dire? - Perché no? - insisté Pete.

- Sarebbe stato un buon posto per nascondere un tesoro.

Può darsi che da Wright e figli Angus avesse comprato una maniglia per la botola, o una lanterna per illuminare la stanza segreta! - Ma che cosa gli sarebbe servito all’isola di Cabrillo? - si chiese Jupiter.

- E non credo che sia stata nascosta sottoterra sarebbe stata una gran sorpresa per Laura: non dimentichiamo che, a quanto ci risulta, Angus progettò prima la sorpresa e poi vi aggiunse il tesoro.

Il professor Shay, che dopo le parole di Pete non si era più mosso, si avvicinò a Rory.

- Ha mai visto tracciai una simile stanza segreta, signor McNab? - Neanche l’ombra – scattò Rory.

- Tutte baggianate! Il professore guardò fuori dalla finestra, che dava sul laghetto alberato.

Improvvisamente si voltò, con,li oc hi che gli brillavano.

- Per Giove, penso che Pete abbia ragione! - esclamò.

Gii Highlands in Sco7ia sono pieni di grotte c caverne nascoste: se ia lettera dice di ricordare ciò che Angus amava in patria, e non sa,3piamo di che cosa si tratta, nulla impedirebbe che fosse… Jupiter gli tolse le parole di bocca.

- Una grotta segreta dove Angus e Laura s’incontravano di nascosto. Una cosa che loro due soli sapevano riconoscere! - E che Angus riprodusse qui - continuò il professore.

Ciò che portò dall’isola di Cabrilli, potrebbero csserc vecchi mobili spagnoli e tappeti per arredare la stanza! - E anche uno specchio! - aggiunse Eob.

Il professor Shay annuì energicamente.

- Credo che ci siamo, ragazzi! O ovvio che la camera segreta è ben nascosta, e l’entrata sarà ormai crollata dopo cent’anni: ma la troveremo! Cominceremo a setacciare ogni centimetro quadrato del Lago del Fantasma! - Perché non stanotte? - saltò su Pete.

- Le torre le abbiamo! Il professore scosse la testa.

- Sono sicuro che non ci vedremmo abbastanza per trovare la traccia, e per di più siamo tutti stanchi morti.

Saremo più in forma e attenti dopo una buona dormita.

- Il tesoro non può scappare, ragazzi - osservò la signora Gunn.

- Adesso Cluny darà il buon esempio e andrà a letto per primo.

l1 ragazzo protestò.

- Ma sappiamo che c’è Stebbins in giro, mamma, e probabilmente anche Giava Jim! - Non credo che anche loro possano trovare granché di notte - obiettò il professor Shay.

- Rischieremo, ragazzi, ma non penso che sarà un gran rischio.

I quattro annuirono a malincuore.

Sapevano che il professore aveva ragione, ma sarebbe stata per tutti una lunga notte di attesa.

- Ho il sospetto che non dorn1iremo granché bene, stanotte - confessò Pete.

- E allora - suggerì il professore - pensate a tutti i modi possibili per nascondere una camera sotterranea: domani ci ritroveremo qui per cominciare le ricerche.

- Cercherete senza di me - dichiarò Rory con fermezza.

- Ne ho avuto abbastanza di tutte quesie baggianate.

Il professor Shay se ne andò sulla sua familiare, mentre Bob, Pete e Jupiter aiutarono Hans a caricare sul furgone alcuni vecchi mobili che la signora Gunn aveva deciso di cedere allo zio TituSì poi salirono dietro, e Hans si avviò verso la strada principale per tornare a Rocky Beach.

Per un po’ i ragazzi restarono in silenzio, poi Jupiter chiese: - Ehi, gente, come si potrebbe contrassegnare una stanza sotterranea? Pete ci pensò su.

- Forse amrnuccl1iando qualche sasso in modo apparentemente naturale… ma per dare a Laura un indizio? - Oh - suggerì Bob - magari piantandoci sopra un albero, un albero di qualche specie particolare come c’erano da loro in Scozia! - Si - approvò Jupiter - è possibile, Bob.

- O forse con uno specchio! - riprese Pete.

- Per terra, o su un albero, in modo che Laura potesse vederlo da qualche posizione ben precisa.

- Da unaInestra della casa dove si sarebbe certamente seduta come faceva in Scczia - immaginò Ju,~iter - o dalla sommità della torre! - Caspita, Jupe - esclamò Bob - ognuna di queste ipotesi potrebbe essere valida! Scommetto che c’è in mezzo quella giusta! Jupiter annuì, guardando fuori del camion le prime case di Rocky Beach, che avevano ormai sorpassate.

- C’è una sola cosa che mi preoccupa un po’ - conressò lentamente.

- La lettera del vecchio Angus dice di ricordare il segreto del Fiordo del Fantasma, il fantasma che sta di vedetta contro i nemici: non si direbbe che una stanza segreta abbia molto a che t`are C011 la leggenda.

- Forse - osservòete - il colle~amento lo faremo quando avremo trovato la stanza.

-ià - convenne Jupiter - può darsi che tu abbia ragione, Secondo.

Hans lasciò 13Ob e Pete alle loro rispettive case e proseguì fino alla Bottega del Recupero.

Jupiter era troppo eccitato per andare subito a dormire, e sorseggiando una bella cioccolata calda si mise a rac ontare agliii le ultime avventure.

Lo zioitus corse subito fuori a esaminare i mobili che la signora Gunn gli avevanandato, mentre la zia Mathilda commentò che anche per lei una stanza nascosta sottoterra poteva essere la chiave dell’enigma.

- Domattina la troverete senz’altro - dichiarò - ma adesso voglio vederti a letto, giovanotto: penserai molto meglio quando ti sarai riposato.

Su, marsc! Jupiter rimase a lungo disteso senza poter chiudere occhio, guardando le luci natalizie della città.

Ma finalmente piombò nel sonno, ancora col pensiero rivolto alla stanza nascosta, alle pietre, al legname, all’isola di Cabrillo dove il vecchio Angus era andato a prendere… Con un sussulto, scattò a sedere sul letto.

Sbatté le palpebre, ancora mezzo addormentato.

Fuori era ancora buio, ma il suo orologio segnava quasi le otto: poi sentì un martellio sopra il tetto e si rese conto che pioveva a dirotto.

Ma la pioggia non gli faceva né caldo né freddo: stava seduto lì fissando il muro.

Ora sapeva quale era la risposta giusta all’enigma di Angus Gunn! 19 Jupiter si vestì e corse a telefonare a Bob e Pete, pregandoli di raggiungerlo entro un quarto d’ora: era in possesso della soluzione! - Sono stato proprio stupido - si rimproverò il Capo.

Avrei dovuto capire già da un pezzo! Poi chiamò Cluny al Lago del Fantasma.

- Credo di sapere dove si trova il tesoro - dichiarò all’amico che ancora sbadigliava all’altro capo del filo.

Prepara un piccone, un badile e l’impermeabile e aspettaci: Hans ci porterà da te al più presto col furgone.

Corse giù per le scale e si mise a fare colazione in velocità.

Stava ingollando una tazza di latte coi fiocchi d’avena quando suonò il telefono: era il professor Shay.

- Jupiter? - disse lo studioso.

- Sono stato sveglio tutta la notte nel mio letto, pensando alla stanza nascosta, e mi è venuta l’idea sul modo in cui il vecchio Angus avrebbe potuto contrassegnarla! Il fantasma… - Non c’è nessuna stanza segreta, professore - interruppe Jupiter.

- Adesso sono sicuro di avere la risposta giusta! - Come? - esclamò il professore.

- Nessuna stanza segreta? Ma allora… Dimmi, presto! - Saprà tutto al lago - dichiarò Jupiter.

- Troviamoci lì.

- Mi vesto e parto! Dieci minuti dopo, i Tre Investigatori erano riuniti nel cortile della Bottega del Recupero.

Bob e Pete si trattenevano a stento per la curiosità: appena furono sul furgone, che Hans aveva portato davanti al cancello, aggredirono Jupiter con le loro domande.

- Qual è la soluzione, Jupiter? - fece Bob.

- Sputa il rospo! - Dai, parla! - rincarò Pete.

- E va bene - concesse il Capo con un sorrisetto un po’ irritante.

- Stavo dormendo, ma l’ipotesi della stanza nascosta mi frullava ancora nel cervello: si vede che d’improvviso mi è tornata in mente una cosa che Bob aveva detto ieri sulla strada del ritorno, ed ecco che ho visto tutto chiaro! Pete si agitò sul fondo del furgone.

- Ma che cosa ha detto Bob? - Ha detto - declamò Jupiter in tono drammatico - che forse il vecchio Angus aveva piantato qualche albero speciale al Lago del Fantasma: ebbene è proprio quello che ha fatto! - Un albero? - ripeté Pete.

- Non però un albero simile a quelli della Scozia, come pensava Bob, ma un albero che ricordasse a Laura qualcosa d’altro.

Angus andò all’isola di Cabrillo e comprò uno di quei cipressi contorti che sembrano fantasmi: piantò un fantasma al Lago del Fantasma! - Cribbio! - esclamò Bob.

- Ma allora tutto quello che ci resta da fare laggiù è trovare un vecchio cipresso! - Già - obiettò Pete - ma da che parte lo cerchiamo? Ci sono acri e acri di terreno alberato! - Questo ce lo dice il resto dell’enigma - concluse Jupiter.

- Ripensate un attimo a tutti i vari indizi.

Primo, i minatori e il legname da chiusa: Pete aveva perfettamente ragione, i minatori sono abilissimi nei lavori di scavo, e in effetti scavarono una fossa molto lunga; ma c’è un fatto di vitale importanza che avevamo del tutto trascurato, a proposito del legname: perché il vecchio Angus aveva bisogno di legname da chiusa? Perché non legname qualsiasi, o travi da miniera, ma legname da chiusa? Già, perché, Jupe? - incalzò Pete.

- Perché il legname da chiusa è tagliato e lavorato apposta per trattenere l’acqua! - dichiarò il Capo.

- Una chiusa trattiene l’acqua dentro, ma in questo caso Angus voleva trattenerla fuori! Bob era confuso.

- Fuori di dove, Jupe? - Fuori della fossa che stava facendo scavare ai minatori: doveva trattenerla finché il lavoro non fosse finito.

Poi comprò dieci enormi blocchi di pietra per formare un passaggio, e portò un cipresso dall’isola di Cabrillo: e I’oggetto che acquistò da Wright e figli era una lanterna da nave! - L’isoletta nel lago! - gridarono insieme Bob e Pete.

- Esattamente - confermò Jupiter.

- Il vecchio Angus creò l’isoletta nel Lago del Fantasma! Era quella la sorpresa per Laura.

Tutti hanno sempre pensato che Angus trovò l’isola in mezzo al lago, proprio come a casa: invece non la trovò, la creò! In origine doveva essere una lunga striscia di terra protesa nell’acqua: Angus costruì una barriera da una parte e dall’altra col legname da chiusa, tagliò un canale attraverso la penisola deponendovi i blocchi di pietra perché figurassero come le Orme del Fantasma, e lasciò rientrare l’acqua.

Ora aveva un’isola: a mo’ di segnale mise in cima a un palo la lanterna comprata da Wright e figli e piantò il cipresso contorto per ricreare la leggenda del fantasma! Aveva ricostruito in miniatura ciò che amava in patria, il panorama del fiordo! Ecco qual era la sorpresa per Laura.

- Jupiter si interruppe per riprendere fiato.

- Poi, quando apparve il capitano della Regina di Argyll con i suoi uomini, Angus si servì dell’isola come nascondiglio per il tesoro, lasciando il secondo diario e la lettera perché servissero da guida per ritrovarlo.

Bob e Pete erano in silenziosa ammirazione per l’ingegnosità del vecchio Angus e per l’intuizione di Jupiter.

- Non lo sapeva nessuno che l’isola era artificiale? - chiese Bob alla fine.

- Nessuno tranne Angus e i minatori che fecero il lavoro - rispose Jupiter.

- Ma a quell’epoca, i minatori erano-per lo più gente che vagava da un posto all’altro in cerca di lavoro, o addirittura galeotti evasi: quando si cominciò a parlare del tesoro, la maggior parte di loro non doveva essere più lì.

La famiglia di Angus pensò quindi che l’isola fosse naeurale, e non ebbe neanche notizia dei minatori perché non poté leggere il secondo diario.

- Ma noi l’abbiamo trovato - esclamò Pete - ed ora troveremo anche il tesoro! - Questo è certo! - confermò Jupiter.

Intervenneob.

- C’è ancora una cosa che mi lascia in dubbio, Capo.

Cosa voleva dire Angus quando scriveva di guardare il segreto in uno specchio? - Forse intendeva dire che il lago è come uno specchio? - suggerì Pete.

- Credo di poter spiegare anche questo - rispose Jupiter.

- Ma prima voglio andare al lago e… Una brusca frenata li mandò quasi a gambe all’aria.

Non si erano accorti che mentre parlavano si erano lasciati dietro Rockyeach, e che Hans aveva già imboccato la strada di montagna verso il Lago del Fantasma: ora erano fermi non lontano da casa Gunn.

Ritrovato l’equilibrio, i ragazzi saltarono giù e videro Hans che era già sceso dalla cabina di guida e correva in avanti.

All~ultima curva prima del lago, quella che nascondeva ancora la vista della casa, su uno spiazzo ghiaioso dietro ú un gruppo di pinic’era la macchina del professor Shay, con lo sportello aperto, e il professore seduto sul lato del sedile anteriore, con Cluny curvo su di lui! - Tutto a posto, professore? - chiese subito Hans.

- Cre… crcdo di sì - rispose lo studioso, tastandosi la mascella.

Poi si rivolse ai ragazzi, che arrivavano di corsa: O stato Giava Jim! Venivo giù in macchina qualche minuto fa quando l’ho visto a piedi lungo la strada: sono sceso per cercare di acciuffarlo, ma mi ha aggredito e se l’è squagliata in mezzo agli alberi! - Giava Jim? - gridò Jupiter.

- Allora non c’è un secondo da perdere! Svelto, Cluny, corri a prendere gli arnesi! La signora Gunn stette sulla porta a guardarli allontanarsi sotto la pioggia in direzione del lago, con Hans e il professore che portavano gli arnesi.

- State attenti - gridò loro dietro.

- Cercate di non bagnarvi troppo! I ragazzi annuirono, allungando il passo in mezzo agli arbusti che circondavano il lago.

Le Orme del Fantasma luccicavano di pioggia nello stretto passaggio: in fila indiana saltarono da un sasso all’altro e finalmente misero piede sull’isoletta coperta di pini, non più larga di trenta metri e con due collinette fra i dieci e i quindici metri d’altezza.

- La leggenda del fiordo dice che il fantasma sta su un promontorio per sorvegliare l’arrivo dei Vichinghi - osservò Jupiter - perciò il cipresso lo cercheremo all’altra estremità dell’isola, sulla seconda collinetta! Fecero il giro dell’isola, con l’acqua che scivolava loro giù dall’impermeabile negli stivali e dalle falde del cappello nel collo, e cominciarono ad arrampicarsi sulla piccola gobba di terreno in cima alla quale era piantato il palo con la lanterna.

Pete esaminò la vecchia lampada.

- Jupe aveva ragione! - esclamò.

- C’è la targhetta di ottone con la scritta Wright e figli!

- Cerchiamo il cipresso-fantasma, su! - esortò Jupiter.

Non ci fu bisogno di andar lontano.

- Eccolo qua! - gridò infatti il professor Shay un momento dopo.

A non più di cinque metri dalla lanterna stava un piccolo cipresso contorto, proprio come quelli dell’isola di Cabrillo.

Sotto la pioggia sembrava una spettrale figura umana con la testa deforme e un lungo braccio ossuto che puntava verso il lago: tale e quale il fantasma della leggenda, per sempre di vedetta sul mare contro il ritorno dei Vichinghi.

- Guardate - disse Pete indicando la casa dall’altra parte del canale scavato dal vecchio Angus.

- Il cipresso è completamente invisibile dalla casa e dalla spiaggia perché è coperto da altri alberi più alti: nessuna meraviglia che non l’avessimo notato prima.

Jupiter annuì.

- O probabile che fosse visibilissimo quando Angus lo piantò, ma questi cipressi nani crescono molto lentamente: non si sarà alzato di trenta centimetri in tutto il secolo, mentre gli altri alberi lo hanno presto superato e nascosto.

- Ma ora bando alle chiacchiere, gente! - esortò Pete. Cominciamo a scavare! Bob guardò tutto intorno al cipresso.

- Giava Jim non è arrivato fin qui, Jupe, perché non ci sono tracce di terra smossa.

Cluny si avvicinò a Hans per prendere il piccone.

- Vieni, Pete - chiamò - scaveremo tutto intorno al… - No - interruppe Jupiter - non scaveremo qui.

Tutti si volsero a guardarlo.

- Ma la lettera - osservò il professor Shay - dice di ricordare il segreto del Fiordo del Fantasma: non significa allora cercare nel punto dove si trova il fantasma? - La lettera - ribatté Jupiter - parla anche di guardare il segreto in llno specc/lio; Angus voleva dire di guardare il fantasma in uno specchio.

- Ma non ci sono specchi qua intorno, Jupe - obiettò Pete.

- No, e Angus lo sapeva benissimo, perciò credo che volesse dire come in uno specchio: uno specchio rovescia le immagini, il che significa che noi dobbiamo immaginare il cipresso al contrario, per trovare il tesoro! Guardò il vecchio albero stento, poi riprese: - Il fantasma punta il braccio verso il lago: rigiriamolo e il braccio indicherà la stessa direzione, ma nel verso opposto! Facendo seguire l’azione alle parole, il Capo si mise con le spalle rivolte al cipresso, guardando lungo la linea immaginaria indicata dal sottile ramo nodoso.

Bob si era messo dietro di lui.

- Accidenti, non si vede un granché con questa pioggia! O troppo coperto, oggi - Dammi la torcia elettrica, Cluny! - ordinò Jupiter, e come la ebbe in mano la puntò esattamente nel verso opposto al ramo del cipresco e l’accese.

Il potente fascio di luce tagliò la pioggia… andando a cadere su uno spiazzo coperto di folti arbusti.

Jupiter balzò subito avanti.

- Correte, gente! - gridò.

Si precipitarono giù lungo il pendio della collinetta: lo spiazzo era tutto coperto di piantesenza alcun segno di riconoscimento, senza tracce che potessero far supporre che lì sotto fosse stato sepolto un tesoro… almeno fino a poco tempo prima! Paralizzati, rimasero a guardare gli arbusti strappati e la buca scavata in mezzo allo spiazzo.

-11 tesoro è bell’e andato! - gridò Cluny.

- Qualcuno ha indovinato prima di te! - gemette Pete.

Il professor Shay si chinò sulla buca per raccogliere qualcosa: era un bottone di metallo dorato.

- Giava Jim! Ecco perché prima mi ha aggredito e se l’è data a gambe: ha il tesoro! - Dobbiamo chiamare la polizia! - sollecitò Hans.

D’un lampo ripassarono il canale e furono a casa.

Jupiter pregò la signora Gunn di telefonare al comandante Reynolds della polizia di Rocky Beach per avvertirlo che i Tre Investigatori chiedevano aiuto: bisognava tagliare ogni via di scampo a Giava Jim! - Professore - esortò Jupiter - andiamo a vedere dove quel furfante l’ha aggredita: può darsi che scopriamo in che direzione se n’è andato! Tornati indietro dove il professore aveva lasciato l’automobile cominciarono febbrilmente a ispezionare il terreno alla luce delle torce, ma la ghiaia tutto intorno non serbava alcuna impronta.

Infine il professor Shay puntò la lampada verso un tratto di terreno scoperto, a una certa distanza dalla macchina: c’era molto fango, e orme di stivali lo attraversavano proprio in direzione della strada principale.

Il professore sospirò.

- Si vede che aveva lasciato la macchina lassù: ormai se ne sarà bell’e andato, ragazzi! Jupiter stava esaminando le orme degli stivali: - Queste orme sono poco profonde - osservò.

- Giava Jim era a mani vuote quando l’ha aggredita, professore? - Sì, Jupiter: doveva aver già messo il tesoro in macchina ed essere tornato indietro per qualche motivo.

Ho proprio paura che ormai sia lontano.

- Può darsi - disse Jupiter lentamente mentre tornavano verso l’auto del professore.

D’improvviso si guardò intorno.

- Dov’è Rory? - Rory? - ripeté Cluny.

- Stamattina non l’ho visto per niente, Jupe: gli piace uscire molto presto per fare un~ camminata.

Jupiter aveva gli occhi luccicanti.

- Senti, Cluny, ci avete detto che Rory è con voi da un anno appena: com’è arrivato qui, esattamente? - M-ma… - balbettò Cluny.

- O capitato all’improvviso con una lettera di certi nostri conoscenti in Scozia, e sapeva tutto della famiglia e della vecchia casa! - Chiunque può essere in grado di raccogliere notizie simili! - esclamò Pete.

- Jupe, credi che Rory sia complice di Giava Jim? O che sia Giava Jim addirittura? - La taglia è la stessa - dichiarò Jupiter eccitatissimo - e se ci pensate bene Rory ha cercato fin dall’inizio di dissuaderci dal cercare il tesoro: era via dal Lago del Fantasma tutte e due le volte che Giava Jim ha cercato di rubarci il diario, e alla città-fantasma è comparso immediatamente dopo la fuga del marinaio! Intervenne Bob.

- Sapeva che eravamo alla cava perché era stato lui a portarci lì, ed è stato lui il primo cui abbiamo raccontato della tonnellata di pietra degli Ortega: può averci benissimo chiusi dentro nel capannone ed essere tornato indietro per buttar giù l’affumicatoio; ancora non poteva sapere che si trattava di soli dieci blocchi! - Ma tutti noi abbiamo visto Stebbins vicino al capannone - obiettò il professor Shay.

- Sì - convenne Jupiter - ma Stebbins stava cercando di forzare il lucchetto: non lo avrebbe fatto se fosse stato lui a chiudere dentro Bob e Pete, avrebbe saputo che la porta era ben chiusa.

E poi… - Stette un attimo sopra pensiero.

- Gente, quando ci siamo messi a inseguire l’uomo che aveva incer~diato il capanno, qualcuno di voi l’ha effettivamente visto? I ragazzi si guardarono l’un l’altro.

essuno l’aveva visto! - Ci siamo lanciati all’inseguimento solo perché Rory ha detto di aver scorto Giava Jim - continuò Jupiter - ma ci sarà stato poi davvero qualcuno? - Vuoi dire che è stato Rory a dar fuoco al capanno chiese Bob - per poi fingere di aver visto Giava Jim? Proprio perché Giava Jim è lui? Intervenne Cluny.

- Ma il professor Shay ha visto l’uomo che scappava! - Già - convenne Jupiter - ma ha pensato subito che fosse Stebbins.

Professore, ha visto davvero qualcuno, dopo l’incendio, o ha solo pensato di vederlo? - Mah, avevo in rnente Stebbins - rispose il professore lentamente - ma ora che parliamo della faccenda mi viene il dubbio di non aver visto nessuno! Rory diceva di aver scorto Giava Jim, e allora ho avuto l’impressione di aver visto invece Stebbins - O Rory il ladro! - esclamò Pete.

- O lui che ha… Una voce esplose nella pioggia.

- Cos’è che ha fatto Rory, eh? L’uomo stava fermo in mezzo alla strada, fissandoli in cagnesco.

- Oh-oh! - gemette Jupiter, facendo un salto indietro.

Per non perdere l’equilibrio dovette aggrapparsi al cofano della macchina del professor Shay, e gli cadde di mano la torcia.

- Hans! - gridò il professore.

- Acchiappa quell’uomo lassù ! Ma intanto Jupiter si era rialzato, con una strana espressione sul viso, e toccò di nuovo la macchina del professore, sconcertato.

- No - disse improvvisamente - non Rory, Hans: mi sono sbagliato! Sotto la pioggia Hans rimase dubbioso, guardando Jupiter.

- Non lasciartelo sfuggire, Hans! - ripeté il professore; poi si rivolse a Jupiter: - Cosa vai dicendo, ragazzo? Hai appena dimostrato che Rory è colpevole! - Ci ha rinchiusi nella baracca, giù alla cava! - esclamò Pete.

- Ha dato fuoco al capanno ed ha demolito l’affumicatoio! - rincarò Bob.

- L’hai provato, Capo! Rory era impallidito.

- Come? Voi, accusarmi di… - Non azzardarti a fare un solo movimento! - minacciò Hans, trattenendolo saldamente per un braccio.

Jupiter scosse la testa.

- Rory ha dato fuoco al capanno, ha rinchiuso Bob e Pete nella baracca, ha demolito l’affumicatoio, e ha sempre cercato di ostacolare la nostra caccia al tesoro: ma non è Giava Jim, e il tesoro non è in mano sua! - Vuoi dire che è stato Stebbins con il vero Giava Jim? chiese il professor Shay.

- Giava Jim sì - rispose Jupiter - ma non Stebbins.

Io credo che Stebbins non voglia il tesoro, ma che in qualche modo stesse cercando di aiutarci: quando si è introdotto nel Quartier Generale non ha cercato di rubare il secondo diario per impedirci l‚ ricerche, si è limitato a fotografarlo; ma la cosa più importante è che tutte le volte abbiamo visto Stebbins solo dopo che era comparso Giava Jim: non era insieme a lui, ma lo seguiva mentre quello seguiva noi! A Santa Barbara credo che volesse solo parlare con noi, ma l’abbiamo spaventato: penso che sia stato lui, comunque, a mandare quel ragazzo ad avvertire Hans che eravamo nel barcone, e che alla cava lui stesse cercando di liberare Bob e Pete.

- Vuoi dire in definitiva che Giava Jim era solo? - chiese Pete.

- Sì e no - rispose Jupiter con voce calma.

Cluny era sconcertato.

- Ma cosa significa, Jupe? Come poteva… - Giava Jim è uno strano individuo - riprese il Capo.

Sembra un forestiero ma conosce tutto di questa zona: è comparso alla Bottega del Recupero subito dopo che Bob era stato all’Istituto di Studi Storici; ha fatto irruzione all’Istituto la mattina che siamo andati all’isola di Cabrillo, rna per quale motivo? A Santa Barbara non è andato prima alla sede del giornale in cerca delle vecchie copie, come abbiamo dovuto fare noi, ma è andato direttamente dal signor Widmer: come poteva essere al corrente della sua raccolta personale? - Cribbio! - commentò Bob.

- Hai ragione, come poteva saperlo? - Lo sapeva - dichiarò Jupiter - perché è un esperto di storia di questa regione! - Si volse a guardare il professor Shay.

- Rory non è stato il solo a comparire nella cittàfantasma subito dopo la fuga di Giava Jim: c’era anche il professore! Il professore è un esperto di storia locale, ed è lui Giava Jim, e ha rubato il tesoro stamattina presto! Il professor Shay si mise a ridere.

- Ma è ridicolo, Jupiter! Non sono offeso, ragazzo mio, ma ti sbagli di grosso: oltretutto sono molto più piccolo di quel mascalzone! - Nossignore, solo un po’ più magro: una pesante giacca da marinaio può fare il resto.

- E come avrei rubato il tesoro stamattina mentre ero a letto? - Ieri sera - dichiarò Jupiter - quando Pete ha tirato fuori l’ipotesi della stanza sotterranea, lei ha visto la soluzione prima di me.

Nottetempo, è andato sull’isola e ha trovato il tesoro, probabilmente puntando una torcia nella direzione indicata dal ramo dell’albero, come poi ho fatto io.

Era ormai mattina quando ha finito di dissotterrare il tesoro, e si è avviato in fretta per portarlo via: passando vicino a casa Gunn, però, ha sentito suonare il telefono, e per essere sicuro che la chiamata non fosse pericolosa per lei si è nascosto dietro la porta ad ascoltare.

Sentendo Cluny riferire alla madre che io avevo trovato la soluzione e che stavamo venendo qui, si è reso conto che non poteva semplicemente fuggire: trovando la buca vuota, avremmo potuto sospettare di lei più tardi.

Ma se lei avesse finto che il mitico Giava Jim si fosse impadronito del tesoro per darsi poi alla fuga, allora nessuno avrebbe più sollevato sospetti nei suoi confrontl la polizia si sarebbe gettata sulle tracce dell’inesistente marinaio! Cosi lei si è introdotto di nascosto in casa Gunn, mi ha telefonato fingendo di essere a casa sua, e poi è venuto qui ad aspettarci, dopo aver prodotto ad arte le impronte degli stivali per meglio simulare l’aggressione da parte di Giava Jim!

Ora tutti gli sguardi erano puntati sul professore, mentre in lontananza, sulla strada principale, si sentiva la sirena di una macchina della polizia che si avvicinava.

Il professor Shay sogghignò.

- Speri forse di poter provare tutto questo, ragazzo? - Sissignore - rispose Jupiter - perché lei ha commesso un grosso sbaglio.

Lei ha detto di essere stato in casa fino alle otto, stamattina, e di essere venuto qui appena prima che arrivassimo noi: invece aveva cominciato a piovere forte già ben prima delle otto.

- Cominciato a piovere? - ripeté Shay con tono ironico.

Sì, ma non riesco a vedere… - La terra è asciutta sotto la sua macchina - disse semplicemente Jupiter - e il motore è freddo: iei dev’essere qui per forza da molto prima delle otto.

Con un grido di rabbia il professore fece dietro-front e si lanciò di corsa su per la strada, ma la sirena della polizia si sentiva ormai vicinissima.

Shay scartò di lato in direzione di un folto d’alberi… ma d’improvviso una figura magra balzò fuori dai cespugli bagnati piombando su di lui in un groviglio di braccia e di gambe.

L’auto della polizia apparve proprio in quel momento: una frenata brusca e due poliziotti saltarono giù, acciuffando il professor Shay e il suo aggressore.

Al sopraggiungere degli altri, il comandante Reynolds, sceso anche lui dalla macchina, li guardò con aria interrogativa: davanti a lui stavano il professore… e Stebbins! - Che succede, ragazzi? - chiese il commissario.

- O questo giovanotto il ladro? Quel tale Stebbins? - Sì, sono Stebbins - gridò il giovane dai capelli scomposti - ma non sono un ladro! Il ladro è Shay! - Ha ragione, commissario - intervenne Jupiter - il ladro è il professore! - Poi espose in breve le sue deduzioni.

Ho il sospetto che Stebbins non abbia mai commesso alcun furto: penso che avesse scoperto che il professor Shay stava dando la caccia al tesoro di Angus Gunn, e che allora il professore l’abbia mandato in prigione sotto una falsa accusa! - Proprio così - confermò Stebbins.

- Appena liberato sulla parola sono tornato qui per sorvegliare il professore e provare la mia innocenza! Il comandante Reynolds fissò severamente Shay.

- Se lei è in possesso del tesoro, professore, le consiglio di dirci subito dove l’ha nascosto: le andrà meglio in seguito.

Il professor Shay aggrottò la fronte.

- E va bene, Jupiter mi ha battuto: il sedile posteriore della mia macchina è vuoto internamente, ho messo tutto lì dentro.

~imosso il sedile, i due poliziotti estrassero una pesante giacca da marinaio coi relativi pantaloni e col consunto berretto gallonato, un paio di stivali infangati… e una perfetta maschera di gomma con le sembianze di Giava Jim, corredata di barba nera, cicatrici e tutto! - Non doveva far altro che infilarsela in testa - constatò il commissario - e con questo abbigliamento, contraffacendo la voce… ecco saltar fuori Giava Jim! Ma nessuno stava a sentire il commissario: erano tuiti intenti a contemplare la massa luccicante che era comparsa sotto quegli indumenti.

Anelli, braccialetti, collane, pugnali e scatolette incastonati di pietre preziose, centinaia e centinaia di monete d’oro: un intero bottino di pirati delle Indie Orientali, ricavato da innumerevoli imprese per mare e per terra! - Per Giove - riuscì appena a dire Pete.

- Deve valere miliardi!

- Fantastico - mormorò il comandante Reynolds.

- Non riesco quasi a crederci! - esclamò Rory stupefatto.

questo punto il professor Shay cominciò a protestare.

- Il tesoro è mio, mi sentite? Non sono io il ladra, era il ~ecchio Angus che aveva rubato il bottino al capitano della Regina diA.

lgyll: io sono un discendente del capitano! _ Qllesta è una faccenda che potrà riguardare il tribunale - dichiarò Reynolds con fermezza.

- Dopo cent’anni, dubito che lei possa provare le sue asserzioni, e del resto anche il suo antenato rubò il tesoro… benché lo avesse rubato ai pirati, e questi a loro volta lo avessero rubato per primi! Direi che ora appartenga di diritto alla signora Gunne lei, se non come ladro, può andare tranquillanlente in prigione per violazione di domicilio e aggressione! - E per aver montato un’accusa contro Stebbins! - aggiunse Bob.

Il comandante Reynolds annui.

- Agenti, portate via il professore! ntre Shay veniva caricato sulla macchina della polizia, ~li altri insieme a Reynolds entrarono in casa, per procurarsi una cassa in cui riunire il tesoro, che doveva servire come prova finché la giustizia non avesse fatto il suo corso.

Cluny, tutto eccitato, mise la madre al corrente degli imi sensazionali avvenimenti: la signora Gunn non poteva quasi credere alle sue orecchie.

- Allora il tesoro c’è, e voi lo avete trovato? - ripeté sbalordita.

Sì, ed è nostro! - gridò Cluny.

- Siamo ricchi, mamma! I.

a signora sorrise.

- O tutto ancora da vedersi, ma vi ringrazio, ragazzi: siete davvero dei fantastici detective! I tre Investigatori si sentivano molto fieri di sé.

- Jupiter? - disse però Pete a un certo punto.

- C’è una cosa sola che non capisco.

Il professor Shay ha sempre fatto la parte di Giava Jim per dare la caccia al tesoro, ma tu hai detto che Rory ha dato fuoco al capanno, ci ha rinchiusi nella baracca e ha sempre cercato di ostacolare le nostre ricerche: perché mai l’avrà fatto? Jupiter rivolse a Rory un sorriso.

- Beh, non ne sono proprio sicuro, Secondo, ma credo di poter indovinare: Rory vorrebbe sposare la signora Gunn e temeva che se fosse diventata ricca non si sarebbe più curata di lui! La signora guardò Rory con sorpresa, mentre il rude scozzese diventava rosso come un peperone.

- Oh, Rory -disselasignoraconunsorriso-nonavreimaiimmaginato! E tutti lo guardarono con simpatia, mentre finiva di arrossire fino alla radice dei capelli.

22 Seduto alla sua scrivania, Alfred Hitchcock trasse un profondo sospiro.

I Tre Investigatori erano di nuovo piombati nel suo ufficio con una storia incredibile.

- Così - ricapitolò il famoso regista - dopo cent’anni c’era davvero un tesoro, e nonostante difficoltà apparentemente insormontabili voi l’avete trovato! Molto bene~ molto bene: bisogna rendere onore a una simile tenacia da bulldog! - Grazie, signor Hitchcock! - esclamarono insieme Bob e Pete.

- Abbiamo anche ricevuto alcuni oggetti che facevano parte del tesoro - spiegò Jupiter.

- La signora Gunn ce li ha dati a titolo di ricompensa, e ci ha detto anche di tenere l’anello che avevamo trovato nello scomparto segreto del cofano orientale: mi risulta che è alquanto prezioso.

Da parte nostra abbiamo pensato che questo potesse far piacere a lei.

- E tirò fuori un pugnale malese incrostato di pietre preziose.

- Per la sua collezione: una vera arma dei pirati delle Indie Orientali.

- Grazie, Jupiter - disse Hitchcock - ma forse quello che mi interessa di più è tutta questa storia: potrei anche trovarvi lo spunto per un film.

Il professor Shay è davvero un discendente di quello scellerato capitano della Regina di Argyll ? - Sì - rispose Jupiter - ed è anche uno storico autentico, oggi, dopo aver fatto il marinaio in gioventù.

Fu il suo interesse per il mare e per la storia insieme a fargli studiare il passato della sua famiglia, mettendo in luce la faccenda del tesoro.

Allora venne a lavorare qui per star dietro alla cosa, e 4uando Stebbins scoprì di che cosa si stava occupando lo spedì in gattabuia con una falsa accusa.

Avuto sott’occhio il primo diario del vecchio Angus, che la signora Gunn aveva ceduto all’Istituto di Studi Storici, si rese conto dello sfasamento di due mesi tra la fine del diario e l’assassinio di Angus, e immaginò che dovesse esserci un secondo diario.

S’introdusse più volte in casa Gunn per esaminare gli oggetti del vecchio, e rintracciò anche quelli che la signora aveva venduto.

Non essendo riuscito a recuperare il cofano a San Francisco, andò al museo del signor Acres, che però era un suo conoscente: allora, affinché nessuno potesse sospettare che stava dando la caccia al tesoro, pensò di servirsi del travestimento di Giava Jim.

In principio, dunque, il travestimento gli servì per evitare di essere riconosciuto e di destare dei sospetti: poi, quando si unì a noi nelle ricerche, aveva necessità di dimostrare l’esistenza di questo misterioso Giava Jim, e inventò la storia dell’irruzione all’Istituto.

Questo fu un errore, perché Giava Jim non avrebbe avuto un vero motivo per farlo: nel momento in cui ho sospettato che Shay fosse il ladro, questo è stato il primo dubbio che mi si è presentato.

- Ah, la mente criminale - commentò Hitchcock.

- In cerca di perfezione, si spinge troppo lontano.

- Shay non è un vero criminale - osservò Bob.

- Si è solo lasciato trasportare troppo oltre dall’avidità: ora è pentito di tutto.

La signora Gunn, d’altra parte, ha riconosciuto anche i suoi diritti sul tesoro, e gliene darà un terzo: Shay se ne servirà per pagarsi la difesa e il resto lo donerà quasi tutto all’Istituto.

- La signora è una donna molto generosa - affermò il famoso regista.

- forse il professore si correggerà dei suoi errori: pensate che andrà in prigione? - La signora Gunn non ha intenzione di intentargli causa - rispose Jupiter - e noi nemmeno, e del resto non ci sono prove che fu lui a penetrare in casa Gunn: ma non potrà evitare di essere sottoposto a giudizio per la sua colpa più grossa: la calunnia e la falsa testimonianza contro Stebbins, finito ingiustamente in prigione per le sue accuse.

Hitchcock annuì solennemente.

- Il giovane Stebbins controllava il professore solo per cercar di provare la propria innocenza? - Sì - confermò Pete.

- E tentava disperatamente di scoprire quante cose sapeva Shay in merito al tesoro.

Avendolo seguito mentre si introduceva nel cortile della Bottega del Recupero sotto le spoglie di Giava Jim, lo vide fuggire col taccuino e subito dopo accorgersi di avere in realtà solo la copertina: si rese conto quindi che doveva esserci un secondo diario, ma non sapendo che noi ne eravamo effettivamente in possesso, andò a cercarlo al Lago del Fantasma: fu allora che Rory lo scoprì e si lanciò al suo inseguimento a cavallo.

- In seguito - dedusse Hitchcock - vide voi col diario e lo fotografò per poter sapere cosa sarebbe successo: voleva davvero aiutarvi, ma temeva che nessuno gli avrebbe creduto contro il professor Shay.

- Proprio così! - esclamò Bob.

- Temeva che avremmo creduto a qualsiasi cosa il professore potesse dirci, così si limitò a starci dietro, nella speranza di trovare (lualche prova contro Shay e aiutandoci nello stesso tempo a uscire dalle situazioni più incresciose.

- E stato completamente scagionato - annunciò Jupiter.

- L’Istituto di Studi Storici gli ha restituito l’incarico.

- Ottimamente! - si rallegrò Hitchcock.

- E cosa n’è stato del romantico Rory? Jupiter sorrise.

- Beh, ha ammesso che vorrebbe sposare la signora Gunn, e che ha cercato di fermarci solo perché temeva che lei non avrebbe più voluto un poveraccio, se fosse diventata ricca.

- E la signora cosa ne dice di questa proposta di matrimonio? - Dice che ci penserà - rispose Pete con un sorrisetto.

- Ah, allora significa che lo sposerà - concluse il famoso regista.

- Ottimo lavoro, giovanotti, mi congratulo con voi Hitchcock si alzò per por termine all’incontro, ma un istante dopo lanciò a Jupiter un’occhiata curiosa.

- Il tuo ragionamento è stato eccellente, Jupiter, ma mi coglie il dubbio che potesse esserci un’altra spiegazione al fatto che il terreno sotto la macchina di Shay fosse asciutto… Che un vero Giava Jim si fosse fermato lì prima del professore, per ese~pio: e i motori si raffreddano in fretta sotto la piGggia.

- O vero - ammise Jupiter - ma quando ho sospettato che il professore fosse Giava Jim, mi sono ricordato di un errore ancora più grave da lui commesso.

Hitchcock aggrottò la fronte.

- Quale errore, giovanotto? - Quando Rory diede fuoco al capanno, finse di aver visto Giava Jim, ma il professore insisté nel dire che il fuggitivo era invece Stebbins.

Naturalmente non aveva visto nessuno, ma si mise a discutere con Rory, soltanto perché… - Perché sapeva che Rory non poteva aver visto Giava Jim - finì llitchcock - dato che Giava Jim era lui! - Già.

- Jupiter sorrise.

- E stava per commettere lo stesso errore qualche minuto prima che scoprissi il terreno asciutto sotto la sua macchina! Quando i ragazzi si furono accomiatati, Hitcl1cock si trovò a sospirare alla sua scrivania: qua~i quasi si serltiva dispiaciuto per qualunque crinnale avesse la sventura di imbattersi in Jupiter Jones!

 

FINE.