21.
Giovedì 3 luglio - giovedì 10 luglio

Lisbeth Salander si svegliò prima di Mikael, verso le sei del mattino. Mise su l’acqua del caffè e si infilò sotto la doccia. Quando Mikael si svegliò alle sette e mezza, era intenta a leggere il riassunto del caso Harriet Vanger nell’iBook. Mikael entrò in cucina con un lenzuolo intorno alla vita, stropicciandosi gli occhi per scacciare le ultime tracce di sonno.

«C’è del caffè pronto» disse lei.

Mikael sbirciò sopra la sua spalla.

«Quel documento era protetto da password» disse.

Lei voltò la testa e alzò gli occhi fissandolo.

«Ci vogliono trenta secondi per scaricare un programma da Internet che sbriciola la protezione di Word» disse.

«Io e te dobbiamo fare un discorso su questa faccenda del tuo e del mio» disse Mikael, avviandosi verso la doccia.

Quando tornò, Lisbeth aveva spento il computer e l’aveva rimesso al suo posto nello studiolo. Adesso stava lavorando sul proprio PowerBook. Mikael tuttavia era piuttosto incline a credere che avesse già trasferito il contenuto di un computer nell’altro.

Lisbeth Salander era una drogata dell’informazione con una concezione estremamente elastica dell’etica e della morale.

Mikael si era appena seduto al tavolo della colazione quando bussarono alla porta d’ingresso. Andò ad aprire. Martin aveva un’aria talmente contegnosa che per un attimo temette che fosse venuto ad annunciare il decesso di Henrik Vanger.

«No, Henrik sta esattamente come ieri. Sono qui per tutt’altro motivo. Posso entrare un momento?»

Mikael lo fece accomodare e gli presentò la «collaboratrice alle ricerche» Lisbeth Salander. Lei rivolse una mezza occhiata all’industriale e gli fece un rapido cenno del capo prima di tornare di nuovo al computer. Martin la salutò automaticamente, ma con un’aria così distratta che sembrò accorgersi appena della sua presenza. Mikael gli versò una tazza di caffè e lo invitò a sedersi.

«Di che si tratta?»

«Tu non sei abbonato all’Hedestads-Kuriren

«No. Lo leggo qualche volta su al caffè di Susanne.»

«Quindi non hai letto il giornale di oggi.»

«Dal tuo tono sembrerebbe che dovessi farlo.»

Martin mise il giornale sul tavolo di fronte a Mikael. C’era un articolo su due colonne dedicato a lui in prima pagina, con proseguimento a pagina quattro. Esaminò il titolo. QUI SI NASCONDE IL GIORNALISTA CONDANNATO PER DIFFAMAZIONE.

Il testo era illustrato con una foto scattata con il teleobiettivo dall’altura della chiesa dall’altra parte del ponte, che ritraeva Mikael in procinto di uscire dalla porta del suo chalet.

Il reporter Conny Torsson aveva fatto un buon lavoro artigianale mettendo insieme il suo ritratto denigratorio di Mikael. Il testo ricapitolava l’affare Wennerström ed evidenziava che Mikael aveva lasciato Millennium coperto di vergogna e che di recente aveva scontato una pena detentiva. Il testo si concludeva con la consueta affermazione che Mikael si era rifiutato di rilasciare dichiarazioni all’Hedestads-Kuriren. Il tono era tale che difficilmente a qualche cittadino di Hedestad sarebbe sfuggito che in paese circolava un Losco Figuro venuto su dalla capitale. Nessuna delle affermazioni contenute nel testo era contestabile, ma erano elaborate in modo tale da mettere Mikael in una luce sospetta; immagini e testo erano dello stesso genere che si usa per presentare dei terroristi politici. Millennium era descritto come un «giornale agitatore» di bassa credibilità e il libro di Mikael sul giornalismo economico era definito come «una raccolta di affermazioni controverse» su rispettati giornalisti.

«Mikael… io non ho parole per esprimere ciò che ho provato nel leggere questo articolo. È disgustoso.»

«Questo è un lavoro su commissione» rispose Mikael tranquillo. Guardò Martin con occhio indagatore.

«Spero che tu capisca che io non ho nulla a che fare con questa storia. Stamattina mi è andato di traverso il caffè quando ho letto il giornale.»

«Chi?»

«Ho fatto qualche telefonata. Conny Torsson è un sostituto estivo. Ma ha fatto il lavoro su incarico di Birger.»

«Non credevo che Birger avesse qualche influenza sulla redazione, ma nonostante tutto è pur sempre un consigliere comunale e un uomo politico.»

«Formalmente non ha nessuna influenza. Ma il caporedattore del Kuriren è Gunnar Karlman, figlio di Ingrid Vanger, del ramo della famiglia che fa capo a Johan Vanger. Birger e Gunnar sono amici intimi da molti anni.»

«Capisco.»

«Torsson sarà licenziato con effetto immediato.»

«Quanti anni ha?»

«A essere sinceri non lo so. Non l’ho mai incontrato.»

«Non licenziarlo. Quando mi ha telefonato mi è sembrato un giovane reporter abbastanza inesperto.»

«Questa storia non può passare senza conseguenze.»

«Se vuoi il mio parere, è un po’ paradossale che il caporedattore di un giornale che fa capo alla famiglia Vanger vada all’attacco di un altro giornale di cui Henrik Vanger è comproprietario e che annovera te fra i membri del consiglio d’amministrazione. Il caporedattore Karlman attacca te e Henrik.»

Martin ponderò le parole di Mikael ma poi scosse lentamente la testa.

«Capisco che cosa vuoi dire. Dovrei scaricare la responsabilità su chi ce l’ha. Karlman è socio del nostro gruppo e ha sempre fatto manovre occulte contro di me, ma questa sembra essere soprattutto la vendetta di Birger perché hai troncato i suoi vaneggiamenti nel corridoio dell’ospedale. Ti vede come il fumo negli occhi.»

«Lo so. Per questo credo che Torsson sia comunque quello che ha meno colpe. Non è facile che un giovane sostituto dica di no quando il suo caporedattore gli ordina di scrivere in un certo modo.»

«Posso sempre pretendere che tu riceva delle scuse ufficiali sul numero di domani.»

«Non farlo. Si creerebbe solo uno scontro protratto che peggiorerebbe ulteriormente la situazione.»

«Perciò vuoi dire che non dovrei fare nulla?»

«Non ne vale la pena. Karlman farebbe certamente storie, e nel peggiore dei casi verresti dipinto come un farabutto che nella sua qualità di proprietario cerca di condizionare in modo illegittimo la libertà di espressione.»

«Scusami, Mikael, ma non sono d’accordo con te. Anch’io ho diritto di parola. Il mio parere è che questo articolo puzza — e ho intenzione di mettere in chiaro quale sia la mia personale posizione al riguardo. Nonostante tutto sono quello che sostituisce Henrik nel consiglio d’amministrazione di Millennium e in tale ruolo non posso lasciar passare impunite simili insinuazioni.»

«Okay.»

«Perciò chiederò di poter replicare. E con l’occasione dipingerò Karlman come un idiota. Potrà solo rimproverare se stesso.»

«Okay, è giusto che tu agisca secondo le tue convinzioni.»

«Per me è anche importante che tu capisca veramente che non ho nulla a che fare con questo infame attacco.»

«Ti credo» rispose Mikael.

«Inoltre, in realtà non vorrei affrontare adesso l’argomento, ma questo rende attuale ciò di cui abbiamo già discusso. È importante riportarti alla redazione di Millennium in modo da poter mostrare un fronte unito verso l’esterno. Finché tu sarai lontano, le chiacchiere continueranno a girare. Io credo in Millennium e sono convinto che possiamo vincere questa battaglia insieme.»

«Capisco il tuo punto di vista, ma adesso tocca a me essere in disaccordo con te. Io non posso rompere il contratto con Henrik, e il fatto è che nemmeno lo voglio. Capisci, a quell’uomo ormai sono affezionato. E poi questa faccenda di Harriet…»

«Sì?»

«Capisco che per te è pesante e mi rendo conto che Henrik ne è stato ossessionato per molti anni.»

«Detto fra noi, voglio molto bene a Henrik e lui è il mio mentore, ma con Harriet è arrivato davvero al limite dell’ossessione.»

«Quando ho cominciato questo lavoro pensavo che fosse tempo sprecato. Ma sta di fatto che contro ogni aspettativa abbiamo trovato nuovo materiale. Credo che siamo prossimi a un passo avanti che renderà possibile dare una risposta all’interrogativo su ciò che accadde.»

«Non vuoi raccontarmi che cos’è che avete trovato?»

«Ai sensi del contratto non posso discutere di questa cosa con nessuno senza la personale approvazione di Henrik.»

Martin appoggiò il mento alla mano. Mikael lesse il dubbio nei suoi occhi. Alla fine, Martin prese una decisione.

«Okay, in tal caso la cosa migliore che possiamo fare è risolvere al più presto il mistero di Harriet. Allora ti dico questo: io ti darò tutto l’appoggio che posso in modo che tu concluda al più presto il lavoro in maniera soddisfacente e quindi faccia ritorno a Millennium

«Bene. Non voglio proprio dovermi scontrare anche con te.»

«Non ne avrai nessun bisogno. Hai il mio pieno appoggio. Puoi rivolgerti a me quando vuoi se incontri dei problemi. Insisterò energicamente con Birger perché non ti ostacoli in nessun modo. E cercherò di parlare con Cecilia in maniera che si dia una calmata.»

«Grazie. Devo avere la possibilità di porle delle domande, e ormai è un mese che ignora tutti i miei tentativi di dialogo.»

D’un tratto Martin sorrise.

«Forse avete altre faccende da chiarire. Ma in questo non mi voglio immischiare.»

Si strinsero la mano.

Lisbeth Salander aveva ascoltato in silenzio lo scambio di battute fra Mikael e Martin Vanger. Quando Martin se ne fu andato, si allungò a prendere l’Hedestads-Kuriren e scorse rapidamente l’articolo. Poi mise da parte il giornale senza fare commenti.

Mikael rimase seduto in silenzio a riflettere. Gunnar Karlman era nato nel 1942 e di conseguenza nel 1966 aveva ventiquattro anni. Era anche una delle persone che erano presenti sull’isola quando Harriet era scomparsa.

Dopo colazione Mikael mise la sua collaboratrice a studiare l’inchiesta della polizia. Selezionò il materiale e le diede i fascicoli che si concentravano sulla scomparsa di Harriet. Le passò tutte le immagini dell’incidente sul ponte, e anche il lungo riassunto delle indagini private di Henrik.

Quindi Mikael andò a casa di Dirch Frode e gli fece preparare un contratto di assunzione in forza del quale Lisbeth veniva ingaggiata come collaboratrice per un mese.

Quando fece ritorno allo chalet, Lisbeth si era trasferita in giardino ed era immersa nella lettura dell’inchiesta. Mikael entrò in casa e scaldò il caffè. La osservò attraverso la finestra della cucina. L’impressione era che stesse leggendo in maniera selettiva, dedicando a ogni pagina un massimo di dieci o quindici secondi. Sfogliava il fascicolo in modo meccanico e Mikael si stupì che leggesse in maniera così negligente; gli sembrava una contraddizione, considerata l’impressione di competenza che aveva dato nella sua indagine. Prese due tazze di caffè e le fece compagnia al tavolo in giardino.

«Quello che hai scritto sulla scomparsa di Harriet l’hai scritto prima di scoprire che stiamo dando la caccia a un serial killer.»

«Esatto. Ho annotato cose che credevo fossero importanti, domande che volevo porre a Henrik Vanger e altro. Come sicuramente ti sarai accorta, non era un lavoro granché strutturato. Fino a questo momento in realtà ho solo brancolato nel buio e cercato di scrivere una storia — un capitolo nella biografia di Henrik Vanger.»

«E adesso?»

«In precedenza ogni indagine si è concentrata sull’isola di Hedeby. Adesso sono convinto che questa vicenda sia cominciata a Hedestad qualche ora prima. Questo cambia la prospettiva.»

Lisbeth annuì. Rifletté un momento.

«Sei stato forte a scoprire questa faccenda delle immagini» disse.

Mikael sollevò le sopracciglia. Lisbeth Salander non sembrava una persona molto prodiga di lodi, e si sentì curiosamente lusingato. D’altro canto, da un punto di vista squisitamente giornalistico era in effetti un’impresa piuttosto insolita.

«Adesso completa con i dettagli. Com’è andata con quella foto cui hai dato la caccia su a Norsjö?»

«Vuoi dire che non hai dato un’occhiata alle immagini nel mio computer?»

«Non ho avuto tempo. Preferivo leggere che idee ti eri fatto e quali conclusioni ne avevi tratto.»

Mikael sospirò, avviò il suo portatile e cliccò sulla cartella delle immagini.

«È affascinante. La mia visita a Norsjö è stata un successo e anche una totale delusione. Ho trovato la fotografia, ma non dice granché.»

«Quella donna, Mildred Berggren, ha conservato tutte le fotografie delle vacanze in un album dove ha ordinatamente incollato quelle importanti e anche quelle senza grande significato. Compresa quella fotografia. Era stata fatta con una pellicola a colori di bassa qualità. Dopo trentasette anni la copia è alquanto sbiadita e tende pesantemente al giallino, ma aveva ancora i negativi dentro una scatola da scarpe. Mi ha prestato tutti i negativi delle foto di Hedestad e io li ho scansionati e riversati nel computer. Questo è ciò che ha visto Harriet quel giorno.»

Cliccò su un’immagine classificata Harriet/bd-19.eps.

Lisbeth capì la sua delusione. Ciò che si trovò davanti era un’immagine leggermente sfuocata presa con il grandangolo, che mostrava i pagliacci della sfilata della Giornata dei bambini. Sullo sfondo si scorgeva l’angolo del negozio di abbigliamento maschile Sundströms. Sul marciapiede c’erano una decina di persone, fra i pagliacci e l’inizio del carro successivo.

«Credo che sia questa la persona che vide. Sia perché ho cercato di triangolare ciò su cui puntava lo sguardo basandomi su com’era voltato il suo viso — ho disegnato con precisione l’incrocio —, e sia perché questa è l’unica persona che sembra guardare dritto nell’obiettivo. Quindi, questa persona stava guardando Harriet.»

Ciò che Lisbeth vedeva era una figura sfuocata che stava alle spalle degli spettatori, un po’ all’interno della via traversa. Indossava una giacca a vento scura con una striscia rossa sulle spalle e calzoni scuri, forse jeans. Mikael zoomò in modo che la figura riempisse tutto lo schermo dalla vita in su. L’immagine diventò subito più confusa.

«È un uomo. Alto circa uno e ottanta, corporatura normale. Capelli biondo scuro, semilunghi, niente barba. Ma è impossibile distinguere i lineamenti o valutare l’età. Può essere un adolescente così come un uomo maturo.»

«Si potrebbe manipolare l’immagine…»

«L’ho già fatto. Ne ho perfino mandato una copia a Christer Malm di Millennium, che a manipolare immagini è un vero demonio.» Mikael cliccò su un’altra immagine. «Questo è il meglio che si riesca a ottenere. La macchina fotografica era troppo scarsa e la distanza troppo grande.»

«Hai fatto vedere la foto a qualcuno? La gente può riconoscere una persona dalla postura…»

«L’ho mostrata a Dirch Frode. Non ha la minima idea di chi possa essere.»

«Dirch Frode non è probabilmente la persona più attenta di Hedestad.»

«No, ma è per lui e Henrik Vanger che lavoro. Voglio mostrare la foto anche a Henrik prima di cominciare a farla vedere in giro.»

«Magari è soltanto uno spettatore come gli altri.»

«È possibile. Ma in tal caso è riuscito a provocare in Harriet una reazione ben strana.»

Nella settimana successiva, Mikael e Lisbeth lavorarono al caso Harriet praticamente in ogni momento di veglia. Lisbeth continuava la lettura dell’inchiesta e sparava una domanda via l’altra, Mikael cercava di rispondere. La verità poteva essere una sola, e ogni risposta esitante e ogni elemento poco chiaro conducevano a ragionamenti approfonditi. Un’intera giornata la dedicarono a esaminare lo schema temporale entro cui si erano mossi gli attori dell’incidente sul ponte.

Agli occhi di Mikael, Lisbeth Salander continuava a essere un fenomeno pieno di contraddizioni. Benché all’apparenza si limitasse a una rapida scorsa dei testi, si fissava di continuo sui dettagli più secondari e discordanti.

Al pomeriggio facevano una pausa, quando il caldo rendeva impossibile stare in giardino. Qualche volta scendevano a fare il bagno nel canale o facevano una passeggiata fino al Caffè del Ponte. Susanne improvvisamente trattava Mikael con una certa freddezza ostentata. Lui si rendeva conto che Lisbeth aveva quasi l’aria della minorenne eppure abitava palesemente in casa sua, il che agli occhi di Susanne lo faceva sembrare un vecchio sporcaccione. Era una sensazione sgradevole.

Mikael continuava a fare il suo giro di corsa tutte le sere. Lisbeth non commentava i suoi allenamenti quando, ansante, faceva ritorno allo chalet. Correre sopra tronchi e pietre non corrispondeva evidentemente al suo concetto di passatempo estivo.

«Io ho superato i quaranta» le disse Mikael una volta. «Devo fare del moto se non voglio mettere su pancia.»

«Aha.»

«Tu non fai mai ginnastica?»

«Ogni tanto tiro di boxe.»

«Boxe?»

«Sì, sai, quella che si fa coi guantoni.»

Mikael andò a fare la doccia e cercò di immaginarsi Lisbeth su un ring. Non era sicuro che non avesse voluto prenderlo in giro. Ma c’era solo da fare una domanda.

«In quale categoria tiri di boxe?»

«In nessuna. Faccio solo ogni tanto da sparring partner con i ragazzi di una palestra di Söder.»

Perché non mi stupisce?, pensò Mikael. Ma constatò che a ogni modo gli aveva raccontato qualcosa di se stessa. Ignorava ancora molte cose di lei, come avesse cominciato a lavorare per Dragan Armanskij, che grado di istruzione avesse o che cosa facessero i suoi genitori. Non appena Mikael cercava di fare domande sulla sua vita privata, lei si chiudeva come un riccio e rispondeva a monosillabi o lo ignorava completamente.

Un pomeriggio Lisbeth Salander mise da parte tutto d’un tratto un fascicolo e guardò Mikael con una ruga fra le sopracciglia.

«Che cosa sai di Otto Falk? Il prete?»

«Piuttosto poco. Ho incontrato l’attuale pastore all’inizio dell’anno, e mi ha raccontato che Falk è ancora in vita ma è ricoverato in una qualche casa di cura per anziani a Hedestad. Alzheimer.»

«Di dov’era?»

«Di qui. Di Hedestad. Aveva studiato a Uppsala e aveva circa trent’anni quando era tornato nella sua città natale.»

«Era scapolo. E Harriet lo frequentava.»

«Perché ti interessa?»

«Constatavo solo che lo sbirro, quel Morell, è stato piuttosto tenero con lui negli interrogatori.»

«Negli anni sessanta i preti avevano ancora una certa posizione nella società. Che abitasse qui sull’isola, vicino al potere per così dire, era naturale.»

«Mi chiedo quanto sia stata accurata la polizia nella perquisizione della canonica. Nelle foto si vede che era un grande edificio di legno e dovevano esserci un bel po’ di posti dove occultare un corpo per un certo periodo.»

«È vero. Ma non c’è niente nel materiale che indichi un possibile collegamento con gli omicidi seriali o con la scomparsa di Harriet.»

«Invece sì» disse Lisbeth Salander con un sorriso storto. «In primo luogo era un prete, e se c’è qualcuno che ha un rapporto speciale con la Bibbia sono i preti. Secondariamente era stato l’ultimo a vedere Harriet e a parlare con lei.»

«Ma poi era subito sceso al luogo dell’incidente e vi era rimasto diverse ore. Lo si vede in un sacco di foto, in particolare nell’arco di tempo in cui deve essere scomparsa Harriet.»

«Usch, non ci metterei nulla a far crollare il suo alibi. Ma in effetti era a tutt’altro che pensavo. Questa storia parla di un sadico che ammazza le donne.»

«Sì?»

«Io ero… ho avuto un po’ di tempo libero la primavera scorsa e ho fatto parecchie letture sui sadici in un contesto del tutto diverso. Uno dei testi che ho letto era un manuale dell’Fbi, dove si sosteneva che una percentuale sorprendente dei serial killer catturati veniva da famiglie in difficoltà e si era dedicata alla tortura degli animali durante l’infanzia. Un certo numero di serial killer americani inoltre si era reso colpevole di incendio doloso.»

«Sacrifici animali e olocausti, vuoi dire.»

«Proprio. Animali torturati e fuoco compaiono in più d’uno dei casi della lista di Harriet. Ma quello a cui pensavo in realtà era che la canonica fu distrutta da un incendio alla fine degli anni settanta.»

Mikael rifletté un momento.

«Troppo vago» disse poi.

Lisbeth Salander annuì. «Concordo. Ma da non trascurare. Nell’inchiesta non trovo niente sulle cause dell’incendio e sarebbe interessante sapere se si verificarono altri incendi misteriosi negli anni sessanta. Inoltre sarebbe interessante informarsi se ci furono casi di torture o di mutilazioni di animali nella zona in quel periodo.»

Quando Lisbeth andò a coricarsi, la settima notte a Hedeby, era vagamente irritata con Mikael Blomkvist. Per un’intera settimana aveva trascorso in pratica ogni minuto della sua giornata con lui; normalmente, sette minuti in compagnia di un’altra persona erano più che sufficienti per farle venire il mal di testa.

Sapeva da un pezzo di non essere tagliata per le relazioni sociali, e si era organizzata una vita da eremita. E ne era perfettamente soddisfatta, purché la gente la lasciasse in pace a farsi gli affari suoi. Purtroppo il mondo circostante non era sempre così comprensivo, ed era costretta a difendersi da autorità sociali, commissioni per la protezione dei minori, uffici tutori, autorità fiscali, polizia, curatori, psicologi, psichiatri, insegnanti e buttafuori dei locali che — a eccezione di quelli del Kvarnen che ormai la conoscevano — non volevano farla entrare benché ormai avesse già venticinque anni. C’era un esercito intero di persone che sembrava non avere di meglio da fare che cercare di governare la sua vita e, se gliene veniva offerta l’occasione, correggere il modo in cui aveva deciso di vivere.

Aveva imparato presto che piangere non serviva a nulla. Aveva anche imparato che in ogni occasione in cui aveva cercato di attirare l’attenzione di qualcuno su qualche aspetto della sua vita la situazione era soltanto peggiorata. Di conseguenza stava a lei stessa risolvere i suoi problemi con i metodi che riteneva necessari. Cosa di cui l’avvocato Bjurman era stato costretto ad accorgersi.

Mikael Blomkvist aveva la stessa irritante capacità di tutti gli altri di curiosare nella sua vita privata e fare domande a cui lei non voleva rispondere. Ma non reagiva affatto come la maggior parte degli uomini che aveva conosciuto.

Quando ignorava le sue domande, lui si limitava ad alzare le spalle e lasciava cadere il discorso, senza più importunarla. Stupefacente.

La sua prima mossa, quando aveva messo le mani sull’iBook del giornalista la prima mattina allo chalet, era stata naturalmente di riversare tutte le informazioni nel suo computer. In tal modo avrebbe avuto poca importanza se lui l’avesse esclusa dal caso; lei avrebbe avuto comunque accesso a tutto il materiale.

Ma dopo l’aveva intenzionalmente provocato facendosi trovare seduta a leggere i documenti nel suo iBook quando si era svegliato. Si era aspettata una sfuriata. Invece lui aveva messo su un’aria quasi rassegnata e aveva borbottato qualcosa di ironico, era andato a fare la doccia e poi aveva cominciato a discutere di quello che lei aveva letto. Un tipo davvero strano. Si era quasi indotti a credere che si fidasse di lei.

Ma che lui sapesse del suo talento di hacker era una faccenda seria. Lisbeth Salander era consapevole che il termine giuridico dell’attività cui lei si dedicava, sia professionalmente che come hobby, era intrusione informatica e sapeva che poteva essere punita con la reclusione fino a due anni. Era un punto molto sensibile per lei — non voleva finire sotto chiave e inoltre una pena detentiva avrebbe comportato con ogni probabilità che sarebbe stata privata dei suoi computer e di conseguenza dell’unica occupazione in cui era davvero brava. Non aveva mai nemmeno preso in considerazione di raccontare a Dragan Armanskij o a qualcun altro come faceva a procurarsi le informazioni per cui la pagavano.

A eccezione di Plague e di poche altre persone nella rete che come lei si dedicavano all’hacking a livello professionale — la maggior parte delle quali la conosceva solo come Wasp e non sapeva chi era né dove abitava —, solo Kalle Blomkvist aveva scoperto il suo segreto. L’aveva beccata perché lei aveva fatto un errore in cui neppure un principiante dodicenne sarebbe caduto, il che dimostrava soltanto che il suo cervello stava andando in pappa e che si meritava la fustigazione. Ma lui non era andato su tutte le furie e non aveva mosso cielo e terra, no, anzi, l’aveva assunta.

Di conseguenza era vagamente perplessa.

Mentre stavano consumando uno spuntino notturno subito prima che lei andasse a coricarsi, lui d’improvviso le aveva chiesto se era una brava hacker. Con suo stesso stupore, lei gli aveva dato una risposta molto spontanea.

«Probabilmente la migliore della Svezia. Ci sono forse altre due o tre persone grossomodo al mio livello.»

Non aveva nessun dubbio di avere detto la verità. Un tempo Plague era stato meglio di lei, ma ormai l’aveva superato da un pezzo.

Pronunciare quelle parole le aveva fatto però uno strano effetto. Non l’aveva mai fatto prima. Non aveva mai avuto nessun estraneo con cui affrontare quel genere di discorso, e d’un tratto si trovò a compiacersi del fatto che lui sembrasse colpito delle sue capacità. Anche se poi aveva rovinato quella sensazione chiedendole come avesse imparato a introdursi illecitamente nei computer.

Non sapeva come rispondere. L’ho sempre saputo fare. Era andata a letto senza neanche augurargli la buona notte.

Per confonderla ulteriormente, Mikael all’apparenza non aveva reagito al fatto che se ne fosse andata e basta. Stesa nel letto, lo sentì muoversi avanti e indietro in cucina, sparecchiare la tavola e lavare i piatti. Era sempre rimasto alzato più a lungo di lei, ma adesso chiaramente anche lui stava per andare a letto. Lo sentì andare in bagno e poi in camera, e chiudere la porta. Dopo un momento sentì il cigolio, quando si stese nel letto, a mezzo metro da lei, ma dall’altra parte della parete.

Nella settimana in cui aveva abitato con lui, non le aveva mai fatto il filo. Aveva lavorato con lei, aveva chiesto il suo punto di vista, l’aveva bacchettata quando aveva pensato in modo sbagliato e aveva riconosciuto i suoi meriti quando l’aveva corretto. Diavolo, l’aveva proprio trattata come un essere umano.

D’un tratto si rese conto che la compagnia di Mikael Blomkvist le piaceva, e che forse si fidava addirittura di lui. Non si era mai fidata di nessuno tranne forse di Holger Palmgren. Anche se per motivi del tutto differenti. Palmgren era stato un prevedibile benefattore.

Si alzò di scatto, e andò alla finestra a guardare fuori nel buio, inquieta. La cosa più difficile per lei era mostrarsi nuda per la prima volta a un’altra persona. Era convinta che il suo corpo mingherlino fosse ripugnante. I suoi seni erano patetici. Non aveva dei fianchi che potessero definirsi tali. Ai suoi occhi, non aveva molto da offrire. Ma a parte questo era una donna perfettamente normale, con gli stessi desideri e le stesse pulsioni di tutte le altre. Rimase lì a cogitare per quasi venti minuti prima di decidersi.

Mikael era a letto con un romanzo di Sara Paretsky quando sentì abbassare la maniglia e si trovò davanti Lisbeth Salander. Si era avvolta un lenzuolo intorno al corpo e stava ritta in silenzio sulla soglia. Aveva l’aria di star pensando a qualcosa.

«Qualche problema?» domandò Mikael.

Lei scosse la testa.

«Che cosa vuoi?»

Lei si avvicinò, gli prese il libro e lo mise sul comodino. Poi si chinò e lo baciò sulla bocca. Le sue intenzioni non potevano essere più chiare di così. Si rannicchiò subito sul suo letto e lo guardò con espressione indagatrice. Mise una mano sul lenzuolo sopra il suo stomaco. Lui non protestò, lei si chinò e gli mordicchiò un capezzolo.

Mikael Blomkvist era profondamente perplesso. Dopo qualche secondo la afferrò per le spalle e la spinse lontano quel tanto che bastava per guardarla in faccia. Non sembrava indifferente.

«Lisbeth… non so se questa sia una buona idea. Noi dobbiamo lavorare insieme.»

«Ho voglia di fare sesso con te. E non avrò nessun problema a lavorare con te per questo, ma finirò per avere un dannatissimo problema con te se adesso mi cacci fuori di qui.»

«Ma non ci conosciamo quasi.»

Lei scoppiò a ridere, una risata breve, quasi come un colpo di tosse.

«Quando ho fatto la mia i-per su di te, ho potuto constatare che non ti sei mai fatto fermare da situazioni del genere. Al contrario, sei uno di quelli che non riescono a tenere lontane le mani dalle donne. Che cosa c’è che non va? Non sono abbastanza sexy per te?»

Mikael scosse la testa e cercò di tirare fuori qualcosa di intelligente da dire. Non ricevendo risposta, lei gli strappò via il lenzuolo e gli si sedette a cavalcioni sopra.

«Non ho preservativi» disse Mikael.

«Fregatene.»

Quando Mikael si svegliò, Lisbeth si era già alzata. La sentì trafficare con la macchina del caffè in cucina. Erano quasi le sette. Aveva dormito solo due ore e rimase steso nel letto, a occhi chiusi.

Non riusciva a capire Lisbeth Salander. In nessuna circostanza aveva mai lasciato trapelare neanche con un’occhiata che fosse minimamente interessata a lui.

«Buon giorno» disse Lisbeth Salander dalla porta. In effetti, stava quasi sorridendo.

«Ciao» disse Mikael.

«Abbiamo finito il latte. Vado su al distributore. Aprono alle sette.»

Fece dietro front così velocemente che Mikael non ebbe tempo di replicare. Sentì che si infilava le scarpe e prendeva la borsa e il casco, e poi la sentì uscire. Chiuse gli occhi. Poi sentì aprirsi di nuovo la porta d’ingresso e solo qualche secondo dopo lei era di nuovo sulla soglia della camera. Questa volta non sorrideva.

«È meglio se vieni fuori a vedere» disse con una strana voce.

Mikael fu subito in piedi e si infilò i jeans. Nel corso della notte qualcuno era venuto allo chalet con un regalo sgradito. Sulla veranda giaceva il cadavere mezzo carbonizzato di un gatto mutilato. Gli avevano mozzato le zampe e la testa, dopo di che il corpo era stato scuoiato e stomaco e intestini erano stati estratti; i resti erano sparsi accanto al cadavere, che pareva essere stato arrostito sul fuoco. La testa del gatto era intatta ed era stata piazzata sul sellino della moto di Lisbeth Salander. Mikael riconobbe la pelliccia marezzata.