2.
Venerdì 20 dicembre

Dragan Armanskij aveva cinquantasei anni ed era nato in Croazia. Suo padre era un ebreo armeno che veniva dalla Bielorussia. Sua madre una musulmana bosniaca di origini greche. Si era occupata lei della sua educazione e di conseguenza in età adulta si era ritrovato a far parte del grande gruppo eterogeneo che i mass-media definivano «musulmani». L’ufficio immigrazione lo registrò curiosamente come serbo. Il suo passaporto asseriva che era cittadino svedese e la fototessera mostrava un viso squadrato dalla mascella robusta, carnagione scura e tempie grigie. Lo chiamavano spesso l’arabo, benché non avesse il minimo elemento arabico nel suo albero genealogico. Piuttosto, era un incrocio genetico del genere che i balordi seguaci dell’eugenetica avrebbero descritto come materia umana inferiore.

Il suo aspetto ricordava vagamente lo stereotipo del piccolo boss locale in qualche film di gangster americano. In realtà non era né un trafficante di droga né un brutale esattore della mafia. Era un abile economista aziendale, che aveva cominciato a lavorare come assistente finanziario alla società di sicurezza Milton Security agli inizi degli anni settanta, e che tre decenni più tardi era arrivato a diventare direttore generale e capo operativo della società.

L’interesse per le questioni relative alla sicurezza era gradualmente cresciuto e si era trasformato in fascino. Era come un gioco di strategia — identificare minacce, sviluppare contromisure ed essere continuamente un passo avanti nei riguardi di spie industriali, ricattatori e ladri. Tutto aveva avuto inizio quando Armanskij scoprì che, con l’aiuto di una contabilità creativa, era stata commessa un’abile truffa ai danni di un cliente. Riuscì a dimostrare chi, in un gruppo di una dozzina di persone, stava dietro la pensata, e ancora trent’anni dopo ricordava il proprio stupore quando si era reso conto che l’intera frode era stata resa possibile dal fatto che l’azienda in questione aveva mancato di tappare qualche semplice buco nelle procedure di sicurezza. Quanto a lui, si era trasformato da contabile ad attore nello sviluppo della società, ed esperto in frodi economiche. Dopo cinque anni era entrato a far parte del gruppo dirigente della società e dopo altri dieci — non senza opposizioni — ne era diventato il direttore generale. Ormai l’opposizione era da tempo cessata. Durante i suoi anni nella società, aveva trasformato la Milton Security in una delle società svedesi di sicurezza più competenti e più gettonate.

La Milton Security aveva trecentottanta dipendenti a tempo pieno, più circa trecento altri affidabili collaboratori, che venivano utilizzati secondo necessità. Di conseguenza era un’azienda piccola, in confronto a giganti come la Falck o il Servizio di sorveglianza svedese. Quando Armanskij era stato assunto, si chiamava ancora Sorveglianza Johan Fredrik Milton s.p.a., e aveva un giro di clienti costituito per lo più da centri commerciali che avevano bisogno di persone che sorvegliassero i negozi e di guardiani muscolosi. Sotto la sua direzione, la società aveva cambiato nome assumendo il più internazionale Milton Security e puntando sulla tecnologia avanzata. Il personale aveva cambiato genere, e guardie notturne che avevano fatto il loro tempo, feticisti delle uniformi e liceali in cerca di lavoretti erano stati sostituiti da gente dotata di solide competenze. Armanskij assunse ex poliziotti di una certa età come capi operativi, politologi con nozioni di terrorismo internazionale, esperti di protezione personale e di spionaggio industriale e soprattutto tecnici delle telecomunicazioni ed esperti informatici. La sede era stata trasferita da Solna a locali più adeguati al nuovo rango nelle vicinanze di Slussen, nel cuore di Stoccolma.

Agli inizi degli anni novanta, la Milton Security era equipaggiata per offrire un genere del tutto nuovo di tranquillità a una schiera esclusiva di clienti, che consisteva principalmente di aziende di media grandezza con altissimo giro d’affari e di persone fisiche agiate — stelle del rock neoricche, operatori di Borsa e direttori di società dot.com. Una gran parte dell’attività puntava a offrire guardie del corpo e soluzioni di sicurezza ad aziende svedesi all’estero, soprattutto in Medio Oriente. Questo settore copriva al momento quasi il settanta per cento del fatturato della società. Sotto la guida di Armanskij, il fatturato era cresciuto da circa quaranta milioni di corone annui a quasi due miliardi. Vendere sicurezza era un affare estremamente lucrativo.

L’attività era suddivisa in tre aree principali: consulenze di sicurezza, che erano mirate a identificare pericoli possibili o immaginari; contromisure, che di solito consistevano nell’installazione di costose telecamere di sorveglianza, allarmi contro furti o incendi, sistemi di chiusura ed equipaggiamenti elettronici; e infine protezione personale di persone fisiche o aziende che avvertivano qualche forma di minaccia reale o immaginaria. Nell’arco di un decennio quest’ultimo mercato era diventato oltre quaranta volte più grande, e negli ultimi anni era venuto a crearsi un nuovo gruppo di clienti, donne agiate che cercavano protezione da ex boyfriend o mariti oppure da sconosciuti malintenzionati che le avevano viste alla tv e si erano fissati sulle loro magliette attillate o sul colore del loro rossetto. La Milton Security collaborava inoltre con rinomate aziende del settore in altri paesi europei e negli Usa, e si occupava della sicurezza di diversi ospiti internazionali in visita in Svezia; per esempio, una nota attrice americana che per un periodo di due mesi era stata impegnata nelle riprese di un film a Trollhättan, e il cui agente riteneva che il suo status fosse tale da necessitare di guardie del corpo nelle sue rare passeggiate intorno all’hotel.

Una quarta area, considerevolmente più piccola e che impiegava solo qualche collaboratore, si occupava di quelle che in gergo erano dette i-per, investigazioni sugli antecedenti personali.

Armanskij non era del tutto entusiasta di quella parte della loro attività. Era meno lucrativa sul piano finanziario e per giunta una materia rognosa, che si basava più sul giudizio e la competenza dei collaboratori che su nozioni di teletecnica o sull’installazione di discrete apparecchiature di sorveglianza. Le investigazioni personali erano accettabili quando si trattava di semplici informazioni di solvibilità o controlli sui precedenti in vista di un’assunzione, oppure per verificare il sospetto che qualche dipendente divulgasse informazioni interne o si dedicasse a occupazioni criminose. In questi casi le i-per erano parte dell’attività operativa.

Ma troppo spesso i clienti delle società arrivavano con problemi privati che avevano la tendenza a creare storie sgradite. Voglio sapere che razza di depravato è quello che esce con mia figlia… Credo che mia moglie mi faccia le corna… Il ragazzo è in gamba ma è finito in cattive compagnie… Mi stanno ricattando… Il più delle volte, Armanskij opponeva un netto rifiuto. Se la figlia era maggiorenne, aveva tutti i diritti di frequentare chi le pareva, ed era dell’opinione che l’infedeltà fosse qualcosa che i coniugi avrebbero dovuto scoprire da soli. Nascoste in tutto questo genere di richieste c’erano trappole che potenzialmente potevano condurre a scandali e creare complicazioni giudiziarie alla Milton Security. Perciò Dragan Armanskij teneva sotto stretto controllo questi incarichi, benché generassero solo spiccioli nel giro d’affari complessivo della società.

Il tema di quel mattino era purtroppo proprio un’indagine sulla persona, e Dragan Armanskij si sistemò la piega dei pantaloni prima di lasciarsi andare contro lo schienale della sua comoda poltrona da ufficio. Osservò sospettoso la sua collaboratrice di trentadue anni più giovane, Lisbeth Salander, e constatò per la millesima volta che in una prestigiosa società di sicurezza difficilmente qualcuno sarebbe potuto sembrare più fuori posto di quella ragazza. La sua diffidenza era al tempo stesso saggia e irrazionale. Agli occhi di Armanskij, Lisbeth era senza paragone la ricercatrice più competente che avesse incontrato in tutti i suoi anni nel ramo. Nei quattro anni che aveva lavorato per lui, non aveva trascurato un solo incarico né presentato un solo rapporto mediocre.

Al contrario, le sue ricerche erano di una classe a sé stante. Armanskij era convinto che possedesse una dote unica. Chiunque era in grado di raccogliere informazioni di solvibilità o effettuare un controllo presso l’ufficiale giudiziario, ma Lisbeth aveva fantasia e faceva sempre ritorno con qualcosa di completamente diverso da ciò che ci si aspettava. Come si muovesse esattamente non l’aveva mai capito, e certe volte la sua capacità di scovare informazioni sembrava magia pura e semplice. La ragazza aveva un’eccellente conoscenza degli archivi burocratici ed era in grado di rintracciare le persone meno note. Soprattutto aveva la capacità di infilarsi sotto la pelle della persona su cui stava indagando. Se c’era del marcio da scovare, ci zoomava come un missile da crociera programmato.

E quella dote la dimostrava sempre.

Le sue relazioni potevano costituire una catastrofe devastante per la persona che finiva nel raggio del suo radar. Armanskij sudava ancora al ricordo della volta in cui le aveva affidato l’incarico di fare un controllo di routine su un ricercatore nel ramo farmaceutico, nell’ambito dell’acquisizione di un’azienda. Nelle previsioni il lavoro si sarebbe dovuto svolgere in una settimana, ma andava per le lunghe. Dopo quattro settimane di silenzio e diversi solleciti che lei aveva ignorato, era comparsa con una relazione che documentava che l’oggetto dell’indagine era un pedofilo e che almeno in due occasioni aveva comperato prestazioni sessuali da una piccola prostituta tredicenne a Tallinn, oltre al fatto che certi segnali lasciavano intendere che nutrisse un interesse morboso per la figlia della sua attuale convivente.

Lisbeth possedeva qualità che talvolta portavano Armanskij sull’orlo della disperazione. Quando aveva scoperto che l’uomo era un pedofilo, non aveva alzato il telefono per avvisarlo né si era precipitata nel suo ufficio chiedendo di potergli parlare. Al contrario, senza accennare minimamente che la relazione conteneva materiale esplosivo di proporzioni quasi atomiche, l’aveva depositata sulla sua scrivania una sera, proprio nell’attimo in cui Armanskij stava per spegnere la lampada e andarsene a casa. Lui aveva preso con sé il fascicolo e solo a tarda sera l’aveva aperto, quando, rilassato, si stava bevendo una bottiglia di vino in compagnia della moglie davanti alla tv nel soggiorno della loro villa a Lidingö.

Come sempre, la relazione era di un’accuratezza quasi scientifica, con tanto di note a piè di pagina, citazioni e precisi riferimenti alle fonti. Le prime pagine contenevano informazioni sul passato del soggetto — formazione, carriera e situazione economica. Solo a pagina 24, in un sottoparagrafo, Lisbeth aveva sganciato la bomba delle escursioni a Tallinn, nello stesso tono obiettivo che aveva usato per descrivere che il soggetto abitava in una villa a Sollentuna e guidava una Volvo blu scuro. Per sostenere le sue affermazioni rimandava alla documentazione contenuta in un vasto allegato, comprendente fotografie della tredicenne in compagnia dell’oggetto. Una foto era stata scattata nel corridoio di un albergo di Tallinn, e l’uomo aveva una mano infilata sotto la maglietta della ragazzina. In qualche modo, Lisbeth Salander era anche riuscita a rintracciare la minorenne in questione, inducendola a rilasciare un resoconto dettagliato, inciso su nastro.

Il rapporto aveva creato esattamente il caos che Armanskij voleva evitare. Come prima cosa era stato costretto a ingollare un paio di compresse del medicinale per l’ulcera che gli aveva prescritto il suo medico. Quindi aveva chiamato il committente per una cupa conversazione lampo. Infine — nonostante la prevedibile riluttanza del committente — era stato costretto a passare immediatamente tutto il materiale alla polizia. Quest’ultimo gesto comportava il rischio che la Milton Security fosse trascinata in un ginepraio di accuse e controaccuse. Se la documentazione non teneva oppure se l’uomo veniva scagionato, la società correva il rischio potenziale di essere chiamata in causa per diffamazione. Era un bel disastro.

Tuttavia non era la rimarchevole mancanza di emozioni di Lisbeth Salander a disturbarlo maggiormente. Fin lì si trattava di immagine. L’immagine della Milton era stabilità conservativa e la signorina Salander era altrettanto credibile in quel contesto come una ruspa a una fiera nautica.

Armanskij aveva difficoltà ad accettare che la sua ricercatrice migliore fosse una ragazza pallida, di una magrezza da anoressica, con i capelli cortissimi e il piercing a naso e sopracciglia. Sul collo aveva tatuata una vespa lunga due centimetri e intorno al bicipite del braccio sinistro una serpentina. Nelle occasioni in cui aveva indossato indumenti leggeri, Armanskij aveva anche potuto constatare che aveva un grande tatuaggio raffigurante un drago sulla schiena. Per natura aveva i capelli rossi, ma li tingeva di un nero corvino. Sembrava sempre che si fosse appena svegliata dopo un’orgia durata una settimana in compagnia di un gruppo hard rock.

La ragazza — di questo Armanskij era pienamente convinto — non soffriva di nessun disturbo alimentare vero e proprio; al contrario, sembrava consumare ogni genere di porcheria. Semplicemente era magra di costituzione, con un’ossatura minuta che le dava un’aria da eterna adolescente, mani piccole, caviglie sottili e seni che si distinguevano appena sotto i vestiti. Aveva ventiquattro anni ma pareva una quattordicenne.

Aveva bocca larga, naso piccolo e zigomi alti che le conferivano un che di orientale. Si muoveva rapida e leggera come un ragno, e quando lavorava al computer le sue dita volavano furiose sui tasti. Il suo corpo sarebbe stato del tutto inadatto a una carriera da modella, ma con il makeup adatto un primo piano del suo viso avrebbe potuto benissimo comparire in qualsiasi cartellone pubblicitario. Sotto il trucco — certe volte si metteva perfino un ripugnante rossetto nero — e i tatuaggi e il naso e le sopracciglia col piercing, era… mm… attraente. In un modo affatto incomprensibile.

Che Lisbeth Salander in generale lavorasse per Dragan Armanskij era di per sé stupefacente. Non era il genere di donna con cui Armanskij venisse abitualmente in contatto, e ancor meno a cui valutasse se offrire un lavoro.

Era stata assunta come una sorta di tuttofare in ufficio quando Holger Palmgren, un avvocato quasi in pensione che curava gli affari personali del vecchio J.F. Milton, aveva confidato a titolo informativo che Lisbeth Salander era una ragazza acuta ancorché un po’ problematica. Palmgren aveva chiesto insistentemente ad Armanskij di offrirle una possibilità, e Armanskij, pur controvoglia, aveva promesso. Palmgren era uno di quegli individui che avrebbero preso un no come un incitamento a raddoppiare i propri sforzi, perciò era più semplice dire direttamente di sì. Armanskij sapeva che Palmgren si occupava di giovani problematici e altre sciocchezze sociali, ma anche che nonostante tutto sapeva giudicare le persone.

Si era pentito nell’attimo stesso in cui l’aveva incontrata.

La ragazza non sembrava solo problematica — ai suoi occhi era l’incarnazione stessa del concetto. Aveva trascurato le ultime classi delle medie, non aveva mai messo piede al liceo e mancava di qualsiasi forma di istruzione superiore.

I primi mesi aveva lavorato a tempo pieno, be’, quasi a tempo pieno; a ogni modo, era comparsa di quando in quando sul posto di lavoro. Preparava il caffè, ritirava la posta e si occupava delle fotocopie. Il problema era che non gliene importava un fico secco dei normali orari d’ufficio o delle normali procedure di lavoro.

Ma possedeva un grande talento per irritare i collaboratori della società. Presto fu nota a tutti come la ragazza con due cellule cerebrali, una per respirare e una per stare eretta. Non parlava mai di se stessa. I collaboratori che cercavano di parlare con lei ricevevano raramente una risposta e ben presto si arrendevano. I tentativi di scherzare non cadevano mai su un terreno fertile — o ti guardava con grandi occhi privi di espressione, oppure reagiva con palese irritazione.

Inoltre si era fatta la nomea di essere capace di improvvisi quanto drastici cambiamenti d’umore se si metteva in testa che qualcuno la stava prendendo in giro, il che non era un elemento del tutto sconosciuto nel gergo generale del posto di lavoro. Il suo atteggiamento non stimolava né la confidenza né l’amicizia, e Lisbeth divenne presto un bizzarro fenomeno che si aggirava come un gatto randagio per i corridoi della Milton. Ormai la consideravano un caso senza speranza.

Dopo un mese di questo andazzo, Armanskij l’aveva convocata nel suo ufficio con tutte le intenzioni di metterla alla porta. Lei aveva ascoltato passivamente l’elenco delle sue pecche, senza sollevare obiezioni e senza battere ciglio. Solo quando lui aveva finito di spiegare che lei non aveva l’atteggiamento giusto e stava per suggerire che probabilmente sarebbe stata una buona idea se si fosse cercata un posto presso qualche altra azienda che sapesse meglio sfruttare la sua competenza, Lisbeth l’aveva interrotto nel bel mezzo di una frase. Per la prima volta, aveva parlato usando più che singole parole.

«Senti, se vuoi un usciere puoi andartelo a prendere all’ufficio di collocamento. Io sono capace di raccogliere qualsiasi genere d’informazione su chiunque, e se tu non mi sai sfruttare in altro modo che per smistare la posta, allora sei un perfetto idiota.»

Armanskij ricordava ancora come fosse rimasto ammutolito di stupore e rabbia, mentre lei senza scomporsi aveva continuato: «Hai qui un tizio che ha impiegato tre settimane per scrivere una relazione totalmente priva di valore su quello yuppie che pensano di reclutare come presidente del consiglio d’amministrazione di quella società dot.com. Ho fotocopiato quel suo schifo di rapporto ieri sera e vedo che ce l’hai lì davanti a te sulla scrivania.»

Lo sguardo di Armanskij aveva cercato la relazione ma contrariamente alle sue abitudini il direttore aveva alzato la voce.

«Tu non dovresti leggere i rapporti confidenziali.»

«Probabilmente no, ma le procedure di sicurezza nella tua azienda hanno delle lacune. Secondo le tue direttive lui dovrebbe fotocopiarsi queste cose da solo, ma invece mi ha gettato lì la relazione prima di andarsene al bar ieri sera. E fra parentesi il suo precedente rapporto l’avevo trovato in sala mensa qualche settimana fa.»

«Tu hai trovato cosa?» aveva esclamato Armanskij sotto choc.

«Tranquillo. L’ho messo subito nella sua cassaforte.»

«Lui ti ha dato la combinazione del suo casellario privato?» aveva ansimato Armanskij.

«No, non proprio. Ma l’ha segnata su un foglietto che tiene sotto il sottomano della scrivania, insieme con la password del suo computer. Ma il punto è che quella tua caricatura di detective privato ha fatto un’indagine personale che non vale un fico secco. Gli è sfuggito che il ragazzo ha pesanti debiti di gioco e che sniffa coca come un aspirapolvere e inoltre che la sua fidanzata ha cercato rifugio presso il servizio di assistenza per donne maltrattate dopo che lui l’aveva massacrata di botte.»

Poi aveva taciuto. Armanskij era rimasto seduto in silenzio un paio di minuti, a sfogliare il rapporto incriminato. Era strutturato in maniera competente, scritto in una prosa comprensibile e ricco di riferimenti e dichiarazioni di amici e conoscenti sull’oggetto in questione. Alla fine aveva alzato lo sguardo e detto solo una parola: «Dimostralo.»

«Quanto tempo mi dai?»

«Tre giorni. Se non riesci a documentare le tue affermazioni entro venerdì pomeriggio, sei licenziata.»

Tre giorni più tardi, senza una parola, Lisbeth aveva consegnato una relazione che con la stessa abbondanza di riferimenti aveva trasformato il simpatico yuppie in un inaffidabile farabutto. Armanskij aveva letto il suo rapporto diverse volte durante il fine settimana e trascorso parte del lunedì a controllare controvoglia alcune delle sue affermazioni. Già prima di cominciare aveva capito che le sue informazioni si sarebbero rivelate corrette.

Era confuso e irritato con se stesso perché evidentemente aveva sbagliato a giudicarla. L’aveva creduta un po’ tonta, forse addirittura ritardata. Non si era aspettato che una ragazza che aveva marinato la scuola dell’obbligo con tanta pervicacia da non arrivare nemmeno a ottenere il diploma potesse scrivere una relazione che non soltanto era corretta da un punto di vista formale, ma conteneva per di più osservazioni e informazioni che lui semplicemente non riusciva a capire come fosse riuscita a procurarsi.

Era convinto che nessun altro alla Milton Security sarebbe riuscito a ottenere un estratto di una cartella clinica confidenziale compilata da un medico del servizio di assistenza per donne maltrattate. Quando le domandò come si fosse mossa, ricevette una risposta evasiva. Non intendeva bruciarsi le sue fonti d’informazione, a quanto affermava. A poco a poco Armanskij aveva capito che Lisbeth Salander in generale non intendeva discutere i propri metodi di lavoro, né con lui né con nessun altro. La cosa lo inquietava — ma non abbastanza da poter resistere alla tentazione di metterla alla prova.

Ci pensò su qualche giorno.

Gli tornarono in mente le parole di Holger Palmgren quando gliel’aveva mandata. Tutti hanno diritto a un’opportunità. Rifletté sulla propria educazione musulmana, che gli aveva insegnato che era suo dovere di fronte a Dio aiutare le persone in difficoltà. Lui non credeva in Dio, è vero, e non aveva più messo piede in una moschea da quand’era un ragazzino, ma vedeva Lisbeth come una persona che aveva bisogno di un aiuto energico e di sostegno. A dire la verità, nei passati decenni non ne aveva fatti molti, di interventi di quella specie.

Invece di licenziarla, l’aveva convocata per un colloquio privato, durante il quale aveva cercato di scoprire come fosse realmente fatta quella strana creatura. Si rafforzò nella sua convinzione che Lisbeth Salander soffrisse di qualche serio disturbo della personalità, ma scoprì anche che dietro la sua immagine bizzarra si nascondeva una persona intelligente. La vedeva come un essere fragile e irritante ma — con suo stesso enorme stupore — la ragazza cominciava anche a piacergli.

Nei mesi che seguirono, Armanskij prese Lisbeth sotto la sua ala protettrice. Se doveva essere del tutto onesto con se stesso, si prendeva cura di lei come se si trattasse di un piccolo progetto sociale. Le affidava semplici incarichi di ricerca e provava a darle dei suggerimenti su come procedere. Lei ascoltava paziente, dopo di che se ne andava ed eseguiva il suo compito tutto di testa sua. Chiese al capo tecnico della Milton di darle qualche nozione basilare di informatica; Lisbeth rimase seduta diligentemente al computer un intero pomeriggio, prima che il capo tecnico riferisse un po’ turbato che sembrava già possedere una conoscenza di base migliore della maggior parte degli altri collaboratori della società.

Armanskij si accorse ben presto che Lisbeth Salander, nonostante colloqui di sviluppo, offerte di formazione interna e altri tentativi di persuasione, non era minimamente intenzionata ad adattarsi alle normali procedure della Milton. Ciò lo poneva di fronte a uno spinoso dilemma.

La ragazza continuava a rappresentare un motivo di irritazione per i collaboratori della società. Armanskij era conscio del fatto che non avrebbe accettato che nessun altro dipendente andasse e venisse a proprio piacimento, e che in casi normali avrebbe posto un ultimatum esigendo un cambio di atteggiamento. Intuiva altresì che se avesse messo Lisbeth di fronte a un ultimatum o a una minaccia di licenziamento lei avrebbe fatto spallucce. Di conseguenza era costretto o a liberarsi di lei o ad accettare che non funzionasse come le persone normali.

Un problema ancora più grande per Armanskij era che non riusciva a spiegarsi i propri stessi sentimenti per quella giovane donna. Era come uno sgradevole prurito, ripugnante e al tempo stesso attraente. Non si trattava di un’attrazione sessuale, o almeno Armanskij non lo credeva. Le donne che gli piaceva guardare con la coda dell’occhio erano bionde e formose, con labbra piene che risvegliavano la sua fantasia, e inoltre da vent’anni era sposato con una finlandese di nome Ritva che ancora nell’età matura soddisfaceva più che egregiamente tutti questi requisiti. Non era mai stato infedele, ossia, c’era stato qualche raro episodio che sua moglie avrebbe frainteso se ne fosse venuta a conoscenza, ma il matrimonio era felice e lui aveva due figlie dell’età di Lisbeth. In ogni caso, non era interessato a ragazze piatte che da lontano potevano essere scambiate per ragazzi mingherlini. Non erano il suo genere.

Eppure aveva incominciato a sorprendersi a fare sconvenienti fantasticherie su di lei, e doveva riconoscere che la sua vicinanza non gli era del tutto indifferente. Ma l’attrazione, gli pareva di capire, stava nel fatto che Lisbeth era per lui come un’entità sconosciuta. Avrebbe potuto innamorarsi altrettanto di un dipinto raffigurante una ninfa della mitologia greca. Lisbeth Salander rappresentava una vita irreale, che lo affascinava ma che non poteva condividere — e che lei in ogni caso gli proibiva di condividere.

Un giorno, Armanskij era seduto a un tavolino all’aperto di un caffè nella piazzetta principale della città vecchia, quando lei era arrivata bighellonando, andandosi a sedere a un tavolino dalla parte opposta. Era in compagnia di tre ragazze e un ragazzo, tutti vestiti in modo quasi identico. Armanskij era stato a osservarla curioso. Sembrava altrettanto riservata come sul lavoro, ma una volta aveva quasi sorriso a qualcosa che una ragazza dai capelli tinti di porpora stava raccontando.

Armanskij si domandava come avrebbe reagito Lisbeth se lui un giorno fosse arrivato in ufficio con i capelli verdi, i jeans strappati e una giacca di pelle con le borchie. L’avrebbe accettato come un suo pari? Forse — sembrava accettare tutto ciò che la circondava con un atteggiamento di not my business, non mi riguarda. Ma più probabilmente l’avrebbe semplicemente guardato con un sogghigno.

Lei era rimasta seduta voltandogli la schiena, e all’apparenza era del tutto ignara che lui fosse lì. Lui si sentiva stranamente turbato dalla sua presenza, e quando dopo un momento si era alzato per sgattaiolare via senza farsi notare lei aveva improvvisamente girato la testa e l’aveva fissato, proprio come se fosse stata tutto il tempo consapevole che era lì e l’avesse avuto nel suo radar. La sua occhiata era giunta così improvvisa che gli era sembrata un attacco, così aveva finto di non vederla e aveva lasciato il caffè a passo spedito. Lei non l’aveva salutato ma l’aveva seguito con gli occhi, e solo dopo che aveva svoltato l’angolo quello sguardo aveva smesso di bruciargli sulla schiena.

Lisbeth rideva di rado oppure mai. Armanskij credeva tuttavia di aver notato col tempo un atteggiamento più morbido da parte sua. La ragazza aveva, a essere gentili, un umorismo pungente, che di tanto in tanto poteva dare origine a un sorriso storto, ironico.

Talvolta Armanskij si sentiva così provocato dalla sua mancanza di reazione emotiva, che avrebbe voluto afferrarla e scuoterla e penetrare sotto quella sua corazza per conquistarsi la sua amicizia o almeno il suo rispetto.

In un’unica occasione, quando lavorava per lui da ormai nove mesi, aveva cercato di discutere queste sensazioni con lei. Era successo durante la festa di Natale della Milton Security, una sera di dicembre, e lui diversamente dal solito aveva bevuto un po’. Non era successo nulla di sconveniente — aveva solo cercato di spiegarle che in effetti lei gli piaceva. Più che altro aveva voluto spiegarle che provava un istinto di protezione, e che se lei avesse avuto bisogno di aiuto per qualsiasi cosa avrebbe potuto rivolgersi a lui con fiducia. Aveva perfino tentato di abbracciarla. In tutta amicizia, naturalmente.

Lei si era liberata dal suo goffo abbraccio e aveva lasciato la festa. Dopo di che non era più comparsa al lavoro né aveva risposto al cellulare. Dragan Armanskij aveva percepito la sua assenza come una tortura — quasi una punizione personale. Non aveva nessuno con cui discutere i propri sentimenti, e per la prima volta si era reso conto con chiarezza e con terrore di quale devastante potere quella ragazza avesse acquisito su di lui.

Tre settimane più tardi, quando Armanskij una sera di gennaio si era trattenuto in ufficio per esaminare il bilancio conclusivo dell’anno, Lisbeth aveva fatto ritorno. Era entrata nella sua stanza senza farsi notare, come un fantasma, e lui d’improvviso era divenuto consapevole che era in piedi nel buio subito dentro la porta e lo stava osservando. Non aveva idea di quanto tempo fosse stata lì.

«Vuoi del caffè?» gli aveva domandato. Poi aveva chiuso la porta e gli aveva teso un bicchiere dalla macchina dell’espresso che c’era in sala mensa. Lui l’aveva preso senza parlare e aveva provato un senso di sollievo misto a paura quando lei era sprofondata nella poltroncina dei visitatori e l’aveva guardato dritto negli occhi. A quel punto gli aveva posto la domanda proibita in un modo tale, che non era possibile né evitarla né eluderla con una battuta.

«Dragan, io ti eccito?»

Armanskij era rimasto seduto, paralizzato, mentre pensava disperatamente a cosa rispondere. Il suo primo impulso era stato di negare tutto, a costo di offenderla. Poi aveva visto il suo sguardo, e si era reso conto che era la prima volta in assoluto che gli faceva una domanda personale. Era una domanda seria, e se avesse cercato di eluderla con una battuta lei avrebbe potuto prenderla come un’offesa personale. Era evidente che voleva parlargli, e si domandò quanto coraggio avesse messo in campo per porre quella domanda. Così aveva deposto lentamente la penna e si era appoggiato contro lo schienale della poltrona. Infine si era rilassato.

«Che cosa te lo fa credere?» aveva domandato.

«Il modo in cui mi guardi, e il modo in cui non mi guardi. E le volte in cui sei stato sul punto di allungare la mano per toccarmi ma ti sei trattenuto.»

D’un tratto le aveva sorriso.

«Ho la sensazione che mi staccheresti la mano con un morso, se ti sfiorassi anche solo con un dito.»

Lei non ricambiò il sorriso. Aspettava.

«Lisbeth, io sono il tuo capo e anche se provassi attrazione per te, non ne farei mai niente.»

Lei continuava ad aspettare.

«Detto fra noi, sì, ci sono state occasioni in cui mi sono sentito attratto da te. Non riesco a spiegarmelo, ma è così. Per qualche ragione che io stesso non capisco, tu mi piaci davvero molto. Però non mi ecciti.»

«Bene. Perché comunque non porterebbe mai da nessuna parte.»

Armanskij era scoppiato in una risata improvvisa. Per la prima volta, gli aveva detto qualcosa di personale, anche se era la risposta più negativa che un uomo potesse mai ricevere. Cercò di trovare le parole adatte.

«Lisbeth, posso capire che tu non sia interessata a un vecchietto di cinquant’anni e passa.»

«Io non sono interessata a un vecchietto di cinquant’anni e passa che è il mio capo.» Poi aveva alzato una mano. «Aspetta, lasciami finire. Certe volte tu sei stupido e burocratico in una maniera irritante, ma in effetti sei anche un uomo che ha il suo fascino e… io posso anche sentirmi… Ma sei il mio capo e ho conosciuto tua moglie e voglio conservare il mio lavoro e la cosa più idiota che potrei fare è incasinarmi con te.»

Armanskij sedeva in silenzio e quasi non osava respirare.

«Non ignoro quello che hai fatto per me e non sono un’ingrata. Ho apprezzato che tu in effetti ti sia dimostrato superiore ai tuoi pregiudizi e mi abbia offerto una possibilità qui dentro. Ma non ti voglio come amante e non sei mio padre.»

Tacque.

Dopo un momento, Armanskij sospirò platealmente. «Che cosa vuoi da me, allora?»

«Voglio continuare a lavorare per te. Se per te è okay.»

Lui aveva annuito e poi le aveva risposto più onestamente che aveva potuto. «Io desidero veramente che tu lavori per me. Ma voglio anche che tu abbia una qualche amicizia e fiducia e confidenza nei miei confronti.»

Lei annuì.

«Tu non sei una persona che incoraggia le amicizie» aveva buttato lì lui di botto. Lei si era un po’ rabbuiata ma lui aveva continuato implacabile. «Ho capito che non vuoi che qualcuno si intrometta nella tua vita e io cercherò di non farlo. Ma è okay se continui a piacermi?»

Lisbeth aveva riflettuto un lungo momento. Poi aveva risposto alzandosi, girando intorno alla scrivania e stringendolo in un abbraccio. Lui era stato preso del tutto alla sprovvista. Solo quando lei si era staccata, le aveva preso la mano.

«Possiamo essere amici?» aveva chiesto.

Lei aveva fatto cenno di sì.

Era stata l’unica volta che gli aveva dimostrato un qualche affetto, e l’unica volta che in generale l’aveva toccato. Era un attimo che Armanskij ricordava con calore.

Ancora dopo quattro anni lei non gli aveva svelato quasi nulla sulla sua vita privata o sul suo passato. Una volta, lui aveva impiegato le sue stesse cognizioni nell’arte dell’indagine personale su di lei. Aveva anche avuto un lungo colloquio con l’avvocato Holger Palmgren — che non sembrava stupito nel vederlo — e ciò che infine aveva saputo non contribuiva ad accrescere la sua fiducia nei confronti della ragazza. Non aveva mai fatto il minimo accenno a discuterne con lei, né le aveva lasciato capire di essere andato a ficcare il naso nella sua vita privata. Invece, aveva nascosto la sua inquietudine e alzato il livello di guardia.

Prima che quella straordinaria serata finisse, Lisbeth Salander e Armanskij avevano raggiunto un accordo. In futuro lei avrebbe svolto i suoi incarichi di ricerca per lui su base indipendente. Avrebbe ricevuto un piccolo reddito mensile garantito, che svolgesse degli incarichi oppure no; i veri guadagni stavano in ciò che poteva addebitare per ogni compito svolto. Avrebbe potuto organizzarsi il lavoro a modo suo, ma in cambio si impegnava a non fare mai nulla che potesse metterlo in imbarazzo o ledere il buon nome della Milton Security.

Per Armanskij si trattava di una soluzione pratica che andava a vantaggio suo, della società e della ragazza stessa. Gli consentiva infatti di ridurre la scomoda sezione i-per a un unico dipendente fisso, un collaboratore di una certa età che svolgeva un onesto lavoro di routine e si occupava delle informazioni sulla solvibilità. Tutti gli incarichi un po’ più intricati li lasciava a Lisbeth e a qualche altro free-lance, che — in caso di complicazioni — in pratica erano liberi professionisti estranei all’azienda, e nei confronti dei quali la Milton Security non aveva nessuna reale responsabilità. Siccome molto spesso si serviva di lei, la ragazza poteva contare su un reddito decente. Che avrebbe potuto essere anche molto più elevato, ma lei lavorava solo quando ne aveva voglia e il suo atteggiamento era che se non gli andava bene poteva anche licenziarla.

Armanskij accettava Lisbeth Salander così com’era, però non doveva incontrare i clienti. Le eccezioni alla regola erano assai rare, e la questione di quel giorno era purtroppo una di quelle eccezioni.

Lisbeth si presentò vestita di una maglietta nera con su stampata un’immagine di E.T. con i canini affilati e la scritta I am also an alien. Aveva una gonna nera con l’orlo stracciato, un consunto giacchino di pelle nera, cintura borchiata, robusti anfibi Doc Marten’s e calzettoni al ginocchio a righe rosse e verdi. Si era fatta un makeup in una scala cromatica che faceva sospettare che fosse daltonica. In altre parole, era di un’eleganza davvero insolita.

Armanskij sospirò e trasferì lo sguardo sulla terza persona presente nella stanza — l’ospite in abiti tradizionali e con gli occhiali spessi. L’avvocato Dirch Frode aveva sessantotto anni e aveva chiesto con insistenza di poter incontrare di persona il collaboratore che aveva compilato il rapporto e di potergli porre qualche domanda. Armanskij aveva cercato di impedire l’incontro accampando pretesti, del tipo che era raffreddata, in viaggio o troppo impegnata con altri lavori. Frode aveva risposto tranquillo che non importava — non si trattava di una faccenda urgente e non aveva nessun problema ad aspettare qualche giorno. Armanskij aveva imprecato fra sé ma alla fine non c’era stata altra via d’uscita che farli incontrare, e adesso l’avvocato Frode fissava Lisbeth Salander a occhi socchiusi, evidentemente affascinato. Lei ricambiò l’occhiata con un’espressione che non prometteva nulla di buono.

Armanskij sospirò ancora una volta e spostò lo sguardo sulla cartelletta che la ragazza aveva deposto sulla sua scrivania, e che recava l’intestazione «Carl Mikael Blomkvist». Il nome era seguito da un codice fiscale, elegantemente scritto in stampatello sulla copertina. Pronunciò il nome ad alta voce. L’avvocato Frode fu risvegliato dal suo incantesimo e girò gli occhi verso Armanskij.

«Allora, che cosa mi potete raccontare di Mikael Blomkvist?» domandò.

«Questa è la signorina Salander, che ha scritto il rapporto.» Armanskij esitò un attimo e poi continuò con un sorriso che nelle intenzioni doveva essere confidenziale ma che sembrò piuttosto un sorriso di scusa. «Non si lasci ingannare dalla sua giovane età. La signorina è in assoluto la nostra ricercatrice migliore.»

«Ne sono convinto» rispose Frode con una voce asciutta che lasciava intendere il contrario. «Mi illustri a quali conclusioni è arrivata.»

Era evidente che l’avvocato Frode non aveva la benché minima idea di come avrebbe dovuto comportarsi con Lisbeth Salander, e cercava di muoversi su un terreno più noto rivolgendo la domanda ad Armanskij, proprio come se lei non fosse stata presente nella stanza. Lisbeth prese la palla al balzo e fece una grossa bolla con la sua gomma da masticare. Prima che Armanskij facesse in tempo a rispondere, si rivolse al suo capo come se Frode non esistesse.

«Puoi sentire con il cliente se desidera una versione lunga oppure abbreviata?»

L’avvocato Frode si rese conto immediatamente di aver messo un piede in fallo. Ci fu un breve silenzio imbarazzato, poi si voltò verso Lisbeth Salander e cercò di riparare il danno parlandole in un amichevole tono paterno.

«Le sarei molto grato se volesse farmi un breve riassunto di ciò che ha scoperto.»

Lisbeth aveva l’aria di un malvagio rapace nubiano che stava valutando se assaggiare Dirch Frode per pranzo. Il suo sguardo era così carico d’odio che Frode si sentì percorrere da un brivido lungo la schiena. In modo altrettanto rapido però il viso della ragazza si addolcì. Frode si chiese se lo sguardo di prima non fosse solo frutto della sua immaginazione. Quando cominciò a parlare, la ragazza pareva un severo funzionario statale.

«Consentitemi anzitutto di dire che questo non è stato un incarico particolarmente complicato, a prescindere dal fatto che la descrizione stessa dell’incarico era piuttosto vaga. Volevate sapere tutto ciò che si poteva scoprire su di lui, ma senza nessun accenno che ci fosse qualcosa di particolare che stavate cercando. Per questo il risultato è un po’ un campionario della sua vita. La relazione comprende centotrentanove pagine, delle quali circa centoventi sono però costituite in effetti solo da copie di articoli che l’oggetto ha scritto, o da ritagli di giornale dove lui stesso figura nelle notizie. Blomkvist è un personaggio pubblico con pochi segreti e non molto da nascondere.»

«Ma segreti dunque ne ha» puntualizzò Frode.

«Tutti gli esseri umani hanno dei segreti» rispose lei in tono piatto. «Si tratta solo di scoprire quali siano.»

«Sentiamo.»

«Mikael Blomkvist è nato il 18 gennaio 1960 e di conseguenza ha quasi quarantatré anni. La sua città natale è Borlänge ma non vi ha mai abitato. I suoi genitori, Kurt e Anita Blomkvist, avevano trentacinque anni all’epoca della sua nascita e oggi sono entrambi defunti. Il padre era installatore di macchinari e soggetto a molti trasferimenti. La madre, per quanto ho potuto scoprire, non ha mai fatto altro che la casalinga. La famiglia si trasferì a Stoccolma quando Mikael iniziò ad andare a scuola. Ha una sorella di tre anni più giovane che si chiama Annika e fa l’avvocato. Ci sono anche degli zii per parte materna e dei cugini. Hai intenzione di offrirci del caffè?»

L’ultima battuta era rivolta ad Armanskij, che si affrettò ad aprire la caraffa termica che aveva ordinato in vista della riunione. Fece un gesto a Lisbeth perché continuasse.

«Nel 1966 la famiglia si trasferì a Stoccolma. Abitavano a Lilla Essingen. Blomkvist frequentò la scuola dell’obbligo a Bromma, e poi le superiori a Kungsholmen. Si diplomò con un ottimo punteggio, nella cartelletta ci sono tutte le copie del suo curriculum scolastico. Negli anni del liceo si dedicò alla musica, suonando il basso in un gruppo rock che si chiamava Bootstrap e che in effetti incise anche un singolo che fu trasmesso alla radio nell’estate del 1979. Dopo il liceo lavorò come bigliettaio nella metropolitana, racimolando un po’ di quattrini per un viaggio all’estero. Restò via un anno, durante il quale vagabondò soprattutto per l’Asia, India, Tailandia, con una puntata in Australia. A ventuno anni cominciò a frequentare la scuola di giornalismo a Stoccolma ma interruppe gli studi dopo il primo anno per fare il servizio militare nei reparti speciali a Kiruna. Era una sorta di unità per macho e lui uscì con 10-9-9, il che è un buon punteggio. Dopo la naia terminò gli studi di giornalismo e da allora ha sempre lavorato nel ramo. Quanto desidera che entri nei dettagli?»

«Mi racconti ciò che lei stessa giudica essenziale.»

«Okay. Ha fama di essere un tipo in gamba. Fino a oggi è stato un giornalista di successo. Negli anni ottanta ha fatto un sacco di sostituzioni, prima nei giornali di provincia e poi a Stoccolma. C’è l’elenco. Si è fatto un nome con la storia della Banda degli Orsi, quella famosa banda di rapinatori che riuscì a smascherare.»

«Kalle Blomkvist

«Lui odia quel soprannome, e lo si può anche capire. Qualcuno si ritroverebbe col labbro gonfio, se venissi chiamata Pippi Calzelunghe in qualche titolo.»

Lisbeth gettò un’occhiata cupa ad Armanskij, che deglutì. In più di un’occasione aveva pensato a lei proprio come a una Pippi Calzelunghe, e adesso ringraziava il proprio giudizio per non aver mai cercato di scherzarci sopra. Frullò nell’aria con l’indice per farle capire di andare avanti.

«Secondo una fonte, fino a quel momento aveva desiderato diventare cronista di nera — e aveva fatto sostituzioni come tale presso un quotidiano della sera —, ma ciò che lo ha reso famoso è il suo lavoro come reporter di politica e di economia. È stato quasi sempre free-lance e ha avuto un unico impiego fisso presso un giornale della sera alla fine degli anni ottanta. Nel 1990 ha dato le dimissioni per diventare uno dei fondatori della rivista mensile Millennium. Il giornale ha cominciato come outsider, senza un forte editore che potesse sostenerlo. La tiratura però ha continuato a crescere e attualmente è intorno alle ventunomila copie. La redazione è in Götgatan, a qualche isolato soltanto da qui.»

«Un giornale di sinistra.»

«Dipende da cosa si intende per sinistra. Millennium è considerato in termini generali una rivista critica nei confronti della società, ma probabilmente gli anarchici lo giudicano uno schifoso giornale borghese del genere di Arena o Ordfront, mentre la Lega degli studenti moderati probabilmente è convinta che la redazione pulluli di bolscevichi. Non c’è nulla che indichi che Blomkvist sia mai stato politicamente attivo, nemmeno negli anni di gloria della sinistra, quando frequentava il liceo. Mentre era alla scuola di giornalismo conviveva con una ragazza che all’epoca era attiva all’interno del movimento sindacale, e che oggi siede in parlamento nelle file della sinistra. A quanto sembra di capire, l’etichetta di sinistrorso deriva soprattutto dal fatto che come giornalista economico si è specializzato in reportage di denuncia sulla corruzione e gli affari loschi del mondo imprenditoriale. È autore di ritratti devastanti di direttori e politici — che di sicuro se lo meritavano — ed è stato causa di diverse dimissioni e conseguenze giudiziarie. Il più noto è stato l’affare Arboga, conclusosi con le dimissioni di un politico del partito conservatore e con la condanna di un ex amministratore comunale a un anno di galera per appropriazione indebita. Attirare l’attenzione sui reati però non mi sembra si possa considerare un’espressione di appartenenza alla sinistra.»

«Capisco che cosa intende. Altro?»

«Ha scritto due libri. Uno sull’affare Arboga e uno sul giornalismo economico che si intitola I cavalieri del tempio, uscito tre anni fa. Non ho letto il libro, ma a giudicare dalle recensioni sembra aver suscitato delle controversie. Ha dato origine a un acceso dibattito all’interno dei media.»

«Finanze?» domandò Frode.

«Non è ricco ma non muore di fame. La sua dichiarazione dei redditi è allegata al rapporto. In banca ha circa duecentocinquantamila corone, investite parte in pensioni volontarie, parte in fondi. Ha un conto corrente con circa centomila corone che utilizza per contanti, spese correnti, viaggi e così via. È titolare di un diritto d’abitazione interamente pagato — sessantacinque metri quadrati in Bellmansgatan — e non ha prestiti o debiti.»

Lisbeth alzò un dito in aria.

«Inoltre ha un’altra proprietà, un immobile a Sandhamn. Si tratta di una ex bottega di venticinque metri quadrati riadattata ad abitazione e situata a bordo d’acqua, nel cuore della zona di maggior pregio della località balneare. L’aveva acquistata uno zio negli anni quaranta, al tempo in cui i comuni mortali potevano ancora fare cose del genere, e poi è finita nelle mani di Blomkvist. Lui e la sorella si sono spartiti l’eredità in modo che alla sorella è andato l’appartamento dei genitori a Lilla Essingen, e a Blomkvist la casetta. Non so quanto possa valere al giorno d’oggi — di sicuro qualche milione —, ma d’altro canto lui non sembra affatto interessato a vendere, e va a Sandhamn abbastanza spesso.»

«Redditi?»

«Come si è detto, è comproprietario di Millennium ma si prende solo circa dodicimila corone al mese a mo’ di stipendio. Il resto lo mette insieme lavorando come free-lance — il reddito complessivo può variare. Tre anni fa ha raggiunto il livello massimo quando è stato ingaggiato da una serie di media, e ha portato a casa circa quattrocentocinquantamila corone. L’anno scorso ha racimolato solo centoventimila corone con i lavori da free-lance.»

«Adesso deve pagare centocinquantamila corone di risarcimento e in più gli onorari degli avvocati e via dicendo» constatò Frode. «Possiamo immaginare che la somma finale sarà piuttosto elevata, e inoltre perderà degli introiti quando dovrà scontare la pena detentiva.»

«Significa che finirà piuttosto al verde» osservò Lisbeth.

«È un tipo onesto?» domandò Dirch Frode.

«L’onestà è per così dire il suo capitale morale. La sua immagine vuole essere quella di un convinto guardiano della morale nei confronti del mondo imprenditoriale, e lo invitano piuttosto di frequente a commentare svariate faccende alla tv.»

«Non sarà rimasto granché di quel capitale, dopo la sentenza di oggi» disse Dirch Frode pensieroso.

«Non voglio affermare di sapere con esattezza che cosa si pretenda da un giornalista, ma dopo questa batosta credo che dovrà passare del tempo prima che il Superdetective Blomkvist riceva il Gran Premio del Giornalismo. Ha fatto una figura abbastanza magra» constatò lei lucidamente. «Se posso fare una riflessione personale…»

Armanskij spalancò gli occhi. Da quando Lisbeth Salander lavorava per lui, era la prima volta che faceva una riflessione sua in un’indagine personale. Di solito, per lei valevano solo i fatti nudi e crudi.

«Non rientrava nel mio incarico di esaminare i fatti riguardanti l’affare Wennerström, ma ho seguito il processo e devo riconoscere che in effetti sono rimasta piuttosto stupefatta. L’intera storia ha un che di sbagliato e per Mikael Blomkvist è totalmente… non è da lui pubblicare qualcosa che sembra essere così… così campato in aria.»

Lisbeth si grattò sul collo. Frode aveva assunto un’aria paziente. Armanskij si domandò se si stesse sbagliando, oppure se la ragazza davvero non sapesse esattamente come continuare. La Lisbeth che conosceva non era mai incerta o dubbiosa. Alla fine lei parve decidersi.

«Parlando in via del tutto ufficiosa, per così dire… io non mi sono messa veramente addentro all’affare Wennerström, ma sono convinta che Kalle Blomkvist… scusate, Mikael Blomkvist, si sia fatto fregare. Credo che in quella storia ci sia dentro qualcosa di completamente diverso da quello che lascia intendere la sentenza.»

Questa volta toccò a Dirch Frode raddrizzarsi nella poltroncina dei visitatori. L’avvocato fissò Lisbeth con sguardo indagatore e Armanskij notò che per la prima volta da quando era iniziata l’esposizione del caso il committente mostrava qualcosa di più di una cortese attenzione. Annotò mentalmente che l’affare Wennerström doveva avere un certo interesse per Dirch Frode. Correzione si disse però subito dopo. Frode non era interessato all’affare Wennerström — è stato quando Lisbeth ha insinuato che Blomkvist si è fatto fregare che Frode ha reagito.

«Che cosa vuole dire, esattamente?» domandò Frode con voce animata.

«Sono solo speculazioni da parte mia, ma sono decisamente convinta che qualcuno l’abbia imbrogliato.»

«E che cosa glielo fa credere?»

«Nel passato di Blomkvist tutto dimostra che è un reporter molto guardingo. Tutte le rivelazioni esplosive che ha fatto in precedenza erano molto ben documentate. Un giorno sono andata ad assistere a un’udienza del processo. Lui non contrattaccava mai e sembrava essersi arreso senza neanche provare a combattere. Non quadra affatto con il suo carattere. Se dobbiamo credere ai giudici, si è inventato una storia su Wennerström senza uno straccio di prova e l’ha pubblicata come una specie di kamikaze giornalistico — e questo semplicemente non è nello stile di Blomkvist.»

«Perciò lei che cosa crede che sia successo?»

«Posso solo fare una congettura. Blomkvist nella sua storia ci credeva, ma poi è successo qualcosa e l’informazione si è dimostrata falsa. Ciò significa a sua volta che la fonte era qualcuno di cui si fidava, oppure che qualcuno gli aveva passato intenzionalmente delle informazioni false — il che suona un po’ troppo complicato. L’alternativa è che sia stato oggetto di una minaccia così seria da indurlo a gettare la spugna e a passare per un idiota incompetente piuttosto che accettare la sfida. Ma come ho detto sono solo mie speculazioni.»

Quando Lisbeth accennò a voler continuare il suo resoconto, Dirch Frode la bloccò alzando la mano. Rimase seduto un momento in silenzio tamburellando pensieroso con le dita contro il bracciolo, quindi si rivolse di nuovo alla ragazza, esitante.

«Se volessimo servirci di lei per arrivare alla verità sull’affare Wennerström… quante probabilità ci sono che riesca a scoprire qualcosa?»

«A questo non posso rispondere. Magari non c’è niente da scoprire.»

«Ma sarebbe disposta ad assumersi il compito di fare un tentativo?»

Lei alzò le spalle. «Non sta a me decidere. Io lavoro per Dragan Armanskij ed è lui a stabilire quali incarichi mi vuole affidare. Poi dipende da quale genere di informazioni ha in mente.»

«Diciamo così, allora… Do per scontato che questa conversazione sia confidenziale?»

Armanskij annuì.

«Io non so niente di questo affare, ma so senza ombra di dubbio che Wennerström in altre circostanze non si è comportato onestamente. L’affare Wennerström ha influenzato ad altissimo grado la vita di Mikael Blomkvist e io sono interessato a sapere se nelle sue considerazioni può esserci del vero.»

La conversazione aveva preso una piega inattesa e Armanskij fu subito all’erta. Ciò che Dirch Frode richiedeva era che la Milton Security andasse a frugare in una causa penale già chiusa, nella quale forse c’era stata qualche forma di minaccia contro Mikael Blomkvist, e in cui la Milton potenzialmente rischiava di entrare in collisione con lo stuolo di avvocati di Wennerström. Ad Armanskij il pensiero di lasciare libera Lisbeth Salander come un missile da crociera incontrollato in un contesto del genere non piaceva neanche un po’.

E non c’entrava solo la premura nei confronti della società. Lisbeth aveva tenuto a sottolineare che non voleva avere Armanskij come una qualche sorta di preoccupato patrigno, e dopo il loro accordo lui era stato molto attento a non comportarsi come tale, ma dentro di sé non avrebbe mai smesso di preoccuparsi per lei. Certe volte si sorprendeva a confrontarla con le sue stesse figlie. Si considerava un buon padre che non si intrometteva inopportunamente nella loro vita privata, ma sapeva che non avrebbe mai accettato che si comportassero come Lisbeth Salander o vivessero una vita come la sua.

Nel profondo del suo cuore croato — o forse bosniaco oppure armeno — non era mai riuscito a liberarsi della convinzione che la vita di Lisbeth fosse un viaggio verso la catastrofe. Ai suoi occhi la ragazza era un invito a qualche malintenzionato a farne la vittima perfetta, e aspettava con terrore il mattino in cui sarebbe stato svegliato dalla notizia che qualcuno le aveva fatto del male.

«Un’indagine del genere può venire a costare» disse Armanskij cercando cautamente di scoraggiare l’avvocato, per saggiare quanto fosse stata seria la sua richiesta.

«Potremmo sempre stabilire un tetto» replicò Frode senza scomporsi. «Non pretendo l’impossibile, ma è evidente che la sua collaboratrice, proprio come mi aveva detto, è competente.»

«Lisbeth?» domandò Armanskij con un sopracciglio sollevato.

«Non ho altri incarichi in corso.»

«Okay. Ma voglio che siamo d’accordo sulle forme del lavoro. Sentiamo il resto del tuo resoconto.»

«Non c’è molto altro che qualche dettaglio sulla sua vita privata. Nel 1986 si è sposato con una donna che si chiama Monica Abrahamsson e lo stesso anno hanno avuto una figlia di nome Pernilla, che oggi ha sedici anni. Il matrimonio non è durato a lungo; si sono separati nel 1991. Monica Abrahamsson si è risposata, ma chiaramente sono ancora in buoni rapporti. La figlia abita con la madre e non incontra Blomkvist molto di frequente.»

Frode chiese dell’altro caffè e poi si rivolse di nuovo a Lisbeth.

«All’inizio aveva accennato al fatto che tutti hanno dei segreti. Ne ha scoperto qualcuno?»

«Volevo dire che tutte le persone hanno cose che giudicano private e che non mettono esattamente in piazza. Blomkvist frequenta molte donne. Ha avuto diverse storie d’amore e moltissime relazioni occasionali. In poche parole, ha una vita sessuale molto intensa. C’è però una persona che da molti anni ricorre nella sua vita, e con la quale ha un rapporto alquanto insolito.»

«In che senso?»

«Blomkvist ha una relazione con Erika Berger, caporedattore di Millennium; figlia dell’alta borghesia, madre svedese, padre belga residente in Svezia. I due si conoscono fin dai tempi della scuola di giornalismo e da allora di tanto in tanto si frequentano.»

«Forse non è poi così insolito» constatò Frode.

«No, per carità. Ma Erika Berger è anche sposata con Greger Beckman, l’artista — quello che ha fatto un sacco di cose orripilanti in luoghi pubblici.»

«Perciò lei in altre parole è infedele.»

«No. Beckman è al corrente della loro relazione. Si tratta di un ménage à trois che chiaramente sta bene a tutte le parti in causa. Certe volte lei passa la notte con Blomkvist e certe volte con suo marito. Come funzioni esattamente non lo so, ma probabilmente è stato uno dei motivi che hanno fatto fallire il matrimonio con Monica Abrahamsson.»