64

Elvis Cole

Sedici giorni dopo

Due falchi dalla coda rossa fluttuavano sopra il canyon come sentinelle assonnate. Stavano sospesi nell’aria come pesci nell’acqua, senza alcuno sforzo evidente, parte integrante del cielo quanto le nuvole.

«Se ne andranno presto. Si sta facendo buio» osservò Pike.

Eravamo sul patio. Il barbecue era acceso, la carbonella quasi pronta. Il piano era quello di grigliare quattro splendide costolette di agnello per me, più una melanzana e altre verdure miste da dividerci. Uno stufato di fagioli stava cuocendo nel forno. L’avevo fatto per Pike, che era vegetariano, ma piaceva anche a me.

Alzai la lattina di Falstaff vuota.

«Ce ne sono ancora due. Ne vuoi una?»

«Certo.»

Filai dentro a prendere le ultime due Falstaff e gliene lanciai una. Aprimmo le lattine e bevemmo. Eravamo stati sul patio quasi tutto il giorno. E avevamo bevuto quasi tutto il giorno.

«Jon è ancora via?» chiesi.

«Uh-uh.»

«Quando torna?»

«Non lo dice mai. Lo sai.»

Anche Pike un tempo faceva viaggi di quel genere.

Alzai la lattina. «A Jon.»

«A Jon.»

Bevemmo.

«Ho visto Amy» dissi.

«Come sta?»

Non sapevo cosa rispondere.

«Va da questo strizzacervelli che il tribunale le ha intimato di vedere. Sono passate solo un paio di settimane. Lo strizzacervelli le fa delle domande, parlano, e quello prende appunti. Lei dice che non sta andando male.»

Pike alzò la lattina verso il cielo.

«Guarda.»

Il falco maschio chiuse le ali, piegò di lato e si lasciò cadere come una freccia. Interruppe la caduta con una lunga, ampia virata, aprì le ali come fossero un paracadute e sfrecciò davanti al mio patio. Quando ci passò davanti, la sua testa minuscola si voltò, come se volesse guardarci.

«Sta facendo un po’ di scena per la sua bella.»

Pike annuì.

Ero dentro a prendere l’agnello e le verdure quando suonò il campanello. Rimasi sorpreso quando aprii la porta.

«L’agente speciale responsabile» dissi.

Hess entrò senza che l’avessi invitata a farlo e vide Pike sul patio.

«Oh. Ha compagnia. Avrei fatto meglio a chiamare prima.»

«Già.»

Osservò la stanza e il panorama come fanno tutti, e vide il cibo sul bancone.

«Senta, io le devo delle scuse e una spiegazione. Avrei potuto chiamare, ma avevo paura che mi sbattesse giù il telefono.»

«Lei non mi sembra il tipo che ha paura, Hess.»

Si guardò attorno, nervosa.

«Di certe cose sì.»

Era carina quando faceva la timida, ma io avevo bevuto.

«Stavo per mettermi a grigliare. Venga fuori a salutare Joe.»

Presi il cibo e lo portai fuori. Hess mi seguì.

«C’è l’agente speciale responsabile.»

«Per favore, la smetta di chiamarmi così.»

Joe si alzò in piedi e le porse la mano.

«Salve, Janet. Se l’è cavata alla grande nel parcheggio.»

Misi l’agnello sulla griglia e sentii un delizioso sfrigolio.

«Lei adora i parcheggi.»

Hess arrossì, imbarazzata, ma, come quel giorno al Safety Plus, tenne botta.

L’angolo della bocca di Pike ebbe un guizzo. Un guizzo lieve, impercettibile. Guardò Hess.

«Spero di rivederla.»

Pike entrò in casa e uscì dalla porta principale.

Hess rimase a fissarlo. «Dove sta andando?»

«Se ne va. Ha capito che lei è qui per me e ora siamo soli.»

Lei arrossì di nuovo. Questa volta ancora di più.

«Sono venuta a scusarmi.»

«E allora si scusi. Dev’essere qualcosa di grave.»

«Ha bevuto?»

«Sì. Le piace l’agnello?»

Inarcai le sopracciglia, in attesa di una risposta.

Hess mi studiò per un istante, poi annuì.

«Certo.»

«Bene. Allora, queste scuse? Non ho tutta la sera.»

«Potrei avere una birra, prima?»

Indicai la cucina con il gomito.

«Nel frigo. Si serva.»

Hess entrò e si servì.

La promessa
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