55

Elvis Cole

Tre ore e venti minuti dopo aver lasciato Janet Hess in un parcheggio di Hollywood, ci incontrammo di nuovo in un altro parcheggio, questa volta a Silver Lake. Un normale agente non ci sarebbe riuscito, ma Hess era l’agente speciale responsabile dell’ufficio. Mi consegnò un accordo firmato e autenticato proveniente dall’ufficio del procuratore. L’accordo stabiliva per iscritto le garanzie che avevo chiesto. Amy Breslyn era salva.

Nonostante tutto quello che era successo, scoprii che Hess mi stava simpatica.

«Lei è una a posto, Hess.»

«Adesso non esageriamo.»

«E James?»

«Fatto.»

Scoprii che mi stava molto simpatica.

Hess voleva vedere il video, ma non era venuta sola. Era arrivata con sei agenti dell’ATF a bordo di tre auto, e un’unità d’emergenza dell’ATF. L’unità era l’equivalente della SWAT, la squadra speciale d’assalto, e arrivò a bordo di un grosso Suburban nero. Eravamo circondati da agenti.

«Qui?» dissi.

Hess mi condusse lontano dagli altri, sulla sua auto di servizio. Aprii il laptop e feci ripartire il video da dove l’avevo fermato.

Amy arretrò per aprire la porta ed entrò Mitchell. Hess lo riconobbe immediatamente, nonostante di lui fosse visibile soltanto la sommità della testa.

«Bastardo. Russ, sei un figlio di puttana.»

«Tra qualche secondo lo vedrà in faccia.»

«So chi è. Stronzo.»

Quando arrivammo al punto del video in cui Mitchell menzionava Rollins, lei mi bloccò.

«Rollins è Colinski?»

«Credo di sì. È l’uomo che James e io abbiamo visto alla casa.»

Lei scosse la testa, arrabbiata e disgustata.

«Che idiota, Russ.»

«Non posso darle il laptop, ma il video sì. Lui spiega tutto, come ha organizzato l’affare, cosa vendono, tutto quanto.»

Lei voltò la testa.

«Lo voglio al più presto possibile.»

«Faccia conto di averlo già.»

Salimmo a bordo di un’auto dell’ATF insieme al comandante dell’unità d’emergenza. Uno degli agenti era alla guida, Hess sedeva davanti con lui. Volevano vedere la casa di Amy.

Lungo il tragitto esposi a grandi linee cosa avevo sentito dire da Amy e da Mitchell, e descrissi il Safety Plus. Il comandante mi bombardò di domande sul box di Amy, e ordinò che al Safety Plus venisse dispiegata una seconda unità. Disse a Hess di inviare anche una squadra di artificieri.

«Gli esplosivi non ci sono più» dissi. «Li ho presi io.»

«Dove sono?»

«Sotto il mio patio. Li ho portati a casa mia.»

Passammo lentamente davanti alla casa di Amy e alla Rover di Jon. Il comandante osservò la Rover.

«Dovremo farlo andare via da qui.»

«Si sta prendendo cura di lei. Resterà.»

«È per la sua sicurezza.»

«Lui resta. Io, l’uomo della Rover e il mio socio siamo in prima linea, e le decisioni le prendiamo noi. Mettetevi il cuore in pace.»

Hess si voltò verso il comandante e mi spalleggiò.

«Sono in prima linea. Procediamo un passo alla volta.»

Tornai al parcheggio, Hess e io salimmo sul Suburban con il comandante dell’unità d’emergenza, un negoziatore, e un agente dell’ATF con i capelli rossi di nome Darrow. La disponibilità di Amy a collaborare avrebbe determinato il modo in cui affrontare Mitchell e Colinski. Non potevamo elaborare un piano finché non avessimo saputo se Amy intendeva darci una mano, e non avremmo potuto scoprirlo finché non l’avessimo affrontata. La risposta di Amy era cruciale. Hess informò Pike e Stone via radio ed espose loro come intendeva avvicinare Amy. Jon la interruppe, le disse che ci avrebbe pensato lui e riattaccò.

«Ma che cazzo?» disse Hess.

«Ha un brutto carattere» risposi.

Gli agenti speciali responsabili non sono abituati a essere interrotti.

Le sfiorai il braccio. «Vi abbiamo portati fin qui, Janet. Si fidi di lui.»

Qualche minuto dopo li lasciai e andai con l’auto da Amy. Era ancora buio. Parcheggiai tre villette più sotto, con il muso rivolto verso l’alto. Vedevo la casa di Amy, ma non la Rover di Jon. Pike era più in alto, e dominava la situazione. Mi chiesi se Amy stesse sognando.

Il cielo si era schiarito quando arrivò Hess. Comparve una seconda auto dell’ATF che parcheggiò sotto di me. Sorse il sole, i residenti cominciarono a uscire dalle loro case e l’alba diventò giorno.

Qualche minuto dopo le sette, la radio emise una scarica.

«Cinque minuti o meno. Si sta preparando» disse Jon.

Amy stava per uscire di casa per andare al deposito e assemblare l’ordigno che avrebbe messo fine alla sua vita. Mi chiesi cosa provasse.

«Veda di non fare casini» disse Hess dalla radio, rispondendo a Jon.

Mi chiesi se Amy fosse nervosa o spaventata, o se avesse dei ripensamenti. La Amy che conoscevo io no. La mia Amy non voleva morire. Era intelligente, forte e determinata, ed era arrivata a ideare un piano che le sembrava razionale. Potenza di un cuore infranto.

Comparve Jon, e scese lungo la strada dal punto in cui era parcheggiato. Si fermò davanti alla scala e alzò lo sguardo verso la casa.

Da dove mi trovavo non potevo vedere Amy, ma doveva essere pronta a uscire. Doveva finire la giacca in fretta, e probabilmente stava facendo un elenco mentale delle cose che le restavano da fare.

Jon si avviò su per i gradini e sparì.

Amy non l’avrebbe visto subito, persa nei suoi pensieri, impegnata a ripassare mentalmente i passi razionali che l’avrebbero portata a una morte irrazionale, ognuno perfettamente sensato e inevitabile.

Finché non avesse visto Jon.

A quel punto, tutto sarebbe cambiato. Jon le avrebbe offerto un percorso diverso.

La promessa
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