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Dominick Leland
Il sergente Dominick Leland sedeva nel suo ufficio al centro di addestramento di Glendale, e pensava a Dakota. Il resto della squadra era su alla Mesa, e Leland aveva quel posto tutto per sé. Masticare tabacco era proibito dal regolamento, ma a lui non importava un fico secco. Sputò in un bicchiere di polistirolo e bevve un sorso di bibita all’arancia. La bibita aveva un gusto peggiore del tabacco, però almeno non era contro le regole.
Nei trentadue anni passati a condurre cani, nell’esercito, nel dipartimento dello sceriffo e nel dipartimento di polizia di Los Angeles, Leland aveva avuto la gioia di godere della compagnia di nove partner. Cinque pastori tedeschi, tre malinois belgi e un cane da pastore olandese. Due erano rimasti uccisi in servizio, due erano morti per malattie improvvise, altri due avevano avuto problemi alle anche e tre avevano dato tutto finché non erano diventati troppo vecchi, e allora Leland li aveva adottati. Nella casa che condivideva con la moglie, sposata trentasei anni prima e che lui chiamava “Missus”, le pareti del suo studio erano coperte di foto dei suoi figli, dei suoi nipoti e di lui in compagnia di ognuno dei suoi nove partner.
Dakota era la sua preferita. Era una femmina di pastore tedesco, nera e snella. Pesava poco più di trenta chili ed era piuttosto piccola per essere un pastore tedesco, ma con quel muso nero e le orecchie simili a corni ai cattivi doveva essere sembrata il cane di Satana. In realtà era un vero tesoro. Furba come una volpe, non mollava mai ed era affettuosissima con i bambini e la Missus.
Comunque, il giorno in cui venne messa a riposo, Leland la portò a casa, come ogni altro giorno, la fece scendere dalla macchina e le diede una bella grattatina.
“Benvenuta a casa. Da oggi in poi tu sei in vacanza.”
Scendere dalla macchina una volta arrivati a casa quella sera fu normale, ma la mattina dopo, quando Leland andò alla sua auto lasciando lei a casa fu un incubo. Dakota si aspettava di andare con lui, come aveva fatto ogni mattina negli ultimo otto anni. Prese a uggiolare, a ululare, abbaiò, si mise a tremare come un chihuahua, cercò di staccare la staccionata a morsi. Leland non aveva mai visto un’espressione più patetica, come quella di un bambino abbandonato che implora il padre di non lasciarlo solo. Era andata avanti così ogni mattina. Leland provava un terribile senso di colpa e una vergogna ancora più terribile. La verità era che Dominick Leland avrebbe potuto insegnarle a non fare così, ma non voleva perdere il suo amore assoluto e la totale fedeltà che ardevano nel cuore del suo partner.
Il giorno dopo Leland uscì di casa prima e portò Dakota a fare un giro. Lo fece quasi tutte le mattine successive, e quando tornava a casa dal lavoro, se non era troppo stanco, e nelle giornate libere la portava a fare un giro in macchina. Certe volte, come ricompensa, accendeva pure la sirena e i lampeggianti e sfrecciava per l’autostrada in codice tre. Lei adorava la velocità.
Qualche anno prima, Dakota se n’era andata. Leland sentiva la sua mancanza, gli mancavano i loro giri in macchina e pensava spesso a lei, specialmente quando si ricordava del dolore che un uomo può infliggere al cuore sensibile di un cane.
Seduto lì, in silenzio, Leland sentì un’auto fermarsi, e la porta del canile aprirsi. Pensò a Dakota e a come si era comportata quella mattina. Concesse loro qualche minuto prima di alzarsi. Poi si soffiò il naso e andò verso il canile.
Aprì la porta ma non entrò. Scott era seduto nel recinto con il suo cane.
«Agente James, va’ a casa. Ora è mia.»
Leland chiuse la porta e se ne tornò nel suo ufficio. Qualche minuto dopo sentì sbattere la porta del canile. Quando l’auto si allontanò dal parcheggio, il cane si mise a guaire. Andò avanti a lungo, e fu terribile.
Leland ruppe con i denti un pezzetto di tabacco. Masticò, ascoltando il pianto del cane, e pensò alle preziose corse in auto con Dakota. Cominciò a chiedersi se un giro in macchina avrebbe potuto consolare Maggie. Forse no, ma decise di fare un tentativo.