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Elvis Cole
Quaranta minuti più tardi la sgangherata Trans Am azzurra si fermò dietro di noi e scese Scott. Lasciò il cane in macchina. Era grosso, forte, e riempiva il sedile anteriore come un lupo marrone e nero.
«Non è pericoloso, farla viaggiare davanti?» chiesi.
Scott mi ficcò in mano la fedina penale e osservò il Safety Plus.
«Parliamo di Colinski. È questo il posto?»
«Sì. La donna là dentro è un problema, quindi ci serve un piano.»
«Prima di fare un piano, mi racconti quello che sa e come l’ha saputo. E lasci che le dica una cosa: se quello che mi riferirà non mi convince, io e il mio cane ce ne andiamo.»
Gli raccontai tutto, a cominciare da Amy e Jacob Breslyn, com’era morto Jacob e che Amy stava cercando di scoprire chi l’aveva ucciso e per questo voleva entrare in contatto con al-Qaeda.
«Sembra che la stia aiutando un uomo di nome Charles» dissi «e probabilmente è lui la persona che ha fatto da ponte. La casa appartiene a Colinski, quindi nell’affare c’entra anche lui, o come intermediario o perché ha collegamenti con i compratori.»
Scott guardava fisso verso l’altro lato della strada.
«I compratori sono terroristi di al-Qaeda.»
«Le persone che hanno ucciso suo figlio in Nigeria sono affiliate ad al-Qaeda.»
Scott scosse la testa e guardò il cane.
«Perfetto. Lo stronzo che mi ha piazzato una bomba sotto la macchina è un terrorista di al-Qaeda.»
«Non ho idea di chi l’abbia confezionata, ma lei voleva sapere e adesso lo sa.»
Scott andò alla macchina. Il finestrino era aperto e il cane si sporgeva fuori. Scott gli sfiorò il naso e gli grattò i lati della testa.
«Carter non sa nulla di questo. Nessuno, nella task force, parla di questo. Chi non è onesto con lui?»
Tirai fuori il telefono e gli mostrai la foto ufficiale di Janet Hess presente sul sito del dipartimento della Sicurezza Interna.
«Sa chi è questa? L’agente speciale Janet Hess.»
Scott osservò la foto.
«No. Mai conosciuta.»
«E un agente di nome Mitchell?»
«Gira per l’ufficio.»
«Quando Carter e Stiles sono venuti a casa mia, Mitchell era con loro. Hess è il capo di Mitchell.»
Sollevai di nuovo il telefono per mostrargli la foto.
«Due ore prima che noi due ci incontrassimo, Hess mi ha ingaggiato perché trovassi Amy Breslyn, solo che non si è presentata come agente federale. Ha finto di essere un’amica di Amy. Mi ha detto che un certo Thomas Lerner avrebbe potuto aiutarmi, e mi ha dato il suo indirizzo.»
Scott lanciò un’occhiata alla foto.
«È stata Hess a mandarla a Echo Park?»
«Sì. È per questo che mi trovavo là, a fare quello che facevo.»
«Stiles dice che quell’uomo non esiste. Pensa che lei se lo sia inventato.»
«Ha ragione per metà. Lerner non esiste, ma è stata Hess, e non io, a inventarlo. E se Carter e la task force non ne sanno nulla, è solo perché Hess e il suo agente, Mitchell, non hanno condiviso l’informazione. Hess sa tutto quello che le ho detto, e anche di più.»
Scott aggrottò la fronte e diede un’altra grattatina al suo cane.
«Hess è al corrente che Colinski è l’uomo con la giacca sportiva?»
«Non lo so, e non so neppure da che parte stia. Sapeva di Amy e di Charles, e loro hanno rapporti con Colinski. È stata lei a mandarmi alla casa, e la casa appartiene a Colinski.»
Scott fissò il cane, che ora non era più felice e rilassato. Aveva le orecchie ritte, e pareva pronto a mordere.
«È una stronzata. Dovremmo informare Carter e lasciare che sia lui a occuparsi di Hess e di questa faccenda.»
«Se informiamo Carter, Hess lo verrà a sapere. Hess non sa cosa ho scoperto, per cui è convinta di essere al sicuro. Se è Colinski che sta cercando di farla fuori, anche lui è convinto di essere al sicuro. Non so se tra i due ci sia un qualche collegamento, ma loro non sanno che siamo qui, Scott. Se andiamo avanti loro non ci vedranno arrivare.»
Scott lanciò un’occhiata all’ingresso.
«Colinski.»
«L’affare si chiude domani. Quando Breslyn sarà al sicuro prenderemo Colinski e tutti gli altri. Prima, però, dobbiamo mettere in sicurezza gli esplosivi.»
Scott annuì e fece per salire in auto.
«Andiamo.»
«Un momento. Ci serve un piano. Quella donna là dentro mi odia.»
«Ecco il piano. Pike, davanti. Cole, dietro.»
«Col cane?»
«Sarà più difficile da vedere, e Pike ha più l’aria del poliziotto. Avanti, salite.»
Mi infilai dietro, oltre il cane, nel minuscolo sedile posteriore, e Pike scivolò sul sedile accanto al guidatore. Il cane si infilò tra i due sedili anteriori, sulla consolle, ma era troppo grosso e gran parte debordava dietro.
Il sedile, i braccioli, il pavimento erano cosparsi di peli di cane. Ciuffetti di pelo erano attaccati alle portiere e al tetto e ammucchiati sotto i sedili e sul battitacco in piccoli cumuli simili a neve. Peli volteggiavano per aria e si posavano su di me come forfora.
Il cane mi annusò.
Se sembrava grosso visto da fuori, a due centimetri dal naso sembrava ancor più grosso.
Sorrisi e cercai di assumere un atteggiamento amichevole.
«Ti ricordi di me? Hai conosciuto il mio gatto.»
Mentre attraversavamo la strada, il cane mi alitò addosso il suo respiro caldo.