43
Il furgone di Hector Pedroia, l’Original Taco Cuisine, era parcheggiato dalle parti di Chinatown, non lontano da Union Station. I tacos erano costosi, ma c’era una lunga coda. Pedroia stava alla cassa mentre due cuochi più giovani preparavano il cibo. Il furgone era pitturato di un bel turchese vivace, e sfoggiava un menu scritto a mano su cui figuravano tacos fatti con stinco di agnello, lechón cubano, birria, e altre specialità ricercate. La birria è uno stufato di pecora. Una carne non molto popolare sul mercato anglosassone ma che, cotta con guajillo e peperoncini ancho, era una delle mie preferite.
Mi misi in coda e aspettai il mio turno.
Pedroia consegnò il resto e un numerino alla donna prima di me e mi rivolse un sorriso frettoloso.
«Sì, amigo, cosa desidera?»
«Due birria e un agnello.»
«Qualcosa da bere, amico mio?»
«No, grazie. Quando la coda diminuisce, vorrei parlarle un attimo. Nola Medillo le manda i suoi saluti.»
Pedroia non rallentò, non cambiò espressione. Gridò il mio ordine ai due cuochi e batté il conto.
«Crema di habañero con l’agnello? Una spruzzata di coriandolo? Sulla birria, va bene qualche fettina di ravanello?»
«Perfetto.»
Il mio numero era il quarantadue. Aspettai con gli altri clienti sul marciapiede, e osservai i tre uomini al lavoro. L’addetto alla piastra produceva un flusso costante di tortillas fatte a mano, e carne e verdure grigliate. Il cuoco, la cui postazione si trovava accanto a Pedroia, assemblava ogni taco con eleganza, l’avvolgeva in cartoni color turchese e chiamava i numeri. Pedroia prese parecchi altri ordini prima di guardare nella mia direzione, e disse qualcosa all’addetto alla griglia. Quello si spostò alla cassa e Pedroia passò a confezionare i tacos. Riempì un contenitore, me lo mostrò e mi fece cenno di raggiungerlo dietro il furgone.
Quando arrivai da lui, Pedroia mi porse il contenitore e una manciata di tovaglioli. Doveva avere sui trentacinque anni, ma le rughe sul volto erano quelle di una persona più vecchia.
«Non era mia intenzione farla allontanare. Avrei aspettato.»
Si strinse nelle spalle come se fossero preoccupazioni futili.
«La birria è fatta secondo la ricetta di mia nonna. Diceva che la mia famiglia la faceva così da almeno mille anni, ma ogni tanto si faceva prendere dalle fantasie. Io ho apportato qualche modifica.»
Ne presi un morso. Un sugo rosso e speziato mi colò lungo le dita.
«Deliziosa.»
«Non è troppo piccante?»
«È sublime.»
Afferrò uno strofinaccio appeso al grembiule e si pulì le mani.
«Come mai conosce Nola?»
«Sto indagando su una faccenda che riguarda il fratello. Nola mi ha detto che eravate intimi, per cui spero che lei possa aiutarmi.»
«È questo che ha detto, che eravamo intimi?»
«Sono parole mie, non sue. Mi scusi. Mi ha parlato bene di lei. Non altrettanto del padre.»
Lui sorrise, ma era un sorriso triste.
«L’agnello, non lo lasci raffreddare.»
Mangiai un boccone di agnello.
«È superlativo.»
Era compiaciuto per il complimento.
«Juan se n’è andato da anni. In che faccenda può essere coinvolto un morto?»
«È entrato in possesso di una casa quando era su a Solano. E ora salta fuori che la proprietà è ancora a suo nome, e qualcuno sta pagando le tasse al posto suo. Speravo che lei potesse dirmi qualcosa.»
Pedroia sbuffò stancamente. «Certo. La casa di Colinski.»
Mangiai ancora un po’ di agnello e cercai di mantenermi calmo.
«Juan gliene ha parlato?»
«Sì. Juan mi diceva tutto. Mi raccontava tutto di tutto, che io volessi ascoltare o meno.»
«Era la casa di Jacobi. Juan l’aveva avuta da un uomo che si chiamava Jacobi, non Colinski.»
Pedroia si pulì di nuovo le mani, ma ora era un gesto rabbioso.
«La casa l’ha avuta da Jacobi, sì, ma l’ha fatto per Colinski. Il Grande Colinski voleva quella casa.»
Alzò gli occhi al cielo mentre lo diceva, e le mie orecchie sentirono una specie di ronzio. Il suono di qualcosa di molto lontano che si avvicina.
«Chi era Colinski?»
Lui distolse lo sguardo. Imbarazzato.
«Un ragazzo del quartiere. Più grande di noi. Uno di quei delinquenti che era solito frequentare Juan. Un criminale. Juan aveva una cotta per lui.»
Rimase in silenzio e si pulì le mani.
«Juan avrebbe fatto qualunque cosa pur di compiacerlo.»
«E il Grande Colinski ha un nome di battesimo.»
«Royal. Che nome, eh? Royal Colinski da East Los Angeles.»
Il cellulare usa e getta si mise a vibrare nella mia tasca, ma io stavo andando troppo bene per interrompermi.
«Perché Colinski voleva quella casa?»
«E chi lo sa? Un posto in cui nascondersi, tagliare la droga, nascondere contante, fare festini. Stupido, gli dicevo, come pensi di smettere se continui a frequentare un tipo come quello, ma il Grande Colinski aveva parlato.»
«Jacobi e Juan erano entrambi tossicodipendenti. Juan ha trafficato in stupefacenti per avere la casa?»
«Sì! È stata una brillante idea di Colinski.»
«Sa dove si trova ora, questo Colinski, o cosa stia facendo?»
Lui diede un colpetto con lo strofinaccio.
«Non ho alcun interesse per la gente che frequentava Juan. Ora sono pulito, ma allora non lo ero e volevo diventarlo. Intendevamo smettere insieme, e Juan ci ha provato, io credo davvero che ci abbia provato, ma poi vedeva i suoi vecchi amici e tornava alle vecchie abitudini.»
Gli chiesi di tenermi un attimo il cartone e tirai fuori l’identikit.
«Cosa gliene pare?»
Studiò il ritratto.
«Colinski?»
«Glielo chiedo.»
La sua indecisione non lasciava ben sperare, ma capii che si stava sforzando. Quello per cui Juan aveva una cotta. Il Grande Colinski.
«Potrebbe essere.»
«Tre sere fa è stato ucciso un uomo a casa di Juan. Quest’uomo si è allontanato dalla scena del delitto.»
«Credo sia lui, ma non ne sono sicuro.»
Misi via l’identikit.
«Un’ultima cosa. Tre settimane dopo aver firmato l’atto di trasferimento della proprietà, Jacobi è morto per un’overdose.»
«Me lo ricordo. Juan me l’aveva detto.»
«È stato Juan a ucciderlo?»
Pedroia parve sorpreso.
«Juan era debole e insicuro, ma non crudele.»
«Undici giorni dopo la morte di Jacobi, Juan è stato assassinato.»
«Una rissa tra detenuti. Neri e ispanici. Juan si è trovato in mezzo, hanno detto. Non era neppure coinvolto.»
«È stato pugnalato sedici volte.»
Pedroia strinse la mascella quando lo dissi, come se la lama gli stesse trafiggendo la schiena.
«Sta dicendo che Juan è stato ammazzato per via di questa casa?»
«Non lo so. Ma con Jacobi e Juan morti non restava nessuno che potesse collegare Colinski alla casa.»
Pedroia lanciò un’occhiata ai tacos non mangiati e lasciò cadere il cartone nella spazzatura.
«Non mi ha dato ascolto.»
«Nola ha una buona opinione di lei. Rispetta quello che lei provava per suo fratello. Non mi ha chiesto lei di dirglielo.»
Annuì.
«La birria, non era troppo forte?»
«Non per me. Adoro il piccante.»
«Ho sempre il dubbio.»
Pedroia risalì sul suo furgone turchese. Io me ne tornai alla mia auto, e guardai il telefono. La telefonata a cui non avevo risposto era di Pike, per cui lo richiamai subito.
«Medillo è stato aiutato nell’acquisto della casa. Ho un nome. Potrebbe essere l’uomo con la giacca sportiva.»
«Anch’io ho un nome. La tua falsa Meryl è un problema.»
Il calore che sentivo in petto si raffreddò.
«Chi è?»
«Il suo vero nome è Janet Hess. Lavora alla Sicurezza Interna. È la SAC, l’agente speciale responsabile dell’ufficio di Los Angeles.»
Salii in macchina e avviai il motore. Pike aveva ragione. La mia finta Meryl era un problema.