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Nola Medillo Terina e il marito vivevano in una bella casetta qualche isolato a nord della Pomona Freeway, a poco più di un chilometro dall’abitazione del padre. Nola era una donna semplice e graziosa sulla quarantina. Venne ad aprire la porta con un sorriso imbarazzato, scostandosi delle ciocche di capelli dal volto.

«Dev’esserci un errore. Ha confuso mio fratello con un altro Medillo.»

«No, signora. Juan Adolfo. Il suo Juan.»

Le mostrai una copia dell’atto di proprietà. Mentre lo studiava, parve più divertita che sospettosa.

«Juanito non poteva permettersi neppure un paio di scarpe, figuriamoci una casa.»

«Lei non sapeva che fosse proprietario di un immobile?»

«Non ne avevo idea. Entri, la prego. Ora è mia?»

La sua espressione e il linguaggio del corpo mi facevano pensare che fosse sincera.

La seguii in soggiorno, dove lei si sedette sul bordo di una poltrona troppo imbottita. La casa era semplice e accogliente. Un lato della stanza era interamente occupato da un caminetto a gas con una mensola ornata, su cui erano posati dei vasi che dovevano essere di proprietà della famiglia da generazioni e fotografie di lei con il marito e i figli.

«Non lo so, signora Terina. Non sono qui per disporre della sua proprietà. Speravo lei fosse in grado di dirmi come ne era venuto in possesso.»

«Mi dispiace, ma non lo so.»

«Conosce il nome Walter Jacobi?»

Lei scosse la testa.

«Era il compagno di cella di Juan, su a Solano.»

Il suo volto si fece scuro, ma solo per un istante.

«Juan non parlava mai della sua vita in carcere. Quando l’andavo a trovare, voleva solo sentirmi parlare delle vicende di casa.»

«La casa apparteneva a Jacobi. La proprietà ha cambiato di mano quando erano compagni di cella.»

«È illegale?»

«No, signora, ma qualcuno si è occupato della casa e ha pagato le tasse a nome di Juan.»

Parve incuriosita.

«Fingendo di essere Juan?»

«In un certo senso. Il problema è che la casa è stata usata per attività criminose.»

Lei si rabbuiò di nuovo, e lanciò un’occhiata a una credenza nell’angolo.

«È ridicolo. Juan proprietario di una casa. Assurdo.»

La credenza era scura, stretta. Sulla mensola centrale era posata una foto a colori di un ragazzino. Era appoggiata a una scatola di metallo che faceva da piedistallo. Il ragazzino sembrava avere otto o nove anni. Indossava una camicia bianca a maniche corte con una cravatta e lo stemma della scuola cattolica. Avrebbe potuto essere suo figlio, ma io capii che era Juan, giovane e sorridente, prima della droga, del crimine, del carcere. Lei si accorse che la fissavo.

«Lo vede il suo sorriso? Guardi quel sorriso felice.»

Distolsi lo sguardo.

«La signora Cortez mi ha raccontato che lei, sua sorella e Juan eravate molto uniti.»

«Noi tre, sì. Forse io più di Marisol, ma sono la maggiore.»

«Possedere una casa non è una cosa da poco. Sono sorpreso che non gliel’abbia detto.»

Lei mi fissò per un momento, poi distolse gli occhi, imbarazzata.

«Mio fratello era un tossicodipendente e un criminale. Forse si vergognava di come l’aveva avuta.»

«Suo padre ha dichiarato alla polizia di non sapere della casa. È la verità?»

Quando nominai il padre, i suoi occhi persero ogni cordialità.

«Non posso saperlo.»

«Ha detto che, secondo lui, voi due sorelle lo sapevate. Che Juan a voi l’avrebbe detto, e che lei e Marisol lo stavate fregando.»

Nola si irrigidì e drizzò le spalle.

«Mio padre è uno stronzo.»

«Probabilmente non dovrei dirlo, ma anche la polizia ne è convinta.»

Pensai che avrebbe almeno sorriso, e invece no.

«Un uomo orribile. Odioso. La vita di Juan è stata un inferno per colpa sua.»

Lanciò un’altra occhiata al ragazzo sorridente, ma ora nei suoi occhi non c’era gioia.

«A me e a mia sorella, Juan mostrava solo quel bel sorriso e lo sguardo felice. Questo era per noi, ma non per nostro padre.»

«Qualcuno sapeva della casa, signora Terina. Se Juan non lo ha detto a voi, a chi avrebbe potuto dirlo? Agli amici? A una ragazza?»

Lei si scostò di nuovo i capelli e andò alla credenza.

«La prigione ci ha restituito le sue cose. Purtroppo il pacco è stato inviato a nostro padre.»

Fissò la foto del fratello.

«C’erano delle lettere. Alcune di un giovane speciale. Mio padre le ha distrutte. Le ha bruciate in giardino, come un pazzo.»

Mi parve di vedere la scena e capii il motivo della rottura.

«Mi dispiace. Dev’essere stato brutto.»

«Una l’ho letta. Una parte, non tutta, prima che quel matto me la strappasse di mano.»

Posò la foto di Juan di lato, prese la scatola e venne a sedersi sul divano.

«È venuto al funerale. È venuto per amore, ma mio padre è un disgraziato.»

Nola Terina aprì la scatola e tirò fuori il registro delle firme del funerale del fratello. Un nastro di seta segnava la pagina su cui i partecipanti avevano scritto i loro nomi. Fece scorrere il dito lungo l’elenco e si fermò su una firma a metà del foglio.

«Ecco. Lo vede? Hector qualcosa.»

La scrittura era difficile da leggere.

«Pedroia?»

«Sì. È stato gentile a venire.»

Presi nota del nome mentre lei continuava.

«Un ragazzo dolce, ho pensato, e nostro padre ha ripagato la sua gentilezza con la crudeltà. A Marisol e me si è spezzato il cuore. Da quel giorno non siamo più state sue figlie.»

«Hector Pedroia.»

«Sono passati sette anni, ma lavorava in un ristorante. El Norte Steakhouse. Faceva il cuoco.»

Chiamò il ristorante per farsi dare l’indirizzo e mi diede istruzioni su come arrivare.

Hector Pedroia aveva lasciato il ristorante da anni, ma il proprietario sapeva dove trovarlo.

La promessa
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