37

Maggie

Maggie misurava a grandi passi la loro gabbia, a testa bassa. Si fermò in bagno, uggiolò e girò intorno al letto di Scott, poi andò alla finestra. Era chiusa, però l’aria filtrava dall’esterno attraverso sottilissime fessure nel telaio. Gli impercettibili spifferi erano troppo esigui perché Scott li notasse, ma per Maggie erano evidenti come sbuffi di fumo colorato. Infilò il naso sotto le tende, non trovò niente di preoccupante e se ne tornò in soggiorno. Emise un mugolio verso Scott, ma lui la ignorò. Allora lei si mise a raspare il pavimento, girò in tondo e si mise a terra.

L’odore di Scott era carico degli oli rancidi della tensione. La loro gabbia pullulava di rumori inaspettati e odori sconosciuti. Ogni volta che Maggie sentiva il cancello, abbaiava e si lanciava contro la porta.

«Maggie, zitta! Sono amici!»

Il comportamento di Scott con gli estranei in uniforme le faceva capire che non erano una minaccia, ma Maggie restava comunque vigile. Ogni volta che un visitatore si allontanava, le sue orecchie ruotavano, si piegavano, e seguivano i suoi passi fino al cancello.

Scott al sicuro.

Branco al sicuro.

La maggior parte dei cani è in grado di udire quattro volte meglio di una persona, ma le enormi orecchie ritte di Maggie si erano sviluppate per intercettare predatori silenziosi e prede lontane. Diciotto muscoli articolavano ogni orecchio, dando forma ai lobi simili a vele per raccogliere e concentrare suoni a frequenze ben oltre quelli percepibili dagli umani. Questo le permetteva di sentire sette volte meglio di Scott. Lei era in grado di udire il gemito del motore di un jet a mille metri di altezza, le termiti che rosicchiavano il legno, la vibrazione del cristallo nell’orologio di Scott e migliaia di suoni che per lui erano impercettibili quanto gli odori che non poteva sentire.

Quando i suoni e gli odori erano normali, Maggie si sdraiava a terra con la testa tra le zampe.

Ascoltava.

Annusava.

Osservava Scott.

Poco dopo che erano tornati dal parco, Maggie sentì avvicinarsi un intruso e corse alla porta, ma questa volta l’intruso era Joyce. Maggie agitò la coda.

Scott felice.

Maggie felice.

Maggie andò in cucina, bevve, vagò per la camera da letto di Scott e tornò in soggiorno. Scott e Joyce stavano parlando. Maggie si sdraiò e con un sospiro chiuse gli occhi, ma non dormì. Ascoltava Scott e Joyce e il mondo fuori dalla loro gabbia, e sentì il cancello aprirsi. Un rumore per lei forte quanto una fucilata.

Maggie corse alla porta, abbaiando.

«Giù, Maggie. Buona!»

Maggie riconobbe l’odore dell’intruso e si ricordò della femmina umana, alta, gentile e non minacciosa.

«Ehi, bella! Cos’è tutto questo abbaiare?»

Scott fece entrare la donna.

Maggie colse un nuovo odore sul pavimento, si sistemò e rimase in ascolto. Qualche minuto dopo la donna alta se ne andò.

Scott e Joyce mangiarono. Certe volte Joyce si fermava e dormiva nel letto con Scott, ma quella sera no. Rimasero seduti sul divano, a parlare. Maggie udì degli strani rumori. La prima volta corse alla porta. La seconda, si precipitò in camera da letto. Joyce se ne andò presto, e Scott la portò a fare i suoi bisogni.

Quando tornarono nella gabbia, Maggie seguì Scott in bagno, dove urinò, andò sotto la doccia e fece la schiuma azzurra con la bocca. Maggie gli rimase vicina.

Lo seguì attraverso la gabbia mentre spegneva le luci e si sdraiava sul divano. Maggie conosceva le abitudini. Quello era il momento per dormire. Annusò un punto vicino al divano, girò in tondo e si sdraiò.

«Buonanotte, cane.»

Thump, thump.

Il naso di Maggie si arricciò mentre saggiava l’aria.

Le orecchie ruotarono per ascoltare.

Udì dei pigolii e dei trilli provenire dalle auto della polizia sulla strada e il borbottio della televisione della vecchia. Udì il battito del cuore di Scott rallentare mentre lui si addormentava.

Maggie fiutò.

Ascoltò e drizzò la testa.

Lo scricchiolio di rami che sfregavano tra di loro era insolito. Un’asse nella recinzione dietro la loro gabbia schioccò. Le foglie frusciarono, e frusciarono di nuovo, più vicino.

Maggie si lanciò contro la porta, inferocita.

«Maggie, per favore. Ti prego.»

Il suo abbaiare era profondo, furioso. Corse in camera da letto, si alzò sulle zampe posteriori e colpì il davanzale con le zampe.

«ZITTA!»

Maggie ascoltò.

I rumori e i fruscii erano cessati. Non si stava avvicinando niente, ma lei non udì niente allontanarsi.

Maggie annusò gli sbuffi d’aria dall’esterno… sniff sniff sniff, sniff sniff sniff. Non sentì niente di insolito ma ringhiò dal profondo del petto.

L’aria era immobile. L’odore si sarebbe propagato lentamente. Annusò di nuovo e aspettò.

La promessa
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