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Jon Stone

Quando Cole lo lasciò libero, Jon se ne tornò a West Hollywood. Non era rimasto a casa abbastanza a lungo da riscaldare la piscina, ma mentre attraversava la casa si spogliò nudo e si tuffò in acqua come un razzo.

L’acqua fredda fu come uno schiaffo, e gli fece bruciare la pelle, ma era limpida, pulita, purificatrice. Jon la adorava. La prima cosa che faceva quando tornava a casa dopo un incarico era gettarsi in piscina, fuori. Era come rinascere.

Mentre nuotava Jon pensò alla donna, la signora del dépliant. I suoi occhi erano come assenti, due buchi nell’anima, ma accidenti se gli era familiare. A Jon sembrava di averla già vista, e magari l’aveva anche incontrata, ma non riusciva a capire dove. Era una cosa che lo faceva incavolare, uno con la sua memoria.

Si issò fuori dall’acqua, passò sotto la doccia esterna (alle due francesi era piaciuta un sacco: abbastanza grande da poterla usare in tre, con sei getti a parete di titanio nero e soffioni a pioggia coordinati… i soffioni, pluripremiati, non erano disponibili negli Stati Uniti, e Jon se li era portati dall’Europa a bordo di un MC-130 dell’aeronautica), poi entrò in casa per mangiare.

Gli occhi della donna lo seguirono.

Jon riscaldò nel microonde un paio di tamales surgelati e li portò al divano, insieme a un cartone di latte scremato e al laptop. Si sedette lì, nudo, a mangiare mentre leggeva di Jacob Breslyn. Articoli del “New York Times” e del “Washington Post” confermarono quanto aveva appreso da Cole: un attentato suicida in un caffè all’aperto ad Abuja, in Nigeria, aveva fatto quattordici morti e trentotto feriti; tra i morti figurava un giovane giornalista di nome Jacob Breslyn. Jon era esperto nella valutazione dei danni causati da esplosivi e voleva vedere se la sua opinione concordava con i resoconti pubblicati.

La prima ad arrivare sul posto era stata una corrispondente dall’accento britannico. Aveva trasmesso il suo servizio mentre alle sue spalle erano ancora in corso le operazioni di messa in sicurezza dell’area. Per il primo minuto, la reporter aveva riempito l’inquadratura, poi, finalmente, si era spostata di lato, e la telecamera aveva inquadrato dei mezzi d’emergenza nigeriani ammassati in una piccola piazza. Tutto intorno i caffè e i negozi erano illuminati di rosso e di bianco dai lampeggianti montati sui veicoli. Soldati e poliziotti correvano di qua e di là nell’aria polverosa urlando in hausa e in inglese.

Jon azzerò il volume e osservò la carneficina. Le finestre e le vetrine che davano sulla piazza erano esplose, e la tenda del caffè era parzialmente crollata. Le autobomba facevano crollare i muri e si lasciavano dietro scheletri fumanti di auto e camion distrutti, ma Jon non rilevò danni significativi alle strutture. Quando la telecamera si avvicinò, vide che l’insegna e le pareti del caffè erano sfregiate. I tavolini e le sedie all’esterno erano spinti di lato o rovesciati, ma non sembravano danneggiati. Jon arrivò alla conclusione che erano state le schegge a causare il danno ai muri, e probabilmente i tavolini erano stati rovesciati dai clienti e dai primi soccorritori. Calcolò che i danni e i morti potevano essere stati causati da venti o trenta chili di materiale altamente esplosivo imbottito di chiodi e bulloni. L’ordigno era stato progettato per uccidere e mutilare quante più persone possibile. Un’arma di terrore.

«Animali» disse.

Secondo i reportage l’attentatore suicida era una donna non identificata, sui venti, venticinque anni, il cui sangue aveva rivelato presenza di metanfetamina, cocaina e LSD. Trasportava l’esplosivo in uno zaino di fabbricazione australiana nascosto sotto gli abiti, assicurato al ventre. Chiunque l’avesse vista avrebbe pensato che era incinta.

Jon mangiò il secondo tamale. Bevve un po’ di latte, mise da parte il laptop e uscì.

Una bellissima giornata. Serena e soleggiata.

Jon aveva passato la maggior parte della sua carriera a raccogliere informazioni, a fornire servizi di sicurezza, a liberare ostaggi e, in un modo o nell’altro, a combattere sul campo contro individui considerati terroristi dalle Nazioni Unite, dal governo degli Stati Uniti e dal mondo civilizzato. Trattandosi della Nigeria, Jon sapeva che i responsabili dell’attentato dovevano essere membri di Boko Haram, un gruppo di militanti islamici legato ad al-Qaeda, oppure di una fazione scissionista di Boko Haram nota come Ansaru. Entrambi facevano ampio uso di attentatori suicidi, spesso scelti tra donne e bambini. Nessuno dei due gruppi aveva rivendicato l’attentato, ma Jon sapeva che questo non significava nulla. Da quelle parti c’erano in giro così tanti stronzi legati ad al-Qaeda che non si poteva stargli dietro con un segnapunti. Probabilmente il pezzo grosso che aveva ordinato quella carneficina non sarebbe mai stato scoperto, e forse era già morto.

Purtroppo, per la signora Breslyn e le altre famiglie.

Jon tornò dentro e cercò con Google le foto di Jacob Breslyn. Trovò un giovane alto con un viso sottile, un sorriso rilassato e la fronte spaziosa. Ancora acerbo, ma si sarebbe fatto. Una persona normale come tante.

Di colpo Jon capì perché Amy gli era familiare e gli occhi gli si riempirono di lacrime.

«Stringi i denti.»

I ragazzi della Delta Force stringevano i denti e andavano avanti.

Jon chiuse il laptop e lo gettò di lato. Pensò agli uomini che erano morti quando lui era nella Delta, e agli occhi delle loro mogli, delle loro madri. Jacob Breslyn era stato un civile. Amy Breslyn era la madre di un civile. Una sera era andata a letto in un mondo razionale e la mattina dopo si era risvegliata come danno collaterale.

“Nessun gruppo o individuo ha rivendicato l’attentato, e non è stato indicato alcun sospettato.”

Be’, che cazzo? Quella povera donna vuole sapere chi ha ucciso suo figlio e si convince che basti chiedere a un terrorista, prendere contatti con un pazzo, qui, che in qualche modo – come per magia – potrà metterla in contatto con i fanatici all’altro capo del mondo, e questa gente sarà in grado di dirglielo, sarà disposta a dirglielo.

«Lo so. Fa male» disse Jon.

Lo disse a voce alta. Lei voleva che quel dolore cessasse, ma certe volte non cessava. Quando il dolore non voleva saperne di andare via, un soldato aveva soltanto una scelta. Stringere i denti, altrimenti il dolore ti avrebbe ucciso.

Il cellulare di Jon emise uno scampanellio simile a quello che annuncia l’inizio di un incontro di pugilato.

Sullo schermo era comparsa la scritta E BOWEN. La E per Ethan, che gestiva una compagnia militare privata a Londra. Jon aveva lavorato molte volte per lui.

«Ehi, Jon, sei tornato? Ti sei riposato, ragazzo? Pakistan, ricordi? C’è un bonus consistente.»

Jon aveva bevuto qualcosa con Ethan a Parigi. Aveva in vista un lavoro ben pagato e Jon si era dimostrato molto interessato.

«Scusa, Ethan. Ho preso un incarico. Sono impegnato.»

«Aspetta. Otto giorni in tutto, come abbiamo detto. Eri così entusiasta…»

«Scusami. È una questione personale.»

Jon riattaccò.

Amy voleva delle risposte, certo, e un colpevole, ma più che alto voleva smettere di soffrire.

Il telefono squillò di nuovo. Questa volta era Pike.

«Cole sa dove trovare la donna. Silver Lake. Questo è l’indirizzo.»

Jon si vestì in fretta e corse alla Rover.

Un soldato doveva stringere i denti, ma un altro soldato poteva essergli d’aiuto.

La promessa
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