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Un gatto nero entrò dalla gattaiola. Il suo bel muso piatto era striato di cicatrici, gli occhi due carboni ardenti minacciosi, le orecchie sbrindellate per le troppe zuffe. Uno era piegato di lato da quella volta che qualcuno gli aveva sparato. Girò intorno alle gambe di Pike e si buttò a terra su un fianco facendo le fusa. Pike si piegò e lo prese in braccio: il gatto rimase penzoloni come una pelliccia inanimata. Chiunque altro ci avrebbe rimesso una mano.

Pike era alto un metro e ottantacinque e pesava novanta chili, tutto muscoli e frecce rosse tatuate sui deltoidi. Indossava una felpa grigia senza maniche, jeans scoloriti e scarpe da corsa. Gli occhi erano nascosti da un paio di occhiali da sole.

Nessun senso dello stile.

Gli dissi di Amy e Jacob Breslyn, di Echo Park e del motivo per cui la polizia e l’agente speciale Mitchell mi stavano addosso. Pike era così immobile che avrebbe potuto essere addormentato, mentre gli raccontavo di quello che avevo sentito all’X-Spot e delle munizioni che erano state trovate nella casa di Echo Park. Quando terminai, la testa di Pike si inclinò appena di lato. Non di molto. Un movimento quasi impercettibile.

«Perché la signora Breslyn era impegolata con gente del genere?»

«Per via di Jacob.»

Andammo al mio computer, e io cercai su Google notizie su Jacob e sull’attentato in Nigeria. Comparvero pagine e pagine di link. Pike leggeva da sopra la mia spalla. Gli articoli si ripetevano, e tracciavano lo stesso terribile ritratto: quattordici persone che bevevano e mangiavano ai tavoli esterni di un caffè erano state assassinate da un fanatico islamico che indossava una cintura esplosiva. Altre trentadue erano rimaste ferite. Le autorità pensavano che responsabile dell’attentato fosse una frangia affiliata di al-Qaeda nel Nordovest dell’Africa, anche se nessun gruppo o individuo ne aveva mai rivendicato la paternità. Ogni articolo si concludeva nello stesso modo: le indagini proseguono.

«Amy ha stampato centinaia di articoli come questo» dissi. «Forse migliaia. Ha dei dossier pieni di carteggi tra lei e il dipartimento di Stato. Nessuno ha risposto alle sue domande.»

«Vuole sapere chi ha ucciso suo figlio.»

«È quello che penso anch’io. Il governo non è stato capace di dirglielo e magari ha deciso di scoprirlo da sola.»

La testa di Pike si inclinò di nuovo.

«Le servirebbe un accesso alle persone che si muovono in quegli ambienti, e non è facile.»

Gli dissi dei quattrocentosessantamila dollari spariti e della specializzazione di Amy Breslyn.

«Ha denaro da spendere e un biglietto da visita che pochi possono vantare. Ha un dottorato in ingegneria chimica, e produce esplosivi per il governo degli Stati Uniti.»

«Ah» fece Pike.

«Già. Se cerchi di metterti in contatto con gente come questa, non metti un annuncio su Craiglist. Avrà fatto girare la voce, che poi si è sparsa.»

Pike accarezzò il gatto.

«Ci sono persone abituate a cogliere queste voci.»

«Chi?»

Pike si accucciò e fece scendere il gatto dal braccio. Il gatto soffiò, sputò e si lanciò attraverso la gattaiola. Clac-clac.

«Jon Stone. Jon conosce gente che ascolta.»

Jon Stone era più amico di Joe che mio, anche se “amico” probabilmente non era la parola giusta. Jon era un contractor militare privato, vale a dire un mercenario. Era anche un laureato di Princeton e un ex Delta Force. Il suo principale cliente era il dipartimento della Difesa. Stesso datore di lavoro, diversa paga.

Pike si alzò.

«Chiederò a lui.»

Pike uscì e io me ne tornai al computer.

Aprii l’email di Laura e studiai gli allegati che mi aveva mandato su Juan Medillo e sulla casa di Echo Park.

Juan Adolfo Medillo, residente a Los Angeles, era proprietario della casa di Echo Park da sette anni; l’aveva rilevata da un certo Walter Jacobi, residente a Stockton. L’anno in cui la proprietà era stata trasferita, all’ufficio delle imposte era stato comunicato che Medillo era residente a un indirizzo di Boyle Heights. Le tasse risultavano tutte pagate, e l’ultimo versamento risaliva a tre mesi prima.

Feci una veloce ricerca su Internet per vedere se Medillo abitava ancora all’indirizzo di Boyle Heights, ma il link che comparve non era esattamente quello che mi aspettavo.

IN MEMORIA DI JUAN ADOLFO MEDILLO

Era un necrologio.

Juan Adolfo Medillo, adorato fratello e figlio, è stato tragicamente assassinato ieri nel penitenziario statale di Solano, dove era detenuto. Il suo cuore era puro e la sua anima buona. Raggiunge nella morte l’adorata madre Mildred e lascia le amate sorelle, Nola e Marisol, e il padre Roberto. La famiglia chiede una preghiera per l’anima immortale di Juan.

Lessi la data della morte, controllai i dati dell’ufficio delle imposte, e mi appoggiai allo schienale.

«Wow» dissi.

Assassinato.

Juan Medillo aveva acquistato una casa mentre si trovava in prigione e poco dopo era stato ucciso. Era morto da sette anni, ma all’ufficio delle imposte risultava che avesse pagato la tassa sulla casa soltanto tre mesi prima.

“Lascia le amate sorelle, Nola e Marisol, e il padre Roberto.”

Nei sette anni da quando Medillo era diventato proprietario, le tasse erano state pagate, la casa era stata curata e vi avevano abitato degli inquilini come Thomas Lerner. Solo che Juan Medillo era morto. Mi chiesi se fossero stati il padre o le sorelle di Medillo ad affittare la casa a Lerner, e se sapessero come trovarlo.

Era tardi. Ero stanco e affamato, ma chiamai un reporter di nome Eddie Ditko. Eddie si era occupato di cronaca nera per tutti i quotidiani di Los Angeles ora chiusi. Era vecchio e inacidito, ma faceva ancora il reporter per i giornali online.

«Ti ho detto del mio tumore?» furono le sue prime parole.

Tossì nel telefono.

«Per caso ti stai occupando dell’omicidio di Echo Park?»

Tirò su un grumo di catarro e sputò.

«Non me ne frega un cazzo di un balordo con la testa spappolata. Io voglio le bombe, ma quegli stronzi della Nave tengono la bocca cucita. Perché?»

«La casa dove hanno trovato le bombe è di proprietà di un certo Juan Adolfo Medillo.»

«Questo lo sanno tutti.»

«Medillo è stato assassinato a Solano sette anni fa.»

«La prigione?»

«Era dentro quando ne è diventato proprietario. Quante persone comprano una casa mentre sono in carcere?»

«Interessante. Potrei ricavarci qualcosa.»

«Chiama Solano. Quanto è accaduto lassù potrebbe essere collegato con quanto è successo qua.»

«Vedo del potenziale.»

«Alla Nave sanno cosa so io. Muoviti in fretta prima che la porta si chiuda.»

«Io mi muovo sempre in fretta. Vecchio come sono, potrei restarci secco mentre sono al cesso.»

«Grazie, Eddie.»

Posai il telefono e fissai il necrologio. La casa aveva un passato criminale che si adattava perfettamente al suo presente criminale. Era come trovare un’altra tessera di un puzzle, solo che non sapevo se i pezzi appartenessero allo stesso puzzle.

Cenai con pollo avanzato e hummus dentro un pane pita. Il pollo aveva un buon sapore di coriandolo, pepe, lime e legna da barbecue. Portai fuori il cibo e la birra e mi sedetti sul bordo del patio, chiedendomi se qualcuno mi stesse osservando.

Il gatto venne a sedersi accanto a me. Staccai qualche pezzetto di pollo e lasciai che lo leccasse dalle mie dita. Versai un poco di birra e lo osservai mentre beveva. Mangiammo insieme guardando il colore del cielo passare dal blu al viola al nero.

Era possibile che Amy Breslyn stesse osservando lo stesso cielo, ma ne dubitavo.

La Amy descritta da Meryl Lawrence e dalla sua governante era molto diversa dalla Amy descritta dagli uomini dell’X-Spot. Era quasi come se ci fosse una Amy segreta, nascosta dentro l’altra, una Amy segreta che faceva cose segrete, un mondo a parte rispetto all’altro.

«Cosa stai facendo, Amy?»

Il gatto mi diede un colpetto con la testa.

Quando finii di mangiare rientrammo. Mi allungai sul divano e chiusi gli occhi. Dopo un po’ mi addormentai e mi ritrovai solo in una giungla oscura dall’altra parte del mondo. Qua e là la luce della luna penetrava il triplo strato di vegetazione sopra la mia testa, spandendo un chiarore troppo debole per illuminare il sentiero che stavo percorrendo. Il caldo era insopportabile, avevo gli indumenti madidi di sudore e sciami di insetti banchettavano con il mio sangue.

Qualcosa di grosso e invisibile si muoveva nell’oscurità, nascosto ma vicino, una bestia spaventosa che avanzava lenta con me lungo il sentiero, condividendo il mio mondo.

Da qualche altra parte nel mio sogno oscuro, sapevo che Amy Breslyn procedeva a tastoni lungo un sentiero simile, chiamando Jacob. Aveva lo stesso aspetto che aveva nelle foto: una donna rotondetta, con l’aria triste e lo sguardo incerto. Era sola e spaventata, ma la Amy segreta dentro di lei non le permetteva di fermarsi. Si muoveva nell’oscurità chiamando Jacob, persa in un incubo che non avrebbe mai immaginato, in un mondo che non era il suo.

Ma io non ero Amy Breslyn e questo mondo era il mio. Avevo chiesto io di andare. Mi ero offerto volontario, e uomini spietati vestiti di nero mi avevano insegnato a sopravvivere.

Qualcosa di nero scivolò nell’oscurità, appena fuori dalla mia vista, enorme e affamato, cercando Amy Breslyn e anche me.

Io non lo temevo.

Volevo trovarlo.

«Sto arrivando» dissi con un sussurro così flebile che solo Amy e io potevamo sentirlo.

Proseguii attraverso la notte, cercando di trovarla, cercando di fermare il mostro.

La promessa
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