12

Scott James

Scott era convinto che l’operazione fosse andata bene. Budress, Evanski e Peters si erano congratulati con lui, ma non poteva biasimare Stiles per quelle domande. Scott aveva visto il sospettato sparire tra le case, si era trovato più vicino a lui di chiunque altro, e Maggie era in grado di coprire quaranta metri in due secondi e otto. Ma lui non sapeva se Carlos Etana fosse vivo o morto, né se nella casa ci fossero altre persone. Inseguire il sospettato avrebbe significato lasciare i suoi compagni ad affrontare l’ignoto senza l’aiuto di Maggie. E Scott aveva scelto di aiutare i suoi compagni. Non ci aveva pensato due volte, e nessuno aveva accennato a questo prima di Stiles. Scott ci stava ancora rimuginando sopra quando arrivò a Glendale.

Il centro di addestramento della squadra Cinofila era una costruzione bassa in blocchetti di cemento al margine di un campo erboso recintato. L’edificio era diviso in due piccoli uffici e una specie di canile dove venivano rinchiusi i cani tra una sessione e l’altra. Il turno giornaliero iniziava a metà pomeriggio, ma il parcheggio era costellato da parecchie auto bianche e nere della Cinofila. In mezzo a queste, simile a un rinoceronte in una mandria di mucche, spiccava un furgone della squadra Artificieri.

Scott parcheggiò in fretta e corse dentro. Si aspettava di essere accolto da latrati festosi, ma trovò soltanto silenzio. Il canile sembrava vuoto finché non udì un uggiolio familiare.

Maggie era addormentata nell’ultimo recinto. Uggiolava e sbuffava, e le zampe si muovevano a scatti come se stesse correndo. Come lui, anche Maggie soffriva di incubi due o tre volte la settimana. Sindrome post-traumatica da stress. Probabilmente gli incubi di Maggie non erano molto diversi dai suoi.

Scott aprì piano il cancello e le posò una mano sulla spalla.

«Mags.»

Maggie si svegliò di soprassalto, si alzò sulle zampe e barcollò un po’ di lato. I risvegli tribolati erano un’altra cosa che avevano in comune, come gli incubi.

«Sono qui, piccola. Tutto bene? Come sta la mia ragazza?»

Maggie gli girò attorno, con le orecchie piegate all’indietro, muovendo la coda tutta felice. La porta si aprì e Budress lo chiamò.

«Ehi, amico. C’è Leland fuori che aspetta te e Maggie.»

Scott si rimise faticosamente in piedi.

«Aspetta un momento, Paul. Voglio chiederti una cosa.»

Budress parve seccato.

«L’ho controllata. Sta bene.»

«No, non quello. A proposito di ieri sera. Maggie avrebbe potuto prenderlo, quel tizio. Ho commesso un errore, a non farlo inseguire?»

Budress fece per sputare, poi si rese conto che era all’interno e si bloccò.

«“Avrebbe potuto” non significa che ci sarebbe riuscita. Se quel tizio avesse saltato una recinzione alta, lei sarebbe rimasta fregata.»

«Leland ha detto qualcosa?»

«’fanculo. Hai preso la decisione giusta, sapendo quello che sapevi in quel momento. Ora mettile il guinzaglio e va’ fuori. Leland vuole sottoporla a un test.»

Scott si preoccupò di nuovo.

«Hai detto che sta bene.»

«Vogliamo valutare la sua memoria olfattiva. Su, vieni. Sarà divertente. Dobbiamo finire prima che arrivi il tenente.»

Budress gli fece cenno di avviarsi verso la porta, ma Scott non si mosse. Il tenente non arrivava mai presto a meno che non ci fosse un problema.

«Come mai aspettate il tenente?»

Budress esitò, e per la prima volta parve in difficoltà.

«Riguarda ieri sera. Probabilmente non ci piacerà.»

Budress si voltò.

«Paul! Che problema c’è? Perché è incavolato?»

«Su, avanti, Scott. Andiamo.»

«Paul!»

Budress proseguì.

A Scott batteva forte il cuore e si sentiva il volto in fiamme. Prese un respiro e guardò il suo cane.

«Oggi è proprio una giornata del cavolo.»

Maggie ricambiò la sua occhiata e dimenò la coda tutta felice.

Scott agganciò il guinzaglio, e corse fuori.

Il sergente Dominick Leland era alto, magro come un chiodo e osservava il mondo con un’espressione perennemente accigliata. Un bordo di peluria grigio acciaio faceva da contorno alla pelata color caffè, e alla mano sinistra gli mancavano due dita. Gliele aveva staccate con un morso un mostruoso rottweiler-mastino da combattimento con cui aveva lottato per proteggere un partner della Cinofila. Con trentadue anni di esperienza nella Cinofila, Dominick Leland era istruttore capo da più tempo di chiunque altro nella storia del dipartimento di polizia di Los Angeles ed era una leggenda indiscussa. L’ufficiale capo dirigeva la squadra, ma Leland era l’autorità suprema e il signore assoluto in tutte le questioni riguardanti i cani, i conduttori, e il loro posto all’interno della squadra.

Quando Scott uscì, vide Leland con un uomo corpulento, più anziano, che indossava una tuta nera un po’ stinta su cui campeggiavano un distintivo della squadra Artificieri e i gradi di sergente.

Leland guardò Scott con aria torva.

«Il sergente Budress è convinto che Miss Maggie abbia segnalato gli esplosivi che avete trovato. Il sergente Johnson, qui, lo ritiene improbabile. Secondo te il suo comportamento era una segnalazione?»

Dritto al punto. Niente saluti, niente commenti, né domande sull’operazione.

Scott porse la mano a Johnson.

«Scott James.»

Il sergente tarchiato la strinse.

«Fritz Johnson. Cinofila Artificieri.»

L’unità cinofila dell’Artificieri aveva sede all’aeroporto internazionale di Los Angeles, e operava congiuntamente alla TSA e alla squadra Artificieri. Forniva servizi di rilevamento esplosivi in occasione di eventi di grande risonanza tipo la Rose Bowl Parade, la cerimonia degli Oscar e le visite presidenziali.

Scott cercò di leggere attraverso il cipiglio di Leland, ma non trovò nulla.

«Non lo so, sergente. Non ha abbaiato. Si è messa a terra ed è rimasta in silenzio.»

La Cinofila insegnava ai suoi cani ad abbaiare quando trovavano l’oggetto che cercavano. Questo perché spesso i cani da pattuglia lavoravano liberi e dove il conduttore non poteva vederli. Il loro abbaiare l’avvertiva che avevano scovato qualcosa.

Budress sputò.

«Ha segnalato. Garantito. Sono pronto a scommetterci un centone.»

Johnson osservò i rivoletti di cicatrici che striavano le anche di Maggie.

«Cane militare da lavoro?»

«Marine. È stata addestrata come cane bivalente. Cane da pattuglia e ricerca esplosivi.»

Johnson studiò Maggie come se volesse comprarla ma non avesse abbastanza soldi.

«Ah. Quanto tempo fa?»

«Due anni circa. È con noi da un anno.»

Johnson guardò Leland e si strinse nelle spalle.

«Due anni sono parecchio. Noi addestriamo i nostri cani ogni giorno perché siano sempre vigili. Non dimenticano un odore, ma dimenticano quello che devono fare quando lo sentono.»

Budress sputò di nuovo.

«Lei si è messa pancia a terra e non ha emesso suono. Non ha raschiato la porta con le zampe, non ha cercato di entrare. Stava segnalando la presenza di esplosivi. Se un cane non abbaia vuol dire che gli hanno insegnato a non farlo.»

Leland fece un passo indietro e incrociò le braccia.

«Comincia, Fritz. Sta per arrivare il capo ed è già incazzato.»

Scott cercò di nuovo di capire cosa avesse Leland, ma lui si voltò.

Johnson indicò cinque bidoni di colore blu allineati nell’erba contro il canile. Scott non li aveva notati, prima, e non gli interessavano adesso. Lui continuava a guardare il parcheggio per vedere se arrivava il tenente.

«Quelli sono i bidoni che usiamo per addestrare i nostri cani. In uno c’è del cibo per gatti, in un altro carne di manzo essiccata, poi una balla di cotone impregnata di benzina, e bocconcini di fegato. Nel quinto c’è un po’ di RDX, il componente attivo che usano per produrre esplosivi al plastico.»

Scott annuì, ma non stava realmente prestando attenzione.

«In quale?»

«Non glielo dico. Quello che lei sa può influenzare la ricerca, quindi è meglio che non ne sia a conoscenza.»

Scott sapeva che era vero. Anche senza volerlo, i conduttori indirizzavano i loro cani attraverso inconsapevoli mutamenti nel linguaggio del corpo, nel tono della voce e dell’espressione. I cani notavano tutto, e guardavano costantemente i loro conduttori in cerca di indizi.

«La faccia lavorare senza guinzaglio e la indirizzi verso i bidoni. Non importa da dove comincia, da sinistra a destra o viceversa. Vediamo cosa fa.»

Scott lanciò un’occhiata al parcheggio.

«Mi sta ascoltando?»

Scott sganciò il guinzaglio e si costrinse a smettere di pensare a Stiles. Si batté le mani sulle cosce e si rivolse a Maggie con una vocetta stridula e eccitata.

«Trovami qualcosa, bella! Vuoi trovare una cosa per me?»

Maggie si abbassò nella posizione di gioco e Scott si avviò verso l’edificio. Indicò il bidone più a sinistra.

«Trovalo, piccola. Cerca!»

Maggie si avviò trotterellando verso il bidone di sinistra, ma all’improvviso virò verso destra. Drizzò le orecchie e aumentò l’andatura. Scott capì che aveva individuato un odore molto più irresistibile del fegato. Fiutò rapidamente i bidoni in sequenza e arrivata al primo a destra si bloccò di colpo.

«Ho ancora quel centone» disse Budress alle loro spalle, ma Scott lo ignorò. Lui guardava il suo cane.

Maggie avanzò cauta, alzò il naso e improvvisamente girò intorno all’ultimo bidone e andò al tubo della gronda, dove si mise pancia a terra come aveva fatto a Echo Park, guardò Scott con espressione orgogliosa e rimase a fissare la gronda.

Budress lanciò un urlo.

«Ha segnalato!»

Scott si avvicinò e trovò una scatoletta nera nascosta dietro il tubo della gronda. Si voltò per mostrarla agli altri, e fu allora che vide l’ufficiale capo della squadra che osservava dal canile. Lo sguardo del tenente era insolitamente truce e Scott si affrettò a distogliere il suo. Corse dagli altri e lanciò la scatoletta a Johnson.

«Ha cercato di fregarla.»

«Non Maggie. Lei. Come ho detto, è meglio che non sappia. Meglio ancora se ha informazioni sbagliate.»

Johnson rivolse un sorriso a Leland. «Tipetto sveglio, questa. Quando diventa troppo vecchia per il lavoro di pattuglia, potrebbe farmi comodo.»

Scott si sentì sfiorare il braccio. Si voltò e vide Leland accennare con la testa verso il tenente. Stava venendo verso di loro.

«Vuole parlare di ieri sera. Tu stai calmo e sentiamo cos’ha da dire.»

A Scott venne voglia di andare in bagno.

Mentre Johnson recuperava i bidoni, il tenente Jim Kemp arrivò da loro. Kemp non era mai stato un conduttore e non era tipo da stare con i cani, ma era un ottimo comandante. Era in lizza per la promozione a capitano, e a Scott sarebbe dispiaciuto vederlo andar via, ma la sua espressione truce l’aveva fatto preoccupare.

«Grazie per averlo tenuto qua, Dom. So che dovete essere tutti parecchio stanchi.»

Kemp studiò Scott.

«Specialmente tu.»

«Sto bene, tenente. C’è qualche problema?»

Kemp lanciò un’occhiata a Leland. «Sergente, ha appurato cosa diavolo è successo ieri sera?»

«Non ho ancora parlato con l’agente James, ma ho discusso della cosa con il sergente Budress, e con Evanski e Peters. Mi sono fatto un’idea abbastanza chiara di quanto è accaduto.»

«Allora, per favore, mi illumini, così posso rispondere a quelle maledette telefonate.»

Leland assunse un’espressione così corrucciata che Scott pensò che avesse l’aria di uno che stava per espellere un calcolo.

«A me sembra, dopo attente considerazioni, che l’agente James abbia fatto un ottimo lavoro. Anzi, eccellente. Per cui vorrei sottoporre alla sua approvazione una lettera di encomio.»

Leland fissò Scott con occhio torvo. «Ben fatto.»

Budress scoppiò a ridere, e Leland non riuscì più a mantenere quell’espressione corrucciata. Kemp fece un sorriso da un orecchio all’altro.

Scott li guardò a uno a uno e in quel momento capì cosa avevano fatto. La tensione svanì lasciando il posto a un sollievo enorme, e Scott si ritrovò a sorridere. Sarebbe stata la sua prima lettera di encomio alla Cinofila.

«Mi avete fatto preoccupare.»

Kemp gli diede una pacca sulla spalla.

«Congratulazioni, Scott. Hai fatto un buon lavoro, ieri sera. E pure importante. Chissà per cosa sarebbero state usate quelle munizioni. Hai salvato delle vite.»

Scott guardò Budress.

«Noi. È stato un lavoro di squadra.»

Budress fece l’occhiolino, e Kemp gli diede un’altra pacca sulla spalla.

«Lo dirai davanti alle telecamere. Ha chiamato l’ufficio relazioni con il pubblico. I giornalisti vogliono intervistarti. Ci hanno chiesto un video di quello che facciamo, e ci stiamo preparando.»

Scott non era mai stato intervistato e non si era mai visto in tivù.

«Per me va bene. Sembra eccitante.»

Kemp annuì.

«Un riconoscimento per la squadra e un’occasione per mostrare al pubblico il nostro lavoro. E ora va’ a casa a dormire. Non vorrai fare brutta figura davanti alle telecamere.»

Leland aggrottò la fronte.

«Hai sentito il capo. Va’.»

Scott strinse loro la mano e condusse Maggie alla macchina. Avviò il motore per accendere l’aria condizionata, ma non aveva voglia di andare a casa. Desiderava condividere la buona notizia.

A Scott avevano sparato in due diverse occasioni nell’arco di un anno e in entrambe le volte le ferite riportate erano state gravi. La prima volta era stata quando era rimasta uccisa Stephanie Anders. La seconda, neppure un anno dopo, quando lui e una detective della squadra Rapine-Omicidi di nome Joyce Cowly avevano trovato gli uomini che avevano ucciso Stephanie. Cowly era andata spesso a fargli visita in ospedale, e ancor più spesso una volta tornato a casa.

Lei rispose con la voce atona da detective della Omicidi, e Scott capì che era sulla scena di un delitto.

«Sono io, baby. Puoi parlare?»

«Un attimo.»

Quando Cowly tornò in linea, qualche secondo dopo, la sua voce era allegra e vivace.

«Ehi, tesoro, cosa c’è? Mi hai preso sulla scena di un delitto.»

«Maggie e io abbiamo trovato un morto e una scorta di munizioni militari a Echo Park.»

«Aspetta. Sei stato tu? Oh, tesoro, ma è fantastico! Ho sentito qualcosa al notiziario. È arrivata anche la squadra Artificieri, vero? Hanno evacuato il quartiere?»

A Scott fece piacere il tono compiaciuto di lei, e ancor di più sentire che aveva saputo del ritrovamento.

«Ti racconterò tutto. Come sei messa?»

Cowly parlò con qualcuno, poi tornò in linea.

«Sono a Laurel Canyon. Tu dove sei?»

«A Glendale.»

«Noi sgomberiamo tra dieci minuti. Devo andare in centro, ma qualche minuto me lo posso prendere. Vuoi che ci incontriamo in cima al Runyon Canyon, su a Mulholland?»

«Al cancello su in alto. Certo.»

«Tra venticinque minuti. Preparati a essere baciato.»

Scott mise via il cellulare, uscì dal parcheggio e svoltò verso il Laurel Canyon. Era troppo eccitato per dormire, e impaziente di vedere Cowly. Stiles e le sue domande deprimenti facevano parte del passato, ed erano sempre più lontane.

Sorrise a Maggie nello specchietto retrovisore.

«Mi sbagliavo. Non è affatto una giornata del cavolo.»

Maggie leccò il divisorio e alitò il suo respiro caldo.

Scott non vide l’anonima auto bianca parcheggiata accanto a un edificio sull’altro lato del campo di addestramento. Non vide l’uomo a bordo della macchina che lo osservava.

La promessa
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