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Il tenente Billets aveva un'espressione tesa e preoccupata quando Bosch entrò nel suo ufficio.
«Harry.»
«Tenente. Ho lasciato la pistola alla balistica. Stanno aspettando le pallottole. Scattavano tutti come reclute.»
«Bene.»
«Dove sono gli altri?»
«Sono tutti e due alla Archway. Rider ha passato la mattinata all'ufficio delle imposte, poi è andata là ad aiutare Edgar con gli interrogatori dei soci di Aliso. Ho anche chiesto in prestito un paio di uomini alla Squadra Antitruffe per aiutarla con la contabilità. Stanno rintracciando tutte le società fasulle per risalire ai conti bancari. Quando avremo congelato i soldi, forse qualcuno si farà vivo a reclamarli. La mia teoria è che Joey Marks non fosse il solo cliente di Aliso. Ci sono in ballo cifre troppo grosse... se i conti di Rider sono esatti. Probabilmente il nostro lavorava per tutti i cartelli criminali a ovest di Chicago.»
Bosch annuì.
«Ah, dimenticavo,» continuò lei, «ho detto a Edgar che saresti andato tu a prendere il referto dell'autopsia. Vi voglio tutti qui alle sei per fare il punto della situazione.»
«Okay, a che ora l'autopsia?»
«Alle tre e trenta. Ti crea qualche problema?»
«No. Posso chiederle perché si è rivolta alla Squadra Antitruffe invece che alla DCO... la Divisione Crimine Organizzato?»
«Ovvio... non so come gestire la storia di Carbone e la DCO.»
«Be', non possiamo far finta di niente: se davvero Carbone ha tolto una cimice da quell'ufficio, allora...»
«Ma certo! Devono esserci delle registrazioni! Come ho fatto a non pensarci.»
Piombarono nel silenzio per qualche secondo. Bosch spostò una sedia dalla scrivania e finalmente si mise seduto.
«Mi lasci fare un tentativo con Carbone, per vedere se riesco a scoprire qualcosa... posso tentare di ottenere i nastri» disse.
«Potrebbe essere qualcosa che riguarda Fitzgerald e il capo, lo sai.»
«Può darsi.»
Il tenente si riferiva alle schermaglie all'interno del dipartimento fra Leon Fitzgerald, comandante della DCO da più di un decennio, e l'uomo che teoricamente era il suo diretto superiore, il capo della polizia. A poco a poco Fitzgerald si era fatto una nomea simile a quella di J. Edgar Hoover all'FBI, quella di un uomo che custodiva dei segreti ed era pronto a usarli per proteggere la sua posizione, la sua divisione, il suo bilancio. Erano in molti a credere che Fitzgerald usasse i suoi uomini più per indagare su cittadini, poliziotti e funzionari onesti che non su quella criminalità organizzata che la sua divisione avrebbe dovuto sradicare. E al dipartimento non era un segreto che fosse in corso una lotta per il potere tra Fitzgerald e il capo della polizia. Il capo voleva rimettere al passo la DCO, mentre Fitzgerald, naturalmente, voleva avere briglia sciolta. Anzi, voleva che il suo dominio si espandesse. Voleva diventare lui stesso il capo della polizia. Lo scontro consisteva per lo più in uno scambio di velati insulti. Il capo non poteva licenziare Fitzgerald, e non poteva neppure ridimensionare e ridurre all'obbedienza la DCO con l'appoggio della commissione di polizia, del sindaco o dei consiglieri municipali, poiché era opinione diffusa che Fitzgerald avesse raccolto grossi fascicoli su tutti loro. Nessuno sapeva che cosa contenessero quei fascicoli, ma immaginavano il peggio, quindi non avrebbero mai appoggiato una mossa contro Fitzgerald.
Forse si trattava solo di leggende del dipartimento, ma Bosch sapeva che le leggende spesso hanno un fondamento reale. Era riluttante a infilarsi in quel ginepraio almeno quanto il tenente, ma si offrì ugualmente di farlo. Non aveva alternative: doveva assolutamente sapere che cosa c'entrava la DCO con Aliso... e che cosa aveva portato via Carbone dal suo ufficio. Chi voleva proteggere? O incastrare?
«D'accordo» disse Billets dopo una lunga riflessione. «Ma stai attento, Harry.»
«Dov'è il video della Archway?»
Lei indicò la cassaforte dietro la scrivania. Veniva usata per tenere al sicuro le prove.
«È al sicuro.»
«Tenete d'occhio quel video. È la mia assicurazione sulla vita.»
Lei annuì. Conosceva la musica.
Gli uffici della DCO erano al terzo piano della Divisione Centrale. La squadra era stata dislocata lontano dal quartier generale della polizia al Parker Center perché faceva molte operazioni sotto copertura. Non sarebbe stato igienico per gli infiltrati entrare e uscire da un luogo pubblico come la cosiddetta "Casa di Vetro", il Parker Center. Ma era proprio questa separazione che contribuiva ad accentuare la spaccatura fra Leon Fitzgerald e il capo della polizia.
Scendendo in macchina da Hollywood, Bosch pensò a un piano d'azione e riuscì a elaborarne uno prima di arrivare alla guardiola del parcheggio. Mentre mostrava il distintivo alla recluta di servizio lesse il suo nome sulla targhetta, poi parcheggiò vicino alle porte sul retro e, senza scendere, tirò fuori il suo cellulare e fece il numero della DCO. Rispose una segretaria.
«Ehi, sono Trindle qui al parcheggio» disse Bosch. «C'è Carbone?»
«Sì, è qui. Aspetta un attimo...»
«Gli dica solo di venire giù. Qualcuno gli ha ammaccato la macchina.»
Bosch interruppe la comunicazione e aspettò. Dopo tre minuti una delle porte posteriori si aprì e un uomo uscì di corsa. Lo riconobbe subito: era proprio l'uomo che aveva visto sul nastro di sorveglianza della Archway. Billets aveva visto giusto. Rimise in moto e lo seguì. Dopo un po' gli si affiancò e abbassò il finestrino.
«Carbone.»
«Sì, cosa?»
Continuò a camminare di fretta, degnando a malapena Bosch di un'occhiata.
«Rallenta. La tua macchina sta bene.»
Carbone si bloccò e stavolta osservò attentamente Bosch.
«Come? Di cosa stai parlando?»
«Ho telefonato io. Volevo solo farti scendere.»
«Chi diavolo sei?»
«Sono Bosch. Ci siamo sentiti l'altra sera.»
«Oh, sì. La faccenda Aliso.»
Carbone era perplesso. Evidentemente stava pensando che a Bosch sarebbe bastato prendere l'ascensore fino al terzo piano per vederlo.
«Cos'è questa storia? Cosa succede?»
«Perché non sali? Voglio fare un giretto.»
«Non lo so, amico. Non mi piace il tuo modo di fare.»
«Sali, Carbone. Credo che ti convenga.»
Bosch lo disse con un tono e un'occhiata che non ammettevano repliche. Carbone, sulla quarantina e corporatura massiccia, esitò un attimo, poi girò intorno al muso dell'auto. Indossava un elegante completo blu scuro del tipo che a ogni sbirro sarebbe piaciuto indossare e riempì l'auto di un pungente odore di colonia. Fin dal primo momento a Bosch non andò a genio.
Uscirono dal parcheggio e Bosch prese a nord verso Broadway. C'era molto traffico, e procedettero lenti. Bosch non disse nulla, aspettando la mossa di Carbone.
«Okay, allora cosa c'è di tanto importante da dovermi rapire?» chiese finalmente lui.
Bosch guidò per un altro isolato senza rispondere. Voleva che l'altro cominciasse a sudare un po'.
«Hai dei problemi, Carbone» disse infine. «Ho solo pensato di avvertirti. Vedi, voglio essere tuo amico...»
Carbone lanciò a Bosch un'occhiata cauta.
«Sto pagando alimenti per i figli a due donne diverse, la mia casa ha ancora crepe nei muri per l'ultimo terremoto e il sindacato non ci farà avere un aumento neanche quest'anno. È a questo che ti riferisci, amico?»
«Quelli non sono problemi, amico. Sono inconvenienti. Sto parlando di problemi veri. Dell'effrazione che hai fatto l'altra notte alla Archway.»
Carbone tacque per un lungo momento; Bosch non ne ebbe la certezza ma gli parve che stesse trattenendo il respiro.
«Non so di cosa parli. Riportami indietro.»
«No, Carbone... Vedi, questa è la risposta sbagliata. Io sono qui per aiutarti. Sono tuo amico. E questo vale anche per il tuo capo, Fitzgerald.»
«Continuo a non a capire di cosa stai parlando.»
«Okay, allora te lo dirò io. Domenica sera ti ho chiamato per chiederti se ti interessava un cadavere di nome Aliso. Tu mi richiami e non solo mi dici che la DCO vuole passare la mano, ma che non avete mai sentito parlare di lui. Subito dopo aver messo giù il telefono, però, voli all'Archway, ti infili nell'ufficio di questo tipo e schiodi la cimice che voialtri avevate annidato nel suo telefono. È di questo che sto parlando.»
Bosch lo guardò e capì. Lo aveva in pugno.
«Stronzate, ecco di cosa stai parlando.»
«Oh, giochi a fare il finto tonto? Allora, la prossima volta che decidi di compiere una piccola effrazione, guarda in alto. Controlla se ci sono telecamere. Regola numero uno dopo Rodney King: mai lasciarsi beccare su un video.»
Attese un attimo per consentire alla notizia di fare effetto, poi piantò gli ultimi chiodi nella bara.
«Hai rovesciato la tazza sulla scrivania e l'hai rotta. Poi l'hai buttata nel bidone della spazzatura sperando che nessuno se ne accorgesse. Ah, un ultimo consiglio: se vuoi fare lo scassinatore in maniche di camicia, ti conviene prendere un cerotto o qualcosa del genere e coprirti quel tatuaggio sul braccio. È un segno di identificazione a prova di bomba, soprattutto su un video. E tu, Carbone, sei su un video.»
Carbone si passò una mano sul volto. Bosch girò sulla Third e si infilarono nella galleria sotto Bunker Hill. Circondati dal buio, finalmente Carbone parlò.
«Chi altro lo sa?»
«Soltanto io, al momento. Ma non farti venire brutte idee. Se mi succede qualcosa il nastro finirà in mano a un sacco di gente. Comunque, per ora, posso limitare i danni.»
«Che cosa vuoi?»
«Voglio sapere cosa stava succedendo e voglio tutti i nastri con le registrazioni delle sue telefonate.»
«Impossibile. Non posso farlo. Non ho quei nastri. Non era nemmeno un mio caso. Ho solo fatto quello...»
«Quello che il tuo capo, Fitz, ti ha detto di fare. Sì, lo so. Ma non mi interessa. Vai da Fitz o da chiunque abbia la pratica e fatteli dare. Se vuoi vengo con te, oppure ti aspetto in macchina. In ogni caso adesso torniamo indietro a prenderli.»
«Non posso.»
Quello che intendeva dire era che non poteva prendere i nastri senza andare da Fitzgerald e spiegargli come si fosse sputtanato.
«Dovrai farlo, Carbone. Se non mi fai avere i nastri e una spiegazione, senti come finisce. Preparo tre copie del nastro di sorveglianza. Una va all'ufficio del capo alla "Casa di Vetro", una a Jim Newton del Times e l'ultima a Stan Chambers di Channel 5. Stan è proprio un tipo in gamba, saprà cosa farne. Sai che è stato lui il primo ad avere il video di Rodney King?»
«Bosch, non ho scelta!»
«No, Carbone. Puoi scegliere. Pensaci su.»
L'autopsia era condotta da un assistente patologo di nome Salazar. Aveva già iniziato quando Bosch arrivò all'ufficio del coroner, presso il County-USC Medical Center. Si scambiarono un rapido saluto e Bosch, indossati un camice protettivo di carta e una mascherina di plastica, si appoggiò a uno dei tavoli in acciaio e rimase a guardare.
Non si aspettava molto dall'autopsia. In pratica era venuto soltanto per le pallottole, sperando che almeno una fosse identificabile. Non era un caso che gli assassini di professione avessero una preferenza per le calibro 22: le pallottole morbide spesso si deformano talmente, rimbalzando all'interno del cranio, da risultare inutili ai fini di una perizia balistica.
Salazar teneva i lunghi capelli neri legati in una coda di cavallo, che adesso aveva raccolto dentro una cuffia di carta. Dal momento che Salazar si trovava su una sedia a rotelle, il tavolo da autopsia era stato abbassato per lui, il che forniva a Bosch una visuale insolitamente chiara delle sue operazioni sul cadavere.
Negli anni precedenti, i due conversavano scherzosamente durante l'autopsia, ma dopo l'incidente in motocicletta, i nove mesi di assenza per cure mediche e il ritorno sopra una sedia a rotelle, Salazar non era più un uomo allegro e raramente si perdeva in chiacchiere.
Bosch lo guardò usare un bisturi smussato per raschiare un campione del materiale biancastro dagli angoli degli occhi. Posò il materiale sopra un supporto di carta e lo sistemò dentro una capsula di Petri. Mise la capsula sopra un vassoio che ospitava già provette piene di sangue, urina e altri campioni di materiali organici da esaminare e analizzare.
«Credi che fossero lacrime?» chiese Bosch.
«Non credo. È roba troppo densa. Aveva qualcosa negli occhi o sulla pelle. Scopriremo cosa.»
Bosch annuì e Salazar procedette con l'apertura del cranio e l'esame del cervello.
«I proiettili lo hanno spappolato mica male» disse.
Dopo alcuni minuti usò un paio di lunghe pinzette per estrarre due frammenti di pallottola e lasciarli cadere in una capsula. Bosch si avvicinò a osservarli e aggrottò la fronte: probabilmente quei frammenti erano inutili per un confronto balistico.
Poi Salazar estrasse una pallottola intera e la lasciò cadere nel vassoio.
«Forse con questa potrete lavorare» disse.
Bosch diede un'occhiata. La pallottola si era schiacciata a fungo nell'impatto, ma per circa metà della sua lunghezza era ancora intatta e lui riusciva a scorgere i minuscoli graffi rimasti quando era stata sparata attraverso la canna della pistola. Sentì un brivido di eccitazione.
«Sì, questa potrebbe servire» disse.
L'autopsia fu completata nel giro di altri dieci minuti. Complessivamente, Salazar aveva dedicato al corpo di Aliso quindici minuti. Più della maggior parte degli altri casi. Bosch diede un'occhiata a un blocco sul bancone e vide che quella era l'undicesima autopsia della giornata.
Salazar ripulì i proiettili e li infilò in una busta per reperti. Nel consegnarla a Bosch, gli disse che lo avrebbe informato appena gli esami fossero stati completati. Salazar gli fece notare una cosa interessante: la contusione sulla guancia di Aliso risultava ante mortem di quattro o cinque ore. Bosch trovò la cosa piuttosto strana. Non sapeva come inquadrarla. Significava che qualcuno aveva strapazzato Aliso mentre era ancora a Las Vegas. Ringraziò Salazar, detto Sally, e si diresse verso l'uscita. Era già nel corridoio quando ricordò qualcosa e tornò verso la sala autopsie. Infilò dentro la testa e vide che Salazar stava avvolgendo il lenzuolo intorno al corpo, assicurandosi che l'etichetta legata all'alluce restasse libera e leggibile.
«Ehi, Sally, quel tipo aveva le emorroidi, vero?»
Salazar si girò a guardarlo con un'espressione incuriosita.
«Emorroidi? No. Perché me lo chiedi?»
«Ho trovato un tubetto di Preparazione H nella sua macchina. Dentro lo scomparto del cruscotto. Era usato per metà.»
«Hmm... be', niente emorroidi. Mi spiace.»
Bosch avrebbe voluto chiedergli se ne era sicuro, ma sapeva che si sarebbe offeso. Per il momento lasciò perdere e se ne andò.
I dettagli erano il carburante di ogni indagine. Erano importanti. Bosch lo sapeva: tutto doveva quadrare. Mentre si avviava verso l'uscita, Bosch si rese conto di essere infastidito dal dettaglio della Preparazione H. Se Tony Aliso non soffriva di emorroidi, allora a chi apparteneva il tubetto e perché si trovava nel cruscotto della sua Silver Cloud? Probabilmente la cosa non aveva alcuna importanza, avrebbe potuto ignorarla, ma non era questo il suo modo di lavorare. Bosch era convinto che tutto avesse il proprio posto in una indagine. Tutto.
Era talmente concentrato su questo problema che uscì dalle porte a vetri e scese la scala fino al parcheggio prima di accorgersi che Carbone lo stava aspettando, fumando una sigaretta. Prima, quando Bosch lo aveva scaricato alla divisione, il detective della DCO aveva chiesto un paio d'ore per recuperare i nastri. Bosch aveva accettato, ma senza dirgli dove stava andando. Carbone doveva aver chiamato la stazione di Hollywood e là il tenente Billets o qualcun altro lo avevano informato. Bosch era stupito, e anche un po' preoccupato, per la facilità con cui l'altro l'aveva rintracciato.
«Bosch.»
«Sì?»
«Qualcuno vuole parlarti.»
«Voglio i nastri, Carbone.»
«Seguimi. La persona che ti vuole parlare ti sta aspettando.»
Lo guidò verso la seconda fila del parcheggio, dove c'era un'auto con il motore acceso e i finestrini scuri chiusi.
«Sali dietro.»
Bosch si avvicinò alla portiera con ostentata indifferenza. L'aprì e salì in macchina. Sul sedile posteriore lo aspettava Leon Fitzgerald. Era un uomo alto più di un metro e novantacinque, e le sue ginocchia premevano contro il sedile del guidatore. Indossava un completo di seta blu dall'aria costosa e stringeva fra le dita un mozzicone di sigaro. Era sulla sessantina e aveva capelli nero corvino, sicuramente tinti. Gli occhi, dietro le lenti con la montatura in acciaio, erano grigio chiaro, la carnagione di un bianco molliccio. Aveva l'aspetto di una creatura notturna.
«Capo» disse Bosch, salutandolo con un cenno della testa.
Non aveva mai incontrato Fitzgerald prima, ma lo aveva visto abbastanza spesso ai funerali dei poliziotti e nei notiziari televisivi. Era l'incarnazione della DCO. Nessun altro membro di quella divisione segreta compariva mai davanti alle telecamere.
«Detective Bosch» disse Fitzgerald. «Io la conosco. Conosco le sue imprese. Nel corso degli anni lei mi è stato suggerito più di una volta come candidato per la nostra unità.»
«Perché non mi ha mai chiamato?»
Carbone aveva fatto il giro ed era salito al posto di guida. Cominciò a guidare, facendo circolare lentamente l'auto nel piazzale.
«Perché, come ho detto, io la conosco» stava dicendo Fitzgerald. «E so che lei non lascerebbe mai la omicidi. Gli omicidi sono la sua missione. Ho ragione?»
«Assolutamente.»
«E questo ci porta al caso di omicidio di cui si sta occupando attualmente. Dom?»
Con una mano, Carbone passò una scatola da scarpe sopra il sedile. Fitzgerald la prese e la posò in grembo a Bosch. Bosch l'aprì e la trovò piena di cassette audio. Su ogni cassetta c'era una data scritta su pezzi di nastro adesivo.
«Registrazioni del telefono di Aliso?» chiese.
«Ovviamente.»
«Da quanto lo stavate controllando?»
«Eravamo in ascolto solo da nove giorni. Non c'erano stati molti progressi.»
«E che cosa vuole in cambio, capo?»
«Che cosa voglio?»
Fitzgerald guardò fuori dal finestrino, giù verso lo spiazzo degli scambi ferroviari, nella valle sotto il parcheggio.
«Che cosa voglio?» chiese di nuovo. «Voglio l'assassino, ovviamente. Ma voglio anche che lei sia prudente. Il dipartimento ha già subito troppi attacchi negli ultimi anni. Non c'è bisogno di mettere in piazza un'altra volta i nostri panni sporchi.»
«Lei vuole che nessuno sappia delle attività da scassinatore di Carbone.»
Né Fitzgerald né Carbone dissero nulla, ma non era necessario che parlassero. Tutti in quell'auto sapevano che Carbone aveva fatto quello che aveva fatto perché gli era stato ordinato. Probabilmente dallo stesso Fitzgerald.
«Posso farle qualche domanda?»
«Certo.»
«Perché c'era una cimice nel telefono di Aliso?»
«Per la stessa ragione per la quale può esserci una cimice nel telefono di chiunque. Ci erano giunte voci su quell'uomo e volevamo appurare se erano vere.»
«Che voci?»
«Che riciclava denaro sporco per la mafia in tre stati. Così, abbiamo aperto un incartamento su di lui, ma è stato ucciso subito dopo.»
«Allora perché, quando ho chiamato, avete passato la mano?»
Fitzgerald tirò una lunga boccata dal suo sigaro e l'auto si riempì del suo odore.
«La risposta a questa domanda è alquanto complicata, detective. Posso dirle che abbiamo pensato fosse meglio non essere coinvolti.»
«Le intercettazioni telefoniche erano illegali, non è vero?»
«È estremamente difficile, secondo la legge di questo stato, raccogliere le informazioni necessarie per poter mettere un telefono sotto controllo. I federali, loro possono avere l'autorizzazione anche solo per uno sfizio. Noi no, e non sempre abbiamo voglia di lavorare con i federali.»
«Questo però non spiega perché abbiate rinunciato a occuparvene. Potevate toglierci il caso e poi insabbiarlo, farne quello che volevate. Nessuno avrebbe mai saputo niente di intercettazioni illegali.»
«Può darsi. Forse è stata una decisione sbagliata.»
Bosch si rese conto che alla DCO avevano sottovalutato lui e la sua squadra. Fitzgerald aveva pensato che l'effrazione sarebbe passata inosservata e quindi il coinvolgimento della sua unità non sarebbe stato scoperto. Bosch capì all'istante il tremendo potere che questo gli dava su Fitzgerald. «Cos'altro avete su Aliso?» chiese. «Voglio tutto. Se dovessi accorgermi che mi avete nascosto qualcosa, questo vostro lavoretto sporco diventerà di pubblico dominio. Sono stato chiaro?»
Fitzgerald si spostò dal finestrino e lo guardò.
«È stato chiarissimo. Ma commette un errore se pensa di potersene stare lì, gongolante, convinto di avere in mano tutti gli assi della partita.»
«Allora metta le sue carte sul tavolo.»
«Detective, sono deciso a collaborare pienamente, ma non dimentichi una cosa: se lei cercherà di danneggiare me o chiunque nella mia divisione con le informazioni che ha, io danneggerò lei molto di più. Per esempio, mi risulta che la notte scorsa lei abbia tenuto compagnia a una criminale rea confessa e già condannata.»
Lasciò galleggiare quella frase a mezz'aria, insieme al fumo del suo sigaro. Bosch rimase sbalordito e infuriato, ma riuscì a tenere a freno l'impulso di strangolare Fitzgerald.
«Una disposizione del dipartimento vieta a qualunque funzionario di polizia la frequentazione dei criminali. Sono certo che lei la conosca, detective, e che ne comprenda la necessità. Se la notizia di questa sua... relazione divenisse pubblica, potrebbe mettere in serio pericolo il suo impiego.»
Bosch non rispose. Guardava fisso davanti a sé, sopra il sedile, oltre il parabrezza. Fitzgerald si piegò in modo da sussurrargli nell'orecchio.
«Questo è quanto abbiamo saputo su di lei nel giro di un'ora. E se ci dedicassimo un giorno? Una settimana? Ma non ci siamo occupati solo di lei, amico mio. Può dire al suo tenente, Grace Billets, che nel dipartimento esistono barriere molto rigide per le lesbiche. La sua giovane partner, Kizmin Rider, potrebbe anche fare carriera, essendo nera... Ma il tenente... temo proprio che sarebbe costretta ad abituarsi a Hollywood.»
Tornò ad appoggiarsi al suo sedile e riportò la voce al volume normale.
«Siamo d'accordo su questo punto, detective Bosch?»
Bosch si girò e finalmente lo guardò.
«Siamo d'accordo.»
Dopo aver lasciato i proiettili recuperati dalla testa di Tony Aliso al laboratorio balistico di Boyle Heights, Bosch tornò alla Divisione Hollywood... giusto in tempo per la riunione delle sei nell'ufficio del tenente Billets. Gli presentarono Russell e Kuhlken, i due detective dell'Antitruffe, poi tutti sedettero. In un angolo c'era anche un sostituto procuratore distrettuale: Matthew Gregson, delle Istruttorie Speciali, l'unità che si occupava di crimine organizzato oltre che dei processi agli agenti di polizia e di altre questioni delicate. Bosch non lo aveva mai incontrato prima.
Bosch fece rapporto per primo e aggiornò rapidamente gli altri sui fatti di Las Vegas, sull'autopsia e sulle pallottole lasciate al laboratorio di balistica. Gli avevano promesso i risultati per le dieci della mattina dopo. Ma non fece parola dei suoi incontri con Carbone e Fitzgerald. Non a causa delle minacce di Fitzgerald (o almeno così Bosch si disse) ma perché le informazioni raccolte in quegli incontri non erano adatte a una discussione di gruppo e meno ancora alla presenza di un rappresentante della procura. Evidentemente Billets la pensava allo stesso modo, visto che non gli rivolse domande in proposito.
Quando Bosch ebbe finito, fu il turno di Rider. Disse di aver parlato a lungo con l'ispettore del fisco che aveva indagato sulla TNA Productions. Ma aveva ottenuto ben poco.
«In pratica, hanno un programma "informatori a percentuale"» spiegò. «Quando si denuncia un evasore fiscale, si ha diritto a una quota delle eventuali tasse evase. E anche nel caso di Aliso è andata così: è arrivata una soffiata. L'unico guaio, secondo Hirschfield, l'ispettore della Divisione Controlli Fiscali, è che la soffiata era anonima, il che significa che chiunque l'abbia fatta non voleva una fetta. Mi ha detto che hanno ricevuto una lettera di tre pagine dove venivano descritte a grandi linee le operazioni di riciclaggio di Aliso, ma non ha voluto farmela vedere perché secondo lui, anonima o meno, il programma esige la massima riservatezza e il linguaggio della lettera avrebbe potuto condurre all'identificazione dell'autore...»
«Stronzate!» disse Gregson.
«Probabile» disse Rider. «Ma non ho potuto farci niente.»
«Alla fine della riunione mi dia il nome di quel tipo, vedrò cosa posso fare.»
«Certo. Comunque, hanno dato un'occhiata preliminare alle dichiarazioni societarie della TNA nel corso degli anni. Hanno deciso che la soffiata diceva il vero. Il 1° agosto hanno spedito a Tony la lettera di preavviso e alla fine del mese avrebbero svolto l'ispezione. È tutto quello che mi ha detto... a parte che la lettera, quella dell'informatore, intendo, è stata spedita da Las Vegas. C'era sul timbro postale.»
Bosch annuì... Quest'ultima informazione combaciava con qualcosa che gli aveva detto Fitzgerald.
«Okay, e adesso veniamo ai soci di Tony Aliso» continuò Rider. «Edgar e io abbiamo passato quasi tutta la giornata a interrogare il gruppo di fedelissimi che lavoravano con lui, per produrre quell'immondizia che chiamava film. Come sappiamo, andava alla ricerca dei talenti artistici razzolando nelle sedicenti scuole di cinema e di recitazione e negli strip bar, ma c'erano anche cinque uomini con i quali lavorava regolarmente per le ricerche di questo genere. Li abbiamo interrogati uno per uno e sembra che non avessero contatti con i finanziamenti o con la contabilità. Pensiamo che non ne sapessero niente. Edgar?»
«Esatto» confermò Edgar. «Personalmente penso che Tony abbia scelto questi cinque proprio perché non facevano domande su quel genere di cose. Li sguinzagliava in giro, capite, all'USC o all'UCLA, per arpionare qualche studente che voleva diventare regista o scrivere sceneggiature, e allo Star Strip per convincere le ragazze a recitare. Ogni volta così, sempre la stessa trafila. La nostra conclusione è che il riciclaggio fosse gestito esclusivamente da Tony. Solo lui e i suoi clienti sapevano.»
«E questo ci porta a voi due» disse Billets guardando Russell e Kuhlken. «Siete già in grado di dirci qualcosa?»
Kuhlken disse che erano ancora sepolti da fatture, dichiarazioni dei redditi, bonifici e simili... ma che avevano già rintracciato denaro versato dalla TNA Productions a società di comodo in California, Nevada e Arizona. I soldi che finivano nei conti della TNA venivano poi investiti in altre società, all'apparenza legali. Appena le piste fossero state documentate, avrebbero fatto ricorso alla DCF e agli statuti federali per sequestrare il denaro, trattandosi di fondi illegali derivati da un'attività criminosa. Sfortunatamente, disse Russell, preparare la documentazione era un lavoro lungo e difficile. Ci sarebbe voluta un'altra settimana prima che fossero in grado di muoversi.
«Continuate così e metteteci tutto il tempo necessario» disse Billets, guardando poi Gregson. «Allora, come procediamo? Cos'altro dovremmo fare?»
Il sostituto procuratore rifletté un momento, poi disse: «Mi sembra che stiamo andando bene. Per prima cosa domani mattina chiamerò Las Vegas e sentirò chi si occupa dell'udienza di estradizione. Sto pensando che potrei anche andare là a seguire la cosa direttamente. Non mi sento molto tranquillo sapendo che Goshen è là da solo con la polizia di Las Vegas. Se abbiamo la fortuna di una perizia balistica positiva, penso che tu. e io, Harry, dovremmo andare là e tornare con Goshen».
Bosch annuì.
«C'è una cosa, però, che non capisco, dopo avervi ascoltato...» continuò Gregson. «Perché non c'è qualcuno della DCO seduto in questa stanza con noi?»
Billets guardò Bosch e annuì impercettibilmente. Gli stava passando la domanda.
«La DCO è stata informata subito dell'omicidio e dell'identità della vittima,» spiegò, «ma ha rinunciato al caso. Hanno detto che non conoscevano Tony Aliso. Meno di due ore fa ho avuto un colloquio con Leon Fitzgerald e gli ho detto che cosa ci sembra di avere in mano. Lui ha offerto la massima collaborazione, ma ha fatto presente che ormai siamo troppo avanti con le indagini e non è necessario che ci entrino anche loro. Ci ha fatto i suoi migliori auguri per il caso.»
Gregson lo fissò per un lungo istante, poi annuì. Era sui quarantacinque, con i capelli corti già completamente grigi. Bosch non aveva mai lavorato con lui, ma lo aveva sentito nominare spesso. Sapeva che era in circolazione da un po' di tempo... abbastanza per capire che c'era molto di più dietro alle sue parole... ma anche per sapere quando conveniva lasciar perdere.
Il tenente Billets cambiò subito argomento.
«Perché non facciamo un po' di brain storming insieme?» disse. «Che cosa pensiamo che sia successo a quest'uomo? Stiamo raccogliendo un mucchio di informazioni e di prove, ma sappiamo che cosa gli è successo? E perché?»
Guardò le facce una a una. Fu Rider a parlare per prima.
«Secondo me è stata l'ispezione fiscale la causa di tutto. Quando ha ricevuto il preavviso per posta ha commesso un errore fatale: ha detto a quel tipo di Las Vegas, Joey Marks, che il governo stava per dare un'occhiata alla sua contabilità e che probabilmente l'imbroglio sarebbe venuto a galla. E Joey Marks ha reagito secondo il copione: lo ha tolto di mezzo. Lo ha fatto seguire da un suo uomo, quel Goshen, in modo che lo uccidesse a Los Angeles, lontano da lui.»
Gli altri annuirono. Compreso Bosch. Le informazioni che aveva ricevuto da Fitzgerald concordavano con questa ricostruzione.
«Era un buon piano» disse Edgar. «L'unico errore sono state le impronte sulla giacca. Un bel colpo di fortuna... senza quelle adesso non saremmo a questo punto. È stato l'unico errore.»
Bosch scosse la testa. «Le impronte sulla giacca hanno solo affrettato le cose. La polizia di Las Vegas stava già lavorando sulla soffiata di un informatore che aveva sentito Lucky Goshen parlare di far fuori qualcuno e infilarlo in un bagagliaio. La notizia sarebbe arrivata anche a noi... solo un po' più tardi.»
«Be', meglio così, allora» disse Billets. «Nessuna teoria alternativa da verificare? Abbiamo eliminato la moglie, lo sceneggiatore, i collaboratori di Tony?»
«Non è saltato fuori niente» disse Rider. «Di sicuro i rapporti fra la vittima e la moglie non erano quelli di due colombi in amore, ma finora lei sembra pulita. Ho ottenuto il registro del corpo di sicurezza con un mandato: la sua auto non ha mai lasciato Hidden Highlands venerdì notte. Sì, sembra pulita.»
«E la lettera alla DCF?» chiese Gregson. «Chi l'ha spedita? Ovviamente, qualcuno che conosceva molto bene le attività di quell'uomo, ma chi poteva essere?»
«Magari fa tutto parte di un gioco di potere all'interno del gruppo di Joey Marks» disse Bosch. «Come ho già detto, qualcosa nell'espressione di Goshen quando ha visto la pistola... e anche mentre continuava a ripetere di essere stato incastrato... non lo so, forse qualcuno ha informato il fisco sapendo che così Tony sarebbe stato liquidato... poi ha scaricato tutto su Goshen... per salire di grado all'interno dell'organizzazione, o qualcosa di simile.»
«Stai dicendo che non è stato Goshen?» chiese Gregson, le sopracciglia inarcate.
«No. Probabilmente Goshen è il nostro uomo... ma non credo che abbia nascosto lui la pistola dietro il suo water... non aveva alcun senso. Quindi diciamo che: lui fa fuori Tony Aliso su ordine di Joey Marks, poi consegna la pistola a uno dei suoi uomini perché la faccia sparire... e invece quello gli fa lo scherzetto. Così noi impacchettiamo Goshen senza difficoltà e il tipo che ha nascosto la pistola e spedito la lettera può fare carriera, diciamo.»
Bosch osservò i loro visi mentre cercavano di seguire il filo logico.
Rider prese la parola. Tutti la guardarono.
«Forse è qualcuno che vuole togliere di mezzo Goshen e Joey Marks per prendere il loro posto.»
«E in che modo si sbarazzerebbe di Marks adesso?» chiese Edgar.
«In effetti... se il confronto balistico è positivo,» intervenne Bosch, «potremo infilare Goshen in uno spiedo e cuocerlo a dovere. Le sue uniche prospettive saranno l'ergastolo o... l'ago della camera della morte, senza vie di scampo. A meno che non ci dia ciò che chiediamo...»
«...cioè Joey Marks!» conclusero insieme Edgar e Gregson.
«Quindi chi è stato a scrivere la lettera?» chiese Billets.
«Chi può dirlo?» rispose Bosch. «Non ne so abbastanza dell'organizzazione che hanno laggiù. Ma la polizia ha parlato di un avvocato che si occupa di tutti gli affari di Marks. Di sicuro era al corrente dei traffici di Aliso. Potrebbe essere stato lui. Non credo siano molte le persone abbastanza vicine a Marks da poter fare una cosa simile.»
Calò il silenzio. Ognuno rifletteva su quell'ipotesi... Poteva funzionare? Era giunta la conclusione naturale della riunione, e Billets si alzò per porvi termine.
«Ottimo lavoro, andiamo avanti così» disse. «Matthew, grazie per essere venuto fin qui. Sarai il primo a essere informato quando domani avremo l'esame balistico.»
Tutti cominciarono ad alzarsi.
«Rider ed Edgar, lanciate una moneta» disse Billets. «Uno di voi dovrà accompagnare Harry a Las Vegas come scorta per l'estradizione. È il regolamento. Oh, Harry, potresti fermarti un attimo? C'è un altro caso di cui dovremmo parlare.»
Quando gli altri furono usciti, Billets disse a Bosch di chiudere la porta. Lui lo fece e poi sedette su una delle sedie davanti alla sua scrivania.
«Allora, cos'è successo?» chiese lei. «Hai parlato con Fitzgerald?»
«Be', forse è stato più lui a parlare con me, comunque sì, ho incontrato lui e Carbone.»
«Qual è la storia?»
«In pratica, non avevano la più pallida idea di chi fosse Tony Aliso finché anche loro hanno ricevuto una lettera, probabilmente la stessa spedita alla DCF. Ne ho una copia. Ha ragione Rider, l'ha scritta qualcuno che sapeva bene come giravano le cose. Anche la lettera inviata alla DCO risulta spedita da Las Vegas ed era indirizzata direttamente a Fitzgerald.»
«Così la loro reazione è stata quella di sorvegliare il suo telefono.»
«Esatto, un'intercettazione illegale. Avevano appena cominciato - ho nove giorni di nastri da ascoltare - quando io li ho chiamati dicendo che Tony era stato fatto fuori. Sono stati presi dal panico. Se saltava fuori che avevano piazzato una cimice illegale nel telefono di Tony, e che questo poteva aver indirettamente provocato la sua morte, perché Joey Marks lo aveva scoperto... il capo ne avrebbe approfittato per sbattere fuori Fitzgerald e riprendere il controllo della DCO.»
«Così Fitzgerald ha mandato Carbone a riprendere la cimice e gli ha detto di far finta di niente con te.»
«Esatto. Carbone non ha visto la videocamera... Questa è stata la nostra fortuna.»
Billets mormorò: «Quello stronzo. Quando sarà finita, la prima cosa che voglio fare è raccontare tutto al capo».
«Uh...»
Bosch non sapeva esattamente come dirlo.
«Cosa c'è?»
«Ho fatto un accordo con Fitzgerald.»
«Cosa?»
«Ho fatto un accordo. Lui mi ha consegnato tutto, i nastri, la lettera. Ma le notizie sulle loro attività non devono uscire da questa stanza. Il capo non ne saprà niente.»
«Harry, come hai potuto? Non avevi nessuna...»
«Fitzgerald sa qualcosa su di me. E sa anche qualcosa su di lei... e Rider.»
Seguì un lungo silenzio, durante il quale Bosch osservò il tenente arrossire per la rabbia.
Lei sussurrò: «Quel bastardo arrogante».
Bosch le riferì tutto quello che aveva detto Fitzgerald e ritenne corretto parlarle di Eleanor. Billets annuì in silenzio. Ma era più preoccupata del suo segreto che di quello di Bosch.
«Credi che mi abbia fatto seguire, Harry?»
«Chi lo sa? È un individuo spregevole, che non si fermerebbe di fronte a niente. Mette da parte le informazioni come denaro in banca, per le emergenze. Questa per lui era un'emergenza e le ha tirate fuori. Ho fatto l'accordo, adesso scordiamocelo e andiamo avanti con il caso.»
Tacquero di nuovo. Bosch la studiò in cerca di qualche segno di imbarazzo. Non ne vide nessuno.
Anche Billets lo fissò negli occhi, in cerca di qualche segno di giudizio. Non ne trovò nessuno.
«Cos'altro hanno fatto dopo l'arrivo della lettera?»
«Non molto. Hanno messo sotto sorveglianza Aliso, ma in modo blando. Ho i rapporti. Però venerdì notte non lo stavano sorvegliando. Sapevano che era andato a Las Vegas, così contavano di riagganciarlo al suo ritorno. È vero che avevano appena cominciato quando lui è stato ucciso.»
Lei annuì di nuovo, ma la sua mente era altrove. Bosch si alzò.
«Stanotte ascolterò i nastri. Sono quasi sette ore di registrazioni. Anche se Fitzgerald dice che a parte Aliso che parla con la sua amichetta di Las Vegas, non c'è molto. Le serve qualcos'altro, tenente?»
«No. Sentiamoci domani mattina. Voglio conoscere i risultati della perizia balistica non appena li avrai saputi tu.»
«Intesi.»
Bosch si mosse verso la porta, ma lei lo fermò.
«È strano, sai, come certe volte non si riesce a distinguere i buoni dai cattivi.»
Lui si girò a guardarla.
«Già, è strano.»
Le stanze puzzavano ancora di vernice fresca quando finalmente Bosch arrivò a casa. Guardò la parete che aveva iniziato a dipingere tre giorni prima e gli sembrò che fosse passata un'eternità. E adesso non sapeva quando sarebbe riuscito a finirla. La casa aveva subito massicce riparazioni dopo il terremoto. C'era tornato solo da poche settimane, dopo più di un anno trascorso in un residence vicino all'ufficio. Anche dal terremoto sembrava passata un'eternità. Le cose accadevano velocemente in quella città. Tutto, all'infuori del momento presente, sembrava storia antica.
Tirò fuori il numero di Eleanor Wish e la chiamò, ma non rispose nessuno, neppure una segreteria. Riappese, domandandosi se avesse trovato il biglietto che lui le aveva lasciato. Sperava che, risolto quel caso, avrebbero potuto stare insieme, in qualche modo. Ma si rendeva conto che non aveva idea di come avrebbe affrontato il divieto del dipartimento riguardo alla frequentazione dei criminali.
Mentre rifletteva, una domanda cominciò a girargli in testa: come aveva fatto Fitzgerald a sapere di Eleanor e della notte che avevano trascorso nel suo appartamento? L'ipotesi più probabile era che tenesse dei contatti con la polizia metropolitana di Las Vegas, quindi l'avevano informato Felton o Iverson.
Si preparò due panini con carne in scatola presa dal frigorifero e li porrò, insieme a due bottiglie di birra e alla scatola dei nastri che Fitzgerald gli aveva dato, verso la poltrona accanto allo stereo. Mentre mangiava, sistemò i nastri in ordine cronologico e cominciò ad ascoltarli. Aveva una stampata dove erano stati registrati i numeri telefonici e l'ora delle chiamate.
Più di metà delle telefonate erano fra Aliso e Layla, fatte al club - Bosch lo capiva dalla musica e dai rumori di sottofondo - o a un numero che probabilmente era quello dell'appartamento di lei. In nessuna telefonata nessuno dei due usò mai il vero nome della ragazza. Quasi tutte le conversazioni riguardavano minuzie della vita quotidiana. Lui la chiamava soprattutto a casa nel primo pomeriggio. In una telefonata, Layla si era arrabbiata con Aliso perché l'aveva svegliata. Si era lamentata che era solo mezzogiorno e gli aveva ricordato che aveva lavorato al club fino alle quattro. Come un ragazzino rimproverato, lui aveva chiesto scusa e si era offerto di richiamarla. Lo aveva fatto, alle due.
Oltre alle conversazioni con Layla, c'erano telefonate ad altre donne, per prendere accordi sugli orari in cui girare alcune scene e simili. Poi varie chiamate d'affari. Aliso aveva chiamato a casa due volte, ma entrambe le sue conversazioni con la moglie erano veloci ed essenziali. Una volta le diceva che stava per tornare a casa, e l'altra che sarebbe stato trattenuto e non avrebbe potuto rincasare per la cena.
Bosch finì a mezzanotte passata. Aveva trovato una sola conversazione parzialmente degna di interesse. Era una telefonata fatta al club il martedì prima che Aliso venisse ucciso. Durante la solita conversazione innocua e piuttosto noiosa, Layla gli aveva chiesto quando sarebbe tornato a Las Vegas.
«Arrivo giovedì, bimba» aveva risposto Aliso. «Perché, senti già la mia mancanza?»
«No... cioè, sì, certo, mi manchi, Tony. Ma te l'ho chiesto perché Lucky voleva saperlo.»
Layla aveva una vocetta morbida, da ragazzina.
«Be', digli che sarò lì giovedì sera. Tu lavorerai?»
«Sì, giovedì lavoro.»
Bosch spense lo stereo e ripensò a quelle parole. Dunque Goshen sapeva, attraverso Layla, che Aliso sarebbe arrivato. Non era molto, ma probabilmente un procuratore avrebbe potuto usarlo come elemento per sostenere la premeditazione. Il problema era che si trattava di una prova inquinata, o meglio inesistente, dal punto di vista legale.
Guardò l'orologio. Era tardi ma decise di tentare. Lesse il numero di Layla dalla stampata e lo compose. Dopo quattro squilli rispose una voce di donna, lenta e carica di esperte sfumature sensuali.
«Layla?»
«No, sono Pandora, tesoro.»
Bosch avrebbe voluto scoppiare a ridere ma era troppo stanco.
«Dov'è Layla?»
«Non qui.»
«Sono un suo amico, Harry. Ha cercato di chiamarmi l'altra sera. Sa dove si trova o dove potrei raggiungerla?»
«No. È un paio di giorni che non si vede. Non so dove sia. È qualcosa che riguarda Tony?»
«Già.»
«Be', è piuttosto sconvolta. Se lei ha qualcosa da dirle in proposito la richiamerà. È in città?»
«Non al momento. Voi dove vivete?»
«Uh, non credo di aver voglia di dirglielo.»
«Pandora, Layla ha paura di qualcosa?»
«Certo che ha paura. Il suo tipo è stato ammazzato. La gente potrebbe credere che lei sappia qualcosa, ma non sa niente. È solo spaventata.»
Bosch lasciò a Pandora il suo numero di casa e le disse di far chiamare da Layla se si fosse fatta viva.
Dopo aver riappeso guardò di nuovo l'orologio, tirò fuori l'agendina telefonica che teneva nella giacca e fece il numero di Billets. Rispose un uomo, il marito. Bosch si scusò per l'ora tarda, chiese del tenente e mentre aspettava si domandò cosa sapesse quell'uomo dei rapporti fra sua moglie e Rider. Dopo un paio di minuti Billets venne all'apparecchio e lui le riferì il poco o niente trovato nelle registrazioni.
«Il fatto che Goshen sapesse dell'arrivo di Aliso a Las Vegas,» concluse, «e soprattutto che fosse interessato a saperlo è un'informazione marginale. Comunque, quando troveremo Layla, potremo ottenerla da lei, in modo legale.»
«Bene, meglio così» disse Billets con un sospiro di sollievo.
Ovviamente era preoccupata che i nastri contenessero qualche informazione fondamentale: in quel caso, loro avrebbero dovuto consegnarli in procura. E Fitzgerald si sarebbe sicuramente vendicato.
«Scusi per la telefonata così tardi, tenente,» disse Bosch, «ma ho pensato che le avrebbe fatto piacere saperlo al più presto.»
«Grazie, Harry. Ci vediamo domani mattina.»
Dopo aver riattaccato Bosch provò a richiamare Eleanor, ma di nuovo non rispose nessuno La leggera inquietudine era diventata una profonda preoccupazione. Avrebbe voluto essere ancora a Las Vegas per poter andare da lei e controllare. Magari era in casa e semplicemente non rispondeva... o magari le era successo qualcosa.
Bosch prese un'altra birra dal frigo e uscì sulla veranda dietro casa. La veranda offriva una veduta ampia sul Cahuenga Pass. Fuori l'aria era buia e tranquilla. Il sibilo abituale dell'Hollywood Freeway sperduta là in basso si era attenuato. Osservò i riflettori degli Universal Studios sciabolare nel cielo senza stelle e finì la sua birra, chiedendosi dove fosse Eleanor.
La mattina di mercoledì Bosch arrivò in ufficio alle otto per battere i rapporti sui suoi movimenti e le indagini a Las Vegas. Ne infilò una copia nella cassetta del tenente, e mise gli originali nel fascicolo del delitto che aveva iniziato Edgar, già spesso tre centimetri. Non compilò nessun rapporto sulle conversazioni con Carbone e Fitzgerald, e neppure sul suo ascolto dei nastri. S'interruppe diverse volte, ma solo per andarsi a riempire la tazza di caffè nell'ufficio di guardia.
Alle dieci aveva già completato tutte queste formalità, ma attese ancora cinque minuti prima di telefonare al laboratorio balistico. Per esperienza sapeva che era inutile chiamare prima dell'ora prevista, e aggiunse quei cinque minuti per sicurezza. Furono cinque minuti molto lunghi.
Mentre telefonava, Edgar e Rider cominciarono a gironzolargli intorno per conoscere i risultati. Era un punto cruciale dell'indagine e lo sapevano tutti. Bosch chiese di Lester Poole, il tecnico assegnato al caso. Avevano già lavorato insieme. Poole era un ometto dall'aspetto da gnomo la cui intera vita ruotava intorno alle armi da fuoco, anche se, come dipendente civile del dipartimento, non ne portava una. Non c'era nessuno più esperto di lui al laboratorio.
«Lester, sono Harry» disse Bosch, quando il tecnico ebbe sollevato il ricevitore. «Oggi sei l'uomo del giorno. Sei al centro della nostra attenzione. Che cos'hai per noi?»
«Ho notizie buone e cattive per te, Harry.»
«Dammi prima le cattive.»
«Ho appena finito. Non ho ancora scritto il rapporto ma posso dirti questo: la pistola è stata ripulita da tutte le impronte ed è impossibile rintracciare il proprietario o il rivenditore. Il tuo assassino ha usato l'acido sul numero d'immatricolazione e non sono riuscito a farlo venire a galla nemmeno con i miei trucchi magici.»
«E le buone?»
«L'arma e le pallottole combaciano alla perfezione. Senza alcun dubbio.»
Bosch guardò i suoi partner e alzò il pollice. Loro si scambiarono un cinque e Rider mostrò al tenente Billets il pollice alzato attraverso le pareti a vetri del suo ufficio. Bosch vide il tenente alzare la cornetta, probabilmente per chiamare Gregson alla procura.
Poole concluse dicendo che il rapporto sarebbe stato pronto a mezzogiorno e che glielo avrebbe spedito per corriere interno. Bosch lo ringraziò e riappese, poi i tre della squadra uno entrarono nell'ufficio del tenente Billets che stava ancora telefonando.
«In procura abbiamo un uomo molto felice. Gregson» disse Billets, dopo aver riattaccato.
«Lo credo bene» rispose Edgar.
«Bene, e adesso cosa facciamo?» chiese Billets.
«Andiamo a Las Vegas e ci trasciniamo a casa quel sacco di immondizia» disse Edgar.
«Sì, è quello che ha detto anche Gregson. Vuole partire subito. L'udienza di estradizione è fissata per domani mattina, giusto?»
«Così era stato deciso» disse Bosch. «Sto pensando di partire oggi anch'io. Ci sono un paio di cosette in sospeso che vorrei chiarire, magari riesco a rintracciare l'amichetta di Aliso, e poi voglio essere sicuro di poter partire subito con Goshen appena il giudice avrà dato via libera.»
«Perfetto» disse Billets. «E voi due? Avete deciso chi andrà con Harry?»
«Io» disse Edgar. «Rider è più invischiata nei controlli finanziari. Vado io con Harry a prendere quello scemo.»
«Okay. Nient'altro?»
Bosch riferì che la pistola non era identificabile, ma questo non parve scalfire l'euforia per i risultati del confronto balistico. Avevano sempre più la sensazione di aver centrato il canestro.
Lasciarono l'ufficio dopo qualche altro commento autogratificante, poi Bosch tornò al suo telefono e chiamò l'ufficio di Felton alla Metro. Il capitano rispose subito.
«Felton, sono Bosch da Los Angeles.»
«Ehilà detective, come vanno le cose?»
«Ho pensato che le avrebbe fatto piacere saperlo: la pistola trovata da Goshen combacia, ha sparato le pallottole che hanno ucciso Tony Aliso.»
Felton fece un fischio nel ricevitore.
«Dannazione! Lucky non si sentirà più così "fortunato" quando lo saprà.»
«Be', fra un po' arrivo da voi a dirglielo.»
«Ottimo. Quando sarà qui?»
«Non l'ho ancora deciso. L'udienza per l'estradizione... è sempre fissata per domani mattina?»
«Senz'altro, a quanto mi risulta. Farò controllare a qualcuno per sicurezza. Forse il suo avvocato cercherà di opporsi, ma non funzionerà. Questa prova aggiuntiva ci sarà molto utile.»
Bosch gli disse che Gregson sarebbe arrivato in mattinata per assistere il procuratore locale in caso di necessità.
«Probabilmente sarà un viaggio a vuoto, ma è il benvenuto lo stesso.»
«Glielo dirò. Senta, se ha qualcuno libero, ci sarebbe una cosetta rimasta in sospeso che continua a infastidirmi.»
«Cioè?»
«L'amichetta di Tony. Faceva la ballerina al Dolly's finché sabato Lucky l'ha licenziata. Non sono ancora riuscito a parlare con lei. Si fa chiamare Layla. Non so molto: solo il nome d'arte e il numero di telefono.»
Diede il numero a Felton, il quale gli garantì che avrebbe incaricato qualcuno di occuparsene.
«Nient'altro?»
«Oh, sì, un'altra cosa. Lei conosce il nostro vicecapo Fitzgerald, vero? Della DCO?»
«Certo. Abbiamo lavorato insieme ad alcuni casi.»
«Ha parlato con lui di recente?»
«Uh, no... no. Saranno... è già un po' che non lo sento.»
Bosch pensò che mentiva ma decise di lasciar perdere. Gli serviva la collaborazione di quell'uomo almeno per altre ventiquattr'ore.
«Perché me lo chiede, Bosch?»
«Mi è solo venuto in mente. Sta collaborando anche lui con noi a questo caso, tutto qui.»
«Felice di sentirlo. È un individuo molto capace.»
«Capace... sì, indubbiamente lo è.»
Bosch riappese e iniziò subito a fare i preparativi per il viaggio. Fissò due camere al Mirage, anche se superavano il tetto massimo concesso dal dipartimento; era sicuro che Billets avrebbe firmato le autorizzazioni di pagamento. Tra l'altro Layla lo aveva già cercato una volta lì, magari avrebbe ritentato.
Poi prenotò due biglietti di andata e ritorno per sé ed Edgar con partenza da Burbank. Per il ritorno, giovedì pomeriggio, prenotò un posto anche per Goshen.
Il loro volo partiva alle tre e trenta. Avevano tutto il tempo.
Nella guardiola all'ingresso di Hidden Highlands c'era il "capitano" Nash, che uscì ad accogliere Bosch con un sorriso. Harry gli presentò Edgar.
«Sembra che voialtri siate in mezzo a un autentico mistero, eh?»
«Ne ha tutta l'aria» disse Bosch. «Ha qualche teoria?»
«Nemmeno una. Ho dato alla sua ragazza, Kizmin Rider, il registro dell'ingresso, glielo ha detto?»
«Non è la mia ragazza, Nash. È una detective. E anche maledettamente in gamba.»
«Lo so. Dicevo così, per dire.»
«La signora Aliso è in casa?»
«Diamo un'occhiata.»
Nash riaprì la porta scorrevole della guardiola, entrò ed esaminò velocemente un blocco controllando anche la pagina precedente, quindi tornò fuori.
«Dovrebbe esserci» disse. «Sono due giorni che non esce.»
Bosch lo ringraziò con un cenno del capo.
«Devo avvisarla, lo sa» disse Nash. «Il regolamento.»
«Faccia pure.»
Nash sollevò la sbarra e Bosch entrò nella proprietà.
Veronica Aliso li aspettava sulla porta di casa. Indossava un paio di fuseaux grigi sotto una T-shirt oversize con un quadro di Matisse stampato sul davanti. Anche questa volta era molto truccata. Bosch le presentò Edgar e lei fece strada verso il soggiorno. I due detective declinarono l'offerta di bere qualcosa.
«Bene, allora cosa posso fare per voi?»
Bosch aprì il taccuino e strappò una pagina sulla quale aveva già scritto. Le allungò la pagina.
«Questo è il numero dell'ufficio del coroner. È indicato anche il numero del caso» disse. «L'autopsia è stata completata ieri e lei può richiedere il corpo di suo marito in qualunque momento. Se ha già sentito un'agenzia di pompe funebri, può dare a loro il numero del caso e se ne occuperanno direttamente.»
Lei guardò la pagina per un lungo istante.
«Grazie» disse infine. «È salito fin qui solo per dirmi questo?»
«No. Ci sono anche alcune novità. Abbiamo arrestato un uomo per l'omicidio di suo marito.»
Lei spalancò gli occhi.
«Chi? Ha detto perché lo ha fatto?»
«Si chiama Luke Goshen. Vive a Las Vegas. Ha mai sentito parlare di lui?»
Un'espressione confusa apparve sul suo volto.
«No, chi è?»
«È un gangster, signora Aliso. E suo marito lo conosceva piuttosto bene, temo. Fra poco andremo a Las Vegas a prenderlo. Se tutto va bene, domani saremo di ritorno con lui. Dopo di che il caso passerà in tribunale. Ci sarà un'udienza preliminare presso la corte municipale, e se Goshen verrà rimandato a giudizio, come ci aspettiamo, ci sarà un processo alla corte superiore di Los Angeles. È probabile che lei debba testimoniare brevemente durante il processo. Per l'accusa.»
Lei annuì, lo sguardo lontano.
«Perché lo ha fatto?»
«Non ne siamo ancora sicuri. Ci stiamo lavorando. Sappiamo che suo marito era implicato in certi affari con il... uh, il principale di quest'uomo. Un uomo che si chiama Joseph Marconi. Ricorda se suo marito ha mai menzionato Goshen o Joseph Marconi?»
«No.»
«E nemmeno i nomi "Lucky" o "Joey Marks"?»
Lei scosse il capo.
«Che genere di affari?» chiese.
«Riciclava denaro per loro. Lo ripuliva attraverso le sue produzioni cinematografiche. È sicura di non sapere niente in proposito?»
«Certo che no. Ho bisogno del mio avvocato? Mi ha già avvisata di non parlare con voi della polizia.»
Bosch le fece un sorriso accomodante e sollevò le mani.
«No, signora Aliso, non le serve il suo avvocato. Stiamo solo cercando di appurare tutti i fatti. Se lei sapesse qualcosa sugli affari di suo marito, questo potrebbe aiutarci a definire meglio l'imputazione contro questo Goshen e magari contro il suo principale. Vede, fino a questo momento abbiamo raccolto molte prove contro Goshen, non ci sarà difficile sostenere l'accusa. Abbiamo perizie balistiche, impronte, indizi fisici... ma lui non lo avrebbe fatto se non glielo avesse ordinato Joey Marks. Ed è a lui che vogliamo arrivare. Quindi, più informazioni otteniamo su suo marito e sui suoi affari, più possibilità abbiamo di arrivare fino a Joey Marks. Se in qualche modo lei è in grado di aiutarci, questo è il momento di farlo.»
Bosch rimase in silenzio e attese. Solo allora lei abbassò gli occhi sul pezzo di carta che aveva in mano. Infine annuì e tornò a guardare Bosch.
«Non so nulla dei suoi affari» disse. «Ma c'è stata una telefonata la settimana scorsa, mercoledì sera. Lui l'ha presa nel suo ufficio e ha chiuso la porta, ma... sono andata ad ascoltare vicino alla porta. Ho sentito quello che diceva.»
«E che cosa ha detto?»
«Ha chiamato "Lucky" la persona con cui stava parlando. Questo l'ho sentito bene. È stato zitto per diversi minuti, poi ha detto che sarebbe andato là alla fine della settimana e che si sarebbero visti al club. Tutto qui.»
Bosch annuì.
«Perché non ce lo ha detto prima?»
«Non pensavo che fosse importante. Io... vede, credevo che stesse parlando con una donna. Quel nome, Lucky, pensavo che fosse un nome di donna.»
«Per questo era andata ad ascoltare alla porta?»
Lei evitò il suo sguardo e annuì.
«Signora Aliso, ha mai assunto un investigatore privato per far seguire suo marito?»
«No. Ci ho pensato, ma non l'ho fatto.»
«Però sospettava che avesse una relazione?»
«Più di una, detective. E non lo sospettavo soltanto, lo sapevo. Una moglie lo capisce.»
«Okay, signora Aliso. Ricorda nient'altro di quella telefonata?»
«No. Solo quello che le ho raccontato.»
«In tribunale questa telefonata potrebbe esserci utile per stabilire la premeditazione. È sicura che fosse mercoledì?»
«Sì, perché è partito il giorno dopo.»
«A che ora è arrivata la telefonata?»
«Era tardi. Stavamo guardando il notiziario su Channel 4... quindi tra le undici e le undici e trenta. Non credo di poter essere più precisa.»
«Va benissimo anche così, signora Aliso.»
Bosch guardò Edgar e inarcò le sopracciglia. Edgar annuì. Erano pronti ad andare. Si alzarono e Veronica Aliso li accompagnò.
«Dimenticavo,» fece Bosch prima di arrivare alla porta, «c'è un altro punto da chiarire riguardo suo marito. Che lei sappia, aveva un medico di fiducia al quale si rivolgeva?»
«Sì, ogni tanto. Perché?»
«Be', volevo sentirlo per accertare se soffriva di emorroidi.»
Lei lo guardò sbalordita. Sembrava sul punto di scoppiare a ridere.
«Emorroidi? Non credo proprio. Se Tony avesse avuto le emorroidi si sarebbe lamentato ogni cinque minuti. Si lamentava per ogni minimo malanno.»
«Sul serio?»
Adesso Bosch era sulla soglia.
«Sì, sul serio. Comunque, non mi ha appena detto che l'autopsia è stata completata? Il vostro patologo dovrebbe essere in grado di chiarire questo punto, o sbaglio?»
Bosch annuì. Lo aveva incastrato.
«Immagino di sì, signora Aliso. L'unico motivo per cui lo chiedo è che abbiamo trovato un tubetto di Preparazione H in macchina. Che cosa ci faceva se, come lei dice, suo marito non ne aveva bisogno?»
Stavolta lei sorrise apertamente.
«Oh, quello è un vecchio trucco che usa la gente dello spettacolo.»
«Un trucco?»
«Ma certo, attrici, modelle, ballerine. Usano tutte quella pomata.»
Bosch la fissò, in attesa di ulteriori spiegazioni, ma siccome lei non aggiungeva altro, chiese:
«Non capisco. Perché la usano?».
«Sotto gli occhi, detective Bosch. Lo sa che serve a ridurre il gonfiore, vero? Be', si spalmi la Preparazione H sotto gli occhi e anche le peggiori borse di una giornata faticosa non si vedranno più. Probabilmente metà della gente che compra questo prodotto nella nostra città lo usa sotto gli occhi, e non dove dovrebbe. Mio marito... era un uomo vanitoso. E se a Las Vegas frequentava qualche ragazza molto più giovane di lui... be' la usava di sicuro. Era fatto così.»
Bosch annuì. Ripensò alla sostanza non identificata sotto gli occhi di Tony Aliso. Non si finisce mai d'imparare, pensò. Doveva dirlo a Salazar.
«Come crede che lui possa aver saputo di questo... trucco?» chiese.
Lei fece per rispondere ma esitò, e infine alzò semplicemente le spalle.
«Non è un gran segreto, a Hollywood. Può averlo saputo da chiunque.»
Te inclusa, pensò Bosch, ma senza dirlo. Annuì soltanto e finalmente oltrepassò la soglia.
«Oh, un'ultima cosa» disse, prima che lei chiudesse la porta. «Probabilmente l'arresto finirà sui giornali e in televisione oggi o domani. Noi cercheremo di aspettare quanto più possibile, ma in questa città niente rimane segreto a lungo. Quindi si tenga pronta.»
«La ringrazio, detective.»
«Se decide per un funerale intimo, privato, dica al direttore delle pompe funebri di non dare informazioni al telefono. I funerali piacciono molto a quelli della televisione.»
Lei annuì e chiuse la porta.
Mentre lasciavano Hidden Highlands, Bosch accese una sigaretta ed Edgar non fece obiezioni.
«È un gran bel pezzo di ghiaccio» disse.
«Bella definizione» rispose Bosch. «Cosa ne pensi della telefonata di Lucky?»
«Penso che è l'ennesimo chiodo nella sua bara. Ormai lo teniamo per le palle. Per quello che lo riguarda, la partita è finita.»
Bosch imboccò il Mulholland lungo la cresta delle montagne finché la strada scese serpeggiando fino alla Hollywood Freeway. Superarono senza fare commenti la stradina del servizio antincendio in fondo alla quale era stato rinvenuto il corpo di Tony Aliso. Allo svincolo per la Freeway, Bosch girò a sud per poter infilare la 10 in centro e poi dirigersi a est.
«Harry, cosa fai?» chiese Edgar. «Credevo che partissimo dall'aeroporto di Burbank.»
«Non prendiamo l'aereo. Andiamo in macchina.»
«Cosa stai dicendo?»
«Ho prenotato i posti solo nel caso che qualcuno volesse controllare. Quando arriveremo a Las Vegas, diremo che siamo arrivati in aereo e che ripartiremo sempre in aereo insieme a Goshen dopo l'udienza. Nessuno deve sapere che viaggiamo in macchina. Ti va l'idea?»
«Sì, certo. Ho capito. Precauzioni, una cortina di fumo nel caso che qualcuno ci tenga d'occhio. Bella pensata. Non si può mai sapere con i mafiosi, vero?»
«O con gli sbirri.»