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Fece una prima tappa alla Divisione Prove, dove controllò la scatola sigillata con il numero di protocollo dell’omicidio di John Hilton. Vide immediatamente che quella scatola non poteva avere ventinove anni, e lo scotch non era ingiallito come si aspettava. Evidentemente era stata risistemata, una cosa non insolita. La Divisione Prove era un magazzino enorme, ma sempre troppo piccolo per la quantità di reperti che doveva contenere. Per questo, spesso vecchie scatole impolverate venivano aperte e il contenuto veniva risistemato in scatole più piccole per risparmiare spazio. Ballard aveva la lista delle prove fisiche contenuta nel quaderno dell’omicidio, per controllare che non mancasse nulla: i vestiti della vittima, i suoi effetti personali, e così via. Cercava soprattutto due cose: il proiettile estratto dal corpo di Hilton durante l’autopsia e il bossolo recuperato sul pavimento dell’auto.

Guardando il foglio delle uscite, su un lato della scatola vide che da quando Hunter e Talis l’avevano portata lì, quasi trent’anni prima, era stata aperta una volta sola, sei anni prima, per risistemare il contenuto. Anche questo non era insolito, perché non c’era mai stato nessun indiziato, quindi non c’era motivo di analizzare le prove per collegarle a un potenziale assassino. Hunter e Talis avevano raccolto tutto e ne avevano fatto una lista scritta. Sapevano bene ciò che avevano in mano, non avevano bisogno di andarlo a rivedere. Ma la cosa che Ballard trovava curiosa era che John Jack Thompson, quando aveva preso il quaderno dell’omicidio e presumibilmente aveva iniziato a lavorare al caso, non fosse mai andato a dare un’occhiata alle prove fisiche contenute in quella scatola.

Per lei era stata la prima cosa da fare. Certo, aveva la lista delle prove, ma voleva vederle. Era una naturale continuazione delle indagini, una scelta ovvia. Serviva ad avvicinarsi al caso, alla vittima, e Ballard non concepiva l’idea di lavorare a un’indagine senza quel passo necessario. Eppure Thompson, che aveva formato due generazioni di detective, sembrava avesse scelto di non farlo.

Lasciò da parte le sue perplessità e si mise al lavoro. Per prima cosa controllò il contenuto della scatola con la sua lista, esaminando ogni oggetto prelevato dalla Corolla. Nelle foto della scena del crimine aveva visto qualcosa che le interessava trovare: un piccolo quaderno sul portaoggetti che separava i due sedili dell’auto. Sulla lista c’era scritto solo “taccuino” senza accennare al contenuto o al motivo per cui Hilton ne tenesse uno accanto a sé in macchina.

Lo trovò in una busta di carta marrone con altre cose prese dal portaoggetti: un accendino, una pipa per fumare droga, spiccioli per un valore di ottantasette centesimi, una penna e una multa per divieto di sosta risalente a sei settimane prima della morte di Hilton. Hunter e Talis avevano seguito la pista della contravvenzione e ne avevano annotato i risultati nel quaderno dell’omicidio. Non li aveva portati da nessuna parte. Era stata fatta in una strada di Los Feliz, dove abitava un amico di Hilton. L’amico aveva dichiarato che Hilton era andato a trovarlo per vendergli una radiosveglia, che sosteneva di aver ricevuto in regalo dal patrigno. Ma era rimasto varie ore nell’appartamento, per condividere con lui una dose di eroina. Mentre era lì la sua auto era stata multata. I due detective avevano considerato la multa irrilevante ai fini dell’indagine, e Ballard non notò nulla che la inducesse a pensare il contrario.

Aprì il taccuino e sul risvolto interno trovò il nome di Hilton e una serie di cifre che forse costituivano il suo numero di matricola nel carcere di Corcoran. Le pagine erano piene di schizzi e ritratti a matita di uomini dagli sguardi duri, spesso con tatuaggi sul viso e sul collo: probabilmente erano altri carcerati. I ritratti finiti erano piuttosto belli e Ballard pensò che Hilton avesse davvero del talento artistico. Conoscere quel lato della sua personalità, al di là della droga e dei furti, lo rese più umano ai suoi occhi. Nessuno meritava di essere ammazzato in un’auto, qualunque cosa facesse, ma una connessione a livello umano era utile: alimentava il fuoco che un detective ha bisogno di mantenere sempre acceso, in un modo o nell’altro. Chissà se Hunter e Talis, o Thompson, avevano provato un maggiore interesse per Hilton, grazie a quel taccuino. Ballard ne dubitava perché, se così fosse stato, lo avrebbero allegato al quaderno dell’omicidio, in modo da poterlo vedere e sfogliare ogni volta che il fuoco aveva bisogno di essere attizzato.

Mentre finiva di guardarlo, fu attratta dallo schizzo di un nero con la testa rasata. Era voltato di lato e sul collo aveva una stella a sei punte con il numero 60 al centro. Tutte le gang e i sottogruppi affiliati ai Crips condividevano il simbolo della stella a sei punte, che rappresentava gli iniziali obiettivi altruistici della gang: amore, vita, lealtà, comprensione, conoscenza e saggezza. Il numero 60 al centro significava che il soggetto era membro dei Rolling ’60, la violenta gang che controllava lo spaccio di droga nella zona in cui Hilton era stato ucciso. Coincidenza? Sembrava che Hilton avesse fatto quello schizzo in prigione; e, meno di due anni dopo il suo rilascio, era stato ucciso nel territorio dei Rolling ’60.

Niente di tutto questo si trovava nei rapporti che Ballard aveva letto. Si ripromise di ricontrollare. Poteva essere una traccia importante, ma anche una semplice coincidenza.

Continuò a sfogliare il taccuino e trovò un altro schizzo che sembrava dello stesso uomo con il tatuaggio dei Rolling ’60. Stavolta però era di spalle e in ombra e non era possibile riconoscerlo con certezza. Poi trovò un autoritratto, lo capì perché somigliava molto all’uomo che aveva visto nelle foto della scena del crimine. In quel disegno aveva profonde occhiaie e uno sguardo spaventato che colpì Ballard come un pugno al petto.

Decise di aggiungere quel taccuino alle cose che avrebbe prelevato dalla scatola. I disegni le ricordavano un caso dell’Unità Casi Irrisolti di qualche anno prima, quando lavorava alla Divisione Rapine e Omicidi. La detective Mitzi Roberts aveva collegato tre omicidi di prostitute a un vagabondo di nome Sam Little, il quale era stato preso e condannato. In prigione, Little aveva confessato decine di omicidi, commessi in tutta la nazione nell’arco di oltre quarant’anni. Si trattava sempre di drogati e prostitute, emarginati a cui la società, e la polizia, avevano dedicato pochissima attenzione. Little era un artista, e aveva fatto dei ritratti a memoria delle sue vittime per aiutare gli investigatori a identificarle. Ricordava i loro visi, ma spesso non i loro nomi. Gli era stato fornito l’occorrente per dipingere e aveva prodotto ritratti a colori molto realisti, che erano risultati utili per poter chiudere tanti casi in diversi stati. Questo tuttavia non era servito a umanizzare lui, ma solo le sue vittime. Little era considerato uno spietato psicopatico, che non meritava alcuna pietà.

Ballard firmò per portare via il proiettile, il bossolo e il taccuino, e uscì. Appena fuori chiamò Bosch.

«Come va?»

«Sono appena uscita dalla Divisione Prove. Ho preso il proiettile e il bossolo. Domani vado al laboratorio balistico. Lo faccio appena finisco il turno.»

«Ottimo. Trovato altro, nella scatola?»

«Hilton era un ritrattista e in macchina teneva un taccuino con dei disegni fatti in prigione. Ho preso anche quello.»

«Perché?»

«Perché era in gamba. Ci sono alcuni punti di cui vorrei parlare con te. Ci vediamo?»

«Oggi sono molto preso, ma se ti bastano pochi minuti, si può fare. Sono qui vicino.»

«Sul serio? Dove?»

«Conosci il Nickel Diner?»

«Certo. Arrivo tra dieci minuti.»