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BOSCH
Bosch si sedette in silenzio nella fila in fondo all’aula del dipartimento 106. Il suo ingresso fu notato solo dal giudice, che gli rivolse un breve cenno di saluto. Erano trascorsi anni dall’ultima volta, ma in passato Bosch aveva portato molti casi davanti al giudice Paul Falcone. E lo aveva svegliato in più di un’occasione, per farsi approvare un mandato di perquisizione nel cuore della notte.
Dietro il leggio accanto ai tavoli della difesa e dell’accusa Bosch vide il suo fratellastro, l’avvocato Mickey Haller, intento a interrogare un testimone a discarico. Bosch aveva seguito il caso online e sui giornali e sapeva che quel giorno marcava l’inizio di un processo in cui la difesa aveva una missione apparentemente impossibile. Haller difendeva un uomo accusato di aver ucciso un giudice di corte d’appello di nome Walter Montgomery, in un parco pubblico a meno di un isolato dal tribunale in cui si celebrava il processo. A carico dell’imputato, Jeffrey Herstadt, c’era non solo il dna, ma anche il fatto che aveva confessato l’omicidio in un video.
«Dottore, mi permetta di chiarire un punto» disse Haller al testimone seduto a sinistra del giudice. «Sta dicendo che, a causa dei suoi problemi mentali, Jeffrey si trovava in uno stato paranoico e temeva di ricevere danni fisici se non avesse confessato il delitto?»
L’uomo sul banco dei testimoni era un sessantenne con i capelli bianchi e la barba scura, uno strano contrasto. Bosch non l’aveva sentito giurare e non conosceva il suo nome. L’aspetto fisico e l’aria professorale gli fecero subito venire in mente Freud.
«È ciò che accade nei disturbi schizoaffettivi» rispose Freud. «Il paziente mostra tutti i sintomi della schizofrenia, tra cui allucinazioni, disturbi del tono dell’umore, manie depressive e paranoia. Quest’ultima porta la psiche a intraprendere misure protettive, quali il ripetuto annuire e il manifestarsi d’accordo che vediamo nel video della confessione.»
«Quindi, quando Jeffrey annuiva e conveniva con le affermazioni del detective Gustafson durante quel colloquio» chiese Haller «voleva solo… cosa? Evitare di essere picchiato?»
Bosch notò l’uso del nome di battesimo dell’imputato, una mossa calcolata per renderlo più umano davanti alla giuria.
«Esatto» rispose Freud. «Voleva uscire illeso da quel colloquio. Il detective Gustafson rappresentava un’autorità che teneva il benessere di Jeffrey nelle sue mani. Jeffrey lo sapeva e nel video ho visto chiaramente la sua paura. La sua mente gli diceva che era in pericolo e lui voleva solo sopravvivere.»
«Il che significa che era disposto a dire qualsiasi cosa il detective Gustafson volesse sentire da lui?» Sembrava più un’affermazione che altro.
«Precisamente» disse Freud. «All’inizio si trattava di domande all’apparenza poco importanti: “Lei conosce quel parco?”. “Si trovava lì?” Per poi passare a cose più serie: “Ha ucciso lei il giudice Montgomery?”. A quel punto Jeffrey era già incamminato lungo la china e ha risposto di sì. Ma non può essere ritenuta una confessione volontaria. A causa della situazione, la confessione non è stata né libera, né volontaria, né consapevole. Gli è stata estorta.»
Haller lasciò quelle parole nell’aria per qualche secondo, fingendo di controllare i suoi appunti. Poi partì in una direzione diversa. «Dottore, cos’è la schizofrenia catatonica?»
«Si tratta di un sottotipo di schizofrenia in cui il paziente, in situazioni di stress, può essere colto da un attacco, oppure manifestare negativismo o rigidità» rispose Freud. «Per esempio, resistere a istruzioni che gli vengono date e ai tentativi di farlo muovere.»
«Quando succede questo, dottore?»
«In periodi di stress elevato.»
«È ciò che ha visto nel video, alla fine del colloquio di Jeffrey con il detective Gustafson?»
«Sì. Il mio parere professionale è che Jeffrey abbia avuto un attacco, del quale all’inizio il detective non si è accorto.»
Haller chiese al giudice Falcone se poteva proiettare quella parte del video. Bosch lo aveva già visto tutto, perché quando l’accusa l’aveva presentato in tribunale era diventato di dominio pubblico ed era stato postato su internet.
Haller proiettò la parte che cominciava venti minuti dopo l’inizio del colloquio, dove Herstadt sembrava aver assunto un atteggiamento di chiusura, fisica e mentale. Se ne stava seduto, come catatonico, e fissava il tavolo. Non rispondeva più alle domande di Gustafson e il detective si era presto reso conto che qualcosa non andava.
Aveva subito chiamato il pronto soccorso e i paramedici, dopo aver preso le pulsazioni, la pressione e i livelli di ossigeno di Herstadt, avevano concluso che era in preda a un episodio psicotico e lo avevano trasportato all’ospedale pubblico della contea, dove era stato curato e poi internato nella corsia riservata ai carcerati. Il colloquio era stato sospeso e non era mai più ripreso. Gustafson aveva già quello che gli serviva. Herstadt nel video aveva detto: «Sono stato io». Una settimana più tardi alla confessione si era aggiunta una prova schiacciante: il dna di Herstadt corrispondeva a del materiale genetico raschiato da sotto un’unghia del giudice Montgomery.
Dopo il video, Haller riprese a interrogare lo psichiatra.
«Cos’ha visto, dottore?»
«Ho visto un uomo in preda a un attacco di catatonia.»
«Scatenato da cosa?»
«È chiaro: dallo stress. Era sottoposto a un interrogatorio su un omicidio che ha confessato ma che secondo me non ha commesso. Una situazione simile sarebbe stressante per chiunque, ma naturalmente un paranoico schizofrenico ne risente in modo più acuto.»
«Dottore, durante la sua lettura del fascicolo riguardante questo caso, ha scoperto che Jeffrey aveva avuto un attacco anche poche ore prima dell’omicidio del giudice Montgomery?»
«Sì. Ho letto rapporti di un episodio occorso circa novanta minuti prima dell’omicidio. Jeffrey è stato curato sul posto, in una caffetteria.»
«E conosce i particolari, dottore?»
«Li conosco. Jeffrey è entrato in uno Starbucks, ha ordinato un caffè ma poi non aveva i soldi per pagare, perché aveva lasciato il portafoglio nella casa famiglia in cui abita. Di fronte alle proteste della cassiera si è sentito minacciato e ha avuto un attacco. È stata chiamata un’ambulanza.»
«L’hanno portato in ospedale?»
«No, l’attacco si è risolto e Jeffrey ha rifiutato ulteriori cure. È uscito dalla caffetteria e si è allontanato.»
«Quindi abbiamo questi due episodi clinici, uno novanta minuti prima dell’omicidio, l’altro circa due ore dopo, entrambi scatenati dallo stress, secondo il suo parere. È esatto?»
«Sì.»
«Dottore, conviene con me che commettere un omicidio pugnalando la vittima tre volte al torso sia un evento stressante?»
«Certamente.»
«Più stressante che prendere un caffè senza avere i soldi per pagarlo?»
«Sì, molto più stressante.»
«Secondo lei, commettere un omicidio violento è più stressante del fatto di subire un interrogatorio riguardo a tale omicidio?»
L’accusa obiettò che Haller con quelle ipotesi stava trascinando il dottore oltre i limiti del suo campo di esperienza. Il giudice accolse l’obiezione e annullò la domanda, ma Haller aveva già segnato il punto.
«Va bene, dottore, andiamo avanti» disse. «Durante il suo coinvolgimento in questo caso, ha visto un rapporto di qualsiasi tipo in cui si indica che Jeffrey Herstadt abbia avuto un attacco mentre commetteva questo omicidio violento?»
«Non l’ho visto.»
«Che lei sappia, quando è stato fermato dalla polizia al Grand Park, vicino alla scena del crimine, era in preda a un attacco?»
«Non che io sappia.»
«Grazie, dottore.»
Haller disse al giudice che si riservava il diritto di richiamare il dottore come testimone, poi lo lasciò a disposizione dell’accusa. Il giudice voleva fare la pausa pranzo prima dell’interrogatorio incrociato, ma il pubblico ministero, il viceprocuratore Susan Saldano, promise che ci avrebbe messo non più di dieci minuti. Falcone allora le diede il permesso di procedere.
«Buongiorno, dottor Stein» disse la donna, fornendo così a Bosch il cognome dello psichiatra.
«Buongiorno» rispose Stein, cauto.
«Parliamo di un’altra cosa che riguarda l’imputato. Lei sa se dopo l’arresto e il trasporto in ospedale gli sia stato prelevato un campione di sangue, per vedere se aveva ingerito droghe o alcol?»
«Sì, è stato fatto. È una procedura di routine.»
«E quando lei ha esaminato il caso per la difesa, ha controllato i risultati di quel prelievo?»
«Sì.»
«Può dire alla giuria qual era il referto?»
«Mostrava bassi livelli di una medicina chiamata paliperidone.»
«Lei conosce il paliperidone?»
«Sì, l’ho prescritto io al signor Herstadt.»
«Di cosa si tratta?»
«È un antagonista della dopamina. Uno psicotropo usato per trattare la schizofrenia e il disturbo schizoaffettivo. In molti casi, se somministrato nel modo giusto, permette ai pazienti che hanno tale disturbo di condurre una vita normale.»
«E ha qualche effetto collaterale?»
«Se ne possono verificare alcuni. Ogni caso è diverso, e noi prescriviamo le terapie specifiche per ciascun paziente, valutando anche i possibili effetti collaterali.»
«Sa che il produttore del paliperidone elenca tra gli effetti collaterali anche agitazione e aggressività?»
«Sì, ma nel caso di Jeffrey…»
«Risponda solo sì o no, dottore. È al corrente di questi effetti collaterali?»
«Sì.»
«Grazie. Un attimo fa, parlando del paliperidone, lei ha detto “se somministrato nel modo giusto”. Ricorda di essersi espresso in questo modo?»
«Sì.»
«Ora, ricorda dove viveva Jeffrey all’epoca di questo delitto?»
«Sì, in una casa famiglia di Angelino Heights.»
«E prendeva il paliperidone secondo la sua prescrizione, dico bene?»
«Sì.»
«E chi aveva l’incarico di somministrarglielo nel modo giusto, in quella casa?»
«C’è un assistente sociale che ha questo incarico.»
«Quindi lei ha una conoscenza diretta del fatto che la medicina fosse stata somministrata correttamente?»
«Non comprendo bene la domanda. Ho visto gli esami del sangue dopo l’arresto e mostravano i livelli corretti di paliperidone, quindi si può presumere che le dosi fossero giuste.»
«Lei può dichiarare alla giuria che l’imputato non aveva preso la sua dose dopo l’omicidio ma prima del prelievo di sangue in ospedale?»
«Be’, no, ma…»
«Può dichiarare alla giuria che l’imputato non aveva fatto una scorta di quelle pillole di nascosto, prendendole poi tutte insieme prima dell’omicidio?»
«Di nuovo, no, ma lei sta…»
«Non ho altre domande.»
Saldano tornò a sedersi al tavolo dell’accusa. Haller si alzò immediatamente e disse al giudice che sarebbe stato rapidissimo nella replica. Falcone approvò con un cenno.
«Dottore, vuol concludere la sua risposta all’ultima domanda della signora Saldano?» chiese Haller.
«Volentieri» disse Stein. «Stavo per aggiungere che l’analisi in ospedale mostrava i giusti livelli di paliperidone nel sangue di Jeffrey. Qualsiasi ipotesi su una possibile somministrazione sbagliata della medicina non è sostenibile. Se lui avesse finto di prendere le pillole per poi prenderne troppe tutte insieme, o se ne avesse presa una subito dopo il delitto, nel referto lo si sarebbe notato.»
«Grazie, dottore. Da quanto tempo lei aveva in cura Jeffrey, prima di questo incidente?»
«Da quattro anni.»
«Da quando gli prescriveva il paliperidone?»
«Da quattro anni.»
«Lo ha mai visto in atteggiamenti aggressivi nei confronti di qualcuno?»
«No.»
«Ha mai sentito dire che si sia mostrato aggressivo con qualcuno?»
«Prima di questo… incidente, no.»
«Riceveva rapporti regolari sul suo comportamento, dalla casa famiglia in cui viveva?»
«Sì.»
«In tali rapporti è stato mai menzionato un episodio in cui Jeffrey sia stato violento?»
«No, mai.»
«Lei temeva che potesse manifestare violenza contro di lei o contro chiunque altro?»
«No. Altrimenti avrei prescritto una terapia diversa.»
«Ora, come psichiatra lei è anche medico, dico bene?»
«Sì.»
«E quando ha letto il fascicolo di questo caso, ha dato un’occhiata anche al referto dell’autopsia del giudice Montgomery?»
«L’ho letto, sì.»
«Ha visto che è stato pugnalato tre volte sotto l’ascella destra?»
«Sì.»
Saldano scattò in piedi per obiettare. «Vostro onore, dove intende andare la difesa con queste domande? Qui siamo oltre la portata del mio interrogatorio incrociato.»
Falcone guardò Haller. «Mi stavo chiedendo la stessa cosa, signor Haller.»
«Vostro onore, è vero, si tratta di un nuovo territorio, ma mi ero riservato il diritto di richiamare il dottor Stein. Se l’accusa lo preferisce, possiamo andare a pranzo e richiamerò il dottore subito dopo. Oppure possiamo concludere qui. Farò molto in fretta.»
«Obiezione respinta» disse Falcone. «Proceda pure.»
«Grazie, giudice.» Haller tornò a voltarsi verso il testimone. «Dottore, ci sono vasi sanguigni vitali nella zona del corpo in cui il giudice Montgomery è stato pugnalato, dico bene?»
«Sì. Vasi sanguigni collegati al cuore, in entrata e in uscita.»
«Lei ha il fascicolo personale del signor Herstadt?»
«Sì.»
«Il signor Herstadt ha prestato servizio militare?»
«No.»
«Ha ricevuto un addestramento medico di qualche tipo?»
«No, che io sappia.»
«Come poteva sapere allora il punto preciso in cui pugnalare il giudice, sotto il…»
«Obiezione!» Saldano era di nuovo in piedi. «Giudice, il testimone non ha una competenza che gli permetta anche solo di azzardare un’ipotesi riguardo alla domanda della difesa.»
Falcone fu d’accordo. «Se vuole seguire questa linea, signor Haller, faccia venire un esperto. Questo testimone non lo è.»
«Vostro onore, lei ha accolto l’obiezione senza darmi la possibilità di chiarire il punto.»
«Esatto, e lo rifarei. Ha altre domande per il testimone?»
«No.»
«Signora Saldano?»
Il pubblico ministero ci pensò un attimo, poi disse di non avere domande. Prima che il giudice dichiarasse tolta la seduta per la pausa pranzo, Haller si rivolse alla corte.
«Vostro onore» disse. «Credevo che la signora Saldano avrebbe trascorso buona parte del pomeriggio controinterrogando il dottor Stein. E mi aspettavo di dedicare altrettanto tempo alle mie repliche. Sono alquanto sorpreso.»
«Cosa sta cercando di dirmi, signor Haller?» Il tono del giudice aveva una vena di costernazione.
«La prossima testimone è un’esperta di dna che viene da New York. E il suo aereo atterra alle quattro.»
«Non ha un testimone che può chiamare subito dopo pranzo?»
«No, vostro onore.»
«Capisco.»
Il giudice sembrava alquanto scontento. Si rivolse ai giurati, dicendo che per quel giorno avevano finito. Raccomandò loro di andare a casa, di evitare i notiziari che parlavano del processo, e di tornare la mattina dopo alle nove. Con un’occhiata di fuoco a Haller aggiunse che avrebbero cominciato prima delle dieci, l’ora solita, per recuperare il tempo perduto.
Tutti aspettarono che i giurati lasciassero l’aula, poi il giudice riprese a sfogarsi con Haller. «Signor Haller, lei sa che non mi piace lavorare mezza giornata quando avevo programmato la giornata intera.»
«Lo so, vostro onore. Non piace nemmeno a me.»
«Avrebbe dovuto far arrivare la testimone ieri, in modo che fosse disponibile anche con poco preavviso.»
«È vero, ma questo significava pagarle un’altra notte d’albergo e come questa corte sa il mio cliente è indigente. Io sono stato incaricato dal tribunale di difenderlo, accettando una significativa riduzione della mia tariffa. La mia richiesta all’amministratore del tribunale di far arrivare la mia esperta un giorno prima è stata rifiutata.»
«Capisco, signor Haller, ma qui a Los Angeles ci sono molti esperti di dna qualificati. Perché era necessario farne arrivare una da New York?»
Quella domanda era venuta in mente anche a Bosch.
«Vede, giudice, non vorrei rivelare all’accusa la strategia della difesa» rispose Haller. «Ma posso dire che la mia esperta è ai massimi livelli per quanto riguarda la sua specialità nel campo dell’analisi del dna, e questo sarà evidente quando testimonierà domani.»
Falcone lo fissò per un lungo momento, come decidendo se valeva la pena continuare la discussione. Alla fine si rilassò. «Va bene. La seduta è aggiornata alle nove di domattina. Presenti la sua testimone a quell’ora, signor Haller, altrimenti ci saranno delle conseguenze.»
«Sì, vostro onore.»
Il giudice si alzò e lasciò lo scranno.