31

Christopher rovesciò la rastrelliera piena di armi appoggiata alla parete del salone. Raccolse un peso e lo scagliò contro la finestra, frantumandone il vetro in un’esplosione di schegge illuminate dalla luna. Un terrore di cui ignorava l’esistenza gli fiaccò gli arti, e un momento dopo i muscoli si gonfiarono di forza e di furia.

Abbassò lo sguardo sulle mani, ancora rosse e appiccicose del sangue di Millie… No, non era tutto sangue suo. In gran parte era finto, materiale scenico.

Le aveva premuto la mano sul fianco nel tentativo di arrestare l’emorragia, e stringendola a sé aveva ripetuto il suo nome in una folle cantilena.

Gli infermieri lo avevano allontanato da lei, e poi quel maledetto ambulatorio straripante di gente bisognosa di cure. A quel punto gli era presa una collera mai provata.

Infine si era ricordato che lui e Blackwell conoscevano uno dei migliori chirurghi in città, un tale con il vizio del gioco. Dorian gli aveva promesso che, se avesse salvato la vita di Millie, non avrebbe preteso il pagamento dei suoi enormi debiti. Così l’avevano portata lì, a casa di Christopher.

Tutto questo accadeva un’ora prima, e da allora il dottore non aveva permesso a nessuno di entrare nella camera da letto.

Così, spinto da una rabbia impotente, aveva cominciato a distruggere tutto ciò che si trovava a portata di mano. Raccolse un bastone e lo spaccò sopra una maniglia. Non contento, si mise sopra la rastrelliera sfasciata e staccò con uno strattone una gamba di metallo per conficcarla nella parete.

Dorian uscì dall’ombra. — Argent.

Non riuscendo a estrarre l’asta di metallo dalla parete, Christopher prese a calci le assi spezzate.

Christopher — fece Dorian in tono più deciso, mentre osservava il disastro con l’abituale distacco. — Il dottore ha finito. È pronto per fare la sua relazione.

Nell’incontrare lo sguardo dell’amico, Christopher comprese che era andata male. Scosse la testa e con la mano alzata cercò di allontanare le parole che avrebbero posto fine alla propria esistenza. — Non posso perderla in questo modo, Blackwell. Questa volta non sopravvivrò.

— Lo so. — Dorian gli posò una mano sulla spalla. Era la prima volta che l’Anima Nera di Ben More lo toccava.

— Non so cosa fare.

— È arrivata una persona. Una persona che ha bisogno di te.

“Jakub.”

Un bambino che rischiava di perdere la madre. Christopher si precipitò verso la porta del salone.

Nell’enorme atrio vuoto, trovò Jakub in una lunga camicia da notte con sopra una giacca. Il bambino si divincolò dalla tonda signora Brimtree e gli corse incontro.

Lui si aspettava una crisi isterica, e raccomandò a se stesso di essere forte.

Invece vide con stupore il piccolo bloccarsi davanti ai suoi stivali e guardarlo con quegli occhi giganteschi sbattendo le ciglia. — Andrà tutto bene — disse.

Con la gola secca, Christopher deglutì. — Come fai a saperlo?

— Perché voi siete qui. — La venerazione negli occhi del bambino gli spezzò il cuore. — Quando ci siete voi, va sempre tutto bene.

Il dottor Raymond Cromstock, un tipo di mezza età con una grossa testa sul corpo esile, scese le scale con ostentata calma.

Fu solo quando Jakub prese la mano a Christopher che questi si accorse che era ancora sporca di sangue. Finto e non.

— La ferita è circoscritta — disse Cromstock. — E direi che il danno agli organi interni è molto limitato. Miss LeCour ha comunque subito un trauma ma, a patto che non subentrino infezione o febbre, direi che è fuori pericolo.

Christopher cadde in ginocchio per la gioia e il sollievo, ringraziando un Dio in cui non aveva mai creduto.

— Visto? — Jakub gli buttò le piccole braccia al collo. — Starà benissimo se ci siete voi.

La febbre, però, si alzò nel giro di qualche ora. Impotenti e inorriditi, Christopher e Jakub videro Millie battere i denti scossa dai tremiti.

— Ho appena rimboccato le coperte al piccolo — disse dolcemente Farah a Christopher, mentre si appoggiava al montante del letto nella camera arredata da Welton molti giorni prima. — È ancora convinto che lei si sveglierà da un momento all’altro. Ha molta fiducia in voi. — Gli porse una ciotola di minestra. — Mangiate qualcosa e poi andate a dormire. Sto io con lei. Se ci saranno novità, vi chiamerò subito.

— Ho dormito — mentì Christopher, sporgendosi in avanti sulla sedia che non lasciava da quasi due giorni. Non aveva mai staccato gli occhi da Millie, e li avrebbe chiusi soltanto quando lei avesse aperto i suoi. — E comunque non ho fame.

Farah rinunciò a convincerlo e porse la ciotola a Welton, in silenziosa attesa accanto alla bacinella. — Che cos’ha detto il dottore stamane? — Scostò un ricciolo bruno dalla pallida fronte di Millie.

— La febbre è scesa.

— Ottima notizia. In men che non si dica tornerà tra noi. — Il suo volto si illuminò. — Vi porto altre buone notizie: l’ispettore capo Morley ha archiviato l’indagine sulla morte di lady Thurston. Non è cosa di cui dovrete più preoccuparvi. Inoltre la polizia ha salvato quei bambini. Erano affamati e ovviamente traumatizzati, ma incolumi. Stiamo cercando un posto per loro e speriamo tutti insieme, visto che sono fratelli.

— Secondo il dottore, se lei si sveglia è probabile che accada oggi — ricordò Christopher, più che altro a se stesso.

— Bene. — Farah gli strinse lievemente una spalla e si diresse alla porta in un movimento di sottane. — Se avete bisogno di me, io sono dabbasso con Dorian.

Lui annuì. Sentiva la testa pesante, il collo rigido.

Nel sonno Millie contrasse le dita, mentre il petto si muoveva con una respirazione faticosa.

— Millie? — Christopher la scrutò in viso in cerca di segni di cambiamento, ma senza trovarne.

Sembrava così piccola e indifesa sotto quella montagna di coperte, in quel letto gigantesco sulla pedana.

Le ultime interminabili ore trascorsero in una specie di nebbia. Millie era sospesa tra la vita e la morte, e Christopher in quel limbo insieme a lei.

Tuttavia era colmo di amore, di desiderio. Di profondo rimpianto. Di una paura che non svaniva in quel torpore.

E se lei non avesse più sorriso? Se i suoi occhi non avessero più brillato di malizia, di quella luce che Jakub aveva tanto faticosamente cercato di catturare nel ritratto? E se l’ultimo ricordo che lui aveva di Millie veramente viva fosse stato il momento in cui gli aveva offerto il suo amore, e lui l’aveva lasciata in una pozza di lacrime fra lenzuola fredde?

Christopher sedette accanto a lei sul bordo del letto, le prese il palmo freddo e appiccicoso e lo tenne tra le ruvide mani per trasmetterle un po’ del proprio calore.

Lei emise un suono simile a un colpo di tosse.

— Millie? — sussurrò Christopher. — Millie, avevi ragione: io sento. Ho cominciato a sentire la sera in cui ti ho incontrato, nell’attimo in cui mi hai mandato un bacio dal palcoscenico. Per questo ho fatto quel maledetto patto con te: perché dovevo toccarti… Quando dicevo che ti volevo… forse intendevo che… avevo bisogno di te. Io ho bisogno di te, Millie. Ho bisogno che ti svegli. Ho bisogno di tenerti sul mio cuore, perché è l’unico momento in cui lo sento battere. Se te ne vai, lui si fermerà. Se non sei qui, questo pianeta desolato potrebbe smettere di girare e noi precipiteremmo tutti nel vuoto. Perché senza di te non rimane che vuoto.

Sentì qualcosa sul viso, qualcosa di caldo e pruriginoso. Vi passò sopra una mano e la tolse bagnata.

Lacrime? “Oh, no.”

Non importava. Niente importava.

— Sarò la tua lama nel buio, così tu e Jakub potrete rimanere nella luce. Non ti lascerò mai. Starò con te per proteggerti, sostenerti, dandoti la libertà che desideri tanto. Ti seguirò ovunque, perché la mia casa è dove sei tu. Ti porterò a ballare, Millie, tutte le sere per il resto della mia vita. Ti porterò ovunque desideri: non c’è niente di più bello che vedere il mondo risplendere della tua luce. Non ci crederai, ma sono pronto ad accettare l’incarico a Scotland Yard. Non pagano molto, però di denaro ne ho già tanto da non sapere cosa farne.

A questo punto gli venne un’idea.

— Ti lascerò riempire la mia casa di un’infinità di cose inutili e costose finché sarà davvero una casa, non un guscio. E proverò, proverò con tutte le forze a non essere a mia volta un maledetto guscio. Darò a Jakub il mio nome, anche se macchiato. Qualunque cosa accada, sarà il suo nome, il tuo. Io sono tuo. E tu sei mia, quindi non…

Non ce la fece a pronunciare quella parola.

— Welton? — Il nome uscì come un gracidio arrugginito dalle pallide labbra di Millie.

Christopher si voltò di scatto verso il maggiordomo. Si era dimenticato della sua esistenza, e tanto più della sua presenza.

“Welton?” Perché mai quel nome era stato il primo a uscire dalle labbra di Millie, quando lui…

— Sì, signora? — Gli occhi di Welton erano lucidi, orlati di rosso, ma le guance asciutte.

— Avete sentito tutto quanto? — La voce di Millie era poco più di un sussurro rasposo, eppure non aveva perso l’allegria e lo spirito che Christopher le conosceva.

— Certamente, signora.

— Soprattutto la parte riguardante le cose costose? — fece lei con un sospiro.

— Ogni parola.

— Grazie, Welton.

— Felice di servirvi, signora.

Millie era sbalordita dal fatto che un proiettile tanto piccolo potesse farla sentire come se fosse stata investita da una carrozza in corsa. Anche se la minima luce le faceva bruciare gli occhi e dolere la testa, voleva guardare Christopher per accertarsi che fosse veramente lì.

Le aveva fatto una dichiarazione d’amore.

Aprì gli occhi sbattendo lentamente le ciglia. Aveva la mente confusa, come se le avessero propinato qualcosa che le faceva apparire tutto un sogno dorato. Compresi i capelli ramati dell’uomo che la stava fissando.

Christopher sussurrò il suo nome, e in quel sussurro lei udì l’eco di tutte le cose meravigliose che le crescevano nel cuore.

Sentì dolore nell’alzare la mano, ma voleva toccargli il viso. Lui gliela prese a mezz’aria, seppellì il mento ispido nel suo palmo, poi premette le labbra sulle dita.

— Non avevo alcuna intenzione di lasciarti — lo rassicurò. — Ti amo troppo per permettere che un ridicolo proiettile ci separi.

Il forte mento nella sua mano tremò, e il ghiaccio in quegli occhi chiarissimi si sciolse in oceani di emozione. Con un verso aspro dal profondo del petto, lui nascose il viso sulla sua spalla.

Millie accostò la testa alla sua, assaporando a occhi chiusi la loro vicinanza. Christopher era venuto per lei. Aveva sconfitto la paura e la sofferenza, e abbattuto il muro di ghiaccio attorno al proprio cuore. Era possibile? Un lieto fine per due anime come loro?

— Parlavi sul serio quando hai fatto tutte quelle promesse?

— A proposito delle cose costose?

— No. — Millie si mise a ridere, e il dolore sordo al fianco si trasformò in una fitta lancinante. — No — ripeté, questa volta più controllata. — Quando dicevi che avresti dato il tuo nome a Jakub. Hai intenzione di sposarmi, Christopher Argent?

— Avrei dovuto proportelo nel momento stesso in cui ci siamo conosciuti.

— E non dovrò beccarmi un altro proiettile per sentirti dire che mi ami?

Christopher si staccò quel tanto da poterla guardare negli occhi. — Ti amo, Millicent LeCour.

— Bene. Però non dimenticare quello che hai detto riguardo all’arredamento. — Il suo respiro si fece più profondo, mentre il sonno cercava di inghiottirla di nuovo. La sua voce era sognante, leggera. Tutto era dorato e delizioso. — Ah, ti avverto, amore mio: il nostro matrimonio sarà disgustosamente sfarzoso.

Poi accolse volentieri il morbido abbraccio del sonno rigenerante, ma non prima che il suo più grande desiderio venisse esaudito.

Era un suono pacato, basso, con note arrugginite di caustica ironia, eppure fu il più bello che lei avesse mai udito o sperato di udire. Un suono che sperò di provocare molte volte negli anni a venire.

La risata di Christopher Argent.