28
Millie era esausta. Tuttavia non riusciva a spegnere la lanterna e rilassarsi. Troppi mostri erano in agguato nel buio.
Troppi ricordi.
Seduta sul bordo del comodo letto degli ospiti, fissò i lividi sui polsi lasciati dalle manette, mentre la stanza color pesca e avorio si sfocava attorno a lei. Rimase immobile un’infinità di minuti, finalmente lavata e pulita, avvolta nella camicia da notte bianca presa in prestito, con i capelli spazzolati e raccolti in una treccia.
Jakub era salvo. Lei era viva. Non c’era più pericolo. Perché allora si sentiva così poco al sicuro? Cos’era quello strano groppo di paura che ancora le serrava la gola?
Perché l’idea di tornare alla sua vita incantata e felice le metteva tanta tristezza?
Avvertì la presenza di Christopher Argent prima ancora che lui facesse rumore. Forse lo stava aspettando, perché nel momento in cui lo vide entrare in camera, tutte le sue domande trovarono una risposta. L’ansia si dissolse e il buio sembrò meno minaccioso.
Lui aveva un aspetto duro, selvaggio. Era arrabbiato. Anche se non la stava guardando in faccia, l’espressione sul volto di pietra, pur non fredda e cupa come al solito, diceva tutto ciò che le serviva. Non era l’uomo che soltanto mezz’ora prima aveva cantato una dolce ninnananna a Jakub. Le parve una creatura diversa, del tutto sconosciuta.
— Sei… viva. — Argent aveva uno sguardo incredulo, come se fosse salito in camera sua aspettandosi che se ne fosse andata, o peggio. — Voglio dire… — Si schiarì la voce. — Sei bellissima. Insomma… hai un aspetto… migliore.
Si stava comportando in modo strano. Be’, più strano del solito. Si era chiuso la porta alle spalle, senza tuttavia staccare la mano dal chiavistello.
— Entra. — Millie batté una mano sul letto, di fianco a sé. — Non ho avuto il tempo di ringraziarti come si deve.
— Non eri obbligata.
— Sciocchezze. Vieni qui.
Lui scosse la testa. — Non sono in me. Però dovevo vederti. — Le voltò le ampie spalle per uscire.
— Non andartene. — Millie gli tese una mano.
— Non sarei dovuto venire. Scusami.
— Non ho paura di te.
Christopher le lanciò un’occhiata da sopra la spalla. — Dovresti.
— Lo so. — Millie si alzò, sbottonò la camicia da notte e la fece cadere dalle spalle, lasciandola scivolare giù lungo il corpo. Sotto non aveva niente, eppure era lui ad apparire nudo nei suoi confronti.
— Sono viva grazie a te. Io voglio sentirmi viva.
Christopher spezzò la catena, quale che fosse, che lo stava tenendo lontano. Qualcuno l’avrebbe chiamata “pudore”, altri “paura”. Millie sapeva che era una complicata combinazione di entrambi.
Si staccò dalla porta e in un attimo le fu accanto.
Un brivido di eccitazione le tolse il respiro un istante prima che lui la prendesse quasi bruscamente fra le proprie braccia per baciarla con avidità.
La libidine che quell’uomo tanto pericoloso liberava con incontenibile furia fu di un erotismo indescrivibile. La lingua scivolosa le invase la bocca costringendo i denti a schiudersi, quindi spaziò all’interno con colpi ritmici e decisi. La barba ispida le pungeva le labbra, le guance e il mento.
Le mani, ancora più ruvide, le sfregavano la pelle provocandole una sensazione meravigliosa. Quando arrivarono nell’incavo della schiena, Christopher la strinse più forte contro il proprio corpo. L’erezione sotto i pantaloni era dura come pietra.
Mai Millie aveva desiderato tanto qualcosa, mai era stata tanto bramosa. Voleva sentire quell’uomo su di sé, dentro di sé.
Senza falsi pudori infilò la mano tra loro per prendere il membro. Trasalendo, lui staccò la bocca. Le sue labbra umide brillavano mentre gli occhi si abbassavano su di lei, luccicando di sensuale avvertimento. Dalla gola gli uscì in un gemito il suo nome.
Millie gli sbottonò la camicia per denudare le spalle, tese come cavi. — Voglio stare sotto di te.
— Non dovrei…
— Non respingermi — lo implorò, prima di premere un bacio sulla lucida ragnatela di cicatrici mentre gli abbassava la camicia. — Non impedirmi di essere dolce con te. Io devo esserlo, e tu devi permettermelo.
Christopher, sempre più agitato, si irrigidì quando lei gli baciò la spalla e la gola, ma continuò a cingerla con le braccia. Dopo qualche istante di indecisione, chinò la testa e la baciò nel punto in cui il collo incontrava la spalla.
Il cuore di Millie era sciolto, e così anche il ventre, ora morbido, bagnato e pronto per lui.
Il secondo bacio fu più tenero, vellutato, ma egualmente possessivo e urgente. Lei era così rapita da udire a malapena il fruscio di camicia e pantaloni che cadevano a terra. Lui li scalciò via insieme alle scarpe, poi la spinse sul letto attutendo la caduta con le forti braccia ancorate alla sua schiena.
Lento, rigido, si sistemò su di lei, mormorandole all’orecchio qualcosa di osceno. Mentre si allungava sopra il suo corpo, Millie percepì il membro, duro e insistente contro la coscia.
La bocca trovò la sua e lei gliela offrì, mentre gli passava dolcemente le mani sulla schiena muscolosa per poi infilargli le dita fra i capelli. Si era aspettata che quel momento fosse un’esplosione di lussuria, la conclusione frenetica e travolgente di una notte di terrore.
Non aveva previsto, invece, quel bisogno di esplorare le sfumature del desiderio.
Christopher le fregò i pollici ruvidi sui capezzoli, titillandoli finché non si furono inturgiditi. A quel punto Millie cominciò a strusciarsi contro di lui.
— Morbida — sussurrò Christopher, quasi non riuscisse a formulare una frase intera. Mentre le succhiava il labbro inferiore, le portò le mani sulla vita, per poi aprirle sulla curva del fianco.
Millie lo incoraggiò con un gemito, godendo dei suoi muscoli tesi sotto i palmi, del peso di quel corpo stupendo che la premeva sul materasso.
Mordicchiandole un labbro, Christopher insinuò le dita nell’umida fessura tra le cosce. Quando le titillò il bocciolo, Millie accolse con un grido rauco il crudo piacere che parve propagarsi lontano, fino agli arti.
In grande affanno pronunciò il suo nome, e le bastò solo qualche carezza per arrivare al culmine. Allora gli si aggrappò serrando le cosce e cavalcò l’orgasmo, prolungandolo più che le fu possibile. Si contorse a denti stretti sotto di lui fino all’ultimo spasmo, infine si afflosciò. E mentre cercava di riprendere fiato appoggiò la fronte alla spalla piena di cicatrici.
Christopher le posò un sentiero di baci lungo l’attaccatura dei capelli, per poi trascinare le labbra fino alla mandibola. Le avvolse una mano nei capelli per tenerle ferma la testa, le studiò le labbra e poi le catturò, segnandole la pelle con la barba irsuta. Alla fine si scostò per ispezionare la sua opera.
Millie sentì crescere l’urgenza dentro di lui quando le incuneò il ginocchio tra le cosce per aprirle.
Gli posò una mano sul petto per fermarlo e Christopher si bloccò, chiudendo gli occhi come se pensasse che era tutto finito.
— Guardami — gli ordinò lei prendendogli il viso tra le mani.
Con un sussulto, lui voltò la testa e, serrando le mascelle, fissò il caminetto spento ai piedi del letto.
Millie temette di perderlo. In quel momento comprese che doveva andare avanti. — Io ti vedo, Christopher Argent. So chi sei. — Gli passò le mani sulla poderosa schiena nuda e sui forti bicipiti. — Voglio che tu veda me, che impari a conoscermi.
Con una leggera trazione, tirò verso di sé il suo viso ostinato, ma lo sguardo gli rimase abbassato.
— Voglio che tu lo senta, non solo con la carne ma anche qui. — Gli toccò il petto ed ebbe conferma del pulsare frenetico del suo cuore. — Guardami.
Millie credeva di essere preparata a ciò che avrebbe letto nei suoi occhi. Quanto si sbagliava!
Non esistevano parole per descriverlo. Possesso non rendeva pienamente l’idea. Desiderio era riduttivo. Vulnerabilità non ne esprimeva la silenziosa bruciante profondità.
Forse Christopher Argent non aveva bisogno di redenzione, bensì di qualcosa di più profondo e infinitamente più complicato. Forse aveva bisogno di essere affrancato, rilasciato. Perché, pur non essendo più rinchiuso in carcere da molto tempo, una parte di lui era ancora prigioniera del passato.
Millie desiderava con tutta se stessa di essere lei a liberarlo. — Questo non è fare sesso — sussurrò passandogli il pollice sullo zigomo. — Non questa volta.
Lui dilatò le narici, però annuì, e il suo sguardo impassibile si aggrappò a quello di lei come a un’ancora di salvezza. — Non questa volta — ripeté asciutto.
La penetrò con incredibile dolcezza, riempiendola di un calore di cui lei ignorava l’esistenza. Rimasero così per un momento, mentre il membro le tendeva il canale scivoloso pulsando nel suo corpo accogliente. Si fissarono, stupiti dell’inafferrabile intensità del momento. Era come se in qualche modo avessero unito più dei loro corpi.
Come se anche le loro anime si fossero fuse.
— Cosa mi hai fatto? — chiese lui mentre affondava un colpo più deciso e prendeva un ritmo che li portò presto ad ansimare entrambi.
Le accarezzò fianchi, seni, spalle, gola. Le cinse delicatamente il collo simulando uno strangolamento.
Millie non impiegò molto a sentire di nuovo crescere la smania dentro di sé. Cercò di opporvisi perché in quel momento voleva rimanere lucida. Voleva guardarlo mentre lui la guardava. Ma il piacere aumentava incontrollabile, fino ad abbattersi su di lei come un maroso sugli scogli.
Christopher non le diede tregua, il ritmo dei fianchi si fece urgente, poi implacabile, colmo di energia inarginabile fino a strapparle un altro orgasmo prima ancora che si fosse esaurito il precedente. Era una creatura selvaggia, primitiva. I suoi muscoli si contraevano come corde di violino sotto la pelle. Affondava il viso nei suoi capelli emettendo suoni gutturali a ogni spietata inforcata, finché rovesciò la testa all’indietro e si seppellì dentro di lei con un grido, per poi abbandonarsi a un piacere devastante.
Sentendosi pungere gli occhi, Millie cercò di ricacciare indietro le lacrime con un battito di ciglia.
Sapeva cosa stava accadendo. Non stavano semplicemente facendo sesso.
Lo sapevano entrambi.
Questa volta stavano facendo l’amore.
Giacquero in un silenzio beato, l’uno accanto all’altra, nella luce dorata della lanterna. Lei ascoltava il respiro di Christopher riacquistare regolarità, e avrebbe voluto essere nella sua testa. Quell’uomo era un vero enigma, difficile da capire e ancora di più da leggere. I brevi momenti in cui era riuscita a raggiungere la sua psiche le avevano fatto venire voglia di scavare più a fondo, di insinuarsi come un acaro, fino a rendergli impossibile sbarazzarsi di lei.
Incuneò la testa sotto il braccio pesante per appoggiarla sul suo petto. Christopher si irrigidì un istante, quindi reagì esattamente come lei sperava, e la strinse fra le braccia.
Lei non era la prima amante di Christopher Argent, il sicario, ma di certo era la prima a raggomitolarsi contro di lui. Questo le diede un grande senso di possesso. Tra le braccia di quell’uomo si sentiva una regina, unica e protetta. Nella vita aveva ricevuto ovazioni entusiastiche dal pubblico, incassato assegni con più zeri di quanti si fosse mai aspettata, ma niente era paragonabile alla pace di quel momento.
Forse perché ora si trovava fra le braccia di un uomo di cui si stava innamorando.
Chiuse gli occhi e respirò quell’esaltante verità.
Amava il tiepido odore di quella pelle: un odore di pulito ma anche forte, maschio. Amava ogni cicatrice di quel corpo tonico e ogni scheggia di ghiaccio in quegli occhi. Desiderava con tutta se stessa riempire di gioia la sua vita cupa e vuota. Insegnargli a essere felice, a ridere. Avrebbe dato tutti i suoi averi per sentirlo ridere.
Quindi… da dove cominciare?
Annunciare quelle intenzioni le parve prematuro. Inoltre sapeva che, per non sentirsi intrappolati o forzati, gli uomini avevano bisogno di illudersi che ogni idea partisse da loro. Benché strano e particolare, Christopher Argent era comunque un uomo, e lei sentì che nella loro relazione era saggio lasciargli l’iniziativa.
Forse stava correndo troppo. E se lui non avesse ricambiato il suo sentimento con eguale intensità? Quali erano le sue intenzioni, le sue aspettative? Doveva scoprirlo.
Ma facendolo a piccoli passi.
Un sorriso si insinuò sulle sue labbra, mentre l’idea perfetta arrivò ad addolcire quel momento.
Si protese a guardare Christopher e lo vide fissare accigliato il baldacchino.
— Sei uno splendido ballerino — gli disse appoggiando il mento sul suo torace.
— Cosa?
— Mi è venuto in mente il nostro primo incontro. Ti trovavo molto attraente e interessante, ma quando mi chiedesti di danzare, grande come sei, temetti che fossi troppo goffo per essere un buon cavaliere.
Christopher distolse gli occhi e lei lo accarezzò sul petto, poi scese a esplorare i rilievi di costole e addome. — Mi trascinasti in un valzer, nella luce azzurra dei candelabri, e mostrasti una leggerezza del tutto inattesa. — Gli premette un bacio sulla pelle. — Non sono mai stata tanto incantata.
Lui dilatò le narici e increspò le labbra. Forse un sorriso?
— Ti ho sentito cantare per Jakub. Hai una bellissima voce.
Christopher non la ringraziò, ma lei colse un rossore diffondersi sulla sua pelle dorata. Un sicario che avvampava? Irresistibile.
— Sappiamo entrambi che non ricevesti l’educazione del tipico gentiluomo — azzardò lei sperando di mostrargli che desiderava parlare del suo passato, condividerlo. — Fu tua madre a insegnarti a cantare e ballare?
Christopher deglutì. — Mia madre mi insegnò a cantare. Il valzer, invece, l’ho imparato altrove.
— Davvero? E chi te l’ha insegnato? — Probabilmente una sfacciata puttanella. Millie socchiuse gli occhi, immaginando una biondina dai seni prosperosi ballare il valzer con lui prima di chinarsi per offrirgli…
— Welton.
Lei trasalì. Poi si abbandonò a un riso sfrenato che scosse il letto. — Stai… scherzando.
— Perché dovrei? Mi ero reso conto che per ottenere contratti nel ton dovevo essere capace di uniformarmi all’ambiente. Io sono allenato a memorizzare molte posizioni di combattimento, oltre al passaggio dall’una all’altra. Ballare è quasi la stessa cosa, praticamente, solo che lo si fa sulla base della musica anziché del respiro.
Le risatine finirono con un sospiro. — Ti piace ballare?
— Non saprei.
— Quella sera sembrava che ti divertissi.
— Non ero io.
Ah già, quella sera lui era Bentley Drummle. L’affascinante, amabile Bentley Drummle. Eppure… nel tempo trascorso insieme, lei non aveva colto alcuna posa artificiosa.
— Lo farei di nuovo, qualche volta… — Millie gli lanciò un’occhiata furtiva per cogliere la sua reazione. Si preoccupò perché lo vide incupirsi, però tirò dritto: — Pensa… Tu che mi vieni a prendere con la tua lussuosa carrozza e mi porti fuori, magari di nuovo alla Sapphire Room, se preferisci. Potremmo ballare fino a non poterne più, poi cercare un angolo buio per finire ciò che abbiamo cominciato quella se…
— Non ricordi quello che mi hai detto?
— Io dico un sacco di cose, metà delle quali non le penso neppure. Figuriamoci se le ricordo. — Millie frugò nella memoria, scossa da un brivido.
— Io non l’ho dimenticato. — Christopher si mise a sedere con uno scatto improvviso, e buttò le gambe già dal letto volgendole le spalle. — “Finita questa storia, ognuno se ne va per la sua strada. Non voglio rivedervi mai più”. Questo mi hai detto, e io ti ho dato la mia parola.
Anche Millie si mise a sedere, stringendosi le coperte al petto. — Io… io ho cambiato idea, ovviamente.
— Non è così che funziona. — Lui si alzò, recuperò i pantaloni e li infilò velocemente.
Lei era talmente turbata da non riuscire a replicare, finché Christopher non ficcò le braccia nelle maniche della camicia. — Non andare via. Noi…
— Avrei dovuto farlo prima. Avrei dovuto scaricarti qui e filarmela, così non sarebbe successo niente di tutto questo.
Millie non capiva. — Christopher, quello che abbiamo fatto è stato meraviglioso. Potrebbe essere l’inizio di qualcosa di importante per noi. È di questo che hai paura? Da questo stai scappando? Perché io posso aiutarti. Resta qui, e noi…
Lui si voltò di scatto. — Io non scappo da nessuno! E non ho paura di niente. Io-non-sento-niente.
— Bugiardo.
— Pensi di essere tanto coraggiosa? — Christopher si avvicinò al bordo del letto con espressione gelida. — Pensi di potermi aiutare facendo cosa, Millie? Pulire dal sangue i miei vestiti quando torno dopo un assassinio? Spendere i mei soldi schifosi per riempirmi la casa di cose costose e inutili? Darmi un accidente di vita quando sono morto dentro? Non essere ridicola.
Millie sussultò di fronte a quella crudele volgarità, ma sapeva che Christopher la stava attaccando per allontanarla, per metterla alla prova. S’impose di essere gentile e comprensiva. — Da anni sei vuoto dentro, morto dentro… come dici tu. E adesso stai tornando alla terra dei vivi. Io lo vedo. Lo sento. — Si mise in ginocchio, con il lenzuolo sempre stretto al petto, e allungò l’altra mano verso di lui. — Io voglio amarti, Christopher Argent, e voglio che tu me lo permetta. Non c’è più bisogno di uccidere.
— Sbagli. Io sono un assassino. Sono già destinato all’inferno, e non mi serve nessun bagaglio per il viaggio.
— Chi è il ridicolo, adesso? — sbottò lei. — Non capisci? Perpetui con le tue mani la malvagità di tutti quelli che ti hanno maltrattato, ferito, oppresso. Lasci che gli assassini di tua madre ti facciano diventare quello che sei, o quantomeno ciò che fai.
— Attenta, Millie.
Lei avanzò lentamente sulle ginocchia. — Potresti essere un uomo diverso. Migliore.
— Perché tutti voi volete plasmarmi? — Christopher le strinse forte il braccio.
Millie scosse la testa. Cosa intendeva per “tutti voi”? Nessuno cercava di plasmarlo, semmai l’opposto: lei cercava di liberarlo.
Christopher non le diede il tempo di rispondere. — Io sono un cacciatore. Un assassino. Sono solo questo, e sono sempre stato solo questo. Se tu mi ami, ami un omicida. Ne saresti capace? Potresti guardarmi uscire di casa sapendo che ogni volta che rientro c’è una persona in meno sulla faccia della Terra? Una vedova in più, un orfano in più, un’anima in più che mi condanna all’inferno?
— Io…io…
Lui la mollò con una smorfia. — Credo che tu conosca la risposta.
“No.” Lei si riprese e lo afferrò per la camicia. — Pensavo a Jakub. Io…
Pensava che avrebbero potuto fare un figlio.
— Immagina che genere di padre sarei. — Con espressione addolcita, Christopher le aprì le dita serrate alla camicia e gliele strinse. — Tu sei una brava madre. — Le baciò la mano e la lasciò mentre indietreggiava. — Uomini come me non arrivano alla vecchiaia. Noi non abbiamo mogli o figli: abbiamo nemici e alleati. Vuoi questo per Jakub?
Aveva ragione. Le sue parole erano terribilmente sensate. Millie sentì di nuovo pungere gli occhi, sbatté le ciglia e le lacrime le tracciarono sentieri caldi sulle guance. Perché lei faceva così? Vedeva l’impossibile e allungava una mano per prenderlo, ignorando gli ostacoli sul cammino. Dava per scontato di poter fare qualcosa di meglio, di più grande, per il solo fatto di desiderarlo.
Christopher raccolse il resto delle sue cose senza più guardarla. — Io sono una creatura delle tenebre, Millie, e tu appartieni alla luce. — Si avviò alla porta, l’aprì e si fermò un istante. — Però, per quello che vale, su una cosa avevi ragione… Mi è piaciuto molto ballare con te quella sera.
Mentre la porta si chiudeva silenziosamente, Millie emise un acre gemito strozzato.