24

Aveva un che di surreale godersi un delizioso tè in quell’elegante salottino, mentre il suo amante andava da qualche parte a uccidere il padre di suo figlio.

Per Millie era impossibile concentrarsi sulla conversazione con la deliziosa lady Northwalk, anche se cercava di sorridere ai suoi disarmanti occhi grigi.

A Londra c’erano morti ogni giorno. Morti ammazzati. Innocenti, giovani, anziani, indifesi: tutte vittime occasionali. E persone come lei lo sapevano, se ne dispiacevano, però continuavano a vivere la loro vita.

Quindi, perché mai si tormentava per la morte di un uomo che aveva ordinato di ucciderla? Un uomo che costituiva una minaccia per suo figlio?

Anzi, per il proprio figlio. Non aveva senso, eppure tremava al pensiero. Non poteva evitare la sensazione che ciò che stava per accadere fosse del tutto sbagliato.

Si trattava di vendetta, omicidio o giustizia? Erano sicuri che fosse stato lord Thurston ad attirare Agnes in una trappola mortale? Certo che era stato lui: altrimenti chi? Chi altro avrebbe tratto vantaggio dalla scomparsa della madre di Jakub se non il padre del bambino, l’uomo che avrebbe perso tutto, compresi i beni della moglie sterile, se qualcuno avesse scoperto la situazione? Bisognava farlo fuori: l’unico modo per salvaguardare la sicurezza di Jakub.

“Che sia, dunque” pensò mentre dall’atrio arrivavano scrosci di risa: Jakub stava intrattenendo la deliziata bambinetta dei Blackwell e la sua tata Gemma.

Quando l’ispettore capo Morley le aveva restituito il suo guanto macchiato del sangue di Agnes, Millie avrebbe dovuto immaginare che gli omicidi non erano finiti. Da anni si chiedeva se l’uomo che aveva lasciato l’utero di Agnes su una strada di Londra sarebbe tornato per lei.

O per suo figlio.

Aveva fatto tutto il possibile per assicurarsi che ciò non accadesse, fino a concludere un patto con Christopher Argent. L’uomo freddo, tormentato, bellissimo, letale…

Cieco, irritante, stupido.

Dopo colazione, in un silenzio opprimente, Argent aveva fatto salire lei e Jakub sulla sua carrozza per depositarli al palazzo dei Blackwell, a Mayfair, con la laconica raccomandazione di non uscire dalla visuale di Dorian Blackwell. Certo, il conte e la contessa Northwalk erano stati estremamente cortesi, ma dopo quell’intensa mattinata e gli eventi sconvolgenti della sera precedente, Millie si sentiva svuotata e tesa.

— Miss LeCour… Millie, tutto bene? — chiese Farah con la teiera a mezz’aria. Il suo volto era il ritratto della pazienza e della preoccupazione.

— Scusate. — Millie sfoderò un sorriso smagliante. — Cosa stavate dicendo?

— Vi ho chiesto se desiderate ancora un po’ di tè.

— Si, grazie. Non intendevo essere scortese. Stento a credere alla mia fortuna: mai avrei pensato di essere ospite degli illustri lord e lady Northwalk.

— Intendevate per caso i famigerati lord e lady Northwalk?

— Io preferisco malfamati. — Un’ombra si mosse nella gigantesca poltrona di pelle accanto al fuoco: Dorian Blackwell, la “malfamata” Anima Nera di Ben More, si nascose dietro un libro.

Chissà se lo teneva tanto vicino al viso per risparmiarle la vista impressionante, si chiese Millie, o perché poteva leggere soltanto con un occhio. L’altro era stato ferito nella guerra della malavita e aveva perso la pigmentazione. Il volto di Blackwell incuteva paura anche con la benda: l’occhio sano sembrava muoversi in un rituale continuo di valutazioni e calcoli. Millie ebbe l’impressione che nel giro di qualche minuto quell’uomo avesse scoperto ogni suo segreto e ogni punto debole. Era grande e scuro come il diavolo, e altrettanto affascinante, o meglio, lo sarebbe stato se non avesse avuto quell’espressione permanentemente sardonica.

Espressione che cambiava del tutto quando lui guardava l’angelica moglie, che a Millie era subito piaciuta.

— Sì, tesoro, siete riuscito a farvi conoscere, eh? — Farah posò la teiera e le offrì lo zucchero. — È buffo che siate voi a ritenervi fortunata quando penso di esserlo io, visto che ospito la sola e impareggiabile Millie LeCour, beniamina del teatro londinese. — Prese un sorso di tè. — Farò diventare verde d’invidia tutta l’alta società quando dirò di aver ricevuto una vostra visita in esclusiva.

Millie la guardò raggiante, poi il sorriso si spense a poco a poco. — Avrei solo voluto… che ci fossimo incontrate… in circostanze diverse, migliori.

— Anch’io, ma spero comunque che qui vi sentiate al sicuro e a vostro agio, fino a quando Argent non verrà a dirci che voi e il vostro delizioso figlioletto siete fuori pericolo e vi porterà via con sé.

Millie abbassò lo sguardo sulla tazza. — Non credo che mi porterà con sé. Penso che… quando tutto sarà finito… decadrà anche l’accordo stipulato fra noi.

— Da quanto tempo avete un… un accordo con Argent?

— Farah! — tuonò Dorian.

— Oh, non volevo essere indiscreta: è che conosco Argent da qualche anno, e devo ammettere che è una cosa senza precedenti. Lo si direbbe molto affezionato a voi e a vostro figlio.

Lord Northwalk voltò con enfasi la pagina del libro schiarendosi la voce.

— Non mi infastidisce per nulla la vostra domanda — mormorò Millie. — Conosco Chr… il signor Argent solo da alcuni giorni. — Anche se ormai le sembrava una vita.

— È un bell’uomo, eh? — commentò Farah con aria complice. — E malgrado la sua freddezza, a volte è veramente affascinante.

— Affascinante come un’epidemia di tifo — commentò scherzosa Millie.

— Oh, cielo! — Farah aggrottò le sopracciglia, leggermente più scure dei capelli dorati. — Siete arrabbiata con lui?

— Certo che è arrabbiata con lui — disse il libro di Blackwell. — Argent è un idiota.

— Leggete, oppure conversate con noi? — chiese Farah al marito.

— Leggo.

— Allora vi prego di non calunniare il vostro amico davanti alla sua… la sua…. — Farah si bloccò, e Millie rimpianse di non poterla aiutare. Neppure lei sapeva in quali rapporti fosse con Argent.

— Lui non ha amici — borbottò Dorian. — Solo persone che troverebbe un po’ più sgradevole uccidere.

— Stupidaggini. — Farah tornò a Millie. — Ignoratelo, oggi è di un umore tremendo. Quei due sarebbero pronti a morire l’uno per l’altro, ma sono entrambi incapaci di ammetterlo.

L’uomo dietro il libro ammutolì, e questo per Millie fu più rivelatore di una confessione. Peraltro aveva l’impressione che, se un giorno Dorian Blackwell si fosse svegliato male, nel Tamigi sarebbero galleggiati più corpi del solito.

— Christopher è un idiota — affermò lei, con più veemenza di quanto intendesse.

Farah si protese. — Millie cara, si è comportato male con voi?

— A parte le tre volte in cui ha tentato di uccidermi, no.

— Tre? — Dorian chiuse di colpo il libro, e prese a studiarla dalla testa ai piedi per un lungo momento.

Millie incrociò il suo sguardo senza battere ciglio. Dal mestiere di attrice una cosa l’aveva sicuramente appresa, ed era come nascondere la tensione. Non era saggio mostrare la propria debolezza a un uomo come l’Anima Nera di Ben More.

— Miss LeCour, sapevate che Christopher Argent non ha mai tentato un omicidio in vita sua? Una volta che individua la vittima, ogni respiro che le resta è un miracolo. Christopher Argent non tenta un omicidio, lo compie. — Dorian emerse con la sua stazza poderosa dalla poltrona, e andò a sederle di fronte, sul raffinato divano blu zaffiro identico a quello su cui sedeva lei. — Eppure, voi siete qui.

Millie si agitò sotto il suo sguardo.

— Penso che Argent, nel suo intimo, sia un romantico — commentò Farah con espressione esageratamente compiaciuta.

Millie e Dorian si voltarono a guardarla come se avesse perso la ragione.

Lady Northwalk sorrise al marito con aria scherzosa. — Mio caro, dimenticate che Argent una volta doveva uccidermi, e che rinunciò al contratto per passarlo a voi.

Blackwell socchiuse gli occhi. — Quello non fu un gesto romantico, ma istinto di conservazione: si era reso conto che, se non avesse impedito la vostra morte, io avrei fatto scoppiare una guerra che, in confronto, la battaglia di Waterloo sarebbe sembrata un litigio tra bambini viziati.

Farah si protese verso di lui e posò una mano sulla sua. Dorian la guardò un momento, e quello che Millie vide nei suoi occhi la commosse profondamente. Dorian Blackwell aveva più rispetto e venerazione per la pallida mano di quella donna minuta che non un fanatico per il proprio dio. Chissà com’era sentirsi amati in quel modo.

— Avrebbe potuto uccidermi e disfarsi del mio corpo, e voi non ne avreste saputo niente.

— Io l’avrei saputo.

— Secondo me, voleva che noi due ci trovassimo. — Gli strinse più forte le dita e si rivolse a Millie. — Quello che mio marito sta cercando di sostenere è che se Argent vi ha lasciato vivere, e si è preso l’impegno di proteggervi, significa che voi dovete essere molto speciale per lui.

Qualcosa diceva a Millie che quei due avrebbero compreso la natura del loro accordo, cosa che lei non avrebbe mai osato svelare ai benpensanti. — L’ho pagato per farmi proteggere: lui mi voleva e io… mi sono concessa.

Dorian scosse la testa. — In passato quando lui voleva delle cose, donne comprese, pagava per averle, oppure ne faceva a meno. Voi, voi siete qualcos’altro. E lui è un’idiota.

— Perché continuate a ripeterlo? — chiese Farah.

— Perché dal comportamento vostro e di Argent quando vi ha portato qui, ho dedotto che probabilmente voi gli avete offerto il cuore e lui ve l’ha spezzato.

Millie studiò il pavimento. — Non spezzato, lord Northwalk, ma ferito.

— Siete a conoscenza delle circostanze in cui nacque? — chiese Farah.

— Sì.

Dorian sollevò le sopracciglia. — Sapete come morì sua madre?

— Sì.

— E ovviamente sapete della sua… vocazione. — Lady Northwalk picchiettò la sua fossetta sul mento.

— Ho visto le cicatrici. Mi rendo conto di cosa ha fatto e di cosa è capace di fare. Pensa di essere ormai condannato, ma… io sono convinta che possa ancora redimersi. Sono disposta a provare, però lui… lui… — Millie asciugò una lacrima di dolore e frustrazione. Gli avrebbe consegnato il proprio cuore se lui si fosse proteso a prenderlo.

— Come dicevo… — Dorian baciò la mano della moglie e aprì il libro. — È un idiota.

Farah si sporse verso Millie e le toccò il ginocchio. — Uomini come Argent… come… — Lanciò un’occhiata verso il marito, distratto. — Hanno bisogno di…

— Miss Farah, Miss LeCour? — La tata, pallida e ossuta, dai capelli crespi color cenere, si era precipitata nel salotto torcendo il grembiale bianco con le mani nodose. — Avete visto il bambino?

Millie scattò in piedi, seguita dal conte e dalla contessa, con il petto squarciato dalla paura come se avesse ingoiato un tizzone ardente. — Pensavo fosse con voi! — disse con voce incrinata.

— Infatti era con me, signora, però mentre stavo cambiando il pannolino a Faye, lui mi ha chiesto di andare in bagno. — Gemma era diventata, se possibile, ancora più pallida; i grandi occhi castani erano cerchiati di bianco. — Quando ho visto che stava via troppo sono andata a cercarlo, e siccome non mi rispondeva ho pensato che fosse venuto da voi.

Millie si voltò verso Blackwell. — Può essere entrato qualcuno qui? Jakub può essere stato rapito?

Blackwell si avviò a passo deciso verso la porta. — Gli piace nascondersi?

— Per niente.

— Io controllo di sopra, ma le probabilità che qualcuno si sia introdotto in casa mia, sono praticamente nulle. Ho un uomo a ogni piano e parecchie sentinelle.

Quando alcuni colpetti sulla porta rimbombarono nell’atrio, Millie superò di corsa Blackwell con il cuore pieno di speranza. Doveva trattarsi di un falso allarme: di sicuro Jakub stava giocando in cortile.

Spalancò la porta, e si trovò davanti un uomo ben vestito ma dall’aspetto rozzo, intento a torcere il cappello come aveva fatto prima Gemma con il grembiule. — Salve — disse il tizio con un accento del tutto estraneo a un quartiere elegante come Mayfair. Nel salutare aveva guardato al di sopra della testa di Millie, facendole capire che Blackwell era alle sue spalle.

— Non so se è importante, però Chappy ha visto un bambino correre verso il parco. Gli è sembrato che avesse in mano un coltello grande la metà di lui, e in mente qualcosa di brutto. Veniva da questa casa?

Millie agguantò l’uomo. — Aveva una giacca blu?

— Credo di sì.

Nel pronunciare parolacce che lei non aveva mai udito in vita sua, Dorian la tirò in casa spingendola bruscamente verso Farah. — Vado a cercarlo al parco. Mi porto Harker e Murdoch. Voi rimanete qui e chiudetevi a chiave. Lascio con voi Mathias e Worden.

— Levatevi! — sibilò Millie. — Lui è mio figlio e io vengo con voi. Thurston probabilmente è già stato sistemato, e con lui morto, io sono fuori pericolo. Invece se Jakub è a Hyde Park da solo, potrebbe succedergli qualsiasi cosa. — Cosa diavolo aveva in mente quel bambino? Era sempre così ubbidiente. Non era da lui allontanarsi senza prima avvertirla.

Dorian scosse la testa. — Argent ha detto…

— Abbiamo già convenuto che Argent è un idiota. E lo siete anche voi se pensate di fermarmi.

Blackwell lanciò un’occhiata alla moglie e lei annuì, mentre faceva ballonzolare sul fianco l’esigente figlioletta. — D’accordo, però rimanete vicino a me.

Uccidere qualcuno di giorno richiedeva maggiore sottigliezza che farlo con il favore delle tenebre. Mentre sostava vicino alla siepe divisoria di lord Thurston a St James’s, Christopher Argent soffocò uno sbadiglio. Di solito, per mantenersi in condizioni ottimali, cercava di dormire bene e allenarsi in modo rigoroso. La notte precedente era invece cambiato tutto.

Letteralmente.

Qualcosa non andava. Non era più lui. Anzi, sentiva che la percezione di sé gli stava sfuggendo dalle dita come una cima d’ormeggio durante una bufera. Le spalle contratte minacciavano di inghiottire il collo. E poi mani nervose, senso di oppressione al petto, gambe irrequiete. Gli sarebbe piaciuto mettersi a correre a tutta birra per smaltire il desiderio e la brama accumulati nei lombi. Una parte di lui avrebbe voluto crogiolarsi nel letto che aveva condiviso con lei e lasciarsi inghiottire dal suo profumo. L’altra continuava a sfregare le mani sudate sui pantaloni, come per liberarle dalla sensazione di quella pelle lattea.

Non si sarebbe mai disfatto di lei, e ne era consapevole. Che la vedesse o meno, Millie LeCour sarebbe sempre stata dentro di lui.

Era stata la sua prima e unica amante. E lui intendeva fuggire.

Perché aveva paura. Paura di lei. Di se stesso. Paura di sperare, volere e…

Sentire.

Era un fottuto codardo. Lo sapeva, e adesso lo sapeva anche lei. Gliel’aveva letto negli occhi quando l’aveva lasciata.

Nel vedere la figura esile ed elegante di lady Thurston uscire dal cancello, notò in quale tasca infilava la chiave. Le volse le spalle e si appoggiò con nonchalance al pilastro di pietra della proprietà. In attesa che lei passasse controllò le finestre di Thurston Place, per accertarsi che nessuno stesse guardando. Contò i passi della donna senza guardare sopra la spalla, e con i suoi sensi affinati riuscì a cogliere l’attimo in cui lei lo oltrepassava. La seguì per meno di mezzo minuto: giusto il tempo necessario per immettersi nel traffico pedonale di St James’s e rubarle la chiave dalla tasca senza che lei se ne accorgesse. Quindi percorse ancora qualche passo, dopodiché, con molta calma, tornò verso il palazzo.

La sera in cui si era battuto nella fossa, aveva messo un uomo a spiare Thurston. Da lui aveva appreso che il conte era un tipo abitudinario, il che facilitava le cose. Alle cinque e mezzo si ritirava in biblioteca per godersi un sigaro e un porto, o uno scotch, e rilassarsi fino all’ora di cena. Adesso, alle cinque e tre quarti, aveva avuto tempo di versarsi da bere e accendere il sigaro.

Il sigaro che non avrebbe mai finito.

Disinvolto come se fosse a casa sua, Argent aprì il cancello con la chiave, entrò a passo deciso e si tuffò subito nella lunga ombra del tardo pomeriggio proiettata dal muro e dalla siepe divisoria. Tenendosi sempre nascosto, costeggiò il giardino fino ad arrivare a un sentiero deserto che portava al graticcio coperto d’edera sul retro della palazzina. Se avesse distribuito bene il peso, il graticcio avrebbe potuto reggere… In caso contrario sapeva come minimizzare il danno della caduta. A quel punto sarebbe entrato dal piano nobile o da quello sottostante. Il che non era ottimale, vista la quantità di servitù riunita nel seminterrato per il pasto della sera, prima di darsi da fare per sfamare i padroni.

Saltando su un piede Argent afferrò il graticcio e vi rimase appeso un momento per un braccio, trattenendo il fiato. Quindi appaiò l’altro braccio e, una mano dopo l’altra, cominciò l’ascesa, che diventò molto più facile quando anche i piedi poterono dare il loro contributo.

Con un ultimo grugnito per lo sforzo, si slanciò verso il balcone del terzo piano. Con sua somma gioia la portafinestra era socchiusa, e una tenda fluttuava nella leggera brezza.

Riempì i polmoni con un lungo respiro mentre le mani tremavano. Cos’era? Rabbia? Pregustazione?

— La tua morte sarà lenta e dolorosa. Mi hanno pagato di più per tirarla per le lunghe.

Argent s’immobilizzò. Quella voce melodiosa e disinvolta non poteva appartenere che a una persona, una con la quale sapeva di doversela vedere, prima o poi. Però avrebbe preferito non così presto.

Non quel giorno.

Estrasse dal fodero il lungo coltello e si introdusse nella biblioteca.

Lo schizzo di interiora sul pavimento aggredì i suoi sensi. Il rumore fu quello di una secchiata d’acqua fumante buttata da un bottegaio sul selciato sporco. Infine l’odore.

Argent non era nuovo al sangue e non si faceva scrupoli a sgozzare qualcuno, ma in genere preferiva tenere gli organi interni racchiusi nelle loro cavità.

Charles Dorshaw, invece, non esitava a rivoltare come un guanto le sue vittime, spesso ancora vive, come lord Thurston in quel momento.

Con un grido soffocato da un conato di vomito, gli occhi azzurri del conte, identici a quelli di Jakub, si dilatarono quanto glielo permisero le orbite. Thurston lottò inutilmente per liberarsi dei lacci che legavano alla sedia il suo corpo nudo. Nello scorgere Argent, si abbandonò contro lo schienale in un frullio di palpebre: sapevano entrambi che lui era un uomo morto.

— Il paradosso è che… — Dorshaw continuò la conversazione a senso unico con la sua vittima, rilassato e impassibile come un gentiluomo al club. — Io preferisco farlo lentamente, in modo doloroso, quindi non è necessario pagarmi supplementi. — Nell’eliminare il sangue dal tappeto con il coltello messo di piatto, vide il proprio viso riflesso sulla lama lucida, e con un dito sporco tirò una ciocca bruna dietro l’orecchio. Come una signora che sistemava l’acconciatura allo specchio. — Però quando un cliente vuole che la sua vittima soffra tanto, e ti offre una somma scandalosa, rifiutarla è proprio da stupidi. Non credi, Argent?

Probabilmente Dorshaw aveva colto sulla lama il riflesso di Argent, che senza ribattere chiuse la portafinestra alle proprie spalle per impedire fughe.

— Devi smetterla di interrompere i miei omicidi, Argent. Comincio a pensare che sia un fatto personale. — Dorshaw, accovacciato sul pavimento, si alzò per voltarsi verso di lui, passando il coltello da una all’altra delle sue mani affusolate.

— Sei evaso o ti hanno rilasciato? — chiese Argent freddamente.

— Sappiamo entrambi che non esistono prigioni capaci di trattenermi a lungo.

— Tutto quello che voglio sapere è quanto impiegherai a morire.

Dorshaw ridacchiò. — Oh, dai, Argent, tu sei noto per l’efficienza, non per la crudeltà. Questa è roba mia: il contratto per Thurston è solo mio. Quindi mi chiedo cosa ci fai qui, e cosa c’entri con lord Thurston. Sai, noi due non dobbiamo ostacolarci. Potrei costringerlo a dirti tutto quello che vuoi prima di ucciderlo. Una… “cortesia professionale”, la definirei.

— Voglio sapere cosa ne ha fatto dei bambini scomparsi, se sono ancora vivi… e perché ti ha ingaggiato per uccidere tutte quelle donne.

— Donne come Millicent LeCour? — Dorshaw sgranò gli occhi, e Argent controllò l’impulso di strapparglieli. — Glielo chiediamo? Sanguina più di quanto mi aspettassi, quindi non gli resta molto.

Diede a Fenwick uno strattone facendogli cadere il bavaglio sulla gola, e gli premette il coltello sulla giugulare. — Dite al mio amico Argent perché sono morte tutte quelle donne, e cosa c’entrano con voi. Ditegli chi è il mandante di tutti quegli omicidi, e chi, in certi casi, è stato l’esecutore.

— Tu? — Argent puntò il coltello contro Dorshaw.

Bianco come il marmo del camino, Thurston socchiuse le labbra aride ed esangui per pronunciare a fatica le sue ultime parole. — Quei bambini… loro… sono miei. — Le lacrime gli inondarono le guance, un tempo piene e ora solcate da profonde rughe. — Jakub… mio figlio.

— Non meritate di pronunciare quel nome, verme schifoso — sbraitò Argent. — Dove sono finiti gli altri? Sono vivi?

— Non… lo… so. — Il respiro dell’uomo morente si dissolse in penosi singhiozzi.

— Oh, cielo. — Dorshaw schioccò la lingua. — Mi sa che non abbiamo più tempo. — Gli diede qualche colpetto sulla testa, quasi fosse un cane agonizzante, poi i suoi occhi s’illuminarono come se gli fosse venuta un’idea. — Potrei dirtelo io dove sono, e se sono vivi o morti, visto che metà di quei contratti erano miei.

— Dove? — chiese Argent. — Dove sono?

— Ho detto che potrei dirtelo, ma non credo che lo farò. Mi hai trattato malissimo l’ultima volta che ci siamo incontrati, e questo non invoglia a essere generosi, non credi?

— Me lo dirai. — Argent brandì il coltello.

Dorshaw ridacchiò divertito, agitando il suo. — Non necessariamente, visto che il mio è più grosso e anche più lungo.

— Ti costringerò. — Argent avanzò di un passo.

— Non è nel tuo stile estorcere informazioni con la tortura.

— Lo è adesso.

Questa volta non sarebbe stato interrotto.

— Ancora un passo e sparo! — urlò l’ispettore capo Carlton Morley dalla porta della biblioteca.

“Maledizione.” Argent si bloccò, consapevole che la sua ampia schiena offriva alla pistola il bersaglio più facile, mentre Dorshaw era parzialmente riparato dalla raffinata sedia di Thurston.

Poteva finire male. L’unico vantaggio per lui era la sua posizione accanto alla portafinestra, la via di fuga più vicina.

— Siete qui per Dorshaw — disse con calma. — Io non c’entro niente con questa faccenda.

— In effetti stavo seguendo Dorshaw, però davanti a voi c’è un nobiluomo sventrato, e vi vedo con un coltello in mano.

— Lui ha ucciso metà di quelle donne. Le fa a pezzi. Lascia in giro solo qualche indumento e un po’ di viscere perché vengano trovati. Vi suona famigliare? — Argent azzardò un’occhiata dietro la spalla per individuare la posizione esatta di Morley. — Lui sa cos’è successo a quei bambini.

— Siete stato voi a uccidere l’altra metà di quelle donne, Christopher Argent?

“Maledizione”. Argent strinse i denti.

— È così. So chi siete e per chi lavorate, quindi adesso rimanete qui fino all’arrivo dei miei uomini, o vi faccio schizzare il cervello sulla collezione di libri rari.

Morley non vide il coltello lanciato da Dorshaw finché non gli fu quasi addosso. Riuscì a ruotare il busto giusto in tempo per prendersi la lama nella spalla destra anziché nel cuore.

La pistola sparò frantumando i vetri e Morley si accasciò.

Argent scagliò il coltello verso Dorshaw, ma questi si scansò evitando la lama nell’occhio. Una seconda lama era però già nella sua mano prima ancora che l’altra si conficcasse nella parete con un sibilo nefasto.

Anche Dorshaw, accovacciato dietro la sedia di Thurston, estrasse dallo stivale un secondo coltello. Il conte era morto dopo aver pronunciato le sue ultime parole, portandosi dietro ogni segreto.

— Arrenditi, Dorshaw. Ti sto bloccando l’unica via di fuga — intimò Argent in tono beffardo. — Dimmi quello che voglio sapere e ti eviterò di soffrire.

— Lasciami andare prima che arrivino gli scagnozzi del piedipiatti e ti dirò tutto.

— Dimmelo adesso, o io…

La sedia di Fenwick si rovesciò, scoprendo il muscoloso Dorshaw nel bel mezzo di un salto, pronto a sferrare una pugnalata.

Argent si accucciò, lo prese per i fianchi e, sfruttando il suo slancio, lo scagliò da sopra la spalla contro la parete.

Dorshaw assorbì il colpo rotolando per terra, quindi si rimise in piedi dando le spalle alla portafinestra. Perdeva sangue da un labbro, e da molti altri punti del corpo colpiti dalle schegge di vetro, ma sembravano tutte ferite superficiali.

Si fronteggiarono girando in tondo, pronti a scattare, mentre cercavano un punto da colpire.

— Cosa ti succede? — Il bel viso di Dorshaw si contrasse in una smorfia di disgusto. — Proteggi la tua vittima designata solo per un po’ di passera?

— Chiudi il becco. — Christopher sferrò un colpo, ma l’altro lo schivò.

— Perché prima non te la fai, poi la uccidi e ti metti i soldi in tasca? È semplice, anche per uno come te.

— Non mi diverte. Io non ti assomiglio.

— Lo so. Io prima la ucciderei e poi me la farei.

Il clic di un revolver bloccò Christopher all’istante. — Fermi, che diamine!

Morley si era rimesso in piedi, con il braccio destro inutilmente piegato verso il coltello conficcato nella spalla fin quasi al manico. Malgrado il pallore del volto, riusciva a tenere salda la mano sinistra.

— Sparategli — ordinò Argent.

Dorshaw lasciò cadere il coltello e alzò le mani, indietreggiando verso la portafinestra dai vetri rotti, come per rendersi maggiormente visibile a Morley.

— Avete sentito cosa vi ho detto? Sparategli. Adesso!

— Sono disarmato — gridò Dorshaw. — E voi avete solo la parola di questo scellerato che sono io il colpevole di tutto quello che è successo oggi.

— Voi… mi avete lanciato un coltello — farfugliò Morley.

— Miravo a lui — mentì Dorshaw indicando Argent. — Vi do la mia parola. — Indietreggiò lentamente, avvicinandosi sempre più alla portafinestra, con le mani sempre alzate.

— Sparate, dannazione — ringhiò Argent — altrimenti scappa.

— No, non ho intenzione di lasciare questa città. Voglio andare da un vecchio amico, l’Anima Nera di Ben More… Ho sentito che ha un’ospite, e lei morirà non appena sarò arrivato.

Con una torsione del busto, Dorshaw saltò verso la portafinestra.

Argent si lanciò dietro di lui.

Il primo sparo non andò a segno. Morley riprovò e questa volta colpì la cornice della portafinestra nel momento in cui Dorshaw la stava oltrepassando. Il terzo proiettile sfiorò il volto di Argent.

— Questa volta non vi manco — avvertì Morley.

— Sta fuggendo, pazzo che non siete altro! — Argent guardò la pistola. Ancora due proiettili. Considerò la condizione dell’ispettore: perdeva sangue e stringeva le labbra per l’atroce dolore causato dal coltello conficcato nella spalla. Argent pensò di avere una possibilità.

— Non l’avete sentito? — chiese in tono duro. — Sta andando da Millie. Devo fermarlo. Abbassate la pistola.

Morley sbuffò barcollando. — Ha detto che lei è da quel dannatissimo Blackwell. Li sarà al sicuro… anche se siete stato un pazzo a lasciarla sola con lui. — Avanzò con la pistola puntata.

Argent non si sentì sminuito a trasalire.

Millie, la sua Millie, era in pericolo. Nonostante i numerosi contatti, Blackwell poteva non sapere che Dorshaw era evaso e che si stava dirigendo a casa sua. Argent era senza fiato per il terrore, anche se non c’era un posto più sicuro di quello, a parte Buckingham Palace.

— Fermo! — urlò Morley.

Lui non aveva mosso un muscolo. Stava perdendo tempo prezioso. Doveva andare. Subito.

— Ho detto di rimanere dove siete! — L’ispettore capo emise un animalesco verso di dolore piegandosi sul braccio ferito, ma la pistola era sempre puntata.

— Lasciatemi andare — gli intimò calmo Argent, sempre immobile.

— Mai. — Morley cadde a terra privo di sensi, mentre una pozza di sangue si formava sotto la sua spalla.

Argent non avrebbe mai saputo dire perché, nell’andarsene, avesse tirato la corda accanto alla scrivania di Thurston per richiamare in quella stanza i domestici, ancora riuniti nel seminterrato. Era l’unica possibilità per Morley di sopravvivere.

Mentre si calava nell’ombra per poi saltare la siepe e precipitarsi verso la casa di Blackwell, sapeva che la vita di Millie dipendeva da lui.

Durante la corsa si sentì pervadere da un gelido terrore: un senso di catastrofe imminente sibilava al suo orecchio che forse era già troppo tardi.