Terminal di Alyeska, Valdez, Alaska

Poco prima dell’alba la pioggerellina si era trasformata in una neve pesante e gonfia di acqua che inzuppava tutto ciò su cui si posava e penetrava nel pesante tessuto del giaccone di Lyle Hauser, intirizzito sul ponte con un walkie-talkie stretto tra le dita quasi congelate. Nella luce abbagliante dei fari del terminal il cielo era un turbinio inarrestabile che ribolliva scosso dalle raffiche di vento a venti nodi. Le acque del Prince William Sound riflettevano il pessimo umore del cielo, con sciabolate di schiuma bianca che solcavano la superficie metallica del mare. La visibilità era così ridotta che Hauser non riusciva a vedere le luci di Valdez, ammassate dall’altra parte della baia.

“Ecco che inizia un’altra squallida giornata” borbottò Hauser parlando con la sua nave. Accostò la radio alla bocca e strillò: “Aggiornamento?”

“Tutto procede, capitano. I motori sono a regime a sessantanove giri.” A causa della sua mole imponente il motore Hyundai riusciva a produrre trentaseimila cavalli vapore all’albero di trasmissione anche con un basso numero di giri, che facevano avanzare la petroliera a una velocità da crociera nominale di sedici nodi. “Pressione idraulica stabile.”

“Ispezione visiva dell’agghiaccio?”

“Il comandante riferisce che è tutto a posto.”

Anche se il diritto navale prevedeva che il meccanismo di governo e il motore venissero controllati dall’ingegnere capo, Hauser chiese una seconda verifica per sentirsi più sicuro sulla sua nuova nave. Nel 1979 la superpetroliera da duecentoventimila tonnellate Amoco Cadiz ebbe uno sbalzo di pressione idraulica al timone e andò a sbattere contro la costa francese riversando nella Manica quasi tutto il suo carico. Da allora Hauser verificava sempre che il timone venisse ispezionato personalmente dall’ingegnere capo prima di spostare uomini e merci dall’ormeggio. L’ispezione visiva poteva rivelare un difetto in una saldatura o un danno a una guarnizione di gomma e anche se non era infallibile era comunque meglio di niente. Un’altra delle sue numerose superstizioni.

“Primo ufficiale?”

“Agli ordini, signore” gracchiò la Riggs nella radio.

Hauser si sporse verso le due torri del collettore che si trovavano a metà della nave, a una distanza di quasi duecento metri. Alla luce artificiale della darsena e a quella distanza la Riggs era una minuscola figurina, visibile solo grazie alla lunga cerata gialla che indossava.

“Dia ordine di sciogliere gli ormeggi. Macchine avanti piano.”

Guardò la massiccia cima di canapa e nylon che scivolava via dalla bitta e veniva raccolta all’interno della nave da un verricello meccanico. Rimosso l’ultimo filo che la teneva legata alla terra, la Petromax Arctica era libera di iniziare il suo viaggio verso la California del Sud.

Sottocoperta il motore diesel a nove cilindri affrontava la resistenza dell’acqua mentre l’albero dell’elica ingranava e cominciava la sua lotta contro la possente inerzia della nave. Secondo la legge di Newton un corpo in condizione di riposo vi rimane fino a quando una forza non agisce su di esso. E poiché quel corpo pesava duecentocinquantamila tonnellate di portata lorda, la forza necessaria a spostarlo doveva essere equivalente. Sotto la poppa piatta la scultura elicoidale dell’elica in ferro-bronzo, grande come l’ala di un aereo di linea, si apriva un varco nell’acqua applicando una forza così intensa che cominciò a tirare la nave lentamente, molto lentamente. Anche se è montata nella parte posteriore del natante, l’elica di una nave agisce esattamente come quella di un aereo, creando una bassa pressione davanti alle pale e un’alta pressione dietro: le pale non spingono la nave ma la tirano.

I pistoni, ciascuno dei quali misurava un diametro di circa un metro, avevano una potenza tale da far vibrare tutta la nave, nonostante le enormi dimensioni della Petromax Arctica. Hauser si sentì rassicurato dalla vibrazione che percepiva sotto la suola degli stivali.

Cambiò frequenza sul walkie-talkie e parlò di nuovo. “Controllo di Alyeska, qui è la Petro…” si corresse immediatamente. “Qui è la Southern Cross. Stiamo per salpare, sono le ore due e quarantatré e siamo in rotta verso El Segundo.” Dannato cambio di nome.

“Ricevuto, Southern Cross. Una nave scorta ERV vi sta aspettando.”

Gli ERV, Escort Response Vessels, erano uno dei più moderni dispositivi di sicurezza utilizzati nel terminal e una delle tante novità seguite al disastro della Exxon Valdez. Ogni petroliera che attraccava ad Alyeska veniva accompagnata da una nave ERV fino a che non aveva raggiunto il golfo dell’Alaska. Progettate per intervenire immediatamente in caso di perdite di petrolio, le navi ERV avevano in dotazione quasi duemila metri di tessuto assorbente, chiamato “boom”, che andava steso attorno alle perdite per creare una barriera galleggiante. Avevano a bordo anche dei materassini che potevano essere usati per contenere fughe di entità limitata e dei cannoni ad acqua che servivano a spostare il petrolio sulla superficie del Sound. Gli equipaggi a bordo degli ERV erano altamente specializzati nella gestione delle fuoriuscite di petrolio. La nave che scortava la Petromax Arctica lungo la costa del Prince Willam Sound, un fiordo profondo dodici miglia, era lunga una cinquantina di metri ed era l’ultima arrivata della flotta di Alyeska.

L’Arctica avanzava. Il capitano Hauser era l’unico membro dell’equipaggio a possedere i titoli per condurre una petroliera VLCC carica in quelle acque pericolose e aveva l’obbligo di rimanere sul ponte di comando fino a quando fossero stati fuori dal Prince William Sound. Dall’ala di babordo si portò sulla plancia e si sedette nella poltrona del comandante, tenendo in mano una tazza di caffè appena fatto. Il primo ordine inderogabile che aveva impartito appena aveva assunto il comando era che a qualsiasi ora del giorno e della notte doveva esserci del caffè pronto, fatto da non più di mezz’ora. Poteva berne anche venticinque tazze al giorno. Era riuscito a liberarsi della dipendenza dalla nicotina, ma il suo bisogno di caffeina non si era spostato di un grammo.

Il viaggio non era iniziato bene. La nave procedeva senza il minimo intoppo, ma Hauser stava avendo problemi con l’equipaggio, e in particolare con JoAnn Riggs. Avevano parlato per qualche minuto dell’incidente che aveva causato la mutilazione del capitano Albreicht, ma non era soddisfatto delle risposte che aveva ricevuto. Era stata estremamente evasiva. Gli altri ufficiali e l’ingegnere capo avevano l’aria di essere molto competenti, ma non erano presenti al momento dell’incidente in cui il capitano Albreicht aveva perso il braccio e non poterono aggiungere niente al resoconto della Riggs.

Le ore passavano senza che succedesse nulla. La gigantesca petroliera navigava verso sud, con l’enorme prua che non fendeva i flutti, ma spostava l’acqua lateralmente con la sua potenza. Per una nave di quella stazza le tempeste del Sound erano del tutto insignificanti. Turbini vorticosi di schiuma circondavano lo scafo senza causare il minimo rollio.

“ERV a Southern Cross.” La chiamata via radio era la prima voce che sentiva sul ponte di comando da due ore a quella parte, ad eccezione delle correzioni di rotta che Hauser bisbigliava ogni tanto.

“Qui Southern Cross passo.”

“Anche se non vediamo un accidente il Loran ci dice che siamo all’imboccatura del Sound. Da qui in avanti sarete soli.” La voce che parlava alla radio era segnata dalla stanchezza.

La bufera che aveva già fatto cadere oltre dieci centimetri di neve non accennava ad attenuarsi. Il vetro armato del parabrezza era coperto da una fitta coltre bianca mentre la neve turbinava senza sosta in tutte le direzioni. Era impossibile distinguere la linea dell’orizzonte: il cielo e il mare erano fusi, scuri e minacciosi. Le luci di prua viste dal tepore avvolgente del ponte di comando sembravano una pallida e lontanissima costellazione.

“Ricevuto. Qui è la Southern Cross, confermiamo di essere stati scortati fino all’uscita del Prince William Sound” rispose Hauser formale. Da quel momento la nave era abbandonata a se stessa.

Aspettò altri dieci minuti e poi si allontanò dal ponte di comando, non senza controllare che tutto funzionasse regolarmente. Fece il giro del compartimento con le mani segnate dal tempo incrociate dietro la schiena, mentre scrutava le decine di strumenti e di spie che indicavano lo status della nave. Come sospettava la nave funzionava perfettamente. Finito il suo giro di ispezione, si fermò vicino all’uscita, accanto al tavolo da carteggio.

“Timoniere” disse, non riuscendo a ricordarsi il nome dell’uomo a causa della rapidità della presentazione con l’equipaggio fatta subito prima di salpare, “il primo ufficiale Riggs è in ritardo di otto minuti sul suo turno di guardia. Quando arriva le riferisca che il ritardo è stato annotato sul mio giornale. Se tra dieci minuti non si è presentata mi chiami, sono nella mia cabina.” Hauser aveva bisogno urgente del bagno e non poteva aspettare che la Riggs arrivasse a dargli il cambio.

Le superpetroliere moderne operano con un equipaggio ridotto all’osso, una trentina di persone in tutto, quindi a bordo c’è spazio in abbondanza. La maggior parte degli uomini occupava una cabina privata o al massimo ci stavano in due. Il capitano disponeva di una cabina lussuosa, una suite situata sotto il ponte di comando che comprendeva un ampio ufficio, o zona giorno, e una cabina per la notte grande quanto un appartamento. La moquette era azzurra, spessa e morbida, e il rivestimento in legno delle pareti era di ottima qualità, ben diverso dalle pannellature scadenti usate nelle cabine degli altri ufficiali. La scrivania era già coperta di carte e documenti che reclamavano con urgenza la sua attenzione. Gli seccava dover ammettere che il lavoro del comandante era diventato quello di un burocrate assai lontano dall’acqua salata e dall’acciaio. Era quella la natura del lavoro, ormai. Un tempo i comandanti erano personaggi romantici, ammantati di leggenda e di avventura. Ora invece erano solo dirigenti glorificati e sepolti sotto il fruscio dei documenti.

Si sfilò gli stivali e si tolse la pesante giacca di lana dell’uniforme. La cravatta era stata infilata in una tasca parecchie ore prima, e si augurava di potercela lasciare fino a quando non fossero arrivati in vista di Long Beach. Non aveva mai condiviso l’idea che il rigore nell’abbigliamento potesse contribuire a mantenere la disciplina. Per lui, se l’equipaggio stava comodo lavorava meglio ed era quello il suo stile di comando.

Hauser stava per uscire dal bagno quando l’interfono squillò.

“Cosa c’è?”

“Mi scusi se la disturbo, capitano” disse il timoniere. “Il primo ufficiale Riggs non si è ancora presentato. L’ho chiamato sul cercapersone ma non mi ha risposto.”

“Arrivo” rispose Hauser seccato. Il comportamento della Riggs stava oltrepassando ogni limite, quello era un abbandono di servizio in piena regola.

Si infilò le scarpe e decise di lasciar perdere la giacca della divisa.

Spalancando con rabbia la porta della cabina investì in pieno il corpo minuto della Riggs, scaraventandola a terra proprio nell’istante in cui stava per bussare. Hauser si riprese dalla sorpresa e si chinò tendendole una mano, pronto a pronunciare le sue scuse. Vide la pistola sulla moquette del corridoio, strappata dalle mani della donna e volata a terra nell’impatto. Anche la Riggs guardò l’arma e allungò il braccio per afferrarla, con le dita che annaspavano furiosamente.

Hauser vide nei suoi occhi un lampo di rabbia assassina e senza rendersene conto mise un piede sulla mano di lei, bloccandola sul pavimento. La Riggs emise un grido di dolore e stupore contorcendosi per liberarsi. Era sul punto di chiederle spiegazioni quando sentì una raffica di spari provenire dal ponte superiore, o lì vicino.

Hauser guardò in fondo al corridoio e vide un’ombra armata schizzare da un’uscita di emergenza e precipitarsi all’interno della cabina dell’ingegnere capo.

Hauser ebbe appena qualche secondo per reagire, con la mente agitata da mille pensieri e l’istinto che gli suggeriva di fuggire. Non poteva sprecare quei secondi per raccogliere la pistola della Riggs, e si mise semplicemente a correre. Si precipitò fuori da un’uscita di emergenza e volò su per la scala di servizio ansimando. Si fermò in cima al pianerottolo e posò l’orecchio contro la porta che dava su uno stretto passaggio che conduceva al ponte di comando.

Pur essendo allenato da sempre a gestire il pericolo, un conflitto a fuoco a bordo della sua nave andava ben oltre la sua esperienza, e i suoi primi pensieri non furono rivolti ad affrontare la situazione, ma corsero verso sua moglie che, nonostante i capelli bianchi e il viso segnato dalle rughe, restava sempre la donna più bella che avesse mai incontrato. L’espressione del suo volto quando lo aveva visto imbarcarsi sul volo per l’Alaska gli era rimasta scolpita nella memoria e il ricordo del suo sguardo di disapprovazione lo scosse facendolo passare all’azione. Aveva cercato di distoglierlo dall’assumere quel comando, e all’improvviso lui sentì che aveva ragione.

La nave e l’equipaggio erano comunque sotto la sua responsabilità. Gli spari delle armi automatiche potevano significare solo una cosa: dei terroristi si stavano impossessando della nave e la Riggs era loro complice. Erano passati trenta secondi da quando si erano scontrati, e lui stava già tracciando un piano. Doveva riuscire ad arrivare sul ponte di comando per mandare un SOS.

Quanti altri membri dell’equipaggio stavano dalla loro parte? Hauser non ne aveva la più pallida idea

La porta dietro la quale si stava nascondendo era a metà del corridoio che collegava il ponte di comando all’ascensore principale. Se si fosse esposto non avrebbe avuto coperture fino al ponte, e il corridoio sarebbe stato un perfetto poligono di tiro. Facendo appello a un coraggio che non si era mai vantato di possedere, trasse un profondo respiro, spalancò la porta e corse più veloce che poteva.

Uno degli uomini incaricati di sostituire il nome della nave stava di guardia davanti alle porte dell’ascensore, e ai suoi piedi c’era il cadavere di un marinaio, colpito a morte mentre cercava di fuggire. Quando Hauser sbucò dalla scala di emergenza era voltato dall’altra parte.

Il ponte era a una decina di passi. Hauser aveva visto il terrorista nel momento in cui era uscito allo scoperto, e ormai non poteva fare più nulla. Dieci passi. Il sicario vide Hauser e in quello stesso istante puntò la sua Uzi, un’arma automatica di fabbricazione israeliana. Quattro passi. Attraverso la porta aperta riusciva a sentire il suono metallico del ripetitore radar. Tre passi.

Il corridoio esplose. L’Uzi sparò una raffica implacabile di proiettili che fischiavano, stridevano e scheggiavano la parete rimbalzando sul ponte. Il corridoio si riempì di fumo acre, di frastuono e dei bossoli dei due caricatori sparati dalla santabarbara dell’arma.

Qualche pallottola si conficcò nella moquette, altre penetrarono nella parete, ma la maggior parte sfrecciò sopra il pannello di controllo colpendo lo spesso vetro del parabrezza disegnando delle ragnatele circolari. Il corpo del timoniere era squarciato a metà con le due parti quasi completamente staccate, riverse sul ponte in un lago di sangue che si stava rapidamente espandendo. Hauser era sfuggito agli spari tuffandosi per coprire gli ultimi passi che lo separavano dal ponte e ruotando attorno allo spesso piedestallo di legno che sosteneva il tavolo da carteggio.

Il cielo plumbeo era ancora scuro, con la notte che si insinuava sul ponte attraverso gli oblò e i boccaporti e si addensava negli angoli bui. Da qualche parte un proiettile aveva reciso un cavo nel groviglio che stava dietro ai comandi e le luci si spensero nel lampo bluastro di un corto circuito. Si accesero le luci di emergenza mentre l’urlo di una sirena lacerava l’aria. Il ponte, immerso nell’oscurità, era invaso dall’odore del fumo, dell’ozono e del sangue.

Hauser aveva guadagnato qualche secondo, ma non era ancora riuscito a fuggire. C’erano due sistemi distinti per le emergenze posti sulla console del ponte di comando, ma non avrebbe fatto in tempo a raggiungere nessuno dei due. L’unica possibilità che aveva era uscire sul ponte esterno, dove c’era il bussolotto arancione dell’EPIRB, il radiofaro indicatore di posizione d’emergenza. Se fosse riuscito a raggiungerlo e a lanciarlo oltre la fiancata della nave, il contatto con l’acqua salata avrebbe attivato il sistema e inviato un segnale di SOS su un satellite. E poi si sarebbe dovuto preoccupare delle mosse successive.

Sforzandosi di ignorare il cadavere del timoniere, strisciò verso la porta tagliafuoco che dava sul ponte esterno, con le braccia che gli tremavano così forte che non riuscivano a sostenere l’appoggio del corpo. Il sudore maleodorante tipico di chi ha paura gli aveva inzuppato la pelle e i vestiti, stringendolo in una morsa ghiacciata. Anche se aveva trascorso quasi tutta la vita a bordo delle superpetroliere, fu solo mentre cercava di attraversare la sua strisciando che si rese conto di quanto fossero sconfinate. Avanzava con il terrore di essere colpito alle spalle da un proiettile assassino e raggiunse la porta con il corpo irrigidito nell’attesa di quel colpo che non arrivò. Non riusciva a capire cosa li stesse trattenendo. Si sollevò dal pavimento e afferrò la maniglia per accedere a una temporanea libertà, quando una voce sconosciuta gli intimò: “Fermo dove sei.”

Hauser ignorò l’ordine e con un’esplosione di adrenalina sbloccò la porta lanciandosi di peso nel vento gelido che sferzava la nave. Atterrò sul ponte esterno coperto di neve mentre alle sue spalle una pistola sparò tre colpi uno dopo l’altro, colpendo a pochi centimetri dalla sagoma di Hauser e sollevando piccole fontane di neve sul pavimento del ponte, sprigionando scintille e diffondendo la puzza del metallo bruciato. Si muoveva più velocemente che poteva, ma con fatica e rassegnazione. Il ponte esterno era senza uscita. Era in trappola.

La visibilità era di una decina di metri. La neve, il nevischio e la pioggia gelida lo investivano obliqui in un turbine che viaggiava a quaranta nodi. Non aveva l’abbigliamento adatto a quelle condizioni meteo, il freddo e il bagnato inzuppavano la camicia dell’uniforme e solo la paura gli impediva di abbandonarsi alla morte. Sapeva che avrebbe potuto resistere al massimo un quarto d’ora prima che l’ipotermia lo paralizzasse. La pistola ruggì di nuovo, con i proiettili che colpivano alla cieca nei vortici della bufera, così vicino al corpo di Hauser da obbligarlo ad abbassarsi. L’ipotermia non avrebbe fatto in tempo a ucciderlo.

Lyle Hauser non si era mai considerato un uomo coraggioso, anche se a dire il vero aveva compiuto azioni che altri uomini non avrebbero mai fatto, come saltare a bordo di una chiatta in fiamme quando aveva vent’anni per salvare un marinaio intrappolato. Aveva fatto quello che gli sembrava necessario. Se agli occhi degli altri quei gesti risultavano coraggiosi ed eroici, era il loro punto di vista. Per lui, si trattava semplicemente di fare il proprio dovere.

E in quel momento, il suo dovere era cercare di sopravvivere. Aveva un’unica possibilità e gli sarebbe servito tutto il coraggio che aveva. Si precipitò alla fine del ponte e si fermò per afferrare il cilindro alto cinquanta centimetri che conteneva il dispositivo EPIRB ma vide che era vuoto. La Riggs doveva averlo tolto per precauzione quando si era mossa per impossessarsi della nave. Ormai fuori tempo massimo, Hauser guardò oltre il parapetto alto un metro e mezzo: si vedeva solo una densa coltre bianca, ma sapeva che sotto di lui doveva trovarsi la balconata del secondo ponte, a non più di cinque metri di dislivello. Se fosse riuscito a raggiungere quell’angusto pianerottolo, forse sarebbe riuscito a cavarsela, a nascondersi per qualche istante per pensare alla sua prossima mossa. Ma se avesse mancato la stretta passerella che circondava il livello inferiore sarebbe precipitato sul ponte principale a quindici metri sotto, e se avesse mancato anche quello, il Pacifico lo avrebbe ucciso nell’istante stesso in cui toccava l’acqua.

Stava in piedi nel punto in cui il ponte esterno sporgeva sul lato della nave. Per poter saltare doveva portarsi verso il centro della petroliera, che significava avvicinarsi agli uomini che stavano cercando di ucciderlo. Erano sul ponte, con le armi puntate e gli occhi tesi a scrutare nella bufera aspettando che la sua ombra arrivasse a tiro.

Hauser si precipitò lungo la stretta passerella con gli stivali che slittavano sul ponte scivoloso. Mentre correva represse il desiderio di gridare per dare voce al terrore che lo straziava come quel vento gelido che gli pungeva la faccia. Appena intravide il bagliore rossastro delle luci di emergenza del ponte, si concentrò e saltò sul parapetto spesso una ventina di centimetri aggrappandosi con mani e piedi, aiutandosi con il petto, fermandosi solo per un secondo. Ignorando la voragine di oblio che sembrava risucchiarlo dal basso, continuò a correre spingendo su ogni passo e sentendo i piedi che scivolavano sul parapetto incrostato di ghiaccio.

La figura armata che apparve dal turbine della bufera e dall’oscurità fu colta di sorpresa dalla posizione inattesa di Hauser. L’uomo teneva l’arma bassa, pronto a uno scontro frontale e non a quell’inatteso movimento all’altezza della spalla. Il terrorista fece per voltarsi, sollevando la pistola con un gesto aggraziato che ricordava la danza. Hauser azzardò altri due balzi, spingendo l’ultimo passo un po’ troppo in avanti cosicché quando finì oltre il parapetto sembrò più una caduta che un salto. E in un baleno era sparito.

Sul ponte, JoAnn Riggs assunse immediatamente il comando di quel pandemonio. Non era previsto che ci fosse bisogno di usare la violenza per sottrarre la nave all’equipaggio disarmato, ma le cose stavano andando diversamente. Due uomini dell’equipaggio erano morti, Hauser era sparito e il ponte di comando era praticamente distrutto. La prima cosa che fece la Riggs fu spegnere le sirene e ripristinare l’illuminazione notturna. Uno dei terroristi che erano piombati sul ponte di comando dopo la sparatoria aveva spento un incendio elettrico scoppiato sotto la timoneria, mentre altri due portavano il cadavere sull’altro ponte esterno. La Riggs ordinò che l’ingegnere capo, l’elettricista e un timoniere sostituto venissero portati su dalla cambusa dove erano stati rinchiusi.

Non si sforzò minimamente di nascondere il suo ruolo di comando. Impartiva ordini con la stessa autorità tanto ai terroristi quanto all’equipaggio. In fondo alla sala, i terroristi osservavano la Riggs mentre organizzava la squadra che doveva sistemare quel casino e riprendere il controllo della nave.

La porta della sala si spalancò di colpo e gli uomini si bloccarono vedendo sbucare dal buio della notte il capo dei terroristi, un uomo dalla faccia di granito che tutti chiamavano semplicemente Wolf. L’equipaggio lo scrutò in silenzio, chiedendosi cosa diavolo sarebbe successo. La Riggs e gli altri lo guardavano con aria interrogativa.

Fu la Riggs a rompere quel silenzio carico di tensione. “Lo hai trovato?”

Wolf si scrollò la neve dai folti capelli neri e rimise la massiccia pistola Sig Sauer nella fondina da combattimento. Parlava con accento tedesco, a scatti e con un tono brutale. “Ha cercato di fregarmi arrampicandosi sul parapetto, ma non ce l’ha fatta. Ha messo un piede in fallo ed è caduto fuoribordo.”

“A che altezza del ponte ti trovavi?” chiese nervosa la Riggs.

“Circa a metà. O è finito in acqua, o è volato sul ponte principale.”

“Prendi degli uomini e controlla. Non possiamo lasciarlo vivo.” Si voltò verso l’equipaggio, ignorando il loro sguardo accusatore. Era evidente che la Riggs stava per scegliere il nuovo capitano.

Venti minuti dopo Wolf tornò con tre uomini, coperti di grumi di neve che ciondolavano luccicanti come gioielli. Sembravano completamente indifferenti all’inclemenza delle condizioni atmosferiche. Quando si scrollarono la neve di dosso lo fecero come per togliersi una seccatura più che per liberarsi di un disagio, come se il gelo della notte non meritasse la minima attenzione. La Riggs sapeva che erano ex membri delle Forze Speciali della Germania dell’Est, preparati ad affrontare condizioni ben peggiori di quelle a cui era esposta la superpetroliera.

“Allora?”

“Non c’è traccia di Hauser. Il vento e il calore del petrolio contenuto nei serbatoi hanno sciolto la neve sul ponte principale, quindi non c’erano impronte, ma nessuno sarebbe potuto cadere da quell’altezza senza lasciare una scia di sangue mentre strisciava via. Deve essere finito fuoribordo.”

“Bene. Una preoccupazione in meno.” La Riggs era visibilmente sollevata.

“Come siamo messi?” chiese Wolf facendo un cenno verso la plancia dei comandi mezza distrutta.

L’elettricista e un suo assistente si erano infilati sotto la console. Si vedeva solo la loro schiena, perché la testa e le braccia erano sepolte in mezzo ai cavi, ai circuiti e ai microchip che facevano funzionare la nave.

“Per adesso non molto bene. Il radar è completamente fuori uso, una raffica ha fracassato il tubo catodico e l’elaboratore di immagini digitali. È un rottame senza speranza. Possiamo comandare il timone, ma l’acceleratore può essere controllato solo dalla sala macchine. Possiamo anche farcela così. Il problema più serio è quello delle pompe interne. Quando il quadro comandi è saltato, c’è stato un aumento di corrente che ha raggiunto la sala di controllo delle pompe facendo saltare quasi tutto il sistema. I monitor, gli indicatori di pressione del gas e i comandi stessi delle pompe hanno subito gravi danni. Non possiamo spostare il petrolio all’interno dei filtri dei serbatoi principali per mantenere l’assetto, e non siamo in grado di dire se i fumi che si sono sviluppati nello spazio vuoto sopra il livello del liquido sono pericolosi o no. Le pompe sono a posto, ma i sensori dei serbatoi sono off-line. Non siamo in grado di dire quanto greggio è presente in ciascun serbatoio, se non con un’ispezione visiva.”

Sia la Riggs che Wolf sapevano che quel sistema era fondamentale per mantenere il controllo della nave. Senza le pompe, in caso di mare particolarmente mosso, l’Arctica avrebbe potuto spaccarsi in due. E anche una volta arrivati a destinazione il sistema delle pompe sarebbe stato essenziale per il successo della missione.

“Si può riparare?”

“Come faccio a saperlo? Non sono un ingegnere” rispose brusca la Riggs. “Il tuo ragazzotto dal grilletto facile ci ha proprio fottuti.”

“Sarà punito” disse Wolf indifferente al tono rabbioso di quel commento.

“Ah, beh, allora siamo a cavallo…” sbuffò la Riggs. “Dovrei chiuderlo in mensa insieme al resto dell’equipaggio, ma forse potremmo aver bisogno di lui prima della fine di questo viaggio.” Guardò Wolf dritto negli occhi e disse: “Ma quando avrà fatto la sua parte, voglio che sia ucciso.”

“Lui è sotto il mio comando.”

L’espressione della Riggs si fece ancora più cupa. “E tu sei sotto il mio.”

Con una smorfia ironica sul suo volto scultoreo e crudele Wolf rispose: “Sì, signore.”