Palazzo J. Edgar Hoover, Washington D.C.
Il quartier generale dell’FBI era in pieno centro a Washington, in un massiccio palazzo di acciaio e vetro più adatto per la sede di un’azienda di high-tech che a ospitare l’agenzia americana incaricata di garantire il rispetto delle leggi. Dietro la facciata di quell’edifico dedicato al più efficiente guardiano che l’America avesse mai avuto, l’FBI gestiva un’infinità di operazioni in tutto il paese, dalle più mondane alle più pericolose, con una meticolosità che a dire di molti rasentava la paranoia. Tuttavia le donne e gli uomini infaticabili che lavoravano per il Bureau erano consapevoli che il loro lavoro garantiva la sicurezza del paese più di qualsiasi altro.
Dick Henna occupava la suite di uffici dell’ultimo piano, ma quando non aveva bisogno di impressionare i suoi ospiti o desiderava un po’ di riservatezza, preferiva usare le semplici sale riunioni dei piani inferiori. Era un altro modo per rimanere a contatto con l’organizzazione e per non nascondersi nella sua torre d’avorio, come invece avevano fatto molti dei suoi predecessori. Aveva una faccia da mastino segnata dalla mascella possente, con un naso poco pronunciato e occhi piccoli. La corporatura era in sintonia con la testa: spalle ampie, addome robusto e gambe corte. Sembrava un sindacalista ripescato dal nefasto passato delle corporazioni. Nonostante la sua brillante carriera lo avesse portato già diversi anni prima a diventare direttore dell’FBI, non aveva mai perso l’aria dell’agente operativo, arruffato e sfinito dalle fatiche del lavoro sul campo.
Mercer stava stravaccato di fronte a lui, per niente provato dall’aggressione della sera precedente. Aveva passato la notte sotto la custodia dell’FBI al Willard Hotel, uno dei migliori di Washington. La ferita del proiettile non era profonda, era più che altro una seccatura che ci avrebbe messo qualche giorno per guarire. In segno di rispetto per quella riunione, indossava un completo che cadeva sul suo fisico longilineo con la stessa naturalezza di un paio di jeans e di una felpa. Quando la polizia era arrivata a casa sua la sera prima, con Henna e altri due agenti speciali, gli avevano lasciato appena il tempo di buttare in una borsa l’indispensabile per la notte e lo avevano portato subito al Willard. Harry White era stato riaccompagnato al suo appartamento dove era stato ascoltato sui fatti.
Fino a mezzanotte, una squadra di investigatori durissimi aveva torchiato Mercer su tutti i dettagli dell’assalto alla sua casa, e ogni volta che ripeteva il racconto scandagliava la propria memoria ed emergeva qualche nuovo particolare. Fu totalmente sincero e collaborativo su tutta la storia, omise solo di dire che quando Harry si era infilato in casa lui non era solo. Nonostante la sensazione di disonestà, ritenne opportuno evitare di menzionare Aggie. Come favore personale Harry avrebbe confermato che quando era arrivato il suo amico era da solo.
Mercer non aveva avuto il tempo di analizzare la reazione di Aggie. L’FBI lo aveva trattenuto così a lungo che la stanchezza lo aveva vinto persino mentre ripeteva agli agenti gli eventi della notte precedente, ma quella partenza improvvisa e il significato che poteva avere gli ronzavano in testa.
Henna era insolitamente provato. La sera prima aveva parlato con la vedova dell’agente Peters e più tardi sarebbe andato a trovarla. Era un compito che di certo non ambiva ma che non poteva lasciare a nessun altro. Anche se non aveva mai conosciuto di persona l’agente, la sua uccisione lo aveva devastato come se a essere seppellito il giorno dopo fosse il suo migliore amico.
Un assistente entrò nell’ufficio con i caffè. Mercer prese il suo caffè nero, mentre Henna aggiunse il latte e due cucchiaini di zucchero.
“Com’è che hai un aspetto molto peggiore del mio anche se sono io a essere stato assalito ieri sera?” chiese Mercer cercando di alleggerire l’aria, ma non riuscì a fare breccia nella coltre cupa che avvolgeva Henna.
“Non so come ti senti tu, ma da ieri sera è partito un vero casino” disse scuotendo la testa con aria abbattuta. Dopo che hanno tentato di ucciderti ho chiamato il Presidente, e l’ho svegliato. Mi ha autorizzato a scavare negli archivi della CIA e dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza per cercare qualcosa sull’Alaska e su di te.” Henna tirò fuori dalla tasca un foglio piegato con cura e lo stese mentre parlava. “Due ore fa l’Agenzia mi ha fatto avere questo.”
Mercer scorse il foglio, ignorando il linguaggio burocratico e le frasi fumose di cui abbondavano sempre i documenti governativi. Il succo della lettera era la notizia che un uomo di nome John Krugger era entrato nel paese dodici giorni prima. “E allora?”
“I computer dell’Agenzia per la Sicurezza individuano automaticamente i passaporti che riportano nomi sospetti ed elaborano ogni settimana migliaia di bandierine gialle legate a nomi identici o simili a quelli di terroristi o di altri indesiderabili. Ovviamente nella maggior parte dei casi si tratta di coincidenze insignificanti. Poi il computer segna alcuni nomi con una bandierina rossa in base alle caratteristiche delle persone che stiamo cercando, e questo nome è stato evidenziato immediatamente.”
“Non mi dice niente” disse Mercer facendo l’indifferente, anche se dentro di sé aveva un presentimento che gli faceva rizzare i peli della nuca.
“John Krugger è la versione anglicizzata di Johann Kreiger” disse Henna senza preamboli.
Mercer si strinse nelle spalle come per parare un colpo.
“Johan Kreiger è una delle false identità preferite da Ivan Kerikov, e a quanto dice il KGB che ancora oggi lo vuole morto, Kerikov ha un passaporto inglese a nome di John Krugger.”
“Mi stai dicendo che Kerikov è negli Stati Uniti?” chiese Mercer con voce stridula.
Fu assalito da un turbine di emozioni contrastanti. In quel caos prese forma un disegno ed emerse un desiderio dominante. Mercer voleva vendetta. Ivan Kerikov, la mente che stava dietro all’‘Operazione Vulcano’, il progetto che il russo aveva sottratto al KGB, e aveva tentato di ucciderlo almeno una dozzina di volte. Mercer era deciso a ucciderlo, ma Kerikov non era mai capitato sotto tiro. Aveva sapientemente fatto condurre ad altri la trattativa mentre lui rimaneva al sicuro fuori dal paese.
E adesso Kerikov era lì in America, stava giocando sul campo di Mercer, e lui voleva avere un’altra possibilità per ucciderlo. La furia gli bloccò lo stomaco.
“Lo voglio, Dick.”
“Ne parliamo più tardi. Dobbiamo prima scoprire perché è qui.”
“Pensi che abbia qualcosa a che fare con me e con l’Alaska?”
“Dato che alle Hawaii gli sei costato un milione di dollari, sono sicuro che c’entri anche tu, e vista l’aria che tira nel paese e nell’amministrazione, penso che tutta la faccenda sia legata all’Alaska.”
Qualcuno bussò alla porta, che si spalancò prima che qualcuno invitasse a entrare.
La dottoressa Lynn Goetchell era l’analista esperta del laboratorio per i crimini legali dell’FBI che aveva sede nelle campagne della Virginia, e governava il suo feudo con l’alterigia di un dittatore indulgente, con il suo onnipresente camice che trasmetteva la stessa autorità di una toga da gran giurì. Prese posto accanto a Mercer, con un distratto cenno di saluto. Non che fosse una persona arrogante, ma per prendere le sue tre lauree aveva dovuto sacrificare la sua vita personale e le carinerie della vita sociale erano state le prime a sparire. Indossava un serissimo tailleur blu e l’unico gioiello che portava erano dei minuscoli orecchini.
Mercer non aveva elementi di riferimento, ma presumeva che la Goetchell non avesse chiuso occhio da quando aveva messo mano al frammento di metallo della Jenny IV. Era pallida e i suoi occhi erano segnati da occhiaie rossastre, e la sua pelle aveva assorbito l’odore delle sostanze chimiche usate in laboratorio.
“Vi dico subito che l’analisi di quel frammento di metallo non ha fornito nessuna informazione” ammise Lynn Goetchell dopo essersi sommariamente presentata. “Abbiamo avuto meno di ventiquattro ore, che non sono sufficienti per un’analisi approfondita, ma mi gioco la reputazione che non riusciremo ad andare molto più in là.”
“Cosa avete scoperto per adesso?”
“È fatto di normalissimo acciaio inossidabile. Per stampare la scritta “roger” è stato usato del normale inchiostro, del tipo che viene prodotto da una ventina di aziende, contando solo quelle americane. Impossibile da rintracciare. La presenza di sodio e di diatomee sulla superficie del frammento è giustificata dalla sua permanenza in acqua di mare. Le concentrazioni di sale sono compatibili con le acque del Pacifico settentrionale e del Prince William Sound. L’abbiamo esaminato con un microscopio elettronico a duecentomila ingrandimenti e non abbiamo trovato niente di insolito…”
“E cosa mi dice del punto in cui il metallo si è strappato?” la interruppe Mercer.
“Le lacerazioni sono compatibili con segni di esplosione violenta, implosioni o strappi. Potrebbe essere stato lacerato da qualsiasi cosa. Non posso dirvi niente di più preciso. Attorno alle parti danneggiate non c’è traccia di sostanze chimiche né di esplosivi.”
“Siamo a un punto morto” disse Mercer sfiduciato.
“Già” disse la Goetchell. “C’è solo un elemento che non è emerso dall’esplorazione visiva. Grazie alle estrapolazioni computerizzate abbiamo scoperto che il frammento è stato strappato da un cilindro dalla circonferenza di circa novanta cm.”
Mercer fece mentalmente i calcoli e visualizzò un tubo di acciaio inossidabile del diametro di circa trenta centimetri. Che continuava a non dirgli niente. “E questo dove ci porta?”
“Ci porta agli altri reperti recuperati sulla Jenny IV.” La Gatchell tirò fuori dalla valigetta una cartella di documenti. “Ecco i risultati delle autopsie, anche quelli piuttosto miseri. Mi piacerebbe dare fuoco personalmente alla licenza dell’anatomopatologo di Anchorage.”
Aprì il più sottile dei due fascicoli con le ultime parole scritte sui due uomini che erano morti a bordo della Jenny IV: “I resti degli scheletri trovati nella cabina della barca erano troppo deteriorati per poter ricavare delle informazioni. Il livello di carbonizzazione delle ossa indica la presenza di fiamme con temperatura di oltre quattrocento gradi, coerente con i materiali combustibili presenti a bordo: legno, plastica, carburante. Non si è potuto prelevare materiale sufficiente per effettuare un esame del DNA. L’identificazione è stata effettuata attraverso l’impronta dentale.”
“E il corpo che ho trovato sul ponte?”
“La morte è stata causata da trauma da ustioni gravi. Il quaranta per cento della massa corporea è stata consumata dalle fiamme. I polmoni erano talmente bruciati che anche se fosse sopravvissuto al fuoco sarebbe morto nel giro di poche ore.” La Goetchell fece girare una serie di fotografie raccapriccianti. Il corpo era orribilmente sfigurato, proprio come se lo ricordava Mercer, con le mani bruciate e la pelle accartocciata all’indietro come se fosse carta strappata, i monconi carbonizzati al posto delle gambe e il volto ancora più devastato di quanto Mercer avesse immaginato possibile. Non c’erano palpebre, né orecchie o naso, e le labbra bruciate lasciavano scoperti i denti storti e giallastri.
“E questo cos’è?” chiese Henna mostrando una delle foto che teneva in mano.
La Goetchell diede un’occhiata. “Nella relazione del patologo non c’era nessun riferimento, ma si direbbe l’immagine della biopsia cellulare. Direi che sono cellule di grasso sottocutaneo.”
“Sembrano collassate” osservò Mercer. Aveva visto abbastanza programmi di scienza alla televisione da saper riconoscere una struttura cellulare sana, e le cellule dell’immagine sembravano mattoni messi a casaccio su un muro pericolante. Le pareti delle cellule, in genere nitide e rigide, erano macchiate e flosce.
La dottoressa Goetchell prese la fotografia dalle mani di Henna, studiandola con maggiore attenzione. “Che mi venga un accidente. Non me ne sono accorta per niente. Un altro mistero che si aggiunge agli altri.”
“Cosa potrebbe aver causato questo danno?”
“Un aumento del livello di sali intracellulari, zuccheri e proteine causa una fuoriuscita di acqua dalle cellule nel tentativo di riequilibrare quella concentrazione” Lynn Goetchell spiegò pazientemente il processo. “Se lo squilibrio chimico raggiunge un livello troppo alto, le cellule non riescono a secernere abbastanza acqua per diluire il fluido protettivo. Si prosciugano e quindi collassano o, per usare un termine più appropriato, implodono. Quella che inizia come una strategia di protezione si trasforma in causa di distruzione delle cellule stesse.”
“Cos’è che può innescare questo processo?” chiese Henna. L’argomento gli era totalmente estraneo ma stava cercando di seguire quello che veniva detto.
“Un numero infinito di composti. Il corpo umano è molto sensibile alla tossicità del suo ambiente. Può succedere anche quando il corpo viene congelato.”
“Cristo!” esclamò Mercer. “Il congelamento. Come ho fatto a non pensarci?”
“Capirai che informazione!” disse Henna scuotendo la testa. “Il corpo è stato recuperato in Alaska in una stagione eccezionalmente rigida. Non c’è niente di strano nel congelamento del corpo.”
Mercer lo guardò come se un filo sottilissimo del mistero avesse iniziato a dipanarsi. “Dick, fai attenzione ai tempi verbali. Lei non ha detto quando un corpo gela, ha detto ‘quando viene congelato’...” Guardò la Goetchell e ricevette un cenno di approvazione. “Di che temperature stiamo parlando? Cento gradi centigradi sottozero?”
“Le cellule sono completamente distrutte e dato che non sappiamo a che ora si è verificata la reazione, non riusciamo a calcolarlo.”
“Non importa” rispose Mercer. Strappò un foglio dal blocco che c’era sul tavolo accanto a Henna e tirò fuori dal taschino interno una penna. Henna e la Goetchell guardavano in silenzio mentre Mercer scriveva il nome il cui significato era sfuggito a tutti: roger.
“Dunque. Il pezzo di acciaio è strappato proprio alla fine dell’ultima lettera, giusto?” Proseguì senza aspettare la risposta “ma se l’ultima lettera non fosse una ‘r’…” e completò la lettera con un segno che la trasformò in una ‘n’, facendo risultare ‘rogen’.
Scambiò un veloce sguardo con la Goetchell, che capì al volo dove voleva arrivare, ma Henna era ancora confuso e aveva assunto l’espressione di chi è molto concentrato. Mercer completò la parola con un ghirigoro aggiungendo le lettere che erano state strappate via dall’esplosione a bordo della Jenny IV: nitrogen, cioè azoto. E poi aggiunse la parola che la precedeva sul cilindro del diametro di trentacinque centimetri e che si trovava in quella stiva maledetta: liquid nitrogen, azoto liquido. E poi aggiunse anche il simbolo convenzionale di rischio biologico, tre cerchi disposti a triangolo.
“Sono pronto a scommettere che a bordo della Jenny IV c’erano parecchie bombole di azoto liquido” disse Mercer trionfante. “Mi ricordo anche che l’argano di poppa e le antenne erano spezzati di netto, e adesso tutto si spiega. Le fiamme devono aver portato a ebollizione l’azoto liquido che era nella stiva. Il fatto che uno dei corpi fosse ancora nella cuccetta significa che l’incendio deve essere divampato molto rapidamente. L’altro uomo invece era sul ponte quando il calore del fuoco ha fatto esplodere le bombole. La barca è stata avvolta da una nube di gas ultrafreddo che ha soffocato le fiamme. È per questo che alcune parti del corpo erano carbonizzate e altre intatte. Il fuoco si è spento prima che riuscisse a bruciare completamente il corpo.” Mercer fece una pausa, immaginando l’agonia di quella morte orrenda, e il pensiero lo fece rabbrividire. “Quel cambiamento di temperatura intenso e improvviso ha indebolito il metallo dell’argano e delle antenne che hanno ceduto sotto il loro stesso peso.”
Henna guardò la Goetchell per ricevere conferma.
“Considerando i primi risultati dell’autopsia, è un’ipotesi sensata. L’azoto diventa liquido a circa duecento gradi centigradi sotto zero, cioè più o meno settantasette gradi Kelvin sopra lo zero assoluto, una temperatura ben più bassa di quella a cui si verifica questo genere di danno cellulare. E non richiede i costosi sistemi di raffreddamento che servono per l’idrogeno o per l’elio. Un incendio scoppiato vicino alle bombole può portare a ebollizione il contenuto che evapora formando una nube. Il freddo che si diffonde rende fragile il metallo, la plastica e il legno al punto che basta una forza leggera per spezzarli. Sono sicura che in tutto il paese non c’è un solo studente di fisica che non abbia visto l’esperimento del chiodo che, dopo essere stato immerso nell’azoto liquido, si sbriciola con un colpo di martello.”
“E cosa se ne facevano?” chiese Henna rivolgendo la domanda a Mercer con tono perentorio.
“Accidenti, aspetta un attimo. Fino a dieci secondi fa non sapevamo neanche cosa stessero trasportando nella stiva.”
Nel silenzio che seguì, il quadrante bianco dell’orologio appeso al muro segnò il passare di cinque minuti, con la sottile lancetta rossa dei secondi che ticchettava inesorabile. Mercer si sporse in avanti, con lo sguardo fisso in uno spazio che solo lui riusciva a vedere.
“Dove se lo erano procurato?” chiese Mercer in un sussurro. “Non ha senso che lo abbiano preso a terra e caricato per portarselo in mare. Tanto più che quando è scoppiato l’incendio si stavano dirigendo verso il porto. Dove diavolo hanno trovato delle bombole di azoto liquido in mezzo al golfo dell’Alaska?”
“Un altro mistero che si aggiunge alla lista” disse Henna con aria pessimista.
“Non avere tutta questa fretta.” Mercer si rivolse alla Goetchell. “Riusciresti a darmi una data e un’ora per la morte?”
“Il corpo è stato trovato il diciassette e il patologo ha indicato come ora della morte il primo pomeriggio del giorno precedente. Non posso provarlo, ma non credo che si sia sbagliato di molto.”
“Quindi, il pomeriggio del sedici.” Mercer disse a Henna: “Ho bisogno di un telefono e di un paio d’ore di tempo, dopodiché sarò in grado di dirvi dove e forse anche perché si sono procurati quelle bombole.”
“Scordatelo. Tu la tua parte l’hai già fatta.”
“Come sarebbe a dire?” Mercer era sbalordito dal fatto che l’amico volesse lasciarlo fuori.
“Se per caso non te ne fossi accorto, negli ultimi due giorni ci sono stati un paio di attentati alla tua vita. Tu sei fuori. Da subito.”
“Dick, non fare il burocrate con me. Non hai la più pallida idea di cosa stia succedendo, il che significa che gli attentati alla mia vita non si fermeranno. Visto che sono io a essere in pericolo, vorrei dire la mia sulle indagini.”
“Scordatelo, Mercer” ripeté Henna granitico. “In questo momento ci sono quasi duecento dei miei agenti che stanno lavorando in Alaska e dintorni alla ricerca di qualsiasi cosa che possa minacciare l’apertura del Rifugio Artico e la costruzione della seconda condotta Trans-Alaska, e finora non hanno cavato un ragno dal buco. Cristo, ieri sera sono state fatte esplodere due stazioni di servizio ad Anchorage a cinque isolati dalla nostra base operativa. Adesso che abbiamo una traccia, saranno i miei a seguirla. Non tu.”
“Ma dai, nessuno dei tuoi ragazzi ha la mia cultura scientifica. Se l’FBI avesse degli agenti che sanno che mescolando i fertilizzanti all’azoto con olio combustibile si ottiene un potente esplosivo, il bombardamento di Oklahoma non ci sarebbe mai stato. Io da piccolo giocavo a fabbricarmi le bombe con l’ANFO.”
“Dottoressa Goetchell, sarebbe così gentile da scusarci?” Il tono di Henna si era fatto più duro. Lei si alzò, strinse frettolosamente la mano a Mercer, fece un cenno al suo superiore e lasciò la sala riunioni.
Henna proseguì. “Primo, non pensare che la nostra amicizia significhi che puoi usare quel tono con me davanti ai miei collaboratori. Metti a repentaglio la mia autorità e ci fai la figura del coglione. Secondo, apprezzo il contributo che hai dato, ma non vuol dire che io ti lasci briglia sciolta. Questa è un’indagine dell’FBI, non è la tua crociata personale. Terzo, mi sei abbastanza simpatico da desiderare di non vederti morto. L’ultima volta Kerikov non è riuscito ad avvicinarti, ma adesso è entrato nel paese e se tu te ne vai in giro a ficcare il naso finirai stecchito come i tuoi tre amici. Se pensi che io stia facendo lo stronzo, hai ragione. Questo paese è una polveriera e l’Alaska è la miccia: chiunque potrebbe accenderla in qualsiasi momento. Ho già abbastanza grane e ci manca solo che tu ne faccia una questione personale.”
Mercer sapeva perfettamente che Henna stava parlando con il cuore e che era inchiodato al muro dall’amministrazione. Stava investendo una valanga di ore-uomo nella crisi dell’Alaska senza arrivare a nessun risultato. Mercer gli aveva appena dato una pista eccezionale, ma Henna non avrebbe permesso che lui fosse coinvolto. Mercer lo capiva, rispettava Dick Henna, ma non aveva alcuna intenzione di farsi da parte.
Invece di continuare a supplicare, decise di cambiare tattica. “Cos’hai scoperto sui due uomini che mi hanno aggredito ieri sera?”
Henna interpretò la domanda come un segno che Mercer stava abbandonando l’idea della sua indagine personale. “Quello che hai lasciato stecchito nella sala bar si chiamava Burt Manning. Prima di lasciare la CIA nel 1990 era noto come il “Fantasma”. Puoi ritenerti fortunato. Da quello che siamo riusciti a sapere, sei il primo uomo che incontra Manning e se ne va con le sue gambe da quando quell’uomo ha cominciato a lavorare al progetto Phoenix. Era il prodotto di quattro anni nel Sudest asiatico e di altri venti passati in prima linea durante la Guerra Fredda. Aveva condotto operazioni in Africa, in America centrale e meridionale, nell’Europa orientale e occidentale e in Russia. Il suo fascicolo sembra un romanzo di spionaggio.
“Dopo che era uscito dalla CIA aveva aperto un’agenzia privata di consulenze sulla sicurezza qui a Washington e lavorava per le società che ritenevano che i loro dirigenti fossero a rischio rapimento o che potessero addirittura essere uccisi. L’altro uomo era un ex collega di Manning alla CIA, forse ingaggiato proprio da lui, per fargli da spalla. Abbiamo perquisito l’ufficio di Manning, ma quando siamo entrati è scattato un allarme che ha fatto saltare tutti i computer cancellando tutte le memorie. Ho messo sotto un paio dei nostri hacker per cercare di ricostruire i file, ma non siamo molto ottimisti. Probabilmente non sapremo mai per chi stava lavorando.”
“Maledizione. Se lo sapessi risparmieresti un sacco di tempo” sbuffò Mercer.
“Siamo già fortunati ad avere scoperto chi era.” Henna diede un’occhiata al suo orologio. “Devo andare. Devo coordinare l’ufficio di Anchorage e mettere tutti al lavoro su questa nuova traccia. Hai bisogno di qualcosa?”
“Vorrei andare a casa a fare le valigie e a far sistemare il lucernario, poi penso di partire per una vacanza. Magari vado in Belize a pescare.”
“C’è già un tecnico a casa tua, e il conto arriverà al mio ufficio. È il minimo che possiamo fare. Chiama prima di andare là, giusto per avvisare gli agenti che sono di guardia. E divertiti. Nel giro di un paio di settimane dovremmo aver risolto la faccenda. Non tornare fino ad allora.”
Tornato nella stanza al Willard, appena varcata la soglia Mercer si tolse la giacca e con una mano allentò il nodo della cravatta, mentre con l’altra lanciava la chiave sul tavolino di rovere. Un pendolo da tavolo sulla grande scrivania nell’angolo della sontuosa camera segnava le dieci e trenta del mattino.
“Vaffanculo” disse Mercer ad alta voce, mentre chiamava il servizio in camera. “Vorrei due bicchieri di vodka e una bottiglia di Jack Daniel’s, per favore, e il Ginger ale del minibar è quasi finito quindi mandatemene su qualche lattina.”
Chiuse la telefonata e fece un numero esterno. Un secondo dopo gli rispose il ruvido saluto di Harry White, un insulto più che un buongiorno.
“Ti sei divertito ieri sera?”
“Mercer, la tua presenza nella mia vita mi ucciderà molto prima del tabacco o delle sbronze.”
“Lo faranno prima le donne, vecchio sporcaccione” lo prese in giro Mercer. “Come va la gamba?”
“Mi toccherà usare la stampella per due settimane fino a che l’ortopedico non mi avrà preparato una nuova protesi, brutto bastardo ingrato che non sei altro.”
“Ingrato? Sono così ingrato che ti lascerò usare la mia nuova stanza ammobiliata per un paio di giorni in segno di ringraziamento.”
“Dove sei?”
“Al Willard Hotel.”
“Tra un’ora sono lì.”
“Io non ci sarò ma ti lascio la chiave in una busta alla reception. Il numero della stanza è stampato sulla chiave. Sul comodino c’è una bottiglia di Jack Daniel’s. Se ne vuoi dell’altro chiama lo zero. Qui ci sono tutti i comfort e l’FBI paga il conto. Puoi rimanere fino a quando ti sbattono fuori.”
“E tu dove vai?”
“Torno in Alaska.”
“Hai scoperto chi è Roger?”
“Sì, una rogna.”