Capitolo 7
Psicopatologia della solitudine

Uno sguardo globale

Prima di calarsi nella esplorazione dei gironi infernali della solitudine, ovvero descrivere come questa può esprimersi in forma di sofferenza psichica e comportamentale acuta e invalidante, è bene chiarire che il sentirsi disperatamente soli può essere sia una causa iniziale di un disturbo che il suo effetto successivo; in entrambi i casi, tuttavia, una volta che la psicopatologia si è costituita, ne è sia causa che effetto, in una circolare e reciproca causalità con il quadro clinico. Per essere più chiari, se io soffro di paranoie persecutorie e vedo un nemico dietro ogni angolo, per difendermi mi isolo nel luogo per me più sicuro come il sottotenente Drogo del Deserto dei Tartari di Buzzati (1940), che rimane arroccato nel suo fortino vigilando notte e giorno in attesa di essere attaccato da un nemico che esiste solo nella sua mente. In questo caso, l’isolamento è l’effetto della patologia. Nel caso invece di una la persona depressa dopo un abbandono sentimentale, il sentirsi disperatamente sola e rifiutata è la causa del disturbo depressivo; la maggior parte di noi ha sperimentato questa condizione, in cui la solitudine sofferta è il prodotto del rifiuto da parte di chi desideriamo.

In entrambi i casi, se la sofferenza si istituisce, ovvero se diviene uno stato prolungato e persistente, il sentirsi soli alimenta la psicopatologia, così come l’aggravarsi di questa rende incapaci di uscire da tale condizione. Pertanto, come vedremo nel prossimo capitolo, dedicato alla terapia della sofferta solitudine, non è detto che rimuovere la causa primaria risolva il problema, poiché questo può essere evoluto in una sorta di equilibrio patologico mantenuto dall’interazione di più fattori consolidatisi nel persistere del disturbo.

Si possono inoltre osservare psicopatologie connotate da effettivo ritiro sociale, se non completo isolamento, oppure condizioni in cui il «sentirsi soli» non corrisponde alla realtà ma è uno stato interiore, altre in cui è proprio l’essere costantemente in compagnia a rendere soli o, ancora, in cui è l’incapacità di stare da soli, paradossalmente, a rendere tali. Come per il fenomeno della solitudine che abbiamo esaminato nella prima parte, anche il sentirsi disperatamente soli ha numerose sfaccettature che talvolta stanno agli antipodi tra loro e non c’è uno stato oggettivo di maggiore sofferenza, poiché questa è sempre un fenomeno soggettivo: in altri termini, può soffrirne più intensamente una persona attorniata da persone che la amano ma delle quali non le importa granché, rispetto a un’altra che ha perduto tragicamente i suoi cari in un evento catastrofico. Come scrive Cioran (1952) «la sofferenza è tanto grande quanto è grande lo spazio che abbiamo per lei dentro di noi». O, nelle parole di André Breton (1937), «tra l’essere amati e l’amare è di gran lunga più vantaggiosa la seconda condizione».

Uno sguardo analitico

Se analizziamo la psicopatologia dall’ottica della solitudine possiamo osservare tre grandi macroaree: una prima in cui l’isolamento o il ritiro sociale è direttamente osservabile, e pertanto è evidentemente parte integrante del disturbo; una seconda nella quale la sofferenza di sentirsi soli non solo non balza agli occhi ma è celata da atteggiamenti e comportamenti connotati da elevata socievolezza; infine, un’area di disturbi in cui la solitudine e l’isolamento vengono evitati come la peggiore delle infezioni, perché la persona non riesce a stare da sola.

Nel primo caso la solitudine concretamente vissuta alimenta e mantiene il disturbo, nel secondo è la intensa socialità ad alimentarla e mantenerla, nel terzo è il bisogno estremo di presenza dell’altro ad alimentare e mantenere la patologia. Come già indicava Aristotele, «siamo ciò che facciamo ripetutamente». Gli effetti patologici della solitudine originano da fallimentari modalità di agire del soggetto proprio nell’intento di sfuggire al «sentirsi solo». Questo effetto paradossale è il costrutto di base della teoria del cambiamento (Watzlawick et al., 1974; Nardone, Watzlawick, 1990) che è poi il fondamento degli studi e ricerche della Scuola di Palo Alto. In tempi più recenti anche le ricerche più cognitive e neuroscientifiche condotte da Cacioppo (2008) convalidano tali presupposti teorici e le prassi applicative che ne derivano, confermando che le azioni disfunzionali e spesso controproducenti messe in atto dal soggetto per sfuggire alla sofferta solitudine sono proprio quelle che la amplificano, rendendola anche patologica. È comunque l’individuo l’artefice di ciò di cui poi è vittima, come insegna Aldous Huxley (1951): «La realtà non è ciò che ci accade ma quello che noi facciamo con ciò che ci accade».

Vediamo ora nello specifico le tre macroaree individuate con i loro disturbi specificamente correlati.

Quando la solitudine effettiva è parte integrante
del disturbo

In numerosi quadri clinici il ritiro dalla società fino all’isolamento rappresenta una delle prerogative del disturbo e soprattutto ciò che lo mantiene e lo rende sempre più severo. Qui di seguito esponiamo le più importanti psicopatologie che manifestano questo modello di funzionamento, tracciando per ognuna la specifica caratterizzazione per cui il soggetto si difende dal suo soffrire ricercando la solitudine, che però finisce per peggiorare il suo stato.

Depressione. Si tratta del quadro clinico con la più evidente connotazione di solitudine patologica. Nei disturbi depressivi la disperata solitudine è il tema più ricorrente poiché il soggetto che ne soffre fa continuamente riferimento esplicito o implicito al suo sentirsi incompreso e vittima della sua malattia. Questo può essere verbalmente esplicitato nei confronti di coloro che invano cercano di stargli vicino, o espresso attraverso un autoisolamento e silenzi che «urlano» la sofferta solitudine. L’atteggiamento rinunciatario nei confronti della vita del depresso conduce inesorabilmente allo stato patologico di ritiro dalla società anche quando questi è attorniato da affetti sinceri; addirittura, come fanno notare due grandi esperti di questo disturbo, James Coyne (1975, 1986) e Michael Yapko (1997), più gli altri si prodigano nell’aiutare il depresso, più questi tende ad assumere la posizione di vittima inconsolabile del suo disturbo. È chiaro che si osservano livelli diversi di questa condizione a seconda della severità della patologia, ma il copione relazionale rimane lo stesso, come una sorta di marchio di fabbrica della depressione. Come vedremo, l’intervento terapeutico dovrà essere focalizzato proprio sulla rottura dello schema di rinuncia e di ritiro da qualunque impegno o sfera personale.

Manie persecutorie. Questo disturbo è caratterizzato dalla percezione costante di una realtà che si accanisce crudelmente contro il soggetto; che si tratti delle altre persone viste come persecutori o della sorte maligna e beffarda o del ritenersi «maledetti» di natura, non fa differenza sul funzionamento della patologia, che consiste nel combattere contro qualcosa che inesorabilmente ti si ritorcerà contro; e anche se la battaglia è vinta, qualcosa prima o dopo finirà per «punire» il soggetto. Come si può ben intendere, questo disturbo conduce a creare una realtà in cui il soggetto che ne soffre è sempre in lotta, oppure si arrende e cade nella depressione. Ma che combatta o si arrenda al suo acerrimo nemico, in questa condizione l’individuo è sempre disperatamente solo, poiché in entrambi i casi gli altri o non sono in grado di comprendere come stanno le cose, o entrano in contrasto con le percezioni distorte di colui che soffre di manie persecutorie. Questa patologia, purtroppo, è una di quelle che possono indurre ad atti estremi come il suicidio o l’aggressione nei confronti degli altri, spesso i famigliari; in questo caso la disperata solitudine, l’incomprensione e l’ostilità percepita negli altri scatenano una furibonda aggressività che può essere rivolta verso sé stessi (intrapunitività) o verso gli altri (extrapunitività). Si può affermare che, ironicamente, «il paranoico non è mai solo» (Muriana, Verbitz, 2017), ma in realtà, nel suo difendersi continuo, nella sua lotta contro gli altri, il mondo o il destino avverso è ancora più solo con sé stesso.

Fobia sociale. Di severità certamente inferiore rispetto al disturbo persecutorio ma con effetti invalidanti nelle relazioni con gli altri talvolta anche peggiori è la cosiddetta fobia sociale, quadro clinico caratterizzato dal percepire il rifiuto da parte degli altri o la paura di esporsi al contatto diventando vittima di un giudizio negativo. Può essere basata su convinzioni come quella di essere scarsamente desiderabili, incapaci di esprimersi adeguatamente, avere qualche imperdonabile difetto o sul timore di avere un attacco di panico durante l’esposizione agli altri, e si traduce nella rinuncia a situazioni di interazione considerate troppo espositive che, a seconda della tipologia di alterata percezione, possono essere sia di intimità con l’altro che di esposizione di fronte a più persone. Più frequentemente, tuttavia, il disturbo non è basato sulla paura, come impropriamente viene sostenuto sulla base di una valutazione superficiale, bensì sul senso di vergogna per le proprie caratteristiche e incapacità. La persona convive con una sorta di terribile giudice interiore che la condanna continuamente a non sentirsi adeguata o all’altezza del confronto con gli altri, e quindi si isola difensivamente, ma più attiva questa tentata soluzione, più il percepirsi «sbagliata» si incrementa; la solitudine e il ritiro sociale che la produce, adottati come misure di difesa nella convinzione che, se il soggetto si esprimesse, il risultato non potrebbe essere che un vergognoso fallimento, diventano controproducenti. Questi soggetti inoltre, proprio per la vergogna, il più delle volte tendono a nascondere il loro problema o a dissimularlo dietro altre motivazioni.

Come appare chiaro, anche in questo caso la solitudine sofferta si istituisce e si alimenta in virtù di un modo di percepire gli altri e il mondo come avversi, crudeli giudici sempre pronti a condannare e a rifiutare per qualcosa che la persona non riesce a cambiare di sé, e sé stessi come una sorta di «capo fallato»: di qui un atteggiamento rinunciatario che, non di rado, porta ad esisti depressivi anche pesanti. «La rinuncia» – con le parole di Honoré de Balzac – «è un suicidio quotidiano».

Disturbo ossessivo-compulsivo. In questo quadro clinico, che rappresenta una delle più complesse forme di patologia psicologica in quanto può esprimersi in pressoché infinite fissazioni fobiche e altrettanto illimitate forme di rituale, l’isolamento e il ritiro sociale sono attivati in funzione difensiva, sospinti da una fobia che si riferisce a qualcosa da cui ci si può, illusoriamente, difendere isolandosi. Ad esempio una mia paziente, a causa della fobia degli angoli, si era costretta a rimanere sola al buio, perché così non vedeva l’oggetto della sua paura patologica; oppure la persona che, per la fobia dei «neutrini», doveva rimanere isolata in uno spazio protetto da quel tipo di particelle, o ancora il soggetto che teme di essere indotto, in un raptus di follia omicida, a commettere atti efferati e che per questo si costringe a una sorta di isolamento carcerario volontario. Se è evidente che i casi in cui questa psicopatologia conduce alla patologica solitudine sono quelli decisamente più severi, tale severità non dipende dal tipo di fobia, poiché il disturbo può divenire totalmente invalidante anche quando è innescato da una banale forma di fissazione fobica. Ciò che fa sì che questo si renda totalmente invalidante è la generalizzazione dei rituali che vengono messi in atto per difendersi e il grado pressoché assoluto di evitamento delle situazioni temute. Il paradosso che si viene a costituire è che più i rituali e l’evitamento prendono spazio nella vita della persona, più la fobia si incrementa piuttosto che ridursi (Nardone, 1993, 2003; Nardone, Portelli 2013). Come già indicava Seneca, «dove fuggi, uomo, porti sempre con te stesso».

Anoressia. Come sta emergendo da questa disamina, l’isolamento come componente essenziale di una psicopatologia è una modalità per difendersi da una sofferenza o da un pericolo percepito quando si è in presenza di altri; nel caso dell’anoressia, il pericolo è quello di essere indotti alla tentazione di stimoli piacevoli e finire per lasciarsi andare al piacere di mangiare. È importante sottolineare che ciò che spaventa la persona anoressica non è solo il cibo ma qualunque stimolo piacevole, poiché questo viene vissuto come un qualcosa che può ammorbidire la rigida astinenza adottata e far cedere alle tentazioni. Per essere realizzato, questo atto contro natura richiede prima di tutto l’evitamento generalizzato degli altri, fino all’isolamento. Il fatto apparentemente incomprensibile è che questo astenersi da qualunque stimolo piacevole, se protratto nel tempo, si tramuta in una sorta di sublime piacere. È l’estasi di Santa Caterina da Siena e di altre figure religiose o mistiche che, attraverso l’astinenza, raggiungono una forma di piacere che le fa sentire al di sopra della umana carnalità. Questa dinamica rende il disturbo anoressico e la sua patologica solitudine ricercata una omeostasi quasi divina e molto resistente al cambiamento. Georg Lichtenberg scrive: «L’essere umano è così duttile e corruttibile che può impazzire mediante la sua ragione».

Incapacità sessuali. Agli antipodi dell’isolamento e dell’astinenza che inducono all’estasi c’è la solitudine di chi si sente incapace di vivere e di dare piacere. Questo è il caso delle disfunzioni sessuali in cui la persona non riesce a «performare» nell’atto e, gradualmente, evita di mettersi in tale situazione frustrante fino a rinunciarvi, in quello che appare come un equilibrio che protegge dall’onta della vergogna. Questi soggetti desidererebbero più di ogni altra cosa al mondo essere capaci sessualmente ma, a causa di ripetuti e frustranti fallimenti, si sono convinti della loro incapacità e per questo si costringono ad una totale astinenza. Molto frequentemente a questo quadro clinico si associano quello depressivo o quello paranoico, poiché la condanna a tale crudele destino e la rinuncia sfociano in una sofferta solitudine.

Questi individui all’apparenza non sembrano così disperatamente soli; perlopiù sono persone socievoli e gentili e dissimulano la loro sofferenza perché se ne vergognano profondamente. E così finiscono per essere doppiamente soli, sia in mezzo agli altri – che il più delle volte li apprezzano – sia quando si ritrovano con sé stessi e si torturano per la propria incapacità. Non troppo di rado, purtroppo, tutto ciò conduce ad esiti funesti, come nel caso di Cesare Pavese il quale, per l’ennesimo rifiuto ricevuto proprio a causa di una sua incapacità sessuale, dopo aver aspettato invano la donna desiderata sotto la pioggia in una piazza di Torino, decise di togliersi la vita.

Disturbo di personalità paranoico. Tra le psicopatologie maggiori, la paranoia è quel quadro clinico in cui il ritiro sociale è componente essenziale in quanto motivato dal disprezzo verso gli altri e dal detestare un mondo che funziona in modo ingiusto e scorretto. In questo caso è il rifiuto di tutto ciò che non è come dovrebbe essere a sospingere all’isolamento, dal quale vengono lanciati strali di odio e disprezzo verso gli altri e la società degli uomini. Questo disturbo si distingue dalle manie persecutorie in quanto il soggetto si erge a giudice, anzi inquisitore, della realtà e dell’agire dell’uomo, invariabilmente condannato per le sue colpe; spesso egli stesso si sente parte di questa colpevole umanità e tende a punirsi, senza però riuscire mai a espiare il «peccato originale».Parafrasando il filosofo Søren Kierkegaard, che è un esponente esemplare di questo quadro clinico, si è colpevoli comunque, a prescindere dalla colpa. Anche Jean-Jacques Rousseau esprime una tipologia di questo disturbo, quella, però, di chi vuole divenire il profeta che cambia il mondo attraverso le proprie idee. In questo caso, come in quello ancora più estremo di Hitler e di altri despoti sanguinari, il paranoico si erge a maestro di vita per gli altri. Rousseau, autore di un testo che si proponeva come fondazione di una nuova pedagogia, abbandonò i cinque figli in orfanotrofio e, in vecchiaia, solo e triste, scrisse: «Nacqui infermo e malato, detti la morte a mia madre, e questa fu solo la prima delle mie disgrazie» (Rousseau in Boorstin, 1998).

Quando si è soli con gli altri

La solitudine sofferta, come abbiamo visto, può essere vissuta anche in mezzo agli altri, quando la relazione con essi non realizza l’intimità e l’incontro interpersonale che riempiono la voragine del sentirsi soli. Questo è il caso di numerose forme di disturbo e di disadattamento sociale, ma talvolta questa sofferenza può anche celarsi dietro atteggiamenti e comportamenti all’apparenza di piena realizzazione sociale e relazionale, nei quali è proprio lo sforzo di sfuggire alla solitudine che la rende più sentita e sofferta.

Problematiche relazionali. Ci sono volute cinque edizioni del D.S.M. (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), la «Bibbia» della moderna psichiatria, perché i problemi relazionali venissero inclusi nella nosografia psichiatrica. Meglio tardi che mai, verrebbe da osservare, ma del resto quella classificazione diagnostica è il frutto di prospettive medico-organiciste e dell’avvento dei metodi di ricerca statistico-quantitativi, ed è già un ottimo risultato che i disagi psichici e comportamentali derivanti dal malfunzionamento della relazione con gli altri trovino posto al suo interno, visto che si tratta di disturbi non su base biologica. Ma è proprio questo a doverci far riflettere sulla loro sempre più massiccia presenza nel mondo moderno. Si pensi soltanto al fenomeno paradossale della iperconnessione tecnologica e alla sua illusoria promessa di salvare l’umanità dalla solitudine che invece ha prodotto il contrario: persone ancora più tristemente sole, con in più la dipendenza dai social. Non solo: lo sviluppo travolgente delle apparecchiature tecnologiche per la comunicazione in remoto, fruibili in età sempre minore, e la loro promozione che le presenta come indispensabili per l’apprendimento, fa sì che bambini e adolescenti negli ultimi decenni siano cresciuti riducendo drasticamente le esperienze dirette con i coetanei. Questa carenza esperienziale non permette di sviluppare le competenze relazionali che formano grazie alle dinamiche interpersonali di intimità o di scontro, di rifiuto o attrazione, di condivisione o rivalità, di piacere o di dolore, di paura o di coraggio. Sono queste le irrinunciabili esperienze formative che conducono alla costituzione dell’identità personale e alla gestione funzionale delle emozioni primarie, che sono poi le nostre risposte adattive sane nei confronti della realtà – ovvero, con le parole di Daniel Dennett (2017), le «competenze senza comprensione» che ci rendono capaci di fronteggiare il brutto e il bello della vita. Tra le manifestazioni preoccupanti di questa carenza ci sono l’incremento dell’autoerotismo e del cybersex (Nardone, Balbi, Boggiani, 2020), la compulsione al controllo della propria connessione e il costituirsi della dipendenza da internet come vero e proprio quadro clinico; oppure, più semplicemente, forme di timidezza estremizzata e, infine, l’incremento esponenziale dei disturbi di ansia e panico in età giovanile, spesso connessi a difficoltà relazionali.

Ribadisco che con questo non intendo prendere posizione contro l’evoluzione tecnologica di cui tutti fruiamo i vantaggi, bensì invitare a un suo sano utilizzo. Come vedremo più avanti, la risoluzione di queste problematiche richiede, oltre a trattamenti terapeutici specifici nel caso di reali quadri clinici, una vera e propria rieducazione alla relazione diretta con l’altro, dove i vissuti relazionali virtuali non sono annullati ma, come abbiamo visto, usati in modo strategico. Oggi più di due terzi delle conoscenze che i giovani stringono nelle società altamente tecnologizzate sono virtuali; la rete deve diventare il trampolino di lancio per l’interazione direttamente esperienziale e più intima.

La ipersocialità. A questo tipo di realtà relazionale abbiamo già dedicato un’analisi nella prima parte del testo, ma è bene ricordare anche la propagazione epidemica di questo modello di relazione con gli altri. Questa fuga dalla solitudine, che il più delle volte rende ancora più soli, è una dinamica che può essere osservata continuamente non solo nella vita sociale giovanile ma anche di numerosi adulti. La fallimentare equazione sottesa al comportamento ipersociale è: solitudine sofferta = mancanza di relazioni, pertanto se si è in compagnia non si è soli = non si soffre. Questa visione si incardina sulla teoria psicosociale behaviorista, egemone nel mondo accademico e nella ricerca psicologica dominata da decenni dalla produzione scientifica anglosassone basata sulle idee skinneriane (Skinner, 1974), e che determina visioni decisamente influenti in ambito clinico, sia diagnostico che terapeutico. Secondo questa prospettiva la socialità è comunque sana e l’asocialità, anche se motivata, sempre insana: ne deriva che più sono socievole più sarò sano, ovvero meno sofferente.

Questa catena di sillogismi elementari, benché basati su un «realismo ingenuo» (Salvini, 1989) dominano la scena delle pubblicazioni e delle informazioni psicologiche fruibili anche dal largo pubblico, influenzando massicciamente atteggiamenti e comportamenti degli individui e dei gruppi, compresi quelli di numerosi specialisti del settore. Non a caso, tra i giovani è diffusa l’idea che se ti presenti da solo in un posto sei uno «sfigato», e la maggioranza di loro si rifiuta di uscire se non con la garanzia di essere in compagnia per evitare di incorrere in questo stigma sociale. L’equazione in questo caso è: solo = sfigato, sfigato = soggetto da evitare. Come già discusso, però, solitudine e relazionalità sono le due facce complementari della medaglia che rappresenta il sano e funzionale equilibrio della persona; questa necessita di interagire costantemente con sé stessa, gli altri e il mondo senza che nessuna di queste tre componenti della sua esistenza prenda il sopravvento sulle altre, poiché tale sbilanciamento conduce inesorabilmente a esiti infelici. Rendere il rapporto con gli altri il fondamento della gratificazione personale e dell’equilibrio individuale rappresenta una strategia fallimentare, poiché nessun altro è presente quando ci si trova davanti a uno specchio, o quando si è soli prima di addormentarsi o al risveglio, oppure nel dolore di una perdita e nella sofferenza di una malattia. Così come, si badi bene, anche un’intensa sensazione di piacere viene vissuta individualmente persino quando è condivisa, in quanto l’intima condivisione è il veicolo o il moltiplicatore di un felice sentire che è comunque una percezione soggettiva. Si può comprendere come l’altro non è mai abbastanza senza il sé e viceversa il sé non è mai abbastanza senza l’altro ed entrambi non sono abbastanza senza il mondo circostante: questa non è filosofia teoretica bensì vita vissuta, realtà tangibile che anche il principe degli scettici non può negare. Parafrasando Pascal, nulla è più patogeno di non considerare la ragione o di considerare solo la ragione.

Ipocondria. Fra i tradizionali quadri clinici psicologici l’ossessione fobica di ammalarsi gravemente rappresenta uno degli esempi più eclatanti del sentirsi soli con gli altri: l’ipocondriaco infatti tende ad attorniarsi di persone consolatrici e cerca costantemente specialisti in grado di rassicurarlo riguardo alla sua salute, ma tutto ciò non lo salva dall’essere concentrato sull’ascoltare continuamente il proprio corpo, costruendo così una siderale solitudine. Anzi, come ripetutamente dimostrato (Nardone, 1993, 2003, 2016; Bartoletti, Nardone, 2018), è proprio il cercare spasmodicamente rassicurazione ad alimentare la paura delle malattie, poiché anche la più autorevole diagnosi negativa crea un effetto rassicurante che persiste ben poco agli assalti continui dei dubbi patologici, i quali, prima o dopo, riprendono il sopravvento sulla ragionevolezza creando nuove sensazioni di cui spaventarsi e per le quali tornare a chiedere aiuto. La dinamica della ricerca di rassicurazione dapprima calma e poi fa agitare di più, in quanto le ragioni convincono l’intelletto ma non cambiano le emozioni, sospinte dalla percezione del pericolo della malattia: l’ipocondriaco resta così sempre sul ciglio del precipizio, a contemplare sgomento l’abisso che lo sta risucchiando, e per quanto si possa circondare di persone affettuose e di uno stuolo di valenti specialisti, si ritrova tragicamente di fronte al proprio terrore. Talvolta, come magistralmente raccontato da Molière nella sua celebre commedia, l’ipocondriaco manifesta comportamenti tragicomici che inducono il riso in chi li osserva, e ciò rende ancora più sofferta la sua solitudine, rafforzata dal non sentirsi compreso e anzi bollato come malato immaginario.

In realtà, le neuroscienze hanno dimostrato che chi soffre di questo disturbo prova veramente i sintomi della malattia tanto temuta, e il protrarsi nel tempo di uno stato di ansia generalizzata riduce le difese immunitarie e innalza il rischio di ammalarsi. Nonostante ciò, la medicina ufficiale continua a ritenere questa patologia una falsa malattia (Baroletti, Nardone, 2018), perdendo di vista il fatto che contrastare una malattia immaginaria è addirittura peggio che affrontarne una reale, poiché il soggetto deve combattere contro sé stesso e le proprie sensazioni. A questo riguardo fanno testo le parole di uno di questi soggetti rivolte a Cioran (1952): «Sono una marionetta rotta con gli occhi rivolti in dentro».

Disturbo Istrionico Narcisistico. In modo assai diverso dall’ipersociale, il soggetto istrionico necessita sempre di essere popolare, di un pubblico a cui esibire le sue grandi virtù, di un palcoscenico dove recitare la scena della persona invidiabile e straordinaria. Queste persone parlano quasi sempre di sé, se riescono ad ascoltare gli altri per un po’ hanno il bisogno poi di riportare il discorso su di loro e le loro doti o anche le loro sofferenze, che sono sempre e comunque straordinarie; devono sempre mostrare, nel bene o nel male, la loro eccezionalità. Il continuo e strenuo sforzo di apparire superiori li rende pressoché incapaci di empatizzare con gli altri e pertanto, nonostante il loro successo sociale, sono soli.

La sofferta solitudine viene contrastata aumentando lo sforzo esibitivo e quando, come accade il più delle volte, non hanno argomenti reali da sventolare come vessilli delle loro virtù, se li inventano. Questo quadro clinico include così anche quello dei mentitori patologici, capaci di raccontare tante false realtà da finire per credere, a forza di ripeterle, che siano effettivamente vere. Quest’abilità nel mentire sino a convincere sé stessi fa sì che spesso l’istrionico mentitore non venga scoperto, anzi: il suo sublime autoinganno patologico raduna intorno a lui una corte di ammiratori. Del resto il meccanismo alla base di questo importante disturbo di personalità è il bisogno di convincere gli altri per convincere sé stessi e mascherare in primis proprio a sé stessi le grandi fragilità e insicurezze che, infatti, sgorgano come il sangue da una profonda ferita quando l’istrionico mentitore viene scoperto e sbugiardato.

Lo stato psicologico di queste persone è connotato insomma da una sofferta solitudine e fragilità psichica, dalle quali cercano di fuggire costruendosi e recitando il personaggio del vincente; a forza di mettere maschere, però, si perde la capacità di riconoscere il proprio volto. Al di là del personaggio che patologicamente interpretano, questi soggetti non hanno una identità personale definita e, messi di fronte allo svelamento del loro autoinganno, continuano a negare e ad aggrapparsi alla loro maschera protettiva, senza la quale sono perduti perché sentono di esistere solo nell’illusione della loro straordinarietà. Non possiamo non ricordare, infine, gli esempi fornitici dalla storia di soggetti di questo tipo che sono riusciti a ottenere un seguito di massa con esiti davvero funesti.

L’Isteria. Rappresenta una delle più note patologie nel panorama clinico psicologico, esplorata e trattata dai padri fondatori delle terapie psicologiche quali Charcot (1889,1890) e Freud (1888, 1898, 1908), ma è tuttora un quadro clinico di non facile definizione poiché si intreccia o si sovrappone ad altre psicopatologie più facili da diagnosticare. Può, infatti, essere scambiata facilmente per un disturbo di ansia generalizzata o per attacco di panico o addirittura per depressione, in quanto chi ne soffre manifesta sintomi tipici di quei disturbi, ma anche, talvolta, espressioni di forza, tenacia e coraggio che li smentiscono. Il tratto distintivo, comunque, è il bisogno di costanti attenzioni e di sentirsi desiderati; per questo la persona isterica è ipersociale ma molto accentratrice, tanto da non risultare simpatica, anzi: spesso, per le sue reazioni eccessive, viene trovata insopportabile.

Il disturbo si regge sulla costante insoddisfazione che questa persona vive e a cui cerca di sfuggire, finendo per alimentarla invece che ridurla. Molto frequentemente, come avevano evidenziato prima Ippocrate già 2500 anni orsono e Charcot (1890) alla fine dell’Ottocento, l’isteria è associata all’anorgasmia o alla notevole difficoltà nel raggiungere il completo piacere sessuale. Del resto, la sua etimologia riconduce a “utero non funzionante” e il termine fu, infatti, coniato dall’antico medico nell’osservare i disturbi manifestati dalle donne nobili ateniesi in assenza dei mariti in guerra lontani da loro. Queste manifestavano crisi di nervi con esplosioni di pianto o rabbia, somatizzazioni e paure immotivate, continui sbalzi di umore e il bisogno costante di compagnia. Le moderne isteriche non si discostano molto dalle osservazioni di Ippocrate se non per il fatto che oggi le possibilità sociali e di contatto con l’altro sono enormemente amplificate e, pertanto, sia la soddisfazione concreta dei sensi che il sentirsi desiderate può essere ricercata in molti più modi di allora; resta il fatto che il più delle volte queste strategie hanno esisti fallimentari. Difatti, più si cerca di piacere forzando la mano su atteggiamenti smaccatamente seduttivi e talvolta provocatori e volgari, meno si piace; più si insegue il piacere e più, paradossalmente, lo si fa fuggire. La persona isterica vive in allora questa «dannata solitudine» di piacere mancato, prodotta proprio dai suoi strenui sforzi per ottenerlo.

Binge-eating e vomiting. Tra le forme di psicopatologia caratterizzate da elevata socialità e al tempo stesso un acuto senso di solitudine trovano spazio i disordini alimentari nei quali non c’è ritiro sociale e isolamento generalizzato, bensì alternanza tra il vivere intensamente il rapporto con gli altri e, di nascosto, la compulsione alimentare. Due sono i quadri clinici in cui si osserva tale ambivalenza: il binge-eating e il vomiting, impropriamente definito Bulimia nervosa (Nardone, Verbitz, Milanese, 1999).

Nel primo caso il disturbo si manifesta in colossali abbuffate che richiedono parecchie ore di digestione – quello che abbiamo chiamato «effetto pitone» perché, come nel caso del grande serpente, queste persone rimangono pressoché bloccate con la pancia dilatata per poter digerire l’enorme massa di cibo ingerita. Dopodiché, per giorni controllano la dieta e vivono intensamente le relazioni personali e professionali, per ricominciare, di solito nei weekend nei quali spariscono, con le pantagrueliche abbuffate. In genere sono soggetti che appaiono agli altri come molto in gamba e realizzati ma con qualcosa di misterioso, frequentemente ricoprono ruoli di grande responsabilità o comunque attività per le quali è richiesto grande controllo di sé e degli altri. La loro vita è rigidamente pianificata anche nel piacere, che si concedono in segreto; tale modello può durare anche per tutta la loro esistenza, poiché è decisamente funzionale ai loro scopi, anche se poi, in fondo, queste persone sono profondamente sole. Non di rado non costruiscono una famiglia, apparentemente perché «scelgono la carriera», mentre a influenzarle è più il loro subdolo disturbo, che fa loro credere di avere il massimo controllo su di sé, mentre in realtà è lui a controllare loro. Se la solitudine è teatro del loro disturbo, diventa particolarmente sofferta in età avanzata, quando, una volta smesso di dedicarsi alla carriera, si rendono conto di ciò a cui hanno rinunciato. Tuttavia, una buona parte riesce persino a costruirsi una famiglia, in cui però è il partner a dover svolgere in gran parte la funzione genitoriale e a rispettare il loro «equilibrato squilibrio» alimentare che, comunque, li rende incapaci di godersi appieno le relazioni affettive poiché risucchia come un irrefrenabile vortice il loro desiderio, mantenendo il primo posto tra i piaceri.

Nel caso del Vomiting la situazione è in genere ben più grave, poiché raramente il soggetto è in grado di mantenersi in un’«equilibrato squilibrio»: se infatti mangiare enormi quantità di cibo per poi vomitarlo appare all’inizio una buona soluzione per concedersi il piacere senza pagare il pegno dell’ingrassare, rapidamente si trasforma in un’irresistibile compulsione che conduce alla totale perdita di controllo dei propri impulsi (Nardone, Valteroni, 2014, 2017). Il mangiare seguito dal vomito autoindotto rappresenta una delle peggiori psicopatologie, sia per i suoi nefasti esiti fin troppo frequenti – morte per arresto cardiaco dovuto a un abbassamento del tasso di potassio nell’organismo o gravi danni agli organi centrali che possono condurre a vere e proprie gravi invalidità – sia per la condizione di vita che crea, connotata da disinteresse e demotivazione per qualunque altra cosa. La compulsione divora lo spazio a qualunque altra esperienza piacevole, persino alla vita sessuale. La persona diviene come «posseduta» da questo demone che travolge e si impone su tutto il resto: affetti, desideri, motivazione e relazioni ne vengono fortemente condizionati e ridimensionati nel loro potenziale emozionale. Nelle forme meno severe, tuttavia, questo disturbo permette di vivere una vita, come nel caso del binge-eating, apparentemente realizzata: queste persone sono dotate di grande abilità nei rapporti sociali, spiccata intelligenza e marcata sensualità, e risultano pertanto decisamente attraenti e ricercate, costruiscono relazioni sentimentali stabili e anche famiglie felici, a patto che, in questo caso, il partner rispetti totalmente lo spazio che devono e vogliono dare al loro rituale compulsivo. A differenza del caso precedente, sono persone relazionalmente molto calde e che coltivano gli affetti, madri molto presenti ed efficienti, ma sempre a condizione che non venga messo in discussione l’incontro col loro «demone»; se ciò accade si trasformano in furie o in glaciali e squalificanti provocatrici di conflitti. Siccome realizzare e mantenere un tale funambolico equilibrio di coppia non è impresa facile, il più delle volte queste persone costruiscono e rompono le relazioni sentimentali, alle quali comunque rimangono attaccate poiché i loro rapporti tendono a essere legami morbosi.

Come si può ben comprendere, chi soffre di questa grave patologia vive nel paradosso di essere ricercato e desiderato, con legami forti ma ambigui, ma in realtà è profondamente solo, poiché non riesce ad assaporare e condividere fino in fondo sensazioni ed emozioni, risucchiate dalla compulsione. Questa svolge anche la funzione di sedativo e antidepressivo quando le cose vanno male, ed è vissuta quindi come l’immancabile compagna di viaggio esistenziale a cui bisogna sacrificare tutto il resto.

Quando si è incapaci di stare soli

Questa classe di disturbi psichici e comportamentali è accomunata dal fatto che l’individuo non riesce a stare solo, pena l’essere aggredito dalla sintomatologia specifica del quadro clinico. Appartengono a tale tipologia i disturbi fobico-ossessivi nella loro gran parte, così come alcune forme di problemi relazionali e di patologie mentali superiori in cui la sintomatologia prevalente è la paura, fino al panico, all’angoscia abbandonica, e all’estrema disperazione. Il soggetto si sente totalmente incapace, annichilito e disarmato senza la presenza o l’aiuto degli altri; al tempo stesso sono proprio la rassicurante e protettiva presenza degli altri e l’aiuto che gli offrono ad alimentare e peggiorare il suo problema.

Attacchi di panico. La psicopatologia più frequente negli esseri umani, poiché ne colpisce, secondo le ultime stime (Nardone, 2016), circa il 30%, è l’epifenomeno per antonomasia dei disturbi in cui l’individuo non riesce a stare solo e necessita della rassicurante presenza di persone in grado di soccorrerlo nel caso in cui venga aggredito dal panico. Questo si manifesta con l’incontenibile sensazione di morire o perdere totalmente il controllo della propria mente e dei propri comportamenti; può avere numerose varianti, dal timore di morte fulminate alla fobia di diventare rossi e sudare in pubblico, dalla paura di impazzire a quella paralizzante alla vista di un piccione, dal terrore degli spazi chiusi a quello degli spazi troppo aperti (Nardone, 1993, 2000, 2003, 2016). A ciò si aggiunge che la reazione di panico rappresenta il picco sintomatologico di numerose altre psicopatologie, come il disturbo post-traumatico, i disturbi ossessivo-compulsivi, la patofobia e l’isteria (Nardone, Portelli, 2005). Per questo la paura patologica viene ritenuta la più pervasiva tra le sintomatologie psicologiche.

In questa sede, però, ci riferiamo al disturbo da attacchi di panico non come acme espressiva di un’altra patologia, come negli ultimi casi citati, bensì alla sua pura forma di disturbo fobico, poiché è in questo caso che l’individuo non riesce a stare da solo, sentendo di non essere in grado di fronteggiare in prima persona ciò che gli accade. Al tempo stesso è proprio il suo delegare agli altri ciò che dovrebbe fare da solo a far aumentare a dismisura il senso di sfiducia in sé stesso e, quindi, la paura di affrontare senza aiuto le situazioni temute. Sul piano del sentirsi soli, il paradosso che si viene a creare è che più il fobico è aiutato e protetto, più sente la glaciale solitudine d’essere sottoposto alla patologica paura che nessuno può superare al suo posto.

Come abbiamo visto, di fronte alle nostre emozioni primarie, di cui la paura è la più potente, si è sempre e comunque soli, poiché la loro percezione è soggettiva: si può condividerla ma mai delegarla. Se non si è in grado di gestirla e se da meccanismo adattivo diviene risposta disadattiva, la sensazione è quella della disperata solitudine di chi si sente in balia di un nemico invincibile. Il tentativo di rifuggire da tale rabbrividente esperienza mediante l’altrui protezione rende ancora più spaventosa la realtà, e il soggetto orfano della speranza.

Disturbo ossessivo-compulsivo. In alcune varianti di questa patologia il meccanismo che si viene a creare è lo stesso di quello degli attacchi di panico con, tuttavia, l’aggravante che in questo caso le persone che danno aiuto, il più delle volte i famigliari, sono costretti a eseguire a loro volta i rituali ossessivo-compulsivi che il soggetto non riesce più a realizzare completamente in prima persona. Così facendo, se alleviano inizialmente il terrore del loro caro, confermano la veridicità della fobia che costringe all’esecuzione dei riti da svolgere per sentirsene salvi e, pertanto, ne alimenta la potenza.

È da notare che molto frequentemente la fobia da cui parte il disturbo ossessivo-compulsivo è irragionevole se non totalmente assurda: nei casi di ritualità preventiva o riparatoria (Nardone, Portelli, 2013) la razionalità portata all’estremo conduce all’irrazionalità, per cui i controlli vengono ripetuti senza fine così come i lavaggi o le igienizzazioni oltrepassano qualunque buona norma di salute; nel caso di rituali propiziatori è ancora più evidente l’assurdità del ripetere azioni, visualizzazioni o ripetizioni di pensieri per far sì che le cose vadano bene. Alimentare, attraverso un aiuto che ne confermi la validità, tali atti, conduce al peggioramento del disturbo e ai suoi esiti di paura disperata. Di nuovo, l’evitare la lotta solitaria con le proprie patologiche paure, l’unica che può essere davvero vincente, rende disperatamente incapaci e in balia della fobia.

Disturbo di personalità dipendente. Quando un soggetto cresce abituato a essere protetto e a non affrontare autonomamente alcuna sfida od ostacolo, oppure si evolve senza superare o estinguere un disturbo fobico, tende a strutturare il disturbo di personalità dipendente, ovvero il bisogno patologico di qualcuno da cui dipendere poiché si è incapaci di fronteggiare le peripezie, le sofferenze e i timori a cui, inesorabilmente, il cammino della vita espone chiunque di noi. Questo quadro clinico ha avuto negli ultimi decenni una crescita esponenziale nelle società del benessere in cui si è sviluppato uno stile famigliare e sociale iperprotettivo (Nardone, Giannotti, Rocchi, 2001) nei confronti di bambini e adolescenti, impedendo loro di sviluppare la fiducia nelle proprie risorse. L’autostima non è un dono naturale ma una conquista esperienziale, e la fiducia in sé stessi passa attraverso il superamento di ostacoli e frustrazioni per realizzare i propri desideri e scopi (Nardone et al., 2012). In assenza di un percorso evolutivo di questo tipo l’individuo sviluppa insicurezza personale e dipendenza dalle figure di riferimento le quali, di nuovo, rispondendo alla richiesta di protezione convalidano la sua insicurezza e ne aumentano la portata. Come si può ben intendere, questa severa patologia psichica e comportamentale è sostenuta e sospinta sia dall’agire dell’individuo che da quello delle persone a lui più prossime, le quali, con le parole di Oscar Wilde, «con le migliori intenzioni ottengono gli effetti peggiori».

Le persone che ne soffrono sono incapaci non solo di affrontare le situazioni ma anche di assumersi qualunque responsabilità decisionale e richiedono costantemente sostegno, aiuto e protezione, per cui i loro cari si sentono obbligati a intervenire perché non cadano preda dell’angoscia; questo rende davvero difficile gestire il rapporto con loro in maniera non disfunzionale. Come più volte affermato, i timori, le paure e le fobie possono essere superati solo in prima persona; nessuno può farlo al nostro posto. Quando viene a costituirsi un modello relazionale in cui gli altri sono ostaggio del nostro star male e sono costretti a offrire aiuto anche quando sanno di non fare la cosa giusta, la patologia appare qualcosa di inamovibile.

Questa tipologia di disturbo evidenzia in maniera inequivocabile il rovescio della medaglia della sofferta solitudine, nel senso che se non si è in grado di essere da soli nell’affrontare e superare i nostri limiti, la compagnia e il sostegno degli altri divengono patologici. L’assenza di solitudine, vissuta e gestita, diviene il problema.

Relazioni morbose. Questa classe di problematiche raccoglie al suo interno numerose e differenti tipologie di relazione, tutte, però, connotate dall’impossibilità delle persone di fare a meno le une delle altre: si spazia dal rapporto vittima/aguzzino ai legami morbosi genitori/figli alle complementarietà patologiche di coppia, alla rivalità che lega i contendenti, fino all’effetto Pigmalione.2 Questo solo per fare qualche esempio delle pressoché illimitate modalità di espressione di una relazione morbosa alla base della quale sta il bisogno assoluto dell’altro con il quale si è costruito un legame, anche solo immaginario, come nel caso dello stalking (Barsotti, Desideri, 2011), in cui lo stalker non riesce a rinunciare nemmeno in virtù di gravi rischi legali all’immaginarsi prima o poi insieme alla persona amata, che poi, nella maggioranza dei casi, è un’ex fidanzata perduta. Tuttavia, nella maggioranza delle relazioni morbose l’incapacità di staccarsi appartiene a entrambe le parti, nonostante il legame faccia soffrire piuttosto che gioire e la relazione venga riconosciuta come malata o tossica e la si voglia deliberatamente chiudere ma non ci si riesca. Numerosi legami di coppia si mantengono grazie a tali dinamiche, ma in questo caso la motivazione più usuale è la paura di uno dei due o di entrambi di rimanere solo.

Abbiamo visto che il rapporto con gli altri è il primo e più antico modo per cercare di rifuggire dalla sofferta solitudine; secondo Camillo Loriedo (2010), grande esperto di terapia della coppia, si sta più insieme per paura che per amore. È l’incapacità di stare da soli per la paura di soffrirne troppo che spinge, più del desiderio, a legarsi agli altri, siano questi partner sentimentali, amici o colleghi. L’uomo è sì un animale sociale per cui le relazioni affettive sono importanti quanto l’aria che respira, ma se queste sono tossiche deve avere la forza di rinunciarvi per non esserne avvelenato. Questo però richiede l’aver sviluppato la capacità di attraversare periodi di solitudine.

Inoltre, chi non è in grado di stare da solo tende a farsi piacere chiunque sia in grado di salvarlo dalla sofferta solitudine; il bisogno di ripararsi da tale intemperie influenza il desiderio, facendo intravedere meravigliose virtù anche nella persona meno dotata. In questa maniera «umana, troppo umana», direbbe Friedrich Nietzsche (1878), il soggetto si costruisce la trappola nella quale poi volontariamente si va a imprigionare.

Le crisi da abbandono. In stretta relazione con le patologie relazionali precedenti è senza dubbio la disperata sofferenza di chi viene abbandonato dalla persona amata. In questo caso l’atroce senso di essere rimasti soli supera per tragicità persino la perdita da lutto: queste persone dichiarano che se l’amata/o fosse scomparso se ne farebbero una ragione, mentre l’essere stati rifiutati o l’aver preferito un’altra/o non permette consolazione.

Qui l’inconsolabile solitudine nella quale il soggetto si trova sprofondato si somma con il dolore del rifiuto ricevuto, un cocktail emotivo davvero velenoso anche per i più forti e che purtroppo nessuna medicina può guarire. Si può solo attraversare tale sofferenza per venirne fuori, ovvero toccare il fondo di tale abisso per poi riemergerne, ma spesso la persona abbandonata non riesce a farlo, e così il suo sentirsi disperatamente sola si protrae e non di rado conduce a gesti estremi. Spesso questo stato di profonda, motivata depressione viene trattato chimicamente, ma se da una parte ciò allevia il dolore della perdita sedando le reazioni fisiologiche, dall’altra non permette al soggetto di elaborare i tragici eventi e ritarda la rinascita personale dopo il crollo emotivo. Mai dimenticare che, come la febbre guarisce da una intossicazione, il dolore è un’emozione primaria adattiva che guarisce dalla sofferenza affettiva e psicologica.

Riflessioni a margine

La carrellata di psicopatologie esposta è ben lungi dal voler essere esauriente di tutte le possibili forme di sofferenza associate al sentirsi disperatamente soli, che questo sia la conseguenza o la causa del problema, il modo per sfuggirgli o per alimentarlo, poiché esse sono pressoché illimitate. Le percezioni soggettive, infatti, possono essere indotte non solo da esperienze reali bensì anche da prodotti dell’immaginazione, da convinzioni irrealistiche quanto da stati alterati di coscienza. La solitudine, da ombra che ci accompagna costantemente anche quando non ce ne rendiamo conto, è comunque un’inseparabile compagna di viaggio che nel caso dei disturbi psichici e comportamentali svolge un ruolo non certo minore. Per questo motivo, come vedremo nella terza parte del volume, la cura della sofferta solitudine si intreccia con le terapie delle diverse psicopatologie, a seconda di come può influenzarle o esserne influenzata, o della misura in cui ne rappresenta un fattore cruciale.