Capitolo 6
La mesta solitudine: il malato e il morente soli

Mai come in questo periodo storico il mondo ha dovuto fare i conti con l’isolamento forzato, ma se per la maggioranza di noi si è trattato di una sgradevole e stressante condanna, si immagini cosa possa essere stato per i malati, in primis i malati di Covid-19, ma anche per gli altri malati che si sono trovati in regime di pressoché totale isolamento preventivo negli ospedali e nelle strutture sociosanitarie. Si pensi poi a coloro che sono morti senza poter avere vicino i propri cari e ai quali è stata negata anche la possibilità dei riti funebri, che svolgono un importante ruolo rituale di passaggio per chi resta. Queste condizioni estreme, rese obbligatorie dalla lotta contro la pandemia, hanno portato all’attenzione di tutti una condizione vissuta anche in situazioni considerate normali: la solitudine che vive il malato, con le angosce e la disperazione di chi si trova ai passi finali della propria esistenza.

La nostra società, in nome dell’esaltazione del benessere a tutti i costi, tende a negare la sofferenza. Il dolore viene continuamente allontanato come se fosse la peggiore delle sciagure, perché è l’opposto del tanto agognato e ricercato piacere. La convinzione illusoria che evitare la sofferenza equivalga a stare bene e di conseguenza a essere felici è uno dei prodotti della visione economicocentrica egemone nelle società sviluppate, e prova ne è che la forma di tossicodipendenza attualmente più in crescita è quella da antidolorifici.

In realtà la felicità e la solitudine sono due fenomeni soggettivi e qualitativi che sfuggono ai criteri quantitativi di una prospettiva che riduce ogni cosa a prodotto. La disumanizzazione del trattamento del malato è divenuta, non a caso, un argomento fondamentale nel dibattito sull’evoluzione della medicina; il medico che, nella maggioranza dei casi, non tocca più il suo paziente ma si affida alle analisi strumentali e comunica con lui dando ben poca attenzione alle sue emozioni, senza tener conto degli effetti, sia positivi che negativi, placebo o nocebo, del relazionarsi con chi riceve le sue cure. Spesso la giustificazione che viene addotta è l’eccesso di lavoro e la necessità di non perdere tempo, mentre in realtà è noto che l’attenzione alla relazione e alla comunicazione con il paziente fa risparmiare tempo e incrementa l’esito positivo delle terapie: insomma è, a conti fatti, economicamente vantaggiosa. Peccato che nella professione medica questi aspetti della cura vengano sempre più ritenuti degli optional, mentre ci si occupa sempre più della tecnologizzazione dei trattamenti.

In un’atmosfera dove a dominare sono le macchine, il malato si sente oggettivato e disumanizzato, una sensazione che si amplifica a dismisura se la patologia è considerata infausta: il malato che diviene morente perde di interesse per chi ha lo scopo di guarirlo. È una guerra persa che si vuole evitare, una sconfitta che la medicina tende a voler rimuovere; il paziente è importante se può guarire, altrimenti è una zavorra. Per questo negli ultimi decenni sono stati realizzati i reparti di cure palliative per i malati terminali, ma questa tentata soluzione, per quanto molti operatori vi si dedichino anima e corpo, produce un ulteriore isolamento del malato-morente, poiché anche i famigliari trovano ben più comodo e meno emotivamente stressante affidarlo a chi si saprà prendere cura di lui in maniera più «adeguata». Di nuovo l’aspetto freddamente clinico prende il sopravvento sulla dinamica affettivo-relazionale, con, nella maggioranza dei casi, il beneplacito congiunto di famigliari e medici. Tutto ciò può indurre il malato-morente a sentirsi disperatamente solo e abbandonato proprio quando, per la sua debolezza e fragilità, avrebbe più bisogno di amorevole compagnia. La società contemporanea ha perduto il senso della «buona morte» per concentrarsi solo e soltanto sulla buona vita, bypassando con una leggerezza impressionante gli insegnamenti di tutte le tradizioni culturali, religiose e non, in cui la cura del malato e del morente sono parte dei fondamenti del sentirsi parte di una comunità e, pertanto, non soli.

La sensazione di non contare più nulla per gli altri, spesso persino per i propri cari, è sicuramente tra le peggiori espressioni del sentirsi soli, e ne sono un esempio tragico le numerose testimonianze dei malati di Covid-19, che raccontavano della disperazione per l’angoscia di non venirne fuori unita alla sensazione di essere disperatamente soli in quella terribile battaglia. Questo deve far riflettere sull’importanza di qualcosa che viene naturale evitare di pensare sino a quando non se ne è colpiti. Pascal soleva dire che gli uomini per affrontare meglio la morte hanno acquisito l’abilità di non pensarci. Ma una comunità che pone poca attenzione all’inevitabile fine dell’esistenza di ogni suo membro non è degna di essere definita tale, e la moderna organizzazione sociale deve imparare anche a guardare al passato per vedere il futuro restituendo dignità sia alla malattia che alla morte.

Più volte mi è stato chiesto come si potrebbero educare i giovani a essere meno egoisti e irresponsabili e più sensibili all’altro; la mia risposta è sempre stata la stessa: «Fateli stare per qualche mese a dare una mano in un reparto di malati gravi o, meglio, già terminali, meglio ancora se bambini». Dopo un po’ anche i più cinici e insensibili perdono la loro armatura difensiva e si sciolgono in una relazione empatica con chi soffre. Quando il destino mi ha costretto a vivere un’esperienza siffatta, come se non avessi vissuto già abbastanza sofferenze nella mia vita, ne ho avuto io stesso la prova tangibile. Stare in un reparto di neonati affetti da gravi patologie, nella maggioranza dei casi con esito funesto se non adeguatamente curate, vedere quelle piccole anime attaccate alle macchine nelle loro cullette, non può non ispirare in noi un senso di vicinanza; vorremmo fare qualsiasi cosa per loro, e troviamo in noi quel senso di comunione con l’altro che esercitiamo troppo poco. Allora la cura dell’altro diventa anche cura di sé, e non far sentire solo l’altro fa sì che anche io non lo sia.

Se è vero, come ha sostenuto Heidegger, che «ognuno muore solo», ma che tutti condividiamo lo stesso destino di «essere-per-la morte», allora l’«essere con» il malato morente è, paradossalmente, il miglior antidoto alla sua e alla nostra solitudine.

Riflessioni a margine

Quanto esposto sin qui è ben lungi da essere una completa trattazione del fenomeno solitudine in tutte le sue possibili sfaccettature, perché questa si insinua pressoché ovunque e, come un virus, se non ci si immunizza si propaga, si espande fino a conquistare la mente e l’anima. Abbiamo visto che ci si può sentire soli in qualunque esperienza, anche la più felice, e che più siamo coscienti della nostra solitudine, più la alimentiamo; con le parole di Cioran, uno dei rappresentanti del moderno scetticismo (1952): «Gli argomenti della ragione sono altrettanto inefficaci degli artifici della speranza».

La solitudine è l’ombra che ci segue e dalla quale non possiamo mai definitivamente liberarci, per cui dobbiamo solo imparare a gestirla, consapevoli che può essere croce o delizia, a seconda di come interagiamo con lei. Sono ancora le parole di Cioran a offrircene una toccante rappresentazione: «Ero andato lontano per cercare il sole; e il sole, finalmente trovato, mi era ostile. E se andassi a gettarmi dalle scogliere? Mentre facevo considerazioni piuttosto tetre, guardando quei pini, quelle rocce, quelle onde, sentii improvvisamente sino a che punto ero attaccato a quel bell’universo maledetto» (Cioran, 1987).