Capitolo 3
Solitudine, cervello ed emozioni
Le moderne neuroscienze sono percepite dai più come una delle aree più promettenti della ricerca scientifica, poiché permettono di svelare tutti i meccanismi segreti del nostro cervello e le complesse dinamiche della nostra mente. Oltre a questo entusiasmo, spesso eccessivo, (Nardone, 2019 Koch, 2012), bisognerebbe adottare anche un sano dubbio metodologico (Legrenzi, Umiltà, 2009; Nardone, 2017), per evitare di farsi ingannevoli illusioni, come quella di credere che una neuroimmagine sia la fedele fotografia o il filmato del cervello. Si deve sapere, infatti, che si tratta in realtà di rappresentazioni computerizzate dei movimenti dei liquidi nel sistema nervoso centrale, rese così immediatamente «credibili» dalla tecnologica grafica.
All’interno di questa nondimeno importante e affascinante area di studio ci sono due visioni antagoniste del funzionamento cerebrale: quella definita «locazionista», che si basa sull’idea di zone specifiche responsabili di altrettante specifiche risposte a determinati stimoli, e quella «costruttivista», fondata sull’idea che in ogni singola attivazione neurale sia implicato tutto il sistema. Da una parte, quindi, abbiamo coloro che analizzano il ruolo delle singole parti del sistema come se fossero indipendenti; dall’altra chi ritiene che ci sia sempre un’interazione sistemica globale. Si tratta della classica opposizione tra due metodologie di ricerca: quella che ritiene che per studiare un fenomeno si debba differenziarne le componenti e poi ricomporre l’insieme e quella secondo la quale questa frammentazione in elementi distinti non abbia valore poiché l’insieme, nel suo funzionamento, è più della somma delle sue singole parti. Lindquist (2012), in un’aggiornata rassegna sul tema, offre una dettagliata esposizione di questo dibattito interno alle neuroscienze che per la nostra trattazione non è irrilevante né di rilevanza puramente accademica, poiché rappresenta le lenti che indossiamo nel guardare ciò che osserviamo. Nel caso della solitudine questo significa verificare, per quanto ci è possibile, cosa e come si attiva nel nostro sistema nervoso centrale e come questo inneschi le risposte emozionali dell’individuo, oppure come le emozioni che si attivano, in virtù di determinate percezioni, innescano le reazioni fisiologiche cerebrali. Ciò che entrambe le prospettive evidenziano è che la solitudine sofferta attiva le zone cerebrali del dolore e dell’allarme nei confronti di ciò che la provoca (Cacioppo, 2008; Pallanti, 2017), correlate, non si sa bene se in un nesso causa-effetto, alle due emozioni primarie del dolore e della paura, le quali, nel loro ruolo naturale di «competenze senza comprensione» (Dennet, 2017), innescano le reazioni di difesa dell’organismo e dell’individuo nei confronti di ciò che fa male e di ciò che spaventa. Al contrario, la solitudine felice attiva zone cerebrali correlate al piacere; anche in questo caso il meccanismo adattivo delle emozioni attiva le risposte adeguate, che in questo caso saranno la ricerca e la consumazione (Pallanti, 2017) Ne consegue, dunque, che i contributi conoscitivi che derivano dalle neuroscienze rispetto al fenomeno solitudine aggiungono, al di là di una mappatura delle attivazioni cerebrali, ben poco a quanto già empiricamente ben noto e naturalisticamente osservabile. Certo se, come purtroppo spesso accade, si pensa di intervenire sulla solitudine sofferta inibendo chimicamente, elettricamente o chirurgicamente le zone cerebrali ritenute responsabili di tale stato, tutto cambia, e si comprende anche per quale ragione le ricerche di tipo locazionista sono molto più finanziate di quelle costruttiviste. Nel primo caso infatti l’intervento terapeutico sulla sofferenza sarà di tipo farmacologico, elettromagnetico o chirurgico; nel secondo caso, ovvero se si utilizza una metodologia di ricerca costruttivista, la terapia sarà obbligatoriamente psicologica ed esperienziale. Lo stesso vale per la solitudine felice: in un caso, si può pensare di produrla artificialmente; nell’altro, invece, può essere solo il prodotto di esperienze realmente vissute o anche solo immaginate, basta che siano percepite. Nel caso della solitudine ricercata come elevazione del sé i più optano per l’ipotesi di costruirla tramite l’esperienza guidata e l’immaginazione sospinta; nel caso di quella sofferta, come vedremo nei capitoli a essa dedicati, la via terapeutica più facile e più applicata è quella chimica-farmacologica.
È comunque chiaro che, proprio come psicologia, nemmeno le neuroscienze sanno classificare con precisione il «fenomeno» solitudine: se ne parla, per esempio, come sentimento, emozione sociale, stato d’animo, percezione negativa, condizione fisiologica alterata o soluzione disfunzionale a un altro disagio.
Se però usciamo dagli schemi conoscitivi ordinari delle discipline scientifiche possiamo notare che la maggioranza degli studiosi descrive la solitudine non come fatto oggettivo, ma come stato soggettivo: il sentirsi soli è una percezione individuale. Anzi, potremmo affermare che è il fondamento della autonomia personale; del resto l’etimologia stessa della parola riconduce alla separazione dell’individuo da ciò che è a lui esterno; si è inesorabilmente soli nel nostro percepire le cose e noi stessi in qualità di sistema vivente in grado di gestirsi. Man mano che l’essere umano costruisce la propria indipendenza, la separazione angosciante dal genitore osservabile nell’infanzia lascia il passo al desiderio di autonomia, spesso irresponsabile, dell’adolescente e poi cosciente dell’adulto. Il sentirsi soli è uno stato che matura con la scoperta graduale dell’essere in un sistema vivente fisiologicamente autonomo e che gli altri lo sono nella stessa misura. Nel corso di tale evoluzione naturale, il bisogno e il desiderio dello scambio con l’altro ci mettono poi la loro pesante mano, facendo sì che il soggetto si trovi ad oscillare tra la necessità di fusionalità con l’altro e con il mondo e il bisogno di rapportarsi con sé stesso. In altri termini, si viene a creare interdipendenza, talvolta anche conflittuale, con l’altro, con il mondo e con sé stessi. Questa ineludibile prerogativa del vivere di per sé crea continue, altalenanti percezioni tra cui il sentirsi soli nelle sue innumerevoli sfaccettature, poiché una delle altre caratteristiche della solitudine, come abbiamo visto, è il suo essere polimorfa, avere tante possibili differenti forme, tutte basate sul percepirsi in tale condizione. Potremmo allora affermare che la solitudine è una percezione di uno stato o di una condizione che innesca differenti attivazioni nell’organismo a seconda se se ciò che è percepito è piacevole o doloroso.
La paura o la rabbia di essere soli sono il prodotto secondario o del dolore sperimentato che crea l’allarme del suo ripresentarsi, o della frustrazione di un piacere che viene meno. Il considerare la solitudine una percezione di sé ne spiega le tante sfaccettature e varianti così come i numerosi livelli di intensità, e la rende un fenomeno eminentemente qualitativo; è chiaro, tuttavia, che se diviene una condizione persistente e di elevata intensità, il dato quantitativo fa differenza nei suoi possibili effetti di dolore o di piacere. Per essere più chiari, soffrire di momenti di solitudine non è la stessa cosa di sentirsi costantemente soli, così come provare uno stato di «pienezza» nell’eseguire un esercizio di meditazione non è la stessa cosa della condizione permanente di estasi del mistico. La qualità della percezione determina dunque la specifica risposta emotiva, mentre la quantità produce l’intensità e la persistenza degli effetti. Questa considerazione è importante prima di tutto, come vedremo, nel caso delle psicopatologie che nella solitudine sofferta trovano sia l’origine che l’effetto; la loro cura sarà influenzata da questo tipo di valutazione. Ma anche nella valutazione di una persona «normale»1 il gradiente e la qualità del suo «sentirsi sola» rappresenta un non sottovalutabile indicatore per conoscerne le prerogative psicologiche. Nel suo studio sulle personalità, il noto psicologo Eysenk (1975), uno dei fondatori della psicologia operazionale insieme a Cattel (1950), faceva riferimento ai concetti di «introversione» ed «estroversione» come due elementi contrapposti e fondamentali in una valutazione del soggetto, tanto da farne un criterio del suo famoso test di personalità. Purtroppo, però, si è limitato a formulare la misurazione quantitativa e l’elaborazione statistica testologica di questo costrutto, indagandone ben poco gli aspetti qualitativi, ben più salienti. È bene ricordare che senza la considerazione della qualità di un fenomeno la sua quantità non ha alcuna utilità. Le inclinazioni di una persona ad essere solitario e introverso o molto sociale ed estroverso indicano una sua caratteristica importante e si deve sottolineare che nessuna delle due è migliore dell’altra; entrambe all’eccesso divengono patologiche, ma questo vale per ognuna delle nostre prerogative: una virtù estremizzata diviene un difetto tanto quanto un difetto ben dosato diviene un pregio. Il soggetto equilibrato oscilla, come ci indica già la saggezza antica (Deng, 1999; Seneca, 1974), sia orientale che occidentale, tra isolamento e socialità, tra lo sviluppo delle proprie individuali caratteristiche e lo scambio relazionale con gli altri, tra l’espressione della propria libertà e il rispetto delle norme sociali di convivenza. Tante altre sono le oscillazioni equilibrate tra le contrastanti inclinazioni che un essere umano si trova a sperimentare nel corso della sua esistenza, e proprio questa capacità lo rende flessibile, creativo e al tempo stesso attento e rigoroso nel suo agire mantenendosi in equilibrio. Poiché la vita di ognuno è, comunque, un continuo esercizio di abilità funamboliche.