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Qualcuno o qualcosa stava picchiando contro l’edificio al ritmo continuo e regolare di una martellata.
E non potevano essere tuoni, né un terremoto.
Un gruppo di uomini e donne, rispondendo all’ordine silenzioso del vecchio, uscì dalla sala e andò di corsa a controllare cosa stava succedendo. E siccome il potente martellare non accennava a cessare, il vecchio impartì ordini con dei gesti a quelli che erano rimasti.
Suo figlio slegò le mani a Teodoro e si precipitò insieme a lui verso il punto dell’edificio da cui stavano provenendo i colpi.
Caffarel e Conon furono afferrati da due uomini e trascinati via, ma appena oltrepassarono la soglia della sala, nella quale erano rimasti solo il vecchio e pochi altri, ci fu un fragore possente.
I colpi cessarono e si trasformarono all’istante in urla concitate e spari di arma da fuoco.
L’inconfondibile suono della battaglia.
«Slegami», disse Conon a Caffarel.
Si diedero le spalle a vicenda e cominciarono a muovere freneticamente le dita sulle corde che avvinghiavano i loro polsi. Nel frattempo in un’altra parte dell’edificio stava succedendo un inferno. Grida e spari mescolati all’aria affumicata di grasso animale.
Una voce urlò: «Professore! Signor de Solis!».
E allora capirono cosa stava succedendo.
Era Nicolas.
Chissà come, li aveva trovati. Doveva aver sfondato un accesso con l’ariete e, a giudicare dalle voci e dai colpi di moschetti, fucili e pistole, aveva portato con sé parecchi uomini.
«Professore!».
Caffarel gettò a terra la corda, si massaggiò i polsi e urlò: «Siamo qui!».
Ma Nicolas, con tutto quel baccano, non poteva sentirlo.
Conon si lanciò fuori dal vestibolo.
Quando arrivarono nell’androne, la prima cosa che videro furono alcuni corpi per terra; erano membri della famiglia Kagemni; altri si erano portati al riparo delle colonne con fucili in mano ed esplodevano colpi in direzione dell’ingresso.
La lastra di pietra da cui erano entrati Conon e Caffarel era stata sfondata, e il tronco d’albero usato a mo’ di ariete era ancora lì per terra.
Impossibile sporgersi per guardare all’esterno, perché il vano della porta era attraversato da una pioggia orizzontale di proiettili che schizzavano dappertutto.
«Nicolas!», urlò Caffarel abbassandosi. «Nicolas, cessate il fuoco!».
«Professore!».
«Sì, siamo qui! Non sparate!».
Ma gli spari non cessarono. Proprio in quel momento un colpo prese in pieno volto Teodoro, mentre sporgeva la testa oltre la colonna. Suo padre si gettò su di lui, che cadeva con il cranio fracassato e zampillante, e fu colpito a sua volta, prima a un fianco e poi al collo.
Disperatamente, Caffarel urlò di nuovo, a squarciagola, che cessassero il fuoco.
Non voleva che accadesse.
In quella casa c’erano donne, vecchi e bambini. E probabilmente anche valenti guerrieri. Se Nicolas e gli altri avessero completato l’irruzione ci sarebbe stata una strage, con molti morti da entrambe le parti.
Per cui, continuò a gridare con tutto il fiato che riusciva a incamerare nei polmoni di cessare immediatamente il fuoco. E finalmente da fuori si udì la voce di Nicolas che ripeteva l’ordine: «Avete sentito cos’ha detto il nostro direttore? Cessate il fuoco!».
Una dopo l’altra, le armi tacquero.
Smisero di sparare anche da dentro.
«Professor Caffarel!».
«Non sparate!».
«Sissignore!».
Conon ordinò agli uomini dentro la villa Kagemni di gettare le armi a terra e di arrendersi, ma nessuno lo fece. Stavano ricaricando. Erano pronti a battersi all’ultimo sangue. E ne stavano sopraggiungendo altri.
«Non sparate, sto uscendo!», disse Caffarel.
«Sissignore», rispose Nicolas.
«Posso uscire per trattare?», domandò Caffarel ai membri della famiglia. «Provate a esplodere un solo colpo e giuro che nessuno uscirà vivo da qui. Intesi?».
Uno di loro gli diede il consenso.
Caffarel uscì.
Era ancora notte, ma si intravedeva lo spettro chiaro dell’aurora al di sopra delle chiome degli alberi.
Ai piedi della scalinata vide due uomini a terra, morti, le casacche bianche sporche di sangue.
Nicolas gli andò incontro. «Professore, state bene? E voi, signor de Solis?».
Conon annuì.
Caffarel lo abbracciò. «Sì, stiamo bene, Nicolas. Come hai fatto a trovarci?»
«Delle persone ci hanno detto di aver visto degli uomini con le armi in pugno che inseguivano qualcuno. Poi, quando siamo arrivati al Po, un traghettatore ci ha chiamati, per denunciare il furto di due lanterne da parte di due uomini. Dalla sua descrizione di uno dei due ho capito che si trattava del signor Conon de Solis. Quindi, abbiamo perlustrato la zona e siamo incappati in un passaggio sotterraneo. Abbiamo visto le vostre orme e le abbiamo seguite fin qui. Ho trovato le vostre scarpe e le lanterne ancora accese, e ho capito che eravate dentro questa strana casa. Abbiamo bussato, da dentro ci hanno risposto in malo modo di andare via. Allora ho ordinato agli uomini di fare irruzione».
«Bravo, il mio ragazzo». Caffarel lo abbracciò ancora, più stretto. «Grazie».
«Ne sono lieto, professore».
«Hai perquisito il palazzo di Darch?»
«Sissignore».
«Trovato qualcosa?»
«Sì, c’era una cassaforte aperta nella stanza da letto. Per terra, parecchi oggetti antichi, molti dei quali d’oro, e anche dei gioielli che devono essere caduti di mano al ladro. Forse, mentre c’era confusione, qualcuno degli ospiti ne ha approfittato».
Sofia, pensò Conon, di sicuro era stata lei. «Avete trovato una mappa?», chiese.
«Nossignore, non c’era nessuna mappa, ne sono sicuro. Abbiamo controllato dappertutto. Ma ci sono uomini ancora impegnati nella ricerca. Ho chiesto che guardassero anche sotto il pavimento».
Non avrebbero trovato niente, pensò Conon storcendo le labbra e calciando l’erba a terra con stizza; Sofia doveva aver colto l’attimo e, sfruttando la confusione, aveva rubato la mappa.
Bisognava trovarla, prima che lasciasse la città. Ma dove? Sarebbe stato come cercare un seme di lino in un sacco di riso.
Caffarel guardò la porta di pietra sfondata e sospirò. «Ora, Nicolas, devi fare come ti dico».
«Ordinate, professore».
«Io adesso torno lì dentro. Tu fa’ circondare l’edificio».
«Già fatto, da qui non esce nessuno».
«Bene. Ma non impartire l’ordine di sparare, per nessuna ragione, a meno che non siate attaccati o non te lo chieda io. Mi hai capito? Qui ci sono persone innocenti».
«Innocenti?». Gli occhi celesti di Nicolas si spalancarono stupefatti. «E il Cannibale?»
«È morto. È tutto finito. Hai fatto un ottimo lavoro, Nicolas. Ci hai salvato la vita».
«A me», gli disse Conon, «l’hai salvata per ben due volte. Ti sarò riconoscente per l’eternità, benché tu sia un austriaco».
Nicolas sorrise, gonfio di soddisfazione come non lo era mai stato.
Caffarel si avviò verso la porta sfondata e cominciò a salire i gradini. «Tu vieni con me, Conon?»
«Cos’hai intenzione di fare?»
«Parlare col vecchio. Voglio mettere fine a questa storia».
«Parlare? Dovresti arrestarlo, piuttosto. Quel bastardo stava per farci uccidere».
«Lui e i suoi familiari non si arrenderanno. Si faranno ammazzare tutti quanti, oppure ci daranno la caccia per sempre. Il vecchio vuole quella maledetta mappa. Appartiene a loro. E noi gliela restituiremo quando la troveremo».
«Prima devi trovare Sofia», ribatté Conon con una risatina sarcastica. «La mappa l’ha di sicuro presa lei».
«Ah!», fece Nicolas. «Un’ultima cosa, professore!».
Si voltarono indietro e lo videro che gli correva incontro portando una borsa di cuoio.
«Questa l’aveva con sé madamin Onfray», disse.
Caffarel gliela strappò di mano e subito si accorse che pesava parecchio. «L’avete arrestata? Quando, dove?»
«Mi avete ordinato voi di cercarla; ricordate? L’abbiamo acciuffata prima di recarci qui, professore. Aveva questa borsa».
«Hai guardato cosa contiene?», domandò mentre ci tuffava la mano dentro.
«Nossignore, non ne ho avuto il tempo».
Le dita di Caffarel tastarono il profilo di un parallelepipedo freddo e altri oggetti piccoli. Estrasse l’oggetto grande. Era uno splendido scrigno di legno, ricoperto di foglia d’oro e decorato con geroglifici egizi.
Sul coperchio era magnificamente inciso un faraone nell’atto di abbattere un nemico con una mazza tenendolo per i capelli, e tutt’intorno c’erano uomini decapitati con la testa posta tra i piedi.
«Ecco da dove Teodoro ha tratto la sua macabra scenografia», disse Caffarel.
Si sedettero sui gradini e scoperchiarono lo scrigno, che qualcuno aveva chiuso con alcuni giri di spago.
Conon fece luce.
Conteneva un plico di fogli d’oro massiccio, tutti della stessa dimensione, sottilissimi e allo stesso tempo pesanti. Su ogni foglio erano incisi edifici, strade, corsi d’acqua, litorali, rilievi montuosi…
Si capiva che, se disposti l’uno accanto all’altro nel giusto ordine, i fogli d’oro componevano un’unica grande mappa.
La mappa.
«Lascia almeno che prima ne faccia una copia», supplicò Conon, che gliel’avrebbe già tolta dalle mani, se solo non fosse stato circondato da uomini della Polizia armati. «Non puoi farmi questo».
Caffarel se la tenne stretta. «Per che cosa vorresti farne una copia, eh? Per darla a Napoleone Bonaparte? Vorresti davvero che un signore della guerra spietato e avido come lui entrasse in possesso delle conoscenze degli dèi?»
«D’un tratto ci credi, professore?»
«Se non avessi visto quei bulbi luminosi, avrei tanti dubbi. Ma mi vedo costretto a prendere in seria considerazione l’eventualità che queste persone custodiscano davvero grandi segreti, Conon. Altri, al posto loro, non avrebbero esitato un istante ad avvalersene per arricchirsi o per seminare morte e distruzione, e per dominare il mondo. Quello che, invece, farebbe Napoleone Bonaparte».