53

Si avvicinarono fingendo di conversare amichevolmente, e arrivati davanti all’ingresso si tolsero i cappelli piumati per riverire i due paggi.

«Buonasera», disse Conon mostrando un bel sorriso.

«Buonasera», rispose il paggio più anziano. Aveva grondaie di peli sugli occhi e un leggero strabismo. Li osservò con le palpebre strizzate e le labbra contratte in un’espressione dubbiosa. «Voi siete…?»

«Noi», rispose Conon, «siamo amici di Sofia Onfray».

«Siete stati invitati?»

«Certo. Come osate domandarcelo?»

«Non vedo cos’altro potrei fare, signore. Non vi conosco. E io ho ordine di…».

«Vi sono stati dati i nostri nomi, sì o no? Non avete un elenco degli ospiti?»

«Elenco?». I paggi si scrutarono a vicenda, indecisi, poi fecero di no con la testa. «Sono mortificato per l’inconveniente, tuttavia…».

«Tuttavia che cosa?», sbottò Conon. «Fate venire qui subito madamin Onfray. Lei vi spiegherà l’equivoco».

I due paggi erano confusi. E Caffarel lo era anche più di loro, con l’aggiunta di una buona dose di paura. Stavano rischiando di vanificare gli sforzi compiuti fino a quel momento nell’indagine, e anche di fare una magra figura e, forse, qualcosa di peggiore, dato che nel palazzo si trovava Radetzky. Guardò Conon domandandosi cosa gli fosse saltato in mente di fare, e un rivolo di sudore prese a colargli da una tempia lungo la guancia.

«Va’ ad avvisare madamin», disse sospirando il paggio strabico. «Dille di venire qui, se può».

Conon rivolse un’occhiata rassicurante a Caffarel, ma il sorriso gli si smorzò all’istante: il secondo paggio, arrivato alla fontana al centro del giardino d’ingresso, fu fermato da un uomo che portava occhialini con lenti scure. Gli si inchinò davanti, come se avesse per sbaglio intralciato il cammino di un sovrano. Poi si voltò indietro verso il portale del palazzo e gli indicò i due invitati sconosciuti.

L’uomo fece un gesto con la mano che doveva significare “ci penso io”, e si avvicinò camminando lentamente, il petto in fuori e le mani dietro la schiena. «Chiudi», ordinò, «gli ospiti sono arrivati tutti».

«Visto?», sogghignò il paggio. Fece per richiudere l’immensa anta del portale, ma Conon lo fermò.

Caffarel sudava freddo.

«Vostra eccellenza», disse Conon, «non ci fate entrare, dunque?».

L’uomo si avvicinò di qualche passo, ma si fermò di nuovo; inclinò la testa in avanti e li scrutò da sopra gli occhialini. «Non vi ho mai visto».

«Siamo stati invitati da…».

«Da Sofia Onfray. Mi è stato detto».

«Potete domandarglielo».

«Non so dove sia in questo momento. La casa è grande. Posso sapere con chi ho il piacere di parlare?»

«Di solito questa domanda segue la propria presentazione, signore».

«Io sono il conte Marcantonio Darch, proprietario di questa casa».

“Menes”, pensò Conon serrando i pugni, il sangue che gli ribolliva nelle vene.

Caffarel, adesso, era rorido di sudore.

«Io», disse Conon mantenendo la calma, «non ve lo dico chi siamo». Toccò la spalla di Caffarel. «Sei d’accordo, amico mio?».

Caffarel non capiva cos’avesse in mente e si sentiva gli occhi febbricitanti.

«Non ve lo dico», continuò Conon, «perché voglio che le presentazioni le faccia la persona che ci ha invitato».

«Mi sembra giusto», aggiunse timidamente Caffarel.

Il conte Darch ci pensò, poi sorrise annuendo. «Sembra giusto anche a me. Tuttavia non posso farvi entrare stasera».

«Signor conte, se avessimo previsto un simile scortese trattamento, saremmo andati a giocare a Faraone da un’altra parte».

Darch, vedendo che i due visitatori erano informati correttamente sul ricevimento, si avvicinò ancora un po’. Adesso era sospettoso.

Aveva un bell’aspetto e modi molto garbati, così delicati che si stentava a immaginarlo nei panni del Cannibale o anche solo del mandante di un qualsiasi omicidio.

«Avevamo un altro invito», lamentò ancora Conon, «avremmo potuto assistere a un’evocazione di spiriti forse più reale di quella che ci è stata promessa per stanotte, qui da voi».

«Sono desolato, perché capisco che c’è stato un increscioso equivoco. Ma non vi conosco, non vi ho invitato e, purtroppo, mi vedo costretto a chiedervi di andare via».

«Perdonate la franchezza, signor conte: non è così che si trattano due nobiluomini annoiati e in cerca di divertimenti».

«Lasciatemi i vostri indirizzi, gentili signori, troverò un modo per farmi perdonare. Adesso, però, devo tornare subito dai miei ospiti».

Conon stava per arrendersi, Caffarel gli avrebbe subito fatto notare che il suo strambo piano, qualunque fosse, non aveva ovviamente potuto funzionare.

Poi, però, arrivò Sofia.

Irruppe nel giardino con l’aria allarmata di chi stesse cercando urgentemente dell’acqua per spegnere un incendio. Ma non si interessò alla fontana: guardò subito in direzione del portone e poi si avvicinò, cercando di mantenere il solito contegno e sfoggiando un sorriso che avrebbe fatto la gioia di qualunque addestratore di spie.

«Lieta di vedervi!», disse allargando le braccia. «È colpa mia. Sono imperdonabile».

«Li conosci davvero?», le domandò Darch, sussultando per lo stupore.

«Se li conosco?». Sofia li abbracciò con affetto. «Sono due miei cari amici».

«Se è così…». Il conte dimostrò di essere in imbarazzo, ma il dubbio non lo abbandonò.

«Vi siete già presentati?», domandò astutamente Sofia.

«Certo che no», rispose Conon. «Vorremmo che fossi tu a farlo».

Sofia si schiarì la voce, strinse il braccio di Conon rivolgendosi a Darch, e disse: «Vi presento il signor conte Luigi di Bestagno». E cingendo Caffarel con un braccio: «Questi è il signor marchese Guglielmo San Martino della Motta». Poi si avvicinò a Darch con un’espressione supplichevole, congiungendo le mani in preghiera. «Li avevo invitati, ma ho dimenticato di avvisarvi, signor conte».

«Non ci sono problemi». Darch allungò un braccio verso il palazzo. «Benvenuti, allora».

Caffarel tirò segretamente un sospiro di sollievo. Adesso capiva il piano di Conon: sarebbe bastato dichiarare a Darch le loro vere identità per compromettere Sofia, la quale era stata costretta a scegliere tra assecondarli e farli entrare oppure dimostrare di essere una persona inaffidabile, se non addirittura una traditrice, avendo fornito informazioni alla Polizia.

Darch esibì una dentatura perfetta. «Prego, seguitemi. Siete i benvenuti. Sapete come si gioca a Faraone? Sembra facile, ma serve un certo non so che».

Loro non risposero, si tolsero i cappelli e, mentre i paggi richiudevano finalmente il portone, seguirono il conte e Sofia lungo il viale delle sfingi e poi all’interno del palazzo.

Salendo la scala che conduceva al piano nobile, il conte Darch chiese se abitassero a Torino o da dove venissero.

«Non lo capite dai nostri accenti?», disse Caffarel.

«Avrei detto di certo che siete piemontesi».

«Siamo entrambi torinesi», lo rasserenò Conon. «Lo siete anche voi, signor Darch?»

«La mia è una storia troppo lunga». Aprì un’ampia porta a vetri smerigliati e policromi, e li invitò a entrare per primi. «Prego», disse.

Una grande sala illuminata a giorno si spalancò davanti agli occhi di Caffarel e Conon: la luce pioveva da due grandi candelabri pendenti dal soffitto e da una moltitudine di altri candelabri ad asta, che brillavano come un firmamento di stelle.

La maggior parte degli ospiti aveva già iniziato a giocare a Faraone e si stava accalcando, in piedi, davanti al tavolo dell’uomo che teneva il banco, il tagliatore, che era seduto e stava ribaltando due carte a semi francesi che aveva preso da un mazzo, mettendone una alla sua sinistra e una alla sua destra; su quelle carte i puntatori depositarono ognuno la propria somma.

Gli ospiti che non amavano il gioco, tra i quali il colonnello Radetzky, stavano pescando pasticcini dai vassoi disposti su una tavola addossata alla parete di destra. E qualcun altro, invece, si era appartato dietro i séparé di bambù e carta dipinta, che il padrone di casa aveva sistemato nei quattro angoli della sala.

E i camerieri in livrea sciamavano impettiti tenendo sui palmi vassoi d’argento carichi di bicchieri di champagne.

Proprio in quel preciso istante, un ensemble d’archi e fortepiano attaccò a suonare una musica di Mozart.

Mentre Conon e Caffarel si stavano domandando da dove provenisse la musica, Darch li invitò a entrare e a unirsi agli altri. «Buon divertimento, signori!».