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Contrada Mascara numero 8.

Caffarel e Conon si trovarono davanti a un superbo palazzo in stile rinascimentale, con due finestre inginocchiate ai lati dell’ingresso. Oltre, si apriva un giardino, abbastanza grande da permettere alle carrozze di manovrare comodamente attorno a una fontana. E l’acqua sgorgava dalla bocca e dalle narici di una testa di toro scolpita nella pietra, brillando tra le fiaccole.

Oltre la fontana, iniziava un viale fiancheggiato da sfingi; le statue erano illuminate dalle fiamme e parevano animarsi col variare delle ombre.

Gli ospiti stavano già arrivando. E tutti i cavalli avevano gli zoccoli ravvolti con degli stracci per evitare che battendo sul selciato facessero troppo rumore.

Non volevano attirare l’attenzione dei curiosi.

A quanto sembrava, il ricevimento per giocare a carte ed evocare gli spiriti dei morti, che era stato annunciato da Marcantonio D. Menes a Sofia con una lettera, si stava tenendo davvero quella sera.

Caffarel consultò l’orologio da tasca. Mancavano pochi minuti alle sei e mezzo. Il sole stava tramontando, ma era scomparso dietro i palazzi già da un pezzo, e nelle contrade di Torino era calato il buio. «Non mi sembra una buona idea provare a entrare».

«Ne hai un’altra?»

«Sì».

«Sentiamo».

«Faccio sorvegliare quel palazzo giorno e notte. Seguiamo il proprietario e tutti coloro che lo frequentano. Arrestiamo i sospetti, li interroghiamo».

«Se è come penso, lì dentro c’è Darch. Non possiamo aspettare. Magari sta organizzando un altro attentato alle nostre vite, magari è lui il mandante del Cannibale».

«E magari ha la mappa che sei venuto a cercare».

«Sì, magari».

«Resta il fatto che entrare in quel palazzo, stasera, fingendoci qualcun altro, è troppo rischioso. Ci stiamo consegnando spontaneamente all’uomo che ci vorrebbe morti».

«Questo è vero».

«E io non posso, senza un valido motivo, ordinare un’irruzione per arrestare tutti».

Dopo aver lasciato lo Jäger nella carrozza si erano nascosti lì, dietro un angolo, per osservare l’arrivo degli invitati. Addosso avevano tenuto le pistole di Caffarel, una per ciascuno. E avevano fatto circondare il palazzo da dieci uomini armati e pronti a intervenire quando e se fossero stati chiamati.

Nell’andito del palazzo, due paggi in livrea nera stavano accogliendo coloro che arrivavano a piedi e anche chi, invece, entrava direttamente nel giardino con la carrozza.

E qualche passo indietro rispetto ai paggi c’era una donna, che sorrideva ai convenuti indicando la strada.

«Mi sembra di riconoscerla», disse Conon.

«Non ho più la vista di un tempo», lamentò Caffarel.

«È Sofia».

Caffarel guardò meglio strizzando le palpebre, e anche a lui parve di riconoscere la figura di Sofia, ma non ne era sicuro quanto Conon. «Se è così, ti ha davvero mentito. Non è andata via da Torino. Significa che sa perfettamente chi è stato a gettare l’esplosivo nel suo appartamento; sa che il bersaglio eri tu».

«Equivale a dire che Sofia ha provato a uccidermi».

«Eppure avrebbe dovuto essere la persona più fidata per te, dal momento che è stato Napoleone Bonaparte a dirti di far conto su di lei. Mi sbaglio? Non è stato il generale a darti il suo contatto?»

«Napoleone mi ha soltanto detto quello che dovevo fare: andare alla stazione di posta di Cuneo e farmi vedere con un fazzoletto rosso in mano; il contatto mi avrebbe agganciato. In caso non fossi riuscito a incontrare la spia francese, avrei dovuto provare a entrare a Torino senza il suo aiuto e, se ci fossi riuscito, mi sarei dovuto far vedere in piazza delle Erbe, sempre col fazzoletto in mano. Ed è quello che è accaduto».

«Dunque lei a Cuneo non è venuta».

«Sì, ma… è una storia lunga».

Arrivarono altri due ospiti, un uomo e una donna di mezza età, poi una sfilza di carrozze, due delle quali trainate da sei cavalli arabi, e a ognuna erano stati silenziati gli zoccoli con gli stracci.

Era tutto un baluginare di orologi d’oro, collane, orecchini, anelli e pomi d’argento, che facevano guizzare la luce ovunque in una sorta di tripudio caotico ed effimero.

Caffarel alla fine contò in tutto ventitré persone, sempre attraversato dal pensiero che sarebbe stato decisamente più difficile contare il denaro e le proprietà di ciascuno di loro.

Ma non era ancora la fine: lo schioccare di una frusta annunciò il sopraggiungere di un’altra carrozza.

Caffarel e Conon sporsero le teste oltre l’angolo del muro e scrutarono il veicolo che arrivava, anche questo silenziato.

Era la carrozza più modesta di tutte, un semplice cocchio a un solo cavallo, ma seguito da una scorta armata. Si fermò davanti al portone del palazzo e si inclinò delicatamente su un fianco mentre scendevano un uomo e una donna.

Caffarel guardò, si stropicciò gli occhi, guardò di nuovo, poi disse: «Ma quelli… quelli sono il colonnello Radetzky e sua moglie Francesca».

«Sicuro che lei sia sua moglie?»

«Certo che sì. Lei e Josef Radetzky si sono sposati l’anno scorso, ad aprile. E quest’anno lui è stato promosso tenente colonnello e decorato con il titolo di Cavaliere dell’Ordine militare di Maria Teresa. Che io possa morire adesso, Conon, se Josef Radetzky non è un gran bastardo, uno senza scrupoli. Ha sposato Francesca per mero interesse personale, per essere introdotto a corte. Eppure il generale Melas lo tiene in grande stima».

Conon aveva ascoltato resoconti sulla spietatezza di Radetzky anche prima che costui assurgesse a una posizione così altolocata, perciò sapeva quel che bisognava sapere. Se esisteva al mondo un militare che in futuro avrebbe potuto nuocere a Napoleone Bonaparte, quello si chiamava Josef Radetzky.

Ora la domanda che reclamava urgentemente una risposta era: perché lui e sua moglie erano lì? Per giocare a Faraone? Per assistere all’evocazione di spiriti? Con una spia francese che faceva da maestra di cerimonie?

Qualcosa non tornava.

«Se quella è davvero Sofia», disse Caffarel, «ne sa una più del diavolo».

«Lei non mi preoccupa».

«Neppure a me. E sai perché? Perché noi adesso ce ne andiamo».

«Non se ne parla, professore».

«Sentilo. E come intenderesti entrare?».

Conon si tolse dalla testa il cappello alla moschettiera con pennacchi bianchi e guardò di nuovo com’era vestito: panciotto di raso a fiori, abito di taffetà turchino ricamato e ornato con galloni, calze bianche con risvolti dorati, scarpe all’Artois con fibbie d’oro. Poi alzò lo guardò su Caffarel, che era vestito quasi allo stesso modo, ma senza colori, solo il nero e il bianco e con scarpe meno appariscenti. «Non possono negare l’accesso a due elegantoni come noi, professore».

Caffarel storse la bocca. «Non sono convinto che sia una buona idea. Hai visto meglio di me. I paggi non hanno chiesto a nessuno degli invitati di dichiarare il proprio nome prima di entrare. E Sofia, se quella era davvero lei, li conosceva tutti. O almeno così sembrava».

«Era lei, ti dico».

«Un motivo in più per non farsi vedere».

«Lei potrebbe aiutarci», disse Conon. «È la nostra carta vincente».

«Tu sei impazzito. Farti aiutare da una che voleva ucciderti! Non possiamo fidarci».

«Fidarci, no. La costringeremo».