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I soldati si allontanarono dalla sala con il naso e la bocca tuffati nell’incavo del gomito, sventolando le mani. Il tanfo di carogna era rivoltante.
Sotto i locali dell’orologio comunale era stato allestito il tempio massonico di una loggia di Rito Egizio, sul modello di quelle fondate da Cagliostro. Lo si evinceva dall’arredamento che, oltre ai candelabri, agli stendardi, ai compassi, alle squadre e alle cazzuole, sfoggiava sfingi, scarabei, statuette di divinità, talismani, serpenti… C’era anche una mummia egizia, distesa su un lettino, con accanto un catino contenente residui di acqua nera.
Non mancava la paccottiglia macabra, come teschi e tibie umani.
In ogni angolo svettava un piccolo obelisco di legno con la punta dorata, mentre al centro della grande sala c’erano un baldacchino e un trono; sulle pareti campeggiavano le scritte:
O LA VIRTÙ O LA MORTE.
O LA GLORIA O LA MORTE.
E sul muro alle spalle del trono c’era un teschio di toro con fiori ormai secchi attaccati alle corna.
Gli oggetti bizzarri e curiosi abbondavano. Però nessuno li guardava: tutti gli sguardi erano rivolti a terra, al corpo di un uomo elegante, in avanzato stato di decomposizione, che giaceva supino sul pavimento.
Decapitato, con la testa posizionata fra le gambe, all’altezza delle caviglie, e parzialmente eviscerato.
Come tutti gli altri.
Di chi si trattava stavolta?
Da quanto tempo era morto?
Come potevano i membri di una loggia riunirsi nella torre civica senza che qualcuno se ne accorgesse?
Da quando lo facevano?
Il maestro degli orologi doveva senz’altro aver notato la bizzarra sala. Oppure era un accolito della loggia anche lui? Bisognava interrogarlo quanto prima.
Le domande correvano veloci lungo il filo invisibile che univa gli sguardi di Conon e Caffarel.
«Per caso lo conosci?». Conon andò più vicino al corpo.
«Mai visto». Caffarel sorvolò lentamente il cadavere con la lanterna, partendo dai piedi. All’altezza dello sterno fermò la luce e si chinò per raccogliere il geroglifico di legno lasciato dall’assassino. «Un ankh», disse facendolo ruotare fra i polpastrelli. «Lo avevano anche il signor Calandra e il signor Savinio».
«Un ankh?». Conon si avvicinò per guardarlo. «Come fai a sapere che si chiama così?»
«Secondo il professor Ridolfi significa “vita”».
«E lui come lo sa?»
«Non me lo ha voluto dire».
La perplessità di Conon era all’apice, come la sua curiosità.
«Ridolfi sostiene che questo simbolo, l’ankh, vuol dire “vita”, ma esprimeva anche il concetto di “giuramento”, in quanto per gli egizi dare la propria parola significava impegnare la propria vita. Quindi, ho pensato che l’assassino stesse lasciando il simbolo sulle sue vittime come una sorta di messaggio, per dire che avevano tradito la parola data. Ma non tutte le vittime lo avevano. A questo punto non so cosa pensare».
«Può darsi», propose Conon, «che anche la prima vittima lo avesse. Potrebbe essere stato portato via da un cane randagio o da chissà chi. Ugo Carbone è l’unico a essere stato ritrovato all’aperto».
«In effetti, è possibile», ragionò Caffarel frizionandosi i capelli. «Se fosse come dici, e se la mia teoria fosse corretta, anche quest’uomo faceva parte della loggia e ha tradito; era amico e complice degli altri».
«Il tuo ragionamento è sensato. Ma sul corpo di Vogel non c’era nessun ankh e neppure un altro geroglifico».
«Perché lui, forse, non faceva parte della Fratellanza di Heliopolis, non aveva giurato».
Alle orecchie di Conon, la teoria di Caffarel suonava sensata. «A più di un anno dal furto di una mappa e di chissà cos’altro, alcuni accoliti della Fratellanza di Heliopolis sono tornati in città, forse credendosi ormai al sicuro e, invece, sono stati subito e inesorabilmente giustiziati, uno per uno, con una meticolosità e un modo a dir poco inauditi».
Caffarel annuì. Pensò. «Ma come spieghi che il guardiano del museo non sia fuggito da Torino?»
«Forse lui non aveva capito di essere in pericolo. Oppure lo ha sottovalutato».
Caffarel annuì di nuovo. «È possibile», disse. Poi si voltò per cercare l’ufficiale austriaco e, non vedendolo, uscì dalla sala. Lo trovò al piano terra. «Potete occuparvi voi del corpo?», gli chiese.
Il traduttore eseguì velocemente il compito assegnatogli.
«Ja», disse l’ufficiale facendo ampi cenni di assenso. Parlò al traduttore, il quale disse che si sarebbero occupati di tutto loro: «Non c’è problema, professore».
«Potreste anche far mettere una serratura nuova al portale?».
Traduzione.
«Ja», disse l’ufficiale, «ja».
Andarono a dare un’occhiata ai sotterranei.
Discesero le scale di pietra, facendo scivolare le mani sulla ringhiera di ferro battuto.
«La Fratellanza di Heliopolis», disse Conon, «è chiaramente di Rito Egizio, per cui dovrebbe far capo all’Obbedienza dell’Alta Osservanza, la stessa dalla quale dipendono le logge egiziane fondate dal conte di Cagliostro».
«E allora?», disse Caffarel.
«L’Alta Osservanza», spiegò Conon, «nacque a Vienna una ventina d’anni fa, in seguito a una scissione all’interno della Stretta Osservanza Templare. I suoi accoliti si dedicano alla magia, all’alchimia, alla cabala, alla divinazione…».
«Vienna», disse Caffarel. «Può darsi che Darch e la sua loggia siano protetti dagli austriaci, allora».
«Non lo escluderei. Sappiamo che è amico della contessa Francesca Radetzky».
Calarono nei sotterranei della torre, mentre i soldati austriaci dietro di loro presidiavano l’entrata e si occupavano di far rimuovere il cadavere prima che facesse giorno e piazza delle Erbe si riempisse di spettatori curiosi.
Giunti in fondo alla scalinata si trovarono di fronte a un massiccio uscio di legno e ferro, chiuso a chiave e con il passante bloccato da catena e lucchetto.
Praticamente, un invito a entrare.
Non spararono alle serrature. Non ce ne fu bisogno. I soldati austriaci mandarono subito a chiamare un fabbro esperto, che portasse tutti gli arnesi necessari, compresi quelli per riparare la serratura dell’ingresso.
Loro aspettarono, anche se l’ansia e la stanchezza facevano sembrare i minuti lunghi come ore.