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Caffarel li fece accomodare nella sala da pranzo dove, disse, non entrava più nessuno da parecchio tempo. «Prego, sedetevi».

C’erano un tavolo di mogano allungabile, con attorno quattro sedie anch’esse di mogano coperte di crine nero.

Conon e Sofia si scambiarono occhiate perplesse nel vedere i mobili lussuosi e le costose suppellettili, che non si sarebbero aspettati di trovare nella casa di un commissario: un carrello da servizio, un elegante tavolo da parete con lastra di marmo, e perfino un pianoforte di Bernard; e, incastrata nel muro, luccicava una vetrina contenente un servizio da tè inglese di Sheffield a disegni etruschi, piatti e vasi. Caffarel andò ad aprire proprio quella; ne tirò fuori una scatola laccata e la offrì a Sofia. «Gradite?», disse aprendola.

«Sigari?»

«Sì, madamin».

Sofia rifiutò.

«Voi, signor Andervolti?».

Conon ne prese uno. Dopo che fu decapitato con una piccola ghigliottina, se lo mise in bocca, lo accostò al bastoncino zolfato offertogli da Caffarel, tirò una boccata e tossì. «Non sono Andervolti», disse.

«E allora chi siete?».

La risposta di Conon fu: «Da dove vengono i sigari?»

«Non lo so», rispose Caffarel con sussiego. «Li ho rubati anni fa a dei francesi». Non li aveva mai fumati. Se ne accese uno anche lui e si sedette.

«Appartenevano a un francese anche le splendide pistole che mi avete mostrato per strada?»

«A proposito… vi chiedo scusa. Sì, anche le pistole sono francesi». Se le tastò sotto la giacca.

«E avete rubato anche tutto il resto?», domandò Sofia guardandosi attorno.

«Quasi tutto», ammise Caffarel. «Il fortepiano era di mia moglie». Anticipando l’inevitabile domanda, aggiunse che era scomparsa anni addietro a causa di una malattia, e per cambiare discorso disse: «Gradite un sorso di borgogna o di champagne? Dovrei avere ancora qualche bottiglia».

Rifiutarono entrambi.

«Prima della guerra ero un professore, guadagnavo bene. Poi è andato tutto in malora». Caffarel, immerso nell’arabesco di fumo che gli si disegnava attorno, posò uno sguardo gentile su Sofia, poi lo spostò su Conon. «Non dovrei essere qui con voi due, adesso. Dovremmo essere al Palazzo Carignano, in presenza del direttore Vogel, per un interrogatorio in piena regola».

«Cosa volete sapere?», lo invitò Conon.

«Tanto per cominciare: chi erano quelli che volevano uccidervi?»

«Non ne abbiamo idea», giurò Sofia.

«Volevano uccidere voi?». Guardò Conon. «O voi?». Guardò Sofia.

«O Andervolti?», suggerì Conon.

«Ah, già», sorrise Caffarel, «perché voi non siete Andervolti».

«Certo che no. Voi, commissario Caffarel, avete visto più e meglio di me quel che è accaduto poco fa. I due uomini con le facce sporche di fuliggine, che vi hanno colpito e poi hanno sparato contro la nostra finestra, hanno anche gettato gli esplosivi? Oppure c’erano altre persone con loro?».

Caffarel alzò le spalle. «Quei maiali erano una banda, si sono prima occupati del sottoscritto. Ero privo di sensi quando hanno agito contro di voi. Non saprei dire in quanti fossero. Mi chiedo anche perché mi abbiano lasciato vivo». Sospirò, rimirando il fumo vorticoso che soffiava via. «Vi do la mia parola d’onore che non vi denuncerò, né tantomeno vi trarrò in arresto. Purché voi, signore, mi diciate chi siete, da dove venite e perché. Voglio sapere per quale ragione vi siete recato nell’ospedale magnetico di contrada Nuova, e perché siete stato nell’albergo Rosa Bianca. Siete anche andato a casa di Michele Andervolti e avete parlato con sua moglie. In poche ore siete riuscito a inserirvi completamente nella mia indagine sul Cannibale. Perciò dovete parlare, altrimenti diventerò il vostro incubo peggiore. A meno che non mi uccidiate, cosa che mi importa assai poco, perché la vita mi ha stancato da un pezzo. Decidete voi, signore».

Conon valutò l’offerta. «Tutto ciò che diremo resterà fra noi, signor Caffarel?»

«Ve lo giuro solennemente».

«Mi chiamo Conon de Solis; sono un colonnello agli ordini di Napoleone Bonaparte».

Nel sentire quelle parole, a Caffarel andò di traverso il fumo, tossì. «Napoleone?»

«Sissignore. Sono in missione per recuperare un oggetto antico. Si tratta di una questione personale. Non mi trovo a Torino per disturbare il governo austriaco e neppure per raccogliere informazioni utili ai francesi, tantomeno per indagare sul Cannibale».

Caffarel divenne serio e attento come non lo era mai stato. Scrutò Sofia, e dal suo sguardo capì che era tutto vero. «Napoleone?», ripeté, come se la parola avesse un potere magnetico.

«Solo per questo», disse Conon, «ho pensato di usare il nome e i documenti di un’altra persona per entrare a Torino: temevo di essere arrestato».

Gli occhi di Caffarel si erano fatti enormi. «Conon de Solis, avete detto?»

«Sissignore».

«Il nome non mi suona nuovo».

«Ha pubblicato un romanzo», disse Sofia. «È la storia di un mercante di mummie egiziane. Magari lo avete letto e il nome vi sovviene per questo».

«Non l’ho letto», mentì Caffarel, che alla domanda “vi è piaciuto?” non avrebbe saputo cosa rispondere. «Ma lo farò». Era incredulo per la coincidenza. «Sospettavo che non foste Michele Andervolti, però non immaginavo che…». Scosse la testa, lo guardò come fosse un’apparizione dell’oltretomba. «Giurate su Dio che quanto avete detto corrisponde a realtà?»

«Non sono credente, ma lo giuro, se questo può rasserenarvi, commissario».

Caffarel volse lo sguardo attonito verso Sofia. «Invece, so bene chi siete voi, madamin Onfray», le disse. «La Polizia sospetta che collaboriate con i francesi».

«E lo sospettate anche voi?»

«Non è affar mio», rispose Caffarel, pensoso. «Un tempo credevo nei valori rivoluzionari, ne ero un fervente sostenitore».

«E adesso?»

«Forse ci credo ancora».

Sofia sbatté le palpebre. «Lavorate per la Polizia asburgica e non siete un austriacante?»

«Non c’è bisogno di essere dalla parte di qualcuno per dare la caccia agli assassini. I francesi mi hanno gravemente deluso, due di loro mi hanno rovinato la vita, ma le idee sono un’altra cosa». Caffarel si fregò le mani e si alzò. «Lasciamo stare. Farò di tutto per scoprire chi ha attentato alla vostra casa, madamin».

«Vi ringrazio».

«Cosa intendete fare, adesso? Avrete entrambi bisogno di un posto in cui stare».

«Credo che per me sia meglio andare via da Torino», disse Sofia. «Finché non si sarà scoperto chi è stato e perché lo ha fatto».

«Una saggia decisione», commentò Caffarel.

«Ma sai già dove andare?», le chiese Conon.

«Certo», sorrise lei. «È tutto organizzato, sta’ tranquillo. Ti scriverò».

«Questo è amore!», esclamò Caffarel, facendo arrossire entrambi.

Alla fine, le bottiglie di borgogna e di champagne furono stappate, il contenuto prezioso ed effimero fu versato nei bicchieri e sorseggiato fino all’ultima goccia durante una lunga conversazione.

Caffarel ascoltò senza interrompere il racconto delle battaglie combattute da Conon all’ombra delle piramidi contro i mamelucchi, dei fatti riguardanti il disertore Michele Andervolti, e infine del rocambolesco rientro di Conon con una fregata al seguito del generale Bonaparte. Conon poi giustificò uno per uno i propri spostamenti in città a partire da quel momento.

La faccia livida di Caffarel baluginava di un’ebbrezza che solo in parte era causata dal vino. «Non ci posso credere!», ripeteva.

Poi attaccò lui a parlare. Ma non appena cominciò il racconto dell’indagine che stava svolgendo sul cosiddetto Cannibale e pronunciò i nomi delle vittime, fu interrotto da Conon.

«Aspettate, commissario».

«Li conoscevate, per caso?»

«Non proprio». Conon si svitò il tacco dello stivale, ne estrasse i fogli ripiegati che aveva strappato dal quaderno di Andervolti e glieli consegnò, spiegandogli da dove provenivano e come aveva fatto a ottenerli.

Caffarel li lesse strabuzzando gli occhi. «Sembrano abbozzi per delle lettere».

«Lo sono. Il destinatario era il professor Ridolfi della Società dei Raggi».

«Te lo ha detto lui?»

«Sì. Andervolti passava informazioni ai Raggi sulla Fratellanza di Heliopolis».

«“Oggi”» lesse Caffarel ad alta voce, «“ho conosciuto il nobiluomo Darch… ho avuto informazioni… da Giovan Battista Fario… Maurizio Calandra e Ugo Carbone… Giacomo Bozzanti, lo speziale di medicine in piazza delle Erbe…”». Era esterrefatto. «Fario è l’uomo che ho arrestato; avrebbe dovuto acquistare la refurtiva dal guardiano del museo. Maurizio Calandra e Ugo Carbone, invece, sono due vittime del Cannibale».

«E questo…». Conon diede a Caffarel un’altra pagina stropicciata, «Andervolti deve averlo scritto qualche giorno dopo».

Caffarel lo lesse: «“Credo che sarò ammesso nella loggia del conte Darch. Si chiama Fratellanza di Heliopolis… Si riuniscono in uno stabile in contrada del Gallo…”. Ma è pazzesco!».

«Questo signor Fario è stato interrogato?», gli chiese Conon.

«Ha confessato spontaneamente. E da quel che vedo è stato sincero».

«Cosa vi ha detto?»

«Mi ha parlato di questa Fratellanza di Heliopolis, del fatto che insieme ad altri, fra i quali Andervolti, avesse deciso di lasciarla. Prima, però, avevano escogitato di rubare qualcosa dal tesoro della loggia: una mappa».

Per poco, Conon non cadde dalla sedia. «Una mappa?»

«Nientemeno che una mappa dell’Egitto antico che guiderebbe al rinvenimento di tesori inauditi», sogghignò Caffarel.

«Devo assolutamente parlare con il signor Fario».

«L’ho fatto rinchiudere nelle carceri del Vicariato, nella torre della Porta Palatina. Forse posso accontentarvi. E io voglio parlare con il signor Giacomo Bozzanti, lo speziale di piazza delle Erbe, citato da Andervolti in questo appunto». Ringraziò Conon per le informazioni e in cambio ottenne la stessa espressione solenne, per lo stesso motivo. Anche Conon aveva ricevuto informazioni importanti: la sua missione e l’indagine del commissario Caffarel correvano sullo stesso solco.

Entrambi, adesso, stavano cercando il conte Darch.

Dopodiché restarono per un po’ tutti e tre in silenzio.

Caffarel guardava e riguardava gli appunti scritti da Andervolti e rifletteva sul fatto che le vittime del Cannibale erano tutte affiliate alla loggia massonica Fratellanza di Heliopolis, compreso il guardiano del Museo di Antichità.

L’indagine sul Cannibale si stava rivelando più complessa e inquietante del previsto.

Conon, invece, pensava alla mappa, e a una domanda che gli pulsava nella testa come un dolore sordo: poteva fidarsi del commissario o bisognava eliminarlo?

Poi qualcuno urlò a squarciagola chiamando il professor Caffarel e venne a picchiare contro la porta. «Siete in casa, professore?». Voce trafelata, con un inconfondibile accento austriaco.

«È Nicolas», disse Caffarel, alzandosi lentamente in piedi per andare ad aprire.

«Chi sarebbe?», domandò Conon.

«Un piantone del Palazzo Carignano; mi sta facendo da aiutante nelle indagini». Si avviò verso la porta con una mano premuta sulla testa.

Conon si avvicinò per origliare.

«Entra pure, Nicolas».

«Svelto, professore!». Il ragazzo ansimava. «Dovete andare subito al Palazzo Carignano!».

«Perché? Cos’è successo?»

«Un omicidio».

«Di chi si tratta, quando è accaduto?»

«Non so. Il generale Melas ha detto che deve restare segreto. Dal palazzo sono andati via tutti».

«Aspettami un attimo qui, Nicolas». Caffarel tornò in sala da pranzo. Era buio in volto. Restò muto per alcuni istanti, a riflettere, fissando Conon dritto negli occhi, poi disse: «Noi due dobbiamo collaborare».